C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

THUTMOSI III – IL FARAONE GUERRIERO

Di Piero Cargnino

Hatshepsut è morta. Ma in lontananza già, rimbomba l’eco delle armi. L’ora di Thutmosi III è arrivata.

Dopo 22 anni di coreggenza con la matrigna, l’indole guerriera che quel ragazzo aveva saputo frenare, accettando di ricoprire un ruolo di secondo piano per un tempo così lungo, ora può esprimersi in tutta la sua potenza. Certamente la sua tacita sottomissione ad Hatshepsut era anche la naturale conseguenza del fatto che la regina godeva di un relativo appoggio del potente clero tebano di Amon. Il suo fu un ruolo di secondo piano che però seppe gestire con grande intelligenza ed abilità.

Durante tutto il periodo di coreggenza, all’ombra del faraone donna, cresceva un uomo scaltro ed abile. Thutmosi III si dedicò principalmente alle questioni militari gettando le basi delle operazioni che avrebbe poi condotto a termine negli anni seguenti. Il sovrano guerriero fu uno dei maggiori faraoni egizi, mise in atto e realizzò le tendenze imperialistiche alle quali i suoi predecessori già avevano mirato.

Fu un grande condottiero e stratega, non si contano le sue campagne militari che spaziano dalla Siria alla Nubia alla Palestina e su fino al fiume Eufrate. Il già citato scrittore ed egittologo Christian Jacq lo definisce il “Napoleone Egiziano”.

Molto prestante fisicamente, come viene rappresentato nelle iscrizioni pervenuteci, possedeva una straordinaria forza fisica che esprimeva scagliando con il suo arco una freccia che colpiva un bersaglio di metallo spesso un palmo e lo trapassava da parte a parte (!). Come ho più volte raccomandato la storia egizia, raccontata dai contemporanei, e non solo, va presa con le molle in quanto essa viene descritta in forma molto enfatizzata, spesso adulatoria e poco veritiera, (ma noi facciamo finta di niente).

La storia delle imprese di Thutmosi III però la possiamo solo apprendere, con il dovuto discernimento, dalle iscrizioni che sono giunte fino a noi, sulle pareti del deambulatorio del santuario di Amon a Karnak dove, seppure in parte danneggiate sono descritte le sue numerose campagne militari.

Altre informazioni sono reperibili sulla stele scoperta a Gebel Barkal antica Napata, e sulla stele di Armantis, 10 km a sud di Luxor.

Le spedizioni che videro partecipe Thutmosi III, dapprima in età giovanile, sicuramente come subalterno di qualche generale esperto, poi personalmente come condottiero, nell’area medio orientale, furono 14 (ma in realtà forse 18, avvenute sotto la coreggenza di Hatshepsut).

Salito al trono, Thutmosi III rivolse subito la sua attenzione all’area siro-palestinese teso a ripristinare la sovranità egizia imposta da Thutmosi I ai popoli di quel territorio che cercavano di liberarsi dal dominio egizio. La furia del re guerriero si abbatté dapprima su Megiddo e, poi più su dove avvenne una delle varie distruzioni di Kadesh. Un’altra spedizione portò Thutmosi III ancora verso la Palestina dove espugnò la città di Gaza, che si era da poco ribellata.

Una di queste campagne, lascia adito a molti dubbi circa il suo svolgimento, questo a causa della tendenza, già menzionata, degli egizi a  magnificare e ed esaltare oltre ogni limite il sovrano in carica. Questa fu l’ottava, la meglio documentata negli “Annali” (purtroppo mancanti di una parte consistente), dove l’esercito di Thutmosi III giunse all’Eufrate, lo oltrepassò per scontrarsi con i Mitanni, nome col quale venivano chiamati gli Urriti che avevano conquistato l’Anatolia e parte del nord della Siria sconfiggendo il regno di Hammurabi.

Altre campagne furono dedicate a pacificare la regione ed a combattere i beduini della penisola del Sinai che rendevano poco sicure le piste carovaniere. Thutmosi III però non era solo guerriero ma anche astuto, i territori dell’area siro-palestinese non vennero inglobati direttamente sotto il controllo della corona egizia ma lasciati al governo di una massa di piccoli principi locali tributari dell’Egitto. Questi principi dei paesi sconfitti venivano portati in ostaggio a Tebe presso il palazzo del faraone, qui venivano istruiti ed addestrati. Solo quando dimostravano di aver appreso e fatte proprie le usanze e tradizioni egizie, e dimostrato la loro fedeltà al faraone, venivano riportati nei loro paesi di origine dove avrebbero regnato come vassalli del sovrano delle Due Terre. La stessa strategia fu adottata dai romani 1500 anni più tardi.

L’errore, forse quello che con il tempo si rivelerà il più grande, fatto da Thutmosi III con l’intento forse di ottenere un sempre maggiore appoggio, fu quello di aumentare ancora di più il potere economico del clero  tebano di Amon a Karnak, al quale fece enormi donazioni delle prede di guerra, frutto delle numerose campagne militari, assegnando agli stessi tre regioni asiatiche. Questo fu l’errore politico più grave perché, come vedremo in seguito, sarà la causa principale della fine del Nuovo Regno.

Thutmosi III intraprese anche un’intensa attività nella costruzione di edifici e monumenti (e, come usanza, ne usurpò anche alcuni dei sovrani precedenti). Nel tempio di Karnak realizzò la sua opera forse più bella, la “Sala delle Feste” nella quale si trovano la “Sala degli antenati” ed il “Giardino Botanico”.

Questo consiste in un rilievo sulle pareti di una sala del tempio giubilare del faraone, dedicata al dio Amon, nel complesso templare di Karnak e raffigura particolari della fauna e della flora presenti in quel tempo nell’impero egizio. Sono inoltre raffigurati animali e piante che Thutmosi III aveva portato della Siria.

Sua “Grande Sposa Reale” fu Sanath che però morì giovane senza donargli eredi. Il suo posto fu preso dalla seconda moglie, Merira-Hatshepsut, (da non confondere con il faraone donna),  che sarà la madre di Amenhotep II oltre che della principessa Merytamon. Ebbe numerose altre mogli tra cui diverse principesse siriane.

Il suo regno durò ben 53 anni durante i quali celebrò per tre volte la festa Sed e cambiò diverse volte il complesso dei nomi e degli attributi reali, soprattutto il nome di Horo che divenne sempre più una manifestazione della sua potenza. Molti egittologi propendono per il fatto che durante gli ultimi anni di regno Thutmosi III si associò in coreggenza il figlio Amenhotep II. La durata della coreggenza col padre si può dedurre dal fatto che, secondo alcune iscrizioni, Amenhotep II venne incoronato due anni e quattro mesi prima della morte del padre. Thutmosi III fece costruire la sua tomba nella Valle dei Re che viene identificata con la sigla KV34 (King Valley 34).

LA TOMBA

Thutmosi III fece costruire la sua tomba nella Valle dei Re, un’area situata nei pressi di Waset, (l’antica Tebe). In egiziano “Ta-sekhet-ma’at” (il Grande Campo), ormai divenuta la necropoli reale per i sovrani del Nuovo Regno a partire dalla XVIII dinastia, lo rimarrà per oltre 500 anni, dal 1552 al 1069 a.C.

Il grande egittologo Howard Carter, a proposito della Valle ebbe a dire:

<< La Valle delle tombe dei re: basta il nome a evocare uno scenario romantico, e fra tutte le meraviglie d’Egitto non una, io credo, è capace di stimolare maggiormente la fantasia >>.

In una ripida parete a 30 metri dal suolo, nell’antico letto di una cascata, Thutmosi III scelse di costruire la sua dimora eterna.  Fu scoperta nel 1898 dall’Ispettore egiziano della Valle Hosni, (anche se in seguito la scoperta venne attribuita a Victor Loret, direttore del Service des Antiquités).

La tomba presenta la classica struttura delle tombe della XVIII dinastia. L’accesso alla stessa si presentava assai arduo vista l’altezza dal suolo, pochi ardimentosi erano in grado di raggiungerla, tra questi i soliti tombaroli che la raggiunsero penetrandovi all’interno per compiere le loro ruberie, purtroppo fecero anche considerevoli danni alle suppellettili funerarie e, forse, anche alla mummia. In tempi recenti è stata costruita una ripida scala che permette ai visitatori di raggiungere l’ingresso della tomba che viene identificata con la sigla KV34 (King Valley 34).

Quello che Victor Loret rinvenne al suo interno si rivelò di scarsa importanza e molto danneggiato. Piccole statue di Thutmosi III e di divinità lignee, alcuni pezzi di modelli di barche oltre a vasellame e ossa di babbuino e di un toro. Gli annessi alla camera funeraria si presentavano completamente svuotati. Come detto, l’accesso avviene tramite una scala che immette in un corridoio in pendenza, da qui si accede ad una camera di forma irregolare, non rifinita dalla quale, attraverso un’altra scala, si entra in un corridoio sempre in pendenza in fondo al quale si trova un pozzo di 5 x 4 metri profondo 6 metri superato il quale, e superata una parete costruita successivamente alla sepoltura, si presenta l’anticamera di forma irregolare con due pilastri centrali.

In un angolo della stessa parte un’altra scala per mezzo della quale si accede alla camera funeraria vera e propria di forma rettangolare. Al centro della camera si ergono anche qui due pilastri mentre sulle pareti più lunghe sono stati ricavati quattro piccoli annessi per contenere il corredo funerario. Interessante evidenziare un particolare che la rende unica nel suo genere, la camera funeraria presenta gli spigoli arrotondati che fanno pensare vagamente ad un cartiglio dove il sarcofago con la mummia sostituisce il nome del faraone che sarebbe in esso iscritto. Secondo lo studioso John Lewis Romer al momento della sepoltura la tomba non era ancora ultimata, cosa che sarebbe avvenuta in nove diverse fasi successive. Mentre le pareti dei corridoi non sono decorate, quelle delle stanze sono state intonacate e dipinte. Il soffitto del pozzo, come le pareti, si presenta decorato con stelle gialle su sfondo blu.

Le pareti dell’anticamera sono completamente ricoperte dai capitoli del Libro dell’Amduat con 765 figure di divinità su 741 riquadri. Anche le pareti della camera funeraria riportano i capitoli dell’Amduat a colori nero e rosso su sfondo giallino, la scrittura è lo ieratico.

I pilastri della camera funeraria sono decorati con le “Litanie di Ra”, un pilastro presenta su una faccia una scena che vede Thutmosi III che si allatta da un albero di sicomoro seguito da due mogli e dalle figlie.

Tutte le immagini sono diverse dal solito modo di rappresentare degli egiziani ma sono stilizzate. Secondo Romer si tratterebbe di bozzetti predisposti per una futura rifinitura a completamento che però non avvenne mai. I quattro piccoli annessi della camera funeraria non sono decorati. In uno di essi furono rinvenuti resti umani riferiti a sepolture abusive risalenti alla XXVI dinastia.

Il sarcofago di Thutmosi III, in quarzite rosa, si presentava danneggiato, vuoto con il coperchio spezzato, le pareti decorate in altorilievo con testi del Libro dell’Amduat.

Come già accennato in precedenza, la sua mummia, particolarmente danneggiata (la testa era staccata e le gambe spezzate), fu rinvenuta tempo prima, come molte altre, nella cachette di Deir el-Bahari (DB320) dove venne riposta per preservarla dai saccheggiatori. L’umana pietà dei sacerdoti che curarono la raccolta di oltre 50 mummie per riporle nella cachette, si rivelò ancor più umana, visto lo stato in cui trovarono la mummia di Thutmosi III, la ricomposero rifacendo le fasciature.

Così era finito il re guerriero, grande in vita ma dissacrato da morto. Io però preferisco alzare gli occhi al cielo e pensare che una di quei miliardi di stelle che brillano lassù, è quella di Thutmosi III.

KARNAK

A partire da Sesostri I della XII dinastia, che ne iniziò la costruzione, fino ad arrivare alla XXX dinastia, ogni Faraone andò a costruire nel grande complesso templare di Karnak, talvolta a nuovo altre volte usurpando le costruzioni esistenti spacciandole per sue o, peggio, abbattendo le esistenti per utilizzare il materiale per costruire la propria. Durante i 1600 anni della sua esistenza il tempio di Karnak ha subito un continuo sovrapporsi di strutture successive, ampliamenti, ristrutturazioni e rimaneggiamenti tali da presentarsi oggi come un enorme complesso templare che misura oltre 400 x 600 metri con una superficie complessiva di circa 250.000 metri quadri.

Anche Thutmosi III ha lasciato traccia del suo passaggio. Proprio di fronte al quarto pilone fece costruire un edificio sacro che era una delle sei stazioni intermedie nel quale era contenuta la “barca sacra di Amon” in occasione delle processioni che si effettuavano durante alcune feste alla presenza del sovrano.

Durante le processioni i sacerdoti prelevavano la barca sacra di Amon e la trasportavano a spalle depositando la stessa in tutte le cappelle che componevano le stazioni del tragitto. Nel tempo delle celebrazioni della “Bella Festa della Valle” la barca raggiungeva i templi della riva occidentale del Nilo. Durante la “Festa di Opet” veniva portata fino al tempio di Luxor. Le cappelle si presentavano spoglie perché troppo piccole per contenere eventuali statue o ex voto, si trovava solo un naos dove i sacerdoti portavano vasi per le purificazioni e le aspersioni di rito. Compito del faraone era quello di rompere i sigilli per l’ingresso alla cappella e, a celebrazione conclusa, sigillare nuovamente la porta.

La cappella in calcite per la Barca Sacra di Amon venne fatta costruire da Thutmosi III in occasione della sua festa giubilare. Il sacello verrà in seguito smantellato e riutilizzato come materiale di riempimento del III pilone. Grazie al ritrovamento, tra il 1914 e il 1954, dei vari resti sparsi un po’ ovunque nel complesso templare di Amon è stato possibile ricostruire la cappella. Nell’autunno 2016 grazie al lavoro del  “Centre Franco-Egyptien d’Etude des Temples de Karnak” (CFEETK) sono stati completati i lavori ed oggi la cappella ricostruita si trova presso l’Open Air Museum di Karnak, il museo all’aperto del famoso complesso templare di Luxor ed è ora aperta ai visitatori del Museo.

Altra costruzione di grande interesse di Thutmose III nel complesso templare di Karnak è il “Giardino botanico”, un grande rilievo dove è raffigurata la fauna e la flora presente all’epoca del massimo splendore dell’Egitto. Il rilievo copre la parete di una sala prossima al tempio giubilare di Thutmosi III nel recinto sacro di Amon, si tratta di un ciclo composto da scene pastorali della più raffinata arte egizia dove viene rappresentata una grande quantità animali rari e stupende specie botaniche che il faraone aveva riportato dalle sue campagne militari. Molte specie sono state ritenute talmente strane da essere oggetto di studi per appurare di cosa in effetti si tratta.

Ci si chiede quale fosse lo scopo di tali rappresentazioni, alcuni ipotizzano che si volesse indicare la potenza del dio Amon che, in quanto dio universale, il suo creato superava i confini della valle del Nilo per estendersi ovunque nel mondo.

Nel “Cortile del Medio Regno”, detto il “Tempio di Milioni di anni”, Thutmosi III si fece inoltre costruire lo “Akh-Menu” (luminoso di monumenti) altrimenti detto “Sala delle feste” che si svolgevano in occasione della ricorrenza del giubileo (Heb-Sed) del faraone, e altre feste tra cui la “Festa di Opet”.

Accanto alla Sala delle feste si trova la cosiddetta “Sala degli Antenati” dove in un grande fregio, che ornava la parete, compariva la “Lista regale di Karnak” voluta dal sovrano per legittimare, se ancora ce n’era bisogno, la sua regalità. Thutmosi III è raffigurato mentre porge offerte a 61 suoi antenati con i loro rispettivi nomi. Purtroppo la lista non è di grande aiuto agli egittologi in quanto non rispetta l’ordine cronologico. Le lastre delle pareti furono trafugate nel 1843 da Emile Prisse d’Avennes e attualmente sono conservate al Museo del Louvre.

ELLESJIA

Altra costruzione degna di nota è il Tempio rupestre di Ellesjia fatto scavare nella montagna  nubiana da Thutmosi III nell’area compresa tra la prima e la seconda cateratta del Nilo, a circa 225 chilometri a sud di Assuan presso Qasr Ibrim. Il tempio, il più antico tempio rupestre della Nubia, era dedicato a Horus di Miam, alla dea Satet ed alla stesso faraone. Non è un’impresa “faraonica” ma un semplice tempio rupestre, molto bello, anche se penso che molti non lo conoscano e soprattutto non sanno che si trova qui in Italia, ricostruito in originale al Museo Egizio di Torino.

La storia di questo sconosciuto tempio ha inizio negli anni ’60, in quel tempo il governo egiziano decise la costruzione della diga di Assuan, voluta dall’allora presidente egiziano Gamal Abdel Nasser. La diga avrebbe in seguito causato la formazione dell’attuale lago Nasser che si estende dalla parte meridionale dell’Egitto ed arriva fino al Sudan.

Il grande lago che si sarebbe formato avrebbe sommerso gran parte dei templi presenti nell’area interessata. L’Unesco organizzò un consorzio internazionale al quale parteciparono molte nazioni tra cui l’Italia che impiegò ingegneri, tecnici e operai italiani della Impregilo, vennero impiegati anche operai, cavatori di marmo, che arrivarono dalle montagne di Carrara. Grazie all’impegno di tutti si arrivò a tagliare, smontare, spostare e ricostruire più in alto i templi che ancora oggi i visitatori possono ammirare.

Nel 1965 l’allora Direttore del Museo Egizio di Torino, Silvio Curto, grazie all’ausilio di vari sostenitori e finanziatori, tra cui Gianbattista Farina (Pininfarina), l’Unione Industriale, la Cassa di Risparmio di Torino, il Collegio dei Costruttori, la ditta Martini e Rossi, la Società Reale Mutua di Assicurazioni, con la collaborazione dell’ing. Celeste Rinaldi e Vito Maragioglio, organizzò  una campagna per il salvataggio del sito di Ellesjia che sarebbe stato sommerso dalle acque del lago. Nell’anno successivo il monumento fu generosamente donato dall’Egitto all’Italia e venne assegnato al Museo Egizio di Torino. Subito si mossero, non senza incontrare varie difficoltà di carattere tecnico ma soprattutto burocratico finchè finalmente nel 1965 si giunse all’apertura del cantiere ed all’esecuzione del lavoro che venne eseguito con l’utilizzo di seghe a mano lavorando 24 ore su 24.

Gli operai tagliarono alla perfezione la roccia in 66 blocchi mediamente di un metro cubo e del peso di circa una tonnellata ciascuno  senza rovinare i rilievi. Caricati i blocchi sulle chiatte dopo soli cinque giorni il Nilo iniziò a salire e a sommergere l’intero sito. Finalmente dopo i vari trasporti via terra e via mare il carico arrivò a Torino il 24 aprile 1967. Allego alcune foto del Museo Egizio di Torino gentilmente fornitemi dall’amico Giacomo Franco Lovera per anni fotografo presso il Museo Egizio e, mi si permetta, del compianto Prof. Silvio Curto.

Per coloro che fossero interessati ad approfondire circa il tempio di Ellesjia rimando agli interessanti articoli scritti dall’amico Paolo Bondielli (Storico, studioso della Civiltà Egizia e del Vicino Oriente Antico) su “Mediterraneo Antico”, sito web  https://www.egittologia.net.  

LA PRESA DELLA CITTA’ DI JOPPA

Grazie al fatto che in età ramesside si diffuse tra gli scribi l’interesse per quello che fu la loro storia passata, molti di essi si dedicarono a ricopiare testi prodotti in epoche precedenti che poi venivano utilizzati come testi nelle scuole per scribi. << Si tratta di racconti vecchi di millenni, ma ancora piacevoli, che venivano di certo ricopiati nelle scuole, ma anche, mi piace pensarlo, raccontati dai genitori e dai nonni ai loro figli e ai loro nipoti >> (Alberto Elli.). Molti di questi papiri sono giunti fino a noi e sono conservati nei più famosi musei del mondo, spesso si tratta di vecchi papiri che venivano ricuperati nelle scuole per essere riutilizzati e si presentano scritti sulle due facciate.

Uno di questi è il famoso “Papiro Harris 500”, oggi conservato al British Museum (ct. 10060). Il papiro risale alla XIX-XX dinastia, 1292-1077 a.C. circa, ed in esso sono contenuti diversi racconti di epoche precedenti oltre a liriche d’amore e al “Canto dell’arpista dalla tomba del re Antef”; è lungo 142,5 cm. e alto 19,5 cm., una parte di esso è andata perduta. In uno di questi racconti si parla di una battaglia risalente al regno di Thutmosi III, “La presa della città di Joppa”. Forse una battaglia mai combattuta, scritta solo per esaltare la memoria del “Faraone guerriero”.

La stesura del papiro avvenne probabilmente all’epoca di Seti I o di Ramesse II e riproduce un precedente papiro risalente ad almeno 150 anni prima. L’epopea del faraone guerriero era diventata così leggendaria per i posteri dell’epoca ramesside da essere considerata materia letteraria.

All’epoca in cui venne trovato, come per molti altri papiri, venne considerato un racconto di fantasia il cui personaggio, il generale Djehuty, non trovava alcun riscontro nella realtà. Fu solo nel 1824 che Bernardino Drovetti trovò la tomba di Djehuty a Saqqara, la tomba era intatta ma poiché a quei tempi non si faceva molto caso a proteggere i ritrovamenti, dopo breve fu saccheggiata e depredata. Quando tempo dopo vennero effettuate ricerche si scoprì che il corredo era stato disperso in vari musei in tutto il mondo. Purtroppo la mancata integrità e l’assenza di parte di esso rese la sua valenza storica irrimediabilmente perduta.

Grazie al Papiro Harris, anche se in parte deteriorato, possiamo conoscere gli eventi che caratterizzarono una delle imprese militari di Thutmosi III. La storia parla di come il generale Djehuty riuscì a conquistare la città palestinese di Joppa, l’impresa, per come si svolse, pare precedere la vicenda del “cavallo di Troia” raccontata da Omero nell’Iliade.

Seguiamo ora il racconto con particolare riferimento al testo tradotto dall’originale in geroglifico dal prof. Alberto Elli sul sito di Mediterraneo Antico. La parte iniziale del racconto è purtroppo andata persa, risultano leggibili solo alcune parole.

<<…….20 mariana (dall’accadico mariannu, soldati siriani) ……come posti in cesti…….Djehuty là……le truppe del Faraone…….i loro visi……. >>.

Djehuty invita il principe di Joppa ad una festa nel suo accampamento fuori dalla città. La festa si protrae per oltre un’ora durante la quale gli invitati mangiano e bevono a sazietà,

<<……. ora, dopo un’ora essi erano ubriachi…….>>.

Astutamente il generale egiziano Djehuty propone al principe di Joppa di fargli visitare la sua città:

<<…….con mia moglie e i miei figli nella (?) tua propria città………>>, e chiede inoltre che vengano rifocillati i suoi cavalli: <<……….fa’ che i mariana facciano entrare i cavalli e che si dia loro del foraggio……..>>, il principe acconsente: <<……… si ricoverarono i cavalli e si diede loro del foraggio……..>>.

Il principe di Joppa chiede a Djehuty di mostrargli la grande mazza del re Menkheperra (Thurmosi III):

<<………come dura il Ka del re Menkheperra, essa è oggi in tuo possesso; (fa una cosa) bella (?) e portamela!……..>>. 

Djehuty fece portare la mazza e la mostrò al principe di Joppa, poi lo afferrò per la veste e stando ritto di fronte a lui disse: 

<< Ecco la mazza del re Menkheperra,  il leone selvaggio, figlio di Sekhmet, al quale Amon, suo padre, ha concesso la sua potenza……..>>,

sollevò la sua mano e colpì sulla tempia con la mazza il principe che cadde a terra. Quindi lo legò ad un piolo (“lo pose ai ceppi”), fermandogli i piedi con catene di rame. A questo punto mise in atto il suo piano che consisteva nell’introdurre di nascosto dentro le mura della città alcuni suoi soldati in modo che poi questi potessero aprire le porte al resto dell’esercito.

<<…….fece portare i duecento cesti che aveva fatto fare e vi fece entrare duecento soldati; si riempirono le loro braccia di corde e pioli e (poi) li si sigillò con un sigillo……>>.

Vennero radunati 500 (o 400), uomini  robusti per trasportare i 200 cesti e ad essi furono impartiti gli ordini su come agire:

<<……..quando entrerete nella città, aprirete ai vostri compagni, catturerete tutta la gente che è in città e la porrete immediatamente in catene!…….>>.

Venne quindi detto all’auriga del principe di Joppa di recarsi dalla moglie ad annunciare che il dio Sutekh, aveva battuto e catturato Djehuty con sua moglie e i suoi figli rendendoli schiavi. Riguardo ai 200 cesti essi rappresentavano la prima parte del tributo. Così l’auriga si recò in città dicendo: <<  Abbiamo catturato Djehuty! >>. Non appena gli uomini furono entrati in città scattò la trappola:

<< …….Vennero aperti i sigilli (delle porte) della città davanti ai soldati ed essi entrarono in città. (Poi) essi aprirono ai loro compagni e questi si impadronirono della città, dai giovani agli anziani, e li misero immediatamente in catene e ai pioli…….. >>.

Presa la città, prima di andare a dormire, Djehuty inviò un messaggero a Thutmosi III in Egitto dicendo:

<< ……..Che il tuo cuore sia felice! Amon, il tuo buon padre, ti ha consegnato il principe di Joppa, insieme con tutta la sua gente ed ugualmente la sua città. Fa’ venire degli uomini per portarli via come prigionieri, così che tu possa riempire la casa del padre tuo Amon-Ra, re degli dei, con schiavi e schiave……..>>.

Djehuty, che guidò le sue truppe nella conquista della città di Joppa ricevette numerose decorazioni da Thutmosi III tra cui un anello ed una coppa d’oro, oggi conservata al Museo del Louvre, Pertanto il racconto, anche se in tono leggendario, rivela un fondamento di realtà.

<<…….È venuto felicemente (alla fine), per ordine dello scriba dalle abili dita, lo scriba dell’esercito……..>>.

Il generale Djehuty però non è stato una figura immaginaria. Nell’inverno del 1824, Bernardino Drovetti trovò la sua tomba (TT11) completamente intatta a Saqqara. Drovetti dopo averla scoperta la lasciò senza studiarla così la maggior parte degli oggetti in essa contenuti vennero rubati e venduti a vari musei o collezioni private ed oggi sono dispersi senza più la possibilità di essere attribuiti con certezza alla tomba di Djehuty quando non portano il suo nome.

Di realmente attribuibile a Djehuty sono: un solido d’oro e una boccia d’argento custoditi al Louvre, quattro vasi canopi che si trovano a Firenze, lo scarabeo del cuore e un braccialetto d’oro che si trovano al Rijksmuseum di Amsterdam.

Nulla si sa del sarcofago e della mummia di Djehuty sebbene fossero brevemente menzionati da Drovetti.

Fonti e bibliografia:

  • Regine Schulz, Matthias Seidel, “Egitto: la terra dei faraoni”, Gribaudo/Konemann, 2004
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, (traduzione di Elena Dal Pra), Mondadori, 1998
  • Alberto Siliotti, “La Valle dei Re”, White Star, 2004
  • Alessandro Roccati, “L’area tebana, Quaderni di Egittologia”, Aracne, 2005
  • Web, Storie di Storia.com, “Thutmosi III: il faraone successore di Hatshepsut”, Giampiero Lovelli, 2016
  • Tiziana Giuliani, “Completato il restauro della cappella della barca sacra di Thutmose III”, da Mediterraneo Antico, 2016
  • Paolo Bondielli, “Il Museo Egizio e il Tempio di Ellesija”, da Mediterraneo Antico, 2021
  • Gianpiero Lovelli, “Thutmose III : il faraone successore di Hatshepsut”, Storie di Storia, 2016
  • Edda Bresciani, L’Antico Egitto, De Agostini, Novara 2000
  • Franco Cimmino, Dizionario delle dinastie faraoniche, Bompiani, Milano 2003
  • Christian Jacq, L’Egitto dei grandi faraoni, Arnoldo Mondadori, Milano 1999
  • Gianpiero Lovelli, Rerum antiquarum et byzantiarum fragmenta, Libellula, Tricase 2016
  • Nicolas Grimal, Storia dell’Antico Egitto, Laterza, Bari 2007
  • Silvio Curto, “Il Tempio di Ellesjia”, Scala,
  • Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle Divinità dell’Antico Egitto” – Vol. II, Ananke
  • Alberto Elli, Testi di letteratura neo-egizia, “La presa di Joppa”, www.mediterraneoantico.it, 2017
  • Paolo Bondielli, “Il cavallo di Troia…..egizio!”, egittologia.net magazine – Bollettino n. 6, 2013
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Bari, Laterza, 2008
  • Silvana Bonura, “Alla scoperta dei segreti dell’antico Egitto”, Newton & Compton editori, 2018
  • N. Reeves: “L’anello di Ashburnham e la sepoltura del generale Djehuty”,  Journal of Egyptian Archaeology, 1993)
Stele

STELE DI SESOSTRI I

Di Nico Pollone

Immagine 1

Stele commemorativa di Sesostri I della campagna militare in Nubia.

A volte la traduzione di un testo non è supportata da una buona qualità del testo geroglifico. In questi casi, se possibile, si procede a una ricostruzione grafica basandosi su diversi parametri. Primo la logica composizione della parola, secondo la sua posizione, terzo una sequenzialità testuale coerente, quarto una similitudine su altri reperti.

Presento qui uno di questi casi (immagine 1) che ha portato alla ricostruzione parziale della stele (immagine 2).

Immagine 2

Come riporta il titolo, si tratta della stele commemorativa della campagna militare in Nubia dell’anno 18 di Sesostris I. Il re è raffigurato con due piume sul capo, similmente all’iconografia tradizionale del dio Amon. Il dio Horus è stato aggiunto in tempi successivi e per motivi ignoti, dietro il re, che lo tiene per mano. Il dio Montu è in piedi davanti a Sesostris e lo benedice, mentre tiene le corde che tengono legate le tribù nubiane sottomesse (dietro a Montu e sotto ai piedi dei personaggi). Le iscrizioni in basso riportano i titoli del re, quelli del generale Mentuhotep che condusse la campagna, ed una descrizione della campagna stessa.

Calcare, XII dinastia, Medio Regno. Firenze, Museo archeologico nazionale.

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta

VASO CON ANSA A FORMA DI BOVINO

Di Grazia Musso

Oro, altezza cm 11,2
Tell Basta ( Bubasti), tesoro scoperto nel 1905
Museo Egizio del Cairo – JE 39870

Questo vaso è stato rinvenuto, insieme ad altri reperti, a Tell Basta, L’antico Per-Bastet, nel Delta sud-orientale.

Gli oggetti facevano parte probabilmente di una stipe votiva del tempio dedicato a Bastet, divinità come donna dalla testa di gatto, che aveva il suo centro di culto in questa località.

Il raffinato vasetto ha il corpo impreziosito da una decorazione a piccoli grani realizzata a sbalzo; il motivo intende riprodurre la forma del melograno, un frutto introdotto in Egitto dall’Oriente all’inizio del Nuovo Regno.

I melograni erano molto apprezzati dagli Egizi e comparivano frequentemente fra le offerte funerarie.

Sul collo del vaso sono incisi motivi floreali disposti su quattro registri, che comprendono, partendo dall’alto, un fregio di foglie lanceolate, una successione di fiori di loto, grappoli d’uva una fila di rosette stilizzate e una ghirlanda di fiori.

L’ansa è costituita da un anello mobile che passa attraverso una barretta fissata al bordo del vaso sulla quale è raffigurato a rilievo un vitello sdraiato.

L’uso di vasellame di lusso, in oro e argento, era limitato all’ambiente di corte e comprendeva solitamente esemplari di piccole dimensioni.

Fonte

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Stat.

Foto di Paolo Masetti

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta

VASO CON ANSA A FORMA DI CAPRIDE

Di Grazia Musso

Oro e argento, altezza cm. 16,5
Tell Basta (Bubasti) – Tesoro scoperto nel 1906
Museo Egizio del Cairo – JE 39867 = CG 53262

Questo vaso fa parte del primo tesoro ritrovato nel corso dei lavori ferroviari a Tell Basta, dove un tempo sorgeva il tempio dedicato alla dea Bastet , patrona di Bubasti.

Il vaso ha forma globulare, il corpo è decorato con motivo a “gocce” leggermente sovrimposte le une alle altre in modo da formare delle colonne.

Sul lato opposto a quello dell’ansia è raffigurato un personaggio maschile, riccamente vestito, che protende le braccia in segno di adorazione, verso una divinità femminile che Indossa una lunga veste attillata e un copricapo dalla cui sommità spunta un ciuffo di piume.

La mano sinistra stringe l’ ankh, mentre la destra impugna uno scettro con la sommità a fiore di papiro su cui è posato un volatile non meglio identificabile.

Due iscrizioni geroglifiche contengono frasi augurali all’indirizzo del coppiere del re Atumentyneb.

Il collo del vaso reca una doppia banda di decorazioni a carattere naturalistico.

Il registro superiore trae ispirazione da modelli orientaleggianti: vi si scorgono animali reali e fantastici divisi da composizioni floreali che richiamano l’albero della vita orientale.

L’ ansa del vaso, in oro, è configurata a forma di capride.

L’animale si erge sulle zampe posteriori e appoggia quelle anteriori, piegate, contro il collo del vaso.

Il muso tocca il bordo superiore, nelle narici è infilato un anello d’argento.

Un foro triangolare sulla fronte indica che un tempo doveva esservi incastonata una pietra.

L’unione di motivo decorativi orientaleggianti con elementi di origine più prettamente egizia, si iscrive a pieno titolo nel periodo culturale ramesside, quando l’incontro dell’Egitto con le culture limitrofe porta all’introduzione di nuovi stilemi, conducendo così a un arricchimento del repertorio figurativo degli artisti egizi.

L’ANALISI DEL TESTO a cura di NICO POLLONE

Fonte

Tesoro egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – F. Tiradritti – fotografie di Arnaldo De Luca – Edizioni White Star.

Curiosità, Tutankhamon

TUTANKHAMON E RODOLFO VALENTINO

Di Giuseppe Esposito

Figura 1: la copertina de “La Domenica del Corriere” del 24 febbraio 1924 con il disegno di Achille Beltrame (1871-1945) ripreso chiaramente da una delle più famose fotografie di Harry Burton

Howard Carter… e forse il nostro articolo potrebbe anche concludersi qui poiché questo nome, da solo, è in grado di evocare una tra le più grandi scoperte dell’archeologia e dell’egittologia, ma poiché, se veramente mi fermassi qui, mi dareste del folle, eccomi a continuare giacché proprio quella scoperta scatenò l’egittomania mondiale, e coinvolse personaggi di ogni dove, di ogni lignaggio e di ogni categoria.

E se vi dicessi che, in qualche modo, c’entra anche il sex-symbol per eccellenza: Rodolfo Valentino?

TUTANKHAMON E RODOLFO VALENTINO

Ma andiamo con ordine e… riprendiamo proprio da Carter e dal suo noto caratteraccio (non sempre immotivato, in verità).

Carter

Nato nel 1874, undicesimo, e ultimo, figlio di Samuel Paul Carter[1], dal padre apprese l’arte del disegnare e del dipingere[2]. Tra i suoi facoltosi clienti il padre annoverava anche Lord William Pitt, II conte di Amherst, detentore di una vasta collezione di reperti egizi e tra i fondatori del “Egypt Exploration Fund”.

Durante una campagna di scavi nella necropoli di Beni Hasan[3], patrocinata da Lord Amherst e dal “Fund”, si rese necessario poter disporre, in loco, di un valido disegnatore per ricopiare i rilievi, ma specialmente i testi, delle innumerevoli tombe. Singolare che la richiesta avanzata fosse, precisamente, per un disegnatore preferibilmente “non gentleman[4], che facesse poche domande e, soprattutto, che costasse poco. Fu così che, nel 1891, il diciassettenne Howard Carter raggiunse l’Egitto per quella che doveva essere solo l’inizio della sua meravigliosa avventura.

Grazie ai suoi accuratissimi disegni possiamo oggi ammirare dipinti e rilievi parietali ormai non più leggibili o addirittura scomparsi: tra questi forse il più famoso è il trasporto della statua di Djehutihotep[5].

Figura 3: Il trasporto della statua di Djehutihotep in una rielaborazione grafica, tuttavia, di Sir John Gardner Wilkinson in cui sono stati integrati alcuni piccoli particolari non presenti nell’originale di Carter (è stato completato il viso della statua e sono stati integrati i personaggi sulla sinistra)

Destinato poi al sito di Tell el-Amarna, il giovane Carter affiancò, sempre come disegnatore, Sir Flinders Petrie che lo assegnò a ricopiare iscrizioni e rilievi “dove non avrebbe potuto causare danni”. Si aggiunse così, però, un altro “mattone” nella sua cultura di futuro scavatore della Valle dei Re. Come nota di colore, un aneddoto circolava sulla frugalità del grande archeologo, considerato il padre dell’egittologia: si raccontava, infatti, che avendo notato che nell’accampamento mancava la carta igienica, per non disturbare il “grande capo”, venne chiesto come comportarsi a Lady Petrie ottenendo, in risposta, che “Sir Flinders ed io usiamo cocci di ceramica[6] … e pensare che proprio sui “cocci” di ceramica Flinders Petrie aveva fondato il suo metodo di datazione della preistoria egizia[7].  

La carriera di Carter in Egitto prosegue e, sempre più apprezzato per le sue capacità artistiche, viene tuttavia notato anche per la sua passione per lo scavo archeologico tanto che, a poco più di 25 anni, viene nominato Capo Ispettore per l’Alto Egitto, con competenza su alcuni tra i siti più importanti e famosi del sud del Paese. Qui, come responsabile anche della Valle dei Re, il giovane Carter si trasforma, in un’occasione, in un novello Sherlock Holmes.

Per rendere visitabile al pubblico la tomba KV35[8] di Amenhotep II, Carter aveva fatto riporre il corpo del re nel suo sarcofago, messi in bella mostra alcuni degli oggetti rinvenuti a suo tempo da Victor Loret nella tomba, e aveva fatto apporre una pesante grata di ferro all’ingresso per proteggere il tutto. Nonostante tale precauzione, nella notte del 20 novembre 1901 alcuni ladri si erano introdotti nella KV35, avevano danneggiato la mummia del Re e rubate alcune suppellettili.

Carter svolse le sue indagini e rinvenne, nella tomba, impronte di piedi e un pezzo di resina estraneo all’ambiente. Giacché pochi giorni prima si era verificato un altro furto nella tomba di Yi-Ma-Dua, poco distante dal villaggio di Qurna, Carter comparò il pezzo di resina rinvenuto in KV35, con la rottura in una suppellettile della tomba di Yi-Ma-Dua riscontrando che erano perfettamente combacianti e identificando, perciò, i ladri come autori di entrambi i furti. Poiché anche in quel caso erano state lasciate impronte di piedi che, seguite, avevano portato nei pressi della casa di Soleman e Ahmed el-Rasoul (noti come ladri di tombe), Carter fotografò entrambe le serie di impronte e, fatto arrestare Mohamed el-Rasoul come principale sospettato, comparò le impronte di questo con le sue foto ottenendo un perfetto riscontro[9]. Deduzioni investigative, e metodologie di raffronto delle prove, degne davvero di un buon poliziotto.

Dopo un periodo di collaborazione con Theodore Davis, nella Valle dei Re, Carter venne trasferito a nord come Ispettore, tra l’altro, del sito di Saqqara e qui si verificò quello che è noto, appunto, come “incidente di Saqqara”.

Un gruppo di turisti francesi, palesemente ubriachi, cercò nottetempo di entrare con la forza al Serapeum nonostante la presenza di guardie che, informato Carter, vennero da questi autorizzate a difendersi da eventuali attacchi. A quei tempi, in pieno periodo coloniale, che un locale “toccasse” uno straniero era decisamente inconcepibile.

I francesi, ovviamente offesi, si rivolsero perciò alla propria Ambasciata e questa al Direttore del Servizio, Gaston Maspero, che, sebbene a malincuore, chiese a Carter di scusarsi pubblicamente ottenendone, per tutta risposta, le dimissioni dall’incarico. E fu così che Carter ritornò al sud, a Luxor, e alle dipendenze, nuovamente, di Theodore Davis che lo assegnò a rilevare i dipinti e le iscrizioni della tomba KV46[10], di Yuya e Tuya. Ancora una volta, senza saperlo, Carter sfiorava Tutankhamon giacché i due personaggi, come si scoprirà solo di recente con l’esame del DNA, sarebbero risultati i bisnonni del giovane Re.

Nel 1914, agli albori della Prima Guerra Mondiale, Davis dichiara che la Valle non ha più nulla da offrire e, con grande magnanimità, cede la sua concessione di scavo (a sentir lui praticamente inutile) a Lord Carnarvon. La Guerra interrompe però ogni attività, ma Carter resta in Egitto con un incarico, sia pur marginale, nell’Intelligence britannica, al Cairo, che gli consente, comunque, di recarsi frequentemente al sud.

A Guerra finita, nel 1918, Carter viene assunto come esperto archeologo (ma non dimentichiamo che, fondamentalmente, era pur sempre un “dilettante” autodidatta, non avendo compiuto studi specifici in materia) da Lord Carnarvon e la prima richiesta che viene avanzata a Pierre Lacau, che nel frattempo ha sostituito Gaston Maspero, è di poter scavare a Tell-el-Amarna, la città del faraone eretico Akhenaton. La risposta di Lacau è negativa poiché lo stesso Servizio delle Antichità si riserva di scavare in quel sito o di affidarlo a prestigiose Università straniere, ma non certo a un privato.

Si aggiunga a questo che Lacau, respirata l’aria di nazionalismo che soffia, stabilisce che tutti gli oggetti rinvenuti in terra d’Egitto non possano lasciare il Paese.

È così che Carnarvon e Carter debbono accontentarsi (per fortuna, diremmo oggi) di proseguire i propri scavi nella Valle dei Re.

Come sopra detto è tuttavia un periodo di fermento nazionalista e Saad Zaghloul[11], leader del movimento, chiede a Sir Reginald Wingate, rappresentante della Corona britannica, l’autogoverno per il proprio Paese. Per tutta risposta Wingate fa arrestare Zaghloul e, come prevedibile, scoppia la rivolta contro l’occupante straniero[12]. È questo il clima, non certo dei più sereni, in cui i due si accingono a iniziare la propria attività archeologica che, per circa cinque anni, li porterà a semplici e piccole scoperte che, non potendo peraltro essere esportate o vendute, viste le restrizioni di Lacau, non valgono a coprire le spese sostenute da Lord Carnarvon.

Il 1922 volge al termine e Carnarvon, visti i magri risultati delle campagne di scavo, decide di non rinnovare la concessione. Quel che accadde dopo è noto: Carter si offre di pagare la concessione a sue spese per almeno un altro anno e Carnarvon, colpito dalla sicurezza dell’archeologo, si convince a proseguire.

Il 4 novembre, non appena rientrato nella Valle dall’Inghilterra, Carter scopre il primo gradino di una scala e il successivo 20 Carnarvon lo raggiunge. La circostanza di questo provvidenziale ritrovamento è, comunque, sospetta, ma di questo potremo parlare in un altro articolo.

“Cose Meravigliose”

Se il nome “Carter” è in grado di evocare una tra le scoperte archeologiche più importanti della storia, la frase che dà il titolo a questo paragrafo è altrettanto famosa giacché fu il preludio al magnifico tesoro che si celava dietro le porte murate che recavano il sigillo della necropoli.

Tale fu la potenza della scoperta che, in breve tempo e grazie ad altre campagne di scavo che si stavano svolgendo in Egitto, si riuscì a costituire una squadra che comprendesse i migliori esperti nei vari settori; furono così “reclutati” (ma meglio sarebbe dire “prestati”):

Arthur Cruttenden Mace, noto per le sue capacità di conservatore dei reperti anche più fragili, cui si affiancò Alfred Lucas capace chimico alle dipendenze del Servizio per le Antichità[13]; Harry Burton, come Mace dipendente del Metropolitn Museum of Art di New York, venne anch’egli “prestato” ed entrò a far parte della squadra come fotografo[14]; fu quindi la volta di Arthur Callender, amico di Carter, ingegnere ferroviario e disegnatore[15], di Walter Hauser, architetto e disegnatore come Lindsay Foote Hall[16]; Percy Newberry, botanico ed esperto di tessuti antichi[17]; Harry Breasted, laureato in farmacia e solo successivamente dedito all’egittologia[18], filologo e traduttore; ultimo, ma non ultimo, Sir Alan Gardiner, filologo e forse il più grande esperto di geroglifici[19].

Era la prima volta, nella storia della ricerca egittologica e archeologica, che veniva costituita una squadra che oggi definiremmo “multidisciplinare” e di ciò, nonostante comunque i molti errori compiuti, per ingenuità e impreparazione, durante le operazioni di scavo e svuotamento, va dato merito a Howard Carter.

Inutile ripetere, per l’ennesima volta, quale fu la eco della scoperta nel mondo intero. Chi fosse Tutankhamon non era certo ancor noto, e men che meno che si trattasse di un giovanissimo re morto a meno di venti anni… fu così che il buon caro, vecchio, Tut, divenne addirittura il soggetto di una canzone: “Old King Tut was a Wise Old Nut[20].

È bene, tuttavia, rammentare che uno dei più gradi errori di Lord Carnarvon, cui sopra si è fatto cenno e a cui non fu certamente estraneo Carter, specie in quel periodo di particolare fermento nazionalistico in Egitto, fu l’assegnazione dell’esclusiva su tutto ciò che riguardava la KV62, a un unico giornale, straniero: il “Times” di Londra. Si giungeva così al paradosso e, lo ripeto, in un momento particolarmente delicato per i rapporti tra l’Egitto e i “colonialisti”, specie britannici, che il Governo locale, o lo stesso Servizio delle Antichità, potessero avere notizie di quel che accadeva a casa propria solo acquistando un giornale, per di più straniero, e per di più dell’odiato conquistatore inglesse!

Dopo l’”Incidente di Saqqara”, quando Carter aveva rassegnato le dimissioni da Capo Ispettore per l’Alto Egitto, il suo posto era stato assunto da Arthur Weigall e tra i due correva perciò, da lungo tempo, stima e amicizia reciproca. Alla scoperta della KV62, Weigall venne inviato in Egitto come corrispondente del “Daily Mail”; già precedentemente, tuttavia, ben conscio della situazione esplosiva che si stava creando, aveva sottolineato che un grande errore iniziale era stato il non aver notificato al Governo egiziano la data di apertura della tomba. In una sua lettera a Carter aveva scritto[21]:

“…i nativi dicono che in quell’occasione avete avuto l’opportunità di sottrarre milioni di sterline vista la gran quantità di oro di cui avete parlato…

“…avete pensato che il vecchio prestigio britannico fosse ancora presente in questa Nazione e che avreste potuto, più o meno, fare quel che volevate…

Inutile dire che né Carter, né Lord Carnarvon, avevano risposto in alcun modo ai suggerimenti di Weigall, né Carter, addirittura, lo aveva voluto incontrare.

E i nodi cominciarono a venire al pettine quando, il 12 febbraio del 1924, si procedette al sollevamento del coperchio in granito del sarcofago. Per il successivo giorno 13, Carter aveva previsto, come omaggio ai suoi collaboratori, la visita della tomba da parte delle mogli e dei familiari, ma proprio la mattina del 13 febbraio, forze di polizia egiziane bloccarono l’accesso alla KV62 in esecuzione di un Ordine del Ministero che vietava l’accesso alla tomba agli estranei. Carter, ovviamente, cercò di opporsi, protestò veementemente, ma per tutta risposta, il Governo assunse il pieno controllo della tomba esautorandolo da ogni attività.

Fu così che Carter, furioso, partì per gli Stati Uniti per una serie di conferenze ma, anche in questo caso, il suo non facile carattere fece nuovamente capolino: prima di partire per gli Stati Uniti, infatti, diede alle stampe, in Inghilterra, un libricino. Il testo non era destinato al pubblico, tanto da riportare in copertina l’indicazione “Confidential”, e non si conosce neppure il numero di copie prodotte (meno di un centinaio, forse 60-70). Il titolo, semplicemente “Statement”, ovvero “Dichiarazione” [22].

Il libercolo, come si può immaginare oggi estremamente raro, conteneva documentazione a supporto delle motivazioni che lo avevano portato alla rottura con il Governo egiziano, atti ufficiali tra le parti per la suddivisione degli oggetti che sarebbero stati rinvenuti nella tomba di Tutankhamon[23] ma, anche, e senza chiedere il permesso agli interessati, lettere private che Carter aveva scambiato con altri archeologi o conoscenti, e che non la presero poi molto bene anche perché, in qualche caso, determinate dichiarazioni potevano mettere in cattiva luce, in una situazione politica già compromessa, suoi colleghi che ancora eseguivano campagne di scavo in Egitto.

E purtroppo non era ancora finita.

Mentre Carter era in giro per gli Stati Uniti a tenere le sue conferenze, le autorità egiziane decisero di eseguire una perquisizione nella KV4, di Ramses IV, che Carter e la sua squadra avevano utilizzato come magazzino. Qui, “nascosta” in una cassa di champagne, venne rinvenuta una statua lignea che rappresentava la testa di Tutankhamon nascente da un fiore di loto; statua che non risultava inserita tra gli oggetti rinvenuti e che, perciò, venne intesa come pronta per essere asportata illegalmente.

Ma il Governo egiziano era ben conscio che se qualcuno poteva completare lo svuotamento della KV62, questi non poteva essere che Howard Carter. Fu così, che con l’intercessione di Herbert Eustice Winlock, ancora una volta del Metropolitan Museum of Art di New York, le autorità egiziane pervennero a una proposta che prevedeva il reintegro di Carter nel suo incarico, a patto che le spese di scavo e di svuotamento della KV62 fossero sostenute per intero da Carter e Lady Carnarvon (subentrata dopo la morte del marito), che non fosse più avanzata alcuna pretesa su quanto rinvenuto e, soprattutto, che Carter tenesse a freno la lingua e non definisse più i Funzionari egiziani “ladri” e “banditi”.

Occorre dire che Carter rifiutò l’offerta e anzi minacciò di abbandonare l’archeologia?

Figura 7: la copertina di “Simplicissimus”, nota rivista satirico-umoristica tedesca (1896-1967), del 10 marzo 1924, in cui un Tutankhamon alquanto “irritato” caccia a calci, fuori dalla sua tomba, gli inglesi

Nel contempo, alcune copie di “Statement” erano arrivate negli Stati Uniti e in Egitto facendo così scoprire che tra gli autori delle lettere private c’erano Pierre Lacau, con critiche ai Ministeri egiziani e ad altri colleghi, nonché dello stesso Winlock, e il Metropolitan Museum ritenne che tali lettere potessero nuocere all’istituzione.

Nonostante tutto, ancora per vie traverse, il Governo cercava di far rientrare Carter e quest’ultimo, tornato in Inghilterra, si accordò con Lady Carnarvon che, al contrario del marito, non era decisamente molto appassionata di egittologia. Fu così che questa pervenne a un accordo con le autorità egiziane in base al quale: riconoscendo la bravura e l’unicità delle competenze di Carter, si accollava le spese per le ulteriori campagne di scavo fino allo svuotamento della tomba di Tutankhamon. Carter, inoltre, non avrebbe più chiamato “ladri” i funzionari ministeriali. Per “premio” il Governo concesse a Lady Carnarvon, con quale disappunto di Carter è facile immaginare, di poter ottenere eventuali doppioni di oggetti che non avessero avuto valore archeologico o storico.

Carter riapre la KV62

Finalmente, il 13 gennaio 1925 Carter riprende possesso della “sua” tomba KV62; ma la squadra, intanto, è notevolmente cambiata.

Arthur Mace, ammalato, non può prendervi parte; Lindsau Foote Hall ha già lasciato la squadra per contrasti con Carter, cosa che farà ben presto anche Walter Hauser. Nonostante la lunga amicizia, anche Callender, presto lascerà la squadra per dissapori economici[24], e proprio nel momento cruciale, in cui la sua esperienza sarebbe stata utile per liberare la tomba dagli scrigni che egli stesso aveva provveduto, con tanta difficoltà e maestria, a smontare.

Ma l’assenza più pesante di tutte, vista la gran quantità di testi da interpretare e tradurre, era, certamente, quella dei filologi: nel caso di Breasted, che comunque non aveva mai completamente legato con Carter, il motivo del contendere fu la richiesta di cinque fotografie scattate da Burton (peraltro già pubblicate) per un suo lavoro sulla KV62. Carter dapprima negò la concessione e poi la sottopose a pagamento cosa che, vista la piena disponibilità del filologo alle prime fasi della spedizione, venne presa come una grave offesa personale.

Ma ancor più grave, a svuotamento della tomba completato, e quando sarebbe stato finalmente agevole procedere alla traduzione, ad esempio, dei testi contenuti negli scrigni che avevano racchiuso il sarcofago, fu l’assenza del filologo per eccellenza: Sir Alan Gardiner.

Nel 1930, Carter aveva regalato a Gardiner un amuleto, senza però informarlo del fatto che proveniva proprio dalla KV62. Quando Gardiner lo aveva mostrato al Direttore dell’Egyptian Museum, Rex Engelbach[25], questi lo aveva subito riconosciuto come proveniente dalla tomba di Tutankhamon[26]; Gardiner si era perciò sentito, non solo, “tradito” da Carter, ma anche complice, a tutti gli effetti, di un vero e proprio furto. Ovvio che da questo episodio era scaturita una furiosa lite tra i due con l’abbandono del lavoro di traduzione proprio nel momento in cui, come sopra evidenziato, si stava per mettere mano agli scrigni che, nel frattempo, erano stati portati, ed esposti, al Museo del Cairo.

Ed eccoci giunti (quasi non ci speravate più, ammettetelo) al legame tra Tutankhamon e il sex symbol per eccellenza.

Tut, Rudy e la ballerina

Spariti Breasted e Gardiner dal panorama dei filologhi in grado di tradurre una così gran quantità di testi come quelli riportati su tutte le facciate dei tre scrigni d’oro che avevano protetto per quasi tremila anni il sonno del faraone fanciullo, questi, nelle loro polverose teche di vetro al Museo del Cairo, tornarono nuovamente ad “addormentarsi” per altri trent’anni.

Solo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, infatti, Aleksandr Nikolaevič P’jankov[27], specializzato in traduzione di testi sacri egizi, traduce il “Libro della Vacca Celeste” della tomba di Sethy I.

Il filologo, però, ricorda che proprio sulle pareti degli scrigni di Tutankhamon esiste una versione più completa del testo e richiede perciò a Etienne Drioton, suo insegnante e ora Direttore dell’Egyptian Museum, di poter procedere alla traduzione completa. L’autorizzazione viene concessa e Piankoff procede perciò al suo impegnativo lavoro che ultima nel 1954. Ora, però, bisogna procedere alla pubblicazione del lavoro svolto e chi meglio di …una ballerina?

Vi vedo un po’ stupiti, Natacha Rambova aveva iniziato la sua carriera artistica a diciassette anni, proprio come ballerina, presso l’“Imperial Russian Ballet” diretto, all’epoca, dal ballerino russo Theodore Kosloff[28], di cui divenne l’amante. Verrebbe spontaneo pensare che fosse più che naturale, per un autore russo, ottenere l’edizione a cura di una editrice russa… ma, in realtà, la Rambova si chiamava Winifred Kimball Shaughnessy, ed era nata a Salt Lake City nel 1897.

Mandata a studiare in Inghilterra dal ricco patrigno, l’industriale dei cosmetici Richard Hudnut (1855-1928), era poi fuggita in Russia per seguire la sua passione per la danza.

Qui aveva cambiato il proprio nome in Natacha Rambova ed era riuscita a essere ammessa all’Imperial Ballet. Trasferitasi negli Stati Uniti, a Los Angeles, nel 1917, anche a causa della Rivoluzione intanto scoppiata in Russia, iniziò ad insegnare danza presso la scuola aperta da Kosloff che, nello stesso periodo, entrava nel mondo del cinema, tanto da meritare una “stella” sulla Walk of Fame di Hollywood. Già all’epoca, la Rambova, produceva scenografie e costumi per film, con la regia di Cecile B. DeMille, interpretati da Kosloff, lasciando però a quest’ultimo la “paternità” del suo lavoro.

Divenuta, poi, amante dell’attrice Alla Nazimova[29], la Rambova si legò al mondo del cinema, in prima persona stavolta, come scenografa e costumista per il grande regista Cecil B. DeMille (1881-1959), considerato tra i fondatori della “settima arte”.

Nel 1921, la Nazimova Productions, produsse “La Signora delle Camelie” con scenografie in stile Art Decò e costumi della Rambova (questa volta a lei ufficialmente sccreditati). Protagonisti la stessa Nazimova e Rodolfo Valentino[30]. Proprio in quest’occasione, la Rambova e “Rudy” si conosceranno e, nel 1922, si sposeranno in Messico[31].

Grazie all’influenza che ormai la Rambova aveva acquisito nel mondo di Hollywood, assunse la figura di rappresentante esclusiva del marito sia per quanto riguardava i film a cui partecipare, sia per i costumi che avrebbe dovuto indossare e che ella stessa disegnava. Erano inoltre note le sue liti, con registi e produttori, se le parti offerte a Valentino non erano abbastanza importanti. Fu così che, dopo il mediocre risultato del film “Il giovane Rajah” (1922), Valentino, su insistenza della moglie,  abbandonò la “Lasky-Paramount” e tornò, con Natacha, alla sua primitiva carriera di ballerino professionista. Dopo qualche anno, nel 1924, firmò un contratto con la “United Artists” che, però, esplicitamente escludeva la Rambova da ogni tipo di ingerenza nella vita artistica del marito.   

Si rende necessario, a questo punto, un piccolo passo indietro per chiarire che già ai tempi della frequentazione con la Nizimova, e con il suo entoruage di artisti e intellettuali, Natacha si era avvicinata all’esoterismo, alle culture orientali e, con maggior assiduità e passione, all’egittologia. Mentre il rapporto con Rodolfo Valentino cominciava a “scricchiolare” e i molteplici impegni cinematografici come costumista e scenografa le consentivano di dedicarsi alla sua passione, s’immerse sempre più nei suoi  variegati interessi che spaziavano non solo nel tempo, ma anche nel mondo antico[32].

Fu così che raccolse testi, fotografie, oggetti, disegni, dipinti non solo di provenienza egizia, ma anche dalla Mesopotamia, dall’India, dall’Italia, dalla Grecia, dalla Cina, dal Tibet, dalla Cambogia, dal Messico, dal Perù, dall’Irlanda e dall’Inghilterra, coprendo un arco temporale dal quarto millennio a.C. al XIX secolo.

Lasciato il mondo del cinema dopo il divorzio con Valentino, la Rambova (Rudy era intanto morto nel 1926 per un attacco di peritonite) si trasferì in Spagna dove sposò, nel 1934, Alvaro de Urzaiz[33], un nobile spagnolo. 

Nel 1936 Natacha effettuò un lungo viaggio in Egitto, durante il quale conobbe e frequentò Howard Carter, affinando la sua passione per l’egittologia prima di rientrare definitivamante negli Stati Uniti, nel 1939, dove si dedicò, con particolare passione, alle antiche religioni studiando, per un breve periodo, presso l’University College di Londra con Stephen Glanville[34].

Per quanto non ben noto il suo percorso di studio e collezionistico, sempre più dedicato all’egittologia, la Rambova venne accreditata come “fellowship”, nel 1946, dalla “Bollingen Foundation[35], per i suoi studi di religione e simbologia comparate su piccoli scarabei egizi.

La sua collezione privata, di oggetti, testi, fotografie, conta oggi oltre diecimila reperti che, solo recentemente, sono stati donati alla Yale University che, nell’aprile 2009, li ha esposti in una mostra dal titolo “L’Egitto di Natacha Rambova”. L’Archivio della Rambova è oggi conservato presso la stessa Università.

Ma torniamo ad Alexander Piankoff che così, nel 1955, dà alle stampe, edito da Natacha, Rambova, “The Shrine of Tut-Ankh-Amon”.

Già nel 1949 la Bollingen Foundation aveva aderito a un progetto della Rambova, per la durata di due anni, diretto da Piankoff. Tale progetto consisteva nella pubblicazione di alcuni importanti monumenti da inserire nella “Bollingen Series Egyptian Religious Texts and Representations”.

La Rambova editò, nel 1954, i primi tre volumi della serie che riguardavano la traduzione di testi della tomba di Ramses VI. Fu quindi la volta, nel 1955, di “The shrine of Tut-Ankh-Amon” e, nel 1957, di “Mythological Papyri”. La stessa Rambova contribuì, in quest’ultimo lavoro, con un suo capitolo intitolato “The Symbolism of the Papyri”. La qualità delle fotografie di monumenti e papiri contenuti in tale testo restano impareggiabili per qualità e sono ancora oggi considerati valido riferimento per lo studio della religione egizia.

E qui, direi che questo lungo articolo possa concludersi sperando di avervi annoiato il minimo indispensabile; forse il richiamo iniziale a Rodolfo Valentino vi aveva fatto sperare in qualcosa di più intrigante, o magari piccante, ma come avete visto, la storia ha sempre in serbo sorprese anche quando, e dove, meno te l’aspetti. Avreste mai pensato a una ballerina editrice ed egittologa?

Siamo partiti da un burbero Carter, dalle sue vicende e dai suoi contrasti con chi, forse, avrebbe meritato ben altro trattamento per la passione che aveva messo nelle sue attività di scoperta della KV62, per passare alla vicenda politica, e scivolare poi un po’ nel gossip e finalmente in pagine della storia della “scoperta del secolo” decisamente poco note.

A ben guardare, ad Howard Carter va certamente il grande merito, non solo di aver scoperto l’ultima dimora di Tutankhamon, ma anche quello, per la prima volta, di aver operato scientificamente, con una squadra che oggi definiremmo ,senza ombra di dubbio, multidisciplinare. Eppure, la scoperta di KV62 fu segnata per decenni da una sorta di oblio, di disinteresse, per tutto ciò che esulava dall’ammirazione pura dei tesori e delle suppellettili del faraone fanciullo esposti nei Musei. Come sopra visto, perché si giungesse a un lavoro organico per la traduzione dei testi si dovranno attendere oltre trent’anni e solo in tempi recentissimi l’attenzione si è spostata dal “quel che non c’è”[36] per focalizzarsi sulla conoscenza più approfondita possibile di quanto c’è, ed è stato rinvenuto nella tomba più piccola, ma anche più ricca, della Valle dei Re. La storia, fondamentalmente, non si fa solo con la traduzione di testi e papiri.

15/07/2023                                                                                  Giuseppe Esposito     


[1]    Samuel Paul Carter si guadagnava da vivere quale validissimo disegnatore dell “Illustrated London News”, nonché come pittore di agiati committenti inglesi. La rivista, nata nel 1842, annoverava tra i suoi autori nomi del calibro di Robert Luis Stevenson, Joseph Conrad, Arthur Conan Doyle, Rudyard Kipling e Agatha Kristie.

[2]    La capacità di Carter nel disegnare e nel dipingere, nonché di variare lo stile, a seconda dei soggetti da trattare, può essere rilevata dalle illustrazioni che realizzò per la “History of Gardening in England”, scritta da Alicia Amherst, figlia del Lord ed esperta in giardinaggio. Si tratta di immagini che, pur’ essendo disegni, sono di definizione quasi fotografica.

[3]    A circa 20 Km dalla moderna città di Minya (250 km a sud del Cairo), la necropoli di Beni Hasan è costituita da quasi mille tombe risalenti alle dinastie del Medio Regno (XI-XII), ma anche a dinastie più antiche risalenti all’Antico regno e al Primo Periodo Intermedio.           

[4]    Bob Brier, “Tutankhamun and the Tomb that Changed the World”, Oxford University Press, 2023, p. 27.

[5]    Djehutihotep, Nomarca del XV nomo dell’Alto Egitto, detto “della Lepre”, durante i regni di Amenhemat II (~1890 a.C.), Sesostri II (~1880 a.C.) e Sesostri III (~1850 a.C.), tutti della XII Dinastia,     

[6]    Brier, citata, p. 29

[7]    Nel 1894 Petrie inizia gli scavi a Naqada; in ognuna delle sepolture scavate (oltre duemila), Petrie rinviene suppellettili ceramiche lavorate a mano, non al tornio, che assume proprio quale elemento di catalogazione e di datazione delle sepolture, non solo di Naqada in senso stretto, in un metodo detto di “datazione sequenziale”. Individua, così, oltre 700 tipi di ceramica differenti che raggruppa in nove classi contrassegnate da lettere dell’alfabeto: B (Black Topped); P (Polished red); F; C (white Cross); R (Raw); L (Late); D (Dark); W (Wavy); N (Nubian).

[8]    La KV35 fu una delle prime tombe della Valle che, nel 1903, venne raggiunta, per opera di Carter, dalla luce elettrica.

[9]    Brier, citata, p. 34.

[10] È da tener presente che la KV46, prima della scoperta della tomba di Tutankhamon, KV62, era la prima rinvenuta intatta.

[11]  Saad Zaghlul (1858-1927), fu Ministro della Pubblica Istruzione nel 1906. Ministro della Giustizia nel 1910 e Primo Ministro dell’Egitto nel 1924. Arrestato, come sopra visto, nel 1918, fu liberato nell’aprile 1919 anche a seguito di violente proteste che comportarono l’uccisione di oltre ottocento egiziani. Arrestato nuovamente nel 1921 viene deportato prima ad Aden e poi nelle Seychelles. Liberato nel 1922, viene nuovamente arrestato e deportato, a Gibilterra, nel 1923; subito liberato per le pressioni popolari, viene eletto Primo Ministro nel 1924, carica che dovrà abbandonare lo stesso anno per le forti pressioni del Re, a sua volta sollecitato dagli inglesi. Nel 1926, a un anno dalla morte, viene eletto Presidente del Parlamento egiziano. Una menzione particolare merita la moglie di Zaghluli, Safiya Mustafà Fahmi, militante femminista, che cercò di porre fine alla condizione sottomessa delle donne nel Paese e che, per questo, venne soprannominata Umm al-Misriyyin, ovvero “Madre degli egiziani”.

[12] Brier, citata, p. 55.

[13] Considerando le pessime condizioni delle suppellettili, Carter, in origine, aveva stimato la possibilità di perderne tra l’80 e il 90%. Tale fu la bravura della coppia Mace-Lucas che, invece, dell’intero patrimonio della KV65, solo lo 0,25% non fu possibile salvare dalle pessime condizioni di rinvenimento. Per la prima volta, nella storia dell’archeologia, una squadra di scavo comprese anche un chimico.

[14] Durante un periodo di sospensione degli scavi, Burton frequentò a Hollywood, un corso per l’uso della cinepresa e a lui si deve forse l’unica ripresa video di Carter e Mace mentre portano alla luce del sole uno dei reperti della KV62.

[15] A lui, tanto amico di Carter da essere tra le quattro persone presenti al primo accesso alla KV62, si deve lo smontaggio degli scrigni che circondavano il sarcofago del re nella camere funeraria.

[16] Entrambi, per contrasti con Carter (a proposito del caratteraccio a cui ho accennato all’inizio di questo articolo), lasceranno la spedizione; nel caso di Foote Hall, dopo aver ultimato i disegni della sola Anticamera.

[17] A lui e ad Essie (sua moglie) si deve il recupero dei tessuti rinvenuti nella tomba, ivi compreso il grande velo che ricopriva gli scrigni della camera funeraria. Per inciso, fu proprio Percy Newberry ad “accompagnare” il giovanissimo Carter nel suo prima viaggio per l’Egitto a diciassette anni.

[18] Fu il primo statunitense a laurearsi in egittologia e il primo ad essere titolare, nel 1905, della cattedra di Egittologia presso l’Università di Chicago; suoi erano, prima del 1922 gli unici due testi di storia dell’Antico Egitto: “Ancient Records of Egypt” (in 6 volumi) e “History of Egypt” (600 pagine), in cui allo sconosciuto Tutankhamon era riservata solo meno di mezza pagina. Per undici anni viaggiò, da solo, per l’Egitto per tradurre testi nei luoghi più nascosti e spesso pericolosi.

[19] L’ “Egyptian Grammar”, pubblicata nel 1927, è oggi considerata ancora la Bibbia per gli studiosi di geroglifici. Anche in questo caso il rapporto tra Gardiner e Carter non fu mai idilliaco tanto che Carter, riferendosi a Gardiner, ebbe modo di dire “più lo conosco e meno mi piace”. Tale rapporto, non ideale, sarà alla base proprio del collegamento tra Tutankhamon e Rodolfo Valentino che dà il titolo a questo articolo.

[20] Brier, citata, p.64. Testo di Roger Lewis (1885-1948), musica di Lucien Denni (1886-1947) e cantata da Leo Fitzpatrick (per chi fosse curioso di ascoltarla: https://m.youtube.com/watch?v=-wCze__MSZs).

[21] Brier, citata, p. 78 (traduzione dall’inglese dell’autore).

[22] Brier, citata, p. 80.

[23] L’art. 9 dell’accordo prevedeva che gli oggetti rinvenuti in una tomba “intatta” sarebbero stati proprietà esclusiva dell’Egitto, ma lo scontro verteva proprio sul concetto di “intatta”. Poiché la KV62 era stata oggetto di ruberie nel corso dei millenni, poteva ritenersi tale? L’art. 10 precisava, infatti, che se la tomba non fosse stata intatta, il Servizio delle Antichità avrebbe avuto diritto di scelta degli oggetti da trattenere (per valore storico e archeologico) e avrebbe concesso la possibilità di suddividere i restanti.

[24] Carter aveva concordato per Callender una paga di 50 £ a stagione; quando la seconda stagione era terminata prima del previsto, per i citati screzi con il Governo, Carter si era rifiutato di pagare se non la percentuale per il periodo effettivamente svolto. Si era quindi sollevata una causa legale che vedeva contrapposti gli ormai ex- amici.

[25] Reginad “Rex” Engelbach (1888-1946), autore, tra gli altri, di “The Aswan Obelisk” (1922), sull’”incompiuto di Aswan”, e di “The problem of the obelisks” (1923) sui metodi di innalzamento degli obelischi. Fu direttore del Museo Egizio del Cairo e il suo nome è legato alla prima catalogazione di tutti i reperti ivi musealizzati.

[26] Brier, citata, p. 127.

[27] Alexandre Piankoff (1897-1966), allievo a Parigi di Kurth Sethe (1869-1930) e Adolf Erman (1854-1937), si diploma in turco, arabo e farsi, conseguendo poi il dottorato in filologia con Etienne Drioton (1889-1961). A lui si devono le traduzioni dei testi più importanti della religione egizia: “Libro delle Porte”; “Libro dell’Amduat”; “Libro delle Caverne”; “Le Litanie di Ra”; i libri “del giorno” e “della notte”, “Libro delle Vacca Celeste”.

[28] Fëdor Michajlovič Koslov (1882-1956), ballerino, attore, coreografo. Raggiunti gli Stati Uniti nel 1917 conobbe Cecil B. DeMille che gli fece firmare un contratto. Il primo film, con scenografie e costumi di Natacha Rambova (ma entrambe accreditate allo stesso Koslov), fu “L’ultima dei Montezuma”.

[29] Alla Nazimova, pseudonimo di Marem-Ides Adelaida Jacovlevna Leventon (Jalta 1879-Los Angeles 1945). Notoriamente lesbica, si circondò di giovani attrici esordienti; colpita dalla personalità e dalle capacità di Natacha Rambova, la fece entrare nel mondo del cinema come scenografa e costumista del film “La Signora delle Camelie” (1921) e “Salomè”, tratto dal testo di Oscar Wilde (1923)

[30] Rodolfo Pietro Filiberto Raffaello Guglielmi (Castellaneta 1895- New York 1926), raggiunse l’America nel 1913 e iniziò la sua carriera come “taxi dancer”, ovvero come partner a pagamento. Trasferitosi a Hollywood, fu assunto come comparsa prima di diventare protagonista del film “I quattro cavalieri dell’Apocalisse” (1921) con cui iniziò la sua folgorante, ma breve, carriera di attore.

[31] Il matrimonio avvenne a Mexicali il 14 marzo 1922, ma dopo otto giorni, Rodolfo Valentino che aveva divorziato dalla moglie precedente, l’attrice Jean Acker, verrà arrestato per bigamia. Per la legge americana del tempo, infatti, un divorziato poteva contrarre un altro matrimonio solo dopo un anno dall’avvenuta sentenza.

[32] Tra il 1942 e il 1943 scriverà articoli, considerati di ottimo livello, per la rivista statunitense “American Astrology” spaziando dalla fisica alla metafisica, alla cosmologia, all’alchimia, alla mitologia, alla teosofia, al simbolismo comparato.

[33] Di fervente fede franchista, i due rischieranno la fucilazione durante la Guerra Civile Spagnola (1936-1939).

[34] Stephen Ranulph Kingdon Glanville (1900-1956), egittologo, insegnò all’University College dal 1935 al 1946 e all’Università di Cambridge dal 1946 al 1956. 

[35] Bollingen Foundation, fondata nel 1945, era una casa editrice universitaria che cessò la sua attività, dopo aver pubblicato oltre 250 testi, nel 1968. I titoli divennero proprietà della Princeton University Press.

[36] In un’intervista alla BBC del 1949, Alan Gardiner ebbe a sottolineare come la scoperta della tomba di Tutankhamon avesse aggiunto “ben poco alla nostra conoscenza della storia del periodo” (N. Reeves, “The Complete Tutankhamun”, ed. 2022, Thames & Hudson, p 15)

Kemet Djedu

L’ETNONIMO ISRAELE SULLA STELE DI MERENPTAH

Di Livio Secco

La stele di Merenptah, nuovo nome di un manufatto precedentemente chiamato Stele di Israele, è stato descritto QUI.

Io mi permetto di aggiungere soltanto un piccolo contributo avendo tradotto la stele durante il mio XII Laboratorio di Filologia Egizia svolto nel 2017.

Per fare le cose semplici allego una serie di cinque immagini che commento qui di seguito:

IMMAGINE 1: visualizzazione della stele esposta al Museo Egizio del Cairo di Piazza Tahrir. Durante un certo periodo di tempo, quando la relazione con lo stato ebraico sfociò in una lunga serie di guerre arabo-israeliane, la stele rimase esposta nel Museo ma si doveva andare a cercarla.

IMMAGINE 2: rilievo epigrafico della stele intera. Si riconosce la classica suddivisione in centina, con la raffigurazione degli dèi e del re, e testuale. Questa parte è formata da ventotto registri densi di scrittura geroglifica con lettura da destra a sinistra e dall’alto al basso. In corrispondenza della ventisettesima riga ho evidenziato l’etnonimo che indica il popolo ebraico.

IMMAGINE 3: grafia del sostantivo interessato. Come spesso era d’uso da parte degli Egizi, i toponimi e gli antroponimi stranieri erano scritti con l’uso dei monolitteri. Non significando nulla per gli Egizi, questi replicavano il suono della parola straniera cercando di riprodurlo con dei fonemi di base. Ovviamente la scrittura si arricchiva di ulteriori segni usati come determinativi per meglio specificare la semantica del lemma.
In nero ho evidenziato i suoni monolitteri, in blu la traslitterazione moderna.

IMMAGINE 4: traduzione di tutto il registro 27. La parte finale della stele elenca tutta una serie di territori che Merenptah ha distrutto durante la sua campagna militare in Asia. I regni stranieri sono accuratamente indentificati singolarmente.
Per quanto riguarda Israele è significativa l’indicazione che “non esista più il seme suo”. Questa terminologia si associa alle evirazioni imposte al nemico in epoca precedente con il palese significato che il ribelle non solo era stato ucciso ma era stato eliminato etnograficamente dalla faccia della terra.

IMMAGINE 5: l’analisi dei determinativi è relativa solo al ventisettesimo registro, ma è estensibile a tutta la stele e, più in generale, alla toponomastica egizia.
Quando gli Egizi volevano indicare un paese o comunque una nazione straniera usavano il geroglifico con i tre rilievi montuosi con il significato di “deserto” e, appunto, “terra straniera / paese estero”. Molto spesso questo geroglifico veniva accompagnato dal bastone da lancio che noi troviamo spesso raffigurato nelle pitture che rievocano la caccia in palude. In realtà il bastone da lancio era una vera e propria arma per la fanteria leggera. Sovente viene indicato come “boomerang” ma, dal punto di vista oplologico, si tratta di un’associazione assolutamente errata.
Come ultimo esempio ho messo in evidenza un altro modo con il quale gli Egizi indicavano i toponomi, cioè la mappa della città, una superficie circolare con due strade che s’incrociano perpendicolarmente (curioso che non esista nessuna città egizia con una simile mappatura). Il senso è che l’Egitto era ricco di città sia nel Delta che nella Valle, ecco perché il determinativo è raddoppiato.
Il senso generale del tutto è che nel Tardo Bronzo quelli che per gli antropologi sono i primi gruppi etnici che daranno origine agli Apiru, Habiru (Ebrei) non sono una nazione vera e propria, ma solo delle popolazioni nomadi e non stanziali.
Gli Apiru sono documentati anche da altre civiltà coeve (mesopotamiche) sempre con l’indicazione di gruppi mobili e comunque altamente inaffidabili formate da fuggiaschi che per vari motivi avevano abbandonato il loro paese.
Poiché all’epoca vigevano, tra i regni maggiori, accordi di estradizione, questi fuggiaschi si raggruppavano e vivevano in zone particolarmente impervie da raggiungere. Non concordo sul fatto che fossero utilizzati come mercenari. La loro elevatissima indisciplina sociale non ne permetteva un uso proficuo in tal senso. Spesso erano impiegati come manovalanza edile e cantieristica.

Statue, XVIII Dinastia

STATUA IN PORFIDO DI AKHENATON

Di Patrizia Burlini

Un ritratto straordinario, in porfido, di Akhenaton.

Nonostante le dimensioni ridotte , 18.2 cm, questa testa colpisce per la bellezza e maestria del modellato, tanto da essere considerata uno dei più grandi tesori della collezione egizia del museo Penn, a Philadelphia.

La piccola testa faceva parte di una statuetta e ritrae Akhenaton con la corona Kepresh in cui è presente l’ureo.

I tratti del faraone sono inconfondibili, in particolare il caratteristico mento leggermente prominente, visibile nella foto di profilo.

Scrive il museo:

“È interessante notare che, nel montare la testa per l’esposizione, l’artigiano del museo non è riuscito a praticare il più piccolo foro alla base del collo, nemmeno con un trapano d’acciaio, tanto è dura la pietra, eppure l’artigiano egiziano di tremila anni fa, lavorando solo con strumenti di pietra e di bronzo, è riuscito a modellarla con tanta delicatezza e abilità da produrre un ritratto degno di essere annoverato tra i migliori di qualsiasi nazione di allora o di oggi.”

Object Number: E14364

Current Location: Collections Storage

Provenience: Egypt

Period: Eighteenth Dynasty

New Kingdom

Date Made: 1539-1292 BCE

Early Date: -1540

Late Date: -1291

Section: Egyptian

Materials: Jasper

Iconography: Akhenaten

Length: 18.2 cm

Width: 9.5 cm

Depth: 12 cm

Credit Line: Purchased from H. Kevorkian, 192

Penn museum, Philadelphia

Museum Object Number: E14364

“A Portrait Head of Akhenaten.” Museum Bulletin I, no. 1 (January, 1930): 26-27. Accessed July 13, 2023. https://www.penn.museum/sites/bulletin/40/

https://www.penn.museum/collections/object_images.php&#8230;

Pictures

Horus protecting Pharaoh Khafre

By Jacqueline Engel

Egyptian museum. Cairo

Khafra (also read as Khafre, Khefren and Chephren) was an ancient Egyptian king (pharaoh) of 4th dynasty during the Old Kingdom. He was the son of Khufu and the throne successor of Djedefre. According to the ancient historian Manetho, Khafra was followed by king Bikheris, but according to archaeological evidences he was rather followed by king Menkaure. Khafra was the builder of the second largest pyramid of Giza. The view held by modern Egyptology at large remains that the Great Sphinx was built in approximately 2500 BC for Khafra.[2] There is not much known about Khafra, except the historical reports of Herodotus, who describes him as a cruel and heretic ruler, who kept the Egyptian temples closed after Khufu had sealed them.

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Naos of Sebty

By Jacqueline Engel

This broken statue of a kneeling man called Sebty shows both the holder of the statue, an official in the government of Amenhotep III, and a miniature shrine of Horus, the falcon god.
It is likely that this statue was displayed on a processional way within the temple, the temple of Montu in the Karnak complex in this instance.

Luxor, Karnak Temple
Precinct of Montu
New Kingdom, 18th Dynasty
Amenhotep II (1390-1352 BC)
Quartzite

Hurgada Museum

E' un male contro cui lotterò

LA NASCITA DELLA CHIRURGIA: IL CAMPO DI BATTAGLIA

Di Andrea Petta e Franca Napoli

È opinione comune tra gli esperti che il primo “motore” che spinse il progresso della chirurgia siano stati gli eventi bellici che hanno costellato la storia. Basti pensare alle qualifiche mediche militari dei Romani, dal medicus castrensis a salire.

L’Egitto Protodinastico è stato indubbiamente un periodo ricco di scontri militari per stabilire l’egemonia faraonica; questo voleva dire ferite da taglio da ricucire e fratture da ricomporre, comprese probabilmente quelle fratture craniche che derivavano dall’uso di mazze ed asce nei combattimenti. Non per niente, il Papiro Edwin Smith istruisce sul come curare ferite penetranti da taglio alla testa e lacerazioni a naso, orecchie, gola.

L’esempio più famoso delle ferite di guerra: il Faraone Seqenenra Tao (XVII Dinastia), caduto sul campo di battaglia o giustiziato subito dopo uno scontro con gli Hyksos

Il fatto che sia il Papiro Edwin Smith che il papiro Ebers NON citino mai l’estrazione di una freccia, ed essendo entrambi antecedenti al Nuovo Regno, ha fatto ipotizzare che al contrario l’arco, pur essendo noto ed utilizzato fin dal periodo predinastico, non sia mai stato usato strategicamente in guerra fino allo scontro con gli Hyksos.

Si pensa che l’arco ebbe inizialmente un utilizzo limitato in battaglia, essendo l’arco semplice egizio molto lungo (più di due metri) e con una gittata relativamente corta, intorno ai 60-70 metri (vedi anche: https://laciviltaegizia.org/…/11/11/larco-semplice-egizio/). Solo con l’invasione Hyksos verrà introdotto l’arco composito, formato da legno e corno, con una lunghezza inferiore ed una potenza/gittata molto superiore; nel Nuovo Regno diventerà arma iconica egizia.

Raffigurazione di quattro arcieri dell’Antico Regno (tre in piedi ed uno inginocchiato). Ognuno di loro impugna un arco lungo semplice ed apparentemente non usano faretre, tenendo due frecce di scorta nella mano destra più quella incoccata. Risalente alla IV Dinastia, regno di Cheope o Chefren, questo frammento conservato al Met Museum è una delle prime testimonianze di battaglie pervenuteci.

Non mancano comunque le evidenze delle ferite da freccia nelle mummie pervenuteci a partire dal Medio Regno. Non dimentichiamoci inoltre che proprio il simbolo della freccia (Gardiner T11) identificava il medico (“sinw”)

Il cadavere di questo soldato della XI Dinastia ci mostra ancora nell’orbita sinistra la freccia che lo ha ucciso
Un altro soldato della XI Dinastia è stato invece colpito al torace, con la freccia ancora conficcata nella scapola

È invece un chiaro indizio dell’origine bellica della chirurgia egizia il fatto che il Papiro Edwin Smith parli chiaramente ed estesamente di fratture del cranio da impatto, anche con la descrizione dei frammenti ossei che penetrano all’interno del cranio (come nel Caso 5) o della spaccatura della volta cranica (Caso4).

Tutti i primi dieci casi presentati dal Papiro Edwin Smith riguardano fratture del cranio più o meno gravi ed estese, quindi – pur considerando una certa quota di incidenti nei cantieri reali – si considera questo papiro una sorta di manuale per i chirurghi di guerra.

I danni procurati dalle mazze da guerra su altri due soldati della XI Dinastia

Nonostante la mancanza di evidenza paleopatologica (presente solo sulle mummie, dove ovviamente la ferita per estrarre i visceri non poteva guarire), la descrizione delle suture effettuabili con i materiali di allora ci mostrano che non solo venivano usati aghi e punti di sutura in filo di lino, ma che esistevano anche delle strisce adesive, precursori delle nostre steri-strip e similari.

Le suture effettuate dagli imbalsamatori su una mummia della XXI Dinastia. Se le usavano gli imbalsamatori, non c’è ragione di dubitare che fossero usate anche con maggiore perizia da parte dei chirurghi

L’applicazione di carne fresca sulla ferita era consigliata per velocizzare la cicatrizzazione (Caso 3: “…dopo aver suturato la ferita, applicherai della carne fresca il primo giorno…lo medicherai ogni giorno con miele e grasso, fino a quando non si riprenderà del tutto”).

Era anche nota l’utilità della cauterizzazione delle ferite; dai testi medici sembra che esistessero due strumenti specifici, diversi fra di loro, da utilizzare a seconda dell’estensione della ferita.

Rimane invece molto incerta la pratica delle amputazioni terapeutiche.