Posizione del forte di Tell Ras Budran rispetto al porto di Re Khufu di Wadi al-Jarf.
Quando pensiamo alla civiltà egizia la prima cosa che viene in mente è la loro abilità costruttiva e la fantasia corre verso Giza, Luxor e Abu Simbel. Ma gli antichi egizi erano anche abili costruttori di imperi per cui necessitavano di imponenti fortificazioni non solo per la difesa dei vasti territori ma anche per il controllo degli intensi commercii che vi si svolgevano.
L’incremento di una febbrile attività di costruzioni sviluppatasi fin dalla terza dinastia determinò una forte esigenza di manodopera per ricerca urgente di materiali. Questi ultimi erano ricercati anche in località distanti. L’esempio più classico sono le cave di Tura, lontanissime, con il cui finissimo calcare venivano rivestite le piramidi. A tal fine venivano organizzate non solo spedizioni verso miniere o cave già conosciute, ma anche spedizioni esplorative, alla ricerca, cioè, “di nuove fonti di rocce e di pietre da recuperare”.
Di dette spedizioni, “molte erano anche commerciali, allo scopo di procurare quei beni che servivano alla produzione di corredi funerari come legnami e metalli preziosi”. Le spedizioni effettuate soprattutto nel Sinai permisero di stabilire contatti stabili con i paesi confinanti.
Le fortezze, perciò, costituivano un grande capitolo dell’architettura egizia; erano costruite “in base a modelli vari, “l’uno destinato a caposaldo e sbarramento, l’altro ad appoggio per le truppe di guardia alla frontiera”.
Quello che resta del forte di Tell Ras Budran. Si intuisce la forma circolare del forte.
Nella penisola del Sinai, sulla Piana di El-Markha, è stata trovata la fortezza di Tell Ras Budran che aveva l’evidente scopo di proteggere le spedizioni che si spostavano verso l’Asia, per contrastare i Beduini, popolazioni nomadi della penisola.
Il sito si trova a circa 150 m. dal golfo di Suez.
A sinistra: ricostruzione del forte di Tell Ras Budran A destra: rilevamento del sito scavato (G.MUNDORF, mod.)
La pianura di El-Markha, nei tempi antichi, faceva da punto di ancoraggio per le spedizioni egizie nella regione mineraria del Sud Sinai. L’università di Toronto ha studiato a fondo il sito e ha scoperto “una struttura circolare in pietra del tardo Antico Regno”: è uno dei tre forti egiziani identificati tra il primo periodo dinastico e l’Antico Regno. Per gli archeologi il forte risale alla IV dinastia (XXVI Sec. a.C.) ed è considerato contemporaneo al porto di Wadi el Jarf, situato sull’altro lato del Golfo.
Alcuni studiosi “suggeriscono che il forte fosse legato al porto poiché il molo era il quartiere generale di alcune spedizioni minerarie nel Sinai durante la costruzione della Grande Piramide”.
Vista satellitare di Tell Ras Budran
Questa Fortezza è tra le più antiche a possedere merli e bastioni e presenta una insolita forma circolare e un insolito utilizzo della pietra per questo tipo di costruzione. Una volta liberato dalla sabbia l’edificio ha mostrato una struttura costruita con pietra calcarea grezza, un diametro di circa 40 m. e un muro che alla base ha uno spessore di 7 m.
L’interno del Forte rivela buchi di palo profondi e fosse poco profonde che suggeriscono la possibilità di magazzini per lo stoccaggio e di una tettoia che copriva un cortile all’aperto; non risultano però presenze di costruzioni o abitazioni, il che fa supporre che il presidio militare stazionasse solo per tempi brevi (stagionalmente).
Il porto di Ouadi el Jarf Il complesso del porto disponeva di un molo di pietra, a forma di L, che si estendeva in mare per una lunghezza di circa 300 m che risulta ancora parzialmente affiorante durante la bassa marea. Il porto era sovrastato da un alamat, una sorta di torre di pietre ammassate che veniva usata come segnale per individuare il porto lungo una costa poco differenziata nel suo sviluppo.
“La stagionalità del suo uso è dimostrata anche dal fatto che il forte fu occupato, poi abbandonato per essere in seguito nuovamente rioccupato, sempre e comunque durante L’Antico Regno”.
I documenti contemporanei del tardo Antico Regno riferiscono ampiamente le campagne egizie contro gli “abitanti della sabbia” asiatici e il massacro beduino di una spedizione egiziana vicino al Mar Rosso.
Parte delle numerose ancore ritrovate nel porto di Wadi al-Jarf
FONTE DELLE FORTEZZE:
LIVIO SECCO- CONFINI DI PIETRA- LE FORTEZZE DELL’ANTICO EGITTO-KEMET
Un elemento architettonico molto particolare viene custodito al Museo Egizio di Torino.
Non voglio dilinguarmi più di tanto su esso perché è molto conosciuto visto che raffigura niente meno che gli antroponimi divini e regali di Akhenaton. Indubbiamente si tratta di uno dei sovrani più amati o più odiati da parte degli egittologi ed egittofili. Su questo re non ci sono vie di mezzo.
Si tratta di un reperto che avevamo già analizzato qualche mese fa QUI, ma ora prendiamo in considerazione anche il fianco sinistro dell’oggetto, cosa che in precedenza non avevamo fatto visto che l’immagine a corredo era esclusivamente frontale. Perciò riprendiamo in mano il tutto e rifacciamo la nostra analisi filologica considerando anche il lato visibile.
Granito grigio, altezza 75 cm Karnak, cortile della Cachette – Scavi di George’s Legrain 1904 Museo Egizio del Cairo, JE 36582 = CG 42162
Statua di Ramessunakht, primo sacerdote di Amon-Ra
La carriera di Ramessunakht è nota grazie a diversi documenti.
La carica più importante da lui rivestita fu quella di primo sacerdote di Amon-Ra, che detenne sotto i regni successivi di Ramses IV, V e VI.
Di Ramessunakht si sa che guidò la spedizione, che nel corso del regno di Ramses IV, si recò nello uadi Hammamat per procurarsi blocchi di pietra da costruzione.
Il potere di lui era tale da permettergli di edificare un proprio tempio funerario, recentemente riportato alla luce, tra le colline di Dra Abu el-Naga.
La statua lo rappresenta nella classica posizione dello scriba seduto.
Sculture di questo genere sono attestate in ogni periodo della storia faraonica.
La novità è qui rappresentata dal babbuino appollaiato sulle spalle.
L’animale era sacro a Thot, patrono degli scribi e inventore della scrittura, e la scelta di rappresentarlo con le mani che poggiano sulla testa della persona ha il senso di porrerla sotto la protezione della divinità medesima.
La statua era stata dedicata a Ramessunakht dal figlio Nesamon, anch’egli primo sacerdote di Amon – R a Tebe.
I tratti del volto sono quelli tipici dell’epoca ramesside.
Gli occhi sono stretti ed allungati, il naso sottile, la bocca stretta e larga con gli angoli posti in ulteriore risalto da due pieghe oblique.
La parrucca, tripartita e con i capelli realizzati in onde sottili, lascia scoperte le orecchie.
Lo sguardo è rivolto verso il basso, nel tipico atteggiamento dello scriba concentrato sul proprio lavoro.
L’abbigliamento è costituito da una tunica con le maniche plissettate e da una gonna, anch’essa plissettata nella parte inferiore.
L’abito è aderente e trasparente sul torace dove oltre ai muscoli pettorali è posto i risalto il ventre prominente , segno inequivocabile dell’elevato status e dell’agiatezza goduti da Ramessunakht.
Le braccia sono posate sulle cosce coperte dalla gonna su cui si sviluppa un geroglifico con i titoli e il nome di Ramessunakht.
La mano destra è rappresentata come se tra le dita vi fosse uno stilo la sinistra stringe il rotolo del papiro.
Fonte
Tesori egizi nella collezione del Museo del Cairo – F. Tiradritti – fotografie L’Araldo De Luca – Edizioni White Star.
La medicina egizia, come molti altri aspetti della civiltà faraonica, rimase pressoché immutata fino all’invasione persiana del 525 BCE, che pose fine alla XXVI Dinastia, ed a quella macedone del 332 BCE. Già alla fine della XXVI Dinastia, i greci stabilirono però una loro città nel Delta, Naukratis, iniziando una fitta rete di interscambi commerciali e culturali che coinvolse ovviamente la medicina. Non per niente in questo periodo nasce la medicina greca.
Una ricostruzione di Naukratis durante il suo periodo di massimo splendore: allungata lungo l’ampio ramo occidentale del Nilo, densamente popolata di case in stile egiziano e santuari greci ed egiziani. Immagine di Grant Cox
L’immutabilità della cultura egizia, precursore in qualche modo del “mos maiorum” dei Romani, bloccò anche lo sviluppo della medicina, che rimase sempre legata alla diagnosi nosografica (vedi: https://laciviltaegizia.org/…/20/la-professione-medica-2/). Ma lo sviluppo di Alessandria, con il suo museion e la sua biblioteca, fornì l’occasione per travasare il sapere medico egizio e permettere un nuovo “balzo” con la medicina greca.
Ippocrate viaggiò molto in Egitto da giovane; i suoi allievi si formarono a cavallo tra Cos ed Alessandria, interagendo con l’Egitto fino ad assorbirne molte conoscenze ed usanze.
Ippocrate di Cos. Viaggiò molto in gioventù, imparando in Egitto gli elementi della medicina dei Faraoni e rielaborandola utilizzando le nuove conoscenze, fino ad essere considerato (tralasciando i suoi svarioni) il “padre” della medicina moderna.
Studiò ad Alessandria Erofilo di Calcedonia – che si suppone abbia praticato la dissezione dei cadaveri per meglio comprendere la fisiologia umana. Grazie ad Erofilo si iniziò a comprendere le funzioni cerebrali, iniziando a correggere la clamorosa svista dei medici egizi che attribuivano le funzioni cognitive al cuore (anche se il concetto di “metu” portò per molto tempo a fare confusione tra vasi, nervi e tendini). Il suo nome viene tuttora perpetuato nella torcula herophili, la confluenza posteriore dei seni venosi cerebrali che drenano il sangue dal cervello.
Erofilo di Calcedonia. Visse tra il 335 ed il 280 BCE circa, e fu il primo, vero anatomista della storia.
La Facoltà di Medicina di Parigi (Paris Cité) celebra così Erofilo di Calcedonia, come l’autore della prima dissezione
Galeno, anche lui studente ad Alessandria nel II secolo CE, dal canto suo spazzò via il concetto egizio che le arterie fossero piene solo d’aria, ed insieme ad Erasistrato – che per primo descrisse le valvole mitrale e tricuspide del cuore, fece fare un balzo alle conoscenze vascolari superate solo nel XVI secolo da Harvey.
Di Erasistrato non ci sono pervenute statue. Questo dipinto, “Erasistrato alla scoperta della causa della malattia di Antioco” fu dipinto da Jacques-Louis David nel 1774 e valse al giovane pittore francese il Prix de Rome per la pittura, portandolo a vivere per cinque anni a Roma.
La medicina egizia e quella greca per un po’ marciarono separate, poi si fusero sempre di più e si travasarono in quella romana. L’avvento però della cristianità ebbe due serie conseguenze.
La chiusura dei templi – e delle scuole degli scribi – portò alla perdita della possibilità di leggere i geroglifici ed il demotico. I papiri medici divennero illeggibili; per motivi ignoti non furono tradotti in altre lingue, se non parzialmente, e quelli tradotti erano per lo più nelle biblioteche dei Nestoriani, che vennero allontanati dopo il Concilio di Efeso del 431 CE e portarono la loro sapienza più a oriente. Nacque così la medicina araba, che “tornò” in Europa solo con il Rinascimento.
Galeno di Pergamo in una delle tante ricostruzioni postume. Secondo molti studiosi proprio Galeno (e non Ippocrate) dovrebbe essere considerato il padre della medicina moderna in quanto studioso della fisiologia. Purtroppo nelle sue opere si tramandarono anche gli errori (in primis l’uso scellerato del salasso in moltissime patologie), che di fatto bloccarono lo sviluppo della medicina nel mondo cristiano fino al XVI secolo.
Della medicina egizia ci rimangono le conoscenze erboristiche; il concetto di “trasmissione” tra le varie parti del corpo attraverso i vasi (i “metu”); rimase per molto tempo l’idea di poter conoscere il sesso del nascituro vedendo germogliare questo o quel cereale, piccole cose qua e là che abbiamo visto in questi mesi.
Ma soprattutto ci rimane il concetto stesso di “medico”, il “sinu”, che vide la luce per la prima volta sulle rive del Nilo, dove iniziò a dire: “è un male contro cui lotterò” e che continua a lottare anche oggi.
Con questa puntata si conclude il nostro viaggio nella medicina egizia; verranno inseriti altri termini nel lessico e negli ingredienti delle prescrizioni, oltre ad un approfondimento sul Libro della Terra, ma la nostra avventura a “spiare” i medici dei Faraoni è terminata. Ci auguriamo che abbia suscitato interesse per un aspetto della civiltà egizia che non brilla d’oro o di vivaci colori, ma che ha ugualmente avuto un grande impatto nello sviluppo della scienza medica.
Ad un certo punto, nel quinto anno di regno, Ramses II decise la costruzione di una nuova capitale. Le ragioni per cui lo fece non sono del tutto chiare, alcuni ritengono che lo fece per portare la sua residenza più vicino possibile al confine con la terra di Canaan per essere pronto in caso di pericolo di invasioni da parte delle popolazioni asiatiche.
Scelse il sito di Avaris, ex capitale degli Hyksos, e chiamò la nuova città Pi-Ramses Aa-Nakhtu “Dimora di Ramses, Grande di Vittorie”. Forse, in parte, la ragione fu anche un’altra, in questo modo si allontanava dalle ingerenze e dal potere del clero di Amon di Tebe.
A Pi-Ramses il sovrano fissò la residenza reale anche se si può dire che fu un sovrano “itinerante”, nel senso che si spostò spesso attraverso l’Egitto di palazzo in palazzo particolarmente nei primi anni di regno durante i quali attraversò tutto l’Egitto per far visita a tutte le regioni delle Due Terre. Un papiro dell’epoca cita per l’appunto:
<<…….Sua Maestà in persona ha costruito una nuova residenza ufficiale, il cui nome è “Grande di Vittorie” (Aa-Nakhtu) che giace tra Siria ed Egitto, ed è ricolma di cibo e provviste. Segue il modello di Tebe dell’Alto Egitto e la sua durata è come quella di Menfi. Il Sole sorge nel suo orizzonte e vi si installa. Tutti hanno lasciato la propria città per andare ad abitare nei suoi dintorni………>>.
A questo punto fermiamoci un attimo proprio per parlare della nuova capitale di Ramses II. In Esodo (1:8-10) la Bibbia racconta che:
<<…….A suo tempo sorse sull’Egitto un nuovo re che non aveva conosciuto Giuseppe……..>>
Secondo alcuni questo re sarebbe proprio Ramses anche se la Bibbia non fornisce il nome di alcun re, né alcuna altra informazione che possa permetterci di collocare la vicenda in un qualsiasi periodo della storia egizia. Ramses II sarebbe dunque il “Faraone dell’oppressione” che avrebbe ridotto gli ebrei in schiavitù per costruire la sua capitale:
<<……..posero dunque su di loro capi di lavori forzati allo scopo di opprimerli con i loro pesi; ed edificarono città come luoghi da magazzini per Faraone, cioè Pitom e Raamses…….>> (Es. 1:11).
Se quindi Ramses II fu il “Faraone dell’oppressione” il “Faraone dell’Esodo” non può essere altri che suo figlio, Merenptah che regnò dopo di lui. Quando parleremo del figlio di Ramses avremo modo di scoprire che, proprio dalla “Stele di Merenptah” o “Stele d’Israele”, la cosa non sia affatto possibile. Non intendo quì riproporre la questione se gli ebrei abbiano mai vissuto nell’antico Egitto come schiavi nè se si è mai verificato un Esodo, ne abbiamo trattato a sufficienza. In quanto a considerare gli ebrei come schiavi andrei cauto, è possibile che alcuni ebrei abbiano lavorato alla costruzione di Pi-Ramses, ma non certo come schiavi, tutti coloro che lavorarono per il faraone erano trattati bene e remunerati. Lo testimonia un proclama giunto fino a noi, riportato nel suo libro dall’egittologo britannico Kenneth A. Kitchen, nel quale Ramses II incoraggia gli operai e i capisquadra (non schiavi) dell’immenso cantiere della città:
<<……..O voi operai scelti, uomini valenti di provata abilità…….buoni compagni, instancabili e vigili sul lavoro……..Provviste abbondanti sono davanti e voi……le razioni per voi sono più pesanti del lavoro, nel mio desiderio di nutrirvi e di sostentarvi!……..Ho riempito per voi i magazzini con ogni cosa, pane, carne, dolci per sostentarvi; sandali, abiti, unguento sufficiente per ungere le vostre teste……..Nessuno di voi deve passare la notte gemendo per la povertà……..Ho destinato molta gente a rifornirvi…….un vasaio per fabbricare vasi ove raffreddare l’acqua per voi nel calore estivo………>>.
Non credo che questa sia la schiavitù di cui parla la Bibbia.
Pi-Ramses si trovava in una zona prospera presso uno dei numerosi rami del grande Delta, qui sorgevano campi rigogliosi e produttivi e i pesci abbondavano nelle acque del Nilo. Subito la città venne popolata, giunsero anche genti esterne alla valle del Nilo, da Canaan, dalla Libia e da Amurru.
Oggi Pi-Ramses non esiste più, ma gli studiosi ritengono che si trovasse presso l’odierno villaggio di Qantir dove vennero scoperti resti di manufatti che riportano i nomi di Seti e Ramses.
Dagli anni settanta del novecento una equipe di archeologi austriaci sta lavorando per cercare l’immenso perimetro della capitale di Ramses II. Sono venute alla luce le fondamenta di un tempio enorme oltre ad una necropoli ed i resti di diverse abitazioni. Gli scavi hanno portato alla luce i resti di un enorme edificio di circa 17.000 metri quadrati, che si pensa fosse servito come stallaggio e dove probabilmente veniva conservato il carro del sovrano e le armi dei suoi soldati.
La città di Pi-Ramses dovette avere una storia breve, l’ubicazione molto decentrata tornava utile per sorvegliare i confini ma per le questioni amministrative e la gestione del territorio non era certamente indicata. La città durante la XX dinastia iniziò a perdere la sua importanza e poco più di un secolo dalla morte di Ramses II si era quasi completamente spogliata, i faraoni della XXI dinastia avevano spostarono la capitale a Djanet (Tanis) riutilizzando il materiale preso da Pi-Ramses, spogliando e demolendo gli edifici per decorare ed arricchire la nuova capitale.
Ma la caduta di Pi-Ramses non fu dovuta solo alla volontà degli uomini, intorno al 1060 il ramo pelusiaco del Nilo iniziò a disseccarsi in favore di un nuovo ramo situato più a occidente privando così la città della principale fonte di acqua. Tutto venne trasferito a Tanis, templi, obelischi, stele, statue e sfingi, obelischi e sculture superiori alle 200 tonnellate furono tagliati e riassemblati nella nuova capitale.
Ramses II, che aveva nominato un’epoca, non ebbe modo di vedere questo “scempio”, lui non c’era più ma era finita anche la sua “epoca ramesside”.
Fonti e bibliografia:
Silvio Curto, “L’arte militare presso gli antichi egizi”, Torino, Pozzo Gros Monti S.p.A, 1973
Franco Cimmino, “Ramesse II il Grande”, Milano, Tascabili Bompiani, 2000,
Sergio Pernigotti, “L’Egitto di Ramesse II tra guerra e pace”, Brescia, Paideia Editrice, 2010
Kenneth Kitchen, “Il Faraone trionfante. Ramses II e il suo tempo”, Bari, Laterza, 1994,
Secondo quanto ci è dato a sapere Ramses II non era solo un guerriero ma anche un uomo che amava tanto la sua Grande Sposa Reale Nefertari. La regina sfoggiava una bellezza imperdibile tanto da essere considerata la Mona Lisa dell’antico Egitto grazie al suo viso che esprime serenità.
Ramses ne era talmente innamorato che glielo dimostrò facendogli costruire un tempio per lei poco lontano dal suo e nella raffinatezza della tomba a lei dedicata nella Queen Valley, la QV66.
Parliamo di lei, Nefertari Meritmut, la Grande Sposa Reale di Ramses II “il Grande”. Grande lo fu pure lei, come già scritto in precedenza, Nefertari è una delle regine meglio conosciute dell’antico Egitto, sicuramente una delle più potenti, la sua influenza è comparabile a quella di Ahmose Nefertari, Hatshepsut, Tiy, Nefertiti e Cleopatra VII anche se non ha mai governato in modo autonomo.
Ciò che la distingueva in modo particolare era l’importanza e l’autorità che sapeva dimostrare non sentendosi mai nell’ombra del marito del quale godeva della più ampia fiducia. Doveva la sua autorevolezza all’educazione ricevuta fin da bambina, frequentò gli scribi e da essi ricevette un’istruzione eccezionale: sapeva leggere e scrivere, cosa rara per l’epoca.
Nefertari non fu mai la “grande donna” che sta dietro un “grande uomo”, lei fu una “Grande Donna” che stava al fianco del suo “Grande Uomo”. Seppe stare sempre con onore e competenza al fianco del faraone grazie anche alla sua abilità diplomatica che gli permetteva di mantenere una corrispondenza con gli altri sovrani del suo tempo.
I suoi titoli non si contano, era: “Grande di lodi”, “Signora di grazia”, “Grande Sposa del re, sua amata”, “Signora delle due Terre”, “Signora di tutte le terre”, “Sposa del Forte Toro”, “Sposa del Dio”, “Padrona dell’Alto e Basso Egitto”, ed altri ancora, ma direi che ce ne sono già a sufficienza per qualificare una Grande Donna anche se per Ramses lei era “Colei per cui il Sole risplende” ed “il Sole sorgeva per lei”. E tale era l’amore che Ramses provava per lei (nonostante le centinaia di concubine, ma così si usava) che per lei scelse un sito a un centinaio di metri di distanza dal suo Grande Tempio per far erigere in suo onore un Tempio che, seppur minore, è pur sempre una delle più alte espressioni di considerazione nei confronti della sua amata.
Il tempio è dedicato a Nefertari associata alla dea Hathor. La facciata del tempio di Nefertari è larga 28 metri e alta 12 metri, in essa sono state ricavate sei nicchie che contengono quattro statue di Ramses e due della regina ciascuna alta 10 metri. L’entrata conduce ad una sala ipostila con colonne i cui capitelli sono formati da teste raffiguranti la dea Hathor, il tempio si estende per 25 metri all’interno della montagna. Sulle colonne sono riportate iscrizioni che raccontano episodi di vita quotidiana della coppia reale. Sulle pareti si può ammirare un meraviglioso spettacolo con scene di sacrifici alle divinità.
Nella seconda sala è rappresentata la dea Hathor nelle sembianze di vacca. Come il tempio di Ramses II, anche quello di Nefertari, come la maggior parte dei templi nubiani, è stato spostato dalla sede originaria per essere preservato dalle acque del Lago Nasser.
Dopo vittorie in battaglia, mega progetti costruttivi messi in pratica e ritrovarsi con un regno in pace e prosperità, anche per i grandi arrivano i momenti bui. Colei con la quale divise oltre vent’anni di intensa attività pubblica e privata, la sua “Signora di Grazia”, “Colei per cui splende il sole”, si è spenta, di lei non rimane che una stella nel cielo notturno, più brillante delle altre, ma troppo lontana. Come da usanza in Egitto, il re aveva già pensato alla sua sposa, la tomba che fece costruire per lei si trova nella Valle delle Regine ed è identificata come QV66.
Fu l’egittologo italiano Ernesto Schiaparelli a scoprirla nel 1904, sul versante settentrionale della Valle delle Regine, la tomba era stata chiaramente violata fin dall’antichità, come quasi tutte le altre, priva quasi del tutto degli arredi funebri e parecchio danneggiata dall’umidità.
All’interno Schiapparelli trovò alcuni resti del sarcofago in granito rosa, 34 ushabti, un frammento di bracciale d’oro, amuleti, cofanetti di legno dipinti e un paio di semplici sandali in fibra intrecciata. Ma il rinvenimento più importante sono due frammenti di gambe (ginocchia) di una mummia femminile che subito vennero attribuiti alla stessa Nefertari. I reperti oggi sono custoditi al Museo Egizio di Torino e di essi parleremo più avanti.
L’ingresso della tomba avviene da su una breve scalinata scavata nella roccia, da qui si accede ad un’anticamera interamente decorata con scene tratte dal capitolo 17 del “Libro dei Morti”, il soffitto si presenta di un blu intenso e riporta motivi astronomici, simboleggia il cielo notturno con migliaia di stelle d’oro a cinque punte.
Dalla parete orientale, attraverso una grande apertura dove compaiono parecchie divinità tra cui, in evidenza, Osiride e Anubi, Serket e Hator, si accede ad un vestibolo, dove è ritratta la regina al cospetto delle divinità a lei benigne, e da qui si passa ad una camera laterale dove sono riprodotte scene di offerte agli dei.
Per nostra fortuna si sono conservate abbastanza bene le decorazioni che rivelano uno dei massimi esempi pittorici raggiunti durante il regno di Ramses II e dell’intera arte egizia, qui troviamo l’intero programma iconografico che tratta il viaggio della regina nell’aldilà, il ciclo si estende su ben 520 mq., nel quale Nefertari viene rappresentata al cospetto di molte divinità che la conducono per mano fino al termine del ciclo pittorico dove la regina viene trasformata nella forma osiriaca di mummia aiutata dalle dee Iside e Neith.
Sulla parete nord dell’anticamera si apre una scala che termina nella camera funeraria, questa è molto ampia, circa 90 metri quadri, il soffitto riprende lo stesso motivo di quello dell’anticamera ed è sorretto da quattro possenti pilastri quadrangolari, interamente decorati.
Il sarcofago in granito rosa stava al centro della camera che gli Egizi chiamavano “Sala d’oro” nella quale avveniva la rigenerazione del defunto (frammenti del coperchio del sarcofago sono oggi al Museo Egizio di Torino).
Ai due lati, all’inizio della camera funeraria, si trovano due annessi. Il ciclo pittorico rappresentato sulle pareti della camera comprende parte dei capitoli 144 e 146 del “Libro dei Morti”, sulla sinistra sono rappresentati i passi del capitolo 144 che riguardano i cancelli e le porte del regno di Osiride, sono indicate le formule magiche che il defunto doveva ricordare per convincere i Guardiani a farlo passare.
Per quanto riguarda le ginocchia di mummia rinvenute nella tomba di Nefertari ed a lei attribuite, in seguito passarono in secondo piano fino al 2016 quando alcuni archeologi internazionali annunciarono che esisteva un alto grado di probabilità che le ginocchia fossero realmente appartenute alla regina Nefertari.
Nonostante tutto esistevano ancora molti dubbi sull’appartenenza alla regina per cui altri ricercatori avanzarono nuove ipotesi, la prima è che le ginocchia siano appartenute ad una delle figlie di Nefertari, la seconda che le ginocchia siano appartenute ad una mummia precedente finita nella tomba in seguito ad una frana. Entrambe le ipotesi sono state scartate perché ritenute poco credibili ed infine superate dalla datazione al carbonio 14 dalla quale è emerso che i resti sarebbero più antichi di 200 anni rispetto al periodo in cui visse la regina. La notizia va comunque presa con le molle perché sappiamo bene che nella datazione col carbonio 14 occorre tenere delle molte contaminazioni alle quali potrebbero essere stati sottoposti i resti in seguito ai saccheggi ed alle successive manipolazioni.
Per chiudere con la tomba di Nefertari voglio raccontarvi una curiosità che penso molti di coloro che mi leggono non ne sono al corrente. Fino ad alcuni anni fa (prima della prima ristrutturazione) era presente nel corridoio del I piano del Museo Egizio di Torino un bellissimo modello della tomba di Nefertari, accuratamente dipinto. Il modello venne costruito da un artigiano negli anni 30 del novecento, tale Edoardo Baglione, che lavorava per il Museo Egizio dì Torino. Il modello costituiva di per se un’opera iconografica stupenda ed era molto ammirato dai visitatori al punto che, l’allora Direttore del Museo Egizio Giulio Farina, subentrato ad Ernesto Schiaparelli, ne fu entusiasta, pertanto concesse la sua approvazione affinché il modello di Baglione venisse esposto nelle sale del Museo dove venne inaugurato nel 1937. A tutt’oggi pare che il modello si trovi in una mostra temporanea in Nord America (!).
Fonti e bibliografia:
Silvio Curto, “L’arte militare presso gli antichi egizi”, Torino, Pozzo Gros Monti S.p.A, 1973
Franco Cimmino, “Ramesse II il Grande”, Milano, Tascabili Bompiani, 2000,
Sergio Pernigotti, “L’Egitto di Ramesse II tra guerra e pace”, Brescia, Paideia Editrice, 2010
Kenneth Kitchen, “Il Faraone trionfante. Ramses II e il suo tempo”, Bari, Laterza, 1994,
Wadi es-Sebua o “Valle dei Leoni” (così denominato in arabo per il cortile fiancheggiato da sfingi) è il sito, nella Bassa Nubia, di due templi egizi del Nuovo Regno, incluso uno speos costruito da Ramses II (Diciannovesima Dinastia).
Il tempio maggiore di Wadi es-Sebua in un’accurata ricostruzione di Jean-Claude Golvin
Il primo tempio fu costruito da Amenhotep III (Diciottesima Dinastia) e successivamente restaurato da Ramses II. In origine questo tempio consisteva in un santuario scavato nella roccia (approssimativamente di 3 metri per 2) di fronte a un pilone in mattoni crudi, un cortile e una sala, parzialmente decorati con pitture murali. Il tempio era probabilmente dedicato a una forma locale nubiana di Horus ma le sue raffigurazioni furono successivamente convertite in quelle di Amon. Nel corso dell’era amarniana queste figure furono prese di mira e le decorazioni deteriorate; in epoca successiva Ramses II restaurò e ampliò il tempio di Amenhotep III mediante la costruzione di strutture antistanti il pilone.
A: PRIMA CORTE ANTERIORE CON SFINGI LEONINE B: SECONDA CORTE ANTERIORE CON SFINGI A TESTA DI FALCO : TERRAZZA DEI COLOSSI DI RAMESSE II D: PILONE DI PIETRA E: CORTE F: SCALA A PILASTRI SCAVATA NELLA ROCCIA G: SANTUARIO
Il tempio fatto costruire da Ramesse II a El-Sebua, noto come “il tempio di Ramesse-meriamun nel dominio di Amon”, è considerato il secondo per grandezza tra i templi dell’antica Nubia. In arabo significa “Valle dei Leoni” riferito al Viale delle Sfingi che porta al tempio; è parzialmente costruito in pietra tranne la sala ipostila e il santuario interno che furono ricavati dalla “lavorazione del sostrato roccioso”.
Il tempio, costruito da Ramesse II, ripreso dall’alto: sono visibili le Sfingi e il terzo Pilone del tempio.
Dopo il portale d’ingresso in pietra vediamo il Viale delle Sfingi.
Il tempio era situato in una zona strategica perché vi confluivano importanti rotte commerciali ed era vicino alla sede del Viceré della Nubia. In quel tempo ne ricopriva la carica Setau al quale Ramesse II affidò la costruzione nell’anno 44 del suo regno (1236 a. C. circa).
Il tempio di Amon di Ramses II
Il secondo e più grande tempio edificato a Wadi es-Sebua era conosciuto come “il Tempio di Ramses Meriamon nel Dominio di Amon” e fu eretto approssimativamente 150 metri a nord-est del tempio di Amenhotep III. Raffigurazioni e monumenti contemporanei del viceré di Kush, Setau, indicano che questo edificio sacro fu innalzato fra il trentacinquesimo e il cinquantesimo anno di regno di Ramses II. Setau è noto per aver servito in qualità di Viceré di Kush o Nubia fra il 38esimo e il 63esimo anno di regno di questo sovrano e fu responsabile anche dei successivi templi nubiani edificati da Ramses.
Il portale d’ingresso in pietra fiancheggiato da due statue di Ramesse II.
Fra questi, Il tempio di Wadi es-Sebua fu il terzo santuario scavato nella roccia e dotato di una spianata in pietra. Ubicato approssimativamente centocinquanta chilometri a sud di Assuan, sulla sponda occidentale del Nilo, il tempio doveva la sua importanza al fatto che in epoca ramesside l’insediamento sorgeva allo sbocco delle vie carovaniere, era il luogo di residenza del Viceré di Kush ed era localizzato nei pressi di un tratto del Nilo dove le imbarcazioni avevano difficoltà a risalire la corrente del fiume.
Per quest’ultimo motivo, il tempio di “Ramses amato da Amon nel dominio di Amon” era utilizzato come banchina o luogo di sosta per le imbarcazioni, quando queste discendevano il Nilo.
Il vicerè di Nubia, Setau, al quale Ramses II aveva affidato l’amministrazione dei suoi progetti in questa località, si vide obbligato ad adeguarsi ad una forza lavoro poco capace (molti i prigionieri delle oasi libiche) e a materiali di costruzione di qualità inferiore; lo attesterebbe la scarsa qualità di alcune sculture come le statue osiriache presenti nel cortile che si apre dopo aver attraversato il terzo pilone della struttura templare.
Le popolazioni arabe dei secoli successivi, ispirati dalle sculture in pietra delle sfingi che costellano l’ingresso del primo tempio, battezzarono il luogo col nome di Uadi es-Sebua o Valle dei Leoni. Il tempio, realizzato in parte all’aperto e in parte scavato nella roccia, si suddivideva in tre sezioni differenti: due cortili aperti decorati da sfingi (dromos), un grande patio interno con colonne osiriache e il sacrario rupestre.
Il cortile del tempio è arricchito di pilastri osiriaci.
L’edificio sacro possedeva in origine tre piloni. I primi due furono realizzati in mattoni crudi di bassa qualità e col tempo caddero in rovina. Di questi due piloni sopravvive odiernamente solo il portale di ingresso in pietra che stava fra uno di loro. Dietro il primo pilone si apre il primo cortile caratterizzato da sfingi dalla testa umana e da statue del re che originariamente fiancheggiavano l’ingresso. Solo la statua sinistra di Ramses permane in situ; l’altra si trova attualmente nell’area desertica del sito.
Dopo il secondo pilone, un secondo cortile è decorato da quattro sfingi ieracocefali (dalla testa di falco) che rappresentano quattro divinità riconducibili a Horus: l’Horus di Miam, di Meha, di Baki e curiosamente l’Horus di Edfu, mentre ci si sarebbe aspettati di trovare l’Horus di Buhen che si trova proprio in Nubia.
Fra le loro zampe anteriori, compare una piccola statua che raffigura Ramses col copricapo nemes. Alla loro base, un’iscrizione che proclama Ramses “Signore dei Giubilei-Sed, come suo padre Ptah” fa riferimento al desiderio di longevità da parte di questo sovrano, un desiderio che era stato già espresso sul secondo portale (del quale rimangono vestigia): “Ramses Meriamon, Signore dei Giubilei-Sed, come Ptah”.
Il TERZO pilone è ornato da una statua di Ramesse II che regge uno stendardo
Subito prima di attraversare nel terzo pilone, compaiono quattro colossali statue di Ramses II, una sola delle quali rimane oggi in piedi. Il terzo pilone è decorato nel convenzionale stile egizio del faraone che colpisce i suoi nemici e che presenta offerte agli dei (incluso sé stesso). Dopo aver attraversato il terzo pilone, comincia la sezione rupestre del tempio con una sala ipostila composta da 12 pilastri a base quadrata:
“fra questi, i sei centrali erano in origine adornati da statue osiriache del re che furono scalpellate quando prese piede il cristianesimo. Tuttavia, le scene di offerta sulle pareti sopravvivono e alcune mantengono i loro colori originali”
(Lorna Oakes, Pyramids, Temples and Tombs of Ancient Egypt: An Illustrated Atlas of the Land of the Pharaohs, Hermes House:Anness Publishing Ltd, 2003. p.202)
L’anticamera si apre in due camere laterali, due cappelle laterali e il vero e proprio santuario. Benchè le statue nelle nicchie del santuario siano state distrutte, è indubbio che esse rappresentassero Amon-Ra, Ra Harakhty e lo stesso Ramses.
Il tempio maggiore di Wadi es-Sebua fu costruito nello stile nubiano (che taluni ritengono rozzo e provinciale) che caratterizza alcuni dei più grandi edifici ramessidi della regione.
Rilievo di Ramesse II che presenta un’offerta agli dei a Wadi es-Sebua
Bassorilievo all’interno del vestibolo: barca sacra e il faraone al cospetto di Horo.
Nella cella centrale erano custodite le statue del tempio, che sono andati distrutte.
Davanti al pilone d’ingresso si estendevano due corti arricchite da Sfingi; quella della prima corte sono a testa umana (secondo la tipologia antica), quelle della seconda sono a testa di falco (una tipologia nuova). Il tempio è inoltre fornito di un cortile con 5 pilastri osiriaci, di una terrazza e di una parte scavata nella roccia, dove originariamente erano custodite le statue del Santuario che sono andate distrutte.
Le Sfingi furono dedicate da Ramesse II al “padre” Amon-Ra. La testa regale di una delle sei Sfingi che affiancano il viale nella prima corte anteriore di Wadi Sabua Indossa il Nemes e la doppia corona.
Stele raffigurante Setau e sua moglie Nofretmut
Stele, ora nel museo nazionale del Sudan, con Setau, vicerè della Nubia, e sua moglie Nefromut che adorano Ramses II, il cui cartiglio appare sul lato sinistro.
Conversione del tempio in chiesa cristiana
Nel quinto secolo d.C., dopo l’avvento del cristianesimo copto, il tempio fu convertito in chiesa. Alcuni rilievi di questo furono ricoperti da uno strato di stucco sul quale furono dipinte immagini divine. Questa copertura ha avuto il merito di permettere la conservazione dei rilievi originali; i migliori esempi di questi si trovano nel santuario e nelle cappelle associate al tempio di Ramses dove scene policrome raffigurano il sovrano che adora le barche sacre di Amon-Ra e Ra-Harakhty.
Nella nicchia centrale del tempio, è visibile una scena interessante: qui, fra due raffigurazioni di Ramses II, erano presenti due statue, una di Amon e l’altra di Ra-Harakhty, che furono asportate dai primi fedeli cristiani e rimpiazzate da un’immagine di San Pietro. Quando nel corso dei restauri dello speos il rivestimento in stucco fu rimosso dai bassorilievi, si presentò alla vista la bizzarra immagine di Ramses II che offre ghirlande floreali a San Pietro.
L’ atrio, in seguito, fu trasformato in chiesa dai Copti, che ricoprirono parte delle raffigurazioni egizie con immagini di santi.
Ricollocazione del tempio
Nel 1964, i templi di Wadi es-Sebua, che correvano il rischio di essere sommersi dalle acque del Nilo a causa della costruzione della diga di Assuan (come altri edifici nubiani), furono smantellati con l’aiuto degli Sati Uniti e ricostruiti a quattro chilometri dal sito originario.
Il tempio di Vadi es-Sebua parzialmente sommerso dalle acque del lago Nasser. Foto scattata prima del trasferimento del tempio.
Il tempio di Dakka e quello di Maharraqa furono anch’essi trasferiti e ricostruiti nel nuovo complesso templare di Uadi es-Sebua.
Fonte:
ABU SIMBEL-ASSUAN E I TEMPLI NUBIANI-MARCO ZECCHI-WS
Dove trovasse il tempo per sovrintendere a tutto è un mistero ma Ramses II non fu solo un grande guerriero, fu anche un abile ed instancabile costruttore. Costruì di tutto, da città a palazzi, templi e statue, quello che non costruì lui lo usurpò ai suoi predecessori, una statua di Amenhotep III con il dio Sobek, una statua colossale della regina Tiy che dedicò alla propria madre Tuia, ecc. Fece inoltre completare i monumenti fatti iniziare dal padre Seti I.
Il suo cartiglio fa bella mostra in tutto l’Egitto, dal Delta fino in Nubia su blocchi di pietra, sui templi, tra cui gli enormi templi di Abu Simbel per se e per la sua Grande Sposa Reale Nafertari, il Ramesseum nella necropoli di Tebe, ovunque iscrizioni ed immagini raccontano la sua grandezza ed esaltano le sue imprese formando un vastissimo repertorio, sia letterario che iconografico, in grado di fornirci molte informazioni sul suo regno. Per le sue costruzioni disseminate nell’intero paese non si fece scrupoli di demolire edifici più antichi e gran parte del materiale usato per le sue costruzioni proveniva dagli edifici costruiti nella città di Akhetaton.
Fece costruire la sua nuova capitale Pi-Ramses “Dimora di Ramses”, nella parte est del Delta nei pressi dell’antica capitale degli Hyksos, Avaris. La grande egittologa francese Christiane Desroches Noblecourt scrisse che con Ramses II “l’Egitto era stato trasformato in un grande cantiere”.
Parliamo ora di uno dei suoi più importanti monumenti, “il Ramesseum”. Le rovine che coprono un vasto territorio a Tebe, sulla riva sinistra del Nilo poco lontano da Gurna, non rendono merito a quello che fu il grande tempio funerario di Ramses II, “il Ramesseum”, così lo chiamò Champollion nel 1829 quando scoprì sulle mura del tempio i geroglifici che riportavano il nome ed i titoli del faraone, in origine il tempio si chiamava “Casa di milioni di anni di Usermaatra Setepenra che unisce la città di Tebe coi domini di Amon”. Il tempio fu il primo dei grandi cantieri inaugurati da Ramses II, Nel I secolo a.C. Diodoro Siculo, nella sua “Bibliotheca historica”, descrive con grande ammirazione questo tempio gigantesco che, secondo lui era la “Tomba di Ozymandias” (corruzione greca del praenomen di Ramses II “Usermaatra”).
Il Ramesseum copre una lunghezza totale di circa un chilometro per giungere al culmine del “Tempio di milioni di anni”, che non era destinato alla sepoltura del sovrano ma solo per formare il luogo ove si dovevano celebrare le cerimonie legate al suo culto dopo la sua morte.
Il Tempio vero e proprio, inserito nel Ramesseum, fu progettato ed edificato dall’architetto di fiducia di Ramses II, Penra che era anche l’architetto reale; copriva una lunghezza di 300 metri per 195 di larghezza ed era orientato lungo l’asse nord-est sud-ovest, come se non bastasse comprendeva una baia che serviva per l’attracco delle barche cerimoniali.
Due cortili precedevano il tempio principale, il primo di questi era delimitato da un enorme pilone con una sala ipostila per le celebrazioni, tre vestiboli, un santuario ed il palazzo reale situato a sinistra; una colossale statua del faraone assiso trovava posto nella parte posteriore, la statua era costruita in sienite, alta 17 metri e pesante più di 1000 tonnellate, oggi esistono solo più alcuni frammenti della base e del torso, di un’altra statua possediamo solo più la testa.
Sul pilone d’ingresso sono rappresentate scene di battaglia dove Ramses II appare trionfante, a capo del suo esercito, sugli Ittiti a Qadesh, nella sala ipostila è rappresentata la presa della fortezza di Dapur.
Nel secondo cortile, in quel che resta del pilone e del “Portico di Osiride”, compaiono ancora scene della battaglia con gli ittiti e, nella parte superiore, sono raffigurate scene che rappresentano una celebrazione in onore del dio Min, dio itifallico della fertilità e della virilità. Sul lato opposto enormi colonne e pilastri osiriaci stanno ancora a dimostrare la maestosità e grandiosità del monumento.
A nord del grande complesso Ramses II fece costruire due tempietti, uno per onorare la sua Grande Sposa Reale Nefertari, l’altro per sua madre Tuia e, tanto per non farsi mancare nulla, qui fece rappresentare il mito della sua nascita divina secondo cui sarebbe stato concepito in seguito ad una unione divina di Tuia con il dio Amon.
Oltre all’aspetto religioso, il Ramesseum rappresentava anche un centro di vita quotidiana, trovavano posto residenze, botteghe e magazzini, in più, per volontà del sovrano era stata istituita la cosiddetta “Casa della Vita”, una scuola per apprendisti scribi dove gli alunni avevano il compito di commemorare le imprese del sovrano a scopo di propaganda. Gran parte del Ramesseum fu costruito riutilizzando parti di monumenti più antichi ma, ironia della sorte, la casa di milioni di anni di Ramses II non durò così a lungo, col passare dei secoli venne anch’essa smantellata e le pietre riutilizzate per le costruzioni dei suoi successori.
Il Tempio nel quale Ramses II volle ostentare tutta la sua grandezza e potenza, facendosi rappresentare non in una ma in ben quattro colossali statue, è senza dubbio il tempio di Abu Simbel, a sud di Assuan, il “Tempio di Ramses amato da Amon”, il più grande dei sei templi scolpiti nella roccia, esso si può considerare il più imponente e il più bello di quelli costruiti in Nubia durante il suo regno.
Il tempio fu costruito sulle vestigia di un precedente tempio dedicato a Horus che venne completamente demolito. Quella doveva essere la rappresentazione della sua grandeur e mettere in soggezione i nubiani e gli altri popoli del sud dell’Egitto rimarcando ancor più la supremazia della religione egizia. Ramses II lo dedicò agli dei Ra-Harakhti, Amon e Ptah oltre (ovviamente) che a se stesso. L’egittologo italiano Sergio Donadoni lo definì:
<<……un barocco senso di scenografia raggiunge il suo apice in questo tempio fiabesco……>>.
Ad Abu Simbel Ramses non dimenticò di certo la sua amata Sposa Reale, fece scavare nella roccia della montagna due templi, uno “ovviamente maggiore” che dedicò a se stesso ed uno minore per Nefertari.
Il tempio grande, che si trovava quasi completamente sepolto dalla sabbia depositatasi nel corso dei secoli, come quello più piccolo della regina, furono scoperti nel 1813 dall’archeologo svizzero Johann Ludwig Burckhardt il quale si limitò a visitare la parte emergente. Fu solo nel 1817 che Giovanni Battista Belzoni, già famoso per altre imprese memorabili, come il trasporto dell’obelisco di File e di un busto colossale di Ramses II, che anni prima i componenti della spedizione napoleonica avevano tentato invano di rimuovere senza riuscirci, decise di disseppellire il tempio grande.
Si trattava di un’impresa titanica, riuscire a rimuovere tonnellate di sabbia, mobile e sfuggente, in grado di franare ogni momento, per di più il lavoro doveva svolgersi sotto un sole cocente a temperature che a volte superavano i cinquanta gradi. Belzoni ci volle comunque provare, e non fu cosa da poco, anche solo il gestire una manodopera riluttante e non troppo convinta, ma alla fine, con la sua tenacia, ci riuscì e fu il primo ad entrarvi dopo millenni.
La facciata si presenta con un’altezza di 33 metri ed una larghezza di 38 metri sulla quale sono state scolpite nella roccia quattro colossali statue del faraone alte 20 metri, Ramses II compare assiso con indosso il pschent, ossia la Doppia Corona dell’Alto e Basso Egitto, con il copricapo nemes, il cobra sulla fronte e l’immancabile barba posticcia.
Tra le sue gambe, di dimensioni molto minori, vi sono le statue della madre Tuia, della Grande Sposa Reale Nefertari oltre a quelle di alcuni figli, le principesse Nebettaui, Isinofret II, Bintanath, Baketmut, Meritamon e Nefertari II e dei principi Amonherkhepshef e Ramses.
Sul frontone sopra le statue del faraone troneggiano 14 statue di babbuini che guardano ad est dove sorge il sole per adorarlo; si pensa che in origine i babbuini fossero 22 quante sono le province dell’Alto Egitto, secondo altri erano 24 come le ore del giorno.
Al centro sopra l’ingresso in una nicchia c’è la statua del dio Ra-Harakhti, il dio poggia una mano sullo scettro “user” (forza) e l’altra sulla dea Maat, il tutto per evidenziare il nome di incoronazione di Ramses II “User-Maat-Ra”, il tempio è dedicato a Ra (….. ma anche a me).
Sui lati dell’ingresso è raffigurato il dio Nilo Hapy mentre lega insieme fiori di papiro e di loto per dimostrare l’unione del paese; sotto al dio da un lato ci sono prigionieri legati con corde terminanti con il fiore di papiro, dall’altro lato prigionieri africani legati con corde terminanti con il fiore di loto.
Delle quattro statue colossali che ornano la facciata una di queste è spezzata e crollata all’altezza del torso a causa di un terremoto, avvenuto già in tempi antichi, ora la testa e il torso giacciono ai piedi del colosso.
Il tempio si sviluppa in profondità nella roccia per circa 55 metri; dall’ingresso si accede ad un breve corridoio superato il quale si presenta una grande sala il cui soffitto è sorretto da otto pilastri ai quali è addossata una statua di Ramses II con le sembianze di Osiride. Sono statue alte 11 metri, il soffitto è decorato con disegni incompiuti che rappresentano la dea Mut che, con le sue ali spiegate, protegge il tempio. La parete di destra è interamente ricoperta con scene che rappresentano la vittoriosa campagna di Ramses II nella battaglia di Qadesh contro l’esercito ittita, l’insieme delle raffigurazioni formano il famoso poema di Pentaur.
Sulla parete di sinistra sono rappresentate le scene delle altre varie battaglie condotte dal sovrano in Siria, Libia e Nubia. Dalla sala delle colonne si accede ad una più piccola, detta la “Sala dei Nobili” con quattro pilastri quadrati coperti di rilievi di divinità, sulle pareti sono rappresentati Ramses II e Nefertari mentre offrono incenso e profumi alla barca di Amon.
La parete di fondo si apre sul Santuario. Il punto più interessante del tempio è il santuario stesso dove, sul fondo, si trovano quattro statue, tre sono gli dei che all’epoca costituivano le divinità più importanti: Ptah, Amon-Ra, Ra-Harakhti l’altra è lo stesso Ramses II.
Nel santuario avviene qualcosa di straordinario, calcolato e voluto dagli architetti di Ramses, due volte l’anno, il 20 febbraio ed il 20 ottobre il sole entra nel santuario e si fissa sulla statua del faraone e, parzialmente anche su Amon-Ra e Ra-Harakhti, in questo modo i raggi del sole avrebbero ravvivato l’energia del sovrano, Ptah, dio delle tenebre, non viene mai illuminato. Oggi, dopo lo spostamento del tempio avvenuto negli anni 60, il fenomeno si verifica il 22 febbraio e il 22 ottobre.
Come noto, negli anni 60, a causa della costruzione della grande Diga di Assuan, si è formato un immenso lago che ha preso il nome del presidente egiziano Nasser, questo avrebbe sommerso numerosi monumenti egizi tra cui quelli di Abu Simbel. Grazie all’intervento dell’UNESCO, 113 paesi, tra cui l’Italia, si attivarono per salvare almeno i monumenti più importanti. L’impresa italiana Impregilo, con l’ausilio di oltre duemila uomini ed un gruppo di esperti cavatori di marmo di Carrara, Mazzano e Chiampo, provvide a smontare il tempio di Ramses II tagliando la roccia che costituiva il tempio ed a rimontarlo 65 metri più in alto e 300 metri più indietro evitando così che venisse sommerso; il tutto rispettando l’originale orientamento rispetto agli astri e al sole, in modo da consentire (seppur con lo sfalsamento di un giorno) il fenomeno del sole che illumina il faraone. Lo sforzo tecnologico senza precedenti costò in totale circa 40 milioni di dollari.
Fonti e bibliografia:
Silvio Curto, “L’arte militare presso gli antichi egizi”, Torino, Pozzo Gros Monti S.p.A, 1973
Franco Cimmino, “Ramesse II il Grande”, Milano, Tascabili Bompiani, 2000,
Sergio Pernigotti, “L’Egitto di Ramesse II tra guerra e pace”, Brescia, Paideia Editrice, 2010
Kenneth Kitchen, “Il Faraone trionfante. Ramses II e il suo tempo”, Bari, Laterza, 1994,
Il Museo Civico Archeologico di Bologna è uno dei musei più noti e visitati della città ed è uno dei più importanti musei archeologici italiani.
Ha sede presso il prestigioso Palazzo Galvani sito in via dell’Archiginnasio, accanto alla Basilica di San Petronio.
Inaugurato nel 1881, il Museo Civico Archeologico nacque dalla fusione di due precedenti musei: l’antico Museo Universitario (a sua volta erede della “Stanza delle Antichità” dell’Istituto di Scienze) e il piccolo Museo Comunale che era stato allestito appena dieci anni prima in un’ala della Biblioteca dell’Archiginnasio per esporvi una parte della collezione Palagi, donata da poco al Comune, e i corredi del sepolcreto della Certosa, i cui scavi era ancora in corso.
Oltre che per ospitare le collezioni provenienti da questi due musei, il nuovo Museo Archeologico fu creato per ospitare la copiosa quantità di rinvenimenti archeologici – che andavano dalla prima età del ferro all’epoca romana – che stavano venendo alla luce proprio in quegli anni a Bologna e dintorni.
Molti ambienti del museo conservano ancora oggi l’aspetto e la disposizione che avevano nell’Ottocento perché si è appositamente deciso di preservare un prezioso esempio di museografia italiana post-unitaria.
L’anello in faience di Amenhotep IV conservato al Walters Art Museum Baltimore reca un’iscrizione.
Qual è il suo senso di lettura? Basta guardare in che direzione sono voltati i geroglifici, visto che guardano sempre l’origine della scrittura. Interessante, però, che i primi cinque segni siano tutti quanti simmetrici e quindi non ci aiutano a determinare il senso di lettura. Lo fa il sesto, un arpione la cui punta è diretta a destra. Perfetto. Il senso di lettura è da destra a sinistra e dall’alto verso il basso.
Riusciamo, quindi, a leggere due frasi che riconosciamo come gli antroponimi del re Amenhotep IV (il futuro Akhenaton). Si tratta del Quarto Protocollo Reale anche se, qui, non è iscritto in un cartiglio per motivi di spazio.
Nelle immagini vediamo l’anello ritratto dall’alto per mostrare la scritta, la stessa immagine con sovrapposti i geroglifici, la stessa immagine ribaltata per motivi didattici e la traslitterazione e traduzione dell’antroponimo reale.
Come al solito ho aggiunto la pronuncia seconda la codifica IPA.