Tra gli oggetti descritti in questo sito c’è anche un bellissimo specchio il cui manico raffigura una giovane donna agli specchi egizi. Scrivendo la conferenza sulla cosmesi egizia anch’io ho incontrato questa tipologia di manufatti e, devo ammettere che sono molto affascinanti.
Ne sono stati repertati una buona quantità tra i corredi funerari e quindi ogni museo egizio che si rispetti ne esibisce alcuni.
Come al solito vi presento le diapositive della conferenza che descrivo qui di seguito.
DIAPOSITIVA 1: titolo della conferenza.
DIAPOSITIVA 2: Sono numerosi gli specchi repertati soprattutto a partire dalla V e VI dinastia ed hanno tutti una forma elegantissima. Consistono in un disco di metallo a forma leggermente schiacciata ai poli, raramente a forma di bulbo (=all’incirca conica) oppure a forma di foglia. Il disco è sostenuto da un manico spesso in avorio, in legno, in maiolica oppure in metallo. Spesso il manico imita l’aspetto di una colonna papiriforme. Le iscrizioni didascaliche egizie chiamano lo specchio con il termine mȜw-ḥr [mau-her] che ha il significato di visione del volto. La popolazione trovò inoltre un’analogia tra la forma dello specchio e il segno grafico Ꜥnḫ [ank] simbolo del vivere eterno caratteristico degli dèi. Da questa analogia lo specchio fu anche chiamato Ꜥnḫ [ank] visto che, per il fenomeno della riflessione, sulla faccia dello specchio compariva la riproduzione vivente dei tratti dell’uomo. Il nome Ꜥnḫ [ank], però, veniva dato di preferenza allo specchio funerario, poco usato nel Nuovo Regno, che differiva da quello di uso quotidiano per la forma del manico, simile al supporto delle insegne divine: un’asta dritta sormontata da un seconda asta orizzontale nella quale si incastrava il codolo del disco. Un’attribuzione simbolica che gli Egizi assegnavano agli specchi, e che ne ha determinato la forma circolare, è l’assimilazione al sole. Infatti, benché debolmente, essi emanano raggi di luce come fa la nostra stella. Nelle immagini: specchio di Reniseneb, tomba CC25, Assasif, rame oro ebano, XII-XIII dinastia, dal 1926 al Metropolitan N.Y.
DIAPOSITIVA 2: La superficie rotonda degli specchi egizi è normalmente piatta. Non mancano però esemplari in cui essa è concava o convessa. Il bronzo era il materiale preferito perché era molto lucente di suo e rifletteva molto bene le immagini. Ci sono pervenuti, però, anche esemplari in stagno, rame, oro e argento. Questi ultimi in numero limitato perché gli antichi predatori, a causa dell’alto valore del metallo, lo rifondevano subito. Alcuni specchi sono in lega di bronzo e argento; altri conservano ancora le decorazioni in oro. I manici sono spesso a forma di steli di ninfea oppure papiro. Questi ultimi con l’ombrello largamente fiorito e incurvato verso il basso. In alcuni è raffigurata la dea Hathor, divinità della toeletta e della gioia, con le orecchie bovine. Per proteggere la parte riflettente, che era molto delicata, gli Egizi usavano degli astucci a forma di tasca semicircolare in pelle che si appendevano alla spalla. Il manico rimaneva all’esterno della custodia. Una curiosità è data dal fatto che lo specchio, come dotazione funeraria, spesso è messo insieme agli accessori da viaggio come bastoni, stoffe e armi e non insieme agli accessori da cosmesi dove ci si sarebbe aspettato di trovarli. Comunque mai alla testa del sepolcro. Nelle immagini: a sinistra, da Assuan, XVIII dinastia, lega d’argento e rame, Brooklyn Museum N.Y. A destra, Assasif, tomba 43, bronzo o lega di rame, dinastia XVII-XVIII, Metropolitan N.Y. Parte di impugnatura che mostra l’innesto a codolo, terracotta, XVIII dinastia, Metropolitan N.Y.
La conferenza ha generato il Quaderno di Egittologia nr 50 LA BELLEZZA NELLO SGUARDO – La cosmesi nell’antico Egitto. Chi fosse interessato ad approfondire l’argomento lo può trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/la-bellezza-nello-sguardo/
Questo reperto egizio è attualmente al Walters Art Museum di Baltimora, in America (ecco la motivazione del titolo!).
Nella parte posteriore della statua si notano delle iscrizioni geroglifiche. Ed è su queste che faremo un commento filologico.
Vista la presenza di ben due cartigli possiamo affermare che si tratta di una titolazione reale. Grazie ad essa, infatti, è stato possibile identificare il sovrano rappresentato.
Come spesso mi accade in questa sede, vi ricordo che lo studio del Protocollo Reale è importantissimo perché indica quale programma politico il sovrano voleva perseguire al momento della sua intronizzazione. Per chi fosse interessato all’argomento posso consigliare la lettura del Quaderno di Egittologia nr 22 IL PROTOCOLLO REALE – Composizione dell’onomastica faraonica che è possibile trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/
Purtroppo lo studio dell’onomastica regale non è semplice. Il breve spazio dei cartigli e le metatesi onorifiche e grafiche impongono spesso che la scrittura sia difettiva e non segua sempre la corretta sequenza degli elementi grammaticali.
Ne fa esempio il Quinto Protocollo proprio di Ramesse II. Vi ricordo che per convenzione internazionale i testi geroglifici vanno riportati per studio in linee orizzontali da sinistra a destra. In questo caso il reperto li mostra verticali con lettura da destra a sinistra. Questo è il motivo per il quale ho ribaltato le immagini sul piano orizzontale, esattamente per facilitare il lettore a confrontare il reperto con la grafia informatica.
Ci tengo a far notare come nel Quinto Protocollo, esista una metatesi grafica del canale posto a metà del cartiglio in modo da dividerlo in due zone: in quella superiore sono posate le due divinità (per giunta affrontate), mentre nella parte inferiore c’è il resto dell’antroponimo regale. Nell’analisi ho preferito lasciare i segni al loro posto. Per recuperare la fase grammaticale ho aggiunto la corretta disposizione degli elementi sull’ultima riga.
Tutto ciò è anche una dimostrazione della valenza decorativa della scrittura geroglifica. Cosa che gli Egizi dimostrarono di saper sfruttare perfettamente rendendo la scrittura un’immagine
Meta delle barche sacre nel corso della festa di Opet erano gli altari carichi di offerte votive nel santuario del tempio di Luxor.
I grassi buoi sacrificali, che accompagnavano la processione, erano successivamente immolati in onore degli dei
È assai probabile che, per evitare una inutile perdita di massa corporea durante l’ingrassamento , i buoi venissero tenuti pressoché immobili, tanto che gli zoccoli non riuscivano a crescere formando escrescenze ricurve in avanti
Fonte
Egitto la terra dei Faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann
Nuovo Regno, inizi della Diciottesima Dinastia (1550 – 1391 a.C. circa) Materiale: bronzo e lega di rame Dimensioni: altezza 25,8 cm; larghezza del disco 14,1 cm; spessore 2,4 cm; peso: 855 g. The Metropolitan Museum of Art, New York (Access. Nr: 66.99.25)
La ragazza dall’abito succinto sorregge una sorta di ombrello di papiro sul proprio capo. Il motivo è comune nei manici di specchio del primo Nuovo Regno, ma il viso, in questo caso, mostra un insolito grado di individualità.
In questo campo dobbiamo necessariamente affidarci ai papiri medici, tenendo conto che purtroppo non ci sono pervenuti strumenti chirurgici con l’etichetta e la descrizione – quindi in molti casi gli studiosi si basano sulla descrizione e sul contesto per cercare di identificare gli strumenti stessi.
Sappiamo quindi che i chirurghi egizi avevano a disposizione lame diverse per i tipi diversi di interventi che dovevano effettuare. Abbiamo già visto il coltello peseskhef utilizzato per recidere il cordone ombelicale (vedi: https://laciviltaegizia.org/…/la-nascita-e-i-riti-del…/), ma in questo caso si trattava di un oggetto rituale più che uno strumento chirurgico. Si tratta comunque del primo strumento chirurgico “specialistico” conosciuto.
Coltello peseskehf della IV Dinastia, collezione privata
La lama che veniva usata per rimuovere frammenti di oggetti dalla ferita o tessuto devitalizzato (sbrigliamento chirurgico, lo chiameremmo oggi) era chiamata “khepet”, e da come viene descritta era a lama sottile, adatta sia al taglio che alla rimozione dei corpi estranei o frammenti ossei della ferita. Un paragone moderno potrebbe essere un bisturi con lama di tipo 11.
Una moderna lama da bisturi tipo 11, simile probabilmente alla lama “khepet”, a confronto con uno dei “coltelli” della collezione Petrie.
L’incisione invece di un ascesso o di un tumore avveniva con la lama “des”, con ogni probabilità a lama curva ed estremamente affilata, equivalente – ma non uguale – ai nostri bisturi moderni tipo 22 con la curvatura ancora più pronunciata.
E una moderna lama da bisturi tipo 22, “erede” della lama “des”. Attenzione, però: la lama “des” era probabilmente molto più panciuta, con forma a semi-foglia
La lama des veniva usata anche per allargare i bordi di una ferita, ad esempio per estrarre una freccia. Il recupero dei frammenti rimasti all’interno della ferita stessa poteva avvenire anche con uno strumento definito “henweh”, presumibilmente pinze a punta sottili, o con una sorta di forcipe per l’estrazione delle punte di freccia.
Tra le “pinzette” catalogate da Petrie c’è anche questo curioso oggetto, una sorta di piccolo forcipe a tre braccia, uno degli “indiziati” per essere il famoso “henweh” – in attesa di nuove scoperte
Un ulteriore tipo di lama menzionata, “shash” non ha invece una descrizione associata, se non che fosse usata per “asportare un gonfiore/tumore”; quindi si presume fosse quella a lama più lunga.
Purtroppo i reperti specifici del campo medico/chirurgico non hanno mai destato grande entusiasmo negli archeologi “classici”. Accade così che l’unica opera di classificazione degli strumenti da taglio sia tuttora quella di Flinders Petrie del 1917. Al buon Petrie, però, non poteva importare di meno della parte medica della sua collezione, tanto che le lame chirurgiche – se ci sono – sono mescolate agli altri coltelli ed utensili.
Una delle raccolte di lame e rasoi catalogati da Petrie: si nasconderanno qui alcuni degli strumenti descritti nei papiri medici? Gli esperti ritengono che sia probabile
Si considera comunque generalmente che queste lame fossero inizialmente in selce e monouso, ma già dall’Antico Regno si diffusero gli strumenti in metallo.
Non va dimenticato infine che tra gli attrezzi chirurgici dovremmo inserire – se li conoscessimo – quelli utilizzati per la trapanazione del cranio (trefinazione) di cui ci sono alcune evidenze tuttora oggetto di accesi dibattiti tra gli studiosi.
La possibile prima evidenza di trapanazione del cranio, la mummia C2 – un uomo di 40-50 anni vissuto durante la IV Dinastia e ritrovato a Giza nella necropoli occidentale della piramide di Cheope, ora all’Istituto di Anatomia dell’Università del Cairo
Questo cranio frantumato, ritrovato a Megiddo e vissuto all’epoca della XVII Dinastia egizia, mostra un foro di forma quadrangolare attribuito ad una trapanazione del cranio (da: Kalisher, Rachel, et al. “Cranial trephination and infectious disease in the Eastern Mediterranean: The evidence from two elite brothers from Late Bronze Megiddo, Israel.” Plos one 18.2 (2023): e0281020)
Il cranio ritrovato nella tomba Primo Profeta di Amon Horsaset (XXII Dinastia) mostra i segni di quella che potrebbe essere stata una trapanazione del cranio. Da: Pahl, Wolfgang Michael. “Altägyptische Schädelchirurgie.” G Fischer, Stuttgart Jena New York (1993), fotografia del Dr. Douglas Derry
L’ipotesi di Wolfgang Pahl, che identifica in uno degli attrezzi mostrati a Kom Ombo (vedi: https://laciviltaegizia.org/2023/07/08/chirurgia-egizia/) un attrezzo per la trapanazione del cranio. Da: Pahl, Wolfgang Michael. “Altägyptische Schädelchirurgie.” G Fischer, Stuttgart Jena New York (1993).
In realtà Amenhotep non avrebbe dovuto succedere al padre Thutmosi III in quanto era il figlio di una sposa minore, la principessa Merira Hatshepsut (da non confondere con la grande regina), il trono spettava di diritto al figlio della Grande Sposa Reale Satiah, Amenemhat, che però premorì al padre, così come la madre.
Suo educatore ed istruttore fu l’alto dignitario di nome Min, che tra i tanti riconoscimenti vantava anche il titolo di governatore di Tjeny (Thinis) e delle Oasi.
In un primo tempo Amenhotep ricoprì l’incarico di sovraintendente all’importazione del legname per i cantieri navali di Peru-Nefer. Venne in seguito associato in coreggenza dal padre rimanendovi per due anni e quattro mesi finché, alla morte di Thutmosi III, nel 1425 a.C., salì al trono come Amenhotep II.
Regnò per circa 26 anni attorniandosi di una corte sfarzosa e segnando un’epoca storica straordinariamente ricca grazie alle sue doti di buon amministratore del regno. Secondo le testimonianze che ci sono pervenute, Amenhotep II era pure un bell’uomo, ovunque la sua figura appare con maestosa imponenza, le fonti ci parlano di un faraone atletico, esperto arciere, il tiro con l’arco era importante per un sovrano che partecipava alla guerra (su questo esistono molte leggende), si racconta che Amenhotep II abbia dato molte dimostrazioni pubbliche della sua abilità.
In un caso rappresentato in modo spettacolare, il faraone, guidando il suo carro alla massima velocità, avrebbe scagliato numerose frecce che colpirono quattro bersagli di rame distanti circa trentacinque piedi l’uno dall’altro attraversandoli completamente. Furono molte le altre dimostrazioni della sua abilità come arciere nell’intento di dimostrare al suo esercito la differenza tra un buon arco e un cattivo arco. L’iscrizione che riporta queste sue performance specifica che nessuno, tranne lui, era abbastanza forte da tirare il suo arco.
Fu anche un abile timoniere di battelli e guidatore di carri. Forse erano solo esagerazioni ma nessuno lo avrebbe contraddetto quando queste affermazioni fossero state incise nella pietra. Le sue imprese resero comunque portentoso anche il suo fisico tanto che la sua mummia sembra gigantesca se messa a confronto con le altre mummie reali.
In politica estera accentuò la spinta imperialistica del padre e lo volle dimostrare adottando lo stesso nome Horo, Ka-nekhet user pehet (Toro possente, grande nella forza). Cenni sulle imprese di Amenhotep II si trovano nella “Stele della Sfinge” e su altre ad Amada, Karnak e Menfi.
Anch’egli grande guerriero, nei primi anni di regno intraprese alcune campagne militari in modo particolare in Asia nelle regioni della Siria e di Canaan; sedò pericolose rivolte interne portando l’Egitto a vivere un periodo di pace e benessere dal quale ne trassero profitto anche i suoi successori. Durante il suo terzo anno di regno si trovò a dover fronteggiare un attacco da parte dei Mitanni presso l’Oronte, in Siria. Fonti coeve riportano che la sua forza era tale per cui riuscì ad abbattere contemporaneamente sette nemici che poi fece esporre come trofei appesi alla prora della sua nave.
Agli inizi del suo settimo anno di regno dovette salire nuovamente in Siria, nello stato vassallo di Naharina, per sedare un’altra rivolta dei Mitanni, su di una stele ritrovata a Menfi viene riportata la sua vittoria senza però citare battaglie importanti. La stele riporta inoltre che il dominio egizio era riconosciuto dai re locali su quasi tutta la Siria e la Palestina. Fu ancora nel suo nono anno di regno che il faraone dovette tornare in Palestina per sedare una rivolta ma a quanto ci è dato a sapere non si spinse oltre il lago di Tiberiade. Come tutti i faraoni prima e dopo di lui Amenhotep II non lesinò nell’esagerare l’impresa, sarebbe tornato vittorioso con oltre 100.000 tra schiavi e prigionieri.
Nonostante queste affermazioni un po’ propagandistiche pare che l’Egitto e i Mitanni abbiano raggiunto una pace duratura. I testi antichi citano che da allora in Egitto giunsero emissari dei re di Mitanni, degli Ittiti e di Babilonia portando tributi per il faraone. Va detto che dopo il nono anno di regno di Amenhotep II non si trovano più cenni su queste regioni, gli studiosi sono propensi a ritenere che il trionfalismo egizio, in questo caso, sia un po’ fuori luogo e che le guarnigioni poste da Thutmosi III nella zona di Naharina siano state ritirate.
Dopo alcune puntate a sud per ripristinare l’ordine anche a Napata e in Nubia, non si hanno più notizie di guerre ed a quanto pare l’Egitto visse in pace fino al regno di Akhenaton.
In questo periodo di pace Amenhotep II si concentrò sull’attività costruttiva dedicandosi al completamento dei templi iniziati dal padre oltre che a realizzarne di nuovi; fece costruire un porto a Peru-Nefer (Avaris) dove possedeva una residenza. Con Amenhotep II l’impero egizio raggiunse il più alto grado di prosperità, l’amministrazione dello stato era in abili mani e questo favorì anche i rapporti e gli scambi commerciali con i paesi confinanti, cosa che agevolava non poco la circolazione di persone, beni ed innovazioni.
Non meno importante fu l’influenza che questo cambiamento ebbe sull’arte, particolarmente sulla statuaria che si è conservata fino ad oggi (circa un centinaio di statue) nelle quali è possibile notare delle novità stilistiche rispetto ai canoni precedenti. Le statue lo riproducono con espressioni più serene, occhi grandi ed una particolare attenzione viene posta ad evidenziare il suo fisico possente, spalle larghe e muscoli evidenziati che esaltano la sua prestanza fisica della quale ne doveva essere assai fiero.
Come abbiamo detto Amenhotep II regnò circa 26 anni e morì intorno all’età di 44 anni. Il nome della sua “Grande Sposa Reale” non ci è pervenuto come neppure di quelle minori, secondo gli studiosi Amenhotep II, memore dell’importanza assunta dalla “divina sposa di Amon”, la regina Hatshepsut, scelse di ridimensionare il ruolo delle donne nell’ambito dalla casa reale, non solo ma, se come si ritiene, fu lui a rivestire il ruolo di fautore della “damnatio memoriae” della regina, se ne capiscono le ragioni. Si conosce solo il nome di una sua sposa secondaria, Tiaa, che fu la madre del suo successore, Thutmosi IV.
Alla sua morte, Amenhotep II, venne sepolto nella tomba (KV35) che Victor Loret scoprirà nel marzo 1898 nella Valle dei Re. Come già fatto in precedenza per la tomba di Thutmosi III (KV34), correttamente Loret documentò meticolosamente ogni ritrovamento nel suo diario di scavo.
La tomba rispecchia la classica architettura delle tombe della XVIII dinastia. (Seguite la cartina nella figura sopra), l’ingresso avviene tramite una scala (a) che porta ad un corridoio in pendenza (b), segue una seconda scala (c) ed un nuovo corridoio (d) attraverso il quale si raggiunge un pozzo verticale (e), in fondo al pozzo si trova una camera (e1), al suo interno si trovava un corpo femminile forse quello della regina Meryet-Ra Hatshepsut.
Non è chiara la funzione del pozzo, che peraltro lo si trova in molte altre tombe, alcuni egittologi suggeriscono che questi pozzi svolgessero una doppia funzione, la prima, pratica, era quella di raccogliere l’acqua delle piogge evitando così che allagasse la camera del sarcofago, la seconda avrebbe avuto una funzione rituale evocando il mondo sotterraneo e la tomba di Osiride.
In un vano adiacente al pozzo Victor Loret rinvenne due crani e resti di ossa che, in relazione alla primitiva destinazione della tomba ritenne di attribuire alla madre di Amenhotep II, la regina Meryet-Ra Hatshepsut moglie di Thutmose III, e a Ubensenu, figlio dello stesso Amenhotep II. Oltre il pozzo si entra nell’anticamera, una sala con due pilastri centrali del tutto priva di decorazioni (f), sul fondo della stanza, sopra una barca poggiata contro la parete si trovava un corpo con il petto squarciato e un grande foro sul cranio. In seguito Loret appurò che il corpo apparteneva al faraone Sethnakht ed il suo sarcofago si trovava in quella che egli chiamò la n. 4.
Da qui si scende una scala e dopo un breve corridoio (g) si entra nella camera funeraria (h) rettangolare sostenuta da sei pilastri, la camera si presenta su due livelli; il soffitto della camera è colorato di blu con stelle a cinque punte di colore giallo a simboleggiare la volta celeste. Ai lati della camera si trovano quattro locali (che vedremo più sotto).
All’interno della camera sepolcrale, nel livello inferiore si trova il sarcofago di Amenhotep II in quarzite gialla dipinta di rosso che conteneva ancora la mummia del faraone intatta con attorno al collo una ghirlanda di mimosa (fu il primo re egizio scoperto all’interno della sua tomba). Si è potuto accertare con sicurezza che si trattava realmente della mummia di Amenhotep II grazie ad una semplice annotazione con il suo nome iscritta sul sarcofago in cartonnage che la conteneva.
Victor Loret decise di lasciare la mummia dove l’aveva trovata ma la sua umana pietà non fu ricompensata. Nel 1902 la tomba venne trovata dalla famiglia di Abd el-Rasoul, tombaroli di professione, che la violarono depredando tutto ciò che gli riuscì prima di essere scoperti, purtroppo con l’intento di rubare gioielli e amuleti nascosti tra le bende, causarono parecchi danni ai bendaggi della mummia, in modo particolare alle gambe dove, in seguito Gaston Maspero, Direttore del Service des Antiquites, trovò l’impronta dei gioielli e amuleti rubati sulla resina che ricopriva il corpo. Venne quindi deciso di trasferire la mummia al Museo del Cairo.
Il sarcofago si presenta come quello di Thutmosi III, alle due estremità sono raffigurate le dee Iside e Nefti mentre sui lati compaiono due occhi udjat con Anubi in forma umana e testa di sciacallo, ed i quattro figli di Horo, che garantivano la protezione del defunto, sul coperchio è rappresentata la dea del cielo Nut.
I sei pilastri della camera funeraria sono decorati con fregi kheker che incorniciano il faraone mentre compie riti davanti a vari dei tra i quali Osiride, Anubi e Horus. Le pareti della camera funeraria, che non presenta più la forma di un cartiglio, sono decorate non in rilievo ma solo dipinte con alcuni testi dell’Amduat in ieratico, le scritte sono in verticale e le illustrazioni sono in forma stilizzata.
All’interno dell’anticamera vennero rinvenuti numerosi oggetti del corredo funerario di cui la maggior parte era rotta o spezzata a causa del vandalismo dei ladri, numerose erano le statue di legno di cui una, che raffigurava il sovrano, presentava un piccolo scomparto contenente un papiro con testi del Libro delle Caverne. Tra le varie cose vi era un contenitore di ushabty ed i resti di un letto funerario del tutto simile a quelli che verranno rinvenuti parecchi anni dopo nella tomba di Tutankhamon. Loret rinvenne anche alcuni modelli di barche di legno che avrebbero permesso al faraone il suo viaggio nell’Aldilà, trovò inoltre numerosi frammenti di mobilio funerario, modelli di barche e navi, vasi in faience e vetro, altri vasi a forma di ankh ed alcuni vasetti porta cosmetici. Ancorché ripetutamente depredata fin dall’antichità, vennero trovati, sparsi per tutta la tomba, oltre 2000 oggetti o parti di essi.
Come abbiamo detto sopra, ai lati della camera funeraria si trovavano quattro locali, due su ciascuna delle pareti più lunghe (h1, h2. h3. h4), uno di essi si presentava parzialmente murato e sul muro era stata incisa una data, “anno tredicesimo” riferito ad un probabile sovrano sepolto in seguito, secondo alcuni si tratterebbe del faraone Smendes della XXI dinastia. Furono proprio questi locali che fecero della KV35 una delle più importanti della Valle dei Re. Ciò che apparve al di la del muro che chiudeva il locale h2 lasciò esterefatti Loret ed i suoi collaboratori. Apparve subito evidente che la KV35 era stata utilizzata come deposito per le mummie reali per salvarle dai profanatori ladri di tombe, stessa cosa come per la cachette di Deir el-Bahari (DB320).
All’interno del deposito h2 erano state sistemate le mummie reali di otto faraoni e di una regina. Contenuti in sarcofagi di fortuna, molto danneggiati, si trovavano i corpi accuratamente ribendati di: Thutmosi IV, Amenhotep III, Sethy II, Merenptah, Siptah, Ramses IV, Ramses V, Ramses VI oltre ad un corpo di donna che venne identificato come appartenente alla regina Tausert.
L’identificazione delle mummie con i suddetti sovrani è un po’ arbitraria a causa della poca affidabilità delle etichette in legno appese ad alcune mummie ed al fatto che, nonostante sui sarcofagi molto malridotti comparissero dei nomi, manca la certezza che sarcofago e mummia coincidano, un esempio, quella che è stata catalogata come la mummia di Amenhotep III si trovava nel sarcofago intestato a Ramses III ma il coperchio era quello di Sethy II. Va inoltre considerato che le mummie sono state accuratamente ribendate ma utilizzando bende di recupero che recavano intestazioni di personaggi diversi.
Nel locale h1 si trovavano tre corpi sbendati, uno di un bambino di circa 9-11 anni con il capo raso e la classica treccia di capelli neri che pendeva sulla tempia destra, il secondo era un corpo femminile, parzialmente coperto da uno spesso velo e con lunghi capelli neri, gli venne assegnato il nome di Elder Lady per distinguerla dal terzo corpo che fu chiamato Younger Lady in quanto apparteneva ad una donna più giovane il cui volto era completamente sfigurato. Tutti e tre i corpi presentavano un foro sul cranio ed il petto sfondato. Infine nel locale h3 si trovavano i resti molto malridotti di un corpo femminile ed uno maschile completamente sbendati.
Fonti e bibliografia:
Mauro Reali, “Amenofi II, chi era costui? Un grande!”, La Ricerca, Loescher Editore, 2017
Christian Jacq, “La Valle dei Re”, trad. di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
Alberto Sillotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
Erik Hornung, “La Valle dei Re”, trad. di Umberto Gandinidi, Torino, Einaudi, 2004
Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, n. 1, Roma, Aracne, 2005
Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara 2000
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Christian Jacq, “L’Egitto dei grandi faraoni”, Arnoldo Mondadori, Milano 1999
Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle Divinità dell’Antico Egitto” – Vol. II, Ananke, 2005
Nicolas Grimal, Storia dell’Antico Egitto, Laterza, Bari 2007 Tiziana Giuliani, “Amenhotep II: una scoperta straordinaria”, Mediterraneo Antico, 2018
Prima di proseguire con la storia dell’antico Egitto proviamo a dare un’occhiata alla situazione esistente nel vicino oriente antico dopo che le campagne del faraone guerriero Thutmosi III ne avevano sovvertito non poco la geografia politica.
Dopo la cacciata degli Hyksos con Ahmose, abbiamo assistito ad una ripresa significativa della politica egiziana da parte dei sovrani della XVIII dinastia. Forti dell’esperienza acquisita, i sovrani egizi che seguiranno cercheranno di spegnere le velleità dei popoli confinanti così da rendere più sicuri i loro confini, spinti in ciò dalla chiara intenzione di lavare l’onta subita con l’occupazione straniera.
Dapprima con Thutmosi I e Thutmosi II si afferma la vocazione imperialista dell’Egitto che caratterizzerà gran parte del Nuovo Regno. Con Thutmosi III l’Egitto si spinge molto a est, supera la Palestina e raggiunge la Siria. All’epoca delle campagne militari di Thutmosi III, il Nuovo Regno egizio, quello che possiamo a ragione chiamare l’Impero Egizio, sovrasta i popoli del vicino oriente.
A nord, nella sperduta Anatolia, sono insediati gli Ittiti un antico popolo indoeuropeo che abitava la parte centrale dell’Asia Minore con capitale Hattusa.
Nel nord della Mesopotamia si trovava il regno di Mitanni che si estendeva fino ai confini con la Siria, raggiunse il massimo splendore sul finire del Tardo Bronzo, i suoi abitanti erano gli Urriti e la capitale del regno era Wassukanni (oggi Tell Fekheriye). L’esercito hurrita possedeva armi in ferro e combatteva su carri da guerra. Dopo una guerra combattuta contro Thutmosi III il regno Mitanni cercò la pace con l’Egitto e fu stretta con esso un’alleanza.
All’apice della sua potenza agli inizi del XIV sec. a.C. le relazioni con l’Egitto erano talmente amichevoli che il re Mitanni Shuttarna II mandò suo figlia Kilu-Hepa in sposa al faraone Amenhotep III. In seguito nella capitale Wassukanni scoppiò una lotta per il potere i cui pretendenti erano appoggiati da Ittiti e Assiri. Sconfitti dall’esercito Ittita di Suppiluliuma prima, poi dal figlio Piyassili di Karkemish, il regno di Mitanni passò sotto il dominio ittita per poi essere conquistato, meno di un secolo dopo, dagli Assiri che lo incorporarono nel loro regno con il nome di Hanigalbat.
Confinante con Mitanni si estendeva la Siria, citata nelle sue Storie da Erodoto come la terra che andava dal fiume Halys fino al monte Casio. Secondo alcuni corrisponderebbe grosso modo alla località indicata nella Bibbia come Aram. A partire dall’VIII sec. a.C. cadde sotto il dominio degli assiri.
A sud-est sorgeva la Babilonia cassita e il regno di Elam, questi ultimi coprivano l’intera valle dei due fiumi, il Tigri e l’Eufrate, la Mesopotamia. In questo quadro si potrebbe inserire la vicenda biblica della costituzione dello stato di Israele, forse ad opera di Giosuè anche se non proprio come racconta la Bibbia.
Come abbiamo visto la Palestina era saldamente in mano egiziana quindi pensare che l’occupazione da parte degli israeliti, appena usciti dall’Egitto, sprovveduti militarmente e magari anche male armati, sia avvenuta tramite una conquista militare è decisamente improbabile. Secondo gli studiosi l’insediamento degli israeliti in Palestina può solo essersi verificato in modo graduale e non violento. Secondo una teoria, che personalmente mi lascia molti dubbi, gli israeliti sarebbero gli Habiru, termine accadico babilonese usato in tutto il medio Oriente per indicare gruppi nomadi descritti come ribelli, fuorilegge, razziatori, talvolta impiegati come mercenari o asserviti. Non un popolo vero e proprio ma miscellanea di individui che vivevano ai margini della società, in genere per sfuggire ai creditori o ad un destino di asservimento.
Ma chi erano gli Habiru e da dove venivano? Dalla lettura di alcune Lettere di Amarna si apprende che in epoche precedenti si erano consolidati molti correttivi per venire incontro a chi era caduto in disgrazia per svariate ragioni in gran parte provocate dal progressivo indebitamento dei contadini i quali venendosi a trovare in condizioni disperate erano costretti ad impegnare oggetti, terre e persino familiari in cambio di grano finché ad un certo punto si trovavano nell’impossibilità di sostenere il debito.
Nella media età del bronzo, in tutta l’area siro-mesopotamica, era uso, da parte dei sovrani, concedere una sorta di correttivi sociali e giuridici coi quali si proibiva la cessione della terra a elementi esterni alla famiglia. A chi si trovava comunque in condizioni disperate i sovrani erano soliti emettere editti di remissione dei debiti, o il perdono per i reati meno gravi, liberando così i contadini asserviti. Questo tutelò il popolo fino ad un certo punto quando verso la metà del secondo millennio a.C. non presero piede iniziative private per mezzo delle quali si riusciva ad ovviare alle leggi, oggi lo definiremmo con l’espressione “fatta la legge trovato l’inganno”. L’applicazione di questi correttivi venne così a cessare pertanto chi non riusciva più a far fronte ai propri debiti e, magari per tale ragione era incappato in reati minori, incorreva in severe sanzioni per cui all’individuo non restava molto da scegliere, l’asservimento o la fuga in altri paesi. Questo fece si che i vari regni siglassero accordi che prevedevano “l’estradizione”. Gli stati confinanti si impegnavano ad applicare una reciproca consegna dei latitanti per cui, ai malcapitati, non rimaneva che la fuga tra le montagne o nelle steppe desertiche. Col tempo si formarono dei clan di questi individui che praticavano il nomadismo spesso sfociando nel brigantaggio. Costoro vennero chiamati Habiru. Da questo termine, per assonanza con l’etonimo “ibri” alcuni vorrebbero intravvedere la parola “ebrei”. Ebbi già modo di dire in precedenza che fidarsi di una presunta assonanza tra nomi oggetto di traduzioni spesso azzardate, se non addirittura imprecise, sarebbe da evitare.
Nonostante tutto gli studiosi sono propensi a vedere una citazione a “Israele” nella traduzione della stele di Merenptah, tredicesimo figlio di Ramses II e della sua sposa Isinofret, dove tra le nazioni sconfitte compare il nome di “Ysir” che viene identificato con Israele. Ma di questo parleremo in seguito.
Fonti e bibliografia:
Marco Liverani, “Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele”, Roma-Bari, Laterza, 2003
Sabatino Moscati, “Antichi imperi d’Oriente”, Newton & Compton, Roma 1978
Hatshepsut è morta. Ma in lontananza già, rimbomba l’eco delle armi. L’ora di Thutmosi III è arrivata.
Dopo 22 anni di coreggenza con la matrigna, l’indole guerriera che quel ragazzo aveva saputo frenare, accettando di ricoprire un ruolo di secondo piano per un tempo così lungo, ora può esprimersi in tutta la sua potenza. Certamente la sua tacita sottomissione ad Hatshepsut era anche la naturale conseguenza del fatto che la regina godeva di un relativo appoggio del potente clero tebano di Amon. Il suo fu un ruolo di secondo piano che però seppe gestire con grande intelligenza ed abilità.
Durante tutto il periodo di coreggenza, all’ombra del faraone donna, cresceva un uomo scaltro ed abile. Thutmosi III si dedicò principalmente alle questioni militari gettando le basi delle operazioni che avrebbe poi condotto a termine negli anni seguenti. Il sovrano guerriero fu uno dei maggiori faraoni egizi, mise in atto e realizzò le tendenze imperialistiche alle quali i suoi predecessori già avevano mirato.
Fu un grande condottiero e stratega, non si contano le sue campagne militari che spaziano dalla Siria alla Nubia alla Palestina e su fino al fiume Eufrate. Il già citato scrittore ed egittologo Christian Jacq lo definisce il “Napoleone Egiziano”.
Molto prestante fisicamente, come viene rappresentato nelle iscrizioni pervenuteci, possedeva una straordinaria forza fisica che esprimeva scagliando con il suo arco una freccia che colpiva un bersaglio di metallo spesso un palmo e lo trapassava da parte a parte (!). Come ho più volte raccomandato la storia egizia, raccontata dai contemporanei, e non solo, va presa con le molle in quanto essa viene descritta in forma molto enfatizzata, spesso adulatoria e poco veritiera, (ma noi facciamo finta di niente).
La storia delle imprese di Thutmosi III però la possiamo solo apprendere, con il dovuto discernimento, dalle iscrizioni che sono giunte fino a noi, sulle pareti del deambulatorio del santuario di Amon a Karnak dove, seppure in parte danneggiate sono descritte le sue numerose campagne militari.
Altre informazioni sono reperibili sulla stele scoperta a Gebel Barkal antica Napata, e sulla stele di Armantis, 10 km a sud di Luxor.
Le spedizioni che videro partecipe Thutmosi III, dapprima in età giovanile, sicuramente come subalterno di qualche generale esperto, poi personalmente come condottiero, nell’area medio orientale, furono 14 (ma in realtà forse 18, avvenute sotto la coreggenza di Hatshepsut).
Salito al trono, Thutmosi III rivolse subito la sua attenzione all’area siro-palestinese teso a ripristinare la sovranità egizia imposta da Thutmosi I ai popoli di quel territorio che cercavano di liberarsi dal dominio egizio. La furia del re guerriero si abbatté dapprima su Megiddo e, poi più su dove avvenne una delle varie distruzioni di Kadesh. Un’altra spedizione portò Thutmosi III ancora verso la Palestina dove espugnò la città di Gaza, che si era da poco ribellata.
Una di queste campagne, lascia adito a molti dubbi circa il suo svolgimento, questo a causa della tendenza, già menzionata, degli egizi a magnificare e ed esaltare oltre ogni limite il sovrano in carica. Questa fu l’ottava, la meglio documentata negli “Annali” (purtroppo mancanti di una parte consistente), dove l’esercito di Thutmosi III giunse all’Eufrate, lo oltrepassò per scontrarsi con i Mitanni, nome col quale venivano chiamati gli Urriti che avevano conquistato l’Anatolia e parte del nord della Siria sconfiggendo il regno di Hammurabi.
Altre campagne furono dedicate a pacificare la regione ed a combattere i beduini della penisola del Sinai che rendevano poco sicure le piste carovaniere. Thutmosi III però non era solo guerriero ma anche astuto, i territori dell’area siro-palestinese non vennero inglobati direttamente sotto il controllo della corona egizia ma lasciati al governo di una massa di piccoli principi locali tributari dell’Egitto. Questi principi dei paesi sconfitti venivano portati in ostaggio a Tebe presso il palazzo del faraone, qui venivano istruiti ed addestrati. Solo quando dimostravano di aver appreso e fatte proprie le usanze e tradizioni egizie, e dimostrato la loro fedeltà al faraone, venivano riportati nei loro paesi di origine dove avrebbero regnato come vassalli del sovrano delle Due Terre. La stessa strategia fu adottata dai romani 1500 anni più tardi.
L’errore, forse quello che con il tempo si rivelerà il più grande, fatto da Thutmosi III con l’intento forse di ottenere un sempre maggiore appoggio, fu quello di aumentare ancora di più il potere economico del clero tebano di Amon a Karnak, al quale fece enormi donazioni delle prede di guerra, frutto delle numerose campagne militari, assegnando agli stessi tre regioni asiatiche. Questo fu l’errore politico più grave perché, come vedremo in seguito, sarà la causa principale della fine del Nuovo Regno.
Thutmosi III intraprese anche un’intensa attività nella costruzione di edifici e monumenti (e, come usanza, ne usurpò anche alcuni dei sovrani precedenti). Nel tempio di Karnak realizzò la sua opera forse più bella, la “Sala delle Feste” nella quale si trovano la “Sala degli antenati” ed il “Giardino Botanico”.
Questo consiste in un rilievo sulle pareti di una sala del tempio giubilare del faraone, dedicata al dio Amon, nel complesso templare di Karnak e raffigura particolari della fauna e della flora presenti in quel tempo nell’impero egizio. Sono inoltre raffigurati animali e piante che Thutmosi III aveva portato della Siria.
Sua “Grande Sposa Reale” fu Sanath che però morì giovane senza donargli eredi. Il suo posto fu preso dalla seconda moglie, Merira-Hatshepsut, (da non confondere con il faraone donna), che sarà la madre di Amenhotep II oltre che della principessa Merytamon. Ebbe numerose altre mogli tra cui diverse principesse siriane.
Il suo regno durò ben 53 anni durante i quali celebrò per tre volte la festa Sed e cambiò diverse volte il complesso dei nomi e degli attributi reali, soprattutto il nome di Horo che divenne sempre più una manifestazione della sua potenza. Molti egittologi propendono per il fatto che durante gli ultimi anni di regno Thutmosi III si associò in coreggenza il figlio Amenhotep II. La durata della coreggenza col padre si può dedurre dal fatto che, secondo alcune iscrizioni, Amenhotep II venne incoronato due anni e quattro mesi prima della morte del padre. Thutmosi III fece costruire la sua tomba nella Valle dei Re che viene identificata con la sigla KV34 (King Valley 34).
LA TOMBA
Thutmosi III fece costruire la sua tomba nella Valle dei Re, un’area situata nei pressi di Waset, (l’antica Tebe). In egiziano “Ta-sekhet-ma’at” (il Grande Campo), ormai divenuta la necropoli reale per i sovrani del Nuovo Regno a partire dalla XVIII dinastia, lo rimarrà per oltre 500 anni, dal 1552 al 1069 a.C.
Il grande egittologo Howard Carter, a proposito della Valle ebbe a dire:
<< La Valle delle tombe dei re: basta il nome a evocare uno scenario romantico, e fra tutte le meraviglie d’Egitto non una, io credo, è capace di stimolare maggiormente la fantasia >>.
In una ripida parete a 30 metri dal suolo, nell’antico letto di una cascata, Thutmosi III scelse di costruire la sua dimora eterna. Fu scoperta nel 1898 dall’Ispettore egiziano della Valle Hosni, (anche se in seguito la scoperta venne attribuita a Victor Loret, direttore del Service des Antiquités).
La tomba presenta la classica struttura delle tombe della XVIII dinastia. L’accesso alla stessa si presentava assai arduo vista l’altezza dal suolo, pochi ardimentosi erano in grado di raggiungerla, tra questi i soliti tombaroli che la raggiunsero penetrandovi all’interno per compiere le loro ruberie, purtroppo fecero anche considerevoli danni alle suppellettili funerarie e, forse, anche alla mummia. In tempi recenti è stata costruita una ripida scala che permette ai visitatori di raggiungere l’ingresso della tomba che viene identificata con la sigla KV34 (King Valley 34).
Quello che Victor Loret rinvenne al suo interno si rivelò di scarsa importanza e molto danneggiato. Piccole statue di Thutmosi III e di divinità lignee, alcuni pezzi di modelli di barche oltre a vasellame e ossa di babbuino e di un toro. Gli annessi alla camera funeraria si presentavano completamente svuotati. Come detto, l’accesso avviene tramite una scala che immette in un corridoio in pendenza, da qui si accede ad una camera di forma irregolare, non rifinita dalla quale, attraverso un’altra scala, si entra in un corridoio sempre in pendenza in fondo al quale si trova un pozzo di 5 x 4 metri profondo 6 metri superato il quale, e superata una parete costruita successivamente alla sepoltura, si presenta l’anticamera di forma irregolare con due pilastri centrali.
In un angolo della stessa parte un’altra scala per mezzo della quale si accede alla camera funeraria vera e propria di forma rettangolare. Al centro della camera si ergono anche qui due pilastri mentre sulle pareti più lunghe sono stati ricavati quattro piccoli annessi per contenere il corredo funerario. Interessante evidenziare un particolare che la rende unica nel suo genere, la camera funeraria presenta gli spigoli arrotondati che fanno pensare vagamente ad un cartiglio dove il sarcofago con la mummia sostituisce il nome del faraone che sarebbe in esso iscritto. Secondo lo studioso John Lewis Romer al momento della sepoltura la tomba non era ancora ultimata, cosa che sarebbe avvenuta in nove diverse fasi successive. Mentre le pareti dei corridoi non sono decorate, quelle delle stanze sono state intonacate e dipinte. Il soffitto del pozzo, come le pareti, si presenta decorato con stelle gialle su sfondo blu.
Le pareti dell’anticamera sono completamente ricoperte dai capitoli del Libro dell’Amduat con 765 figure di divinità su 741 riquadri. Anche le pareti della camera funeraria riportano i capitoli dell’Amduat a colori nero e rosso su sfondo giallino, la scrittura è lo ieratico.
I pilastri della camera funeraria sono decorati con le “Litanie di Ra”, un pilastro presenta su una faccia una scena che vede Thutmosi III che si allatta da un albero di sicomoro seguito da due mogli e dalle figlie.
Tutte le immagini sono diverse dal solito modo di rappresentare degli egiziani ma sono stilizzate. Secondo Romer si tratterebbe di bozzetti predisposti per una futura rifinitura a completamento che però non avvenne mai. I quattro piccoli annessi della camera funeraria non sono decorati. In uno di essi furono rinvenuti resti umani riferiti a sepolture abusive risalenti alla XXVI dinastia.
Il sarcofago di Thutmosi III, in quarzite rosa, si presentava danneggiato, vuoto con il coperchio spezzato, le pareti decorate in altorilievo con testi del Libro dell’Amduat.
Come già accennato in precedenza, la sua mummia, particolarmente danneggiata (la testa era staccata e le gambe spezzate), fu rinvenuta tempo prima, come molte altre, nella cachette di Deir el-Bahari (DB320) dove venne riposta per preservarla dai saccheggiatori. L’umana pietà dei sacerdoti che curarono la raccolta di oltre 50 mummie per riporle nella cachette, si rivelò ancor più umana, visto lo stato in cui trovarono la mummia di Thutmosi III, la ricomposero rifacendo le fasciature.
Così era finito il re guerriero, grande in vita ma dissacrato da morto. Io però preferisco alzare gli occhi al cielo e pensare che una di quei miliardi di stelle che brillano lassù, è quella di Thutmosi III.
KARNAK
A partire da Sesostri I della XII dinastia, che ne iniziò la costruzione, fino ad arrivare alla XXX dinastia, ogni Faraone andò a costruire nel grande complesso templare di Karnak, talvolta a nuovo altre volte usurpando le costruzioni esistenti spacciandole per sue o, peggio, abbattendo le esistenti per utilizzare il materiale per costruire la propria. Durante i 1600 anni della sua esistenza il tempio di Karnak ha subito un continuo sovrapporsi di strutture successive, ampliamenti, ristrutturazioni e rimaneggiamenti tali da presentarsi oggi come un enorme complesso templare che misura oltre 400 x 600 metri con una superficie complessiva di circa 250.000 metri quadri.
Anche Thutmosi III ha lasciato traccia del suo passaggio. Proprio di fronte al quarto pilone fece costruire un edificio sacro che era una delle sei stazioni intermedie nel quale era contenuta la “barca sacra di Amon” in occasione delle processioni che si effettuavano durante alcune feste alla presenza del sovrano.
Durante le processioni i sacerdoti prelevavano la barca sacra di Amon e la trasportavano a spalle depositando la stessa in tutte le cappelle che componevano le stazioni del tragitto. Nel tempo delle celebrazioni della “Bella Festa della Valle” la barca raggiungeva i templi della riva occidentale del Nilo. Durante la “Festa di Opet” veniva portata fino al tempio di Luxor. Le cappelle si presentavano spoglie perché troppo piccole per contenere eventuali statue o ex voto, si trovava solo un naos dove i sacerdoti portavano vasi per le purificazioni e le aspersioni di rito. Compito del faraone era quello di rompere i sigilli per l’ingresso alla cappella e, a celebrazione conclusa, sigillare nuovamente la porta.
La cappella in calcite per la Barca Sacra di Amon venne fatta costruire da Thutmosi III in occasione della sua festa giubilare. Il sacello verrà in seguito smantellato e riutilizzato come materiale di riempimento del III pilone. Grazie al ritrovamento, tra il 1914 e il 1954, dei vari resti sparsi un po’ ovunque nel complesso templare di Amon è stato possibile ricostruire la cappella. Nell’autunno 2016 grazie al lavoro del “Centre Franco-Egyptien d’Etude des Temples de Karnak” (CFEETK) sono stati completati i lavori ed oggi la cappella ricostruita si trova presso l’Open Air Museum di Karnak, il museo all’aperto del famoso complesso templare di Luxor ed è ora aperta ai visitatori del Museo.
Altra costruzione di grande interesse di Thutmose III nel complesso templare di Karnak è il “Giardino botanico”, un grande rilievo dove è raffigurata la fauna e la flora presente all’epoca del massimo splendore dell’Egitto. Il rilievo copre la parete di una sala prossima al tempio giubilare di Thutmosi III nel recinto sacro di Amon, si tratta di un ciclo composto da scene pastorali della più raffinata arte egizia dove viene rappresentata una grande quantità animali rari e stupende specie botaniche che il faraone aveva riportato dalle sue campagne militari. Molte specie sono state ritenute talmente strane da essere oggetto di studi per appurare di cosa in effetti si tratta.
Ci si chiede quale fosse lo scopo di tali rappresentazioni, alcuni ipotizzano che si volesse indicare la potenza del dio Amon che, in quanto dio universale, il suo creato superava i confini della valle del Nilo per estendersi ovunque nel mondo.
Nel “Cortile del Medio Regno”, detto il “Tempio di Milioni di anni”, Thutmosi III si fece inoltre costruire lo “Akh-Menu” (luminoso di monumenti) altrimenti detto “Sala delle feste” che si svolgevano in occasione della ricorrenza del giubileo (Heb-Sed) del faraone, e altre feste tra cui la “Festa di Opet”.
Accanto alla Sala delle feste si trova la cosiddetta “Sala degli Antenati” dove in un grande fregio, che ornava la parete, compariva la “Lista regale di Karnak” voluta dal sovrano per legittimare, se ancora ce n’era bisogno, la sua regalità. Thutmosi III è raffigurato mentre porge offerte a 61 suoi antenati con i loro rispettivi nomi. Purtroppo la lista non è di grande aiuto agli egittologi in quanto non rispetta l’ordine cronologico. Le lastre delle pareti furono trafugate nel 1843 da Emile Prisse d’Avennes e attualmente sono conservate al Museo del Louvre.
ELLESJIA
Altra costruzione degna di nota è il Tempio rupestre di Ellesjia fatto scavare nella montagna nubiana da Thutmosi III nell’area compresa tra la prima e la seconda cateratta del Nilo, a circa 225 chilometri a sud di Assuan presso Qasr Ibrim. Il tempio, il più antico tempio rupestre della Nubia, era dedicato a Horus di Miam, alla dea Satet ed alla stesso faraone. Non è un’impresa “faraonica” ma un semplice tempio rupestre, molto bello, anche se penso che molti non lo conoscano e soprattutto non sanno che si trova qui in Italia, ricostruito in originale al Museo Egizio di Torino.
La storia di questo sconosciuto tempio ha inizio negli anni ’60, in quel tempo il governo egiziano decise la costruzione della diga di Assuan, voluta dall’allora presidente egiziano Gamal Abdel Nasser. La diga avrebbe in seguito causato la formazione dell’attuale lago Nasser che si estende dalla parte meridionale dell’Egitto ed arriva fino al Sudan.
Il grande lago che si sarebbe formato avrebbe sommerso gran parte dei templi presenti nell’area interessata. L’Unesco organizzò un consorzio internazionale al quale parteciparono molte nazioni tra cui l’Italia che impiegò ingegneri, tecnici e operai italiani della Impregilo, vennero impiegati anche operai, cavatori di marmo, che arrivarono dalle montagne di Carrara. Grazie all’impegno di tutti si arrivò a tagliare, smontare, spostare e ricostruire più in alto i templi che ancora oggi i visitatori possono ammirare.
Nel 1965 l’allora Direttore del Museo Egizio di Torino, Silvio Curto, grazie all’ausilio di vari sostenitori e finanziatori, tra cui Gianbattista Farina (Pininfarina), l’Unione Industriale, la Cassa di Risparmio di Torino, il Collegio dei Costruttori, la ditta Martini e Rossi, la Società Reale Mutua di Assicurazioni, con la collaborazione dell’ing. Celeste Rinaldi e Vito Maragioglio, organizzò una campagna per il salvataggio del sito di Ellesjia che sarebbe stato sommerso dalle acque del lago. Nell’anno successivo il monumento fu generosamente donato dall’Egitto all’Italia e venne assegnato al Museo Egizio di Torino. Subito si mossero, non senza incontrare varie difficoltà di carattere tecnico ma soprattutto burocratico finchè finalmente nel 1965 si giunse all’apertura del cantiere ed all’esecuzione del lavoro che venne eseguito con l’utilizzo di seghe a mano lavorando 24 ore su 24.
Gli operai tagliarono alla perfezione la roccia in 66 blocchi mediamente di un metro cubo e del peso di circa una tonnellata ciascuno senza rovinare i rilievi. Caricati i blocchi sulle chiatte dopo soli cinque giorni il Nilo iniziò a salire e a sommergere l’intero sito. Finalmente dopo i vari trasporti via terra e via mare il carico arrivò a Torino il 24 aprile 1967. Allego alcune foto del Museo Egizio di Torino gentilmente fornitemi dall’amico Giacomo Franco Lovera per anni fotografo presso il Museo Egizio e, mi si permetta, del compianto Prof. Silvio Curto.
Per coloro che fossero interessati ad approfondire circa il tempio di Ellesjia rimando agli interessanti articoli scritti dall’amico Paolo Bondielli (Storico, studioso della Civiltà Egizia e del Vicino Oriente Antico) su “Mediterraneo Antico”, sito web https://www.egittologia.net.
LA PRESA DELLA CITTA’ DI JOPPA
Grazie al fatto che in età ramesside si diffuse tra gli scribi l’interesse per quello che fu la loro storia passata, molti di essi si dedicarono a ricopiare testi prodotti in epoche precedenti che poi venivano utilizzati come testi nelle scuole per scribi. << Si tratta di racconti vecchi di millenni, ma ancora piacevoli, che venivano di certo ricopiati nelle scuole, ma anche, mi piace pensarlo, raccontati dai genitori e dai nonni ai loro figli e ai loro nipoti >> (Alberto Elli.). Molti di questi papiri sono giunti fino a noi e sono conservati nei più famosi musei del mondo, spesso si tratta di vecchi papiri che venivano ricuperati nelle scuole per essere riutilizzati e si presentano scritti sulle due facciate.
Uno di questi è il famoso “Papiro Harris 500”, oggi conservato al British Museum (ct. 10060). Il papiro risale alla XIX-XX dinastia, 1292-1077 a.C. circa, ed in esso sono contenuti diversi racconti di epoche precedenti oltre a liriche d’amore e al “Canto dell’arpista dalla tomba del re Antef”; è lungo 142,5 cm. e alto 19,5 cm., una parte di esso è andata perduta. In uno di questi racconti si parla di una battaglia risalente al regno di Thutmosi III, “La presa della città di Joppa”. Forse una battaglia mai combattuta, scritta solo per esaltare la memoria del “Faraone guerriero”.
La stesura del papiro avvenne probabilmente all’epoca di Seti I o di Ramesse II e riproduce un precedente papiro risalente ad almeno 150 anni prima. L’epopea del faraone guerriero era diventata così leggendaria per i posteri dell’epoca ramesside da essere considerata materia letteraria.
All’epoca in cui venne trovato, come per molti altri papiri, venne considerato un racconto di fantasia il cui personaggio, il generale Djehuty, non trovava alcun riscontro nella realtà. Fu solo nel 1824 che Bernardino Drovetti trovò la tomba di Djehuty a Saqqara, la tomba era intatta ma poiché a quei tempi non si faceva molto caso a proteggere i ritrovamenti, dopo breve fu saccheggiata e depredata. Quando tempo dopo vennero effettuate ricerche si scoprì che il corredo era stato disperso in vari musei in tutto il mondo. Purtroppo la mancata integrità e l’assenza di parte di esso rese la sua valenza storica irrimediabilmente perduta.
Grazie al Papiro Harris, anche se in parte deteriorato, possiamo conoscere gli eventi che caratterizzarono una delle imprese militari di Thutmosi III. La storia parla di come il generale Djehuty riuscì a conquistare la città palestinese di Joppa, l’impresa, per come si svolse, pare precedere la vicenda del “cavallo di Troia” raccontata da Omero nell’Iliade.
Seguiamo ora il racconto con particolare riferimento al testo tradotto dall’originale in geroglifico dal prof. Alberto Elli sul sito di Mediterraneo Antico. La parte iniziale del racconto è purtroppo andata persa, risultano leggibili solo alcune parole.
<<…….20 mariana (dall’accadico mariannu, soldati siriani) ……come posti in cesti…….Djehuty là……le truppe del Faraone…….i loro visi……. >>.
Djehuty invita il principe di Joppa ad una festa nel suo accampamento fuori dalla città. La festa si protrae per oltre un’ora durante la quale gli invitati mangiano e bevono a sazietà,
<<……. ora, dopo un’ora essi erano ubriachi…….>>.
Astutamente il generale egiziano Djehuty propone al principe di Joppa di fargli visitare la sua città:
<<…….con mia moglie e i miei figli nella (?) tua propria città………>>, e chiede inoltre che vengano rifocillati i suoi cavalli: <<……….fa’ che i mariana facciano entrare i cavalli e che si dia loro del foraggio……..>>, il principe acconsente: <<……… si ricoverarono i cavalli e si diede loro del foraggio……..>>.
Il principe di Joppa chiede a Djehuty di mostrargli la grande mazza del re Menkheperra (Thurmosi III):
<<………come dura il Ka del re Menkheperra, essa è oggi in tuo possesso; (fa una cosa) bella (?) e portamela!……..>>.
Djehuty fece portare la mazza e la mostrò al principe di Joppa, poi lo afferrò per la veste e stando ritto di fronte a lui disse:
<< Ecco la mazza del re Menkheperra, il leone selvaggio, figlio di Sekhmet, al quale Amon, suo padre, ha concesso la sua potenza……..>>,
sollevò la sua mano e colpì sulla tempia con la mazza il principe che cadde a terra. Quindi lo legò ad un piolo (“lo pose ai ceppi”), fermandogli i piedi con catene di rame. A questo punto mise in atto il suo piano che consisteva nell’introdurre di nascosto dentro le mura della città alcuni suoi soldati in modo che poi questi potessero aprire le porte al resto dell’esercito.
<<…….fece portare i duecento cesti che aveva fatto fare e vi fece entrare duecento soldati; si riempirono le loro braccia di corde e pioli e (poi) li si sigillò con un sigillo……>>.
Vennero radunati 500 (o 400), uomini robusti per trasportare i 200 cesti e ad essi furono impartiti gli ordini su come agire:
<<……..quando entrerete nella città, aprirete ai vostri compagni, catturerete tutta la gente che è in città e la porrete immediatamente in catene!…….>>.
Venne quindi detto all’auriga del principe di Joppa di recarsi dalla moglie ad annunciare che il dio Sutekh, aveva battuto e catturato Djehuty con sua moglie e i suoi figli rendendoli schiavi. Riguardo ai 200 cesti essi rappresentavano la prima parte del tributo. Così l’auriga si recò in città dicendo: << Abbiamo catturato Djehuty! >>. Non appena gli uomini furono entrati in città scattò la trappola:
<< …….Vennero aperti i sigilli (delle porte) della città davanti ai soldati ed essi entrarono in città. (Poi) essi aprirono ai loro compagni e questi si impadronirono della città, dai giovani agli anziani, e li misero immediatamente in catene e ai pioli…….. >>.
Presa la città, prima di andare a dormire, Djehuty inviò un messaggero a Thutmosi III in Egitto dicendo:
<< ……..Che il tuo cuore sia felice! Amon, il tuo buon padre, ti ha consegnato il principe di Joppa, insieme con tutta la sua gente ed ugualmente la sua città. Fa’ venire degli uomini per portarli via come prigionieri, così che tu possa riempire la casa del padre tuo Amon-Ra, re degli dei, con schiavi e schiave……..>>.
Djehuty, che guidò le sue truppe nella conquista della città di Joppa ricevette numerose decorazioni da Thutmosi III tra cui un anello ed una coppa d’oro, oggi conservata al Museo del Louvre, Pertanto il racconto, anche se in tono leggendario, rivela un fondamento di realtà.
<<…….È venuto felicemente (alla fine), per ordine dello scriba dalle abili dita, lo scriba dell’esercito……..>>.
Il generale Djehuty però non è stato una figura immaginaria. Nell’inverno del 1824, Bernardino Drovetti trovò la sua tomba (TT11) completamente intatta a Saqqara. Drovetti dopo averla scoperta la lasciò senza studiarla così la maggior parte degli oggetti in essa contenuti vennero rubati e venduti a vari musei o collezioni private ed oggi sono dispersi senza più la possibilità di essere attribuiti con certezza alla tomba di Djehuty quando non portano il suo nome.
Di realmente attribuibile a Djehuty sono: un solido d’oro e una boccia d’argento custoditi al Louvre, quattro vasi canopi che si trovano a Firenze, lo scarabeo del cuore e un braccialetto d’oro che si trovano al Rijksmuseum di Amsterdam.
Nulla si sa del sarcofago e della mummia di Djehuty sebbene fossero brevemente menzionati da Drovetti.
Fonti e bibliografia:
Regine Schulz, Matthias Seidel, “Egitto: la terra dei faraoni”, Gribaudo/Konemann, 2004
Christian Jacq, “La Valle dei Re”, (traduzione di Elena Dal Pra), Mondadori, 1998
Alberto Siliotti, “La Valle dei Re”, White Star, 2004
Alessandro Roccati, “L’area tebana, Quaderni di Egittologia”, Aracne, 2005
Web, Storie di Storia.com, “Thutmosi III: il faraone successore di Hatshepsut”, Giampiero Lovelli, 2016
Tiziana Giuliani, “Completato il restauro della cappella della barca sacra di Thutmose III”, da Mediterraneo Antico, 2016
Paolo Bondielli, “Il Museo Egizio e il Tempio di Ellesija”, da Mediterraneo Antico, 2021
Gianpiero Lovelli, “Thutmose III : il faraone successore di Hatshepsut”, Storie di Storia, 2016
Edda Bresciani, L’Antico Egitto, De Agostini, Novara 2000
Franco Cimmino, Dizionario delle dinastie faraoniche, Bompiani, Milano 2003
Christian Jacq, L’Egitto dei grandi faraoni, Arnoldo Mondadori, Milano 1999
Gianpiero Lovelli, Rerum antiquarum et byzantiarum fragmenta, Libellula, Tricase 2016
Nicolas Grimal, Storia dell’Antico Egitto, Laterza, Bari 2007
Silvio Curto, “Il Tempio di Ellesjia”, Scala,
Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle Divinità dell’Antico Egitto” – Vol. II, Ananke
Stele commemorativa di Sesostri I della campagna militare in Nubia.
A volte la traduzione di un testo non è supportata da una buona qualità del testo geroglifico. In questi casi, se possibile, si procede a una ricostruzione grafica basandosi su diversi parametri. Primo la logica composizione della parola, secondo la sua posizione, terzo una sequenzialità testuale coerente, quarto una similitudine su altri reperti.
Presento qui uno di questi casi (immagine 1) che ha portato alla ricostruzione parziale della stele (immagine 2).
Immagine 2
Come riporta il titolo, si tratta della stele commemorativa della campagna militare in Nubia dell’anno 18 di Sesostris I. Il re è raffigurato con due piume sul capo, similmente all’iconografia tradizionale del dio Amon. Il dio Horus è stato aggiunto in tempi successivi e per motivi ignoti, dietro il re, che lo tiene per mano. Il dio Montu è in piedi davanti a Sesostris e lo benedice, mentre tiene le corde che tengono legate le tribù nubiane sottomesse (dietro a Montu e sotto ai piedi dei personaggi). Le iscrizioni in basso riportano i titoli del re, quelli del generale Mentuhotep che condusse la campagna, ed una descrizione della campagna stessa.
Calcare, XII dinastia, Medio Regno. Firenze, Museo archeologico nazionale.
Oro, altezza cm 11,2 Tell Basta ( Bubasti), tesoro scoperto nel 1905 Museo Egizio del Cairo – JE 39870
Questo vaso è stato rinvenuto, insieme ad altri reperti, a Tell Basta, L’antico Per-Bastet, nel Delta sud-orientale.
Gli oggetti facevano parte probabilmente di una stipe votiva del tempio dedicato a Bastet, divinità come donna dalla testa di gatto, che aveva il suo centro di culto in questa località.
Il raffinato vasetto ha il corpo impreziosito da una decorazione a piccoli grani realizzata a sbalzo; il motivo intende riprodurre la forma del melograno, un frutto introdotto in Egitto dall’Oriente all’inizio del Nuovo Regno.
I melograni erano molto apprezzati dagli Egizi e comparivano frequentemente fra le offerte funerarie.
Sul collo del vaso sono incisi motivi floreali disposti su quattro registri, che comprendono, partendo dall’alto, un fregio di foglie lanceolate, una successione di fiori di loto, grappoli d’uva una fila di rosette stilizzate e una ghirlanda di fiori.
L’ansa è costituita da un anello mobile che passa attraverso una barretta fissata al bordo del vaso sulla quale è raffigurato a rilievo un vitello sdraiato.
L’uso di vasellame di lusso, in oro e argento, era limitato all’ambiente di corte e comprendeva solitamente esemplari di piccole dimensioni.
Fonte
I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Stat.