Le creature fantastiche che popolavano il mondo egizio e Il significato che esse assumevano.
Il loro corpo era la fusione tra diversi animali e gli antichi le ritenevano realmente esistenti poiché fin dal periodo predinastico le rappresentarono accanto ad antilopi e leoni su palette cerimoniali in ardesia e su placche e manici di coltelli in avorio, trovati in particolare a Hierakonpolis o a Naqada.
Le raffigurazioni più comuni avevano ad oggetto grifoni alati con teste di falco e leopardi con collo lungo e sinuoso come un serpente, ispirati a modelli mesopotamici ed oggi definiti “serpopardi”.
Durante il Medio Regno questi animali compositi con funzioni apotropaiche sono stati rappresentati sulle bacchette magiche e sulle pareti delle tombe di alti funzionari di Beni Hasan e Bersheh, che probabilmente avevano appreso della loro “esistenza” dai nomadi del deserto orientale.
Il nomarca Khnumhotep II vi fece dipingere una scena di caccia che raffigurava animali fantastici e che simboleggiava la sottomissione delle forze ostili che minacciavano la valle del Nilo, ed un inventario di uccelli che ne comprendeva anche di mitologici, percepiti come parte dell’ambiente naturale.
In almeno tre tombe tali creature compaiono in un contesto di vita quotidiana; in una un grifone alato è ritratto mentre gioca con dei cani e si distingue solo per le ali sul dorso; in quella di Khnumhotep II un grifone colorato accompagna un uomo e un cane e porta un collare ed un guinzaglio. Si è ipotizzato che questi grifoni “addomesticati” fossero in realtà cani da caccia, che venivano mascherati da grifoni per dare prestigio al loro proprietario o per trasformarli idealmente in cacciatori feroci o leggendari.
Durante il Nuovo Regno si trova ancora rappresentato solo il grifone alato, e durante la dominazione romana le immagini degli animali fantastici rimasero in uso come geroglifici, esempi dei quali si possono trovare nelle iscrizioni sul tempio di Esna, risalente al II secolo d.C.
Nell’immagine particolare della paletta di Narmer risalente al XXXIII secolo a. C. raffigurante due serpopardi.
Chi avrebbe mai detto che questo distinto signore sarebbe finito dritto in uno dei casi più controversi dell’archeologia?
Il pomeriggio del 20 gennaio 1913 sembra un giorno come gli altri ad Amarna. In una stanza sono riuniti i membri della Società Tedesca Orientale impegnati negli scavi e i funzionari della Sovrintendenza alle Antichità del Medio Egitto. Si sta decidendo il destino dei reperti estratti dalla spedizione tedesca ad Amarna dove sorgeva Akhetaton, la città del Faraone Eretico. In apparenza una procedura di routine, stabilita da Maspero per trattenere in Egitto i reperti più preziosi e compensare i finanziatori degli scavi con gli oggetti da mostrare nei loro musei e nelle loro collezioni.
Ma non è un giorno come gli altri. Il capo della spedizione tedesca assiste, in preda alla tensione. Forse si asciuga la fronte con un fazzoletto, forse fa un cenno di intesa a qualcuno. Alan Gardiner lo ha già definito “sconsiderato e grezzo”, mettendo in dubbio la sua professionalità. Forse ripensa al percorso un po’ strano che lo ha portato in quella stanza. In fondo era un architetto appassionato dell’architettura egizia. Era finito in Egitto a seguire i progetti per la prima diga di Assuan. Trovandosi davanti gli edifici di Philae, si era definitivamente innamorato di quella civiltà.
Ed ora, in quella stanza, sta per accadere uno degli episodi più controversi della storia dell’archeologia.
Ludwig Borchardt era nato a Berlino nel 1863. Sua mamma, Bertha Levin, era di origine ebrea, e questo lo costrinse all’esilio dopo l’avvento del nazismo in Germania. Ha studiato architettura, poi diventa allievo di Adolf Erman (che aveva dedicato decenni allo studio dei Testi delle Piramidi) alla sezione egizia del Museo di Berlino. Ma per un po’ alterna le sue mansioni, dirige dei lavori edili a Konigsberg per sette anni e nel 1895 si reca per la prima volta in Egitto, ad Assuan appunto.
Borchardt tra il 1895 ed il 1900, all’epoca del primo viaggio in Egitto
De Grand, Direttore della Sovrintendenza in quegli anni, ha un progetto grandioso: documentare fotograficamente e catalogare tutti i monumenti in Egitto e “arruola” Borchardt, che da architetto è affascinato da quelle strutture. Ma Maspero ridimensiona tutto il progetto e si limita al solo Museo Egizio; Borchardt porta a termine quel progetto poi parte per Abusir dove lavora per sei anni al complesso della Piramide di Sahure.
Il resoconto degli scavi ad Abusir, mappa originale del complesso piramidale del sito
In quel periodo gli capita una botta di c…, pardon, di fortuna: la moglie eredita dal nonno banchiere 150,000 marchi, pari più o meno a 2 milioni e mezzo di ero attuali. I due costruiscono una villa al Cairo da far invidia a Cleopatra e per 25 anni non si muoveranno dall’Egitto. Non solo: tramite la famiglia della moglie conosce James Simon, un commerciante di cotone ebreo, amico del Kaiser Guglielmo II e molto bene introdotto nell’alta società prussiana. Simon e Borchardt sono entrambi affascinati dall’architettura egizia e c’è una città in Egitto nata e morta in una generazione, un’occasione unica per studiarne lo sviluppo: la neo-scoperta Tell-el-Amarna, l’Akhetaton di Amenhotep IV/Akhenaton.
James Simon, il principale finanziatore della Società Orientale Tedesca ed il primo proprietario moderno del busto
James Simon è stato anche co-fondatore della Deutsche Orient-Gesellschaft – DOG, la Società Orientale Tedesca che dal 1898 promuove gli scavi nel Vicino Oriente. La DOG ha scavato a Babilonia e dal 1902 opera anche in Egitto. Aveva finanziato gli scavi ad Abusir, ma ora Borchardt può gestire direttamente dove scavare e chiede i permessi per Amarna, dove rimarrà per quattro anni.
Alla fine del 1912 però la situazione non è rosea: se l’interesse storico per il periodo di Akhetaton è enorme, i reperti, i “trofei” sono inferiori alle attese. Ma tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre, Borchardt fa il “botto”: trova la bottega dello scultore Thutmose, recupera una serie di sculture utilizzate come modelli e, il 6 dicembre, il busto più famoso del fondo.
Il sito di Tell-el-Amarna e la posizione della “Casa 47”, ossia della bottega dello scultore ThutmoseLa piantina della struttura dello scultore, con la parte abitativa e la sezione dedicata alla bottegaIl sito di Tell-el-Amarna e la posizione della “Casa 47.2”, ossia dell’atelier dello scultore Thutmose: la zona dove fu ritrovato il busto
E qui entriamo in un campo a metà strada tra la spy story e la leggenda.
Già la data è sospetta: proprio in quel giorno deve arrivare un membro della famiglia del Kaiser a visionare gli scavi, e fargli vedere un ritrovamento importante, alla Zahi hawass, sarebbe un bel colpo.
La pagina del diario di Borchardt con l’annotazione del ritrovamento del busto. Le note complete recitano: “Alle 12:30 furono inviati degli scout per informarci dell’arrivo dell'”Indiana” della linea Hamb [ur] g.-America, sulla quale il principe Joh [ann]-Georg di Sassonia con moglie e cognata, insieme alla principessa Mathilde di Sassonia arriverà.” [….] Borchardt si precipita ad incontrarli. Quando arriva alla nave apprende che i regali ospiti sono già diretti verso l’interno. Torna indietro e nel frattempo riceve un messaggio da Ranke, il supervisore agli scavi, che lo informa che “sta uscendo qualcosa di buono”. Nello stesso momento arriva la compagnia reale. Seguono brevi descrizioni dei singoli reperti, compresa la nota voce relativa al busto di Nefertiti “Durante questa scoperta i visitatori sono più eccitati che forse desiderabili. 4:15 via a casa. Senussi riferisce di aver individuato altre 3 teste di gesso e un piede di granito. 4 guardie poste sul sito. Tè in veranda. Al tramonto gli ospiti vanno al battello a vapore, che a questo punto ha quasi raggiunto Hagg Quandil. Alle 7:30 andiamo tutti a cena in cachi. 9:30 rientro a casa. 12:40 a letto dopo questa giornata vertiginosa.
Le norme fissate al tempo da Maspero prevedevano che metà dei reperti di ogni scavo rimanessero in Egitto, mentre l’altra metà sarebbe andata al Paese o comunque ai finanziatori degli scavi (“partage”), e che la Sovrintendenza avrebbe avuto la priorità della scelta. Maspero invia Gustave Lefébvre come rappresentante, ma Lefébvre non è un egittologo, è un filologo. Quel 20 di gennaio Lefébvre prende dalla sua valigetta un telegramma inviato da Maspero che gli ordina di eseguire la divisione “a moitié exacte” (in due metà esattamente uguali).Borchardt aveva avuto un primo incontro con un funzionario della Società Orientale Tedesca (verbalizzato anni dopo con teutonica precisione) in cui Borchardt affermava di “voler assolutamente il busto in Germania”. Fino alla “spartizione” del busto ha fatto pubblicare una sola foto, in cui si vede poco o nulla. Stranamente, il busto non è stato neppure pulito, per stessa ammissione di Borchardt.
E i fatti terminano qui.
Quel 20 gennaio 1913, con una fretta molto sospetta per una campagna di scavi tutt’altro che conclusa, viene effettuata la spartizione, ed iniziano invece i “si dice”.
“Si dice” che Borchardt abbia preparato le due parti per la spartizione inserendo il busto sotto una voce “falsa”, qualcosa come “busto di gesso dipinto di una principessa della famiglia reale, incompiuto”. Di seguito farà riferimento al busto come alla “regina colorata”, come se fosse una cosa da bambini.
“Si dice” che il team di Borchardt abbia creato il busto per ricostruire le tecniche dello scultore Thutmose, ma che la cosa sia loro scappata di mano quando il principe Johann Georg di Sassonia, parente del Kaiser ha visitato gli scavi e ha fotografato il busto, costringendoli ad inserirlo nei reperti catalogati.
“Si dice” che Borchardt abbia blandito Lefebvre, esaltando il valore di alcuni scritti e bassorilievi presenti nell’altro lotto.
“Si dice” che il busto sia stato messo sul fondo di una cassa, coperto da un telo in una stanza poco illuminata per ingannare Lefebvre.
“Si dice” che sia stato effettuato un sorteggio, e che Borchardt abbia pagato l’addetto al sorteggio per scegliere il lotto “giusto”.
“Si dice” che la suddivisione dei reperti non sia mai stata effettuata e che Borchardt abbia semplicemente scelto cosa portare fuori dall’Egitto.
Il segretario della Società Orientale Tedesca, Bruno Güterbock, che era presente all’evento, scrive un rapporto secondo cui Lefébvre è stato prima portato in un ufficio, dove ha guardato le foto di tutti i reperti. Gli è stata mostrata un’immagine di Nefertiti che “non era esattamente la fotografia più vantaggiosa“.
Borchardt in seguito menzionò di aver scelto con astuzia il dettaglio dell’immagine “in modo che non si possa riconoscere la piena bellezza del busto, sebbene sia sufficiente confutare, se necessario, ogni successivo discorso tra terzi sull’occultamento“.
Quindi consegna a Lefébvre l’elenco preliminare che divideva i reperti. Il busto di Nefertiti è in cima alla colonna di destra, seguito da circa 25 statue in gesso. Sono indicati 11 reperti in pietra nell’altra colonna, in testa c’è una stele di Akhenaton e Nefertiti molto “appetibile” (e casualmente a Berlino ce n’era già una…). Per colmo di ironia, pare che la stele stessa sia un falso.Di fatto, qualcosa di strano deve essere successo visto che dall’anno successivo fu cambiata la normativa, e tutti i pezzi valutati come “unici” non poterono più lasciare ufficialmente l’Egitto.
Gustave Lefébvre. Se il busto è a Berlino la colpa o il merito è tutto suo. Beneditelo o maleditelo a seconda dei casi. Lo ritroveremo nella seconda parte alle prese con il suo capo, che sarà costretto a prendere una posizione.
La lista del partage firmata da Lefébvre
E di fatto, qualcosa di anomalo nel percorso del busto c’è. Tutto il materiale proveniente da Amarna viene esposto a Berlino tra il 1913 ed il 1914. Il busto no. Viene esposto solo quando il kaiser Guglielmo II fa visita al museo, e subito dopo fatto sparire di nuovo. Un indizio che il busto sia un falso inserito nel catalogo solo perché il principe Johann Georg lo aveva visto e fotografato in Egitto?
Una delle prime foto “ufficiali” del busto al sicuro in Germania. Queste foto non furono mai mostrate in Egitto prima della partenza dei reperti e per molti mesi dopo
Dopo la “famigerata” spartizione, in quel gennaio del 1913 le casse vidimate da Lefébvre partono per il Cairo; se anche Maspero avesse delle perplessità, per legge non possono più essere aperte. Nel dubbio, però, il busto viaggia in una cassa separata e finisce direttamente a casa di Borchardt. Di lì riparte tutto per Berlino dove il materiale, tranne il busto, viene esposto al Neues Museum. La leggenda tramandata dalla famiglia Simon vuole che Heinrich, il figlio di James, abbia portato personalmente il busto nel suo baule fino a Berlino.
Immaginate l’espressione (e le parolacce…) di Lacau quando vide queste immagini della “regina colorata”
Di fatto, Simon si tiene il busto nella sua villa per una decina d’anni, tranne che per una fugace apparizione alla fine del 1913 per una visita al Museo da parte del Kaiser, a cui viene promessa una copia del busto. Borchardt sostenne che non dovesse essere esposto (senza una motivazione plausibile), alimentando le voci che fosse un falso, o comunque che fosse stato esportato illegalmente (in effetti Borchardt, “invidioso” di Schiaparelli, non pubblicò una riga sul busto fino al 1923). Nel 1924, dopo la donazione ufficiale di Simon allo Stato Prussiano, fu finalmente esposto all’ Ägyptisches Museum. La data è anch’essa sospetta, una sorta di concorrenza ai reperti di Tutankhamon degli eterni rivali inglesi che avevano infiammato il mondo con una nuova ondata di egittomania.
Il busto di Nefertiti nella villa di Simon, dove rimase per una decina d’anni.
Nel frattempo, una copia del busto viene fatta per il Kaiser dalla scultrice Tina Wentcher, il che creerà ulteriori dubbi sull’originalità del busto esposto. Una seconda copia viene fatta da Richard Jenner nel 1925; Jenner annota che il busto è in pietra ricoperto da uno strato sottile di gesso. Si sorprende perché a lui avevano detto che fosse solo in gesso (retaggio del “trucco” di Borchardt?)
Nel 1924, in coincidenza con l’esposizione a Berlino, arriva però anche la prima richiesta ufficiale di restituzione all’Egitto. La fa Pierre Lacau, il nuovo Direttore del Servizio Antichità, che non appena ha visto le foto del busto ha rischiato l’infarto. Lacau interroga anche Lefebvre, e Lefebvre cade in contraddizione. Ha ancora la lista “incriminata” ma non riesce a ricordare se avesse visto il busto o no. Ma allora, se non ha visto i reperti originali allora ha trascurato i suoi doveri. Se invece ha esaminato il busto, oltre alla colossale figura di m… Lacau non può rivendicare l’oggetto per il Cairo.
Nonostante questo, scriverà Lacau:
“Il signor Lefebvre, uomo di serietà e competenza indiscussa…dichiara che il suo protocollo è stato rispettato. Poiché ci ha rappresentati legalmente, la sua firma ci vincola“.
Lacau fa quello che ogni buon “capo” dovrebbe fare: protegge le persone del suo team. Lo fa anche se Lefébvre nel momento della spartizione dipendeva da Maspero, non da lui, e lo fa sapendo che probabilmente significa rinunciare a quel busto. Merita rispetto per questo. In compenso, blocca le spedizioni tedesche in Egitto come “rappresaglia” (anche se il blocco non diventerà mai effettivo).
La popolarità del busto già negli anni ’30: la baronessa Nadine Üxküll nel ruolo della regina Nefertiti a un ballo di Berlino (a destra), Berliner Illustrirte Zeitung del 20 aprile 1930. Nel mezzo, la statua di Ranofer, una di quelle “offerte” in scambio dal Cairo
Lo “scambio” proposto tra Berlino ed il Cairo presentato dalla stampa tedesca
Nel 1929 il paradosso: il Museo del Cairo nell’impossibilità di provare di essere nel giusto offre a Berlino dei reperti (la statua di Ranofer, sacerdote di Ptah e Sokar dell’Antico Regno, e la statua di Amenhotep figlio di Hapu del Nuovo Regno) in cambio del busto. Schäfer, Direttore del Museo di Berlino, accetta. Ma la stampa tedesca riceve una “soffiata” ed alza un polverone tremendo; viene pubblicata una vignetta (vagamente razzista) in cui Schäfer è ritratto come un asino che offre Nefertiti al re egiziano Fuad I ritratto come basso e furbescamente imbroglione.
E Schafer diventa l’asino che offre il busto di Nefertiti al re egiziano Fuad I, ben lieto di imbrogliare il tedesco in questa vignetta
Schäfer rinuncia, ma questa sorta di calciomercato andrà avanti a sorti alterne fino al 4 ottobre 1933, quando il primo ministro Göring insieme a Goebbels decide di donare direttamente il busto all’Egitto nel tentativo di spostarlo dall’influenza britannica. Lo fa però senza informare Hitler, e non è una buona idea. Il Fuhrer, che non ascolta le ragioni di una mossa propagandistica, fa un cazziatone a Göring e Nefertiti rimane a Berlino. Borchardt non esulta: le origini ebree della madre lo hanno convinto all’esilio a Parigi, dove morirà nel 1938 prima dell’arrivo dei nazisti.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, il busto finisce nei sotterranei dello Zoo di Berlino, poi segue molti dei beni artistici del Reich in Turingia, dove viene requisita dagli Alleati e portato a Wiesbaden, dove i famosi “Monuments Men” del Monuments, Fine Arts, and Archives Program (MFAA) allestiscono il cosiddetto Central Collecting Point.
Wiesbaden, Germania, 10 febbraio 1946: ritrovato nella miniera di sale di Merkers in Turingia dalla III armata del generale Patton, il busto è presentato dal capitano Walter Farmer, membro della commissione Monuments Fine Arts & Archives, incaricato della protezione dei beni culturali ritrovati nelle zone di combattimento. Il capitano Farmer giocò un ruolo fondamentale per la permanenza del busto in Germania.
Il capo dei Monuments Men, il capitano Walter Farmer, riceve l’ordine di spedire negli Stati Uniti 200 opere d’arte come bottino di guerra. La “Regina Colorata” è in quell’elenco. Farmer si oppone. “Se ora inviamo opere d’arte negli Stati Uniti come bottino non siamo migliori dei nazisti“, scrive seccamente. Farmer ed il suo collega Lindsay risalgono tutta la linea di comando e riescono ad averla parzialmente vinta. Gli oggetti già in Germania prima dell’avvento del nazismo rimangono in Germania. Negli USA vanno solo dipinti sequestrati da Goebbels & C. nelle loro razzie (e rientreranno piano piano nelle loro collocazioni originali). Il busto rimane in Germania e viene esposto a Wiesbaden.
Alcuna tra le copie “ufficiali” del busto, a sinistra la prima di Tina Wentcher. Il fatto che a distanza di 3300 anni non siano riusciti ad avvicinarsi al busto di Thutmose la dice lunga sull’abilità dello scultore
Il busto in esposizione a Wiesbaden, dove vennero esposti i reperti del Central Collection Point fino al 1956
A Wiesbaden il busto divenne una sorta di simbolo della rinascita tedesca del dopoguerra da un punto di vista culturale. Giocò un ruolo importante la volontà di liberarsi del retaggio nazionalsocialista e, forse, anche una sorta di “redenzione” viste le origini ebraiche di Borchardt e Simon.
Il busto di Nefertiti nella mostra permanente dell’Ägyptisches Museum nella Stülerbau orientale. Sekhmet veglia su di lei.
Dopo la fine della guerra, una nuova battaglia tra le neonate Germania Est e Ovest per il busto vede vincitori gli occidentali. Nefertiti viene esposta al Museo di Dahlem e trasferita nel 1967 alla mostra permanente dell’Ägyptisches Museum nella Stülerbau Orientale di fronte al castello di Charlottenburg. Dopo l’unificazione delle due Germanie, l’afflusso di visitatori cresce. Il busto viene portato all’Altes Museum, dove viene allestita una stanza praticamente tutta per lui ed infine nella sua collocazione attuale al Neues Museum.
Negli anni il busto viene soprannominato dai tedeschi “Nofri”, anche se nasce negli anni ’80 un movimento spontaneo per restituirlo all’Egitto, magari organizzando un’esposizione alternata Cairo/Berlino.
Berlino risponde che il busto è “troppo fragile” per viaggiare. Peccato che nel 2003 il busto stesso venga estratto dalla sua teca e posizionato su una statua in bronzo: è l’opera di due artisti ungheresi (Andras Galik and Balint Havas) intitolata “Il corpo di Nefertiti”. Statua e video dell’evento verranno esposti alla Biennale di Venezia, facendo discretamente arrabbiare gli egiziani.
“Il corpo di Nefertiti”, l’opera di Galik e Havas per la Biennale di Venezia del 2003 che fece gridare allo scandalo gli archeologi di tutto il pianeta per aver messo a rischio il busto e fece incazz…arrabbiare non poco gli egiziani per quello che venne considerato sia un affronto alle richieste di restituzione del busto che una profanazione della figura di Nefertiti. Il corpo in bronzo è ora esposto a Varsavia
Nel 2005 l’Egitto si appella formalmente all’UNESCO, che altrettanto formalmente se ne lava le mani.
Nel 2007 non può mancare all’appello Zahi Hawass, che inserisce il busto tra i “furti subiti dall’Egitto” e ne chiede almeno l’esposizione temporanea al Cairo scrivendo:
“Dato l’incommensurabile piacere e orgoglio che questo oggetto potrebbe portare agli egiziani che non hanno mai avuto l’opportunità di vederlo, sembra che sia necessaria una valutazione approfondita e imparziale da parte di un comitato scientifico per essere sicuri che ogni possibile scenario per la sua sicura esposizione in Egitto sia esaminato prima che la nostra richiesta del suo prestito venga rifiutata. Non metteremmo mai in pericolo nessuno dei nostri tesori insistendo sul fatto che viaggino contro il parere di una commissione imparziale di esperti. Tuttavia, sosteniamo che la valutazione di questi oggetti dovrebbe essere effettuata da un comitato internazionale equilibrato e diversificato, inclusi esperti dall’Egitto e da altre nazioni non occidentali”.
Wildung, all’epoca Direttore del Museo di Berlino, risponde seccamente che il busto è legalmente a Berlino e lì rimarrà.
Fine della storia?
Il busto di Nefertiti al piano superiore dell’Altes Museum. Si delinea l’idea dell’esposizione isolata, separata dagli altri reperti
Nefertiti nella sua collocazione attuale al Neues Museum, nella North Dome.
Una curiosità: nel museo è possibile fotografare ovunque tranne che in questa sala. I visitatori possono fotografare il, busto solo dalle stanze adiacenti. Il divieto è stato imposto (nella stanza è anche proibito conversare) per permettere ai visitatori di contemplare l’opera senza essere disturbati dai flash spesso dimenticati accesi.
Grazie alla creatività degli allestitori, nella North Dome lo sguardo di Nefertiti si estende per tutta la lunghezza dell’edificio fino alla monumentale figura del dio del sole Helios, che si erge nella South Dome. Helios è un dio greco, ma questa statua è stata trovata nel Medio Egitto. Anche se i due oggetti siano stati creati a circa 1500 anni di distanza uno dall’altro, possiamo dire che Aton continua a legarli indissolubilmente.
La perfezione consiste nell’imperfezione
RIFERIMENTI:
Helaine Silverman, Contested Cultural Heritage – Religion, Nationalism, Erasure, and Exclusion in a Global World. Springer 2010
Friederike Seyfried, In the light of Amarna. Ägyptisches Museum Und Papyrussammlung Staatliche Museen Zu Berlin 2013
Re-Examining Nefertiti’s Likeness and Life, Der Spiegel 2013
Già nell’era neolitica, attorno al 7000 a.C., l’uomo utilizzava i minerali vetrosi che trovava in natura, come l’ossidiana, per realizzare utensili; in Egitto circa 5.500 anni fa si creavano piccole perle decorative modellate dalle scorie vetrificate che si generano come sottoprodotto dalla fusione di metalli come rame e argento.
Il primo vetro realizzato artificialmente di cui si ha notizia in Egitto risale al Periodo Predinastico, durante il V e il IV millennio a.C. e si otteneva mescolando polvere di silice, calce, soda e malachite e poi fondendo il composto ad alte temperature; esso non era lucido e trasparente come quello moderno ma colorato e poteva essere lavorato con facilità.
La pasta risultante dalla fusione, infatti, veniva usata per creare recipienti cavi rivestendo con essa una forma cilindrica di polvere di silice e argilla o steatite, oppure oggetti pieni colandola in uno stampo; in tal modo si realizzavano collane e amuleti, ushabti, decorazioni e rifiniture di statuine e vasi e a partire dal Nuovo Regno flaconi per unguenti ed oli, tazze, calici, coppe, crateri, vasi tubolari od ovoidali con collo cilindrico e recipienti a forma animale.
Bisognerà attendere il 1’ secolo d. C. perché venissero introdotte le tecniche di soffiatura, nate probabilmente in Siria.
Gli Egizi amavano il vetro colorato di azzurro oppure di “blu egiziano” e spesso apponevano agli oggetti decorazioni di fiorellini rossi, gialli e bianchi.
Grazie alle innovazioni tecnologiche introdotte durante la XVIII dinastia il vetro egizio raggiunse un elevato grado di trasparenza e lucentezza e le città di Malqata, Tell el-Amarna e Lisht divennero celebri per i loro costosi e raffinati prodotti, frutto di procedure di fusione mantenute segrete; in quell’epoca il vetro egizio veniva anche esportato in lingotti in tutto il Mediterraneo per essere poi rilavorato dagli artigiani locali che lo scaldavano sulla fiamma oppure a freddo, trattandolo come una pietra dura e fragile.
Con l’Eta’ del Ferro (attorno al 1300 a. C.), tuttavia, la produzione di vetro egizio subì una violenta battuta d’arresto, che si protrasse fino alla dinastia tolemaica (305 a.C. – 30 a.C.).
Qui trovate una carrellata di reperti, quasi tutti risalenti alla XVIII – XIX dinastia, molti dei quali rinvenuti a Malqata.
GLI STAMPI PER IL VETRO
Al MFA di Boston sono conservati questi stampi per vetro: sono reperti molto particolari e venivano usati per realizzare decorazioni a forma di uccelli e di palmette ed amuleti (Occhio di Horus e Bes).
GLI INTARSI
Gli intarsi sono figure ottenute accostando sopra una superficie piana tessere variamente sagomate di materia diversa ed utilizzate per decorare oggetti, mobili o strutture architettoniche.
Fin dalla prima dinastia appaiono cofanetti intarsiati con motivi geometrici in avorio, ossidiana, vetro, quarzo o legno; nella quarta dinastia si trovano mobili in legno con geroglifici intarsiati in oro e nei secoli successivi la tecnica raggiunse livelli elevatissimi, come nella maschera di Tutankhamon, realizzata con l’intarsio di vetro blu, ossidiana e quarzo.
L’uso di decorare sarcofagi, arredi domestici e strutture religiose con intarsi in vetro o pietre dure che raffiguravano figure umane iniziò nella XVIII dinastia e si protrasse fino all’epoca tolemaica: nelle immagini parti di intarsio in vetro: il profilo azzurro in alto a sinistra raffigura Akhenaton, quello in basso a destra risale all’epoca tolemaica, quello in basso a sinistra al VII secolo a. C. e l’altro alla XVIII dinastia.
L’EPOCA TARDA
Questo è il livello raggiunto nella lavorazione del vetro in Egitto in epoca tolemaica e romana:
A Sua Eccellenza Il Ministro della Pubblica Istruzione – Roma
Eccellenza, mi è sommessamente grato il comunicare a V.E. che, dopo alcune settimane di permanente lavoro nella parte della necropoli tebana che è designata sotto il nome di Deir-el-Medina, questa missione scoperse una scala scavata nella montagna e che scendeva profondamente nella medesima e dava accesso a una tomba intatta.”
Così scriveva, nel suo consueto stile, Ernesto Schiaparelli per comunicare al finanziatore della Missione Archeologica Italiana ciò che era avvenuto cinque giorni prima. Sempre nel suo consueto stile, ci penserà 21 anni prima di pubblicare qualcosa sulla tomba – fino al 1927, quando gli ori di Tutankhamon avevano ormai fatto sparire in un gorgo luccicante tutte le altre scoperte contemporanee.
Le pagine del diario di Francesco Ballerini, archeologo della M.A.I. che descrivono l’esplorazione del corridoio: “Tomba intatta. Il corridoio non conteneva niente. La porta era chiusa con buone pietre, oltre le quali si trovarono a sinistra entrando, successivamente: – Due paia di sandali – Due coffe ben lavorate colla fune colle quali erano sospese ad un palo che però vi fu lasciato. Vicino sta un supporto di lampada a forma di loto. Appoggiati alla muraglia e stesi al suolo vicino e intorno alle coffe rami di perse e di sedano selvatico, eccetera – Di fronte sull’altra parete un mucchio di pietre avanzate nella costruzione della porta – Un sedile quadrato – Un letto grande sopra cui è avvoltolata una bella stuoia – Un sedile rotondo a tre gambe ricurve sopra il quale è una paniera con un buco rotondo sul fondo – Altro sedile a quattro gambe (di leone) su cui è steso un pezzo di tela a pennacchi. Dinanzi è posato uno sgabello. Il sedile è di paglia intrecciata. Sul sedile quadrato è dipinta l’iscrizione che è pure ripetuta sullo sgabello.”
“All’imboccatura della tomba si accedeva scendendo una rampa di gradini scoscesi, ancora parzialmente coperti dai detriti. In fondo a questa scalinata, l’ingresso di un passaggio che correva nel fianco della collina era bloccato da un muro di pietre grezze. Dopo averlo fotografato e rimosso, ci siamo trovati in una galleria lunga e bassa, bloccata da un secondo muro pochi metri più avanti. Entrambi questi muri erano intatti, e ci siamo resi conto che stavamo per vedere quello che probabilmente nessun uomo vivente aveva mai visto prima… Rimosso il secondo muro, un corridoio scavato grossolanamente di un paio di metri di altezza. Allineati contro il muro a sinistra c’erano mobili funerari, diverse ceste, un paio di anfore, un letto, uno sgabello e un palo per il trasporto. In fondo al corridoio c’era una semplice porta il cui legno conservava il colore chiaro dell’abete fresco e sembrava che tutto fosse stato installato solo ieri. Una pesante serratura di legno chiudeva saldamente la porta, la cui maniglia di bronzo era pulita e fissata ad un pomolo murato nello stipite con una corda sigillata con una piccola quantità di argilla. L’intero congegno sembrava così moderno che il professor Schiaparelli chiamò il suo servo per chiedergli la chiave, ed il servo serio e compunto rispose: “Io non so dove sia, signore…”
Arthur Weigall. Inglese, aveva lavorato con Petrie e con un giovane Howard Carter (con cui entrerà in feroce polemica alla scoperta della tomba di Tutankhamon per questioni legate ai diritti di cronaca) prima di essere nominato Capo Ispettore per le Antichità nell’Alto Egitto, carica ereditata dallo stesso Carter
Così scriverà invece Arthur Weigall, ispettore del servizio antichità del Cairo per l’Alto Egitto, descrivendo la scoperta in modo più coinvolgente e vagamente ironico.
Adesso è nota come TT8, Tomba Tebana n° 8. All’epoca, il salvagente della Missione Archeologica Italiana.
Il pyramidion della cappella funeraria di Kha, involontario specchietto per le allodole che deviò l’attenzione dei tombaroli. Attualmente al Louvre, inventario E 13988
È la tomba di un funzionario, Kha, vissuto sotto almeno tre Faraoni (Amenofi II, Thutmosis IV e Amenofi III. Il nome di Amon è stato scalpellato dalla sua cappella funeraria, per cui potrebbe aver visto l’inizio del regno di Amenofi IV/Akhenaton.La tomba è sfuggita ai predoni perché la cappella funeraria correlata non è nelle immediate vicinanze, bensì sul versante opposto, a circa 25 metri in linea d’aria. Drovetti ne aveva recuperato il pyramidion (ora esposto al Louvre) e la stele esposta a Torino.
La posizione della necropoli di Deir-el-Medina a Tebe e quella della TT8 di Kha e Merit
La posizione della tomba ricostruita in 3D rispetto alla cappella funeraria. Probabilmente l’ingresso fu coperto dagli scavi delle numerosissime tombe di funzionari scavate nella zona.
Sezione della tomba in 3D, con lo sviluppo pressoché lineare
Kha era “Capo della Grande Casa” e sovrintendente dei lavori alla Necropoli Reale. Lo sappiamo anche dalla stele riportata da Drovetti. Lui e la moglie Merit avevano almeno due figli, Nekhteftaneb e Amenemopet, e una figlia, Merit (come la madre), Cantatrice di Amon.
Kha era di conseguenza un personaggio di rilievo nella preparazione delle ultime dimore dei faraoni. SI fece quindi costruire una tomba con le stesse tecniche e, fortunosamente, rimasta intatta fino a noi.
L’ingresso della tomba come appariva agli scopritori e Il secondo corridoio che conduceva alla camera sepolcrale come apparve a Schiaparelli ed a Weigall
La porta in legno che conduceva alla camera sepolcrale, ora al Museo Egizio di Torino. Ha “solo” quasi 3500 anni…
Senza chiave per aprire la porta in legno, Schiaparelli fece tagliare sigillo e serratura, e la porta si aprì per la prima volta in più di tremila anni per entrare nella camera funeraria.
E queste furono le prime “cose meravigliose” che apparvero a Schiaparelli e Weigall. Coperto da un telo di lino, il sarcofago di Merit; addossato al muro sullo sfondo il sarcofago di Kha, anch’esso coperto da un telo. Sul pavimento, gli oggetti della coppia.
Gli oggetti principali erano ancora ricoperti da teli per la polvere, ben visibili nelle fotografie dell’epoca. Ciò che colpì maggiormente Weigall fu un portalampada in legno a foggia di colonna di papiro il cui piattino in lega di rame conteneva ancora le ceneri prodotte dalla sua antica fiamma.
“Ci chiedemmo sbalorditi se le ceneri qui, apparentemente non fredde, avevano davvero smesso di brillare in un momento in cui Roma e la Grecia erano inimmaginabili, quando l’Assiria non esisteva e quando l’esodo dei figli di Israele era ancora incompiuto”
è il suo riverente commento.
Qui si vede bene, in primo piano, il portalampada in legno che tanto colpì gli scopritori
La tomba ritrovata rifletteva la ricchezza personale dei proprietari, la loro particolare posizione all’interno della società e la loro storia di vita. È come se una casa di lusso della XVIII dinastia fosse stata imballata in preparazione per il riutilizzo nell’aldilà. Un trasloco nell’oltretomba, letteralmente.
C’erano tavoli pieni di offerte di cibo: verdure (tritate e condite, Kha era quasi sdentato quando morì), purea di carruba, uva, datteri, sale, cumino, trecce di aglio e bacche di ginepro.
l nome di Kha è inciso sugli oggetti che gli appartenevano in virtù del suo mestiere e del suo rango, una fiera attestazione di proprietà. Ma c’è anche la vita personale di Kha e di sua moglie Merit attraverso i suoi vestiti, i gioielli, i mobili, gli articoli da toeletta, i passatempi preferiti.
La tomba di Kha, nella sua ricchezza, forse non ha lo sfavillio della maschera di Tutankhamon ma ha molto di più. Kha è uno di noi. Non è divino, non siede su troni d’oro, non massacra nemici in nome della Terra di Khemet. È un artigiano (seppur di altissimo livello, non dimentichiamolo) e la sua tomba illustra la vita di tutti i giorni di una persona, non di un Faraone. Forse questo lo rende più ”reale”, più vicino a noi. E non è poco.
Ricostruzione della disposizione degli oggetti
La “processione” degli oggetti estratti dalla tomba. Lo stato di conservazione era talmente buono che non ci fu praticamente bisogno di un lavoro preliminare di consolidamento e protezione in loco.
Però – e c’è un però – se possiamo essere felici che tutto il corredo funerario di Kha sia a Torino, non è chiaro perché sia a Torino. Il sistema in vigore con Maspero era la divisione al 50% dei reperti, con diritto di prelazione per l’Egitto; come mai i reperti sono tutti in Italia? Un sotterfugio della Missione Italiana non è ipotizzabile, come abbiamo visto il rappresentante delle Antichità era presente al momento dell’apertura. Una concessione da parte di Maspero al suo ex allievo, che dalla Valle delle Regine aveva riportato poco o niente? È questo il motivo per cui gli scavi della M.A.I. non furono citati nei resoconti annuali delle autorità egiziane, per evitare imbarazzanti confronti? Probabilmente non lo sapremo mai.
I SARCOFAGI E LE MUMMIE
Kha, come abbiamo visto, era un uomo facoltoso. Decise quindi di essere sepolto in una serie di sarcofagi come d’uso nella XVIII Dinastia, uno esterno squadrato e due bare antropomorfe interne. Probabilmente lo stesso corredo era stato pensato per Merit, ma evidentemente la donna morì prematuramente e fu necessario usare in fretta e furia una delle bare di Kha per contenerla. La bara antropomorfa di Kha risultò troppo grande per la minuta Merit, quindi lo spazio in eccesso è stato riempito da lenzuola ripiegate. La “mancanza” della seconda bara interna fu compensata con una splendida maschera funeraria.
Entrambi furono sepolti con i gioielli che testimoniavano il loro status sociale ed il compiacimento dei Faraoni sotto cui Kha aveva prestato la sua opera.
Le mummie non sono mai state sbendate; la mummificazione sarebbe avvenuta per semplice immersione in bagno di natron (non ci sono segni di eviscerazione, quindi non ci sono vasi canopi per la conservazione degli organi interni).Le mummie furono esaminate ai raggi X negli anni ’60, e la conclusione fu che, nonostante lo status di Kha e Merit, la mummificazione fosse stata fatta in maniera frettolosa e “povera”. Si ipotizzò addirittura che fossero stati semplicemente bendati e sepolti.
Le indagini successive con la TAC hanno mostrato che i corpi sono molto ben conservati (soprattutto quello di Kha). La scelta di non sbendare le mummie è ovviamente comprensibile, ma su cui si può discutere; è un peccato non poter ammirare i gioielli di Kha e Merit “dal vivo”, ma in fondo sono rimasti dove dovevano essere. Credo che sia un eterno dilemma in questo campo.
Così apparve il sarcofago di Kha agli scopritori
Il sarcofago intermedio di Kha riproduce l’immagine della mummia rivitalizzata e, al momento della scoperta, vi erano appoggiate due grandi ghirlande di loto e un papiro contenente il Libro dei Morti. La superficie è caratterizzata da elementi in rilievo ricoperti da gesso e foglia d’oro che evocano la luce solare ed evidenziano i simboli del risveglio a nuova vita di Kha. Tra questi si notano la maschera funeraria, l’ampio collare chiamato “Usekh” e le bande (ad imitazione delle fasce che stringono il lenzuolo funerario intorno al defunto) che recano formule e preghiere a Nut, Thot, Anubi e i figli di Horus, divinità tradizionalmente associate con l’Aldilà e chiamate a proteggere l’integrità del corpo del defunto. Nekhbet in forma di avvoltoio dorato in rilievo protegge il petto della bara
Nel dettaglio possiamo ammirare l’opera di rivestimento in foglia d’oro dei rilievi
La bara antropomorfa interna di Kha è completamente dorata; la foglia d’oro è stesa su un finissimo strato di gesso su cui sono modellati a rilievo le figure e le iscrizioni, che riprendono i testi già osservati sul sarcofago intermedio. Il viso è impreziosito da occhi in pasta di vetro intarsiato. Nekhbet protegge nuovamente il petto appena sotto le braccia incrociate
I dettagli anche in questo caso sono estremamente ben curati
La parte superiore del sarcofago interno
Kha ha riposato qui per più di 33 secoli prima della scoperta della Missione Archeologica Italiana
L’espressione che è stata conferita al volto di Kha nella bara interna è di serenità estrema
La mummia di Kha ci mostra che era alto circa 170 cm (168 all’ultimo esame nel 2014). Fu mummificato con le braccia distese lungo i fianchi e le mani sul pube. Era anziano per l’epoca, intorno ai 60 anni, quasi completamente sdentato (curiosamente aveva perso premolari e molari ma aveva mantenuto gli incisivi) e con segni di aterosclerosi e di artrite. Mostra la frattura di una vertebra, probabilmente un infortunio sul lavoro
La mummia di Kha porta una particolare collana formata da numerosi dischi chiamata “shebyu”, che il re donava come “Oro dell’Onore” ai suoi funzionari più capaci. Kha porta inoltre una catenella con appeso uno scarabeo del cuore, un paio di larghi orecchini, due bracciali e due cavigliere, cinque anelli e due amuleti a forma di cobra e di nodo di Iside, rispettivamente collocati sul petto e sulla testa
Nella proiezione laterale si capiscono bene le dimensioni dei gioielli indossati da Kha nella sepoltura
Il cervello di Kha non è stato estratto, come è evidenziato dalle frecce
La mummia di Kha indossa due grandi orecchini in oro, una collana in dischi d’oro e sei anelli. Kha è uno dei primi esempi di un personaggio egizio di sesso maschile che indossava grandi orecchini ad anello, molto spessi. Si pensa che questa “moda” sia stata importata dalla Nubia alla fine della XVII Dinastia. La collana invece è l’Oro dell’Onore, la massima onorificenza donata dal Faraone a chi si distingueva particolarmente nei suoi compiti. Si calcola che pesi tra un chilo ed un chilo e mezzo. La ricostruzione fa vedere molto bene anche lo scarabeo del cuore, probabilmente con inciso sul retro una delle formule magiche del Libro dei Morti. Sulla fronte, in posizione inusuale, una testa di serpente (ureo) normalmente posizionata sul collo del defunto. La posizione sulla fronte (come per l’ureo dei Faraoni) ha lasciato supporre un particolare onore reso dagli addetti alla mummificazione. Sotto l’Oro dell’Onore, un Nodo di Iside (“tiet”) probabilmente in pietra rossa. Due ornamenti in foglia d’oro avvolgono entrambe le braccia
Il sarcofago esterno di Merit è un po’ più semplice, senza la struttura a forma di slitta sottostante e conteneva una sola bara antropomorfa, le cui iscrizioni erano per Kha. La qualità del legno è inferiore rispetto al sarcofago di Kha, con la presenza di alcune “giunte”. Questi elementi hanno portato all’ipotesi che Merit sia morta prematuramente, quando il suo corredo funerario non era ancora completo
Al momento della scoperta, il sarcofago interno di Merit era avvolto in un telo e racchiudeva, proteggendole, la mummia della donna e la preziosa maschera funeraria posta sul capo. Il fatto che i testi funerari siano a nome di Kha e che le dimensioni generali del sarcofago eccedano quelle del corpo minuto di Merit suggeriscono che la cassa possa essere stata preparata originariamente per Kha e poi successivamente utilizzata invece per la sepoltura di Merit
Il sarcofago è finora unico nel suo genere, perché fonde in sé i due diversi modelli decorativi osservabili. rispettivamente, sul sarcofago mediano e quello interno di Kha: la cassa è coperta infatti da resina nera con figure ed iscrizioni in foglia d’oro, mentre il coperchio è completamente dorato. È stato ipotizzato che ciò abbia forse permesso di integrare in un solo sarcofago antropoide la funzione simbolica dei due normalmente previsti all’epoca. Il fatto però che i testi funerari siano a nome di Kha rende dubbia questa opinione, in quanto non sarebbe stato concepito per questa funzione
Si notano bene nelle fotografie originali le lenzuola usate come imbottitura per riempire lo spazio derivante dalla “taglia” sbagliata e la maschera funeraria
Si notano bene nelle fotografie originali le lenzuola usate come imbottitura per riempire lo spazio derivante dalla “taglia” sbagliata e la maschera funeraria
Il particolare della maschera funeraria ancora sul corpo di Merit
Senza la maschera è resa evidente la differenza tra la bara ed il corpo di Merit
La mummia di Merit al Museo Egizio di Torino
La maschera funeraria di Merit è anch’essa in legno ricoperto di gesso e da una foglia d’ oro intarsiata con pietre dure e vetro colorato
Il vetro imita pietre più preziose quali lapislazzuli, turchese e corniola. La maschera fu trovata leggermente schiacciata, forzata all’interno dalla bara, l’occhio sinistro è stato restaurato mentre la maschera è stata rimodellata e consolidata
Merit ci osserva nel suo sguardo senza tempo
I danni alla maschera dovuti all’incastro in una bara che non era nata per contenerla si vedono molto bene dal lato
Merit mostra un’età apparente alla morte di circa 25 anni ed era alta circa 149 cm, anche se la sua mummia è un paio di centimetri più bassa anche per i danni alla colonna vertebrale. Anche nel suo caso il cervello non è stato estratto. Anche Merit non era messa molto bene con i denti, aveva perso un canino ed altri tre denti; un ascesso minacciava di fargliene perdere un altro. Un anello si è spostato durante la mummificazione o il trasporto ed è finito dietro la nuca (punta di freccia a destra).
Merit indossa due paia di orecchini a nastro (il doppio foro all’orecchio era una “novità” della XVIII Dinastia tra le classi abbienti) e un ampio pettorale “Usekh” in oro e pietre dure, probabilmente lapislazzuli, corniolo, turchese o pasta di vetro. Stranamente, Merit non indossa amuleti funerari (scarabeo del cuore o Nodo di Iside)
Una ricostruzione 3D dei gioielli di Merit
Curiosamente, il torace di Merit è stato “massacrato”, con vertebre e costole fratturate e dislocate. Al braccio Merit porta un fine bracciale in oro (radiografia in basso a sinistra) ed indossava 4 anelli in oro, di cui come abbiamo visto uno dislocato dietro la nuca. Intorno alla vita una cintura con perline in pietre dure intervallate da elementi in metallo
Le immagini di uno degli ultimi esami radiografici effettuati. La mummia di Merit sembra ancora più minuta in queste foto
Il sarcofago esterno di Kha, originariamente protetto da un grande lenzuolo di lino, è in legno di sicomoro ricoperto da una sostanza di colore scuro. Contrariamente a quanto si pensava inizialmente, non è bitume ma pece riscaldata e mescolata con olio di cedro e carbone. La cassa è composta da cinque parti smontabili e da un coperchio di forma arcuata che gli conferisce l’aspetto di un santuario. La base è lavorata in modo da imitare la forma della slitta usata per trasportare il catafalco alla tomba durante il funerale.
GLI OGGETTI DI TUTTI I GIORNI
Sono più di 500 gli oggetti trovati da Schiaparelli e dalla sua squadra nella tomba di Kha e Merit. Alcuni sono arredi funerari, ma la maggior parte è costituita dagli oggetti di uso quotidiano della coppia. È un’occasione unica per “guardare” la vita di questa coppia, per capire chi fossero come persone.
Entriamo quindi nella loro “casa”, con il dovuto rispetto di chi è ospite. Non sono oggetti, sono i loro oggetti, le loro cose.
Gli oggetti personali di Kha ci parlano della professionalità del loro proprietario. Kha ha voluto con sé gli strumenti del suo lavoro, quello che lo avevano reso così fiero per l’approvazione dei Faraoni sotto cui aveva lavorato e che avevano dato un futuro ad almeno uno dei figli.
Merit ci mostrerà con orgoglio la sua splendida parrucca ed i suoi vestiti che la identificavano come Padrona della Casa di un alto funzionario, e tutti gli oggetti della loro casa che testimoniano la loro agiatezza ed il prestigio di cui entrambi godevano.
Ma naturalmente vedremo anche gli oggetti di tutti i giorni, quelli per l’igiene personale, l’abbigliamento ed una considerevole scorta di derrate alimentari per il lungo viaggio della coppia: pagnotte, datteri, frutta secca, carne di volatili, di pesce.
Impossibile descriverli tutti: un’occasione in più per andare – o tornare – al Museo Egizio di Torino a vederli dal vivo.
Io posso solo fare una carrellata di quelli più significativi, per chi vorrà accompagnarmi a casa di Kha e Merit.
Questo è in assoluto l’oggetto che rappresenta Kha, secondo il mio modesto parere. È ciò che ci avrebbe mostrato per primo nella nostra visita a casa loro, con la giusta fierezza di farcelo vedere. È un “cubito reale”, ossia la lunghezza di un avambraccio e di un palmo pari a circa 52 centimetri, l’unità di misura nell’Antico Egitto. Lo strumento di lavoro dei costruttori. Kha ne aveva uno pieghevole, per l’uso quotidiano, ma questo è placcato in oro e porta i cartigli di Amenhotep II, il primo Faraone sotto cui Kha aveva servito. Probabilmente il dono per un compito eseguito eccezionalmente bene, forse il suo primo successo esaltante. Questo oggetto grida che il suo proprietario era competente, e che il suo talento brillava come l’oro
Il dettaglio delle estremità del cubito con i cartigli di Amenhotep II (Aakheperure) permette di apprezzare la fine lavorazione ed il valore di questo reperto. Possiamo solo immaginare l’emozione di quest’uomo quando lo ha ricevuto dalle mani del Faraone, di cui stava magari preparando la sua Dimora dell’Eternità. E quante volte lo avrà riguardato, lucidato, mostrato ai figli ed agli amici raccontandone la storia…
Per l’attività giornaliera, Kha usava invece questo cubito in legno di acacia, pieghevole per comodità e contenuto in un astuccio in cuoio. Questo cubito è stato usato moltissimo, ci sono graffi e segni di riparazioni ovunque; il meccanismo di chiusura, a doppio fermaglio, è stato riparato e sostituito almeno una volta da Kha
L’astuccio per il cubito pieghevole di Kha, con tanto di fettuccia per il trasporto
Il dettaglio ci evidenzia la suddivisione del cubito (“meh”) in 7 palmi (“shesep”), ognuno dei quali formato da 4 dita (“djeb’a”, a sinistra in basso). Ogni cubito era quindi lungo 28 “dita”. Si pensa che il profilo pentagonale sia stato concepito per vedere meglio dall’alto dove marcare i riferimenti durante le misurazioni.
Un oggetto su cui si è molto dibattuto è questa piccola asse di legno con un cerchio sotto, un reperto unico nel suo genere. Si pensava fosse una sorta di bilancia (poco attinente al lavoro di un costruttore edile, in realtà) prima di accorgersi che il cerchio ha inscritto una sorta di rosa dei venti con 16 petali circondata da una linea a zig-zag con 36 vertici, ognuno dei quali suddivide la circonferenza in angoli di 10 gradi. Dovrebbe quindi trattarsi di un goniometro ad uso prettamente edile
Utilizzando un filo a piombo come mostrato, era possibile con questo strumento calcolare l’inclinazione degli angoli con notevole precisione
Non possono mancare ovviamente gli strumenti dello scriba, una tavolozza da scriba con le cannucce ed i pigmenti colorati. Nella tomba c’erano anche diversi strumenti per lisciare i fogli di papiro e le tavolette su cui appoggiarli per scrivere.
Il letto di Kha, di dimensioni maggiori rispetto a quello della moglie, non entrava nella camera sepolcrale della tomba; venne quindi trovato da Schiaparelli nel secondo corridoio (si vede bene nella foto originale ai tempi della scoperta). È composto da un’armatura in legno di sicomoro formata da due listelli longitudinali leggermente arcuati e sostenuti da quattro piedi in forma di zampa di leone. La parte rialzata, ottenuta accostando tre pannelli di legno uniti tra loro da due giunture, costituisce il lato dei piedi e non, come saremmo portati a immaginare, la “testiera”. Il poggiatesta in legno, collocato all’estremità opposta, era usato al posto del cuscino.
I piedi sagomati a forma di zampa di leone avevano tradizionalmente un valore protettivo; il sonno e il sogno erano d’altronde considerati nell’Antico Egitto una zona di confine tra il mondo reale e quello soprannaturale, nella quale l’uomo si trova in una condizione di profonda vulnerabilità
Il letto di Kha a sinistra nel corridoio di accesso alla camera sepolcrale
Nella bara di Kha c’era una delle prime copie del Libro dei Morti su papiro. È lungo ben 13,8 metri ed è decorato con raffigurazioni di ottima qualità che illustrano 33 capitoli. Schiaparelli lo trovò piegato sul secondo sarcofago.
Anche Merit ovviamente è “coinvolta” nel Papiro dei Morti; qui la coppia in adorazione di Osiride
Proprio davanti al suo sarcofago esterno, in una posizione di rilievo al centro della camera funeraria, era stata collocata una splendida sedia con spalliera, decorata con immagini floreali e con iscrizioni volte ad assicurare all’anima del defunto “ogni cosa buona e pura”. Sopra un telo decorato, adagiato sulla sedia, erano posizionati vari oggetti: al centro si trova una statuetta in legno del defunto, ornata da due ghirlande miniaturistiche poste intorno alle sue spalle e ai suoi piedi; un ushabti era appoggiato alla spalliera, mentre un sarcofago in miniatura, del tutto simile ai sarcofagi esterni quadrangolari di Kha e Merit, conteneva un altro ushabti e i modelli di alcuni strumenti di lavoro.
Il portalampada a destra nella foto precedente, che colpì così tanto gli scopritori, è praticamente l’unico oggetto della tomba rimasto al Cairo; a Torino è rimasta una copia
La tavola da senet, una tavola da gioco completa di cassettino per pedine e astragali (ossicini usati come dadi) che abbiamo visto anche nelle decorazioni della tomba di Nefertari, è un oggetto di lusso che raramente si trova in tombe private. Su alcuni riquadri sono scritte indicazioni come “aprire”, “gli spiriti ba”, “l’acqua”, “perfetto”, che per noi, che non conosciamo le regole esatte del gioco, risultano ancora oggi davvero enigmatiche. L’oggetto è un dono di Benermeret, figlio di un collega di Kha di nome Neferhebef, che è raffigurato anche nella cappella funeraria di Kha
È straordinariamente moderno questo contenitore allungato a tubo in vetro blu per il kohl (l’impasto nero a base di nero carbone e antimonio da applicare sulle palpebre e sulle ciglia come filtro contro i raggi solari e come disinfettante) a forma di palma, decorato con motivi a festone bianchi, gialli e arancioni e dotato di bastoncino applicatore in legno. Il motivo della palma è anche simbolico, perché la chioma di quest’albero è anche il geroglifico che indica l’essere giovani
Il contenitore per il kohl, insieme ad altri oggetti per la cosmesi era contenuto in questo cofanetto con doppio coperchio piano è suddiviso in scomparti interni che conteneva alcuni vasetti in alabastro e in vetro colorato. Nei recipienti vi sono tracce di unguenti e di creme a base di grasso. Purtroppo finora non sono stati fatti studi sistematici sulle sostanze e sui cibi lasciati nella tomba
Un altro eccezionale reperto appartenuto a Merit è la parrucca realizzata con ciocche di capelli veri, cucite e intrecciate. La capigliatura è divisa da una scriminatura centrale e le chiome sono arricciate in boccoli terminanti con trecce, ai lati del viso e sulla nuca. Si tratta di un’acconciatura spesso ornata di fiori e diademi, molto di moda a metà della XVIII dinastia, come si nota nelle raffigurazioni pittoriche e statuarie dell’epoca.
Il fatto che la scatola in legno in cui era conservata non abbia la decorazione e le iscrizioni completate è un altro indizio della morte prematura ed inaspettata di Merit. Il contenitore in legno è comunque il più alto ritrovato finora per la conservazione delle parrucche di tutto il periodo faraonico.
“Alla casa di Cha appartennero pure amendue i letti, rinvenuti nella sua tomba; uno, il maggiore, il suo, che si trovò nell’anticamera, e il minore, della moglie Mirit, nell’interno della tomba; quest’ultimo parato con lenzuola e coperte, asciugamani e due poggiatesta: uno dei quali, quello di Mirit, interamente fasciato con doppia tela per renderne meno sensibili gli spigoli” Così scriveva Schiaparelli dei due letti trovati nella tomba.
La vita nel mondo dell’Aldilà prevede per tutte le persone agiate i medesimi lussi di cui avevano goduto in vita. Il letto, indispensabile nella vita quotidiana, diventa elemento irrinunciabile nell’ottica di una vita eterna. A questo scopo il letto di Merit è stato deposto nella tomba accuratamente preparato e completo di biancheria e di poggiatesta imbottito, utilizzato in Egitto al posto del cuscino.
La rete, ottenuta intrecciando corda vegetale, era accompagnata da uno o più lenzuoli di lino e da una coperta con le frange che ci restutuiva in modo straordinariamente attuale e vivo l’aspetto di un letto privato del Nuovo Regno. L’esposizione delle lenzuola ha però pregiudicato in parte la loro conservazione ed è stato deciso di rimuoverle
Due cofanetti in legno decorato praticamente gemelli dedicati dai figli, insieme ad un terzo in cui viene raffigurata anche la figlia Merit contenevano un’infinità di perizomi e di abiti di Kha e Merit, insieme ad un piccolo tappeto. Sulla parete di ciascuna cassa, Kha e Merit ricevono offerte dal figlio
Sul sito del Museo Egizio vengono riportati i nomi dei figli come “Nakhttaneb” e “Nekhetef”, mentre a me risultano “Imenemipet” o “Amenemipet”, che lavorò anch’egli alla necropoli reale, e “Nakhteftaneb”, di cui si perdono le tracce.
La tomba conteneva 26 tuniche di lino estive, 17 invernali e una cinquantina di perizomi. Gli abiti erano siglati, come abbiamo visto in altri post, per permetterne il riconoscimento quando mandati a lavare.
La firma di Kha sui suoi oggetti
Riferimenti:
Gabellone, Francesco & Ferrari, Ivan & Giuri, Francesco & Chiffi, Maria. (2017). Image-Based techniques for the virtualization of Egyptian contexts.
Bianucci, Raffaella, et al. “Shedding New light on the 18th dynasty mummies of the royal architect Kha and his spouse Merit.” PloS one 10.7 (2015): e0131916.
Mostra “Archeologia Invisibile” – Museo Egizio di Torino
Sparavigna, Amelia Carolina. “The architect Kha’s protractor.” ARCHAEOGATE, July 28 (2011).
Trapani, Marcella. “Egipcio de Turín.” Boletín del Museo Arqueológico Nacional 27.10 (2009): 5-20.
Trapani, Marcella – Kha’s Funerary Equipment At The Egyptian Museum In Turin: Resumption Of The Archaeological Study. Proceedings of the Tenth International Congress of Egyptologists, University of the Aegean, Rhodes, 22-29 May 2008
Chiara Zanforlini – Merit e Nefertari: due volti delle Valli
Legno, tela stuccato, pittura bianca, rossa, gialla, verde, azzurra e nera – Lunghezza cm 180, larghezza cm 50
Provenienza e acquisizione: Tebe, Spedizione Franco-Toscana 1828- 1829
Inv. N. 2163 Museo Egizio di Firenze.
Il sarcofago, di forma antropoide, presenta l’immagine del defunto con parrucca tripartita, striata a fasce nere e gialle, sormontata da uno scarabeo con disco solare, sul volto è attaccata la barba posticcia rituale.
Sotto un ampio collare usekh decorato con l’immagine di un uccello con testa di ariete e disco solare, ad ali spiegate.
Il coperchio del sarcofago è suddiviso in vari riquadri che racchiudono le immagini di divinità, fra cui si riconoscono Anubi, Thot, Khnum, Iside, Nefis e i quattro figli di Horo, che fiancheggiano la raffigurazione della mummia del defunto distesa sopra il letto funebre; brevi iscrizioni indicano i nomi delle divinità.
Nei primi riquadri il defunto è raffigurato in abito da vivente di fronte al dio Osiride.In corrispondenza dei piedi sono dipinte sette colonne di iscrizione geroglifici con invocazione e formula dell’offerta per il defunto che, senza indicazione di titoli, è definito solo figlio di Mutirrugi.
Mediante otto tenoni il coperchio del sarcofago, che non presenta decorazioni all’interno, si incastra nella cassa, che all’esterno è dipinta di bianco: sul retro è decorata con una grande immagine del pilastro ged, sormontato dalla corona atef, con urei e disco solare. Ai lati simmetricamente è raffigurato il feticcio di Abido seguito da un serpente.
Fonte : Le mummie del museo egizio di Firenze a cura di Maria Cristina Guidotti – GiuntiBibliografia: Rosellini, Breve notizia, p. 78, n. 98 M. C. G.
Bastone con impugnatura a forma di prigioniero Nubiano
A cura di Grazia Musso
Legno dorato, ebano e faience – Lunghezza 115 cm. Carter 48c.
Nella tomba sono stati trovati numerosi tipi di bastoni ( 130 in totale), elemento che ha indotto a credere che Tutankhamon necessitava di un sostegno per camminare.
Sono bastoni di vario genere: da passeggio, cerimoniali oppure quelli per combattere e uccidere i serpenti, erano utilizzati come vere e proprie armi.
I quattro bastoni della tipologia cui appartiene questo, ritraggono tutti dei nemici sconfitti: tre raffigurano dei prigionieri Nubiani legati, mentre il quarto ne ritrae due, uno asiatico e uno Nubiano. Nell’usare i bastoni il re stringeva la presa sulle immagini dei nemici, a simboleggiare la forza e il controlli esercitato su di essi.
Il corpo del bastone è in legno dorato, mentre i dettagli sono in ebano. Per tutta la lunghezza sono incisi motivi a rosette, piume e spume di pesce alternati fra loro.
La base, o puntale, è un fiore di papiro in faience con il cartiglio di Tutankhamon. Il Nubiano che decora l’impugnatura è ritratto come un prigioniero dalle braccia legate dietro alla schiena all’altezza dei gomiti; il modo in cui è stato inserito nella struttura del bastone gli conferisce per l’eternità una posizione a testa in giù. Il capo, le braccia e i piedi sono intagliati a parte nell’ebano .È riconoscibile come Nubiano sulla base delle sue caratteristiche somatiche : occhi grandi infossati, naso largo e piatto , labbra carnose, dei fitti capelli ricci e dell’abbigliamento, che consiste in una tunica a maniche corte, una veste che arriva al polpaccio, e degli orecchini a cerchio in oro.
Fonte : Tutankamon, I tesori della tomba – Zahi Hawass – fotografie di Sandro Vannini – Einaudi
Gli altri nemici del Re
A cura di Luisa Bovitutti
Afferrando il bastone, il re teneva in pugno i nemici, che apparivano capovolti e resi inoffensivi: ciò simboleggiava la loro sottomissione al sovrano.
L’altra estremità dei bastoni reca una copertura papiriforme blu, incisa con il cartiglio del re nella sua parte inferiore; alcuni studiosi pensano che il bastone dovesse essere impugnato da quella parte, per evitare che il nome del sovrano toccasse a terra, dove, invece, dovevano stare i nemici, schiacciati ad ogni passo.
Una di queste impugnature è costituita dalle figure di un asiatico e di un nubiano, contrapposte e scolpite in modo estremamente dettagliato. L’asiatico ha i capelli lunghi e lisci, indossa abiti decorati con nastri e con motivi circolari e floreali, e ha le mani, il viso ed i piedi realizzati in avorio per rendere il colore chiaro della pelle. L’africano invece ha volto ed arti in ebano, per simulare la sua pelle scura; ha capelli corti e ricci, indossa un indumento pieghettato e nastri multicolori.
Un’altra rappresenta un libico, un’altra ancora credo un siriano.
Legno dorato e lamina d’oro – Lunghezza 27 cm, larghezza 15 cm. Carter 27ic, d
Nella tomba furono trovati due portaspecchi: uno a forma di ankh e uno a forma di Heh.
Gli specchi erano utilizzati per finalità pratiche, per applicare il trucco, ma avevano anche un particolare valore simbolico in quanto alludevano alla resurrezione e alla vita eterna.
Lo specchio a la forma del dio Heh che tiene dei rami dentellati di palma appoggiati su girini e anelli shen. Dalle estremità dei rami di palma pendono i cartigli con i nomi del re.
Sopra la testa del dio, la parte superiore che fungeva da protezione, alla parte tonda dello specchio reca inciso il nome di trono del faraone.
Intorno c’è una cornice decorata a spirali, un motivo importato dalla Siria o dal mondo Egeo.
All’interno del portaspecchio il corpo del dio è cavo, per contenere il manico dello specchio.
Museo Egizio del Cairo
Fonte :Tutankamon, I tesori della tomba g Zahi Hawass – fotografie di Sandro Vannini – Einaudi.
Il vetro è uno dei materiali più antichi conosciuti ed è strettamente legato alla storia e alle tecniche di coltura delle diverse civiltà.
È cosa non da poco, che bisognerebbe tenere in considerazione anche ai giorni nostri; tutela l’ambiente e preserva le nostre risorse naturali.
Sembra ormai appurato che abbiano iniziato la lavorazione del vetro gli antichi mastri della Mesopotamia, nel terzo millennio a.C. ma sono stati gli Egizi verso il 1500 a.C ad iniziare a produrre i primi recipienti cavi (vasi, coppe, ecc.) da utilizzare come flaconi per unguenti e oli.
Questo calice in vetro alto 8 cm con il nome Thutmose III racchiuso nel cartiglio è unico: è il vaso di vetro più antico che può essere datato con certezza e probabilmente l’oggetto più rappresentato nel museo: ogni storia di questo materiale inizia con il calice di Monaco. Nuovo Regno, 18 dinastia, 1450 a.C. Tebe – Ägyptischer Museum Monaco di Baviera.
Rara coppa di vetro policromo traslucido è stata creata in Egitto verso la fine della 18 dinastia, alta 9,3 cm per 124 grammi di peso. Il corpo a forma di campana è stato probabilmente realizzato trascinando vetro acquamarina traslucido su un nucleo montato su un’asta. Quindi, quindici tracce di canna rossa e gialla sono state applicate in bande orizzontali parallele. Mentre erano ancora morbide, queste bande venivano trascinate alternativamente su e giù con uno strumento contundente. Un solido rivestimento giallo opaco sul bordo, più un piede ad anello e due piccoli manici di canna blu e gialla completano la decorazione di questo pezzo squisitamente eseguito. Raro per la sua forma, la sua decorazione e il suo tema insolito. I primi esemplari in vetro, risalenti al regno di Amenofi II (1428-1397 a.C.) non hanno maniglie. Questi furono aggiunti al tempo di Thutmose IV (1397-1387 a.C.)… la forma più perfetta si raggiunge sotto Amenhotep III (1387-1350 a.C.). Dopo la fine del periodo di Amarna, intorno al 1330 aC, altre forme di recipienti per unguenti divennero di moda… I recipienti di vetro erano beni rari e preziosi. Servivano come contenitori per oli profumati, unguenti e cosmetici”
Ma prima di tutto è anche un prodotto della nostra madre terra. Si trova infatti in natura sotto forma di masse vetrose di minerali quali: Ossidiana, Folgorite, Tectite-Tettite, ognuna col proprio sistema di formazione. Che hanno a che fare comunque con delle altissime temperature di fusione ed il conseguente raffreddamento. Già comunque nel Neolitico (7000a.C) il vetro era utilizzato dall’uomo per le sue proprietà: raschietti, cunei, oggetti taglienti, armi ecc.
In rare occasioni, quando un fulmine colpisce sabbia o terra, la scossa di calore estremo può creare meravigliosi e fragili tubi cavi di vetro. La maggior parte delle volte, infatti, queste opere d’arte creata dalla potenza della natura sono nascoste sotto i nostri piedi. Il risultato di questo fenomeno è chiamato “folgorite”. “Tutto quello che devi fare è andare in qualsiasi spiaggia e iniziare a scavare”, sottolinea Martin Uman dell’Università della Florida, uno dei maggiori esperti di fulmini al mondo. Nonostante siano molto affascinanti, ci sono molte immagini false che circondano queste creazioni. Presunte immagini di folgoriti continuano a diventare virali online quando non sono altro che costruzioni umane con la sabbia. La forma di una folgorite non è nient’altro che una ricreazione del percorso che l’elettricità ha attraversato nel terreno. Quando gli scienziati trovano esempi molto antichi, infatti, possono usarli per ricreare gli antichi climi della Terra in passato. Grazie ad una folgorite di 250 milioni di anni fa, trovata nel deserto del Sahara, sappiamo che quest’area, un tempo, era fertile e con frequenti tempeste. Oggi in Florida si verificano circa 10-15 fulmini per chilometro quadrato, uno dei tassi più alti negli Stati Uniti. Questo tipo di attività mette a rischio le linee elettriche sotterranee, quindi alcuni ricercatori, tra cui Uman, stanno esaminando questi fenomeni come un modo per capire come evitare tali danni. Un fulmine colpisce la superficie del nostro pianeta almeno un milione di volte al giorno, ma per creare queste opere d’arte devono essere abbastanza bassi e potenti abbastanza da fondere la sabbia o la terra. Piccola curiosità: la folgorite più grande mai trovata è grande 4.9 metri.
Tectite (scritto a volte Tektite) rientra nella categoria dei “vetri meteoritici”; si tratta di una particolare forma vetrosa naturale generata dalla solidificazione di rocce della crosta terrestre le quali fondono a causa dell’impatto di meteoriti. La sua forma è frequentemente allungata, come una goccia, ed il suo colore è nero intenso. Vorrei focalizzare l’attenzione su un punto importante: come precedentemente detto, si tratta di roccia terrestre fusa a causa di un fattore esterno: la tectite NON è un meteorite. Puntualizzo ciò perché di frequente su molti siti web si parla erroneamente della tectite come “frammento della crosta lunare” o “frammento di meteorite”.
L’ossidiana è una roccia eruttiva(rapido raffreddamento) vulcanica a pasta vetrosa in genere di colore nero o con tonalità scure: verde, marrone ecc. Usate come detto nel post già nel Neolitico come oggetti taglienti, ma anche nel caso degli Egizi per oggetti come amuleti, collane e per gli occhi delle statue; anche per le pupille della maschera funeraria di Tutankhamon. In Italia sono molto diffuse sull’isola di Lipari e sull’Etna.
Nel 685 a.C. é stata ritrovata nella biblioteca del re assiro Assurbanipal la prima ricetta per la produzione del vetro a noi nota e tramandata alla storia:
Si prendano 60 parti di sabbia, 180 parti di polvere di alghe essiccate e cinque parti di gesso
Facendo un salto nel tempo si arriva verso il 100 a.C. furono i Romani ad inventare la soffiatura del vetro, aumentando notevolmente la gamma di manufatti realizzabili. Compresi i vetri per le finestre. Per non scrivete un post lungo kilometri, concludiamo con Venezia. Alcuni storici sostegno che furono i crociati a portare l’arte vetraria a Venezia dell’Oriente, dove è ormai abbastanza certo si stabili nell’XI secolo. Poiché i forni di lavorazione erano spesso causa di incendi; nel 1291 il “Maggior Consiglio” con un decreto spostò tale lavorazione sull’isola di Murano. Anche più facile da controllare come territorio limitato circondato dalle acque della laguna e per preservare meglio i segreti di lavorazione di questa splendida arte.
Oro, pasta vitrea, faience, pietre semipreziose, ossidiana. Diadema – diametro massimo 19,9 cm; fasce: lunghezza massima 31,5 cm; ureo: lunghezza 28,5 cm; avvoltoio: altezza 4 cm. Carter 256,4,o – diadema; Carter 256r – ureo; Carter 256s – avvoltoio
L’ureo flessibile era stato cucito, insieme a un avvoltoio d’oro, su un copricapo in lino del tipo khat o nemes, avvolto intorno alla testa della mummia di Tutankhamon con l’ausilio di una fascia in oro.
Il corpo dell’ureo è composto da 12 segmenti in oro separati fra loro e incorniciati, su entrambi i lati, da file di perline legate fra loro da un cordino; tale struttura consentiva al corpi e alla coda di potersi piegare sopra la testa del faraone.
Il “cappuccio” del cobra, in oro intarsiato con cornalina e pasta vitrea blu scuro, era fissato ai segmenti del corpo tramite fili in oro fatti passare attraverso piccoli occhielli. La testa del serpente è in pasta vitrea blu, con occhi in ossidiana.
Il diadema che doveva essere indossato sopra una parrucca, è stato trovato sulla mummia nella sua posizione originaria, sopra la cuffia di perline che ne copriva il capo.
Di sicuro e stato fatto appositamente per il sovrano: è costituito da una fascia frontale in oro puro e intarsiato di pasta vitrea turchese e lapislazzuli e decorata con cerchi in pasta vitrea color cornalina, ciascuno dei quali ha un punto d’oro al centro.
Sul retro è chiuso da una fibbia simmetrica a forma di fiocco, composta da un disco solare in calcedonio con ai lati fiori di papiro intarsiati in malachite.
Dalla fascia frontale pendono 4 “bande” in oro: 2 vicino alla fibbia e una su ciascuno dei lati, sono decorate in maniera simile alla fascia frontale e 2 di esse hanno degli urei sollevati.
Il disegno di Howard Carter degli urei sulle bande laterali
L’ureo e l’avvoltoio sono stati trovati avvolti nelle bende della mummia sopra i fianchi, forse per evitare che potessero essere danneggiati, visto che non c’era più spazio sotto la Maschera d’oro.
La testa di avvoltoio separata dal diadema, come è stata ritrovata
Alcuni forellini sul retro consentivano di appenderlo alla fascia frontale del diadema, una volta posizionati, il corpo e la coda dell’ureo si estendevano al centro del capo del re, così che il diadema ne assumesse la forma.
La testa dell’ ureo è in faience color blu scuro, mentre la parte alta del corpo è completamente intarsiata con dettagli incisi nell’oro.
La testa dell’avvoltoio è in oro, mentre gli occhi sono intarsiati di ossidiana.
I due animali rappresentano le dee protettrice dell’Alto e Basso Egitto.
Fonte: Tutankhamon, I tesori della tomba – Zahi Hawass – fotografie di Sandro Vannini – Einaudi
Legno e lamina d’oro – Lunghezza 105,5 cm – Carter 242.
Il ventaglio in legno dorato con la scena di caccia allo struzzo ha una decorazione a rilievo con dettagli incisi che narra di un viaggio intrapreso da Tutankhamon nel deserto orientale, a caccia di giovani struzzi.
Su un lato della “palma” c’è la scena di caccia vera e propria: il re guida il carro tirato da due stalloni, il cui movimento in avanti è reso secondo la cosiddetta posizione del “galoppo volante”, a fianco di essi corre il cane del sovrano.
Dietro il carro si trova un simbolo ankh antropomorfo che regge un ventaglio del tutto identico a quelli qui raffigurati e fornisce così a Tutankhamon il “respiro della vita”. Il faraone indossa la veste da caccia, costituita da un gonnellino plissettato che arriva al ginocchio, un corsetto, un ampio collare, la polsiera tipica degli arcieri e la corta parrucca “Nubiana”.
Il re conduce il carro con le redini avvolte intorno ai polsi, in modo di avere le mani libere per impugnare l’arco. Davanti ai cavalli sono raffigurati due giovani struzzi i fuga, colpiti dalle frecce del re, uno di essi è a terra, mentre l’altro tenta ancora la fuga.
L’iscrizione che accompagna la scena identifica il sovrano come “Il buon dio, Nebkeperure, che ha vita eterna come Ra” e “Signore della Forza“.
Sull’altro lato della “palma” è raffigurato il trionfale viaggio del cacciatore verso casa. In questo caso i cavalli procedono lentamente e conducono il re al suo palazzo. Due uomini trasportano gli struzzi abbattuti, mentre il re tiene sotto braccio un ciuffo delle loro piume.
Fonte:
Tutankhamon, il tesoro della tomba – Zahi Hawass – fotografie di Sandro Vannini – Einaudi.