Nella descrizione dell’Osireion abbiamo parlato del fatto che le sue pareti sono completamente prive di incisioni e geroglifici, solo su alcuni pilastri vi sono rappresentate delle navi con le vele ammainate, poi, quasi con noncuranza, ho accennato che ci troviamo anche eccezionalmente il “Fiore della Vita”.
Ho detto quasi con noncuranza perché ho dato per scontato che tutti conoscano il “Fiore della Vita”, non ho però tenuto conto che forse in realtà non tutti ne conoscano il significato per cui vorrei parlarne un po’.
Il fiore della vita è una forma geometrica composta da più cerchi equidistanti e sovrapposti, disposti in una simmetria esagonale che vanno a formare una figura che ricorda un fiore con simmetria a sei pieghe come un esagono. Il centro di ogni cerchio è posto sulla circonferenza di sei cerchi sovrapposti dello stesso diametro.
La forma, la proporzione e l’armonia perfette del “Fiore della Vita” sono state conosciute da filosofi, architetti e artisti di tutto il mondo. I pagani lo consideravano una geometria sacra di antico valore religioso, una sorta di “Registro Akashico” che raffigura le forme fondamentali di spazio e tempo. Akasha è un termine sanscrito per indicare l’etere e conterrebbe le informazioni di base di tutti gli esseri viventi rappresentando l’espressione visiva delle connessioni della vita che attraversano tutti gli esseri senzienti.
La rappresentazione di tale simbolo ha origini antichissime che si perdono nella notte dei tempi, lo si trova più spesso nella forma esagonale dove il centro ci ciascun cerchio sta sulla circonferenza di sei cerchi circostanti dello stesso diametro. E’ formato da 19 cerchi completi e 36 archi circolari parziali, il tutto inserito in un grande cerchio.
Il “Fiore della Vita” lo troviamo citato in numerosi manoscritti risalenti alle più disparate epoche e culture di tutto il mondo. Nella sua rappresentazione può assumere diverse forme sempre riconducibili al numero “sei”, simbolo dei giorni della creazione (per questo in molti casi è chiamato anche “Sesto giorno della Creazione”).
Come simbolo lo troviamo nelle più antiche culture, in quella egizia nelle “Tavole Di Thoth” oltre ad essere rappresentato, come detto, sulle colonne dell’Osireion di Seti I, nel tempio di epoca romana dedicato a Hibis a El-Kharga, compare nella cultura assira e fenicia, viene citato nel Talmud babilonese e nella Bhagavadgītā degli Induisti oltre che nella Bibbia dove viene citato più volte.
Lo troviamo anche in un manoscritto di Leonardo da Vinci.
Secondo alcuni la più vecchia rappresentazione del “Fiore della Vita” si troverebbe su un gradino di alabastro di uno dei palazzi del re Assurbanipal e sarebbe datato al 645 a.C. Opinione che non tiene conto di quello rappresentato nell’Osireion ad Abydos, in Egitto risalente ad almeno 6000 anni fa (alcuni lo farebbero risalire a 10.500 a.C. o prima.
Inciso con incredibile precisione, si pensa che potesse rappresentare l’occhio di Ra, un simbolo dell’autorità del faraone. Rappresentato nella sua forma estesa, il “Fiore della Vita” assume un’importanza notevole in quanto nella sua struttura emerge una matematica perfetta, con la presenza del “numero aureo” che è esotericamente considerato sacro. Gli architetti, fin dal più lontano passato lo hanno sapientemente inserito in ogni struttura da loro costruita
Today, I will begin a long series of posts on each Egyptian pharaoh, that is, one by one through each of the kings in which I have photographed statues, wall-relief images or artifacts of said king. Of course, since there are said to be 170 such pharaohs (and my own list contains 189 (not including Predynastic kings or Roman Emperors), I won’t have anything for some, maybe many? pharaohs, of course, but I’ll remember to mention them.
“Oggi inizierò una lunga serie di post su ogni faraone egiziano, cioè uno per uno attraverso ciascuno dei re di cui ho fotografato statue, immagini murali o manufatti. Naturalmente, poiché si dice che ci siano 170 faraoni di questo tipo (e il mio elenco ne contiene 189, senza contare i re predinastici e gli imperatori romani), non avrò nulla per alcuni, forse molti, faraoni, ma mi ricorderò di menzionarli.
Everybody knows this first one, that is, Narmer, and his Palette, found in 1898 at the ‘main deposit’ in Hierakonpolis by James Quibell. As you can see, Narmer is wearing the white crown of upper Egypt called the hedjet ( 𓌉𓏏 𓋑 ) which, itself, just means the color white. In fact, in this literally 5000-year-old artifact, we can see the start of one of the longest lasting cultural traditions we’ve ever known in human civilization. That is, the smiting motif, where Narmer is about to clobber his captive (held by the hair in his left hand) with the mace held in his right hand. Other traditions started with this image include the false beard, the chin strap, the kilt, and the bull’s tail … all worn by Egyptian kings for the next 30 centuries.
Il primo lo conoscono tutti: Narmer e la sua Tavolozza, ritrovata nel 1898 nel “deposito principale” di Hierakonpolis da James Quibell. Come si può vedere, Narmer indossa la corona bianca dell’alto Egitto chiamata hedjet ( 𓌉𓏏 𓋑 ) che, di per sé, significa semplicemente il colore bianco. In effetti, in questo manufatto risalente letteralmente a 5000 anni fa, possiamo vedere l’inizio di una delle tradizioni culturali più longeve che abbiamo mai conosciuto nella civiltà umana. Si tratta del motivo della bastonatura (colpire il nemico n.d.T) , in cui Narmer sta per colpire il suo prigioniero (tenuto per i capelli con la mano sinistra) con la mazza tenuta nella mano destra. Altre tradizioni nate da questa immagine sono la barba posticcia, la mentoniera, il gonnellino e la coda di toro… tutti indossati dai re egizi nei 30 secoli successivi.
How do we know Narmer’s name? Just above the very tip of his crown are his name’s hieroglyphs. “Nar” is a catfish represented by the hieroglyph K24 (which I can only substitute for with K8, that is, 𓆢, along with U23 or 𓍋 i.e. ‘mr’ which represents a chisel shown vertically. So his name, Narmer, was spelled: 𓆢 𓍋 (i.e. nr-mr). Enclosing the two hieroglyphs is a palace facade. The facade itself (𓊁) became part of the Horus name or serekh name of the fivefold royal titulary. Thus, we know Narmer’s serekh name is, of course, Narmer. What do you suspect would be his ‘throne name?’
Come conosciamo il nome di Narmer? Proprio sopra la punta della sua corona si trovano i geroglifici del suo nome. “Nar” è un pesce gatto rappresentato dal geroglifico K24 (che posso sostituire solo con K8, cioè 𓆢, insieme a U23 o 𓍋, cioè ‘mr’, che rappresenta uno scalpello in verticale. Quindi il suo nome, Narmer, era scritto: 𓆢 𓍋 (cioè nr-mr). I due geroglifici sono circondati dalla facciata di un palazzo. La facciata stessa (𓊁) divenne parte del nome di Horus o serekh del quintuplice titolo reale. Quindi, sappiamo che il nome serekh di Narmer è, ovviamente, Narmer. Quale pensate che sia il suo “nome di intronizzazione”?
In front of Narmer’s face on this thought-to-be ‘recto’ side of the palette is a falcon holding yet another captive with a nose ring. The six papyrus plants under the falcon may be hieroglyphs for 6000 (𓇀𓆼) which it is speculated may be the number of prisoners captured.
Davanti al volto di Narmer, su questo lato ritenuto “recto” della tavolozza, c’è un falco che tiene un altro prigioniero con un anello al naso. Le sei piante di papiro sotto il falco potrebbero essere geroglifici per 6000 (𓇀𓆼), che si ipotizza possano essere il numero di prigionieri catturati.
Behind Narmer, also on the battlefield, is his sandal-bearer who carries, of course, royal sandals in his left hand and, likely, a pot of water in his right hand. The goddess Bat is found in each upper corner. Bat, an important influence on the cult of Hathor, is thought to mean “female spirit.”
Dietro Narmer, sempre sul campo di battaglia, c’è il suo portatore di sandali che porta, ovviamente, i sandali reali nella mano sinistra e, probabilmente, un vaso con dell’acqua nella mano destra. La dea Bat si trova in ogni angolo superiore. Bat, un’importante influenza sul culto di Hathor, si pensa che significhi “spirito femminile”.
As mentioned, this, of course, is just the recto side of the palette. The accession number in the Cairo Museum is CG 14716. My photo is from February 2018 when, believe it or not, Janet and I went to the Egyptian Museum in Cairo, everyday for five consecutive days. Not kidding.
Come già detto, questo è solo il lato recto della tavolozza. Spero di avere una foto decente del verso, che posterò nei commenti. Il numero di accesso al Museo del Cairo è CG 14716. La mia foto risale al febbraio 2018 quando, che ci crediate o no, Janet e io siamo andati al Museo Egizio del Cairo, tutti i giorni per cinque giorni consecutivi. Non sto scherzando.”
The top half of the ‘verso’ side of the Narmer Palette. I won’t explain all of this side but, on this side, Narmer wears the red crown of lower Egypt called the ‘deshret’ represented by the hieroglyph shown as 𓋔 and, as you can see, contains a spiral representing the partly unrolled tongue or proboscis of a honey bee. The honey bee was a symbol of lower Egypt and was even part of their name for a king, that being, bity, or: 𓆤 𓏏𓀰 La metà superiore del “verso” della Paletta di Narmer. Non spiegherò tutto di questo lato, ma su di esso Narmer indossa la corona rossa del basso Egitto chiamata “deshret”, rappresentata dal geroglifico 𓋔 e, come si può vedere, contiene una spirale che rappresenta la lingua o proboscide parzialmente estesa di un’ape. L’ape mellifera era un simbolo del basso Egitto e faceva persino parte del nome di un re, detto bity ovvero: 𓆤 𓏏𓀰
The lower half of the verso side. Was it actually the ‘verso side?’ We don’t actually know but this is what is commonly thought. La metà inferiore del verso. Questo lato era davvero il “verso”? In realtà non lo sappiamo, ma è ciò che si pensa comunemente.
L’acacia era un prezioso aiuto per i medici egizi. Le foglie macerate in acqua o birra venivano utilizzate per combattere i vermi, come rimedio per le gambe gonfie, per la preparazione di colliri, per il trattamento della psoriasi e come antidiarroico.
Noi l’abbiamo incontrata nel nostro “viaggio” specificatamente come cura per il tracoma, come antiemorroidario (sfruttandone le proprietà lenitive) e perfino come componente di un tampone anticoncezionale, sfruttandone il pH acido.
La resina dell’acacia era invece usata come “film” protettivo in caso di ustioni.
Da notare che l’acacia è utilizzata tuttora dalla medicina tradizionale anche nel trattamento del prolasso uterino e di quello rettale.
Il suo nome lo troviamo con due ortografie diverse (probabilmente per le note ragioni di praticità e spazio sui papiri), entrambe con il simbolo Gardiner M1, simboleggiante un albero, ad indicare che si sta parlando di una pianta.
ASPIRINA (SALICE/ACIDO SALICILICO)
«trt» («tjeret»)
Gli antichi egizi conoscevano l’aspirina?
Difficile da dire con certezza. Nel Papiro Ebers si fa riferimento ad un estratto di una parte sconosciuta del salice per “dare pane nutrimento) al cuore”.
Non sappiamo però con sicurezza se lo scopo fosse effettivamente somministrare dei salicilati estratti dalla corteccia del salice, in particolare delle specie Salix purpurea e Salix fragilis che sono ricche di salicina, un glucoside ossidato ad acido salicilico direttamente nel corpo umano.
Il fatto però che il salice, o parti di esso, fosse indicato anche per la “debolezza dei sinu (=vasi)” e per le otiti la rende un’ipotesi affascinante.
BIRRA
“henket”
Dal momento che la birra, così diffusa nell’Antico Egitto fin dalla preistoria, era usata come parte del salario del lavoratore, il suo determinativo è una specifica giara usata soltanto per questa bevanda (Gardiner W22). La giara per la birra doveva contenere una quantità ben precisa di liquido (la “misura”) ed era controllata dai funzionari statali per evitare frodi.
Il suo consumo è attestato fin dall’Epoca Predinastica, ed il valore ad essa dato è evidenziato dalle centinaia di giare sepolta nella tomba del Re Scorpione.
Veniva spesso utilizzato come “vettore” per molti medicamenti
CIPOLLA
«ḥḏw» («hedju»)
La cipolla (Allium cepa) è uno dei vegetali più “antichi” di cui abbiamo traccia nella storia millenaria dell’Egitto faraonico, essendo già riportata nell’Antico Regno durante la V Dinastia.
Della cipolla i medici egizi sfruttavano le proprietà antibiotiche, diuretiche ed espettoranti. Il liquido ottenuto schiacciando i bulbi veniva usato anche come antispastico e per regolarizzare il flusso mestruale, un’indicazione ripresa pari pari da Ippocrate e tramandata per secoli.
Scritto con diverse grafie (questa è la più frequente), è possibile che il termine hedju possa indicare anche l’aglio nei papiri medici, in quanto il termine normale per l’aglio (“kheten”) non vi compare mai.
DATTERI (Phoenix dactylifera)
«bnr» («bener»)
I datteri, ossia le bacche della Phoenix dactylifera, sono tra gli alimenti più antichi conosciuti. Ricchi in potassio, vitamine e sali minerali, nonché con un alto contenuto di zuccheri, il “pane del deserto” era consumato fin dall’epoca predinastica in Egitto. Si usava la bacca fresca, quella disidratata, la farina che se ne ottiene, l’infuso in acqua o vino ed era ampiamente coltivata nei giardini delle case e dei templi egizi.
Da un punto di vista medico, rientra in moltissime prescrizioni – probabilmente più per il senso di benessere indotto dagli zuccheri assunti, visto che si tratta di una vera e propria panacea usata dai medici egizi.
Lo troviamo infatti usato fresco per i problemi urinari, come farina addensante negli sciroppi contro la tosse, per evitare la caduta dei capelli, come antiparassitario, come sostegno per il cuore affaticato, contro i blocchi intestinali, per favorire le contrazioni uterine durante il parto (sfruttando una sostanza simile all’ossitocina che riduceva anche l’emorragia dopo il parto) – ma anche, come abbiamo visto, come anticoncezionale applicato come tampone vaginale.
L’importanza dei datteri era tale che, secondo alcuni studiosi, il nome stesso deriverebbe da quello del Benu, l’uccello sacro a Ra, simbolo della rinascita in quanto guida dei defunti nell’oltretomba (si veda al riguardo: https://laciviltaegizia.org/2021/02/02/il-benu/). Per le bacche il determinativo usato è il Gardiner M30, che indica la loro caratteristica principale: “dolce”.
GIUGGIOLO (Ziziphus spina-christi)
«nbs» («nebes»)
Il giuggiolo “spina di Cristo” è noto nella cultura cristiana principalmente perché, secondo la tradizione, i suoi rami spinosi sarebbero stati usati per formare la corona di spine posta sulla testa di Gesù. Addirittura la tradizione identifica in una pianta precisa, tuttora in vita nella parte meridionale di Israele, la fonte originale di tali spine.
Nella cultura beduina e nubiana, dove si chiama sidr, i suoi frutti e l’estratto delle foglie sono tuttora usati come farmaci in caso di malessere e febbre.
I rami spinosi del giuggiolo
Di sicuro il giuggiolo era noto e ampiamente coltivato nell’Egitto faraonico, tanto che il pane di nebes era tra le offerte rituali per i defunti.
Il giuggiolo viene menzionato in ben 33 prescrizioni dei papiri medici, soprattutto utilizzando le foglie ma anche la polpa dei frutti o la sua corteccia. Nel Papiro Ebers e nel Papiro Hearst diventa il farmaco che “guarisce ogni male di cui un uomo possa soffrire…in particolare ogni gonfiore” (Ebers 536, Hearst 134), mentre il pane di nebes, macerato in acqua, veniva posto sulle ferite ed i traumi in generale.
La cosa straordinaria è che studi recenti, con i moderni strumenti di analisi, hanno dimostrato la presenza (soprattutto nelle foglie di giuggiolo) di diverse sostanze anti-infiammatorie ed anti-tumorali, individuando il fattore di trascrizione (ossia la proteina che legandosi al DNA stimola la produzione di fattori infiammatori) inibito dagli estratti di questa pianta.
Una volta ancora i medici egizi avevano individuato empiricamente dei principi attivi che sono “sopravvissuti” nella medicina tradizionale fino a noi.
MIELE
“bit”
Il miele d’api è probabilmente l’ingrediente più usato nelle prescrizioni egizie, sia applicato esternamente che nei rimedi presi per bocca. Poteva essere utilizzato come “veicolo” per altri principi attivi, sfruttando la sua dolcezza, oppure come principio attivo esso stesso.
Composto principalmente da glucosio e fruttosio, era il principale dolcificante in una società che non conosceva lo zucchero di canna o quello di barbabietole. Ma gli zuccheri componenti ne innalzano soprattutto l’effetto osmotico, rendendolo un potente battericida e fungicida.
Come abbiamo visto, veniva usato anche nelle ferite aperte proprio per questo motivo, un effetto accelerante della guarigione di ferite, ustioni ed ulcere riscoperto negli ultimi decenni e dimostrato in studi scientifici moderni.
Al simbolo Gardiner L2, quello dell’ape, veniva aggiunto il simbolo W22 (solitamente usato per la birra) per indicare che si sta parlando del loro “prodotto”, conservato in questi contenitori, solitamente da 450 ml (= 1 “henu”).
NINFEA
“sšn» («seshen»)
Il termine “seshen” può indicare indifferentemente la Nymphaea caerulea (ninfea azzurra o, impropriamente, loto blu), la Nymphaea lotos (ninfea bianca o, impropriamente, loto bianco) e la Nelumbo nucifera (il loto vero e proprio), anche se gli studiosi non sono concordi. Va sottolineato per l’ennesima volta, però, che fino all’invasione persiana l’Egitto faraonico conosceva SOLO il genere Nymphaea – quindi tutti i riferimenti al “loto” antecedenti al 525 BCE ed alla XXVII Dinastia sono in realtà riferimenti alla ninfea. La svista colossale è dovuta ad una certa ignoranza botanica dei primi archeologi inglesi (“Sembra come se i botanici da un lato abbiano ignorato gli archeologi, e questi a loro volta non apprezzino le distinzioni botaniche”, Spanton 1917)
In campo medico, il Papiro Ebers comprende l’utilizzo del “khau” di ninfea in diverse preparazioni, lasciato in infusione con vino o birra; oggi sappiamo che solo il fiore ed il rizoma contengono ben quattro alcaloidi narcotici, per cui si tende ad interpretare “khau” come il fiore e a considerare il vino “aromatizzato” con i fiori di ninfea come una droga allucinogena.
L’utilizzo era prescritto per “un’ostruzione del lato destro del ventre” (Ebers 209) o per il “trattamento del fegato” in caso di ittero (Ebers 479). Il Papiro Chester Beatty VI lo prescrive anche come clistere.
Una curiosità: il termine venne mantenuto anche nella lingua copta (šōšen) ed in quella ebraica (šōšannā) arrivando fino a noi nel nome Susanna.
TOPO
«pnw» («penu»)
E cosa ci fanno i topi tra gli ingredienti delle prescrizioni egizie?
Il Papiro Hearst li cita come rimedio per prevenire l’ingrigire dei capelli (Hearst 149) – vedi https://laciviltaegizia.org/…/la-cura-del-corpo-i-capelli/ – cuocendoli nell’olio, anche se non specifica bene il modo di applicarli sullo scalpo del malcapitato.
Ma se pensate che sia una cosa raccapricciante e legata all’ignoranza dei medici egizi, sappiate che i topi ricorreranno per millenni nei “rimedi” medici almeno fino al 1747, quando John Wesley, prete anglicano fondatore del metodismo, si lanciò in un’opera temeraria intitolata “Primitive physic”, a cavallo tra scienza (poca) e teologia (tanta), in cui suggerì come rimedio per la tosse dei bambini di “Acchiappare un topo, ucciderlo, metterlo nel forno e cuocerlo finché non sia ridotto a cenere; dopodiché toglierlo dal forno e mettere la cenere in una scodella di latte da far bere al bambino”.
Il vino è comparso dopo nelle abitudini alimentari egizie, probabilmente all’inizio del periodo dinastico con gli scambi commerciali con l’attuale Palestina. Prodotto nella zona del Delta, rimase costoso per le classi meno abbienti. L’unità di misura era lo “hin” corrispondente a circa mezzo litro. Il determinativo in questo caso è una doppia giara, Gardiner W21.
Anche il vino venne utilizzato come liquido per preparare dei medicamenti, riservati ovviamente alle persone più facoltose
IN AGGIORNAMENTO
Fonti ulteriori, oltre alla bibliografia principale:
Allen, James P. Middle Egyptian: An introduction to the language and culture of hieroglyphs. Cambridge University Press, 2000
A questo punto, è opportuno affrontare il problema sulle reali conoscenze tecniche degli egizi. Sull’argomento si sono versati fiumi di inchiostro e avanzate le teorie più disparate, dalle più plausibili a quelle più astruse e sensazionalistiche. In realtà, la documentazione in merito di cui disponiamo ad oggi è piuttosto limitata, ma le scoperte nella terra dei faraoni sono all’ordine del giorno e, molto probabilmente le ricerche, condotte in modo rigorosamente scientifico, permetteranno di comprendere in maniera sempre più approfondita e precisa le metodologie progettuali e costruttive adottate in un passato così remoto.
Gli scribi egiziani si sono certamente affidati alle loro conoscenze geometriche e matematiche per progettare e sviluppare un’architettura così grandiosa. Estremamente pratici e concreti, non sembra nutrissero una particolare propensione per l’astrazione. Probabilmente, riferendosi a questo popolo di costruttori e agricoltori, inquadrato in un sistema amministrativo rigoroso, è decisamente più appropriato parlare di matematica applicata. La scarsa documentazione giunta sino a noi, cui accennavo in precedenza, è sicuramente da attribuirsi all’estrema fragilità del papiro ed è un caso davvero fortunato che alcune raccolte, come il papiro Rhind (Immagine n. 1) e quello di Mosca (Immagine n. 2), abbiano potuto resistere alle ingiurie del tempo.
Si tratta di due esemplari che datano alla fine del Medio Regno ed entrambi comprendono una serie di esercizi, principalmente di natura contabile e geometrica, che trovavano larga applicazione pratica nella vita quotidiana. Da soli costituiscono la stragrande maggioranza del corpo dei problemi matematici egizi che ci sono noti, dalle origini al Nuovo Regno. Vi sono esposti numerosi enunciati seguiti dalle relative soluzioni e sei di essi sono relativi a problemi legati alle piramidi.
Immagine n. 2 Papiro di Mosca (particolare). Denominato in origine papiro di Golenischev, in onore del suo primo possessore, fu ceduto al governo russo nel 1912. E’ conservato presso il Museo Puškin delle belle arti di Mosca, catalogato con il n. 4576. Il papiro non è giunto fino a noi integro. In tutto si conservano nove piccoli frammenti della parte iniziale ed un segmento più lungo. Quest’ultimo è stato tagliato, in epoca moderna, in 11 fogli di larghezza variabile dai 64 ai 33,5 cm. La lunghezza totale del papiro è di 544 cm, e l’altezza di 8 cm. E’ scritto in ieratico ed è stato datato, con metodo paleografico, attorno al 1850 a.C. Si tratterebbe, in tal caso, del più antico testo matematico egizio ad oggi noto. Conserva 25 problemi, alcuni dei quali purtroppo illeggibili, o di difficile interpretazione. Spicca tra tutti Il problema n. 14, in cui è illustrata la procedura per calcolare il volume di un tronco di piramide a base quadrata. (Fonte: Alice Cartocci, la Matematica degli antichi egizi – I papiri matematici del Medio Regno, Firenze University press. Immagine reperita in rete)
Anche se molto posteriori alla IV dinastia, alcune affermazioni si riferiscono ai calcoli della pendenza delle facce di una piramide (il seqed), le cui caratteristiche sono tipiche di quell’epoca. In particolare, il problema n. 56 del papiro Rhind ha la finalità di determinare il seqed di una piramide di 250 cubiti (131 metri) di altezza e di 360 cubiti (188,64 metri) di lato di base. La soluzione riporta il risultato di 5 palmi e 1/25 (vale a dire, un’inclinazione equivalente a 54°15’). Sono valori che si approssimano in maniera estremamente rimarchevole per dimensioni e proporzioni a quelli della Piramide romboidale di Dashur (IV dinastia) allorché la costruzione era ancora al suo secondo stadio. I dati relativi ai problemi n. 57 e 58, sono invece del tutto identici alle dimensioni della piramide di Userkaf a Saqqara (V dinastia). Questo parallelismo indica, con tutta probabilità, un chiaro legame tra l’architettura dell’ Antico Regno ed i problemi matematici della fine del Medio Regno dal momento che nessun monumento di quest’ ultimo periodo offre un possibile paragone. Tutto ciò lo si può spiegare solo ammettendo una fonte documentaria che si è protratta per diversi secoli, ma della quale purtroppo non rimane nulla.
MISURAZIONI E PENDENZA (SEQED)
L’unità di misura utilizzata dagli antichi egizi per il progetto dei loro edifici era il “cubito reale” e i suoi sottomultipli, il palmo e le dita. Un cubito reale era equivalente a 7 palmi, ovvero 28 dita. Non utilizzavano gli angoli, così come li conosciamo, per esprimere un’inclinazione. Si avvalevano di un rapporto di pendenza in cui la differenza di livello era sempre fissata a un cubito (ossia 7 palmi). Il seqed era il denominatore di questo rapporto che si esprimeva attraverso una misura di lunghezza. Ad esempio, il seqed di un angolo di 54°27’ corrispondeva a 5 palmi; Il seqed di 42°5’ a 1 cubito e 3 dita (ovvero 7 palmi e 3 dita) ecc. (Immagine n. 3).
A causa della mancanza di documentazione coeva, è fiorita tutta una letteratura sulle presunte proprietà matematiche delle piramidi e l’immaginazione, più che la ragione, ha dato la stura ad ogni sorta di divagazione. Così, saltano fuori presunte relazioni geometriche celate nell’architettura della Grande Piramide di Cheope (chissà perché sempre e solo in quella, come se fosse l’unica esistente in Egitto!) in cui il numero aureo ϕ, oppure π occupano un ruolo preponderante.
I documenti di cui siamo in possesso non fanno alcun accenno, sia pure vago, a π: certamente non era noto, né impiegato dagli egizi almeno fino alla fine del Medio Regno. Ciò, d’altra parte, non deve essere interpretato come la prova di una scienza rozza e primitiva. Gli scribi avevano semplicemente trovato un diverso, semplice modo per calcolare l’area di un cerchio, avendo notato che essa corrispondeva (all’incirca) a quella di un quadrato avente i lati più corti di un nono rispetto al diametro. E’ un procedimento del tutto differente, ma altrettanto efficace per le loro esigenze. Il risultato era un poco diverso in quanto equivalente a quello ottenuto applicando un valore di π pari a circa 3,16. (Immagini n. 4-5)
Calcoliamo, ad esempio, l’area di un cerchio avente diametro 10 cm. (ossia una raggio pari a 5 cm.)
Applicando la formula che ci è nota fina dalle scuole elementari abbiamo: πrr= 3,14×25= 78,50 cmq
Utilizzando il metodo degli antichi egizi abbiamo: (10-10/9)x(10-10/9)= (10-1,11)x(10-1,11)= 8,89×8,89= 79,03 cmq.
L’irrazionalità del valore di π è stata stabilita solo in epoca moderna, pertanto l’importanza quasi metafisica che oggigiorno gli viene attribuita da taluni non aveva alcuna ragione di esistere nelle scuole greche, né tantomeno, e a maggior ragione, in quelle degli egizi dell’ Antico Regno, che addirittura ne ignoravano l’esistenza.
Quanto al numero o sezione aurea ϕ, nessun documento ci autorizza a pensare che, all’epoca, se ne avesse una sia pur vaga nozione. Come per π, si tratta di una coincidenza fortuita scaturita dalla scelta di un semplice rapporto di pendenza per controllare l’inclinazione delle facce. Appare ovvio che i “mistici” che vedono la piramide di Khufu come un monumento unico che concentra gli elementi di una conoscenza superiore e nascosta si sbagliano nel considerarla sotto questa luce. La sua pendenza trae origine dalla piramide, eretta a Meidum, dal padre Snefru, edificio che è il risultato di due modifiche successive rispetto al progetto iniziale.
E che dire delle svariate figure geometriche che secondo alcuni sono alla base della planimetria interna degli edifici e la cui complessità “alchemica”, indizio lampante di schemi “rivelati”, ha un senso unicamente per quegli autori ostinatamente convinti di averne ricavato la prova di un sapere dimenticato o di un messaggio nascosto? In realtà, le piramidi si avvalevano di pendenze semplici e variabili e le correlazioni tra figure geometriche e schemi architettonici sono di scarsa utilità dal momento che non è possibile farsene un’idea senza il ricorso ad un massiccio impiego di ipotesi.
ORIENTAMENTO E CONOSCENZE ASTRONOMICHE
Come per la matematica, ciò che sappiamo in merito alle conoscenze astronomiche lo si apprende da fonti più tarde (posteriori al Secondo Periodo Intermedio). Tuttavia, i collegamenti tra le piramidi e le osservazioni della volta celeste non sono, per questo, da scartare. Si sa che, durante l’Antico Regno, l’orientamento degli edifici ha costantemente come riferimento il nord e punta verso la regione circumpolare dell’emisfero boreale. Gli studiosi concordano pressoché unanimemente sul significato religioso di questa disposizione che avrebbe permesso all’anima del sovrano di ricongiungersi con le stelle che “non tramontano mai”. Inoltre, testi di epoca tarda descrivono tradizionali cerimonie di fondazione durante le quali il posizionamento di un monumento, in base alla posizione degli astri, giocava un ruolo di grande importanza (Immagine n. 6). È senza dubbio durante il rituale della “tensione della corda” che venivano gettate le fondamenta di una piramide, prestando particolare attenzione a orientarla secondo i quattro punti cardinali.
Nessun documento ci è pervenuto, al momento, che possa fornirci chiarimenti sui metodi impiegati. A causa della precessione degli equinozi, la Stella Polare, agli inizi dell’ Antico Regno, non era quella a cui ci riferiamo oggi (Alpha dell’ Orsa Minore), ma un punto del cielo situato a meno di 2° da Thuban (la stella Alpha della costellazione del Dragone). Questa stella era quindi troppo lontana per fornire un risultato soddisfacente in relazione alla precisione osservata (Immagine n. 7).
Immagine n. 7 La stella Thuban della costellazione del Dragone si trovava, all’epoca della costruzione delle piramidi, spostata di circa 2° rispetto al nord (Immagine reperita in rete)
I ricercatori, che si sono interessati al problema dell’orientamento, hanno proposto svariate tecniche verosimili che avrebbero permesso di determinare con precisione la direzione del nord utilizzando i mezzi dell’epoca. Una di queste suggerisce una meticolosa osservazione notturna della posizione degli astri. Determinando la levata ed il tramonto di una stella, gli egizi avrebbero potuto ottenere l’esatta direzione del nord. Era però necessario ricreare una linea dell’orizzonte perfettamente orizzontale per godere di condizioni di osservazione ottimali.
In tempi più recenti, Kate Spence ha evidenziato un’evoluzione lineare delle differenze di orientamento nelle piramidi erette tra la IV e l’inizio della V dinastia che l’ha portata a concludere che gli architetti avevano utilizzato la volta stellata come punto di riferimento. Un indicatore che, con il passare dei decenni, si è prima avvicinato al polo e poi, in modo sempre più consistente, vi si è rapidamente allontanato a causa della precessione degli equinozi. Secondo l’egittologa britannica, i geometri, muniti di filo a piombo, avrebbero scelto di prendere come punto di riferimento le stelle Mizar (Orsa maggiore) e Kochab (Orsa Minore), aspettando che si allineassero verticalmente (Immagine n. 8).
All’epoca il polo celeste corrispondeva all’allineamento dei queste due stelle e, pertanto, è probabile che gli egizi lo individuassero in questo modo. Con il progressivo spostamento dell’asse di rotazione terrestre e l’allontanamento di questi due astri dal polo, il margine di errore sarebbe divenuto sempre più ampio e reso i riferimenti inadeguati.
Il nord avrebbe anche potuto essere determinato attraverso osservazioni diurne, contrassegnando, su un suolo perfettamente livellato, le ombre proiettate da una pertica in momenti opposti della giornata (levata e tramonto del sole). La bisettrice dell’angolo che veniva a formarsi avrebbe indicato la direzione (Immagine n. 9).
Oltre a orientare la piramide, la fase preparatoria consisteva nel tracciarne i confini, stabilirne gli angoli e livellare la piattaforma su cui doveva essere eretta. I geometri e gli agrimensori egizi hanno dimostrato anche in questo caso tutta la loro abilità, poiché gli angoli retti della Grande Piramide sono pressoché perfetti, con uno scarto medio di 3’38″ e il dislivello della base fa segnare uno stupefacente valore di soli 2,10 centimetri!
La perfetta orizzontalità dei lati, con molta probabilità, fu ottenuta mediante un piano di riferimento rigorosamente livellato e punti di riscontro situati ai quattro angoli della struttura. Confrontandoli l’uno rispetto agli altri, permise di allinearli, asportando gradualmente il suolo roccioso fino ad ottenere una superficie del tutto piana. La geometria dell’epoca permetteva sicuramente di risolvere il problema della perpendicolarità degli angoli, anche se la presenza dell’enorme massa rocciosa impediva, ovviamente, di avvalersi del tracciamento delle diagonali. Ci si poteva,pertanto, basare unicamente su misure prese lungo il perimetro esterno. Intorno alle piramidi di Khufu e Khaefra furono scavate buche circolari o quadrate per ospitare dei marcatori distanziati di 3-5 metri. Questi fornivano un grosso riferimento nel mantenere la linearità dei lati, ma è probabile che giocassero un ruolo altrettanto importante nel tracciamento di angoli perfettamente ortogonali (Immagine n. 10).
Gli egizi dimostrano di avere avuto una buona conoscenza del comportamento delle strutture, sia in termini di resistenza dei materiali sia nello studio della loro stabilità. Questo è senz’altro uno degli aspetti più rivoluzionari e sorprendenti che si riscontrano nella loro architettura. Le tecnologie che misero a punto suscitano enorme ammirazione soprattutto in considerazione dei rudimentali mezzi di cui disponevano e della limitatezza delle loro conoscenze teoriche. Queste conquiste furono il risultato di un percorso empirico e pragmatico intrapreso da tecnici tenaci e desiderosi di vincere la sfida posta dal sovrano e dai suoi architetti, mentre la mancanza di basi scientifiche fu compensata dalle ampie risorse messe a loro disposizione.
Alcuni componenti dell’edificio furono progettati e realizzati prima di essere trasferiti in cantiere: è il caso, ad esempio, delle volte e delle coperture su cui si sarebbe retto l’equilibrio della distribuzione interna (Immagine n. 11).
Altrettanto si può dire dei sistemi di bloccaggio e sigillatura delle tombe che, senza alcun dubbio, venivano sperimentati in precedenza, così come sembrerebbe dimostrare il sistema di passaggi in miniatura (la cosiddetta “maquette”) scoperto nei pressi della Grande Piramide* (Immagini n. 12-13).
Quando gli egizi decisero di innalzare questi edifici, dovettero, al contempo, elaborare un’architettura in grado di sfidare il tempo. I primi stadi della piramide di Djoser a Saqqara, rivelano che fu durante la sua costruzione che fu inventata la struttura a “piani rovesciati”. I muri con fianchi inclinati esistevano già da lungo tempo, ma, evidentemente, furono ritenuti insufficientemente stabili per utilizzarli in questo tipo di monumento. La piramide a gradoni è costituita da un tronco centrale il cui profilo è simile alla muratura con pareti inclinate, ma con le basi inclinate verso il centro invece che essere orizzontali. A questo tronco sono addossati contrafforti avvolgenti montati allo stesso modo. Gli sforzi si trasmettevano così verso l’interno dell’edificio e comprimevano gli elementi della costruzione impedendo che potessero scivolare verso l’esterno. I blocchi che compongono l’edificio sono squadrati, ma le facce sono solo approssimativamente verticali.
In seguito, quando si decise di posare le pietre in corsi orizzontali, si capì chiaramente che i basamenti dovevano essere perfettamente piani per non comprometterne la stabilità. Fu necessario neutralizzare il rischio di assestamenti localizzati e di scivolamento laterale della muratura (Immagine n. 14).
La piramide di Meidum evidenzia molto bene la differenza qualitativa della muratura tra le sezioni interne, dove si riscontrano notevoli differenze di livello, e quelle dell’involucro esterno, dove le fondazioni sono livellate con un errore di soli 8,30 centimetri. Le ragioni del passaggio da una piramide a gradoni con corsi rovesciati ad una a facce lisce con corsi orizzontali sono, probabilmente, sia di natura tecnica, sia religiosa; ancora però non è chiaro in quale misura l’una sia in relazione o prevalga sull’altra. E’ però ipotizzabile che l’impiego di blocchi sempre più voluminosi abbia costretto i direttori dei lavori a rinunciare all’inclinazione verso l’interno dei piani di posa.
Lo studio dei comportamenti di un edificio ci ha permesso di comprendere che i costruttori impararono presto a non preoccuparsi troppo delle crepe che comparivano durante l’ edificazione. I massicci architravi che coprono i corridoi sono molto spesso fratturati, ma questo non impedì agli egizi di metterli ugualmente in opera. Del resto, portarono a compimento l’erezione della piramide romboidale di Dashur-Sud, nonostante i grandi cambiamenti strutturali che intervennero ben prima della fine del progetto. Questo dimostra che avevano la capacità di valutare l’incidenza dei danni e dei sommovimenti della struttura e di decidere di conseguenza sulle azioni da intraprendere.
*I corridoi del cosiddetto “Passaggio di prova” sono quasi identici, per sezione e orientamento, ai corridoi della Piramide di Khufu, solo in scala ridotta di circa 1:5. Inoltre, sono stati realizzati gli incavi per la copertura delle tavole, il che fa supporre che la funzionalità dei blocchi di chiusura sia stata testata sul modello. All’estremità inferiore del passaggio sud è stata lasciata una piccola sporgenza di roccia, che doveva impedire ai blocchi di chiusura di scivolare nel passaggio in uscita, in modo che rimanesse possibile per i sacerdoti lasciare la piramide dopo la sepoltura e la chiusura. Questo elemento di chiusura non è stato adottato nella struttura originale. Al contrario, la navata fu resa più stretta di 2 cm, in modo che i blocchi di chiusura si bloccassero in questo punto. Questo è visibile ancora oggi su due blocchi originali.
Gli architetti di questa struttura hanno imitato il corridoio discendente, il corridoio ascendente, la parte inferiore della Grande Galleria e anche il corridoio orizzontale che conduce alla Camera della Regina. Questo sistema fu scoperto da Vyse e Perring e da questi esaminato e rilevato. Quando, nel 1990, l’altopiano orientale della Piramide di Khufu è stato ripulito dalle macerie e dalla sabbia, anche il modello di “passaggio di prova” è stato riportato alla luce. (Fonte: https://nefershapiland.de/Cheops-Pyramide.htm)
Fonte: Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.209
Abbiamo già visto come uno dei pericoli peggiori nello studiare la medicina degli Antichi Egizi sia farsi “contaminare” dalle conoscenze moderne. Ciò che diamo per scontato non lo era affatto più di 4,000 anni fa, quando vennero presumibilmente scritti i papiri medici.
Anche in ambito chirurgico ci sono stati “voli pindarici” mai supportati da prove concrete – come nel caso degli oppiacei, che giunsero sì in Egitto, ma in epoca più tarda e mai usati dai medici – come abbiamo visto. Vediamone alcuni.
CHIRURGIA PLASTICA
Per un certo periodo si pensò che i medici egizi fossero in grado di intervenire con operazioni di chirurgia plastica mediante un “trapianto di pelle”.
La mummia di un’anziana sacerdotessa di Amon vissuta durante la XXI Dinastia, indicata dal Prof. Elliott Smith come “Nesi-Tet-Kab-Taris”, presentava diverse piaghe da decubito su spalle, schiena e natiche coperte da due quadrati di pelle bovina finissima – probabilmente di gazzella – cuciti alla pelle sottostante.
La mummia di “Nesi-Tet-Kab-Taris” disegnata da Elliott Smith. Si vedono chiaramente le due applicazioni di pelle di gazzella tra le spalle e sulle natiche per coprire presumibilmente le piaghe da decubito che afflissero questa anziana signora in vita.
Elliott Smith le descrisse nel 1904 come applicazioni post-imbalsamazione per mantenere l’integrità del corpo, ma in seguito Ruffer nel 1912 ed altri studiosi ipotizzarono che fosse un intervento di chirurgia plastica per alleviare le piaghe da decubito. Purtroppo ai tempi gli studiosi erano più interessati alle lesioni osteoarticolari e la mummia è stata smembrata per studiarne tali lesioni, ma è al limite ipotizzabile che la pelle di gazzella fosse una sorta di “cuscino” in vita e sia stata cucita alla pelle sottostante solo nel processo di mummificazione.
Quel che rimane di Nesi-Tet-Kab-Taris, la donna con la pelle di gazzella a coprire le piaghe da decubito. Soffriva di un’artrosi invalidante ad entrambe le anche e deve avere sofferto moltissimo nell’ultimo periodo della sua vita – ma la sua pelle non fu ricostruita dai chirurghi egizi.
TRACHEOTOMIA
In due rilievi trovati da Flinders Petrie ad Abydos e da Saad a Saqqara, entrambi risalenti alla I Dinastia, sembra essere rappresentata – con una certa fantasia – una tracheotomia effettuata su un paziente seduto a terra con le mani dietro la schiena.
Il rilievo pubblicato da Flinders Petrie e proveniente dalla tomba di Aha (I Dinastia), interpretato erroneamente negli anni ’50 come una tracheotomia (da Petrie, William Matthew Flinders, The royal tombs of the first dynasty. Vol. 2. 1901”).
La seconda “tracheotomia” ritrovata a Saqqara (da Emery, Walter B., and Zakī Jūsuf Saʻd. The tomb of Hemaka. Government Press, Bulâq, 1938).
A prescindere dal fatto che la posizione sia estremamente inusuale per una tracheotomia e che tale procedura non sia riportata in alcun papiro medico, vista la somiglianza della posizione del “paziente” con il simbolo Gardiner A13 (“prigioniero”), è stata proposta la teoria che si tratti di un sacrificio umano (reale o simulato).
Il simbolo Gardiner A13, il prigioniero inginocchiato con le braccia legate dietro le spalle
Ricordiamo che la pratica dei sacrifici umani terminò nel periodo Protodinastico – per chi volesse approfondire può trovare un dettagliato articolo di Giuseppe Esposito QUI – ed infatti non ci sono pervenuti finora altri esempi di “tracheotomia”.
In alternativa, alcuni studiosi ritengono che si tratti invece di un rituale magico per fornire al Faraone il “respiro della vita” nella cerimonia del giubileo “heb-sed” – ipotesi che però contrasta con la posizione delle braccia della persona raffigurata.
TRUCCHI DA IMBALSAMATORE
Da menzionare infine tutti i tentativi da parte degli imbalsamatori di “ricostruire” i corpi a loro affidati per renderli simili alle persone in vita – e che a volte sono stati scambiati per interventi in vita. Oltre ad alcune protesi dentarie (ma non tutte!) già viste, sono state trovate mummie a cui erano state aggiunte ossa lunghe alle gambe (Leiden, ma non era un innesto osseo, dovevano adattare la mummia al sarcofago!).
Da molto tempo si discute invece se gli antichi egizi usassero occhi artificiali per sostituire esteticamente quelli persi in battaglia o per una malattia, senza risultati conclusivi. Se è vero che il mito di Horus – che perde l’occhio sinistro nella battaglia con Seth, occhio magicamente ripristinato da Thot – farebbe immaginare che fosse possibile, non ci sono pervenute prove tangibili che fosse effettivamente stato realizzato se non come riempimento delle cavità orbitali delle mummie.
La mummia della regina Nodjmet (XXI Dinastia) con gli occhi artificiali applicati post mortem per rendere il viso il più possibile somigliante alla regina in vita
Da notare che l’occhio artificiale usato in vita più antico finora ritrovato appartiene ad una principessa mesopotamica e datato intorno al 2,800 BCE; quindi, sarebbe stato presumibilmente fattibile anche per i medici egizi. Dal V secolo BCE furono invece introdotti “occhi” in argilla dipinta, ma da indossare solo sopra l’orbita vuota.
Il primo occhio artificiale indossato in vita, ritrovato sul corpo di una principessa mesopotamica vissuta intorno al 2,800 BCE
Alcuni occhi in quarzo applicati alle statue (come quelli dello “Scriba seduto” del Louvre) e lavorati molto finemente – quasi delle lenti multifocali – hanno fatto pensare che fosse possibile nell’Egitto faraonico produrre tali lenti come ausilio esterno alla vista, ma sempre senza reperti giunti fino a noi.
L’effetto dello “sguardo che segue l’osservatore” dello scriba seduto conservato al Louvre, uno degli esempi più famosi di lavorazione del quarzo come lente dell’Antico Egitto.
Nelle immagini una lacrima scende dall’occhio della mucca mentre viene munta e mentre ha vicino il suo vitellino.
Che significato avrà questa scena?
La scena è presente sui sarcofagi di almeno due regine, Kawit (JE47397) e Aashyt (JE47267), entrambe mogli di Montuhotep II (XI Dinastia).
Dal sarcofago di Kawit
Una delle spiegazioni avanzate (per la scena di Kawit) è che la mucca pianga per essere costretta a dare il suo latte all’uomo anziché al suo vitellino. Secondo Dietrich Wildung, invece, il vitellino nel sarcofago di Aashyt rappresenta Horus in fuga dal pericolo e in cerca di protezione presso la sua divina madre Hathor, che mostra la sua preoccupazione attraverso la lacrima.
Sarcofago di Aashyt
La prima spiegazione non può essere considerata valida perché la mucca con la lacrima è rappresentata in questo modo anche quando non viene munta e anche quando è senza il vitellino.
La rappresentazione delle mucche nei vari contesti dei due sarcofagi ha certamente una funzione rituale: non è una semplice rappresentazione della vita quotidiana e dell’’approvvigionamento di cibo per il defunto. Nel sarcofago di Aashyt è presente un altare di fronte alla mucca, un’indicazione certa di un contesto rituale.
Sarcofago di Aashyt
Un interessante parallelismo va fatto con le mucche e i vitellini in corteo nelle rappresentazioni del Nuovo Regno, dove i vitellini sono sovente rappresentati con una zampa amputata. Secondo un’interpretazione, si tratta di una rappresentazione di Horus a cui Iside amputa e poi sostituisce la mano che aveva toccato il seme di Seth, secondo il racconto della storia di Horus e Seth.
Il vitello con la zampa amputata da una tomba del Nuovo Regno
Il dolore della mucca è anche collegato al dolore per il proprietario della tomba. Il ruolo della mucca è quindi equiparato a quello di Iside che piange per suo marito Osiride e per il figlio Horus.
Anche se la scena dell’amputazione della zampa non è presente nei due sarcofagi, è ragionevole supporre che la mucca pianga per il destino che, all’interno di un noto rituale, sarà riservato al vitellino.
Tale rituale solo raramente viene esplicitato in immagini e lo sarà prevalentemente in età molto più tarda, (XVIII e XIX Dinastia).
Riassumendo:
La lacrima potrebbe rimandare al rituale del taglio della zampa non rappresentato sui due sarcofagi citati
La lacrima non ha collegamento con la mungitura
Il vitellino rappresenterebbe Horus
Questo tipo di rappresentazione fu molto limitata nel tempo e nello spazio (presente qui, nella zona di Tebe, un’invenzione iconografica limitata e accessibile a dei privilegiati).
Il motivo della mucca con la lacrima fu un’invenzione limitata quindi solo alla XI Dinastia e in seguito si preferì utilizzare il motivo della mucca e vitellino che muggiscono quando separati, secondo una tradizione già in voga nell’Antico Regno.
Fonte:
Perspectives on lived religions. Edited by N. Starling, H. Twiston Davies and L Weiss Palma 21, Papers on Archeology of the Leiden Museum, Sidestone Press, 2019
Dopo meno di due anni di coreggenza col padre Ramses I, Seti-Merenptah (Uomo di Seth-amato da Ptah), figlio della Grande Sposa Reale Sitra, sale al trono, dopo essere stato Sommo Sacerdote di Seth, ed assume il nome regale Menmaatra (Stabile è la Giustizia di Ra).
Non è chiara la ragione per cui un faraone abbia assunto il nome di Seth, il nome di questa divinità non veniva più usato fin dalla II dinastia anche se il suo culto è sempre stato diffuso nel Delta. E’ un uomo nel pieno vigore fisico ed intenzionato a riportare l’Egitto ai fasti del passato superando quel che ancora restava dell’eresia amarniana. Al trono con lui sale anche la sua Grande Sposa Reale Tuya di provenienza non regale ma figlia di un generale dell’esercito.
La durata del regno di Seti I non è ben definita ed è oggetto di varie interpretazioni, Manetone, che lo considera il fondatore della XIX dinastia, gli assegna una durata improponibile di 55 anni. Come per i suoi predecessori il compito maggiore consisteva nel ripristinare la sovranità egizia in Asia, in modo particolare nella terra di Canaan ed in Siria, territori considerati appetibili dall’espansionismo ittita. E’ curioso notare quanto la volontà di tornare ai vecchi dei si riscontri nella titolatura di questo faraone che per esteso è: Menmaatra Seti-Merenptah dove vengono citati Ra, Ptah, Amon e Seth, questo anche per ridimensionare in parte l’eccessivo potere che il clero di Amon di Karnak vantava prima della rivoluzione religiosa di Akhenaton e riaffermare il primato teologico del dio Ra.
Seti I si dedicò in modo particolare all’attività edilizia, le sue opere più importanti furono, tra le altre il completamento della grande Sala Ipostila a Karnak ed il suo tempio funerario ad Abydos sulle cui pareti volle realizzare l’importante rilievo, noto col nome di “Lista Reale di Abydos” dove lui rende omaggio a 76 suoi predecessori a partire da Narmer, estremamente utile come fonte per ricostruire la cronologia dei sovrani egizi.
Fece costruire numerosi obelischi in onore di Ra nel tempio di Eliopoli, uno di questi è il famoso “obelisco flaminio”, alto 26 metri, completato poi dal figlio Ramses II, e che oggi svetta in Piazza del Popolo a Roma dove venne fatto portare dall’imperatore Augusto nel 10 a.C.. Su un lato compare un’iscrizione dove si afferma:
<<…….(Sethi …) che riempie Eliopoli di obelischi affinché i raggi possano illuminare il tempio di Ra……>>.
Certamente non trascurò la politica estera dove era necessario riportare un po’ d’ordine. Dalle scene di battaglia che ancora oggi possiamo ammirare, scolpite sulla parete esterna settentrionale della Grande Sala Ipostila a Karnak e su numerose stele, apprendiamo delle numerose campagne militari condotte in Medio Oriente, principalmente a Canaan, in Libia e in Nubia.
Fin dal primo anno di regno Seti I si dedicò a ristabilire la sovranità egizia ripristinando la “Via di Horus”, strada che, partendo dalla fortezza di Tjaru, all’estremità orientale del Delta, terminava in Palestina, nei rilievi del tempio di Karnak sono ben dettagliate le numerose fortezze e pozzi che costellavano la strada. Durante il percorso attraverso il Sinai vennero debellati i riottosi beduini detti Shasu, entrando in Canaan pretese tributi dalle varie Città-Stato presso le quali ebbe modo di soffermarsi. Non fu così per alcune altre, come Beir She’an e Yenoam contro le quali Seti I non partecipò direttamente ma inviò solo le sue truppe. La spedizione proseguì poi fino al Libano dove i sovrani locali si sottomisero cedendo come tributo una ingente quantità di legno di cedro. Tornato in patria Seti I si rivolse contro le tribù libiche dei Tehenu, dei Libu e dei Mashuash che premevano ai confini creando non pochi problemi, e li sconfisse. Durante l’ottavo anno di regno dovette inviare l’esercito per reprimere una rivolta in Nubia, non si recò egli stesso ma potrebbe averlo fatto come comandante il figlio, futuro Ramses II.
Il pericolo maggiore però arrivava dalla Siria, nonostante il trattato di pace stipulato a suo tempo dai sovrani ittiti con Amenhotep III e siglato con matrimoni reali, ultimo quello di Tadukhipa con Amenhotep III. Il trattato prevedeva il riconoscimento da parte ittita dei diritti egiziani sul regno di Amurru, sulla valle dell’Oronte e sulla città di Kadesh ottenendo in cambio la rinuncia da parte egiziana dei territori dei Mitanni conquistati da Tutmosi III.
Per fronteggiare la minaccia degli ittiti che erano avanzati in territorio egiziano, Seti I intraprese una campagna militare con la quale conseguì qualche successo arrivando a riconquistare il regno di Amurru e, anche se per poco, la città di Kadesh sulla quale ormai non aveva più alcuna influenza a causa della politica inetta di Akhenaton, impresa che non era riuscita a Tutankhamon ed a Horemheb. Per celebrare l’impresa Seti i fece erigere una stele dedicata agli dei Amon, Seth e Montu. I frutti della vittoria non durarono però a lungo, gli ittiti si ripresero presto Kadesh e Amurru a causa dell’impossibilità, o dell’incapacità da parte egizia di mantenere un congruo contingente militare in zona. A causa di ciò non è da escludere che sia stato raggiunto un accordo tra Seti I e Muwatalli II col quale vennero ridisegnati i confini. Ci proverà poi, ma senza successo, il figlio Ramses II a riconquistare Kadesh cinque anni dopo la morte di Seti I.
Per quanto riguarda le vittoriose campagne militari di Seti I ci sarebbe da avanzare qualche dubbio, come di consueto nei riguardi dei faraoni che sono molto propensi a glorificare i propri meriti magari usurpando quelli degli altri. Dagli studi effettuati sulle “lettere di Amarna” in un primo momento si pensò che con il regno di Akhenaton l’Egitto fosse sprofondato nel caos privo della fermezza di un sovrano che avesse polso. In realtà le cose non andarono proprio così, certo che per il faraone eretico esisteva quasi solo la religione dell’Aton e lui personalmente non seguiva molto i fatti dell’impero, meno che mai Tutankhamon, c’è da dire però che i suoi predecessori avevano creato una amministrazione statale molto efficiente che provvedeva alla gestione degli interessi dello stato anche senza precise direttive del sovrano.
Oggi sono stati condotti studi più approfonditi per cui gli egittologi non credono che la politica di Akhenaton abbia portato alla perdita dell’impero, se si escludono quei pochi territori poi riconquistati da Seti I. Sicuramente Seti I, come molti altri prima e dopo di lui, ha fatto costruire monumenti anche importanti (alcuni li ha usurpati), riempiendoli di rilievi ed iscrizioni nelle quali vantava anche meriti non propriamente suoi o esagerando i suoi.
Secondo alcuni Seti I nominò il figlio Ramses coreggente intorno al suo nono anno di regno ma al riguardo non esistono fonti certe. L’egittologo canadese Peter J. Brand non crede che i rilievi presenti in vari templi di Karnak, Gurna e Abydos, dove sono raffigurati insieme Seti I e il figlio Ramses II, siano significativi per suffragare la coreggenza tra i due in quanto la maggior parte di essi vennero realizzati per volere di Ramses II dopo la morte di Seti I.
Sulla coreggenza o meno si sono espressi diversi egittologi tra cui William Murnane e Kenneth Kitchen e molti altri; In conclusione una coreggenza appare assai improbabile se fanno testo due importanti descrizioni che compaiono nel tempio di Abydos e su di una stele commemorativa a Kuban nelle quali Ramses II è sempre descritto come principe e non come coreggente, nelle iscrizioni sono riportati, oltre ai vari titoli militari, il titolo di “Primogenito del re” e “Principe ereditario ed Erede”.
Alla sua morte Seti I fu sepolto nella Valle dei Re in quella che oggi è chiamata KV17, (Tomba Belzoni). Questa fu scoperta per l’appunto da Giovanni Battista Belzoni nel 1817 mentre lavorava per Henry Salt. Alessandro Ricci, che lavorava con Belzoni, fu il primo a disegnare i rilievi della tomba che venne attribuita ad un ipotetico re Psammuthis.
Con la decifrazione dei geroglifici ad opera di Champollion nel 1822 si scoprì che apparteneva a Seti I. La tomba fu sottoposta a numerosi lavori di restauro e conservazione prima da Burton, poi da Rosellini e da Carter ed infine da Barsanti. Dal 1979 fino al 2000 è stata oggetto di mappatura, rilievi epigrafici e ad ulteriori lavori di conservazione e restauro.
Lunga 136 metri è la più profonda di tutte quelle del Nuovo Regno, è la prima che presenta tutte le pareti completamente decorate con bassorilievi e pitture dai colori molto vivaci. In essa compaiono per intero i testi del libro dell'”Amduat” e le “Litanie di Ra” oltre alla rappresentazione di molti dei, tra cui Hathor, Osiride, Ptah, Nefertum e Iside.
Le successive tombe del Nuovo Regno cercarono sempre di imitarla. Il sarcofago di Seti I è ricavato da un unico imponente blocco di alabastro decorato con rilievi in ogni sua parte, all’interno si trova un’immagine della dea Nut che avvolge il corpo del faraone.
Sulla parte esterna del sarcofago è inciso parte del “Libro delle Porte” oltre ad un testo sul viaggio notturno di Ra nell’oltretomba. Nel 1825 il sarcofago venne acquistato da Sir Soane del “Jhon Soane Museum”, dove si trova tutt’ora, era completamente bianco ma col tempo, a causa del clima e dell’inquinamento di Londra, ha assunto un colore bruno più scuro perdendo anche alcune decorazioni.
La mummia di Seti I, come quelle di altri faraoni, venne trasportata nella cachette di Deir el-Bahari dove fu rinvenuta nel 1881 e riconosciuta grazie al fatto che il suo nome era inscritto sul coperchio del sarcofago; traslata al Museo Egizio del Cairo fu sbendata da Gaston Maspero nel 1886. Gli esami condotti sulla mummia, che si trova in ottime condizioni, hanno rivelato che all’atto della morte Seti I non aveva ancora cinquant’anni.
Subito apparve una stranezza, forse a causa di una disattenzione degli imbalsamatori, il cuore, che la prassi prevedeva che fosse rimosso, mummificato e poi rimesso al suo posto, si trovava nella parte destra del torace anziché in quella sinistra.
La mummia, lunga 170 cm era talmente ben conservata che sbendandola Maspero ebbe a dire:
<<……era un capolavoro dell’arte dell’imbalsamatore, e l’espressione del volto era quella di uno che appena qualche ora prima ha esalato l’ultimo respiro…….un calmo e mite sorriso aleggiava ancora sulla bocca e le palpebre semiaperte lasciavano intravedere sotto le ciglia una riga apparentemente umida e brillante, era il riflesso dei bianchi occhi di porcellana introdotti nelle orbite al momento della sepoltura …….>>.
Prima di addentrarci nel grande tempio di Seti I ad Abydos vorrei parlare di una curiosità, il tempio racchiude una delle più enigmatiche raffigurazioni che rappresenta una manna per i più accaniti fanta-egittologi pieni di fantasia aliena sulla quale sono stati spesi fiumi di libri di fantarcheologia.
La scena in questione rappresenta un insieme molto confuso di glifi e geroglifici ai quali non è stato possibile dare una spiegazione pratica anche se studiosi esperti hanno chiarito quale mistero si cela dietro questi strani geroglifici. Certamente per alcuni esistono ancora molti dubbi ma la spiegazione data appare attendibile e fondata su basi concrete. Certo che se osservate in modo del tutto spontaneo vi trovate di fronte alla rappresentazione di quali armi disponeva l’esercito di Seti I, aerei a reazione, sottomarini, e persino elicotteri e, se vogliamo pure degli UFO.
Il tempio non è stato completato durante il ciclo di vita di Seti I, ma da suo figlio, Ramesses II, all’inizio del suo regno. Il lavoro fatto eseguire da Ramesses II è di qualità nettamente inferiore a quello di suo padre, lo si capisce dal lavoro scadente effettuato nelle varie modifiche apportate al tempio. Come risultato di questo “scadente” lavoro, alcuni iscrizioni sono state cesellate e riscolpite in fretta, utilizzando il gesso in alcuni casi solo per rintonacare le iscrizioni superflue, intonacature che ovviamente nei millenni si sono sbriciolate o seccate, facendo riaffiorare dalla pietra i vecchi geroglifici che si confondono con i nuovi.
Una spiegazione dettagliata di questi strani geroglifici QUI
A questo punto va detto che nulla di simile è mai stato riscontrato in nessun altro tempio, piramide o strutture presenti in Egitto. Pensare a soluzioni aliene o a civiltà precedenti appare comunque del tutto fuori luogo in quanto se tali glifi volessero proprio rappresentare i mezzi tecnologici a cui assomigliano il contesto in cui sono inseriti non permette la ricostruzione di una frase a senso compiuto. Il mondo accademico da come spiegazione che tale rappresentazione è solo frutto della casualità. “Omnes cogitant quod volunt”.
LA TOMBA KV17
Soffermiamoci ad ammirare la stupenda tomba di Seti I, la KV17 nella Valle dei Re, ne vale la pena.
Purtroppo Belzoni, per agevolare l’ingresso alla parte ipogea, fece scavare un profondo pozzo verticale quasi all’inizio dell’ingresso della tomba, questo riempiendosi d’acqua causò numerose inondazioni alle quali lo stesso Belzoni cercò di porvi rimedio innalzando un muro, la cosa però si rivelò inutile. Il tutto, con l’umidità, causò un’escursione termica che con la dilatazione delle rocce provocò parecchi crolli dell’intonaco dipinto. Come se ciò non bastasse, l’inesperienza delle tecniche di restauro in auge a quei tempi portò Belzoni e Wilkinson a cercare di ravvivare i colori parietali per mezzo di spugnature umide, cosa che fecero pure i visitatori della tomba in assenza di controlli. A questi danni se ne aggiunsero altri causati da interventi maldestri di ricercatori, spesso anche malintenzionati, che distrussero parti di intonaco affrescato nel tentativo di cercare altre camere nascoste, senza contare poi quelli che strapparono letteralmente parti di intonaco per portarseli via.
Oggi le pareti si presentano alquanto sbiadite e, per evitare di danneggiare ulteriormente i dipinti, con il vapore acqueo causato dalla respirazione dei molti visitatori la tomba è stata chiusa al pubblico per oltre dieci anni, dopo gli opportuni interventi il 1 novembre 2016 è stata riaperta contemporaneamente a quella di Nefertari.
Fortunatamente nel 1825 intervenne l’egittologo James Burton che dette inizio ad importanti lavori di protezione e consolidamento della tomba, fece erigere un nuovo muro di fronte all’ingresso riuscendo questa volta ad impedire ulteriori inondazioni, fece svuotare il pozzo verticale di Belzoni ed installò una robusta porta all’ingresso.
Gli interventi di Burton ottennero i risultati sperati e da allora la tomba KV17 non ha subito ulteriori inondazioni limitando così i danni. Sulla tomba tornò anche Carter, nella campagna del 1902-1903, durante la quale svolse numerosi lavori di restauro e consolidamento (in modo particolare nella camera funeraria) dove tentò, purtroppo senza successo, di sanare alcune crepe che si erano aperte nelle pareti.
<< Seguite sulla planimetria la descrizione della tomba >>.
Planimetria schematica della tomba KV17 della Valle dei Re – (dis. di Hotepibre)
L’ingresso avviene attraverso una breve scala (a) che sbuca in un corridoio in forte pendenza (b), questo termina in una nuova scala che da accesso ad un nuovo corridoio (c), anch’esso in pendenza che porta ad un pozzo verticale (d) profondo circa 6 metri. Superato il pozzo si accede ad una camera (e) con quattro pilastri delle dimensioni di 8 x 8 metri circa, da questa si accede ad una seconda camera (f), grande come la precedente, con due pilastri. Sulla sinistra della camera (e), tramite una scala che sbuca in un corridoio (g), dal quale si diparte un’ulteriore scala (h) si raggiunge l’anticamera (i) e da qui la camera funeraria (j) che si presenta su due livelli mentre sei pilastri sostengono l’imponente soffitto a volta.
Alla sinistra della camera funeraria si trova ancora una camera (m) con due pilastri mentre sul lato posteriore si trova una camera (n) con quattro pilastri disposta ortogonalmente rispetto all’asse principale della tomba. Quasi al centro del lato posteriore si estende uno scavo non rifinito, da qui si raggiunge una scala male intagliata nella roccia che prosegue attraverso un profondo budello (o) che prosegue nella Valle per oltre 150 metri.
Nel 2007 si è tentato di sgomberare il tunnel dalle macerie per accertarsi se si trovavano altri locali con esito negativo, dopo 150 metri il tunnel si interrompe bruscamente.
La tomba di Seti I viene altresì chiamata la “Cappella Sistina egiziana” in quanto è l’unica tomba della Valle dei Re ad avere tutte le pareti dei corridoi e delle camere interamente ricoperte di decorazioni, inoltre in essa sono contenuti tutti i testi religiosi relativi al culto del defunto.
Le decorazioni sono state eseguite con maestria inusuale, è la prima volta che le “Litanie di Ra” ed i capitoli del “Libro dell’Amduat” non vengono rappresentati nella camera funeraria ma solo sulle pareti dell’ingresso e dei primi due corridoi. Anche le pareti del pozzo sono decorate con immagini di Seti I in compagnia di divinità.
La camera (e) presenta capitoli del “Libro delle Porte” (descrizione della quinta ora) oltre ad una cappella dedicata a Osiride. Le pareti della camera (f), che Belzoni chiamò “Sala dei disegni”, sono per l’appunto ricoperte da disegni incompleti, mai terminati, che si riferiscono alle ore Nona, Decima e Undicesima dell’Amduat oltre a Seti I in compagnia di Ra-Horakhti.
Nel corridoio (g) e nel passaggio (h) è riportata la classica cerimonia dell’apertura della bocca e degli occhi mentre nell’anticamera (i) sono rappresentate molte divinità. La camera funeraria (j) presenta uno splendido soffitto a volta decorato con la volta blu intenso, gli astri e le più importanti costellazioni sono dipinte di un giallo pallido che spicca sul blu del soffitto.
Sulla pareti compaiono i testi del “Libro delle Porte” e di quello dell'”Amduat” dove è descritto il viaggio della barca solare di Ra, numerose altre divinità tra cui Anubi intento a praticare l’apertura della bocca con il dio Osiride. Interessanti anche le decorazioni dell’annesso (k) dove, nella Quarta ora del Libro delle Porte, alcuni geni minori mantengono vivo il fuoco dei “Pozzi Ardenti” dove finiscono i dannati.
Come abbiamo detto all’interno della camera funeraria si trovava il sarcofago di alabastro con una particolarità quasi unica nel suo genere, le sue pareti sono spesse solo 5 centimetri attraverso le quali filtra la luce. Al contrario il coperchio è spesso 30 centimetri e venne rinvenuto spezzato dai saccheggiatori. All’interno si trovavano parecchi oggetti, o parti di essi, tra cui degli ushabty in legno alti 1 metro, tutti i reperti si trovano oggi al Sir John Soane’s Museum di Londra.
In uno dei locali, all’interno della tomba, è stata trovata la mummia di un toro cosa che gli è valso anche il nome di “Tomba di Api”. Di Seti I è stata rinvenuta un’altra tomba ad Abydos la cui struttura ricorda quella della KV17, si tratta di un cenotafio al centro del quale si trova una vera e propria isola circondata dall’acqua, sull’isola è situato un falso sarcofago. Simbolica associazione al mito di Osiride ed alle forze primeve della creazione. Questa realizzazione ha fatto sorgere il dubbio che il profondo tunnel della KV17 sia stato realizzato allo scopo di intercettare l’acqua dal sottosuolo.
Di grande interesse il tempio funerario di Seti I, che si trova più a nord di ogni altro tempio, purtroppo è assai lontano dalle mete più frequentate dai turisti, il faraone lo dedicò, oltre che ad Amon, al proprio padre, Ramses I.
Al contrario del figlio Ramesse II o della regina Hatshepsut, col tempo la fama di Seti I svanì (e non poteva essere diversamente con un figlio come Rsmses II), ed anche il suo tempio cadde nell’oblio, un vero peccato perché il tempio si presenta di una bellezza veramente ammirevole dove il turista si trova immerso nell’epoca del faraone.
Seti non fece in tempo a vedere finito il suo tempio perché morì prima ma il figlio amorevolmente lo fece completare. La parte esterna, ormai in rovina, non rende merito alla parte interna, le sale e le anticamere del tempio principale sono ben conservate così come alcuni dei rilievi molto interessanti dove Seti I ed il figlio Ramses II sono rappresentati insieme nell’atto di porgere offerte ad Amon.
Come detto in precedenza, il tempio racchiude la famosa lista reale che Seti I volle per venerare gli antichi sovrani la cui necropoli si trovava presso le sue mura e conteneva sia le tombe che i cenotafi dei suoi predecessori.
Sette cappelle, con soffitti a volta, presentano sulle pareti dettagliati rilievi che mantengono ancora una vivace colorazione, queste fanno parte del tempio ed erano destinate al culto del re e dei principali dei tra i quali Ptah e Amon. In fondo ad ognuna di esse è presente una falsa-porta, tranne in quella di Osiride che possiede una vera porta che da accesso a una serie di santuari interni.
Nella parte posteriore si trovano grandi stanze dedicate al culto di Osiride. In origine il tempio misurava 180 metri di lunghezza, oggi purtroppo la maestosità di questo monumento è appena percettibile in confronto alla sua antica grandezza, in buono stato si trovano attualmente circa 80 metri per una larghezza di circa 120 metri.
Il pilone d’ingresso e i due cortili anteriori del tempio, da cui oggi si accede attraverso un portico che immette direttamente nelle due sale ipostile, sono quasi del tutto ridotti in rovina. La seconda sala ipostila è collegata all’ala sud del tempio tramite un lungo corridoio che riporta, su una parete un interessante rilievo finemente lavorato dove compare Sethi I che, con il figlio Ramesse II, stanno catturando un toro con una corda, la parete di fronte riporta la famosa “Lista dei Re”.
Facciamo ora un giro dietro al tempio e ci troviamo di fronte ad un’altra imponente costruzione religiosa, l’Osireion. Considerato uno dei più importanti monumenti sepolcrali, desta ancora oggi molte perplessità, non tutti concordano sul fatto che a farlo costruire sia stato proprio Seti I, la datazione è tutt’ora incerta e sono tante le ipotesi avanzate che si alimentano delle leggende legate al mito di Osiride (1).
Si ritiene che sia stato edificato nel luogo dove veniva custodita la testa di Osiride, era il centro religioso più importante dove si celebravano i cosiddetti “Misteri Osiriaci”, allo scopo venne utilizzata l’acqua perché secondo la leggenda il dio era stato sepolto su un’isola.
L’Osireion si raggiunge tramite una scala che parte dal tempio di Seti I ed è costituito da una estesa struttura in superficie, situata a circa 15 metri sotto il livello del tempio, e da un’ampia struttura sotterranea. Oggi purtroppo è per meta sepolto e in gran parte inaccessibile a causa delle infiltrazioni di acqua.
L’imponente struttura sotterranea, in parte sommersa dall’acqua, è costruita con enormi monoliti in granito rosa ed arenaria, alti da 4 a 8 metri, larghi circa 2,40 metri e con un peso medio da 100 a 200 tonnellate, lisci e perfettamente levigati incastrati e soprapposti con una precisione di altissimo livello tecnologico, non c’è traccia di malta o cemento, i blocchi sono assemblati tra loro solo con del fango; cosa che si riscontra solo in un altro posto in tutto l’Egitto, il tempio della Sfinge a Giza.
L’Osireion venne scoperto agli inizi del ‘900 dalla spedizione archeologica guidata dall’egittologo Flinders Petries, coadiuvato dalla dott.ssa Margaret Murray e per un certo periodo di tempo venne considerata da alcuni egittologi come l’ipogeo di Seti I, questo perché nel 1929 l’egittologo Henry Frankfort, docente presso l’Università di Londra, rinvenne un frammento di terracotta che riportava incisa la frase “Seti è al servizio di Osiride”.
Le pareti sono completamente prive di incisioni e geroglifici, su alcuni pilastri compaiono raffigurazioni di navi con le vele ammainate ed eccezionalmente il “Fiore della Vita”, un simbolo che troviamo in tutte le antiche culture del mondo.
A rendere ancora più affascinante il mistero che avvolge questa meravigliosa costruzione, è il riscontrare che il livello di perfezione con cui le pietre sono incastrate l’una con l’altra è inferiore al margine di errore ammesso oggi nel calcolo delle migliori autostrade moderne. Molti blocchi sono stati fissati con cambrette di metallo (bronzo?), metodo che veniva utilizzato in tutto il mondo, sono state rinvenute per la prima volta dagli archeologi dopo gli scavi condotti nella storica città greca di Delfi, sede del famoso oracolo.
(1) – Il Mito di Osiride – (per chi ancora non lo conosce)
Osiride e Seth erano figli del dio della terra Geb e della dea del cielo Nut. Osiride sposò la sorella Iside. Tra i due fratelli sorse una rivalità per cui Seth decise di uccidere suo fratello Osiride. Costruì un sarcofago e durante una festa disse che lo regalava a chi fosse riuscito ad entrarci perfettamente. Osiride cadde nell’inganno e appena entrò nel sarcofago Seth lo chiuse dentro e lo gettò nel Nilo. Il sarcofago scese lungo il fiume e raggiunse il mare dove si fermò a Biblo, qui si incastrò in una acacia e col tempo ne venne avvolto. Iside, dopo molte peripezie, venne in possesso del corpo di Osiride, cercando di rianimarlo rimase fecondata ed al momento giusto partorì Horo. Un giorno però Seth trovò il corpo di Osiride e si infuriò a tal punto che lo tagliò in vari pezzi che disperse per tutto l’Egitto. Iside ritrovò tutti i pezzi (con l’eccezione del fallo, mangiato da un pesce gatto) e lo ricompose. Con l’aiuto della sorella Nefti lo riportò in vita usando i suoi poteri magici. Osiride però non poteva più vivere sulla terra quindi diventò il re dei morti. Un’altra versione narra che Iside non trovò i pezzi in cui fu sezionato Osiride ma questi furono trovati dagli egizi che provvidero ad innalzare un tempio su ciascuno dei pezzi del dio. La storia è stata tramandata come mito per millenni tanto da essere ritenuta una realtà; è quindi giustificato pensare che per gli antichi egizi l’Osireion custodisse la reliquia più importante del dio.
Fonti e bibliografia:
Alessandro Roccati, “L’area tebana, Quaderni di Egittologia”, n. 1, Roma, Aracne, 2005
Murray Margaret, “The Osirion at Abydos”, British School of Egyptian Archeology, Londra, 1904.
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. I, Torino, Ananke, 2004
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
Christian Jacq, “La Valle dei Re”, trad. di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’Antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
Alfred Heuss et al., “I Propilei“. I, Verona, Mondadori, 1980
Erik Hornung, “La Valle dei Re”, traduzione di Umberto Gandini, Torino, Einaudi, 2004)
(Le foto sono dell’amico Giuseppe Fornara che ringrazio vivamente)
“Io sono qui a proteggere l’Osiride, Nebkheperure, il Signore dell’Eternità”
Legno stuccato e dipinto (sacrario: legno stuccato e dorato), altezza 60 cm (118 cm totali), lunghezza 64 cm (273 totali). Carter 261, JE 61444
È uno degli oggetti più iconici della tomba: la statua di Anubi posta all’ingresso della Stanza del Tesoro a vigilare sui vasi canopici del Faraone nonché tutti gli altri oggetti preziosi e sacri che in tale stanza erano conservati. La statua era rivolta verso ovest, sottolineando il ruolo di Anubi come guardiano delle necropoli.
Anubi nella sua posizione originale; alle sue spalle si intravede la testa della Vacca Celeste ed il sacrario dei vasi canopici protetto dalle quattro dee. Tra le zampe la tavoletta da scriba di Meritaton
Il disegno originale di Carter che descrive il reperto. La mano del pittore naturalista emerge anche da un semplice disegno.
Il dio giace accucciato su un sacrario dorato, a sua volta appoggiato ad una slitta/palanchino con due lunghe sbarre in legno per il trasporto da parte dei sacerdoti durante la cerimonia funebre.
La statua al Museo Egizio del Cairo
L’aspetto è volutamente temibile, inteso ad essere terrificante per i predoni che avessero violato la tomba. Purtroppo non è stato sufficiente a fermare gli antichi tombaroli, visto che l’interno stesso del sacrario è stato violato.
Realizzato in legno stuccato e dipinto, ha orecchie, collare ed una sorta di fascia raffigurata legata intorno al collo dorati, come anche le sopracciglia ed il contorno degli occhi, realizzati in calcite ed ossidiana. Gli artigli sono in argento.
Il drappo con le frange avvolto intorno al corpo di Anubi, risalente all’epoca di Akhenaton
Il particolare delle ghirlande legate al collo di Anubi
Il santuario, anch’esso in legno stuccato, è dorato e principalmente decorato con simboli djed (stabilità), legati ad Osiride, e tyet (vita), legati ad Iside. Per la sua forma trapezoidale, Carter lo definì “pilonico” vista la somiglianza con i piloni dei principali templi di Tebe. È diviso in scomparti che contenevano amuleti, gioielli ed oggetti per la mummificazione.
Quando è stata ritrovata, la statua era avvolta in un panno di lino, con una garza di lino sottile e due corone floreali di ninfea (Nymphaea coerulea) e fiordalisi legate intorno al collo, con una tavoletta da scriba appoggiata tra le zampe recante i cartigli di Meritaton, una delle figlie di Akhenaton.
La tavoletta da scriba di Meritaton ritrovata tra le sue zampe
Fu necessario separare la statua dal sacrario per permetterne l’uscita dalla tomba (il sarcofago esterno di Tutankhamon era ancora in situ ed impediva l’uscita con le lunghe stanghe del palanchino).
Appena davanti al sacrario, tra le stanghe del palanchino ed in pratica sulla soglia fisica della Stanza del tesoro fu trovato da Carter un quinto “mattone magico” a forma di torcia (un mattoncino di argilla forato, con uno stoppino dalla sommità dorata) che riportava la scritta:
“Io sono colui che impedisce alla sabbia di soffocare la camera segreta, colui che respinge con la fiamma del deserto chi vorrebbe respingerlo. Io ho incendiato il deserto, ho confuso le strade. Io sono qui a proteggere l’Osiride, Nebkheperure, il Signore dell’Eternità”.
Il quinto mattone magico, il “mattone-torcia” con l’estremità dorata
L’iscrizione proviene dalla formula 151 del Libro dei Morti, ma su questo mattoncino nascerà una leggenda.
Il mattone non poteva essere usato come torcia, vista la doratura sulla sommità, ma Carter notò sul pavimento dei frammenti di carbone intorno ad esso; è quindi molto probabile che sia stato usato una fiamma reale in un rito funebre collegato ai mattoni magici. Da notare che i mattoni stessi non erano posizionati nella tomba nel modo corretto, forse una svista durante il ripristino dopo l’antico saccheggio.
La posizione del mattone magico tra le stanghe del palanchino di trasporto, che cade esattamente sulla soglia della Camera del Tesoro. Si intravedono i residui di carbone notati da Carter, testimonianza di un rito funebre collegato ai mattoni stessi.
Nota: il panno di lino al collo di Anubi riporta la data del VII anno di regno di Akhenaton, probabilmente l’anno di nascita di Tutankhamon. È palesemente usato, tanto che anche Gardiner faticò a decifrare il cartiglio di Akhenaton, lavato ripetutamente e portava ancora i segni della stiratura. Senza nessuna “pretesa” archeologica, mi piace pensare che quel panno abbia avvolto un neonato destinato a diventare, suo malgrado, uno dei Faraoni più famosi della storia.
Il drappo con le frange avvolto intorno al corpo di Anubi, con i cartigli di Akhenaton
Fonti:
Richard H. Wilkinson, Kent Weeks – The Oxford Handbook of the Valley of the Kings. Oxford University Press, 2016
Guasch Jané, About the Orientation of the Magical Bricks in Tutankhamun’s Burial Chamber. Journal of the American Research Center in Egypt 2012.
Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori 1984
Thomas Hoving, Tutankhamon. Mondadori 1995
Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
Foto: Museo Egizio del Cairo, Henry James, The Griffith Institute
Verso la fine del suo regno, in assenza di eredi, Horemheb decise di associarsi al trono il vecchio generale Pramesse, futuro Ramses I che designò quale suo successore. Fu una scelta fortunata poiché da quella scelta sorsero poi i grandi faraoni quali Seti I e Ramses II, niente male come inizio della XIX dinastia.
Certo, Pramesse non era di sangue reale, d’altronde non lo era neppure Horemheb, proveniva comunque da una famiglia aristocratica di stirpe guerriera originaria del Delta, probabilmente da Avaris (la città degli Hyksos) dove veniva adorato il dio Seth.
Secondo l’egittologo scozzese Kenneth Kitchen sarebbe nato pochi anni prima di Tuthankhamon, il padre era un comandante dell’esercito, capo degli ardieri, di nome Seti, fratello dell’ufficiale Khaemuaset la cui moglie, Tamuadjesi, parente del viceré di Kush, era a capo dell’harem di Amon. Questo per capire che Horemheb non aveva scelto a caso, ma si era rivolto ad un personaggio di alto lignaggio elevandolo al rango di visir.
L’elenco delle prestigiose cariche che ricoprì Pramesse, prima di diventare Ramses, non è cosa da poco:
<< Comandante delle truppe, Capo degli arcieri, Capo dei carri di Sua Maestà, Soprintendente della cavalleria, Capo delle fortezze di Sua Maestà, Soprintendente delle Bocche del Nilo, Scudiero di Sua Maestà, Scriba reale, Capo dei giudici, Luogotenente del re dell’Alto e Basso Egitto, Messaggero del Re per tutti i Paesi stranieri >>.
Salendo sul trono delle Due Terre, Pramesse, mutò il suo nome in Ramses, si dotò del nome regale di Menpehtira (Ra è durevole di forza), consapevole, forse, che sarebbe stato il capostipite di una dinastia che avrebbe dovuto riportare l’Egitto alla sua grandezza, nella scelta del suo nome regale cercò di imitare il titolo del grande Ahmose, fondatore della XVIII dinastia, il cui nome, Nebpehtira significa “Ra è Signore della forza”, mantenendo anche il nome di Ramses (Ra lo ha generato).
Trovandosi in età già avanzata designò come principe ereditario e successore il proprio figlio Seti avuto dalla Grande Sposa Reale Sitra.
Ramses I non godette a lungo del potere regale, Manetone, secondo Giuseppe Flavio, gli assegna un anno e quattro mesi, durata che non si scosta di molto da quella indicata sull’unica stele datata, proveniente da Wadi Halfa, che riporta la data dell'”anno 2, II peret, giorno 20″, dove Ramses I ordina di inviare provviste ai sacerdoti di Ptah a Buhen e di edificare una cappella ad Abydos. Ma pare che la stele non sia stata eretta da Ramses I bensì dal figlio Seti I che ne collocò un’altra vicina con la data del primo anno del proprio regno.
Durante il suo regno si resero necessarie numerose spedizioni militari in Siria a causa dei ripetuti tentativi da parte delle popolazioni locali di riconquistare i loro possedimenti. Non si hanno altre notizie della sua politica estera come sono scarse quelle di politica interna, da alcuni rilievi riportanti il suo nome, presenti sul secondo pilone del tempio di Karnak, si potrebbe pensare che abbia in qualche modo contribuito al completamento della trasformazione del cortile aperto di Horemheb nella grande Sala Ipostila del tempio.
Il suo regno fu così breve che ne risentì anche la sua tomba che si presenta assai piccola e rifinita frettolosamente. Identificata come KV16 nella Valle dei Re, la tomba fu scoperta da Belzoni nel 1817, si presenta incompleta, consiste in due scalinate molto ripide che terminano in un corridoio attraverso il quale si raggiunge l’anticamera incompleta.
Alcuni vani laterali sono stati scavati frettolosamente per consentire di deporvi il corredo funebre, i muri non contengono rilievi ma sono semplicemente lisciati e decorati con scene che rappresentano il sovrano che viene accolto dalle divinità oltre ad alcuni brani di testi funerari.
Il sarcofago in granito rosso è molto grande ma incompleto, è ricoperto con testi sacri dipinti in giallo ma non incisi.
La sua mummia venne traslata nella cachette di Deir el-Bahari (DB320) durante il regno del faraone Siamon nel 970 a.C., come quelle di altri faraoni per preservarle dalle razzie ormai endemiche nella Valle dei Re. Nel 1871 la mummia fu illegalmente rubata dalla famiglia Abd el-Rassul e venduta al mercato di Luxor per 7 sterline a James Douglas, dopo vari passaggi finì in Canada per essere poi esposta al Museo di Niagara Falls senza che alcuno sapesse il suo valore e a chi apparteneva. Nel 1999 si riuscì a stabilire che la mummia era del Faraone Ramses I e venne ceduta per due milioni di dollari al Museo “Michael C. Carlos” di Atlanta. Nel 2003, la mummia venne restituita all’Egitto con un atto di donazione firmato dall’allora segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità, il dott. Zahi Hawass. Dopo un temporaneo soggiorno al Museo del Cairo, venne trasferita al Museo di Luxor dove, dopo 130 anni può riposare nella sua terra natia.
Parlando della XIX dinastia in generale abbiamo citato che alcuni collocano il periodo narrato nella Bibbia come la schiavitù e l’esodo degli ebrei dall’Egitto in questo periodo e, più precisamente identificano in Ramses I il “Faraone dell’oppressione” citato nell’Esodo come colui che rende schiavo il popolo d’Israele. Oggi la maggioranza degli studiosi ritiene che l’episodio della schiavitù e dell’esodo faccia parte di una letteratura immaginaria enfatizzata dai sacerdoti ebrei nel periodo della deportazione a Babilonia per creare un passato storico-religioso al popolo giudeo che ritornava a Gerusalemme.
Fonti e bibliografia:
Alessandro Roccati, “L’area tebana, Quaderni di Egittologia”, n. 1, Roma, Aracne, 2005
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. I, Torino, Ananke, 2004
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Christian Jacq, “La Valle dei Re”, trad. di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’Antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
Alfred Heuss et al., “I Propilei“. I, Verona, Mondadori, 1980
Erik Hornung, “La Valle dei Re”, traduzione di Umberto Gandini, Torino, Einaudi, 2004