Legno placcato in oro e argento con intarsi di paste vitree, altezza 104 cm, Museo Egizio del Cairo, JE 62028 e 62046, Carter 90 e 91
Lo abbiamo già visto in tutte le salse, ma non smette mai di stupirci. È uno degli oggetti più belli e maggiormente simbolici del delicato periodo post-amarniano.
Fu posizionato nella tomba sotto uno dei letti funebri, quasi nascosto, come se fosse stato aggiunto furtivamente. Su di esso furono trovati resti di un tessuto di lino, probabilmente una copertura, ad avvalorare l’ipotesi che non facesse parte dell’arredo funebre “ufficiale”.
Fu trovato così, sotto uno dei letti funerari, con il poggiapiedi appoggiato sulla seduta ed un mucchio di oggetti sparsi intorno e sotto ad esso – come potremmo mettere noi una vecchia sedia in cantina
La celeberrima scena sullo schienale mostra la regina che spalma un unguento profumato al consorte, un temo intimo e lontano dalla retorica faraonica classica anche se comunque carica di significati legati alla figura del Faraone e del suo viaggio ultraterreno.
Tutankhamon e Ankhesenamon nella scena familiare rappresentata sullo schienale
I raggi del sole si irradiano verso la coppia reale e terminano con delle mani, di cui quelle rivolte al Faraone e sua moglie portano due simboli “ankh” di vita nella classica iconografia di Aton.
La foto di inventario di Burton
Il re, seduto su un trono sotto un’edicola con pilastri floreali e una cornice di urei a fiori, indossa una corona “atef” e un ampio pettorale, mentre la regina indossa un copricapo piumato con diadema di urei e corna a forma di lira. I corpi e le parrucche di entrambi sono intarsiati con squisiti vetri colorati e le loro vesti di lino sono rappresentate con l’argento.
Lo schienale con i quattro grandi urei
Gli intarsi sono in pasta vitrea rossa per il corpo ed in faience blu per i copricapi.
Il retro dello schienale è decorato con quattro grandi urei.
Due teste di leone sporgenti proteggono la seduta del trono mentre i bracci assumono la forma di serpenti alati che indossano la doppia corona e custodiscono i nomi del re, a sinistra il prenomen Nebkheperure, mentre a destra il nomen è ancora Tutankhaton, come anche sullo schienale.
Particolare di uno dei due serpenti alati dei braccioli. Foto Jacqueline Engel
I leoni di guardia alla seduta
Il bracciolo sinistro con il praenomen Nebkheperure. Foto: Jacqueline Engel
Il bracciolo destro con il nomen “incriminato” di Tutankhaton
Il poggiapiedi in legno abbinato è inciso con figure soggiogate dei nemici del nord e del sud, conosciuti come i “nove archi”, che giacciono legati (ne sono raffigurati 6).
Il bordo è decorato con uccelli “rekhyt”, simili ai nostri grifoni e simboleggianti il popolo d’Egitto, anch’esso sotto il controllo del re.
Il poggiapiedi con 6 dei 9 archi rappresentati
Fonti:
Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori, 1985
Museo Egizio del Cairo
Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
O’Neill, B. The Grave Goods of Tutankhamun – Expectations of a Royal Afterlife
Legno decorato con lamina d’oro e intarsiato in pasta vitrea e calcite. Lunghezza 124,7 cm. Carter 245
Ventagli e parasole, oltre a essere oggetti di quotidiana utilità, simboleggiavano il respiro, e dunque, la vita stessa.Il “portatore di flabello de re” fu una figura importante dal punto di vista sia cerimoniale sia pratico per tutto il corso della storia dell’Egitto.
Il ventaglio è dotato di lungo manico, che veniva impugnato per farlo sventolare sopra il re.L’asta del ventaglio con cartigli è in ebano massiccio, decorata da sei ampi registri di lamina d’oro con un complesso intarsio di calcite e pasta vitrea colorata. La sommità dell’asta ha la forma di un fiore di papiro rivestito in oro con, nella parte inferiore, petali intarsiati di pasta vitrea colorata. Su questa estremità sono incisivi tre geroglifici nefer (virtù e perfezione), beka (dominio) e ankh (vita).
Al fiore di papiro è fissato un semplice semicerchio in legno piatto (la palma) al quale un tempo erano attaccate le piume. Anch’esso è rivestito, da entrambi i lati, di lamina d’oro e ha la parte centrale incorniciata da una serie di rettangoli intarsiati in calcite e pasta vitrea colorata.
Al centro, al di sotto del geroglifici che sta per “cielo”, si trovano i cartigli con il nome di trono e di nascita del re (Nebkheperure e Tutankamon). Ciascuno dei due nomi poggia sul segno che significa “oro” ed è sormontato da un disco solare, mentre reca a fianco lo scettro was e il segno shen, che simboleggia l’autorità del re. Su due lati sono presentati degli avvoltoi, uno indossa la Corona Bianca (qui in azzurro) dell’Alto Egitto e l’altro indossa la Corona Rossa del Basso Egitto. I due animali dispiegano le ali a protezione dei nomi del sovrano.
La palma ha dei fori tutto attorno al bordo, nei quali venivano infilate 41 piume di struzzo, delle quali Carter ha rinvenuto alcuni esigui frammenti
Fonte:
Tutankamon, I tesori della tomba – Zahi Hawass – fotografie di Sandro Vannini – Einaudi
Papiro di Any, Nuovo Regno, XIX Dinastia ca. 1275 a.C. Provenienza Tebe. Londra, British Museum
Le scene nella parte sinistra di questa sezione accompagnano il Capitolo 110 ed illustrano il mondo in cui Any è entrato dopo aver superato con successo la prova del Giudizio.
Nell’aldilà, il defunto doveva svolgere lavori agricoli nei “Campi Hotep” e nei “Campi dei Giunchi”. Sono schematicamente rappresentate superfici terriere circondate da acqua.
Nel registro superiore Any vi è raffigurato mentre compie offerte a tre divinità dell’Enneade e poi mentre rema con la sua barca attraverso il “Lago delle Offerte”.
Viene anche mostrato in adorazione del Falco Occidentale e dell’Airone dell’Abbondanza. Nella seconda e terza cornice è raffigurato mentre miete, ventila e ara.
Nell’ultimo riquadro in basso, ormeggiata sulla riva è visibile la barca di Wunnefer (un appellativo di Osiride), adorna di teste di serpente.La sezione a destra illustra parte del Capitolo 148 che provvede allo spirito nel Regno dei Morti.
Any è in adorazione del dio sole Ra, raffigurato mummiforme con la testa di falco che sorregge il disco solare.
Nelle versioni più complete del testo, il defunto avanza la sua richiesta di provvigioni forte della conoscenza dei nomi delle sette vacche celesti e del loro toro (visibili nella colonna più a destra).
La parte finale del papiro di Ani (foglio n. 37) ci mostra a sinistra un santuario in cui alberga la divinità mummiforme dalla testa di falco Sokar-Osiride, che in realtà chiarisce il testo dell’incantesimo 185 illustrato nel foglio precedente. Il resto dell’immagine mostra un’offerta fatta alla divinità ippopotamo Opet, che regge i simboli della vita e della fiamma per i defunti. A destra Hathor emerge dalla montagna dell’Ovest nelle paludi della valle. Accanto, una piccola rappresentazione della tomba di Any. Queste figure simboleggiano il ritorno dall’Occidente (la morte) alla vita: lo scopo del papiro e della tomba stessa.
L’area archeologica del Jebel Barkal, ai cui piedi si sviluppò il centro di Napata, nell’antica Nubia, si trova nell’odierno Sudan settentrionale, poco meno di 400 km a nord di Kharthum, capitale del paese.
Il sito, Patrimonio dell’Umanità UNESCO dal 2003 e uno dei più importanti del Sudan, deve il suo nome a una formazione rocciosa in arenaria, il Jebel Barkal (Jebel = montagna in arabo), che domina un territorio pianeggiante e desertico a circa 2 km dalle fertili rive del fiume Nilo. Essa raggiunge un’altezza di quasi 100 metri ed è caratterizzata da un pinnacolo di oltre 70 metri.
Queste caratteristiche fisiche e la rilevante posizione strategica resero l’area del Jebel Barkal di particolare interesse fin dalla metà del II millennio a.C.: infatti, le prime testimonianze della presenza egizia nel sito, con la fioritura della città di Napata e della sua area templare ai piedi della montagna, risalgono al regno di Thutmosi III (XVIII dinastia, 1479-1425 a. C.). Gli Egizi identificarono in Jebel Barkal la dimora del dio Amon e la chiamarono “Montagna Pura”.
Tempio di Amon di Jebel Barkal, originariamente costruito durante il Nuovo Regno egiziano ma notevolmente migliorato da Piye. (747-721 a.C) XXV dinastia ” i faraoni neri” Nubiani.
Dietro il Gebel Barkal si trova la necropoli con le più belle piramidi di tutto il Sudan. Questi monumenti sono un enigmatico rompicapo per gli archeologi e per gli storici, in quanto sono contemporanee a quelle di Meroe e ne seguono l’evoluzione, ma in quel periodo la capitale era ormai al sud e i sovrani si facevano seppellire lì. A chi appartengono dunque le piramidi di Gebel Barkal ? A una seconda dinastia parallela? A re che abbandonarono la necropoli di Nuri, prima del trasferimento a Meroe? A una nuova linea di dinasti al servizio di Amon? A una dinastia di “teste di legno” nelle mani del clero di Napata o a dei” feudatari” vassalli di Meroe? Oppure a dei viceré? Le piramidi conservano ancora oggi il propio segreto. Fonte: Il Sogno Dei Faraoni Neri. Maurizio Damiano.
Napata mantenne il ruolo di importante centro cerimoniale legato alla regalità sacra anche nei secoli successivi: con la XXV dinastia (chiamata nubiana, 744-663 a. C.), il periodo Napateo (VII-III secolo a.C.) e il periodo Meroitico, le cui ultime attestazioni monumentali nell’area risalgono al I secolo d.C. Università Ca’Foscari Venezia.
Vero: numeri spaventosi. Tuttavia l’informazione va un po’ sfumata e calibrata. Essa non è del tutto recente: proviene infatti dal… generale Bonaparte! Egli faceva infatti parte della massoneria francese come affiliato “geometra”, ed amava i calcoli matematici. Gli ideali della massoneria lo portarono a creare il famoso staff di Savants che portò con sé nell’avventura d’Egitto e da cui poi scaturì infine l’Egittomania e l’Egittologia.
Comunque, mentre il generale attendeva che i giovani ufficiali dal suo stato maggiore tornassero dalla tradizionale scalata alla cima della più grande (Khufu; 137 metri di altezza e 186 di parete) calcolò che il materiale impiegato nelle tre piramidi avrebbe consentito di costruire un muro alto tre metri e largo un piede tutt’intorno alla Francia. Il matematico Monge, che faceva parte degli scienziati della spedizione, confermò l’esattezza del conto. E che per la singola piramide di Khufu siano stati usati (come giustamente diceva Alice) 2.300.000 blocchi di pietra del peso tra le due e mezzo e le quindici tonnellate.
Calcoli esatti, idea sbagliata.
L’asserzione dei “2.300.000 blocchi” della piramide oggi ha poco senso, dal momento che sappiamo che quando era possibile gli Egizi non si sognavano di spianare della buona, solida roccia, per poi edificarvi una piramide: spianavano e livellavano un’area quadrata tutt’intorno e modellavano il nucleo, ma lasciavano più roccia possibile, che avrebbe risparmiato anni di lavoro inutile. Ora, ovviamente non conosciamo l’estensione del nucleo roccioso che fu lasciato intatto (per esempio, si vede bene sul lato sud-ovest della piramide di Khafre, in cui quello allo scoperto è il nucleo, non i blocchi riportati), né lo sapremo finché non si inventeranno mezzi in grado di “vedere” attraverso la pietra senza danni, ma anche di distinguere le forme, perché il nucleo è dello stesso calcare dei blocchi, e quindi non si distinguerebbe comunque; non ne conosciamo dunque l’estensione, ma sappiamo che c’è.
Quindi: 2.300.000 blocchi… se fossero tutti blocchi.
Qui mostro un esempio ancora più eclatante: la piramide di Redjedef (o Djedefra, della 4a dinastia, successore di Khufu) ad Abu Rawash. Questo monumento molto rovinato si trova 8 Km a nord di Giza. La pianta quadrata della piramide misurava circa 104 m. di lato. Il fatto che sia molto rovinata ha fatto pensare che fosse incompiuta, ma di certo si sa (dai diari dei viaggiatori ottocenteschi) che fu ampiamente saccheggiata per la costruzione del villaggio. Fatto sta che il suo stato attuale è un’occasione unica per studiare le fasi di lavorazione delle piramidi: una sorta di meravigliosa “radiografia” del passato.
Ovviamente, tutto ciò non toglie nulla né alla meraviglia né comunque, ai numeri spaventosi, qualunque sia la loro cifra esatta.
I MATERIALI
R.B. La cosa che mi fa sorridere è che nessuno di voi, che ne scrivete, sa, di quale piramide stiamo vedendo in foto….????
B.M. Cheope direi
R.B. Risposta esatta perché è l’unica che conserva sulla sommità la struttura calcarea. Promosse …. ha ha ha
Gentile R.B., a parte lo scherzo del “nessuno sa”, che non può che farci sorridere, torniamo sul serio. “Perché è l’unica che conserva sulla sommità la struttura calcarea”. Evidentemente c’è un po’ di confusione.
Facciamo dunque chiarezza. Innanzi tutto mi par di comprendere che si confonda la piramide di Khufu (nella foto in alto) con quella di Khafre (nelle foto in basso), che è l’unica a conservare il rivestimento calcareo (se per “struttura” si intende erroneamente tale rivestimento). Tuttavia, anche così la risposta sarebbe errata, poiché … tutte le strutture sono calcaree: più precisamente, le piramidi di Giza erano costruite sull’altipiano calcareo; nella fattispecie, gli strati ovviamente cambiano a seconda della zona e profondità, ma sono in gran parte di calcare nummulitico; le piramidi dunque consistono in varie parti (o piuttosto “strati”):
Un nucleo roccioso in situ di cui veniva lasciata la maggior parte possibile (calcare; calcare nummulitico).
La maggior parte della costruzione, in grandi blocchi di calcare locale (quello che si vede, anche nella foto aerea), che ricoprivano il nucleo roccioso. Sono note le cave di tutte e tre le piramidi, e visibili.
Il rivestimento esterno, sempre in calcare, ma questa volta il calcare di Tura, molto fine, cristallino, compatto. Totalmente svanito nella piramide di Khufu, salvo alcuni corsi inferiori sepolti nel tempo dall’accumulo di materiali che ne hanno permesso la conservazione sino ai nostri giorni, quando gli scavi e la pulizia dell’area sino al suolo roccioso li hanno riportati alla luce.
Nel caso della piramide di Khafre nel rivestimento c’erano un paio di corsi, i più bassi, in granito rosso di Assuan (il resto sempre calcare di Tura); e in quella di Menkaure circa due terzi in granito e il resto calcare di Tura (parliamo sempre dei rivestimenti).
A. J.: Immenso !! Ditemi se è possibile che sia stata costruita da esseri umani ??
G. S.: Splendida la foto, degna di un’opera straordinaria! Come avranno fatto con i mezzi dell’epoca, resta un mistero!
Lo ripeto da anni ai miei allievi di Egittologia: attenti alla proiezione! Ovviamente, nulla di grave. Si tratta del più comune fenomeno umano: poiché ognuno di noi è per forza al centro del proprio universo (unico punto d’osservazione fisico possibile) ci si trova anche mentalmente e culturalmente nella stessa posizione. Ma, se fisicamente non possiamo fare nulla, mentalmente, se vogliamo comprendere la storia, dobbiamo abbandonare la nostra visione e comprendere davvero che esistono e sono sempre esistite società diverse dalla nostra in tutti i sensi, e quindi ciò che a noi sembra incredibile o impossibile non lo era per altri.
Nel caso in oggetto, si, ovviamente erano costruite da esseri umani normali. E i mezzi dell’epoca erano superiori ai nostri. Alt! Lo so, pensate subito alla tecnologia. No, anche se ci piace pensarlo, la tecnologia non è l’apice dell’umanità bensì… di sé stessa, della tecnologia, che non va confusa né con “civiltà”, né con “umanità”. È solo una sua ottima espressione che però ha reso l’umanità più pigra mentalmente. Intendo dire che, se una volta ci si ingegnava a creare grandezza con i propri mezzi umani, oggi appare inconcepibile, impossibile.
Vediamo cosa avevano come “mezzi superiori”, che a noi mancano:
Una società etica. L’Ego ipertrofico era scoraggiato a favore della visione sociale. I Cinesi dicevano: “un bambù si può spezzare, un fascio di bambù, no”. Questo era un pensiero banale anche per i bambini, in Egitto. Lavorare per la comunità era avanzare, avere e mantenere una società ricca e forte, la Maat.
Ciò portava alla società faraonica, che aveva la struttura dell’alveare o del formicaio. “Dovere”, lungi dall’essere una parolaccia in odor di fascismo o dittatura qualsiasi, come da noi, era il normale agire e vivere per mantenere la macchina sociale. Dovere, lavoro comune (le corvée), solidarietà erano la norma. E attenzione! Non pensiamo (da occidentali) che la struttura ad alveare avesse dei privilegiati scansafatiche. “Società etica” vuol dire che il faraone ha più doveri che privilegi. Potere assoluto, ma vita durissima sin da principe. E, in combattimento, è sempre in prima linea, non come gli odierni generali. L’etica vissuta sulla pelle.
Su queste basi, la corvée era una parte della tassazione. Si prestava la propria opera non solo per le piramidi, ma per tutti i lavori statali (sociali), tipo pulire i canali (andava fatto ogni anno: l’Egitto si basa su una magnifica rete idraulica di canali e dighe), gli edifici pubblici, quelli statali/religiosi, fra cui templi e tombe reali come le piramidi. Ricordiamo che le piramidi (o meglio l’intero complesso funerario, che comprende tempio in Valle, rampa monumentale, tempi funerario, muro di cinta piramidi satelliti e piramide) lungi dall’essere monumenti alla megalomania di un uomo, erano delle complesse “macchine” di magia religiosa, che divinizzavano il faraone in morte perché, fra gli dèi, continuasse a svolgere il suo compito: mantenere la Maat e assicurare la creazione tutti i giorni, per l’umanità. Lo spirito dei lavoratori era quello dei costruttori di cattedrali nel medioevo.
Altra cosa che loro avevano, e a noi manca: la visione del futuro, ossia la programmazione a lungo termine. La cosa è dovuta alla psicologia sociale; come ho detto, gli Egizi avevano una società etica; noi no. Ciò, nella psicologia di massa, si traduce (generalizzando e semplificando, ovvio) in società a sub personalità ossessiva (la più sana ed efficiente, con ego personale in secondo piano a favore della mentalità sociale); una tale società vede oltre le azioni del momento, e cerca di prevedere le conseguenze della azioni, e le conseguenze delle conseguenze; gli Egizi pianificavano anche su 20 anni, per esempio, per la costruzione di una grande piramide. Non esistendo la moneta, gli operai andavano pagati in derrate alimentari, vestiti, sandali, ecc.; ciò voleva dire prevedere enormi estensioni da coltivare per anni ed anni, con tutta la filiera connessa. Gli italiani hanno una sub personalità di tipo isterico: come i bambini, mancanza di visione del futuro (tutto e subito), di previsione delle conseguenze, di pianificazione, ecc.; è il riflesso della cultura egoica, in cui il singolo conta più della collettività; culto dell’Ego, Ego-centrismo, Ego-ismo. Società non etica.
Quanto detto sopra porta all’ovvia presenza, in Egitto, di ciò che oggi manca totalmente in società a sub personalità isterica: la capacità organizzativa. Essa implica innanzi tutto etica e senso del dovere (che sono interconnessi). Gli Egizi, pianificando su scale di decenni o più, sapevano proiettare la visione organizzativa. La struttura era semplice e basata su ciò che essi sapevano funzionare. Per esempio, vedendo che il coordinamento e l’affiatamento delle navi funzionava in situazioni diverse, lo applicarono anche al lavoro; così, le squadre che scavavano o rifinivano una tomba reale erano di “babordo” e “tribordo”, con i “capitani”. Ciò permetteva di avere cantieri con migliaia di persone, cosa impensabile nella maggioranza delle situazioni occidentali odierne.
Infine, ma di importanza basilare, i mezzi che loro avevano e che a noi mancano sono sabbia, limo, tempo e personale. Su questi elementi si basavano le costruzioni. I blocchi cavati venivano trascinate su slitte, le quali scivolavano, trainate, su rulli che a loro volta ruotavano su vie di fango finissimo (limo del Nilo), permettendo alle slitte di scivolarvi sopra. Ciò richiedeva molti uomini, fatica, tempo e ottimo coordinamento.
Immagine 24: più noto invece l’esempio di trasporto della statua colossale di Djehutyhotep; la raffigurazione si trova nella tomba di quest’ultimo, a Bersha (a nord di Amarna). Vi si vede la statua sull’enorme slitta, le corde, le squadre di operai, sulle ginocchia il caposquadra che batte il tempo per il coordinamento, e, ai piedi della statua, un uomo che versa l’acqua sulla via d’argilla.
Immagine 25: La via d’argilla di Mirghissa, a sud di Abu Simbel (ma in Sudan), che per 2 km di deserto permetteva di portare le navi otre la cateratta.
F.P.Z.: Incredibile! Ma quanti morti ha fatto una costruzione simile
Non più di un cantiere medioevale. Gli Egizi avevano un altissimo concetto della vita umana; e non parlo di ipotesi o idee preconcette, ma delle parole degli stessi Egizi in testi quali i racconti del papiro Westcar. Ricordiamo che, in un mondo antico in cui la schiavitù era normale ovunque, gli Egizi non ebbero mai schiavi. Esistevano servi (ma con qualcosa che noi oggi chiameremmo “diritti umani”), esistevano prigionieri (di guerra o criminali), ma non schiavi. Esisteva la pena di morte, ma solo in casi gravissimi di infrazioni a quelle leggi che erano dello Stato ma soprattutto degli dèi, leggi che infrangevano le regole della Maat in forma gravissima, rappresentando una minaccia all’ordine cosmico. Tutto questo perché (sempre secondo i testi) l’umanità era il “gregge del Signore”, e il custode ne era il faraone.
Per questa ragione nei cantieri si mettevano in atto le misure più opportune (nei limiti dell’epoca) per la sicurezza dei lavoratori. Ovviamente gli incidenti c’erano e dunque morti e feriti, ma non più di altri cantieri del nostro mondo sino all’epoca moderna.
Nel villaggio dei costruttori delle piramidi a Giza, che ha anche la sua necropoli (privilegio speciale concesso dal faraone) sono stati trovati scheletri con segni di fratture da incidenti quali traumi e schiacciamenti, con i segni della guarigione, ciò che ci informa della cura che si aveva degli operai. A corollario, ricordiamo gli Insegnamenti (per il re, per il faraone, per il visir) che sottolineano sempre la cura che bisogna avere per tutti, sino ai più umili.
Quella di tutti i popoli, di tutte le cose, comprese le stelle. Si ha una nascita, una vita, una fine. Gli Egizi hanno superato tutti gli standard, tutti i “record” di durata. In un’avventura umana e culturale iniziata in realtà nella preistoria, e che all’alba della storia appare già pronta agli ulteriori sviluppi nelle sue linee principali, un’avventura durata almeno 5000 anni (che non ha paralleli sul pianeta Terra), alla fine, come tutte le cose, compì la sua parabola. Nello specifico, la cultura egizia sopravvisse sotto i Tolomei, sotto i Romani (ricordiamo che queste due culture, all’opposto di quella egizia, ne furono però affascinate che in Egitto ne proseguirono il cammino: i più completi templi egizi pervenutici sono di epoca ellenistico-romana).
La cultura venne spazzata via con la violenza dalla politica religiosa autocratica monoteista. Il primo fu l’Editto di Tessalonica, del 380; Graziano, Teodosio I e Valentiniano II imposero il monoteismo. In Egitto in particolare verso il 384 Teodosio inviò Materno Cinegio, un prefetto cristiano, incaricato di cancellare il paganesimo; il prefetto si distinse per il suo fanatismo violento, pienamente appoggiato da Teodosio. L’unica eccezione furono i templi dell’isola di File, lasciati aperti per la rivolta dei fedeli nubiani. Ma alla fine, anche questi templi, ultima frontiera del paganesimo in Egitto, furono chiusi quando Giustiniano inviò le sue truppe, nel 531 d.C., che con le armi imposero la chiusura dei templi pagani e li trasformarono in chiese cristiane.
Immagine 38: la 12a ora dell’Amduat. Mentre il nuovo sole risorge (scarabeo e disco solare), il vecchio corpo rimane nell’aldilà (la mummia in basso a destra). Gli Egizi NON credevano nella resurrezione dei corpi. Non erano mummificati e conservati per una resurrezione in giorno del giudizio. Il corpo era conservato perché l’individualità era data dalla completezza di tutte le parti fisiche (custodite nella tomba) e spirituali (nella Duat).
La violenza monoteistica aveva vinto, spazzando via l’ultima traccia della grande cultura egizia. Nel VII secolo ci fu l’invasione islamica.
Gli Egiziani di oggi sono per la maggioranza musulmani, con una minoranza cristiana (i Copti e gli Ortodossi).
Ankhesenamon non riuscì a dare un erede a Tutankhamon; nella tomba del sovrano furono rinvenute le mummie di due bimbe, che probabilmente egli aveva concepito con la sua Grande Sposa Reale e che nacquero premature, morendo subito dopo.
Ognuna delle piccole mummie, una delle quali portava una maschera di cartonnage dorato con i tratti del viso dipinti di nero, era custodita in un sarcofago antropoide in legno ricoperto di foglia d’oro, a sua volta contenuto in un altro sarcofago dipinto di nero con bande dorate; essi erano stati deposti in una scatola di legno non decorata che misurava circa 61 centimetri di lunghezza, in origine chiusa con una corda e con il sigillo dello sciacallo e dei nove prigionieri, infranto già nell’antichità.
È verosimile che anche per il secondo feto fosse stata predisposta una maschera, da identificarsi in quella rinvenuta nel 1907 da Davis, nel pozzo n. 54 della Valle dei Re insieme a residui di imbalsamazione, non utilizzata perché probabilmente troppo piccola.
L’autopsia venne eseguita nel 1932 dal dott. Douglas Derry; i corpicini sono lunghi rispettivamente 39,5 cm e 27,7 cm.; la bambina più piccola era nata al quinto mese di gestazione ed è ben conservata sebbene non fosse stata imbalsamata, mentre la più grande, di sette od otto mesi, è in condizioni meno buone ed il corpicino era stato imbottito di lino attraverso le narici ed una piccola incisione addominale.
Più recenti analisi, svolte presso l’Università di Liverpool dal professor R.G. Harrison, hanno rivelato che la piccola era affetta da deformità di Sprengel, spina bifida e scoliosi.
Nelle immagini: a sinistra in alto la scatola con i piccoli sarcofagi al momento della scoperta; a sinistra in basso la maschera funeraria; a sinistra in altoi sarcofagi esterni; a destra al centro e in basso le mummie con i loro sarcofagi.
FONTI: liberamente tratto da un articolo di Jimmy Dunn, in rete; ampia bibliografia in calce all’articolo.
Ren. Una parola che nell’antica lingua del popolo dei faraoni indica il nome proprio della persona; il potere magico della parola, che per gli Egizi era di per sé immenso, è nel caso del nome ancora più duraturo, poiché conservato spesso su supporti “eterni”, ossia sulla pietra di tombe, stele o, nel caso di dei e faraoni, sulla pietra dei templi. Un nome conteneva tutto l’essere del suo proprietario. Tanto le persone quanto gli oggetti in realtà esistevano solo dal momento in cui portavano un nome, di conseguenza il nome fu più che un normale mezzo di identificazione, poiché significava la manifestazione di un’entità la realizzazione di una qualità, da cui il fatto che si dicesse di Osiris: “Egli purifica le terre nel suo nome di Sokar; la paura di lui è grande nel suo nome di Osiris, egli esiste sino alla fine dell’eternità nel suo nome di Wennefer”.
Si noti che le credenze egizie erano fortissime in quegli Egizi divenuti cristiani: per il valore magico-religioso della parola, e dell’immagine, i monaci che occuparono il tempio scalpellarono i volti, per togliere l’identità dell’oltretomba; le mani, per togliere potere, e i piedi, perché non uscissero dall’immagine venendo nel mondo dei viventi.
Nel Libro dei Morti, cap. 142, Osiris ha un centinaio di nomi, che nel suo caso, come per altre divinità, sono simbolo della profondità della natura divina; del resto tutti quei nomi nascondevano il solo e unico “vero nome” del dio, che l’essere umano non può pronunciare né conoscere, così vengono creati pseudonimi come, per esempio, “colui che è sotto il suo albero di moringa”.
Nei Testi delle Piramidi (n. 276 e 394) è menzionato un dio “il cui nome è sconosciuto” e un’altra divinità il cui nome “non era noto nemmeno a sua madre”.
Il tema stesso della Litania Solare tratta della rigenerazione del sole, con le sue 75 trasformazioni, e quindi 75 nomi, che permetteranno al sole (e dunque al defunto che vi si identifica) di conseguire nell’aldilà la natura solare.
D’altronde, anche in testi funerari come il Libro dei Morti o il Libro delle Porte la sola persona che poteva maledire o anche distruggere i poteri demoniaci era chi ne conosceva i nomi, che erano il fondamento su cui si basavano questi libri, sorta di guide per il percorso oltremondano. Infatti gli spiriti dell’oltretomba si supponeva si potessero neutralizzare con le parole: “Io ti conosco e conosco il tuo nome”.
La vita di una persona era sostenuta dal potere segreto del suo nome.
Un proverbio egizio dice: “Il nome di chiunque sia completo, allora egli vive”; per questa ragione i nomi di re e dignitari erano ripetuti sui monumenti e in iscrizioni per assicurare dopo la morte la sopravvivenza degli interessati.
E, a corollario, la peggior punizione era quella di obliterare il nome sia per esecrazione sia per altri motivi, scalpellandolo via dai monumenti. È il caso, per esempio, di Hatshepsut: per ragioni molto varie (dalle sue visioni teologiche troppo avanzate per i suoi tempi, a visioni di sequenza dinastica, ecc.), alla fine del regno di Tuthmosis III i suoi nomi vennero cancellati; ma ciò fu spesso fatto con un tale rispetto, una tale attenzione, e i geroglifici furono scalpellati così bene da lasciarne intatta e riconoscibile la forma, al punto che il nome si legge perfettamente; ergo, l’intenzione non era quella di cancellarne la memoria o maledirla, bensì di annullare la magia religiosa nella dimensione della sola regalità divina.
Altro caso è quello di Akhenaton, il cui nome è stato cancellato ovunque nell’intento sia di cancellarne la memoria, che di privarlo della sopravvivenza nell’aldilà.
Altri indizi sulla complessità delle sfumature e diramazioni del pensiero sul nome, ren, ci vengono da casi come quello del “ka” regale.
Il ka, semplicisticamente descritto come “doppio spirituale”, era in realtà un concetto molto più complesso; semplificando comunque, diciamo che in questo caso era l’essenza divina, la scintilla che sfugge alla dimensione della natura terrestre poiché proviene dalla dimensione oltremondana, è la “scintilla divina” donata all’uomo dagli dèi. Il Ka regale è ancora più specifico: è l’anima divina cosmica ed eterna dei faraoni; non dei singoli, ma di tutti: una sorta di legame divino che unisce le anime dei faraoni passati, presenti e futuri.
Così vediamo che, quando un faraone ignoto (ma forse Horemheb) fece scalpellare nella tomba di Ay i nomi del faraone, quelli che si trovano connessi al Ka regale sono intatti; questo perché scalpellarli avrebbe voluto dire danneggiare l’essenza dei sovrani passati, presenti (dunque anche di colui che aveva comandato la cancellazione) e futuri.
Nel caso dei privati ricordiamo gli individui che si erano macchiati di crimini: gli atti dei processi contengono il nome del colpevole in una forma storpiata (del tipo “Ra lo ama” trasformato in “Ra lo odia”).
Uno dei migliori esempi dell’importanza del nome possiamo trovarlo nel mito di Ra divenuto vecchio e della dea Isis, che ci viene raccontato da un papiro conservato al Museo Egizio di Torino (n. 1993).In breve, vi si narra del dio sole, Ra, ormai divenuto vecchio, e della grande maga degli dèi, Isis; quest’ultima, ancora una maga umana, voleva ottenere il potere magico donato dalla conoscenza del nome misterioso di Ra, che le avrebbe consentito di divenire una dea. Per far ciò escogitò un sistema basato sulla magia che si serviva di figurine (spesso di argilla o cera) e del fluido del corpo dello stesso Ra: questi, infatti, ormai vecchissimo, si trascinava e sbavava. Così la maga Isis plasmò un serpente con del fango intriso della saliva del dio; Isis usò quindi il rettile perché mordesse Ra che, impazzendo dal dolore, non sapeva cosa fare; Isis si presentò dicendo che poteva liberarlo dalla sofferenza, ma che per farlo era indispensabile conoscere il vero nome di Ra. Il dio cerca di evitarlo con vari mezzi, ma alla fine sarà costretto a rivelarglielo, in gran segreto. Così Isis divenne dea fra gli dèi e la loro Grande di Magia; nel papiro, questo mito è in realtà utilizzato proprio per scopi magico-religiosi: scritto sopra un papiro, messo in una soluzione e poi bevuto, lo scritto ha il potere di neutralizzare il veleno di serpente.
Lo stesso concetto valeva con le statue guaritrici: coperte di formule magiche guaritrici, vi si versava l’acqua che si raccoglieva nel bacino, e che, ormai ricca della magia, una volta bevuta doveva dare la guarigione.
Ancora oggi nella Nubia Sudanese e nelle campagne d’Egitto si fa la stessa cosa con testi coranici: i versetti vengono scritti con inchiostro solubile in acqua, si versa quest’ultima e si beve il tutto.
Dobbiamo pensare che queste pratiche religiose (o magico-religiose, se vogliamo; ma la differenza è solo nostra) venivano e vengono associate sempre e solo ai veri rimedi. Quindi il rimedio efficace sembra passare in secondo piano (ma il bassir nubiano o il medico sacerdote egizio sanno benissimo la verità) e il “merito” va a Dio/Dèi, e, di riflesso, all’uomo così saggio che conosce questi santi rimedi. In realtà il medicamento c’era e c’è, e la formula da bere è certo un placebo, ma ancor più la pace dell’anima, la fiducia che gli dèi ti stanno guarendo.
IL SIGNIFICATO ESOTERICO
Tornando specificamente al nome, ren, affrontiamo adesso uno degli aspetti più affascinanti dell’antico Egitto: quello esoterico, che nella magia religiosa e creatrice del linguaggio lascia fluire i concetti e le forze cosmiche.
Attenzione! Non parliamo di concetti modernamente esoterici (nei sensi dati dal Medioevo alle odierne correnti New Age), bensì dell’esoterismo egizio, come appare dai loro testi.
Sappiamo che tutti i concetti del simbolismo esoterico egizio sono basati sulle funzioni della Natura; l’occhio e la bocca sono entrambi in rapporto con i due astri celesti, sole e luna: i due occhi sono il loro simbolo. Ora, il nome dell’occhio è “ir.t”, connesso anche a “fare”, “creare” (iri). Proseguendo secondo il filo logico dei simbolisti/teologi/esoteristi egizi, il nome del creatore, Ra, si scrive con la bocca “r”; così la connessione fra astro celeste e bocca passa pienamente al simbolismo scrittorio. Il cielo (pet) fu il modello dei simbolisti e Ra ne era il signore.
E la logica creativa degli scribi/sacerdoti egizi prosegue: il Verbo di Ra si manifesta tramite l’ombra, ossia: ogni cosa è ombra di Ra, che aumenta o diminuisce, monta o discende, “diviene” o “ritorna”; il geroglifico “r” è il simbolo di questa realtà, poiché dall’incrociarsi di due cerci l’ombra (la sovrapposizione) dà la bocca ro, la lettera “r”.
La lettera “r” è dunque di natura solare; vi si connettono le idee di attività, di movimento circolare, di rivoluzione (degli astri e degli esseri) in orbita ciclica.
Facciamo un altro “salto quantico mentale”, per analogia col pensiero moderno: quanto detto sulla “r” è in rapporto con il segno “shen”: il geroglifico di shen è una corda piegata a divenire doppia e poi arrotolata su sé stessa a dare un cerchio con le estremità che fuoriescono; un cerchio perfetto che ingloba spazio e tempo.
Tutto ciò per gli egizi era solo l’inizio perché adesso, dopo quanto visto sopra, sostituiamo a “shen” la “s” con la “r”: la parola “shen” si trasforma in “ren”, il nome; e quando il segno shen si allunga per contenere il nome del sovrano, “ren”, diviene il cartiglio regale. Così il nome regale diviene ed è il simbolo di un ciclo, un circolo chiuso sulla corda infinita dell’anima e questo circolo delimita un’esistenza sotto questo nome ren che è il suo destino attuale ed eterno; ma è molto di più, è il sovrano divino il cui nome ingloba spazio e tempo.
Concludiamo la carrellata sul nome e sul nome del faraone ricordando che il serekh, che contiene il primo nome del faraone, rappresenta nella parte inferiore del rettangolo la facciata “anche” del Palazzo reale, vista in prospetto, mentre lo spazio posteriore, in cui era iscritto il nome, ne era la veduta in pianta. Quindi, nella magia religiosa dei geroglifici e della figurazione egizia, il nome (“ren”), che era l’essenza del faraone, era realmente protetto dalle mura del Palazzo.
Ay, successore di Tutankhamon con il nome di Kheperkheperura fu un funzionario di considerevole rilievo durante il regno di Akhenaton, nel corso del quale ebbe i titoli di Portatore di flabello alla destra di sua maestà, Capo di tutti i cavalli del re, Primo degli scribi di sua maestà e Padre del Dio.
Non si sa se fosse di stirpe reale. Alcuni studiosi sostengono che fosse il padre di Nefertiti e di Mutnodjemet, moglie di Horemheb, altri che fosse figlio di Yuya e Tuya e quindi fratello o fratellastro di Tiye, Grande Sposa Reale di Amenofi III, e quindi zio di Akhenaton. In realtà avrebbe ben potuto essere sia il fratello di Tiye che il padre di Nefertiti e Mutnodjemet, e tali legami spiegherebbe il suo prestigio a corte e la sua nomina a componente del Consiglio di Reggenza che diresse ed amministrò l’Egitto quando Tutankamon era in età minorile. Certamente sua moglie Tyie fu la balia di Nefertiti.
Alla morte del sovrano Ay, che doveva avere un’età compresa tra i sessanta e settant’anni, salì al trono, forse approfittando dell’assenza di Horemheb impegnato in una campagna contro gli Ittiti e regnò per circa quattro anni. Si fece carico di organizzare le esequie di Tutankhamon, tant’è che appare dipinto sulla parete della sua tomba mentre esegue la cerimonia di apertura della bocca e forse ( ma come si è già detto non è certo) sposò la sua vedova Ankhenamon per rafforzare suo diritto al trono.
Particolare della tomba di Tutankhamon, dove è raffigurato Ay che compie il rito dell’apertura della bocca sul faraone.
L’ascesa al trono di Ay ha avuto diverse interpretazioni da parte degli egittologi. In passato alcuni studiosi pensavano che la brama di potere l’avesse spinto a compiere atti sanguinosi, come l’assassinio di Tutankhamon, della sua regina, di una serie di fedeli cortigiani e del Principe Zannanza, figlio del Re Suppiuliuma inviato in Egitto su richiesta di Ankhenamon per diventare successore di Tutankamon.
L’eminenza grigia del regno di Tutankhamon fu quindi un usurpatore e un assassino? In realtà la sua posizione va analizzata con attenzione. Gli omicidi di cui era incolpato sono smentiti dalle prove storiche, archeologiche e scientifiche. Si è propensi a pensare quindi che Ay fu un servitore fedele, che non tradì mai la famiglia reale e che, al contrario, cercò in tutti i modi di salvare la corte, consigliando al giovanissimo Tutankhamon di restaurare i templi e di riavvicinarsi al clero di Amon. La figura di Ay è circondata da un unico alone di sospetto: potrebbe aver preso parte a un piano per impedire che il figlio del re straniero salisse al trono. Purtroppo non possiamo conoscere con precisione come si svolsero i fatti. Durante il suo regno portò avanti il programma politico già suggerito a Tutankamon, continuando l’opera restaurazione del culto degli antichi dei e cercando di riavvicinare la corte al popolo. Fece erigere a Karnak un tempio dedicato al suo predecessore; l’edificio venne realizzato con la tecnica dei talatat e presenta pitture con scene di guerra contro gli Asiatici, sebbene in quel periodo gli Egizi non avessero combattuto contro gli antichi rivali.
Amuleti in faience turchese, riportanti la titolatura reale del faraone Ay ,un’usanza che risale al Medio Regno. Furono rinvenuti nel tempio funerario di Ay, a Medinet Habu. ( Museo di Brooklyn)
Altri templi sorsero, per ordine di Ay, a El Salamunu nei pressi di Akhmin e a nord di Medinet Habu, dove iniziò la costruzione del proprio tempio funerario. Egli era, probabilmente, il padre o il nonno di Nakhtmin, che fu generalissimo durante il regno di Tutankhamon e che avrebbe dovuto essere suo successore se non fosse deceduto prima di lui.
Il faraone morì in un periodo storico che non è stato ancora identificato con certezza, tra il 1318 e il 1314 a. C. oppure tra il 1329 e il 1325 a. C. Il luogo esatto della sua sepoltura rimane un mistero ; egli fece costruire una prima tomba ad Amarna che non fu mai utilizzata e che conserva una delle varianti più complete dell’Inno all’Aton, e probabilmente fu sepolto nella KV23, posta nella Valle delle Scimmie ( denominata pure WV23 perché sita nella West Valley). Secondo alcuni storici, il suo sonno eterno e la sua tomba vennero profanato dal suo successore Horemheb, mentre altri studiosi sostengono che la sua mummia sia stata in realtà seppellita ad Akmin, sua città d’origine.
Fonte:
Enciclopedia Egitto, volume secondo – L’impero – a cura del professor Maurizio Damiano – Fabbri Editori.
Ay: il faraone successore di Tutankamon di Giampiero Lovelli
Le informazioni certe sulla vita di Ankhesenemon sono pochissime a causa della damnatio memoriae che colpì la famiglia amarniana.
Ella era la terza figlia di Akhenaton e di Nefertiti, nacque ad Amarna attorno al 1348 a. C. e le fu imposto il nome di Ankhesenaton; con le sorelle Meritaton e Meketaten divenne “Principessa Senior” e come tale doveva adempiere a molti doveri ufficiali, sia civili che religiosi.
Forse fu data un sposa al proprio padre, e poi, a tredici anni di età, a Tutankhamon, che aveva appena otto anni, la loro unione non fu allietata dalla nascita di figli, anzi, nella tomba del giovane re furono trovati i feti di due bambine, probabilmente figlie della coppia.
Secondo alcuni studiosi ella sposò Ay, successore di Tutankhamon, per legittimare la sua ascesa al trono e rinforzare la sua posizione prendendo in moglie la regina restauratrice dell’antico culto; questa ipotesi tuttavia è stata ritenuta come poco verosimile in quanto nella sua tomba l’anziano faraone è rappresentato affiancato dalla moglie, che può essere solo la sua consorte principale Teye, in quanto il cartiglio nel quale era scritto il nome della regina, oggi illeggibile, risulta troppo piccolo per contenere il nome di Ankhesenemon, mentre conterrebbe perfettamente quello di Teye
Il matrimonio fra Ay e Ankhesenemon, inoltre, non ha riscontri al di fuori di un anello custodito a Berlino, sul quale i loro nomi sono affiancati, e la cui autenticità è oggetto di discussioni.
In Ankhesenemon alcuni individuano la regina egizia, chiamata dagli ittiti Dakhamunzu che, rimasta vedova, scrisse al re degli Ittiti Suppiluliuma I una lettera con cui chiedeva al sovrano straniero di inviarle uno dei suoi figli per sposarlo e renderlo re dell’Egitto. Eccone il passo principale :
” Mio marito è morto” scrive la regina, ” non ho figli. Si dice che tu ne abbia parecchi, se me ne mandi uno, ne farò mio sposo. Non sceglierei mai uno dei miei servitori come marito“.
Una copia della lettera è stata trovata in un archivio reale, nei pressi della moderna cittadina turca di Bigazkoy ( nel sito dell’antica capitale ittita Hattusa) in quelli che sono noti come gli Annali di Mursili II ( TA. VII – KBO2003), dal titolo: Gesta di Suppiluliuma narrate dal figlio Mursili).
Suppiluliuma pensò ad un tranello e mandò in Egitto un ambasciatore, Hattusa Zitis e la regina vedova confermò la sua richiesta :
“Perché hai Tu pensato ch’io Ti volessi ingannare? Se avessi avuto un figlio, sarei forse io ricorsa, a Mia vergogna, a un Paese straniero? Non ho scritto ad altri, solo a Te, dammi uno dei Tuoi figli, per me sarà solo un marito, ma per l’Egitto sarà Re“.
Il prescelto fu il principe Zannanzas che, però non giunse mai a destinazione, venendo, forse, assassinato durante il viaggio. L’identità della regina che scrisse queste lettere è incerta: oltre ad Ankhesenemon, sono state proposte come possibili autrici anche Nefertiti e Merytaton.
Non essendo giunto a destinazione il principe ittita, avrebbe preso il potere Ay, dopo aver organizzato le cerimonie funebri di Tutankhamon.
Nelle pitture parietali della camera sepolcrale di Tutankhamon, Ay è rappresentato come un sacerdote officiante il rito funebre mentre esegue la cerimonia dell’apertura della bocca per infondere nella mummia l’uso dei sensi; egli indossa già la corona blu kepresh, segno indiscutibile della sua ascesa al trono.
Non si conosce il destino di Ankhesenemon dopo il suo possibile matrimonio con l’anziano faraone Ay in quanto il suo nome scompare dalla storia; si può ipotizzare che sia morta, poco più che ventenne, durante il quadriennio di regno di Ay ( 1324 – 1319).
La sua tomba non è stata mai trovata, anche se da tempo il prof. Hawass la sta cercando a Tebe Ovest, nella Valle delle Scimmie.
Anche la tomba designata come KV63 e posta poco lontano da quella di Tutankhamon è stata individuata come possibile ultima dimora della giovane regina, il problema principale di quel sito è che non ha mummie, quindi il test del DNA è impossibile
Ma la tomba ha molti altri reperti che potrebbero portare alla conclusione che la regina Ankhesenemon fosse effettivamente sepolta lì.
La tomba contiene un sarcofago certamente appartenuto ad una donna, abiti tradizionali femminili, gioielli e frammenti di ceramica con l’iscrizione “Paaten”, l’unico personaggio reale conosciuto che portava quel nome era la sposa di Tutankhamon, il cui nome di nascita era Ankhesenpaaten
Un esame del DNA, annunciato nel 2010, ha portato inoltre ad ipotizzare che una delle mummie reali femminili individuata con il codice KV21A appartenesse alla regina Ankhesenemon.
La regina è ritratta in molti oggetti trovati nella tomba del marito, sempre in atteggiamenti affettuosi che sottolineano la sua importanza come Grande Sposa Reale.
Le scene in cui compare non sono semplici dimostrazioni del suo fascino: i testi geroglifici la definiscono ” la grande maga” che, con i suoi atti rituali, trasmette al sovrano l’energia necessaria per regnare
L’attività sportiva, e in particolare il tiro con l’arco, rappresenta uno dei topoi del repertorio di immagini dei monumenti regali del Nuovo Regno. Questo esempio proviene da un lato del cofanetto di Tutankhamon e ritrae la regina Ankhesenamon ai piedi del faraone che si appresta a scoccare una freccia. (Museo Egizio del Cairo)
Le regine dell’antico Egitto a cura di Rosanna Pirelli
Le donne dei faraoni di Christian Jacq.
IL PICCOLO SACRARIO D’ORO
Legno, gesso, lamina d’oro, argento Altezza cm 50,5, larghezza cm 26,5, profondità cm 32. Carter 108
Il sacrario ha una forma rettangolare, con un tettuccio digradante dalla parte anteriore a quella posteriore.
È fatto di pannelli di legno coperti da uno spesso strato di gesso, nel quale sono modellate numerose figure e complesse scene, il tutto ricoperto da una finissima lamina d’oro.
Nella parte frontale si trovano due ante che si aprono verso l’esterno, chiuse da due chiavistelli che passano attraverso alcuni anelli metallici. Il sacrario poggia su una slitta in legno rivestita d’argento.
L’aspetto più interessante è la sua decorazione, si tratta di una meravigliosa testimonianza del profondo amore che univa Tutankhamon alla moglie Ankhesenamon.I pannelli del sacrario ospitano raffigurazioni della coppia reale, ritratta con vestiti di diverse fogge e in varie situazioni.
In alcune scene i due sposi sono rappresentanti mentre si prendono cura l’uno dell’altra, mentre in altre il re è raffigurato mentre compie varie attività in compagnia della regina.
Molte di queste raffigurazioni hanno una sfumatura di carattere sessuale: le anatre nelle paludi, per esempio, sono simboli erotici, così come i fiori di loto, gli oli, le collane che la regina offre al consorte.
La sessualità si legava profondamente ai concetti di rigenerazione e resurrezione, così che il sacrario diventava uno strumento per garantire ad Tutankamon e Ankhesenamon la vita eterna.
Fonte : Tutankhamon, I tesori della tomba – Zahi Hawass – fotografie di Sandro Vannini – Einaudi
LE IMMAGINI DELLA COPPIA REALE
A cura di Patrizia Burlini
Tutankhamon e Ankhesenamon sullo schienale del trono. Museo egizio del Cairo
Tutankhamon e Ankhesenamon rappresentati sul coperchio di un cofanetto in avorio. Museo egizio del Cairo
Le statue di Tutankhamon e Ankhesenamon a Luxor, rappresentati come Amon-Ra e Mut.
Ankhesenamon e Tutankhamon nel naos d’oro appartenente al corredo funerario di Tutankhamon
Tutankhamon e Ankhesenamon nel naos d’oro
Altro ritratto della coppia reale
Ankhesenamon e Tutankhamon
Si ritiene che questa testa, conservata al Brooklyn Museum , appartenga a Ankhesenamon o Tutankhamon
Il naos dorato che presenta vari ritratti della coppia reale
Il vino era una bevanda apprezzata in Egitto, e la sua importanza crebbe nel Nuovo Regno, soprattutto nel periodo ramesside, anche perché le bevande inebrianti giocavano un ruolo preminente nelle feste e nelle celebrazioni religiose.
Questo recipiente, insieme agli altri che vi mostrerò nei prossimi giorni, fa parte dei tesori di Bubastis, e veniva probabilmente utilizzato per servire il vino in occasione della grande festa annuale in onore della dea Bastet; è un reperto eccezionale, in quanto è realizzato in argento, e quel metallo era estremamente raro nell’antichità; inoltre era usanza fondere gli oggetti risalenti per crearne di nuovi.
Esso ha il manico a forma di capra rampante, è alto cm. 16,8 e risale al regno di Ramses II; si trova al museo del Cairo. La parte inferiore globulare è decorata con cuori e con testi geroglifici di augurio per il “coppiere del re” e “messaggero in tutti i paesi” Atumentaneb, mentre il collo è inciso con una doppia fascia di scene naturalistiche che presentano anche elementi decorativi tipici del vicino oriente.
Nella fascia superiore un uomo riccamente vestito stende le braccia in segno di adorazione verso una dea sconosciuta al pantheon faraonico; vi sono poi grifoni alati, uno dei quali attacca un felino, due gazzelle che si accoppiano; una lotta tra animali.
Il registro sottostante è decorato con scene di caccia e pesca nelle paludi, tratte dal repertorio decorativo tradizionale dell’antico Egitto: un uomo naviga su una barca di papiro sormontata da un’edicola sormontata da un fiore di loto all’interno della quale si trovano un uccello nel nido, un cesto e una nassa, un altro uomo scende da una barca e tiene un’anatra da lui catturata mentre altri uccelli, spaventati, prendono il volo e abbandonano i nidi sul bordo di uno stagno dove nuotano tre pesci. Un altro pescatore si allontana portando sulla spalla una lunga pertica alla cui estremità sono attaccati due pesci. In un’altra scena alcuni uomini tirano una rete in cui sono imprigionati diversi uccelli che si erano posati su di uno stagno mentre altri, sfuggiti alla trappola, stanno volando via.
Facevano parte del “servizio da vino” del tempio anche questi oggetti attualmente in mostra al MET di New York e tutti di epoca ramesside.
Si tratta di un colino in oro, che serviva per depurare la bevanda dalle impurità mentre veniva versata nelle situle o nelle patere; di una situla in electron decorata con un motivo di foglie di olivo intorno al collo e di petali di loto che abbracciano la base; di un oggetto circolare in oro decorato con la tecnica della granulazione che era la decorazione centrale di una patera andata perduta; dei frammenti di un vaso d’argento con il collo fasciato d’oro.
La decorazione di quest’ultimo vaso è costituita da teste di Hathor e cuccioli di leone che sono un riferimento alla dea ed altresì a Sekhmet – Bastet, associate al mito della Dea Lontana, la cui furia distruttrice nei confronti dell’umanità fu fermata solo dall’ebbrezza.
Questo vasetto d’oro (a sinistra) (solo 11 cm. di altezza) ha la forma di un melograno, frutto introdotto dall’Oriente in Egitto all’inizio del Nuovo Regno; i chicchi, la cui dimensione diminuisce man mano ci si avvicina alla base del vaso, sono realizzati a sbalzo.
Il collo del vaso è decorato con quattro registri di motivi floreali, più precisamente un fregio di foglie lanceolate, una serie di fiori di loto, grappoli d’uva e piccoli fiori, una fila di rosette stilizzate e una ghirlanda di fiori. Il manico è formato da un anello mobile che passa attraverso una barra fissata al bordo del vaso, a sua volta decorata con il rilievo di un vitello sdraiato.
Esso fu realizzato nel Terzo periodo intermedio.
L’altro vaso d’oro (XIX dinastia) è decorato con un fregio di foglie lanceolate che puntano verso il basso; la fascia centrale ha un motivo di grandi gocce e la fascia inferiore ha una serie di cerchi con rosette stilizzate.
Un anello è fissato sotto il bordo da una piccola barra in cui è incastonata una pietra. Il corpo del vaso è inciso con una ghirlanda di foglie a forma di collana da cui pende un fiore di loto affiancato da due uccelli con ali spiegate. Si vede anche l’incisione di un gatto.
Entrambi questi reperti sono conservati al Museo Egizio del Cairo.
Questo prezioso vasellame in argento risale all’epoca ramesside, ed era anch’esso utilizzato per servire il vino; tutti gli oggetti sono esposti al MET di New York.
La brocca decorata con la testa di leonessa sul manico era probabilmente usata nel corso delle celebrazioni in onore di una divinità asiatica e reca il nome del maggiordomo reale Atumemtaneb, che era anche un inviato reale in tutte le terre straniere. La decorazione sotto il bordo mostra scene palustri con bovini, cavalli e capre; la base è circondata da un motivo a forma di petali
.La bottiglia d’argento con scena di offerta reca il nome di Meritptah.
Questa patera d’argento con base piatta e bordo verticale è decorata con una serie di fini incisioni di agricoltura, allevamento, caccia e pesca nelle paludi; all’interno si allarga una rosa di petali e foglie di loto.
Essa risale all’epoca ramesside e si trova al MET di New York.
I BRACCIALI DI RAMSES II
Questi bracciali in oro massiccio e lapislazzuli fanno parte del “primo tesoro” di Bubastis e recano il cartiglio del nome di intronizzazione di Ramses II (User Maât Rê Setep en Râ); potrebbero essere stati indossati dal re in persona o, più semplicemente, essere un dono offerto dal sovrano a Bastet.
Essi sono costituiti da due semicerchi incernierati; la parte superiore è decorata con due oche appaiate, con teste e coda in oro ed il corpo in lapislazzuli ; gli occhi sembrano essere di ceramica.
Il contorno del corpo è decorato con un bordo geometrico realizzato combinando minuscoli grani, piccole trecce e fili d’oro, che creano anche linee sulla testa e sulla coda delle oche , a simulare le penne. Dopo il loro ritrovamento, in via del tutto eccezionale sono stati fatti indossare a Ramses II.
Questo anello in oro adornato con un emblema di Hathor (in alto a sinistra)venne rinvenuto a Bubastis nel 1992 ed è ora esposto al museo di Zagazig.
La dea porta la tipica parrucca ornata da nastri, con la riga in mezzo e due grandi riccioli ai lati del collo e poggia sul geroglifico neb; ella è affiancata da urei sormontati da un disco solare ai lati dei quali vi sono due grandi fiori di loto; sulla testa una cornice serve da supporto ad un naos, molto simile ad un sistro.
Analoga provenienza hanno anche l’anello con le anatre (in basso a sinistra, oggi al Louvre) ed il bellissimo calice lotiforme in mostra al museo del Cairo, e recante il cartiglio di Tausert, moglie di Sethi II, la quale alla morte del figliastro Siptah assunse prerogative e titolatura reali.
Esso è alto appena dieci centimetri; la coppa è costituita da un fiore di loto (simbolo dell’Alto Egitto) e si appoggia su di un piede cilindrico svasato alla base a forma di ombrello di papiro rovesciato (simbolo del Basso Egitto).Il loto simboleggia la rinascita: quando ha terminato il suo corso, il sole si rifugia nel loto per sorgere di nuovo il giorno successivo, e il ciclo ricomincia ogni giorno.
Tra i gioielli rinvenuti a Bubastis spicca un collier di diciannove giri di piccoli elementi decorativi di differenti forme in oro e corniola largo 36 cm., che si allaccia al collo grazie ad una catenella che ne raccoglie le estremità. Esso è ora custodito al museo del Cairo.
Naturalmente il gioiello è stato reinfilato al momento della scoperta, perché i singoli componenti si erano sparpagliati fin dall’antichità, ed è quindi impossibile stabilire se esso è identico a come doveva essere in origine
FONTI:
Trésor de Bubastis : un vase qui raconte une histoire, di Marie Grillot
Francesco Tiradritti, Tresors d’Egypte. Les merveilles du musée égyptien du Caire