This statue is a depiction of the royal ka of King Ramses II” the Great” 1279-1213 BC of the 19th Dynasty. The ka can be understood as a combination of both someone’s character, and their life force. The word ka was written with a hieroglyph in the shape of two upraised ams.
The King as the point of contact between the human and divine worlds, was possessed by a different vital force: the royal ka. Every king in ancient Egyptian History was believed to have been possessed by It. The presence of the ka hieroglyph on the head of this statue identifies it as a represetation, not as King Ramses II himself, but of his royal ka.
This statue, discovered in December 2019, is only the second statue of its kind to have ever been recovered. It was found in Mit Rahina, near modern Cairo, next to the site of the Great Temple of Ptah in the ancient capital of Memphis. The first known royal-ka statue discovered in 1894, was that of the little known 13th Dynasty (1795-1650 BC) king, Auibre Hor, which is on display in the Egyptian Museum in Calro.
Sothis rides a dog with a star between the ears. The zodiac sign Sirius is still called the Big Dog.
Sopdet is the ancient Egyptian name of the star Sirius and its personification as an Egyptian goddess. Known to the Greeks as Sothis, she was conflated with Isis as a goddess and Anubis as a god.
Votive image, terracotta , origin unknown. Roman period. 2-3 Century AD RMO LEIDEN.HOLLAND.
Statuina di Tauret/Tueret Legno stuccato e dipinto, altezza 40 cm. Museo Egizio di Torino, Collezione Drovetti – C. 526
I tantissimi reperti provenienti dal villaggio di Deir El Medina ha consentito di tracciare un quadri dettagliato e preciso sulla vita quotidiana degli artigiani che vi vissero durante il Nuovo Regno.
In particolare le scoperte effettuate, a partire dagli inizi del Novecento , nelle tombe della necropoli locale, hanno gettato luce su diversi aspetti della comunità : l’organizzazione del lavoro, i rapporti familiari, l’alimentazione, il tempo libero, l’istruzione, le pratiche funerarie e le credenze religiose.
Tutte queste nozioni relative a una società chiusa e ben definita hanno fatto di Deir el-Medina un campione rappresentativo unico e fondamentale per le nostre conoscenze sulla vita nell’Egitto di quel periodo.
Per quanto riguarda le pratiche religiose, un peso dominante avevano nel villaggio i culti rivolti ad alcune divinità minori, tra cui Tueret, una dea venerata sin all’Antico Regno.
In questa statuina lignea la dea è raffigurata con le sue tipiche sembianze grottesche: muso e corpo di ippopotamo e coda di coccodrillo.
La statuetta conserva ancora tracce di colore.
Tueret, il cui nome in Egiziano antico significa “la grande”, era legata soprattutto all’ambito domestico, essendo preposta alla protezione della casa, del sonno, dei bambini e delle madri, cosa che spiega il suo corpo gravido.
Si riteneva che fosse nata nelle paludi ed era la personificazione del caos liquido, il Nun, da cui si era formata la terra.
Venerata come “signora dell’acqua (pura)” e “colei che toglie l’acqua”, gli abitanti di Deir el-Medina le dedicavano ex voto, piccole stele e statuette in cui è rappresenta con un copricapo che può essere sormontato dalle corna di Hathor e dal disco solare.
Come indica l’iscrizione sulla base, questa statuina fu dedicata alla dea da uno scriba-disegnatore di Deir el-Medina di nome Para Hotep e dai suoi due figli: Pai e Apu.
Fonte
Museo Egizio di Torino – Franco Cosimo Panini Editore.
I grandi Musei : il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa
La chirurgia egizia è un affascinante rompicapo. Si pensa che la pratica chirurgica vera e propria potesse essere effettuata dai sacerdoti (“wab”) di Sekhmet ma si tratta di una speculazione finora non comprovata, e diversi altri vocaboli sono stati associati alla professione del chirurgo.
Nonostante i famosi rilievi di Kom Ombo, che mostrano quelli che sarebbero strumenti medici e chirurgici, non ci è pervenuto nessuno di tali strumenti (a differenza dei reperti greci dello stesso periodo), e – attenzione! – il tempio di Kom Ombo risale al periodo romano, quindi non rappresenta necessariamente strumenti utilizzati in epoca faraonica.
La parete nord delle mura esterne del tempio di Kom Ombo con quelli che appaiono come strumenti medici e chirurgici su una tavola di offerta, purtroppo senza “didascalie”
Una delle interpretazioni degli strumenti medici di Kom Ombo. Alcuni oggetti hanno dei corrispettivi negli strumenti greco-romani, altri rimangono avvolti dal mistero (modificato da Nunn, Ancient Egypt Medicine)
Eppure la capacità tecnica era sicuramente già stata sviluppata nel Nuovo Regno. Un oggetto considerato una pinzetta trovato nella tomba di Kha e Merit, ma la cui funzione non è mai stata realmente comprovata, ed un altro dello stesso periodo conservato al Maet Museum lo mostrano chiaramente.
Quest’oggetto proveniente dalla tomba di Kha e Merit, considerato con molti punti interrogativi una pinzetta per i capelli, dimostra l’abilità degli Egizi nel produrre oggetti utili per le operazioni chirurgiche nel Nuovo Regno
Un oggetto, sempre della XVIII Dinastia, simile alla “pinzetta” di Meryt e conservato al Met Museum di New York. Quest’oggetto non è ovviamente uno strumento chirurgico, ma testimonia della capacità egizia di produrre oggetti estremamente fini, in questo caso con un movimento a perno, richiesti dalla pratica chirurgica.
Nei papiri egizi ci sono molti riferimenti a trattamenti da effettuare “con il coltello” e diversi vocaboli per indicarli, a far supporre l’utilizzo di strumenti differenti a seconda del caso. Si è ipotizzato che i chirurghi egizi usassero inizialmente lame di selce, facilmente ottenibili al momento e affilatissime, e che queste lame venissero buttate dopo l’uso – precursori dei bisturi monouso odierni.
Purtroppo, dall’altro lato, ci mancano evidenze paleopatologiche: le mummie finora esaminate non mostrano tracce di cicatrici chirurgiche; ma è estremamente difficile riscontrare anche quelle delle ferite riportate in battaglia, a meno che non abbiano coinvolto anche le ossa e siano quindi riscontrabili radiologicamente.
Come abbiamo visto, il testo più ampio in questo campo è il Papiro Edwin Smith, un vero e proprio libro di testo sui traumi che coinvolgono la parte superiore del corpo (vedi: https://laciviltaegizia.org/…/07/01/il-papiro-edwin-smith/). Anche il Papiro Ebers ha una parte dedicata alla chirurgia (863-877), con quelli che sono stati interpretati come trattamenti per una forma di tumore solido e di ernie ombelicali o epigastriche (Ebers 863-864), che sono state anche raffigurate in alcune decorazioni tombali della VI Dinastia.
Tra le indicazioni menzionate nei papiri medici ci sono i “gonfiori dei metu”, rotondi e rigidi sotto le tue dita” oppure “che formano dei nodi”, una patologia da trattare con una lama rovente per diminuire la perdita di sangue. L’emorragia è una preoccupazione costante (“non toccare mai questi gonfiori con la mano!” Ebers 872-873). Gli studiosi hanno individuato quindi questi “gonfiori” negli emangiomi, emangiomi cavernosi nel secondo caso. Vengono descritti anche dei lipomi, anch’essi da asportare chirurgicamente. Ricordiamoci però sempre che le traduzioni sono estremamente difficili per i termini tecnici; la mancanza di altri riscontri e la forte tentazione di “modernizzare” la medicina egizia sono sempre dietro l’angolo.
Curiosamente, non viene mai menzionata la sutura delle ferite dopo questi “interventi con la lama”; probabilmente era considerato superfluo raccomandarlo, perché la sutura delle lacerazioni è ben descritta del papiro Edwin Smith.
È interessante invece notare che questi antichi chirurghi, pur non potendo avere nessuna nozione di microbiologia e utilizzando solo l’osservazione empirica, tentavano in tutti i modi di evitare le infezioni. Le prescrizioni per le medicazioni dopo un intervento comprendono infatti:
Il miele
Un minerale chiamato imru, purtroppo ad oggi sconosciuto ma che si considera fosse un astringente (forse l’allume di rocca?)
Il salice (una sorta di proto-aspirina per diminuire l’infiammazione)
Soluzioni contenenti ammoniaca (ovviamente derivata dalle urine) oppure sali di rame (“polvere di pigmento verde”).
La medicina moderna ha scoperto che non solo il miele è un potente antibatterico naturale, efficace sia contro i batteri Gram-positivi che Gram-negativi grazie ad un enzima chiamato inibina, ma che favorisce anche la cicatrizzazione grazie alla sua ipertonicità e al suo basso pH.
Notevole infine il fatto che tutte le medicazioni usassero la fibra di lino per fasciare le ferite. Solo in tempi estremamente recenti è stato dimostrata l’efficacia della fibra di lino nel favorire la cicatrizzazione aumentando la capacità di replicazione delle cellule e permettendo una migliore riparazione del DNA cellulare.
L’incremento della produzione in vitro di fibroblasti (fondamentali per la cicatrizzazione) rispetto al controllo utilizzando diverse fibre di lino. Quella indicata come “Nike” è quella naturale; le altre sono geneticamente modificate. Da notare che la fibra naturale ha sempre un effetto positivo sulla proliferazione cellulare, anche ad alti dosaggi. (da: Gębarowski T et al. Were our Ancestors Right in Using Flax Dressings? Research on the Properties of Flax Fibre and Its Usefulness in Wound Healing. Oxid Med Cell Longev. 2020 Nov 24;2020:1682317.)
Di Patrizia Burlini (introduzione) e Nico Pollone (analisi testuale)
In due diversi musei europei sono conservate due maschere funerarie lignee attribuite a Satdjehuti.
Maschera di Satdjehuty allo Staatliches Museum Ägyptischer Kunst di Monaco di Baviera, numero di inventario ÄS 7163, datata alla fine della XVII Dinastia. Foto: https://joyofmuseums.com/…/sarcophagus-lid-of-queen…/
La prima maschera si trova allo Staatliches Museum Ägyptischer Kunst di Monaco di Baviera, ha il numero di inventario ÄS 7163 ed è datata alla fine della XVII Dinastia. Satdjehuti è definita “Figlia del re e sorella del re, Satdjehuti, chiamata Satibu, la Giustificata, nata dalla moglie del re, Tetisheri” (XVII Dinastia)
La seconda maschera si trova al British Museum di Londra, reca il numero di inventario EA 29770 ed appartiene alla XVIII Dinastia. In questa maschera Satdjehuty è definita “favorita da Ahmose- Nefertari “ (regina della XVIII Dinastia)
La seconda maschera si trova al British Museum di Londra, reca il numero di inventario EA 29770 ed appartiene alla XVIII Dinastia. In questa maschera Satdjehuty è definita “favorita da Ahmose- Nefertari“ (regina della XVIII Dinastia). Foto British Museum
Com’è possibile questa datazione contrastante e questi titoli diversi? Si tratta della stessa persona o è una semplice omonimia? Chi era Satdjehuti?
La maschera di Monaco di Baviera (ÄS 7163) è in realtà un frammento, alto circa 60 cm, di uno splendido sarcofago ligneo dorato, pezzo forte della collezione egizia del Museo. Il sarcofago ligneo era sicuramente alto oltre 3 metri, a testimonianza dell’importanza politica di alcune regine e principesse (come ad esempio Ahhotep e Ahmose-Meritamon).I sarcofagi di queste regine, e anche quello di Satdjehuti, erano imponenti, mentre quelli dei re non raggiungono mai queste dimensioni.
Retro della maschera di Satdjehuty a Monaco, (in legno dorato, intarsiata con pietre preziose come corniola, turchese e lapislazzuli) corrispondente in realtà all’interno del sarcofago, è fittamente ricoperto di geroglifici, dove si può leggere “Figlia del re e sorella del re Satdjehuti, chiamata Satibu, la Giustificata, nata dalla moglie del re Teti-Sheri”. Foto: https://www.reddit.com/…/sarcophagus_lid_of_queen…/…
Il retro della maschera, (in legno dorato, intarsiata con pietre preziose come corniola, turchese e lapislazzuli) corrispondente in realtà all’interno del sarcofago, è fittamente ricoperto di geroglifici, dove si può leggere “Figlia del re e sorella del re Satdjehuti, chiamata Satibu, la Giustificata, nata dalla moglie del re Teti-Sheri”. I geroglifici riportano alcuni capitoli del ” Libro dei Morti” nella sua “rielaborazione tebana”, come fa notare la Dott.ssa Sylvia Schoske, direttrice della Collezione Statale d’Arte Egizia di Monaco fino al 2021. Satdjehuti, era quindi figlia di Tetisheri (capostipite della XVII dinastia, alla fine del Secondo Periodo Intermedio) e probabilmente anche consorte reale, sposata con Seqenenre Tao. In questo periodo storico, caratterizzato dalle guerre con gli Hyksos, gli uomini, incluso il re, erano in impegnati in campagne di guerra che duravano mesi ed erano le donne reali, come Satdjehuti, a governare e gestire gli affari ufficiali.
Il sarcofago/maschera, in sicomoro, appartiene alla tipologia delle cosiddette bare rishi (in arabo “piuma”), in cui tutto il corpo è ricoperto da un motivo di piume. Alla base di questi sarcofagi c’è l’idea di una dea alata, come NUT, dea del cielo, che protegge il defunto con le sue braccia alate. Satdjehuti indossa la corona avvoltoio, il copricapo tipico delle regine e dee. Gli occhi sono contornati da una striscia di rame ingegnosamente piegata con un meccanismo a scatto, in modo che gli occhi si fissino meccanicamente nella loro cavità: Il bulbo oculare è realizzato in marmo, che si trova molto raramente in Egitto, mentre l’iride è realizzato con una sottile lastra di ossidiana.
Ricostruzione della bara di Monaco di Satdejuty
La maschera di Monaco di Baviera (ÄS 7163) è in realtà un frammento, alto circa 60 cm, di uno splendido sarcofago ligneo dorato, pezzo forte della collezione egizia del Museo. Il sarcofago ligneo era sicuramente alto oltre 3 metri, a testimonianza dell’importanza politica di alcune regine e principesse (come ad esempio Ahhotep e Ahmose-Meritamon).I sarcofagi di queste regine, e anche quello di Satdjehuti, erano imponenti, mentre quelli dei re non raggiungono mai queste dimensioni. Foto: https://smaek.de/news/blogparade-femaleheritage/
La maschera di Londra (EA 29770) non presenta iscrizioni con il nome. Inizialmente era stata identificata come “principessa” del Medio Regno. Alcuni studiosi avevano sollevato dei dubbi su questa datazione ma fu solo nel 1993, a seguito della segnalazione di un visitatore del museo sulle dimensioni errate citate nella didascalia descrittiva, che il curatore del British Museum John Taylor fece ritirare la maschera dell’esposizione per misurarla e cercò di ricostruirne la storia.
La maschera di Londra (EA 29770). Foto David G.Robbins, 2022
Studiando i documenti d’ingresso, Taylor scoprì che la maschera era stata acquisita nel 1861 e registrata nel 1880 come parte di oggetti acquisiti dalla “vendita di Mr. Hull”. Nel cercare i documenti originali, il curatore scoprì in un registro che, oltre alla maschera, era stata acquistato anche del tessuto con iscrizioni geroglifiche in inchiostro proveniente dalla stessa collezione e probabilmente appartenenti, secondo l’ipotesi avanzata da John Taylor, alla stessa maschera (inv. EA 31074/31075). Nel tessuto era indicato sia il nome che il periodo storico in cui la donna era vissuta. Si trattava di Satdjehuty, descritta come la “favorita ” delle regina Ahmose-Nefertari, consorte del re Ahmose I (circa 1550-1525), fondatore della XVIII Dinastia. La nuova datazione della maschera alla XVIII Dinastia si basa anche su analisi stilistiche e raffronti con altre maschere conservate al Museo: la forma del viso con il leggero sorriso, le sopracciglia arcuate e il sottile trucco attorno agli occhi ricordano le statue della regina Hatshepsut. La parrucca con le larghe strisce blu alternate a strisce bianche più sottili, presenta caratteristiche riconoscibili agli inizi della XVIII Dinastia.
Vista della corona avvoltoio sul capo della maschera di Londra , tipica di dee e regine. EA29770. Foto British Museum
Secondo John Taylor, l’alta qualità della maschera suggerisce che sia stata realizzata in un laboratorio reale. Il nome Satdjehuty era piuttosto diffuso agli inizi della dinastia e appartenente a importanti famiglie tebane del periodo: la mummia di Satdjehuty si trova in luogo sconosciuto, forse entrata in Inghilterra assieme alla maschera e poi scomparsa.
Le due Satdjehuty di Monaco e Londra sono quindi la stessa persona? Il British Museum non lo dice ma in rete si trovano vari documenti che affermano che quello di Monaco sia il sarcofago mentre quella di Londra sia la maschera funeraria della stessa persona.
Cercando riscontri, scopriamo che anche il Museo di Torino riserva delle sorprese.
Con il numero di inventario S.5051 e S.5065 sono conservati alcuni frammenti del telo funerario della principessa Ahmose/Ahmes, KV 47, scoperta da Schiaparelli. Anche la mummia di Ahmose si trova conservata al Museo Egizio di Torino (S.5050) ma l’aspetto sorprendente della vicenda è che tale telo funerario definisce Ahmes come figlia e sorella del re, “generata dal buon dio, Senakhtenre Ahmose , figlio di Rê Tao, e messa al mondo dalla figlia del re, sorella del re, moglie dl re Satdehouty.
Quindi sappiamo che il sarcofago di Monaco appartiene alla principessa Satdejuty, figlia dl faraone Seqenenrao e della regina Tetisheri e sposa di Seqenenre Tao da cui ebbe la figlia Ahmes, sepolta nella KV47 e la cui mummia si trova oggi al Museo Egizio di Torino.
Marianna Luban, una ricercatrice americana indipendente, nota per aver formulato nel 1999 l’ipotesi che la Younger Lady sia Nefertiti, indispettendo enormemente Zahi Hawass, sostiene, in maniera non proprio convincente, a mio parere, che la maschera di Londra e il sarcofago di Monaco appartengano alla stessa donna, una regina, e che il tessuto trovato a Londra con il nome di Satdejuty, definita favorita di Ahmose-Nefertari, appartenga in realtà ad un’altra Satdejuty, essendo questo un nome diffuso a corte in quell’epoca.
Per concludere, è possibile che la Satdjehuty del British Museum e di Monaco siano la stessa persona, una regina della XVII dinastia, figlia di Tetisheri e probabile sposa di Seqenenre Ta , oltre che madre della principessa Ahmes a Torino, ma mancano riscontri certi all’identificazione, nonostante il nostro affascinante viaggio virtuale tra tre prestigiosi musei europei.
Un ringraziamento particolare al carissimo Dave Robbins per l’aiuto fornito nel reperire le informazioni sulla maschera a Londra e per le foto da lui gentilmente concesse.
Foto di Monaco: vedi didascalia
Foto della maschera di Londra: Dave Robbins, 2022
Fonti e link:
Dr. Sylvia Schoske, Blogparade #FemaleHeritage. Satdjehuti Staatliches Museum Ägyptischer Kunst,
Calcare dipinto, 10,5 x 16,8 Museo Egizio di Torino – Collezione Drovetti, C. 7052
Con il termine greco ostracon, letteralmente coccio, si indica un frammento di ceramica o scheggia di calcare sulla cui superficie sono stati tracciati disegni o scritti testi.
Nell’Antico Egitto l’uso degli ostraca era molto diffuso, data la loro facile reperibilità a costo zero, rispetto al più caro e pregiato papiro.
Essi venivano utilizzati soprattutto per annotazioni temporanee, schizzi, bozzetti, esercizi scolastici, diventano frequenti a Tebe a partire dalla XVIII Dinastia.
A causa della loro durezza, possono infatti solo spezzarsi o essere consumati per attrito, ne sono pervenuti sino a a noi un numero straordinariamente ampio rispetto alla modestia della loro funzione.
Migliaia di ostraca sono stati trovati nel villaggio di Deir el-Medina, all’interno di una grande e antica discarica ai margini dell’abitato.
Gli ostraca figurati e scritti rinvenuti a Deir el-Medina ci consentono di conoscere i particolari di numerose esistenze private.
Gli abitanti del villaggio, uomini della squadra e loro congiunti, ci hanno palesato in modo esplicito gran parte dei difetti e dei pregi della natura umana: dall’onestà agli imbrogli, dai mancati giuramenti al desiderio di giustizia, dalla pietà all’arroganza.
Dal villaggio operaio e dall’area delle necropoli tebane, oltre alle migliaia di ostraca iscritti, provengono numerosissimi ostraca figurati, poiché in quelle zone si concentrava all’epoca il nucleo più consistente di disegnatori e pittori di tutto l’Egitto.
È probabile che da qui provenga questo bellissimo ostracon che costituisce uno dei massimi capolavori della collezione del Museo Egizio di Torino.
Sulla scheggia di calcare è stata disegnata, con grande maestria e raffinatezza, l’immagine di una danzatrice acrobata.
Il corpo della fanciulla, che indossa un perizoma annodato in vita, è reso con linee rapide e sicure, opera di un abile e sconosciuto artista.
L’alto livello qualitativo del disegno è dato dalla capacità di rappresentare con grande naturalezza e realismo una figura in posizione insolita, prestando l’attenzione ai minimi dettagli: le membra affusolate, il volto ben curato e la fluente capigliatura che cade pesantemente a terra.
E poco importa se l’orecchino resta fissato alla guancia in modo irreale, senza pendere verso il basso.
La grazia e l’armonia complessiva del disegno ne fanno senza dubbio una vera opera d’arte.
Fonte
I grandi musei: Il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa
D come Deir el-Medina – Daniela Magnetti, Silvia Einaudi – Electa
Proseguendo un’antichissima tradizione,. già millenaria quando nasce il villaggio di Deir el-Medina, le tombe uniscono due luoghi ben distinti tra loro: gli ambienti sotterranei, dove erano sepolti i defunti con il loro corredo, e la cappella funeraria, destinata al culto offerto dai viventi, vero e proprio punto di contatto tra l’Aldilà e il mondo terreno.
La cappella rappresenta la sovrastruttura visibile della tomba ed è formata da una piccola costruzione in mattoni crudi, che ospita al suo interno una camera voltata, solitamente decorata da scene dipinte sulle pareti e sul soffitto.
La cappella è inserita a sua volta all’interno di un cortile cintato al quale si accede a volte tramite un portale che riproduce in miniatura l’ingresso monumentale dei templi, il cosiddetto “pilone”.
La cappella funeraria di Kha all’epoca degli scavi italiani a Deir el-Medina. Scavi Schiaparelli, 1906, Archivio Museo Egizio, C. 2953
In taluni casi la cappella si presenta all’esterno con una forma piramidale che manifesta il rinnovato accento posto sui culti solari soprattutto degli ultimi sovrani della XVIII Dinastia, Tutmosi IV, Amenhotep II e Amenhotep III.
Tratto finale del corridoio che precede la camera funeraria di L’ha all’epoca della scoperta. Scavi Schiaparelli 1906 – Archivio Museo Egizio di Torino C. 1337
La cuspide della piramide, il pyramidion, può essere decorata con l’immagine del proprietario ritratto mentre venera il dio solare Ra-Harakhty ” quando sorge a oriente” e ” quando tramonta a occidente”, mentre all’interno di una nicchia ricavata sulla parete frontale della piramide si può trovare una piccola statuetta del defunto che reca una stele, per questo detta stelòfora, sulla quale e iscritto il medesimo inno del sole tratto dal capitolo 15 del Libro dei Morti..
Pianta e sezione della tomba di Kha disegnata da Francesco Ballerini, con indicazione della posizione e elenco degli oggetti ritrovati. – Archivio di Stato di Torino, fondo MAE, II verso.,m.4 n. 3
In un punto del cortile antistante la cappella è realizzato un pozzo che conduce agli ambienti ipogei della tomba che raccolgono il defunto e il suo corredo, cosicché la cappella e la parte sotterranea risultano parte di una medesima unità architettonica.
Camera funeraria con il corridoio fotografata al momento della apertura. Scavi Schiaparelli 1906 – Archivio Museo Egizio di Torino, C 1336, 2070.
Alternativamente, la cappella può essere ricavata nella roccia stessa della montagna tebana, lavorando all’esterno la facciata in modo da riprodurre la sagoma piramidale e utilizzando lo spazio esterno, antistante l’ingresso, come cortile.
Libro dei morti di Kha, particolare di Kha e Merito in una scena di adorazione davanti al dio Osiride. Tomba di L’ha S. 8416/3 _8438
Libro dei Morti di Kha, particolare della scena del funerale Tomba di Kha S. 8316/3 -8438
Trattandosi di un luogo frequentato dai familiari del defunto, una stele o una statua possono essere collocate all’interno delle cappelle in apposite nicchie ricavate sul fondo così da offrire un punto di riferimento culturale per i familiari: l’apparato decorativo sulle pareti interne della cappella sviluppa un repertorio che, soprattutto durante la XVIII Dinastia, accanto alle più tradizionali scene di offerta, di lavoro e di ritualità, dedica una maggiore attenzione alle scene di convivialità tra i defunti e i familiari, facendo di queste cappelle un vero inno alla vita e alla bellezza.
Questo aspetto tenderà invece ad attenuarsi nel corso delle successive Dinastie ramessidi ( XIX-XX Dinastia), quando si affermano in modo crescente i temi legati al viaggio nell’Aldilà.
Trottola, una pallina, una bambola egizia ed una animale giocattolo con la bocca mobile.
Un aspetto solitamente poco indagato della società egizia è quello dell’infanzia e dei giocattoli. Come per molti altri aspetti della vita egizia, sono le tombe che ci hanno restituito la maggior parte dei giocattoli, ma spesso, soprattutto per le bambole, gli archeologi si sono domandati se si trattasse di oggetti rituali o di giocattoli veri e propri, anche perché, soprattutto per gli scavi meno recenti, non vi è la certezza che si trattasse di tombe infantili.
La necropoli del Medio Regno di Kahun ha restituito numerosi giocattoli: sono state ritrovate ad esempio alcune palle, fatte di legno, stoffa o cuoio, imbottite con erba, giunchi, stracci, crine o pula d’orzo, a volte dipinte di blu o rosso; un esemplare, ora al Manchester Museum, si era lacerata ed è stata accuratamente ricucita. Alcune palle erano semplicemente fatte con argilla, faience (anche se molto fragili e quindi probabilmente erano solo elementi di corredo funebre), papiro e foglie di palma; il diametro è generalmente compreso fra 3 e 9 cm. Di solito si usavano più palline che erano spesso lanciate in aria e poi riafferrate, come fanno i moderni giocolieri; in un caso compare forse il nome di questo gioco, “jmd”, ma è l’unico caso in cui ci è nota tale parola.
Un altro giocattolo molto comune era la trottola: ne sono state ritrovate di varie dimensioni, da 2,5 cm a 7 cm, solitamente di forma conica e realizzate usualmente in legno, ma ne esistono anche alcuni esemplari in faience.
Nella tomba di Sat-renenutet ad Hawara (XII dinastia), fu trovata una bambola con arti mobili e una parrucca (oggi purtroppo persa), oggi al Petrie Museum di Cambridge; Petrie scoprì, inoltre, in una casa di Kahun diverse parrucche di lino per bambole, formate da trecce di circa 15 cm tenute insieme da fango. Sul significato della bambola di Sat-renenutet ha espresso una diversa interpretazione Angela Tooley. La studiosa, rianalizzando la documentazione di scavo redatta per la tomba 58 di Hawara da Petrie, e pur ammettendo che la presenza della presunta bambola indusse l’archeologo a definire la proprietaria della tomba una ragazza, sottolinea come le dimensioni del sarcofago fossero in realtà quelle tipiche degli adulti (49 cm), mentre i bambini, nel Medio Regno, erano sepolti in casse lignee molto più piccole. Inoltre, le adolescenti che avevano raggiunto la pubertà erano ritenute in Egitto già adulte, considerata la durata della vita media, e probabilmente, anche se doveva avere meno di vent’anni, Sat-renenutet era già considerata tale. Sottolinea che la nudità della bambola, nonostante l’area pubica non sia accentuata, sia già un indizio sufficiente a favore di un valore simbolico legato alla fertilità.
Disco di Hemaka
Nella tomba 3035 del visir Hemaka, risalente alla I dinastia, a Saqqara, e in diverse tombe di Kahun, sono stati trovati dischi di terracotta forati associati a dei bastoncini appuntiti lunghi circa 15-16 cm: probabilmente si trattava di un gioco che consisteva nel lanciare in aria i dischi e nel tentare di colpirli, in modo da farli cadere il più lontano possibile. I dischi di Hemaka, più di quaranta, come altri giocattoli rinvenuti in tombe, erano spesso delle vere opere d’arte: conservati in un cofanetto di legno intarsiato in avorio, erano realizzati in scisto o calcare, con intarsi in avorio, ebano, alabastro, pietre colorate e steatite. Alcune decorazioni, fatte ruotare, diventano vere e proprie immagini “cinematografiche” in movimento: ad esempio dei levrieri che inseguono delle gazzelle o due uccelli in volo. Potrebbe trattarsi di un gioco simile alla lippa, o quello praticato nel Novecento nel Lancashire chiamato “piggy” (o tip-cat, nel resto del RegnoUnito).
Sport e Passatempi
Nella tomba di Baqt III compaiono tre figure di ragazzi che sollevano degli oggetti piriformi, forse una specie di “sollevamento pesi”, fatto con dei mazzuoli, mentre nella mastaba di Khety
compare un gioco dove due avversari, muniti di bastoni ricurvi, tentano di assicurarsi il controllo di un anello.
Anche la lotta era un gioco molto diffuso fra ragazzi e bambini, come mostrano le scene delle tombe di Amenemhat, Baqt III e Khety, così come braccio di ferro.
Scene di lotta dalla tomba di Khety
Un altro passatempo amato dalle ragazze consisteva nel lanciarsi la palla stando a cavalcioni di una compagna che avanzava a quattro zampe, un gioco simile all’ephedrismos dei Greci; una delle rappresentazioni più celebri proviene dalla tomba di Khety a Beni Hassan e risale alla XII dinastia.
Le performance di giovani donne, tomba di Khety
Si praticavano anche giochi di equilibrio: camminare sulle mani, rimanere in equilibrio sul capo con le braccia incrociate sul petto, o il gioco “della stella”, chiamato nell’antico Egitto “erigere il pergolato di viti”. Di solito in questo gioco ci sono due ragazzi al centro con le braccia distese, che afferrano le mani degli altri partecipanti, che si inclinano all’indietro e vengono fatti girare il più velocemente possibile. Una delle rare raffigurazioni di ragazzi e ragazze che giocano insieme mostra due ragazzi che fanno girare quattro ragazze (tomba di Baqt III); nella mastaba di Ptathhotep l’iscrizione che accompagna la scena recita “gira, quattro volte”. In un’altra rappresentazione, due gruppi di ragazze si fronteggiano: quelle al centro lanciano la palla e la riafferrano, mentre le compagne battono le mani. Forse il gioco consisteva nell’alternarsi nel prendere la palla seguendo il ritmo, ma non disponiamo di ulteriori elementi chiarificatori, e anche in questo caso l’ipotetico nome del gioco, “rwjt”, non è attestato altrove.
Il gioco della stella, tomba di Baqt III
Anche il tiro alla fune era molto popolare, e compare ad esempio sulle pareti della mastaba di Mereruka, anche se, in questo caso, non c’è una corda e i partecipanti al gioco, tre per ogni squadra, si tengono per mano, mentre i primi della fila afferrano l’uno il polso dell’altro; interessante la didascalia in geroglifico che li accompagna: “il tuo braccio è molto più forte del suo, non cedergli” e “la mia squadra è più forte della vostra. Stringili forte, amico mio”.
Fonte Testo:
“Articolo relative a conferenza tenuta dalla Dr.ssa Chiara Zanforlini in occasione della “Giornata Mondiale del gioco” tenutasi in Torre di Porta Villalta il 27 maggio 2016.”
Limestone. Asyut? New Kingdom. 19-20 Dyn.1292-1077BC The Louvre Museum Paris
In late Egyptian mythology, Wepwawet(hieroglyphic wp-w3w.t; also rendered Upuaut, Wep-wawet, Wepawet, and Ophois) was originally a war deity, whose cult centre was Asyut in Upper Egypt (Lycopolis in the Greco-Roman period). His name means opener of the ways and he is often depicted as a wolf standing at the prow of a solar-boat. Some interpret that Wepwawet was seen as a scout, going out to clear routes for the army to proceed forward. One inscription from the Sinaistates say that Wepwawet “opens the way” to king Sekhemkhet’s victory.