Luce tra le ombre

IL RAZZO DEL TEMPIO MINERARIO DI KUSH

A cura di Ivo Prezioso

Nell’aprile del 2001, la rivista Hera pubblica un articolo in esclusiva mondiale, a cura di un certo Michele D’Arcangelo. Si tratta del racconto di un viaggio esplorativo fatto da un noto archeologo ed egittologo italiano non meglio identificato. Descrivendo questo viaggio, svoltosi nel 1997, ci informa che lo studioso fu condotto nei pressi di un’antica miniera aurifera della Nubia, nell’attuale Sudan per visitare un tempio sotterraneo. Il racconto della visita è questo:

Dopo una trentina di metri raggiungemmo una grotta. Le pareti dell’ipogeo erano dipinte con scene mitologiche e figure di Per-‘aow (faraoni) della XII dinastia… Poco dopo sbucammo in un pianerottolo ingombro di oggetti che avrebbero fatto la gioia di qualunque museo, invece erano lì e chissà per quanti decenni ancora ci sarebbero rimasti… Il corridoio finiva in uno stanzone con molte camere ai lati: le dimore dei sacerdoti del Tempio sotterraneo. Un’arcata separava quella cavità da un’ampia sala colonnata con nel mezzo le statue in trono, scolpite nel granito nero, Wsir (Osiride), Aset (Iside) e Hor (Horus). Era quanto di più sorprendente mi fosse capitato di vedere nella mia carriera di archeologo. La realtà superava ogni più fervida fantasia e migliaia d’anni di buio storico sulle origini della civiltà, si schiarivano d’incanto… Bastava quel rilievo per dimostrare inconfutabilmente che l’uomo non si era evoluto da solo ma che qualcuno lo aveva preso per mano e gli aveva insegnato ciò che non poteva sapere?

Ecco cosa avrebbe visto e fotografato l’illustre archeologo.

Straordinario!

Nel riquadro centrale è chiaramente visibile un oggetto che ha tutta l’aria di rappresentare un razzo e alla sua destra sono chiaramente visibili due omini.

L’articolo destò notevole scalpore e trovò una serie di sostenitori, non ultimo Mauro Biglino, un fecondo autore, divulgatore di teorie ufologiche, che ne riporta una riproduzione nel suo volume “ Il libro che cambierà per sempre le nostre idee sulla Bibbia” .

Biglino scrive:

2150 a.C. Nel Medio Regno egizio (2160-1785 a.C.) viene edificato in Nubia il tempio minerario di Kush, che contiene una raffigurazione di una probabile navicella in volo e quella di un missile a terra, con due individui rappresentati di fronte e non vestiti come gli Egizi (paiono avere un abito composto da un solo elemento che ricopre tutto il corpo).”

La realtà è ben diversa: l’immagine pubblicata dalla rivista Hera non è mai esistita, ma è frutto di una manipolazione grafica. Il rilievo originale è ancora oggi visibilissimo a Saqqara, nella tomba di Nefer e Kahay, risalente alla VI Dinastia: ovviamente non raffigura nessun razzo, né omini alieni.

In compenso dimostra come con un abile fotomontaggio, un racconto avventuroso ambientato in un sito indeterminato possa condizionare l’opinione pubblica; e siamo in un’epoca in cui l’informatica non aveva ancora raggiunto gli straordinari livelli di diffusione moderna. Pensate oggi con la propagazione e la velocità dello scambio di informazioni offerte dalla rete, gli straordinari risultati che permettono i programmi di fotoritocco, quanto sia più facile diffondere notizie ingannevoli!

Fonte: sito internet guardo, penso e dico wordpress.com

Antico Regno, Luce tra le ombre, Tombe

LA TOMBA DI NEFER, KAHAY E MERITITES

A cura di Ivo Prezioso

La tomba di Kahai, sua moglie Meretites, il figlio Nefer e altri membri della famiglia, particolarmente bella e ben conservata, risale alla V dinastia, fu scoperta nel 1966 ed è databile ai primi anni di regno di Niuserra (2445-2421 a.C. circa).

E’ ubicata nei pressi del muro di cinta sud del complesso piramidale di Djoser a Saqqara.

Fonte di testi e immagini: Karol Myśliwiec, Tombe della V e VI Dinastia a Saqqara, pp.312-313-314-315. Dal Volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass.

Luce tra le ombre

IL SITO DI WADI EL-JARF E IL PAPIRO DI MERER

A cura di Ivo Prezioso

Grazie agli appunti scritti da un viaggiatore inglese di inizio XIX secolo e di due piloti francesi negli anni 50 del secolo scorso, Pierre Tallet ha fatto una scoperta straordinaria. In una remota e desertica parte dell’Egitto situata a pochi chilometri dalla costa del Mar Rosso ha rinvenuto un insieme di 30 grotte, scavate in colline calcaree, ma sigillate e nascoste alla vista. Nel 2011, durante la sua prima stagione di scavo, si è reso conto che queste grotte erano servite come una sorta di deposito di barche durante la IV dinastia, vale a dire circa 4.600 anni fa.

Pierre Tallet presso l’antico porto di Ayn Soukhna sul Mar Rosso. Foto David Degner

Nel 2013 (e siamo alla terza stagione di scavo) si è imbattuto in qualcosa di stupefacente: interi rotoli di papiro, alcuni dei quali lunghi qualche metro e ancora relativamente intatti, vergati in geroglifico, oltre che in ieratico, scritti da uomini che parteciparono alla costruzione della Grande Piramide di Khufu. Tra i papiri c’era il diario di un funzionario di nome Merer che guidava un equipaggio di circa 200 uomini che viaggiava da un capo all’altro dell’Egitto raccogliendo e consegnando merci di vari tipo. In un vero e proprio giornale di bordo, redatto ad intervalli di mezza giornata, menziona di essersi fermato a Tura, una città famosa per le sue cave di calcare, caricando la sua barca con la pregiata pietra per consegnarla a Giza. In effetti, Merer fa questa segnalazione al nobile Ankhaf, noto per essere il fratellastro di Khufu ed ora sicuramente identificato come uno dei maggiori responsabili della costruzione della Grande Piramide.

Gli esperti sono entusiasti di questa scoperta. Mark Lehner, che ha lavorato per circa 40 anni alle piramidi e alla Sfinge, dichiara che è quanto di più simile ad un viaggio nel tempo che ci riporta all’epoca degli antichi costruttori. Zahi Hawass, con l’ entusiasmo talvolta un po’ roboante che lo contraddistingue, non esita a dichiarare che siamo di fronte “alla più grande scoperta in Egitto nel 21° secolo” (se non ricordo male non credo sia la prima né l’ultima volta che si sia espresso così). Lo stesso Tallet, infatti, si premura di parlare in termini più misurati. “Il secolo è appena all’inizio”.

Tallet, un uomo di bassa statura, è nato a Bordeaux l’ 8 luglio 1966, ha modi pacati e cita con grande rispetto e attenzione i contributi di altri studiosi. Predilige i luoghi remoti, lontano dal clamore dei grandi siti monumentali. << Quello che amo sono i luoghi deserti>>, afferma <<Non vorrei scavare in posti come Giza e Saqqara. Non amo molto scavare tombe. Prediligo i paesaggi naturali.>> Ed in effetti le sue convinzioni gli fanno preferire siti remoti alle località più famose. <<La maggior parte delle nuove prove si trova lì!>> L’amore di Tallet per la periferia risale agli inizi della sua carriera. E’ cresciuto a Bordeaux, figlio di un insegnante di francese nelle scuole superiori e di una professoressa di letteratura inglese. Dopo aver studiato alla École Normale Supérieure di Parigi, si è trasferito in Egitto per svolgere il servizio militare alternativo come insegnante in un liceo. E’ rimasto laggiù a lavorare presso l’Istituto Francese, dove ha mosso i suoi primi passi nell’ indagine archeologica. Inizia a setacciare in lungo e in largo il deserto libico e quello del Sinai, cercando e trovando iscrizioni rupestri egizie non ancora note. <<Amo le iscrizioni rupestri: ti offrono una pagina di storia senza la necessità di scavare>> Nel Sinai rinviene importanti prove che confermano che gli antichi egizi vi estraevano turchese e rame. Ciò si accordava perfettamente con la scoperta del porto di Ayn Soukhna che fu utilizzato già dall’Antico Regno.

La baia di Ayn Soukhna come appariva alla fine degli anni novanta del secolo scorso. Foto: Orient & Méditeranée, Ayn Soukhna

L’area non era stata riconosciuta come antico sito archeologico, finché non fu segnalato, nel 1999 dal professor Mahmud Abd el Raziq, un archeologo egiziano, che vi scoprì antichi geroglifici scolpiti delicatamente nella pietra. Da allora è cominciata l’indagine sistematica della zona ad opera di archeologi egiziani e francesi. Gli scavi sono cominciati a partire dal 2001 sotto la sovrintendenza di una missione composta da Mahmud Abd el Raziq (Universitè du Canale, Ismailia), Georges Castel (IFAO), Pierre Tallet (Université Paris-IV Sorbonne) e dal 2017 Claire Somaglino (Université Paris-IV Sorbonne). In questa località, posta sulla costa occidentale del golfo di Suez, a circa 120 Km dal Cairo, e il cui nome significa in arabo “la sorgente termale”, sono stati riportati alla luce resti di forni per la fusione del rame e la preparazione di cibi e una serie di gallerie che fungevano da ricovero per le barche. Inoltre, numerose iscrizioni geroglifiche incise sulle rocce attestano che fosse un importante porto faraonico a partire dall’Antico Regno sino alla fine della XVIII Dinastia.

Ayn Soukhna, parte retrostante di un edificio risalente all’Antico impero. Molte impronte di sigilli, che riportano i nomi dei re della IV ° e V ° dinastia, dimostrano l’antichità di questa struttura. Diverse iscrizioni sono state poste anche all’ingresso di alcune di queste gallerie: risalgono all’Antico Regno e specificano le mete e il personale di queste spedizioni. Foto: Orient & Méditeranée, Ayn Soukhna

Ayn Soukhna. Iscrizione risalente al regno di Djedkarê-Isesi posta all’ingresso della galleria G1. Foto: Orient & Méditeranée, Ayn Soukhna

Ma nel frattempo la curiosità di Tallet lo porta ben presto sessantadue miglia a sud di Ayn Soukhna. Qui, lungo la costa del mar Rosso si trova un secondo ed ancora più sperduto sito archeologico: Wadi el-Jarf. Unico punto di riferimento nelle vicinanze è il Monastero di San Paolo l’Anacoreta, un avamposto copto fondato nel V secolo d.C. nei pressi della grotta che fu abitata dall’eremita.

La posizione geografica dei due porti dell’Antico Regno di Ayn Soukhna e Wadi el-Jarf

L’area è praticamente “nel mezzo del nulla” e probabilmente per questo è riuscita a schivare l’attenzione sia degli archeologi, sia dei saccheggiatori. Tra le poche persone a notare il sito ci fu un esploratore britannico John Gardner Wilkinson, che nel 1823 lo descrisse nei suoi appunti di viaggio: “Vicino alle rovine c’è un piccolo poggio con 18 camere scavate e accanto, forse, molte altre il cui ingresso non è più visibile. Entrammo in quelle dove gli ingressi erano meno ostruiti dalla sabbia e dalle rocce crollate e trovammo che erano catacombe; sono ben tagliate e variano da circa 80 a 24 piedi per 5; la loro altezza varia da 6 a 8 piedi”. Probabilmente, avendo associato l’area al monastero, Wilkinson dedusse che il complesso di gallerie non fosse altro che una serie di catacombe. Evidentemente, la descrizione di questa serie di camere accuratamente scavate nella roccia, fa scattare l’intuizione di Tallet: gli ricorda troppo da vicino le gallerie per il ricovero delle barche che è intento a scavare ad Ayn Soukhna e riecheggiano anche quelle di un altro porto antico, Mersa Gawasis scavato da Kathryn A. Bard dell’Univerità di Boston e da Rodolfo Fattovich dell’Università L’Orientale di Napoli. Inoltre, due piloti francesi a metà degli anni 50 avevano notato il sito, ma senza associarlo ad un porto.

Resti della struttura portuale sul Mar Rosso e dei depositi di ancoraggio, nei pressi di Wadi el-Jarf. Foto: Pierre Tallet

Tallet riesce a rintracciarne uno e usando i suoi appunti , la descrizione di Wilkinson e la tecnologia GPS recupera la posizione. Dopo due anni di lavoro, lui e la sua missione, iniziano a liberare un piccolo passaggio all’ingresso delle gallerie delle barche, tra due grossi blocchi di pietra che erano stati usati per sigillare gli ingressi. Qui hanno ritrovato interi rotoli di papiro, incluso il diario di Merer.

Wadi el-Jarf. Localizzazione dei principali depositi di papiri all’entrata delle gallerie G1 e G2
Foto G. Marouard

<<Gli antichi>>, dichiara Tallet, <<buttarono dentro tutti i rotoli di papiro, alcuni dei quali ancora legati con una corda, probabilmente mentre chiudevano il sito>>.

A sinistra: Wadi el-Jarf, un’ancora in pietra. Foto Pierre Tallet. A destra: busto del Principe e Visir Ankhhaf, nonchè fratellastro del faraone Khufu. Museum of Fine Arts of Boston.

DESCRIZIONE DEL SITO

Wadi el-Jarf è posizionata a 35 miglia dalle montagne del Sinai che costituivano un vero e proprio distretto minerario per l’ Antico Egitto. Nel porto, Pierre Tallet e il suo team hanno individuato un antico molo in pietra a forma di L, lungo oltre 180 metri, che fu costruito per consentire un riparo sicuro alle imbarcazioni. Dal sito sono state recuperate circa 130 ancore, quasi il quadruplo di quelle fino ad allora trovate. Sono state, inoltre, individuate una trentina di gallerie scavate nel fianco della montagna per il rimessaggio (di lunghezza variabile da 15 a oltre 30 metri), contro le 10 rinvenute ad Ayn Soukhna. Si tratta quindi di una struttura veramente imponente soprattutto considerando che è stata realizzata ben 4.600 anni fa. Eppure Tallet e i suoi colleghi raccolgono prove che indicano, senza ombra di dubbio, che fu utilizzata per breve tempo. Il porto fu attivo all’inizio dell’Antico Regno, ma in particolare sotto il regno di Khufu (Cheope).

Le coste del Sinai viste da Wadi el-Jarf durante una giornata particolarmente limpida. (Missione archeologica a Wadi el-Jarf: G. Marouard)

Appare subito chiaro, nel corso dello scavo, che era stato di fondamentale importanza nel colossale progetto costruttivo della Grande Piramide: gli egizi avevano bisogno di enormi quantitativi di rame, il metallo più duro allora disponibile per la realizzazioni di utensili impiegati nell’estrazione dei blocchi di calcare e la principale fonte di rame erano le miniere del Sinai che si trovavano proprio di fronte a Wadi el-Jarf. Il sito fu poi abbandonato in favore di Ayn Soukhna probabilmente per motivi logistici. Questa località distava infatti solo 120 Km. dalla capitale e, sebbene el-Jarf fosse più vicina al distretto minerario sinaitico, richiedeva un viaggio considerevolmente più lungo per raggiungerla.

Gli scavi di Ayn Soukhna hanno portato alla luce abitazioni, un’officina del rame, resti di navi e iscrizioni su pietra. Una di queste cita un “ispettore dei falegnami”, vestigia di un porto trafficato migliaia di anni fa. Alexander Stille; Photographs by David Degner

Dopo aver visitato la località, Mark Lehner, l’egittologo americano, è rimasto come folgorato dai collegamenti che lo associavano a Giza: << la possanza e la purezza del sito è così Khufu>> ha dichiarato <<la dimensione, l’ambizione e la sua raffinatezza; queste gallerie scavate nella roccia grandi come i garage per treni Amtrak (uno dei treni americani per eccellenza), questi enormi martelli di diorite nera e dura che vi sono stati trovati, la vastità del porto, la scrittura chiara e ordinata dei geroglifici dei papiri, che sembrano fogli di calcolo Excel dell’antichità: tutto ha la chiarezza, lo splendore, la grandiosità e l’eleganza delle piramidi, tutte le caratteristiche di Cheope e dell’inizio della IV Dinastia>>.

Carta che illustra le localizzazione di Wadiel-Jarf e dello Wadi Araba (D.Laisney, IFAO) e una veduta dello wadi Araba (foto Y Tristant)

Tallet, è convinto che porti come Wadi el-Jarf e Ayn Soukhna servissero soprattutto da snodi di approvvigionamento. Verosimilmente, a causa della scarsità di fonti di cibo nel Sinai, Merer e altri sovrintendenti avevano la responsabilità di fornire derrate alimentari, provenienti dalle ricche terre lungo il Nilo, alle migliaia di uomini impegnati nelle miniere per l’estrazione di rame e turchese. Con tutta probabilità le operazioni portuali avvenivano solo durante la primavera e l’estate, quando si poteva essere ragionevolmente certi che il mar Rosso si mantenesse relativamente calmo. Al termine della stagione operativa, trascinavano le imbarcazioni fino alla parete rocciosa dove venivano poste al riparo nelle gallerie fino alla primavera successiva.

Accampamento dell’Antico Regno (IV Dinastia) nella parte settentrionale del Wadi Araba (foto Y. Tristant)

Appare, quindi, inequivocabile l’enorme ruolo che ha ricoperto nel suo relativamente breve periodo di utilizzo. Situato sulla costa occidentale del golfo di Suez, a circa 100 chilometri a sud di Ayn Soukhna, (l’altro punto di ancoraggio faraonico sul mar Rosso), fu, come oramai sembra accertato, il porto di elezione, durante il regno di Cheope, per raggiungere le miniere di turchese e rame nel sud-ovest del Sinai. E’ ubicato di fronte ad un punto di sbarco contemporaneo identificato recentemente a El-Markha, sulla riva orientale del Golfo, separato da un braccio di mare largo meno di 50 chilometri. Ad ovest si collega alla valle di Nilo, all’incirca alla latitudine di Meidum (ove fu edificata la prima piramide di Snefru, il fondatore della IV Dinastia), attraverso un reticolo di piste che attraversano il Wadi Araba. Una delle ragioni principali della scelta di questo particolare punto del litorale fu senza dubbio la presenza di una importante fonte d’acqua dolce (oggi inclusa nel monastero di San Paolo, a circa 10 chilometri dal sito), che permetteva di rifornire le spedizioni che vi transitavano. Le vestigia, si estendono per 6 Km. da est ad ovest, dal primo contrafforte montuoso del deserto orientale alle rive del mar Rosso.

Mappa completa delle spedizioni reali e dei possibili sentieri che portano ai siti di estrazione del rame e del turchese del Sinai meridionale durante l’Antico Regno. Mappa G. Marouard, immagini satellitari © Google Earth.

Ritengo utile fornire una descrizione del contesto archeologico in cui sono stati rinvenuti gli straordinari frammenti di papiro al fine di chiarire e collegare tra loro i vari aspetti di una struttura che ha rivestito un ruolo di fondamentale importanza nel grandioso progetto concepito da Cheope. Saranno così di volta in volta descritte le diverse strutture, fino ad occuparci del contenuto del materiale papiraceo.

LE STRUTTURE

Le vestigia più occidentali del sito presentano un sistema di gallerie-deposito simile a quelli rinvenuti poco tempo prima negli altri due porti, ad oggi noti, di Ayn Soukhna e Mersa Gawasis. Si tratta di circa una trentina di gallerie, delle quali diciassette dislocate attorno ad una piccola sporgenza rocciosa, altre nove sul fianco orientale di un piccolo wadi che corre in direzione nord-sud. 

Immagine n. 1: Schema della posizione delle diverse installazioni del sito (D.Lainsney)
Immagine n. 2: Mappa della zona delle gallerie (D. Laisney)

Sono lunghe mediamente 20 m., larghe 3 m. e alte 2,5 m., ma alcune, come le gallerie G1 e G20, raggiungono 34 m. di lunghezza. Ai loro ingressi è sempre presente un sistema di chiusura elaborato: l’accesso alla galleria è stato spesso rimpicciolito dall’installazione di una lastra di calcare su uno dei suoi lati, prima della sigillatura ermetica costituita da una serie di grandi blocchi. (Immagine N. 3).

Immagine n. 3: Le gallerie G1 e G2, dopo lo scavo mostrano il loro sistema di chiusura (Credit: Pierre Tallet, BSFE N. 188, Febbraio 2014)

Questa parte del sito era riservata allo stoccaggio di materiali (parti delle imbarcazioni e attrezzi) e dei prodotti di prima necessità indispensabili per le spedizioni. Grossi vasi destinati a contenere acqua venivano realizzati nelle vicinanze prima di essere immagazzinati: due forni da vasaio utilizzati per la loro cottura sono stati scoperti sotto le gallerie da G3 a G6. Un centinaio di metri più a est, sulle ultime collinette calcaree che si affacciano sulla vasta pianura costiera che costeggia il Mar Rosso in questo punto, si trovano le aree previste per le abitazioni e probabilmente per l’ amministrazione. Un grande gruppo di strutture si distingue particolarmente e mostra almeno due grandi fasi successive di insediamento, entrambe datate agli inizi dell’Antico Regno, come dimostra il materiale ceramico osservato sulla superficie. A metà strada tra l’insediamento e la costa, nel cuore della piana litoranea, si rileva la presenza di un ampio edificio rettangolare in pietra a secco, molto insabbiato, che misura 60×30 metri ed è suddiviso internamente in tredici lunghi spazi trasversali. La funzione precisa di questa costruzione, la più grande d’epoca faraonica finora scoperta lungo il litorale del mar Rosso, è ancora da definire. 

Immagine n. 4: La costruzione intermedia vista da nord (Zona 5), dopo il completamento dello scavo. (Credit: Pierre Tallet)

Sulla costa si trova un ultimo insieme di strutture portuali. Con la bassa marea, si può vedere un pontile a forma di L, che è per lo più sommerso, ma la cui estremità del ramo est-ovest si adagia sulla riva.

Immagine n. 5: Il molo con la bassa marea (foto G. Marouard)

Questo pontile si prolunga sotto il livello dell’acqua in direzione ovest-est per una lunghezza di circa 160 metri. Si inclina successivamente, seguendo un tracciato meno regolare, verso sud-est per altri 120 metri circa. Nella sua parte emersa, si può osservare un assemblaggio piuttosto regolare di grandi blocchi e ciottoli, che assicurava la protezione di una vasta area di ormeggio artificiale estesa per più di 2,5 ettari. 

Immagine n. 6: Pianta del molo (D.Laisnay, G.Marouard, P.Tallet)

Una esplorazione sottomarina ha permesso di confermare la destinazione portuale di questa struttura: almeno 21 ancore in calcare sono state scoperte in situ, in una posizione riparata a sud del ramo est-ovest del molo. Anche diversi grandi vasi di stoccaggio, di produzione locale, fanno parte del materiale archeologico rinvenuto sott’acqua.

Dopo il primo sopralluogo, effettuato nel 2011, che ha permesso di tracciare il piano topografico di tutte le componenti del sito, successivamente lo scavo si è concentrato in particolare su due settori: il complesso gallerie-deposito e le installazioni della zona costiera.

LA ZONA COSTIERA

Le indagini delle strutture portuali si sono concentrate, nel 2013-2014, su un’area situata a circa 200 metri dalla costa. In questo settore erano visibili in superficie numerose tracce di muratura, la cui funzione non era chiara, e un’ancora di imbarcazione. Lo scavo sistematico, operato su una superficie di circa 1000 mq. ha fornito prove di due occupazione successive, non necessariamente lontane nel tempo ed entrambe databili all’inizio dell’Antico Regno.

La più antica è riconducibile a due grandi strutture in pietra, lunghe 30 metri e larghe da 8 a 12 metri e presenta cellule disposte a pettine. Le due installazioni sono state costruite contemporaneamente, e l’una parallela all’altra, lungo l’asse nord-sud, con la parte posteriore rivolta a nord al fine di proteggere gli spazi interni dai venti prevalenti e dal rischio di insabbiamento. La loro pianta generale è tipica dei depositi, conosciuti attraverso le spedizioni, degli inizi dell’Antico Regno. (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Pianta delle strutture a pettine della zona portuale (D.Laisney, G. Marouard, P. Tallet)

Erano originariamente dotati di una copertura realizzata con materiali leggeri, sostenuta da pali di legno il cui ancoraggio al suolo è stato messo in evidenza durante lo scavo. Nello spazio vuoto tra le due strutture è stato rinvenuto un deposito di ben 99 ancore di pietra per imbarcazioni: erano state accuratamente conservate lì durante la fase finale dell’occupazione dei due depositi (Immagine n. 2).

Immagine n. 2 Il deposito di ancore tra i due edifici (Foto G. Marouard)

Alcune di queste ancore, dalla forma estremamente varia, erano ancora dotate delle funi che le tenevano in posizione. Molte di loro recano ancora i segni, vergati con inchiostro nero o rosso, che fanno, con tutta probabilità, riferimento al nome dell’imbarcazione a cui erano destinate o, magari alla squadra che ne era responsabile (Immagine n. 3). 

Immagine n. 3 Dettaglio di un’àncora. E’ ancora parzialmente visibile alla sua base la corda servita per attaccarla. (Bulletin de la société française d’égyptologie,BSFE).

Sempre all’inizio dell’Antico Regno, ma dopo una fase di insabbiamento che provocò la quasi totale scomparsa dei depositi, fu realizzata una più modesta struttura rettangolare a sud-est dell’area, utilizzando blocchi di pietra prelevati dalle costruzioni precedenti. A questa seconda fase si deve la realizzazione di diverse installazioni leggere del tipo a “fondo di capanna” nella parte nord-orientale del settore ed una significativa attività di panificazione. Due sepolture, contenenti ossa di più individui, possono essere associate a quest’ultimo periodo di occupazione del sito che precede il definitivo abbandono della zona portuale di Wadi el-Jarf. Può darsi, ma è solo un ipotesi, che si tratti di membri di una spedizione deceduti nel corso delle operazioni e i cui resti sono stati portati lì per essere inumati.

Durante la campagna del 2015 si provvide ad effettuare un ampio sgombero dell’intera parte emersa del molo frangiflutti, operazione resa difficile dai fenomeni di marea che spesso ostacolavano lo scavo del tratto più vicino alla riva (Immagine n. 4). 

Immagine n. 4 Parte del molo di Wadi el-Jarf (missione fotografica Wadi el-Jarf)

Tuttavia, la struttura è stata identificata per tutta la sua lunghezza di circa 40 m, portando la lunghezza totale della sua sezione est-ovest a 205 m (circa 390 cubiti), aggiungendo i 165 m sommersi già mappati. Sulla spiaggia, la larghezza conservata della struttura varia notevolmente da 1,70 m a 6,50 m. In tutta la metà occidentale, protetta da un forte insabbiamento, sia la faccia esterna – nord, che quella interna – sud, si sono ben conservate e il molo presenta una larghezza omogenea da 5,75 metri a 6,25 metri (circa 11 o 12 cubiti). La facciata esterna è stata trovata in uno stato di conservazione eccezionale, rivelando una cura particolare nella costruzione e una disposizione tanto originale quanto inaspettata. I grandi ciottoli calcarei che compongono il molo sono disposti in modo ordinato e molto regolare. Il cuore del molo, invece, è costituito da un riempimento operato con pietre più piccole, ma estremamente solido, che è stato visibilmente compattato e cementato con un legante di argilla giallastra. L’osservazione dei blocchi ha rivelato una realizzazione tecnicamente avanzata nelle sezioni contigue (di circa 5,50 – 6,00 metri di lunghezza) i cui angoli sono stati sistematicamente assemblati con blocchi più grandi e incatenati. Ognuna di queste sezioni (ne sono state identificate almeno 5) ha una faccia che non è diritta, ma molto chiaramente concava, che è stata deliberatamente prodotta dai costruttori, senza dubbio per accentuare la resistenza di questa parte del molo, più esposta alle forti correnti litorali provenienti dal nord e ai ripetuti attacchi del moto ondoso (Immagine n. 5).

Immagine n. 5 Dettaglio della costruzione del molo (missione fotografica Wadi el-Jarf)

Indagini 2019

Le installazioni di fronte al molo (zona 6) sono state oggetto di studi supplementari all’inizio della campagna 2019 (dal 10 marzo al 30 marzo). L’area immediatamente a sud degli accampamenti è stata ripulita su una superficie di più di 200 mq , rivelando una zona di cottura dei cibi molto ampia e i resti di una ventina di focolari, talvolta delimitati da blocchi di pietra, i cui pavimenti sono costituiti da frammenti ceramici di grandi vasi di fabbricazione locale. Sono stati rimossi anche tutti i pavimenti in argilla delle stanze dell’edificio meridionale, al fine di verificare l’eventuale presenza di tracce di una precedente occupazione, come nella zona 5. Il test è risultato negativo e sembra confermare che il primo insediamento in questa parte del sito è effettivamente contemporaneo al regno di Cheope, del quale era stato rinvenuto un gran numero di sigilli nei pavimenti dell’edificio settentrionale. Ulteriori indagini sono state effettuate anche sulla costa, in linea con la parte meridionale del bacino artificiale delimitato dal molo. In questo punto, la presenza di una sporgenza sabbiosa, chiaramente di origine antropica, era stata notata fin dall’inizio dei lavori nel sito. Corrisponde palesemente ad una zona di depressione, immediatamente a sud del porto, costituita dallo sbocco verso il mare di un grande wadi che attraversa questa piana costiera. In questo punto, sono stati trovati due allineamenti paralleli di pietre, orientati da ovest a est. Sono ancorati alla riva e si estendono nel mare, dove sono ben visibili con la bassa marea. Probabilmente non corrispondono alla costruzione di un molo o di una rampa, come si era pensato inizialmente, ma alla delimitazione di un canale realizzata per proteggerlo dall’insabbiamento. In tal modo, la zona di depressione poteva essere utilizzata come zona di assemblaggio delle barche, in cui sarebbe stato sufficiente far penetrare il mare, con l’alta marea, per facilitare il loro galleggiamento. Questa ipotesi dovrà essere verificata in seguito, in particolare con una politica di scandaglio sistematico del cumulo di sabbia che è l’elemento più visibile di questo impianto.

Indagini 2020

E’ stato ancora una volta sgomberato l’eccezionale deposito di 99 ancore identificato nel 2013. Questa operazione aveva lo scopo di migliorare la copertura fotografica realizzata durante la sua scoperta iniziale, ma è stata anche l’occasione per effettuare una registrazione più sistematica dei segni che erano incisi su queste ancore dalle squadre che le avevano immagazzinate lì, controllando sistematicamente i lati nascosti di questi oggetti. Il totale di queste iscrizioni potrebbe così essere portato, al termine della campagna, a un insieme di 70 documenti, 32 “segni rossi”, che fanno riferimento al nome delle barche a cui appartenevano le ancore, nonché alle squadre ad esse associate, e 38 “segni neri” – tracciati per la maggior parte per mezzo di un pezzo di carboncino – che identificano phyla (squadre) e sezioni di queste stesse squadre (Immagine n. 4) Questo corpus permette così di ottenere un’immagine dell’ultima flotta di Cheope che frequentava il luogo, prima della chiusura definitiva di questi edifici in riva al mare, e di ricostruire, a grandi linee, le strutture ad albero di queste squadre (Immagine n. 6).

Immagine n. 6. Ancora per imbarcazione su cui è ancora visibile il nome della squadra “Dwa Wadjet” (Bulletin archéologique des Écoles françaises à l’étranger, BAEFE)

IL COMPLESSO DELLE GALLERIE DEPOSITO

Il complesso di gallerie fu scavato a circa 7 km dalla battigia. Furono utilizzate come deposito per portare al riparo imbarcazioni, o loro parti smontate, e per conservare attrezzature, cibo, acqua e i materiali in attesa di essere spediti. Siccome il porto veniva utilizzato solo in alcuni periodi, gli ingressi delle gallerie venivano sigillati utilizzando blocchi di calcare pesanti fino a diverse tonnellate. Spesso erano così accuratamente posizionati che per liberare l’accesso bisognava agire di mazza e scalpello per aprirsi un varco di accesso attraverso l’ostruzione creata per proteggere il contenuto delle gallerie. Per di più, alfine di tutelarlo anche dall’umidità si provvedeva alla sigillatura con malta di argilla, dopodiché i blocchi venivano contrassegnati con inchiostro rosso. Per facilitare la riapertura delle gallerie fu escogitato un sistema che permetteva un notevole risparmio di tempo e fatica: tramite un congegno basato su binari di legno, del quale sono ancora visibili le tracce, diventava possibile far scorrere i blocchi, liberando l’ingresso (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Il sistema di chiusura e le marcature sui blocchi all’ingresso delle gallerie G5–G6 (Foto G. Marouard, disegni P. Tallet)

L’area delle gallerie deposito è stata oggetto di indagini molto intense. Al termine di tre campagne di scavo, tredici di queste, su un totale di circa trenta, sono state liberate. All’interno di tre gallerie era ancora visibile in superficie un grande deposito di grosse giare che erano probabilmente servite da contenitori per l’acqua da approvvigionare durante le spedizioni (Immagine 2). 

Immagine n. 2 Una delle gallerie in cui erano presenti depositi di giare in frantumi. (Pierre Tallet)

Presentavano sistematicamente un’iscrizione con inchiostro rosso, impressa prima della cottura, che ne indicava la destinazione. Questa dicitura designa invariabilmente una squadra che ha operato sul posto. Per esempio quella dei “rḫw bjkwy nbw” (i conoscenti del doppio Horus d’oro), che prende il suo nome da uno degli elementi della titolatura di Cheope (Immagine n. 3). 

Immagine n. 3 Giare di stoccaggio con le iscrizioni che menzionano la squadra operante sul sito. Le scritte, in un geroglifico molto “corsivo”, per il frammento superiore si leggono “rḫw bjkwy nbw” (i conoscenti del Doppio Horus d’oro) e “wr m3j” (Grande Leone o Grande è il Leone). Quello inferiore fa riferimento ad una squadra di lavoratori la cui lettura potrebbe essere “m3-wrrt “[di Cheope]”, ma il cui significato non è ancora stato chiarito. (P.Tallet, G. Marouard).

Alcune delle giare erano state addirittura prodotte in loco, e sottoposte a cottura nei forni trovati nei pressi della galleria G6. I vasi venivano prodotti in grandi quantità; la loro presenza è attestata, infatti, nel porto di Ayn Sukhna e numerosi frammenti sono stati ritrovati anche presso la fortezza di Tell Ras Budran, laddove approdavano le spedizioni verso il Sinai (Immagine n. 4). 

Immagine n. 4 I forni di cottura per la ceramica rinvenuti nei pressi della galleria G6 (Foto G. Marouard)

Le altre gallerie sgombrate sembrano essere state impiegate per la conservazione di elementi di imbarcazioni. Resta così poco di questi natanti smontati che è presumibile che siano stati recuperati quasi integralmente dagli stessi Egizi prima del definitivo abbandono del sito. Tuttavia, la presenza di alcune centinaia di frammenti di legno, tenoni, parti di remi, pezzi di raccordo e cordame lasciano pochi dubbi sulla loro presenza nelle gallerie in un dato momento della storia del sito.

Lo scavo sistematico delle discese che conducono all’ingresso delle gallerie di stoccaggio (in particolare quelle delle gallerie G1-G2 e da G3 a G6) ha fornito molteplici informazioni sulle diverse fasi di utilizzo del sito. I prodotti di scavo, furono in parte utilizzati per livellare il pendio naturale che conduceva agli ingressi. Su questo terrazzamento si riscontrano livelli di occupazione, contemporanei all’utilizzo delle gallerie, consistenti in focolari e accumuli di cenere. Siccome, la chiusura delle gallerie imponeva un grosso impegno lavorativo, si pensò di utilizzare grossi blocchi di calcare del peso di diverse tonnellate per erigere una barriera davanti agli ingressi, facendoli scivolare su una rampa di accesso lungo l’asse di ciascuna galleria. Nella fase finale tutte le gallerie furono sigillate con un grosso tassello di calcare spinto davanti a ciascun ingresso a mo’ di saracinesca e rendendo la sigillatura ermetica grazie all’impiego di una malta d’argilla nelle giunture. Sulla maggior parte di questi grossi blocchi si riscontrano numerosi marchi di controllo, databili al regno di Cheope. La formula più rimarchevole, ritrovata su almeno cinque blocchi menziona una squadra il cui nome fa riferimento a quello del re; “šmsw jn ẖnm-ḫw⸗f-wj nṯrtj⸗s”, che molto prudenzialmente si può tentare di tradurre come: [la squadra della] scorta di Khnum Khufu porta le sue Due Dee (Immagine n. 5).

Immagine n. 5 Marchio di controllo rinvenuto su uno dei blocchi all’ingresso della galleria G6. che menziona la squadra “la scorta di Khnum Khufu porta le sue Due Dee”* Notare come nel cartiglio è iscritto il nome completo di Cheope “ḫnmw ḫ f w” (per convenzione si legge Khnum Khufu, il cui significato è Khnum mi protegge).
*altra traduzione possibile, chiarisce Pierre Tallet, è “le sue Due Signore”

LA CAMPAGNA 2019

Dal 12 marzo al 18 aprile 2019 è proseguito lo scavo del sistema di gallerie-deposito del settore 4 (G18-G28), avviato nel 2017. Il complesso si sviluppa a sud dei settori 1 (gallerie G3-G6 e G7-G17), 2 (G1-G2 e G13-G16) e 3 (G8-G12) ed è costituito da 11 gallerie di cui una doppia (G28). (Immagine n. 1). 

Immagine n. 1 Pianta delle gallerie (D.Laisney)

Sono state costruite nel pendio di un substrato roccioso che costeggia a est il fondo del wadi. Per ispezionarle è stata sgombrata un’area di circa 560 mq. al fine di analizzare le varie fasi sviluppo di questi depositi: scavo, utilizzo e chiusura. (Immagine 2). 

Immagine n. 2 Veduta d’insieme delle gallerie-deposito G24-28 guardando verso nord (Credits: Mission Archéologique du uadi el-Jarf 17132_2019). E’ perfettamente ravvisabile il letto disseccato del wadi e la sponda rocciosa in cui è stata scavato qesto settore delle gallerie-deposito

Nel breve tempo disponibile si è proceduto alla misurazione e ad un sommario rilevamento del contenuto interno che riassumo in breve. La galleria G24, quella più a sud dell’area di scavo, è lunga 26 m. e larga all’ingresso 2,30 m. L’interno presenta uno spesso strato accumulatosi per lo sgretolamento del soffitto e delle pareti e per i depositi dovuti alle esondazioni del wadi. Conteneva grandi quantità di cocci ceramici e frammenti di tessuto (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Entrata della galleria G24 con il suo contenuto di frammenti di giare di ceramica (Credits: Mission Archéologique du uadi el-Jarf 17132_2019)

Nella galleria G25, lunga 28 m. e larga 3 m. all’ingresso, erano sparsi diversi pezzi di legno, ceramica importata e di produzione locale, frammenti di stoffa e corda ed una rete. La G26 misura 28 m. di lunghezza per 3 m. di larghezza d’accesso: ha restituito sette lunghi pezzi di imbarcazione mentre numerosi elementi più piccoli erano stati abbandonati su entrambi i lati della scala di accesso. Molte assi sono dotate di mortase, alcune delle quali accuratamente lavorate. Una delle mortase presenta ancora la sostanza utilizzata (resina?) per calafatare i diversi elementi del natante. La maggioranza degli elementi più grandi conserva tracce di pigmenti rossi o iscrizioni e segni che potrebbero riferirsi a indicazioni tecniche per lo smontaggio ed il rimontaggio dell’imbarcazione. Il contenuto della galleria G27, 30 x 3,30 metri, consiste ancora in frammenti lignei in uno stato di conservazione più o meno buono, nonché cocci di ceramica di produzione locale e giare di stoccaggio alcune delle quali contrassegnate (Immagine n. 4).

Immagine n. 4 Veduta d’assieme degli ingressi alle gallerie G27 e G28 (Credits: Mission archéologique du ouadi el-Jarf 17132_2019)

Infine della G28 è stato liberato, in questa sessione di scavo, solo l’ingresso principale del sistema (si tratta di una galleria doppia). La parte esplorata presenta al suo interno materiale nautico similmente a G25 e G26, vale a dire diverse parti di imbarcazioni in legno di cedro e tamerice, alcune delle quali recanti marcature dipinte in rosso. Erano sparse sui gradini di accesso e ricoperte da uno spesso strato di stoffa.

Sempre durante la campagna del 2019 si è condotto un esperimento al fine di comprendere come venisse manipolato e trasportato un blocco calcareo di quel tipo. Per poter esaminare e valutare i mezzi necessari si è deciso di spostare un blocco, estratto nel 2018, dalla cava al sito, vale a dire per una distanza di circa 400 metri su un dislivello negativo di 40 metri. Il blocco, poco più di un metro cubo, aveva un peso di circa 2,5 tonnellate ed il trasporto è stato effettuato in tre giorni. Per iniziare, si è supposto che il blocco potesse essere semplicemente trascinato sul suolo, preparato in modo da rimuovere le maggiori asperità, con l’aiuto di assi e spargendo sabbia. Per evitare che gli spigoli affondassero nel terreno sono stati leggermente arrotondati. Il primo tentativo, fallito, è stato effettuato impiegando quattro persone e una grande corda di canapa. Si è aumentato mano a mano il numero di braccia, sino a raggiungere l’impiego di 32 operai. In queste condizioni si è riusciti a spostare il blocco solo di qualche metro, finché ci si è resi conto che per migliorare la performance la posizione della corda assumeva un rilievo decisamente importante. Appariva chiaro che se era posizionata troppo in alto il blocco tendeva a sollevare la parte retrostante creando un forte attrito sugli assi di legno e non permettendo più l’avanzamento. Si è quindi optato per uno scorrimento legno contro legno inframmezzato da un velo di sabbia. In pratica il blocco è stato caricato su una specie di slitta di legno leggero sostenuta da due traverse. Con la corda ancora legata intorno al blocco è ripreso il test ed il sistema si è rivelato molto più efficiente: lo spostamento è avvenuto utilizzando solo 20 persone. L’utilizzo di leve di legno azionate sul retro del blocco si è rivelato indispensabile per fornire l’impulso iniziale alla partenza e mantenerlo in posizione corretta. Non essendo continua la trazione, ma a scatti successivi, lo sforzo di ogni individuo doveva essere perfettamente sincronizzato, per ottenere la massima efficienza (Immagine n. 5).

Immagine n. 5 L’esperimento di spostamento di un blocco di calcare effettuato nel 2019 nel sito.(Credits: Mission archéologique du ouadi el-Jarf. 17132_2019)

LA CAMPAGNA 2020

Il lavoro sulle gallerie G18-G28 è proseguito durante tutta questa campagna. Si è potuto effettuare un rilevamento dei marchi di controllo che furono apposti sui blocchi di chiusura dei depositi dalle squadre che vi operarono e una revisione generale dell’abbondante epigrafia proveniente, in particolare, dai vasi che vi erano contenuti. L’assieme dimostra che anche questo secondo gruppo di gallerie ha conosciuto diversi periodi di occupazione successivi, da parte di diverse squadre di lavoratori, la cui presenza, molto probabilmente, va dalla seconda metà del regno di Snefru alla fine di quella del suo successore Cheope.

Veduta aerea del sistema di gallerie deposito di Wadi el-Jarf (©IFAO Mission Archèologique di Ouadi el-Jarf)

Durante questa campagna sono state liberate, almeno parzialmente quattro gallerie: G24, G26, G28A e G28B. Lo scavo dei primi 10 metri della galleria G24, dimostra che contiene esclusivamente le grosse giare di stoccaggio prodotte in loco e destinate per lo più ad assicurare le riserve d’acqua alle missioni inviate sul postoIl contenuto sembra simile per densità a quello osservato nelle gallerie adiacenti G22 e G23.

Interno della galleria G23 con i suoi depositi di giare (© Pierre Tallet)

Anche una metà della galleria G26 è stata scavata. Contrariamente agli abbondanti depositi di legno e corde provenienti da imbarcazioni che vi erano stati rinvenuti e che nel marzo precedente sembravano promettere ulteriori scoperte, in realtà si sono rivelate assai povere di contenuti: solo alcuni vasi frantumati giacevano sparsi al suolo. Il completamento dell’esplorazione, non essendo stato giudicato prioritario, è stato rinviato a campagne successive, magari avvalendosi di risorse umane meno limitate rispetto a questa spedizione. Pertanto, una cospicua parte del lavoro è stata investita nello scavo della galleria doppia G28A-G28B, posta all’estremità settentrionale del wadi dove è dislocato questo gruppo di magazzini. E’ stata liberata una metà della galleria G28A (il cui scavo era stato preparato già dal mese di marzo dell’anno precedente) da gran parte delle colluvie che la invadevano per un’altezza di 1,50 metri. Anch’essa contiene, per lo più, grosse giare di fabbricazione locale. Il materiale è misto: riunisce esemplari di questi recipienti, attribuibili a diverse produzioni successive, alcuni dei quali contrassegnati col nome della squadra wr m3j 😊 “Grande è il leone” oppure “Il grande leone”), che si stima essere la prima ad essere stata presente sul sito, altri recano la denominazione m3 wrrt 😊 l’ureo è la prua) che, viceversa, sembrerebbe essere stata l’ultima ad occupare i luoghi.

Gallerie G15-G16. E’ chiaramente visibile il pozzo di scavo (al centro) di una nuova galleria rimasta incompiuta. (Foto Mission Ouadi el-Jarf)

La galleria G28B ha restituito una gran quantità di materiali, ben più omogenei, simili a quelli recuperati, nel 2012, in G15B. I vasi sono stati palesemente utilizzati a lungo e presentano moltissime iscrizioni realizzate a carboncino oppure impresse nella ceramica (disegni e geroglifici) che sono, indubitabilmente, marchi di proprietà. L’esplorazione completa di questo magazzino, che si spera di portare a buon fine nel corso della campagna successiva, dovrebbe così restituire il più importante lotto di iscrizioni corrispondenti a questa antica fase di occupazione.

Studio dei forni per la ceramica della IV Dinastia

Forno 3052 per la cottura di ceramica (Foto Mission Ouadi el-Jarf)

Sulla riva nord del wadi che circonda le gallerie G1-G17, numerosi elementi rinvenuti in superficie già dalla prima campagna di scavi lasciavano supporre la presenza di forni destinati alla cottura della produzione locale di ceramiche. Due sondaggi hanno permesso di portare alla luce due forni in cavità protette sia da improvvise inondazioni sia dai venti dominanti provenienti dal nord. Le due strutture (denominate 3047 e 3052) si sono conservate al livello della camera inferiore di riscaldamento e presentano caratteristiche particolari (camera di riscaldamento ricavata nello strato roccioso inferiore, involucro dell’infrastruttura realizzato con blocchi di calcare) che furono già evidenziate nei due forni (1022-1030) rinvenuti nel 2012 sotto le gallerie G7-G17. Questi due nuovi esemplari presentano, però, dimensioni sensibilmente differenti. Il più piccolo (3047) a est, misura 2,60×1,80 metri, mentre il maggiore (3052) è circa 4 metri di lunghezza per 2,60 metri di larghezza, con la camera di riscaldamento inferiore avente un diametro di circa 2 metri.

L’interno della galleria G8 (© Pierre Tallet)

Questo forno, di conseguenza, sembra essere stato utilizzato per la cottura di grandi vasi di stoccaggio, mentre il minore, presumibilmente, era destinato a quella delle ceramiche più pregiate di produzione locale. In entrambi i casi si è fatto uso di mattoni crudi nella camera inferiore e la natura degli strati di riempimento esaminati sembra confermare l’uso di questo materiale di costruzione anche per la parte superiore del forno. Gli scarti della produzione ceramica furono gettati direttamente a lato della zona di riscaldamento. Ciò ha permesso di recuperare numerosi frammenti di ceramiche locali che presentano diversi gradi di cottura e un volume rilevante di frammenti di grossi contenitori ovoidali in argilla alluvionale così gravemente bruciati da ritenere che siano stati utilizzati per allestire la copertura termica superiore del forno durante le fasi di cottura.

I PAPIRI

Ritorniamo indietro di qualche anno e precisamente alla campagna di scavo del 2013 allorquando, procedendo nello sgombero dell’accesso alle gallerie G1-G2, la spedizione scoprì una documentazione tanto inaspettata quanto eccezionale: un cospicuo lotto di papiri risalente alla fine del regno di Cheope (Immagine n. 1). 

Immagine n. 1 Pianta delle gallerie G1-G2 (© G. Castel, D. Laisney, Bullettin de la Société Française d’Égiptologie, n. 188 Febbraio 2014)

Si tratta dei più antichi papiri con iscrizioni, mai rinvenuti sino ad oggi in Egitto*. Alcuni di essi, i più frammentari, erano sparsi su una grande superficie alla sommità dei blocchi che formavano la discesa alla galleria G2. Il lotto più numeroso e meglio conservato si trovava nell’argine di uno spazio angusto lasciato libero tra i blocchi di chiusura della galleria G1. Appare evidente che questo assieme di archivi, peraltro molto coerente, fu lasciato lì proprio nello stesso momento in cui le gallerie furono sigillate. Probabilmente i rotoli furono conservati all’interno di un sacco di tela in quanto sul posto erano presenti numerosi frammenti di questo tessuto. Il deposito fu disturbato a seguito di un tentativo, operato senza dubbio in epoca remota, di riapertura di questa cavità: ciò spiegherebbe la dispersione del materiale. Infatti, frammenti di uno stesso papiro sono stati ritrovati sia sul fondo della fossa, dove erano stati originariamente depositati, sia, quasi in superficie, sulla spianata posta davanti alle gallerie G1 e G2. Altri elementi degli stessi documenti sono stati recuperati in diversi livelli del riempimento finale della cavità. Al termine delle campagne di scavo avvenute tra il 2013 e il 2016, quasi 800 frammenti di varie dimensioni sono stati appiattiti sotto 70 lastre di vetro e consegnate al Ministero delle Antichità Egiziane. Un decina di questi papiri sono molto ben conservati e il foglio più lungo, rinvenuto in due frammenti che si è potuto raccordare, misura 85 cm.

Gli archivi sono molto coerenti e ci informano sulle attività di una squadra di operai chiamata la Ma-ouretet di Cheope, espressione il cui significato ancora non è chiaro, ma di cui resta traccia un po’ ovunque sul sito: questo nome figura, infatti, anche su un importante lotto di giare di stoccaggio prodotte sul posto e destinate a questa equipe di lavoro (Immagine n. 2). 

Immagine n. 2 Marchi su giare che menzionano l’equipe della “Ma-ouretet” di Cheope (© Bullettin de la Société Française d’Égiptologie, n. 188 Febbraio 2014)

La data dell’anno seguente al 13° censimento di Cheope compare in associazione al nome di questa squadra su uno dei documenti pervenutici, il che permette di collocare la redazione di questo lotto di papiri, senza alcun dubbio, alla fine del regno, dal momento che l’anno 26 o 27 è la data più tarda ad oggi conosciuta per questo sovrano**(Immagine n. 3-4). 

Per il loro stesso contenuto, questi archivi sembrano corrispondere a questa data, in particolare per la probabile menzione di Ankhaef, fratellastro di Cheope, il cui periodo di attività è ormai generalmente collocato alla fine del suo regno (Immagine n. 5).

Immagine n. 5 Busto del visir e direttore di tutti i lavori del re, Ankhaef, nonché fratellastro di Cheope (Museum of fine Arts di Boston)

* Un foglio di papiro, ma senza alcuna iscrizione, si trovava nella tomba del cancelliere Hemaka (I Dinastia). Questo dimostra che questo supporto fosse già utilizzato in quell’epoca. (W.Emery-Z. Saad The tomb of Hemaka, 1938, p. 41). I più antichi archivi su papiro, fino alla scoperta di Wadi el-Jarf, erano quelli di Gebelein che forniscono una documentazione datata, su criteri paleografici alla fine della IV dinastia (P.Posener-Krieger-S. Demichelis, I papyri di Gebelein – scavi G.Farina, 1935, 2004.

** Questo “anno 13° dopo il censimento” di Cheope è altresì attestata nella regione di Dakhla sulle rocce del “Wasserberg des Djedefre”, di fianco ad una menzione di Redjedef (o Djedefra), successore di Cheope. (K.P. Kuhlmann, Der “Wasserberg des Djedefre”)

I papiri si suddividono in due diverse categorie. La maggior parte di esse, circa i due terzi, è costituita da scritture contabili che registrano consegne giornaliere o mensili di derrate alimentari a beneficio della squadra. Un altro papiro diviso in 4 sezioni ci informa sui componenti di un’equipe che lavorava a Wadi el-Jarf: vi sono elencati i nomi di coloro che beneficiavano degli alimenti, nonché il nome dell’accampamento dove questi uomini dormivano. (Immagine n. 1-2).

Immagine n. 1 e 2: il papiro contabile prima e dopo il restauro (© Foto G.Pollin, IFAO)

Questo tipo di documento, organizzato in tabelle, è già ben conosciuto attraverso lotti di papiri più tardi rinvenuti, in particolare, nei complessi funerari dei re Neferirkara e Raneferef ad Abusir. Per ogni tipo di prodotto che deve essere consegnato all’equipe, sono state previste tre caselle: una per indicare la quantità della dotazione prevista, quella al centro indica ciò che è stato effettivamente consegnato, l’ultima ciò che è ancora in sospeso. Si osserva, inoltre, un particolare estremamente interessante sulla più completa di queste contabilità che registra il conferimento di differenti tipi di cereali: il titolo del documento, scritto sul retro, al fine di poterlo identificare una volta arrotolato il papiro, indica ḥsb n t: registro del pane (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Dettaglio del retro di una contabilità che indica il titolo del documento (© Foto G.Pollin, IFAO)

Il papiro ci informa anche sugli alimenti che venivano forniti: diversi tipi di pane, pesce fresco, una determinata qualità di birra vari tagli di carne. La provenienza delle derrate destinate alla squadra è regolarmente indicata nella parte superiore e si può notare che differenti nomoi sono alternativamente messi a contribuzione per il mantenimento delle équipes reali, senza dubbio per ripartire al meglio lo sforzo economico tra le varie province d’Egitto. Sicché, sui quattro mesi di consegne registrati sul documento, il nomo dell’Arpione (nel Delta Occidentale) è designato come fornitore dei prodotti per i primi due mesi menzionati, mentre il nomo del Delfino (nel Delta Orientale) subentra per i due mesi successivi (Immagini 4-5).

Immagine n. 4 Recto del papiro della consegna del pane dove sono evidenziati i nomi (province) da cui provenivano le merci. Evidenziato dal cerchio rosso il nomo del Delfino, mentre il simbolo nel cerchio blu indica il nomo dell’Arpione (© Foto Tiziana Giuliani)
Immagine n. 5 Da questo dettaglio del papiro che contiene il registro del pane possiamo ricavare una serie di informazioni: mese in cui è stato preparato il documento, luogo di provenienza delle derrate, le quantità consegnate di farina di grano, farina d’orzo, grano e la data di consegna del pane proveniente dal nomo dell’Arpione (nei pressi dell’attuale città di Rosetta). Con l’inchiostro nero è indicato ciò che è stato consegnato, in rosso ciò che la squadra doveva ancora ricevere. Nel recto di questo stesso papiro ritroviamo lo stesso schema, in cui vengono annotate due mesi dopo le merci proveniente dal nomo del Delfino, nel Delta Orientale. (© Foto Tiziana Giuliani)

La scoperta di questi papiri ci ha fornito molte informazioni sul funzionamento dell’amministrazione centrale che gestiva gli approvvigionamenti verso questo importante porto marittimo e dimostrano quanto fosse capillare, strutturata ed efficiente già all’inizio della IV Dinastia.

L’attenta analisi di questi documenti, in particolare la densità dell’inchiostro con cui furono vergati i segni, invariabilmente più evidenti all’ inizio di una sequenza giornaliera, mostra che non sono frutto di una compilazione effettuata in una sola volta, ma che sono stati registrati giorno per giorno dallo scriba incaricato della redazione. Già dalla sua scoperta questo insieme di papiri è stato chiamato “Diario di Merer” in quanto i suoi frammenti meglio conservati descrivono l’attività di un responsabile – l’ispettore Merer (sḥḏ Mrr) che dirige una “philè” (S3), generalmente stimata in 200 uomini, facente parte di un equipe (‘pr) di 1000 operai* (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Dettaglio di un foglio del “Diario di Merer”. E’ chiaramente leggibile nel cartiglio il nome del faraone Khwfw (Cheope). (© Foto G.Pollin, IFAO)

L’attività di questo gruppo può essere seguita per un lungo periodo sebbene in maniera discontinua. E’ possibile, in effetti identificare in questo lotto di documenti i frammenti di tre papiri distinti su ciascuno dei quali sono state registrate le attività della squadra. La lettura di questi frammenti di “giornale di bordo”, presenta subito un fatto sorprendente: non vi è alcun riferimento alle operazioni svolte a Wadi el-Jarf. Si tratta, infatti di un resoconto dettagliato delle diverse missioni effettuate dalla squadra di Merer – un’équipe di battellieri e trasportatori – in un periodo antecedente al suo arrivo su questo sito. Si riferisce in gran parte, ma non esclusivamente, alla costruzione della Grande Piramide di Cheope a Giza**. E’ probabile che il cantiere entrò nell’ultima fase di attività proprio quando fu redatto questo giornale, in quanto dai frammenti che ci sono pervenuti, si evince che Merer e la sua squadra sono essenzialmente incaricati di raccogliere blocchi di pietra, un calcare finissimo ampiamente utilizzato per la finitura della Grande Piramide, presso le cave di Tura (R3-3w) a sud dell’odierna Il Cairo (Immagine n. 2).

Immagine n. 2 la località di Tura espressa in geroglifico “R3-3w”: il primo segno in alto a sinistra raffigura una bocca. E’ un monolittero e si legge “R”, subito sotto il segno bilittero “3w” (che rappresenta una porzione di spina dorsale) seguiti dal pulcino di quaglia (w) che non si legge in quanto complemento fonetico del segno precedente. Gli ultimi due segni a destra, in questo caso, sono determinativi: quello in alto designa una zona montuosa o desertica (il valore fonetico, quando usato come ideogramma, è: “ḥ3st”) e quello in basso una città o un luogo geografico (il valore fonetico, quando usato come ideogramma, è: “niwt”). Anche i determinativi, al pari dei complementi fonetici non vanno letti, ma servono a chiarire la categoria cui appartiene il vocabolo

Il toponimo era già ben attestato prima della scoperta dei papiri***, ma attraverso questi documenti, apprendiamo che esistevano due località di estrazione in seno a queste celebri cave: a seconda dei casi, Merer è impegnato sia a Tura sud (R3-3w rsj) siaa Tura Nord (R3-3w mḥtj).**** I blocchi venivano poi inviati per via fluviale presso il cantiere della piramide di Cheope (3ḫt Ḫwfw lett. “L’orizzonte di Cheope) per la consegna (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 L’orizzonte di Cheope (“3ḫt Ḫwfw” in egiziano antico) è il nome dato alla sua piramide. Leggiamo nel cartiglio il nome del Faraone Ḫwfw reso con quattro monolitteri: una placenta(?) o un tipo di canestro(?) con valore fonetico “ḫ”, un pulcino di quaglia con valore fonetico “w”, una vipera cornuta, “f” e ancora un pulcino “w”. Segue un ibis crestata, un bilittero, il cui valore fonetico è “3ḫ” e poi ancora il segno per “ḫ” che è utilizzato come complemento fonetico del bilittero precedente e quindi non va letto. In basso troviamo quella specie di mezza luna che, in realtà, rappresenta una pagnotta: è un monolittero e ha valore fonetico “t”. La sequenza è conclusa da un determinativo che altro non è che la rappresentazione di una piramide. Ci informa quindi che “3ḫt Ḫwfw” è il modo con cui veniva chiamata la piramide di Cheope. In questo esempio si nota un’altra particolarità del geroglifico: la scrittura seguiva un ordine prestabilito a prescindere dalla sequenza di lettura. Prima i nomi di divinità, poi quelli del sovrano. (Se il nome del sovrano includeva quello di una divinità, anche in questo caso la divinità veniva scritta per prima. Ad esempio Tutankhamon, conteneva il nome del dio Amon, per cui nel, suo cartiglio, osserviamo che la sequenza di scrittura è Amon tut ankh).

Il papiro riveste particolare interesse non solo per la menzione dei luoghi – alcuni dei quali, del resto, già noti – ma soprattutto perché ci fornisce ulteriori indicazioni sul tragitto effettuato da una località all’altra. Alla data indicata nel documento, che è stabilita su base giornaliera, si aggiungono, riferite al corso di una stessa giornata, annotazioni in cui il redattore specifica i posti in cui si trascorre il giorno “wrš” o la notte “sḏrt”. Talvolta è finanche annotato il momento in cui viene intrapresa un’operazione che, a seconda dei casi, può avvenire al mattino “dw3” o nel pomeriggio “mšrw”. Altre indicazioni ci permettono di risalire ai luoghi citati nel testo in quanto viene regolarmente annotato se si naviga verso sud, risalendo la corrente del fiume (“m-ḫsfwt”) oppure procedendo verso nord (“m-ḫd”). Va considerato che la topografia della regione menfita, nell’Antico Regno, era del tutto differente da come ci appare oggi: all’epoca, a quella latitudine, il Nilo generava due rami secondari che scorrevano entrambi ad ovest dell’alveo principale e la regione di Tura non era, come oggi, a stretto contatto con il fiume. Pertanto, per giungere ai piedi del plateau di Giza, partendo dalle cave di Tura, era necessario navigare prima sul ramo principale del Nilo e poi, su quello occidentale (sicuramente all’altezza dell’odierna Bahr el-Lebeini). Tutto indica che gli scambi tra le due località avvenissero esclusivamente per via fluviale, il che lascia supporre l’esistenza di una rete di canali molto fitta e strutturata. Secondo il “Diario di Merer” occorrono due giorni per coprire i 20 Km. che separano le due località quando il convoglio, secondo l’indicazione del testo, è <<carico di blocchi (“3ṯp-m-jnr”) >>, mentre la stessa distanza viene ricoperta a vuoto, durante il ritorno, in una sola giornata nonostante si navighi contro corrente (Immagine n. 4).

Immagine n. 4 Un frammento del “Diario di Merer” nel quale è descritto il trasporto di blocchi di calcare dalle cave di Tura al cantiere della piramide di Cheope (©Pierre Tallet. Foto ripresa dal volume “L’Univers fascinant des piramides d’Égypte” di Franck Monnier ed. Faton, p.224) 

C’è un altro toponimo che compare con regolarità nel documento: si tratta di “R3-š-Ḫwfw” (letteralmente << la Porta dello Stagno di Cheope>>), che serve regolarmente da punto di snodo lungo il tragitto dalle cave di Tura alla piramide di Giza. Una sosta presso “R3-š-Ḫwfw” permetteva alla spedizione di passare la notte in sicurezza in attesa di completare la missione. Sembra, inoltre essere stata anche una delle sedi del centro amministrativo delle operazione diretto da Ankhaf che controllava il cantiere reale (Immagine n. 5).

Immagine n. 5 La scrittura in geroglifico della Porta (bocca) dello stagno di Cheope “R3-š-Ḫwfw”. Notiamo il cartiglio di Cheope già esaminato precedentemente; è seguito dal simbolo della bocca sotto il quale c’è un tratto verticale: si chiama segno diacritico e viene usato per indicare che il segno a cui è associato ha valore ideogrammatico e non fonetico, pertanto non si legge “R”, ma R3 (si pronuncia all’incirca Ro) che era il sostantivo egizio per “bocca”. Segue un rettangolo che rappresenta un bacino o comunque, uno specchio d’acqua, il cui valore fonetico è “š” e significa, appunto, lago, stagno, bacino ecc. 

Lo studio di questi papiri, potrebbe restituirci preziose informazioni sull’Amministrazione reale agli inizi dell’Antico Regno e chiarire numerosi punti sul suo funzionamento. D’altra parte, la sola presenza di questi papiri a Wadi el-jarf è sufficiente a confermare lo stretto legame tra questa installazione portuale e il cantiere della Grande Piramide di Cheope a Giza. E’ probabile che il porto avesse una funzione essenziale anche come punto di partenza per la traversata del Golfo di Suez per raggiungere le miniere del Sinai al fine di procurare il rame occorrente alla produzione di attrezzi per i costruttori del monumento.

* Stima della composizione dell’équipe in : M. Lehner, The Complete Pyramids, 199, pp.224-225)

** Un ultimo papiro, sfortunatamente molto frammentario, evoca la costruzione di un monumento nel centro del Delta, probabilmente sotto la responsabilità della medesima équipe, benché il nome dell’ispettore Merer non vi compaia.

*** Le attestazioni più antiche note prima della scoperta di Wadi el-Jarf risalgono al regno di Menkaure (Micerino), secondo l’inventario redatto da K. Zibelius in Ägyptische Siedlungen nach Texten des Alten Reiches, 1978 p.135.

**** Sui tre frammenti meglio conservati le cave di Tura Sud sono menzionate 7 volte e quelle di Tura Nord 6 volte. Il toponimo è utilizzato senza specificazioni altre 10 volte e gli ultimi quattro riferimenti sono incompleti.

I papiri A e B di Wadi el-Jarf, che possono essere considerati tra i meglio conservati del grande gruppo di documenti rinvenuti nelle gallerie G1 e G2 del sito, forniscono informazioni molto interessanti sull’organizzazione del cantiere reale della grande piramide di Giza in un momento che corrisponde, molto probabilmente, alla fine del regno di Cheope e al completamento del monumento. Una delle operazioni che verosimilmente era in corso in quel momento era, almeno in parte, l’installazione del rivestimento in calcare di Tura che un tempo abbelliva l’esterno del monumento e che oggi è quasi completamente scomparso. Per l’esecuzione di questa operazione, una squadra di battellieri, probabilmente composta da circa 40 uomini, sotto la direzione di un funzionario di medio livello, l’ispettore Merer (sḥḏ Mrr), effettuava ogni dieci giorni una media di due o tre viaggi di andata e ritorno, con una o più imbarcazioni, tra le cave di Tura e la zona del cantiere. La narrazione corrisponde, presumibilmente, a un periodo che va dal mese di luglio al mese di novembre dell’anno successivo al 13° censimento di Cheope (anno 26°), che è attualmente l’ultimo anno attestato del regno di questo sovrano, nel periodo in cui le acque alte del Nilo permettevano il trasporto di carichi pesanti da una sponda all’altra della pianura alluvionale del fiume. Il papiro A, forse cronologicamente il più antico, sembrerebbe registrare il movimento di una grande forza lavoro coinvolta nella messa in funzionedel bacino situato ai piedi dell’altopiano di Giza. Da questo documento apprendiamo, indirettamente, il modo in cui venivano sfruttate le vie fluviali. Si comprende che doveva esistere una fitta rete di canali, alcuni naturali, altri creati appositamente al manifestarsi della piena stagionale. Quando il fiume cominciava a ritirarsi i canali venivano chiusi da sbarramenti per trattenere l’acqua necessaria alla navigazione. Al ripresentarsi dell’inondazione si rimuovevano le dighe artificiali per ristabilire il flusso naturale.

Dopo questo inizio, i viaggi avanti e indietro della squadra sono rigorosamente registrati nel papiro B in modo piuttosto ripetitivo (Immagine n. 1). 

Immagine n. 1 Papiro B, il giornale di Merer. In questo documento, Merer annota il lavoro della sua squadra che per quaranta giorni ha effettuato viaggi dalle località di Tura Nord e Sud a Giza, trasportando blocchi di calcare. (© Tiziana Giuliani)

Tuttavia, alcune informazioni supplementari emergono man mano che questi rapporti giornalieri vengono redatti, il che fornisce un’idea delle condizioni di navigazione, gli sviluppi dei corsi d’acqua, i luoghi e il personale collegati al cantiere della piramide, compreso il famoso visir Ankhhaf, fratellastro del re ed, evidentemente, supervisore del progetto in questa fase avanzata del regno. Da questa sezione apprendiamo anche l’informazione relativa ai due toponimi di “R3-3w rsj” (Tura Sud) e “R3-3w mḥtj (Tura Nord), distanti tra loro circa 7 Km. e dove sono ancora visibili le tracce delle cave utilizzate al tempo di Cheope. Viene anche descritto un avvenimento molto particolare nella routine quotidiana della squadra: l’arrivo del “direttore dei 6”, Idjier(w), probabilmentecapo di un’imbarcazione che consegnava cibo, e probabilmente altri beni di consumo, provenienti da Eliopoli. E’ proprio questo importante funzionario a descrivere questo avvenimento, sicuramente molto atteso dai lavoratori della squadra (Immagine n. 2).

Immagine n. 2 Papiro B. Dettaglio in cui viene descritto l’arrivo di Idjier(w), il direttore dei 6. (© Tiziana Giuliani). L’importanza di questa circostanza è evidenziata dall’utilizzo di inchiostro rosso.

Appare strano, invece, che Merer non ci dica nulla sull’attività svolta dalla sua squadra a Wadi el-Jarf, ma questo potrebbe significare che il suo compito fosse di chiudere definitivamente le gallerie del sito. Ciò indicherebbe pure l’interruzione dell’attività estrattiva di rame dalle miniere del Sinai, metallo non più necessario dal momento che i lavori di completamento della Grande Piramide erano praticamente allo stadio conclusivo.

Oltre alle informazioni storiche, questo documento narrativo, quasi unico per periodo così antico, presenta interessi grammaticali, lessicografici e paleografici che possono certamente essere sviluppati ben oltre i limiti di questo studio. La pubblicazione continua di questo insieme coerente di archivi – in primo luogo gli altri diari di bordo (papiri C, D, E e F), e poi i numerosi resoconti associati (papiri G, H, I, J, K, L e altri frammenti) – porterà senza dubbio ad una conoscenza più approfondita dell’organizzazione dell’amministrazione faraonica in questo periodo chiave della storia dell’Antico Egitto.

Qui di seguito, un piccolo esempio del contenuto del diario di Merer (per chi volesse saperne di più è disponibile il testo in inglese ed arabo al seguente indirizzo):https://amers.hypotheses.org/files/2017/03/1705_Tallet.pdf

<<[giorno 25]: l’ispettore Merer ha trascorso il giorno con la sua squadra caricando blocchi a Tura Sud (R3-3w rsj); trascorre la notte a Tura Sud.

[giorno 26]: l’ispettore Merer salpa con la sua equipe da Tura [Sud], con il carico di blocchi verso “l’Orizzonte di Cheope”(3ḫt Ḫwfw): trascorrere la notte presso lo “Stagno di Cheope”(R3-š-Ḫwfw)

[giorno 27]: salpare dallo “Stagno di Cheope, navigare verso “l’Orizzonte di Cheope”, con il carico di blocchi: passare la notte presso “l’Orizzonte di Cheope”

[giorno 28]: salpare da “l’Orizzonte di Cheope” al mattino: navigare, risalendo il fiume, verso Tura-Sud.

[giorno 29]: L’ispettore Merer passa la giornata con la sua squadra a caricare pietre a Tura Sud: trascorrere la notte a Tura Sud

[giorno 30]: l’ispettore Merer trascorre il giorno con il suo phyle caricando pietre in Tura Sud; trascorre la notte a Tura Sud >> (trad. dall’originale di Pierre Tallet) (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Papiro B. Dettaglio in cui Merer descrive il lavoro del suo team dal giorno 25 al giorno 30 (© Tiziana Giuliani)

ALCUNE CONSIDERAZIONI DI PIERRE TALLET E MARK LEHNER

Pierre Tallet sostiene che le attività marittime dell’Antico Egitto avessero anche una valenza politica e simbolica: era importante, per i sovrani avere il controllo di tutto il territorio nazionale per affermare l’unità sostanziale del paese. Afferma, ad esempio, che 

<<Nel Sinai le iscrizioni spiegano il potere e la ricchezza del re e come il re governa il suo paese. Ai limiti esterni dell’universo egiziano si ha la necessità di mostrare la potenza del re>>.

Il papiro H al momento della scoperta. (© Aurore Ciavatti, mission du ouadi el-Jarf)

In effetti, il controllo delle zone periferiche era piuttosto complicato e una territorio come il Sinai, arido e con la presenza di genti ostili, poneva non pochi problemi. Un’iscrizione riporta di una spedizione egiziana massacrata dai guerrieri beduini. Del resto, gli egizi non sempre erano in grado di difendere i loro insediamenti lungo il Mar Rosso.

<<Ci sono prove, ad esempio, ad Ayn Soukhna che il sito fu distrutto più volte. Ci fu una grande incendio in una delle gallerie…Fu probabilmente difficile per loro controllare la zona>>

Parte destra del papiro H. (© Gaël Pollin, Ifao)

Sembra che tutto l’Egitto fu coinvolto nel grandioso progetto della Grande Piramide. Il granito proveniva da Assuan, molto più a sud, il cibo dal Delta, vicino al Mediterraneo e il calcare da Tura, circa 12 miglia a sud del Cairo. In un suo saggio Tallet scrive

<<E’ certo che l’attività cantieristica fu resa necessaria dal gigantismo dei programmi faraonici e che la maggioranza dei natanti era destinata alla navigazione sul Nilo, ma l’installazione di Wadi el-Jarf, proprio nello stesso periodo, lascia intravedere, senza dubbio, l’estensione, in questo caso verso il Mar Rosso, del progetto dello Stato egizio>>.

Prestare servizio sulle barche reali, doveva comportare un certo prestigio. Dai papiri rinvenuti a Wadi el-Jarf, appare evidente come i lavoratori fossero ben nutriti e venissero riforniti di carne, pollame, pesce e birra. Non vi è dubbio che questi operai erano servitori dello Stato molto apprezzati.

Il Papiro H dopo una prima ricostituzione. (© Ihab Ibrahim, Ifao)

Secondo Tallet potrebbe apparire strano il ritrovamento dei papiri in quel luogo, dal momento che ci si aspetterebbe che i dirigenti delle squadre portassero sempre con sè questi documenti. La ragione per cui furono abbandonati può risiedere nell’ipotesi che quella dovette essere l’ultima missione del team, forse a causa della morte del re.

<< Penso che abbiano semplicemente fermato tutto e chiuso le gallerie; poi, prima di abbandonare il sito, hanno seppellito gli archivi nella zona tra le due grandi pietre usate per sigillare il complesso. La data sui papiri sembra concordare con l’ultima di cui siamo in possesso per Cheope, il 27° anno del suo regno>>

Un frammento del papiro B. (© Gaël Pollin, Ifao; a sinistra la Trascrizione di Pierre Tallet)

Il lavoro svolto da Tallet e dai suoi colleghi lungo il Mar Rosso, sembra collegarsi ed integrarsi con quello svolto da Lehner a Giza. Alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, intraprese uno scavo su larga scala in quella che si è rivelata essere una zona residenziale nelle vicinanze delle piramidi e della Sfinge. Come ben sappiamo, la scarsità di informazioni sul numero necessario di addetti per l’attuazione di un così enorme progetto ha dato origine alle più bizzarre teorie alternative. Ma, nel 1999 Lehner iniziò a scoprire un grosso complesso abitativo che avrebbe potuto ospitare fino a 20.000 individui.

A giudicare dai resti rinvenuti, sembra che gli occupanti di questo complesso, al pari dei marinai del Mar Rosso, fossero ben nutriti. Mangiavano molta carne bovina, proveniente per lo più da animali allevati nelle tenute rurali e poi, probabilmente, trasportati su imbarcazioni agli insediamenti reali di Menfi e Giza per essere macellati. Il maiale, invece, sembra essere stato prevalentemente consumato dagli addetti alla produzione di cibo (panificatori, birrai ecc.). Inoltre, il rinvenimento in situ di oggetti abbastanza “esotici” come denti di leopardo (forse corredo di una veste sacerdotale), ossa di ippopotamo intagliate e rami di ulivo (un’ attestazione del commercio con il Levante), suggerisce che le persone presenti nel villaggio di lavoro scoperto da Lehner, fossero specialisti altamente qualificati.

Secondo il papiro di Merer, anche i marinai facevano parte del progetto. Esso menziona, infatti, il trasporto di blocchi di calcare sia fino al lago (o bacino) di Khufu, sia all’ Orizzonte di Khufu (la Grande Piramide). I papiri offrono un supporto importante ad una tesi che Lehner andava sviluppando da diversi anni. Secondo le sue ricerche, gli antichi egizi, maestri nelle opere idrauliche, costruirono un grande porto nelle vicinanze del complesso di Giza. Ciò permise a Merer di trasportare la pietra calcarea da Tura fino a Giza per via fluviale.

<< Penso che gli egiziani siano intervenuti nella pianura alluvionale in modo drammatico così come hanno fatto sull’altopiano di Giza>>, dice Lehner, aggiungendo: <<I papiri di Wadi el-Jarf sono un pezzo importante nel puzzle generale della Grande Piramide>>

Tallet è, invece, più cauto nelle sue conclusioni:

<< Non voglio essere coinvolto in nessuna polemica sulla costruzione delle piramidi, non è il mio lavoro>>, dice. Poi aggiunge:<<Di sicuro è interessante valutare questa ipotesi che merita uno studio molto approfondito>>.

Ipotesi ricostruttiva del complesso della Piramide di Cheope (© “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass).

Tallet ritiene che il lago di Khufu, a cui si riferisce Merer, era più probabilmente situato ad Abusir a circa dieci miglia a sud di Giza.

<< Se fosse stato troppo vicino a Giza, non si capisce perché Merer impiegasse un giorno intero per navigare da questo luogo alla piramide>>, afferma.

Ma, Tallet ha finito per convincersi della bontà dell’ipotesi di Lehner circa la presenza, comunque, di un grande porto a Giza.

<<Ha perfettamente senso che gli egizi trasportassero materiali da costruzione e viveri in barca, piuttosto che trascinarli attraverso il deserto. Non sono sicuro che sarebbe stato possibile tutto l’anno, dovendo aspettare il periodo delle inondazioni. E presumibile che funzionassero per circa sei mesi in attesa della successiva esondazione>>.

Fonti:

  • David Degner/Getty Reportage
  • Orient & Méditeranée, Ayn Soukhna, Sito ufficiale dell’UMR (Paris)
  • Tiziana Giuliani: Wadi el-Jarf:il porto, i papiri e la costruzione della Grande Piramide. Sito Mediterraneo Antico
  • Pierre Tallet, Bulletin de la Société Française d’Egyptologie N. 188 Febbraio 2014.
  • Pierre Tallet, Rapport d’activité del la saison 2015 au ouadi el-Jarf, pubblicato il 01/01/2016
  • Bulletin archéologique des Écoles françaises à l’étranger (BAEFE),per le indagini 2019-2020
  • AMeRS Association Mer Rouge-Sinaï
  • Franck Monnier, L’Univers Fascinant des piramydes d’Égypte, editions Faton, p. 22
  • David Degner/Getty Reportage
Luce tra le ombre

SFINGE E PIRAMIDI – LE EVIDENZE STORICHE ED ARCHEOLOGICHE

A cura di Ivo Prezioso

introduzione

Dopo aver esaminato a grandi linee le ipotesi più o meno credibili, più o meno fantasiose, ma che tanto affascinano il lettore medio, passiamo a dare uno sguardo a quello che ci narrano le tracce archeologiche e la documentazione disponibile che non è così inesistente, come spesso si pretende di sostenere.

Innanzitutto partirei con un accenno al coro di “non potevano,” scatenato dai numeri della Grande Piramide: mi riferisco in particolare ai famosi 2.300.000 blocchi cavati, sistemati con precisione straordinaria (cosa non del tutto vera, tra l’altro) con la frequenza di qualche minuto, per un periodo di circa venti anni e forse più.** **Il fatto è che l’idea dei “duemilionitrecentomila” blocchi è un po’ datata (risale alla spedizione di Napoleone in Egitto) e basata su un calcolo che presupporrebbe che la piramide sia formata interamente da questi blocchi. In realtà le cose non stanno esattamente così: gli Antichi Egizi non erano poi così stupidi da spianare un intero basamento sbancando un nucleo di preziosa roccia che costituiva un solido elemento riempitivo su cui costruire “intorno” il monumento. Ovviamente si interveniva laddove il progetto richiedeva la creazione di vani, corridoi, condotti, ma si cercava di conservare quanto più materiale originario possibile. Ecco che allora, questo calcolo potrebbe risultare piuttosto fuorviante. Non mi dilungo oltre, ma chi volesse approfondire il discorso può consultare l’eccellente e chiara disamina del prof. Maurizio Damiano pubblicata anche sul nostro sito web al seguente indirizzo: https://laciviltaegizia.org/…/riflessioni-sulla…/.

Vorrei, ora puntare l’attenzione su una scoperta, relativamente recente, che aggiunge interessantissimi elementi, oltre che fornire oggettive conferme, da mettere in relazione con la costruzione della Grande Piramide:

IL SITO DI WADI EL-JARF E IL PAPIRO DI MERER

In alto: Foto satellitare da Google Earth ed in basso dettaglio dell’area archeologica di Wadi el-Jarf

Di recente, nell’area di Wadi el-Jarf , una località circa 120 km. a sud di Suez, sono stati ritrovati degli importantissimi reperti. Non indugio, per il momento, sulla descrizione del sito: basti sapere che è stato indagato nel 2011 dal team del prof. Pierre Tallet dell’ Università della Sorbona e che si è rivelato essere il più antico porto conosciuto d’Egitto.

Ciò su cui desidero fornire qualche anticipazione e focalizzare l’attenzione è sui reperti che ci ha restituito; in particolare, sul ritrovamento, avvenuto nel 2013, di una serie di frammenti di papiro. Si tratta per lo più di documenti contabili che, analizzati, hanno mostrato di essere i più antichi finora rinvenuti. Risalgono esattamente all’anno successivo al 13° censimento del bestiame avvenuto sotto il regno di Khufu (26°/27° anno, dal momento che il censimento avveniva con cadenza biennale). Riguarda in particolare l’organizzazione delle squadre di lavoro, il trasporto delle derrate alimentari per i lavoratori che provenivano direttamente dai depositi reali, l’elenco dei viveri e le quantità. Oltre a questi papiri contabili ne è stato rinvenuto un altro che possiamo considerare un vero e proprio diario. Si tratta di una specie di libro giornale di bordo scritto dall’ispettore Merer che redige un resoconto del lavoro dei marinai al suo comando. Vengono descritte le missioni eseguite per conto dell’amministrazione centrale e, tra queste, figurano i ripetuti spostamenti per il trasporto a Giza dei blocchi di calcare provenienti dalle cave di Tura. Il documento presenta molte volte il nome di queste cave “Re-aw”, spesso in associazione col nome “Akhet Khufu” (“Orizzonte di Khufu”, il nome egizio della piramide di Cheope). L’epoca cui fa riferimento il papiro si riferisce all’ultima parte del regno finora attribuito dagli studiosi al faraone ed è perfettamente coerente con l’ipotesi che ci si trova nella fase di completamento del colossale monumento,** **precisamente quella di rifinitura, con la posa del rivestimento esterno.

Quello di Wadi el-Jarf non era un porto costantemente attivo, ma lavorava secondo le esigenze dell’imponente macchina organizzativa egizia. Da lì salpavano le navi dirette verso le cave del Sinai meridionale per prelevare rame e turchese e tornavano indietro con il loro prezioso carico attraccando alle banchine i cui i resti, ben preservati, sono ancora visibili.

La parte della banchina che insiste sul terreno era completamente ricoperta dalla sabbia portata dal forte vento del nord ed è stata recentemente ripulita dall’equipe di Tallet. La struttura è ancora molto compatta e resistente grazie all’ottima tecnica costruttiva che le ha permesso di resistere all’azione erosiva dell’acqua e delle correnti fino ai nostri giorni. Foto P. Tallet

Dal diario apprendiamo, inoltre che l’area era posta sotto l’autorità del principe Amkhaf, fratellastro di Khufu, visir e direttore di tutti i lavori. I dati contenuti in questi importantissimi reperti avvalorano quanto già gli archeologi avevano acquisito come ci illustra, ad esempio, il lavoro di Mark Lehner nell’area adibita per l’alloggio degli operai scoperta presso le piramidi, che conferma il numero di 40 unità per ciascun phylé (1) (ogni edificio poteva infatti ospitare lo stesso numero di persone). Oltre a rappresentare i più antichi documenti su papiro finora rinvenuti, i reperti ci illustrano e confermano un sistema amministrativo efficientissimo capace di organizzare imprese straordinarie.

Alcuni dei papiri trovati tra i blocchi di chiusura della galleria G1 a Wadi el-Jarf (Foto. P. Tallet)

Il porto di Wadi el-Jarf non solo si rivela essere il più antico finora conosciuto, ma anche un’essenziale parte integrante di una rete gigantesca creata in funzione della costruzione della Grande Piramide. Un progetto immenso che prevedeva l’approvvigionamento delle materie prime dai luoghi più disparati: granito da Elefantina, alabastro dal Medio Egitto, basalto dal Fayum, pigmenti dal Deserto Occidentale, calcare da Tura.

Il geroglifico “ZA”(cappio usato come pastoia per il bestiame) indica la parola tradotta nel greco phylè
Nomi di phylai dell’Antico Regno pervenutici attraverso i papiri di Abusir e varianti da altre documentazioni.

(1) Una parola del linguaggio faraonico, pronunciata “ZA”, era verosimilmente usata per designare i gruppi più importanti di persone all’interno di un’amministrazione. La testimonianza più antica di questo geroglifico proviene da iscrizioni su vasi di pietra reali risalenti alla I Dinastia, mentre una delle più tarde è presente in un decreto bilingue del re Tolomeo III, dove “ZA” è stato tradotto con la parola greca phylé. Il fatto che le phylai siano state menzionate regolarmente attraverso tre millenni di storia dell’Antico Egitto, mostrano chiaramente che rappresentassero l’ossatura dell’amministrazione. Un’ipotesi generalmente accettata è che l’amministrazione di una piramide fosse condotta da grandi squadre che incorporavano cinque pyilai e le loro divisioni. Il sistema delle phylai non fu esattamente lo stesso durante tutta l’epoca delle piramidi. Durante l’Antico Regno, secondo i papiri di Abusir ne esistevano cinque definite da aggettivi come: “grande”, “verde”, “piccola”. Inoltre, grandi squadre designate dal geroglifico “aper” venivano arruolate quando necessario, specialmente allorché si iniziava la costruzione della piramide.

I nomi delle squadre “aper”, noti dalle iscrizioni dei costruttori della piramide. Di alcuni di essi abbiamo traccia e includevano spesso il nome del faraone. Dall’interno della Grande Piramide di Giza abbiamo evidenza di alcune di tali denominazioni: “Purificatori delle Due-Terre dell’Horo Medjedu”, “Purificatori dell’Horo Medjedu”, “Amici di Khufu (Cheope)”, “Seguaci della corona bianca di Khufu” Notare che nei cartigli a sinistra è reso il nome completo di Cheope “Khnum Khufu (Knhum mi protegge)”. Medjedu è il nome di Horo del faraone.

Sembra che non fossero permanentemente presenti come le phylai. I nomi delle squadre “aper”, noti dalle iscrizioni dei costruttori della piramide, includevano molto spesso uno dei nomi del faraone. Dall’interno della Grande Piramide abbiamo evidenza di alcune di tali denominazioni, come ad esempio: ”Purificatori delle Due Terre dell’Horus Medjedu (Cheope)” (nome della squadra A), “Purificatori dell’Horus Medjedu (squadra b), Amici di Cheope (squadra C), “Seguaci della potente Corona Bianca di Cheope” (squadra D).**

Fonti:

  • Bullettin de la Société Française d’Egyptologie, N. 188 Febbraio 2014.
  • Wadi el-Jarf: il porto, i papiri e la costruzione della Grande Piramide, sito web Mediterraneo Antico.
  • Vassil Dobrev, L’Amministrazione della Piramide, da I Tesori delle Piramidi a cura di Zahi Hawass, cap.II

Luce tra le ombre, Piramidi

IL MISTERO DI ORIONE

A cura di Ivo Prezioso

Graham Hancock, Edinburgo 2 Agosto 1950. Giornalista, scrittore “pseudo-archeologo” è autore di libri come “Impronte degli dei” (1998), in cui sostiene l’esistenza di una civiltà scomparsa e “Custode della Genesi” scritto in collaborazione con Robert Bauval, in cui si ritrovano le ipotesi de “Il Mistero di Orione” e si ribadisce la datazione della Sfinge a circa 12500 anni fa.

Sulla falsariga delle ipotesi di West e Schoch, si inseriscono Graham Hanckock (giornalista), Robert Bauval (ingegnere e saggista) e Adrian G. Gilbert (scrittore), con una serie di pubblicazioni che negli anni ’90 del secolo scorso, hanno riscosso un enorme successo di pubblico. Non solo, grosso modo concordano con la retrodatazione della Sfinge e delle Piramidi (con uno stranissimo distinguo che chiarirò in seguito), ma si spingono ben oltre con una suggestiva teoria nota come “Mistero di Orione”.

In pratica, le Piramidi di Giza non sarebbero altro che la rappresentazione di una mappa celeste in terra, che riproduce la costellazione di Orione così come si presentava più o meno 12.500 anni fa. A corredo, Bauval, allega una straordinaria fotografia che mostrerebbe come i vertici delle tre piramidi di Giza e il loro disallineamento sarebbero perfettamente simili alla disposizione delle tre stelle che ne costituiscono la famosa cintura.

L’idea di per sé, potrebbe anche non apparire troppo fantasiosa: in effetti gli egizi erano eccellenti osservatori del cielo e sappiamo che orientavano con precisione i loro monumenti servendosi delle stelle, per cui non ci sarebbe motivo per escludere a priori che avessero potuto concepire un progetto del genere. Ma le obiezioni sono serie e dimostrano quanto l’ipotesi sia discutibile.

Robert Bauval, Alessandria d’Egitto 5 marzo 1948. Laureato in ingegneria delle costruzioni deve la sua fama a pubblicazioni come “Il Mistero di Orione” (1994) con Adrien Gilbert e “Custode della Genesi” (1996) scritto con Graham Hancock

Innanzitutto, c’è l’immagine a cui mi riferivo prima che si è rivelata falsa e ritoccata pesantemente (a tal proposito, per non dilungarmi, rimando ad un post di Piero Cargnino che ha già affrontato l’argomento: https://www.facebook.com/…/4499…/posts/1052965555506815/).

Inoltre è palese, che i vertici delle piramidi non puntano affatto in quella direzione; con la forzatura del ritocco e l’utilizzo di software, si è riusciti nell’impresa di trovare un’ epoca in cui (a loro dire) grosso modo l’allineamento potesse coincidere e, guarda caso, è saltata fuori la data del 10.500 a.C., o giù di lì. Esattamente ciò che si voleva dimostrare! Le evidenze storiche, con buona pace della seduzione della teoria, ci raccontano altro. Ad esempio, è stato riportato alla luce il villaggio dei costruttori, con i resti di abitazioni, forni, cucine, avanzi di cibo, oggetti, nomi, tombe e anche corpi che, sottoposti ad analisi, hanno rivelato non solo l’appartenenza all’epoca della IV Dinastia e notevoli tracce di traumi da lavoro, ma anche fratture e ferite curate e l’evidenza di un’alimentazione abbondante e altamente proteica (per inciso, ennesima prova che dovrebbe, una volta per tutte, mettere una pietra tombale sulla così assurdamente ostinata convinzione che si trattasse di schiavi). Inoltre, abbiamo il nome di Khufu (Cheope) inciso in una parte della piramide e gli strumenti con cui furono costruite. So bene che su queste due ultime evidenze ci sono diatribe anche molto accese, ma intanto, fino a prova contraria, per il momento, ne confermano l’attribuzione. Tra l’altro i recenti ritrovamenti di Wadi el-Jarf, di cui si tratterà ampiamente in seguito, aggiungono una preziosa documentazione, contemporanea all’epoca di Khufu (Cheope) sulla parte conclusiva dei lavori della Grande Piramide. Se esistono ancora dubbi sul fatto che con strumenti così primitivi si siano potuti erigere monumenti simili, è pur vero che dovrebbe porne ancor di più pensare che potessero essere stati costruiti all’incirca 10.000 anni prima: sempreché non si voglia ricorrere alla pretesa esistenza di una civiltà superiore preesistente (che non si sa che fine abbia fatto e che oggi non viene quasi più menzionata, ma che ai miei tempi aveva una precisa collocazione nel mitico continente di “Atlantide”) o all’ancor più fantasioso intervento degli alieni.

Comunque, già in epoca preistorica gli egizi riuscivano a modellare oggetti in pietra e, a partire dalla Terza Dinastia, erano perfettamente in grado di padroneggiarla, tanto da lasciare capolavori immortali anche in grandi sculture realizzate con elementi particolarmente duri come la diorite o il granito. Possiamo, inoltre seguire l’evoluzione delle tecniche costruttive. Dalla piramide a gradoni di Zoser (III Dinastia), che in realtà è la sovrapposizione di “mastabas”, ma che sicuramente ne suggerì la forma, ai tentativi di Snefru (la piramide di Meidum, collassata per i continui asporti di materiale a partire dall’epoca greco-romana e il cui nucleo superstite ne rivela ancora la derivazione da quella a gradoni, quella romboidale, a Dashur, la cui pendenza fu cambiata, fino ad arrivare al profilo corretto con la Piramide Rossa, anch’essa a Dashur, alta in origine ben 105 metri). Sappiamo che grandi squadre (aper) composte da centinaia di persone venivano arruolate allorquando si iniziava la costruzione di una piramide e di alcune ce ne sono giunte i nomi. Davvero c’è da chiedersi cos’altro mai occorra per convincersi a lasciare la Grande Piramide al suo legittimo proprietario.

Ad ogni buon conto, Bauval (ed è questo il distinguo cui facevo cenno), forse per evitare uno scontro totale con l’egittologia ufficiale, non nega che le piramidi fossero state costruite durante la IV Dinastia. Semplicemente, conclude che furono erette in quel lasso temporale, ma seguendo un progetto di circa 8.000 anni prima(!). Per quanto riguarda la Sfinge sostiene che la data è ignota, ma più verosimilmente risalente al 10.500 a.C. Questo a causa dei fenomeni di erosione (di cui si è ampiamente discusso nelle puntate dedicate al saggio di Mark Lehner). Per di più, secondo Bauval, se si riporta la mappa celeste a come appariva 12.500 anni fa, l’ enorme scultura punterebbe ad una costellazione ben precisa (provate ad indovinare?). Ebbene sì, proprio quella del Leone. Straordinario, no? Peccato che gli studiosi abbiano smentito clamorosamente l’autore. Anche se ci riferiamo a quella lontanissima epoca né le Piramidi, né la Sfinge si allineavano rispettivamente con Orione e il Leone, né il Nilo alla Via Lattea (sì compare anche il sacro fiume d’Egitto, nell’ipotesi di rappresentazione di una mappa celeste in terra d’Egitto). E poi una considerazione del tutto personale: è credibile che 12.500 anni or sono una configurazione di stelle sia stata necessariamente immaginata come evocativa della figura di un leone? Tra l’altro, per quel che ne so, gli egizi raggruppavano e denominavano le costellazioni in modo diverso da quello che utilizziamo oggi che, se non erro, è di derivazione mesopotamica e non utilizzato dagli egizi almeno fino alla conquista macedone.

Una suggestiva immagine, rielaborata, che ci mostra la costellazione di Orione con la tipica Cintura composta da tre stelle apparentemente quasi allineate.

Per concludere brevemente l’argomento, senza entrare troppo in dettagli astronomici di cui non ho alcuna competenza, riporterò, semplificata al massimo, qualche valutazione di esperti in materia. Innanzitutto, occupiamoci velocemente di questa famosa costellazione che avrebbe ispirato gli Antichi Egizi. Il raggruppamento di Orione è facilmente riconoscibile, proprio per le tre stelle, leggermente disallineate, che ne costituiscono la cosiddetta cintura: si tratta Zeta di Orione, o “Al-Nitak”, Epsilon di Orione, o “Al-Nilam”, Delta di Orione o Mintaka. Quest’ultima stella appare collocata lievemente più a nord della diagonale ideale formata dalle 2 stelle più luminose.

Le stelle che compongono la Cintura sono Alnitak, Alnilam e Mintaka (ζ, ε e δ Ori). Queste tre stelle brillanti messe in fila permettono di individuare con facilità nel cielo invernale la costellazione di Orione, figura dominante nei cieli invernali boreali e nelle notti estive australi. Il loro allineamento è però solo apparente, dovuto alla loro posizione rispetto alla Terra: Alnitak dista 820 anni luce, Alnilam 1340 e Mintaka 915.

E’ proprio questo disallineamento (che si ripete nelle tre piramidi di Gizah) che ha dato l’idea ad Hancock e Bauval, che, ovviamente, sono partiti alla ricerca di “prove” che ne confermassero la validità. Le loro affermazioni sono però state contestate, in particolare da due famosi astronomi: Ed Krupp dell’osservatorio Griffith di Los Angeles e Anthony Fairall, professore di astronomia presso l’Università di Città del Capo.

Edwin Charles Krupp ( Chicago, USA 18 novembre 1944).
Astronomo, ricercatore, autore e divulgatore scientifico americano. È un esperto riconosciuto a livello internazionale nel campo dell’archeo-astronomia, lo studio di come le antiche civiltà osservavano il cielo e dell’influenza che tali visioni esercitavano sulle loro culture. Ha insegnato a livello universitario, come docente di planetario È stato direttore dell’Osservatorio Griffith di Los Angeles. Krupp nutre un particolare interesse per l’impatto dell’astronomia sugli antichi sistemi di credenze È noto per i suoi numerosi contributi in materia su cui ha scritto ampiamente, Ha visitato e studiato quasi 2.000 siti preistorici e storici in tutto il mondo. 

Anthony Patrick (Tony) Fairall (15 settembre 1943 – 22 novembre 2008)
Nato a Londra si è trasferito nel 1948 in Sudafrica con la sua famiglia. Ha studiato all’Università di Città del Capo Laureandosi in fisica nel 1965. Trasferitosi ad Austin, ha continuato i suoi studi presso l’Università del Texas. Lavorò con due dei più famosi astronomi dell’epoca: il francese Gerard de Vaucoileurs e lo svizzero Fritz Zwicky. Nel 1970, tornò a Città del Capo, dove fu impiegato come primo docente nel nuovo dipartimento di astronomia dell’UCT. Iniziò immediatamente un’importante indagine fotografica per trovare supernovae nelle galassie meridionali e nel 1977 scoprì la galassia Seyfert 1. Questa galassia, denominata ‘Fairall 9’, è successivamente diventata uno degli oggetti extragalattici più osservati. Nel 1988, è diventato direttore part-time del planetario di Città del Capo, incarico che ha ricoperto per 17 anni. In perfetto stile con il suo personaggio, incline all’amicizia e al rispetto, Fairall raramente ha assunto atteggiamenti critici sul lavoro dei colleghi. Un’eccezione notevole è stata quando è entrato in una discussione popolare sul significato astronomico dell’allineamento delle piramidi egiziane, confutando le affermazioni fatte da Graham Hancock e Robert Bauval. In proposito, Fairall scrisse: «È l’affermazione relativa alla data del 10.500 a.C. che contesto su basi astronomiche. Anche se non posso dire di approvare il modo in cui questo materiale è stato trasmesso al pubblico, riconosco che ha suscitato un notevole interesse sia per le piramidi che per le stelle». E venuto a mancare a seguito di un incidente occorso in una spedizione subacquea.

Effettuando ricerche separatamente studiarono l’angolo tra l’allineamento della Cintura di Orione con il Nord, nell’epoca citata dai due autori, scoprendo che la corrispondenza con il presunto allineamento delle piramidi era tutt’altro che perfetto: (47-50 gradi, nelle misurazioni fatte attraverso il planetari contro i 38 gradi delle piramidi). Krupp, osservando le immagini allegate da Bauval e Gilbert, notò inoltre che il leggero disallineamento delle piramidi risultava deviato verso nord, mentre quello della Cintura di Orione verso sud, per cui una delle due rappresentazioni doveva necessariamente essere stata capovolta. Krup e Fairall rilevarono altre incongruenze, tra le quali una davvero clamorosa riguardava la Sfinge. Se la colossale scultura doveva rappresentare il Leone, si sarebbe, dovuta trovare sulla riva opposta del Nilo (che, ricordo, i due autori affermano rappresentasse la Via Lattea per gli Antichi Egizi) rispetto alle piramidi e che nell’equinozio di primavera di 12.500 anni fa il sole era nella Vergine e non nel Leone. Senza contare il fatto che, come già ho esposto nella prima parte del post, le costellazioni come le conosciamo oggi nacquero in Mesopotamia e non furono riconosciute dagli egizi prima dell’epoca greco-romana.

Una spettacolare immagine scattata nella notte tra il 30 e il 31 dicembre 2019 da Montevergine, in provincia di Avellino che ci mostra l’aspetto dellala costellazione alle nostre latitudini. Nella foto si possono vedere Sirio (Sopdet, per gli Antichi Egizi) la stella più luminosa in alto a sinistra e la Costellazione di Orione brillare al di sopra del Vesuvio e i paesi vesuviani.

Gli egittologi oggi accettano comunemente che la Sfinge rappresenti Chefren (al più c’è chi ne attribuisce la paternità a Cheope, ma cambia ben poco sotto l’aspetto temporale) e la retrodatazione supposta da Robert Schoch a causa dell’erosione è stata ampiamente contestata, da valenti studiosi (rimando a tal proposito al saggio di Mark Lehner presentato nell’ambito della stessa rubrica). In realtà è forte il sospetto che la data del 10.500 fu scelta per sostenere l’ipotesi dell’esistenza di un’antica civiltà scomparsa e tecnologicamente evoluta che sarebbe stata la progenitrice di tutte le altre. Resta da capire come mai, riferendosi a tempi così remote, ci sarebbero solo la Sfinge, le Piramidi e poco altro a testimoniarlo, mentre una miriade di manufatti rinvenuti ci conferma che l’umanità, all’epoca, si affacciava al Neolitico o era ancora nella fase finale del Paleolitico Superiore. Anzi, per quanto riguarda le Piramidi di Gizah, le ipotesi di Bauval e Gilbert, sembrano ancora più sconcertanti. Posto che furono realizzate secondo un piano stabilito all’incirca 8.000 anni prima(!), dove avrebbero trovato gli Antichi Egizi la documentazione che avrebbe permesso loro di realizzarlo? Su quale supporto e soprattutto in quale lingua avrebbero trasmesso questa idea?

Fonti:

  • Maurizio Damiano, Egitto vol. 4 pp. 281-284
  • Vassil Dobrev, dal volume I Tesori delle Piramidi a cura di
    Zahi Hawass
Luce tra le ombre

SFINGE E PIRAMIDI – QUANTI ANNI HA LA SFINGE?

A cura di Ivo Prezioso

introduzione

Come accade in natura, allorquando lo spostamento di una massa d’aria lascia un vuoto che viene immediatamente rimpiazzato, così tramontato il fascino della “piramidologia”, altre teorie ardite e seducenti, (talvolta fantasiose, talaltra che non reggono ad un’ approfondita ed interdisciplinare valutazione delle evidenze) sono state elaborate da un nutrito gruppo di cosiddetti “ricercatori alternativi”. Tra le tante, una di quelle che ha suscitato maggior interesse fu elaborata nel 1987 da Antony West e Robert Schoch (geologo presso l’Università di Boston) quando annunciarono al mondo la straordinaria scoperta che la famosa Sfinge di Giza, risalisse ad un’epoca molto anteriore al regno di Khaefra (Chefren). Le conclusioni a cui giunsero è che il grandioso monumento dovesse avere la veneranda età di almeno 12.000 anni, anche mezzo millennio in più. (In seguito c’è chi si è spinto anche oltre con mirabolanti datazioni comprese tra il 40.000 e 50.000 a.C.!!!!)

Robert Schoch il geologo sostenitore della mirabolante ipotesi che la sfinge sia stata costruita all’incirca 12.000 anni fa. (Immagine reperita in rete)

Ma vediamo, brevemente, come è stato possibile giungere a simili risultati. Devo dire che le premesse, basate su studi geologici, potrebbero ingannevolmente far ritenere non peregrine queste affermazioni. I due autori partono dalla considerazione che l’erosione patita dalla Sfinge sia stata provocata dalle piogge. Questo particolare, secondo gli autori, non poteva che essere la prova che il monumento fosse stato eretto in un periodo in cui quella parte d’Egitto era molto più umida e spazzata da piogge frequenti e violente. La teoria di per sé parte da presupposti non fantasiosi o cervellotici, come si può constatare, ma a questo punto ritorno alle considerazioni del Prof. Maurizio Damiano, cui avevo fatto cenno nell’introduzione, per mostrare come esse siano confutabili, alla luce di studi interdisciplinari.

Le considerazioni del prof. Maurizio Damiano

E’ del tutto ovvio che l’analisi delle rocce mostri un’età molto più antica rispetta a quella del monumento; l’età, sotto questo aspetto, non si dovrebbe calcolare nell’ordine di qualche decina di migliaia di anni, bensì di milioni, dal momento che il calcare nummulitico di cui la Sfinge è costituita si formò tra la fine dell’Era secondaria e l’inizio della Terziaria e fu portato allo scoperto dopo il ritiro del mare eocenico, circa 40 milioni di anni fa. Ma, ovviamente l’età in cui quel calcare fu scolpito è tutt’altra cosa rispetto a quella in cui si è formato. Quindi il geologo Schoch, basa i suoi calcoli sullo studio dell’erosione che appare fondamentalmente di due tipi eolico ed idrico. Quest’ultimo tipo di erosione, dovuto alle piogge, è quello che ha fatto concludere che il monumento sia stato realizzato in un’epoca in cui queste erano ancora significativamente presenti: secondo l’autore, questo stato di cose è durato sino al 10.000 a.C. circa. In effetti il ragionamento è coerente, ma poggia le basi su premesse errate. Non è vero che le piogge smisero di cadere nel 10.000 a.C., ma ci furono periodi, a più riprese, in cui sono ritornate con vigore. Geologi e metereologi che si sono occupati della preistoria dell’Egitto, hanno ricostruito un periodo, chiamato “Umido Neolitico”, che copre un arco temporale che va dal 10.000 al 4.000 a.C. per poi portare lentamente alla condizione di aridità odierna solo intorno al 3.000 a.C. Ma anche durante il periodo storico le piogge non sono del tutto sparite. Si sono infatti registrate fasi climatiche più umide, come ad esempio nel Nuovo Regno, durante il quale le temperature furono mediamente più fresche rispetto all’Antico e Medio Regno. Anche nel XIV e XVII secolo della nostra era si sono registrati lunghi periodi di piovosità anomala che hanno eroso abbondantemente i monumenti. Ciò basterebbe a dimostrare un’erosione addirittura maggiore di quella calcolata da West e Schoch. Ma lo stato di disgregazione presentato dalla sfinge non è dovuto solo alle piogge ed al vento. Come sappiamo, il monumento fu più volte sepolto e liberato (la stele del sogno di Tuthmosi IV, eretta tra le zampe anteriori, riferisce proprio di uno di questi interventi). A tal proposito, gli studi di Zahi Hawass e dei geologi Mark Lehner e Lal Gouri, hanno chiarito che il particolare tipo di erosione di cui ha sofferto la sfinge è stato determinato principalmente dalla sua posizione: si trova infatti in una fossa scavata tutta intorno, a forma di U, che ne ha favorito la tendenza a riempirsi di sabbia. Si è dimostrato che l’erosione è stata generata dall’acqua, non solo piovana, ma anche e soprattutto da quella presente per infiltrazione nella sabbia che ricopre gli strati di calcare. In pratica la sabbia che penetrava il fossato fino a ricoprire la Sfinge, veniva invasa dall’acqua (sia derivante dalle piogge, sia per l’innalzamento della falda a seguito delle inondazioni): il continuo contatto col monumento ne ha provocato l’erosione e l’indebolimento profondo della roccia che la costituisce, al punto che una volta riportato alla luce per l’ennesima volta, continua a sfaldarsi a causa dell’azione erosiva dei venti.

UN SAGGIO DI MARK LEHNER
Mark Lehner è nato il 2 aprile 1950 a Fargo, North Dakota, Stati Uniti. E’ stato ricercatore per l’Università Americana del Cairo e l’ Università di Yale, nonché presso l’ Istituto di Orientalistica dell’ Università di Chicago e il Museo Semitico di Harvard.

LA SFINGE NASCE DALLO SFRUTTAMENTO DI UNA CAVA DI ESTRAZIONE

Come abbiamo visto, la Sfinge ha ispirato una pletora di ipotesi, riguardo alla sua età. Alcuni autori “popolari” hanno ipotizzato che sia una testimonianza lasciata da una civiltà evolutasi e poi praticamente scomparsa nel nulla migliaia di anni prima di Kaefra (Chefren), il faraone della IV Dinastia responsabile della costruzione della seconda piramide di Giza verso il 2.500 a.C. Oggi la stragrande maggioranza degli egittologi concorda sul fatto che anche la Sfinge sia stata fatta scolpire da lui, come elemento del suo complesso piramidale, anche se di recente sono state avanzate ipotesi riguardo alla paternità del monumento, che sarebbe piuttosto da attribuire al padre Khufu (Cheope). La sfinge è la prima vera scultura di dimensioni colossali dell’Antico Egitto. E’ lunga, infatti ben 72,55 metri e la sua massima altezza è pari a 20,22 metri. E’ la più antica scultura completa conosciuta ad indossare il “nemes”, fatta eccezione per una testa (probabilmente di sfinge) del faraone Djedefra (ora al Louvre) e per una piccola sfinge in calcare (al Museo del Cairo), entrambe rinvenute ad Abu Rawash. E’ inoltre l’unico caso di simulacro colossale scolpito a tutto tondo nella viva roccia (i colossi di Ramses II ad Abu Simbel sono da ritenersi, infatti, più sculture in alto rilievo che statue vere e proprie).

Il volto del tempo. La colossale statua oggi si presenta in queste condizioni: il naso spezzato, gli occhi crivellati e la barba staccata dal mento. L’erosione ha evidenziato gli strati geologici originari, ma la dura roccia di cui e costituita la testa, evoca ancora una fulgida divina maestà

Il materiale che la compone è un calcare di substrato, denominato dai geologi “Formazione del Muqattam”, originatosi 50 milioni di anni fa dai sedimenti depositatisi sui fondali marini dell’Africa nord-orientale nell’Eocene Medio. Durante quel periodo andò formandosi una piattaforma che fu colonizzata da nummuliti (conchiglie di organismi planctonici), che oggi costituisce il lato nord-occidentale della piana. Quando il mare si ritirò verso nord, nell’area corrispondente al settore attuale, si formò una laguna poco profonda, nella quale andavano a depositarsi sedimenti ricchi di carbonato che formarono gli strati che finirono col pietrificarsi e che, 4500 anni fa, gli antichi avrebbero utilizzato per estrarvi i blocchi di calcare. Gli egizi trasportarono tali blocchi dalle cave situate a sud dell’area più bassa fin sul pendio dove costruirono le piramidi lungo una direttrice diagonale nord-est/sud-ovest. Gli strati calcarei, originatisi sul fondo del pendio della “Formazione del Muqattam”, infatti erano adattissimi per l’estrazione e furono utilizzati per edificare sia le piramidi sia i templi di Giza.

I depositi sedimentari, alternandosi in strati teneri e duri, permettevano di intervenire agevolmente sui primi (di consistenza simile all’argilla), permettendo poi l’estrazione e la riduzione in blocchi di quelli più compatti e resistenti. La Sfinge fu ricavata a partire dallo strato inferiore della “Formazione”. Qui gli Egizi scavarono una profonda fossa ad “U” che isolò l’enorme sperone roccioso, avente grosso modo la forma di un parallelepipedo, nel quale fu scolpito il monumento. La fossa si apre verso est: qui era già stato ricavato un terrazzamento nel calcare compatto e fragile della barriera.

In questa veduta panoramica, colta da est, si riconoscono il Tempio della Sfinge e il Santuario della Sfinge.

Alla sua estremità meridionale fu edificato il Tempio in Valle di Chefren impiegando enormi blocchi di calcare, alcuni dei quali del peso di svariate tonnellate. Proprio di fronte alle zampe di stese della Sfinge fu, invece. eretto, il relativo Tempio anch’esso realizzato con smisurati blocchi dello stesso materiale, estratti nelle immediate vicinanze. Così, il nucleo roccioso da cui fu ricavata la Sfinge non fu altro che la sezione verticale degli strati più profondi di ciò che rimaneva della grande massa calcarea della piana di Giza utilizzata come cava.

Mappa dell’area in cui si erge la Sfinge

I lavori di restauro, partiti dagli anni ’80 del secolo scorso, hanno finito per nascondere gran parte di questa massa rocciosa naturale della quale è, però, nota la struttura. Lo strato più basso del monumento, denominato Membro I, è costituito da roccia dura e fragile che, rispetto agli strati superiori non si è alterato in maniera particolare, tanto che risultano ancora visibili, sul basamento della fossa e sul suo lato nord, i segni degli attrezzi lasciati dagli antichi operai. Siccome tutti gli strati geologici sono inclinati di circa 3° da nord-ovest a sud-est, ne consegue che essi risultano più alti nella parte posteriore della Sfinge e più bassi verso le zampe anteriori.

La maggior parte del corpo leonino del monumento, della parete sud e della parte superiore della fossa sono invece intagliati nel Membro II che è formato da sette strati: più teneri in basso e progressivamente più compatti verso la sommità, pur conservando una generale alternanza tra livelli morbidi e duri. Nel Membro III sono stati invece scolpiti la testa e il collo. Quest’ultimo è stato modellato in una roccia meno solida rispetto a quella da cui è stata ricavata la testa. Il Membro III forniva pietra da costruzione di notevole qualità e questo spiega perché gli egizi la estraevano per lo più dall’area circostante alla Sfinge.

La compattezza di questo strato roccioso spiega inoltre l’eccellente conservazione della testa della Sfinge, mentre al contrario la superficie che costituisce il corpo leonino del monumento, più morbida, è stata erosa e devastata dagli agenti esterni. A giudicare dalle evidenze, sembra di poter concludere che i costruttori della IV Dinastia fossero ottimi “geologi”. Avendo constatato la diversa consistenza rocciosa, potettero sfruttarne razionalmente le caratteristiche. Così riservarono l’ottima e resistente pietra da costruzione del Membro III per la realizzazione della testa, che è la parte solitamente più vulnerabile di una statua, trasformarono la roccia più tenera e fessurata del Membro II per modellare il massiccio corpo leonino, mentre sfruttarono il solido fondo del Membro I come basamento del colossale monumento.

CRONOLOGIA DI UNA COSTRUZIONE

Le evidenze archeologiche paiono confermare che la Sfinge, il suo Tempio e il Tempio in Valle di Chefren siano stati il risultato di un unico progetto.

Già nel 1910, allorché il Tempio della Sfinge era sepolto sotto circa 15 metri di detriti, l’archeologo Uvo Hölscher (Norden 30/10/1878 – Hannover 21/2/1963) , dopo aver riportato alla luce i templi della piramide di Chefren, intuì che il Tempio in Valle e quello della Sfinge furono costruiti nello stesso tempo. Era giunto a questa conclusione osservando l’evidente somiglianza tra gli enormi blocchi che costituivano i nuclei delle pareti del Tempio del faraone e gli strati rocciosi visibili nella parte superiore della colossale statua. Infatti, quegli elementi calcarei rappresentano l‘ossatura delle imponenti pareti che i costruttori rivestirono con il granito rosso proveniente da Assuan.

Veduta trasversale da nord-ovest del Tempio della Sfinge. Sullo sfondo la piramide di Cheope (a destra) e quella di Chefren (a sinistra) incorniciano la testa della scultura come i due monti che affiancano il sole nel geroglifico “akhet” che indica l’orizzonte.

Tra il 1967 e il 1970 l’architetto ed egittologo Herbert Ricke effettuò un accurato studio sul Tempio della Sfinge, giungendo alla conclusione che gli egizi della IV Dinastia avessero lavorato su più fronti nella realizzazione del complesso monumentale nel quadro dello stesso processo di estrazione e costruzione. I blocchi di calcare del nucleo del Tempio della Sfinge sono così enormi da conglobare al loro interno tre o più strati geologici e questi strati sono del tutto simili a quelli visibili sul corpo della Sfinge.

Nel 1980 il geologo Thomas Aigner dell’Università di Tübingen (Tubinga, Germania), eseguì accurate ricerche sui livelli geologici del colosso, su ciascuno dei 173 blocchi del suo Tempio e sulla fossa circostante. Nell’ambito dello “Sphinx Project”, Aigner studiò le proprietà della roccia in tutti gli strati che includevano fossili. Si rivelò la presenza di spugne, ostriche, ricci, denti di squali, coralli e bivalvi che sono riconducibili alla paleontologia marina di 50 milioni di anni fa. Le osservazioni non fecero che confermare le ipotesi di Hölscher e Ricke: i costruttori della IV Dinastia realizzarono la Sfinge, il suo Tempio ed il Tempio in Valle di Chefren seguendo un ininterrotto progetto architettonico e scenografico.

Ripresa in direzione sud-est che illustra il cortile del Tempio della Sfinge. Nell’antichità maestose statue reali erano giustapposte ai nuclei di calcare dei pilastri che in origine erano rivestiti in granito.

Quando scavarono la fossa a forma di “U” attorno allo sperone roccioso nel quale avrebbero scolpito la Sfinge, utilizzarono gli enormi massi di pietra calcarea per edificare il nucleo delle pareti degli edifici sacri e impiegarono quelli degli strati superiori (corrispondenti, per intenderci al livello in cui è stata scolpita la testa della statua, o forse anche più in alto), per la realizzazione del Tempio in Valle. I livelli corrispondenti alla parte superiore del dorso, del collo e della testa della Sfinge sono, infatti, meno stratificati e più compatti ed omogenei. Se ne può dedurre che mentre scavavano in profondità e andavano formando la fossa che circonda la colossale statua, trascinarono i blocchi direttamente ad est per erigerne il relativo Tempio. Per la maggior parte queste pietre sono attraversate da una caratteristica fascia di colore giallo, perfettamente corrispondente agli strati che si riscontrano all’altezza del petto e della spalla della scultura. Tra l’altro è chiaramente osservabile che gli strati geologici si presentano senza soluzione di continuità tra i blocchi adiacenti su gran parte del perimetro dell’edificio. Questo dimostrerebbe che gli operai trasferivano la pietra della cava della Sfinge fino al Terrazzo sul quale andavano edificando il suo Tempio e li ponevano in opera ordinatamente: di certo non era possibile mescolarli dal momento che avevano un peso che poteva raggiungere le cento tonnellate!

Sono chiaramente visibili gli strati di roccia del Membro II che si alternano in sequenza, duri e teneri, nel corpo della Sfinge (ora nascosti dai recenti restauri). La testa è scolpita nella pietra più dura e resistente del Membro III, con lacune da erosione colmate durante il restauro del 1926

I rilevamenti effettuati da Ricke gli permisero di ricostruire una sequenza cronologica del progetto costruttivo. Non entro nei particolari del suo accuratissimo e complesso studio, ma concludo con lo schema cronologico che ne è conseguito e le cui evidenze lasciano presupporre che i costruttori abbiano:

  1. Completato il Tempio in Valle con il rivestimento in granito.
  2. Costruito i muri di recinzione nord e sud.
  3. Rimosso il muro nord.
  4. Costruito il Tempio della Sfinge sul luogo in cui sorgeva il muro nord.
  5. Usato enormi blocchi estratti dalla cava della Sfinge per erigere le pareti del suo Tempio.

Le verità raccontate dalla roccia, l’architettura monumentale e la storia della cava del recinto della Sfinge, indicano che il costruttore della colossale scultura fu il faraone “Khaefra” (Chefren).

Schema ricostruttivo del Tempio in Valle di Chefren e Tempio della Sfinge. (A): Tempio in Valle. (B): Muro di recinzione sud secondo la ricostruzione di Ricke. (C): Tempio della Sfinge. (D): Lato nord del Terrazzo I (Tempio della Sfinge) e Fossa della Sfinge (Terrazzo II). (E): Via Processionale di Chefren dal Tempio in Valle al Tempio Alto.

Quale significato aveva la Sfinge?

La tendenza all’architettura megalitica, alla metà della IV Dinastia, era ormai in pieno sviluppo da circa un secolo. La massima espressione si era raggiunta nel perfezionamento della piramide, apice di un complesso templare attraverso il quale si realizzava la fusione del re con il potere del dio sole. Con Chefren la tendenza al gigantismo subisce ancora un ulteriore spinta. Nei suoi templi furono posti in opera enormi blocchi di calcare che potevano raggiungere il peso anche di alcune centinaia d tonnellate. I suoi artigiani produssero oltre 58 statue (ma forse anche tra 100 e 200), realizzate in pietra dura, 22 delle quali pari a tre volte le dimensioni naturali. La più grande di tutte, ovviamente la Grande Sfinge, sarebbe rimasto un unicum sia per le sue dimensioni, sia per il fatto che fu scolpita direttamente nella roccia viva. Nella sua immensa maestà, essa compare improvvisamente, senza precedenti e le sue sembianze, riprodotte in seguito utilizzando proporzioni decisamente migliori, rimarranno un punto di riferimento nella rappresentazione classica della regalità fino alla fine dell’antichità. Nelle rappresentazioni precedenti non si riscontra uno sviluppo continuativo della figura leonina con la testa che va assumendo sempre più caratteristiche umane. La forma completa con il “nemes”, fa la sua apparizione con la Sfinge di Giza, anche se la testa frammentata di Djedefra, conservata al Louvre potrebbe suggerire che questa forma fosse già stata realizzata in pietra alcuni anni prima. Nelle sua forme composite è proprio la testa a fornire la caratteristica peculiare con il nemes elemento determinante a definirne la qualifica di sovrano. Secondo Henry Fischer il connubio tra re e leone “suggerisce la trasfigurazione del soggetto, la metamorfosi del re, unico collegamento fra la sfera umana e quella divina e costantemente sulla soglia di questi due mondi”. Alan Gardiner ha suggerito che la frase egizia “shesep ankh Atum” (immagine vivente di Atum), associata alle sfingi nei periodi tardi, caratterizzi il faraone come forma di sole primordiale e dio creatore. L’espressione “shesep ankh”, riferita ad una statua (forse di un genere particolare), è nota già a partire dall’Antico Regno e Fischer ha proposto che il termine “shesep” derivi da “ricevere”: una statua sarebbe quindi “una che riceve offerte ed altri ministeri”. Bisogna convenire che entrambe le interpretazioni, sia di creatrice primordiale, sia di destinataria di offerte, si adattano perfettamente alla Sfinge ed al suo Tempio. E’ infatti un simbolo perfetto per rappresentare il dio Atum (o, anche, il re visto come Atum) soprattutto nella sua funzione di creatore ctonio. James Allen fa notare che Atum significa “quello completo” e che l’intero mondo materiale ne emanava la sua essenza. Un concetto molto interessante, anche se piuttosto oscuro, emerge sia nei Testi delle Piramidi che in quelli dei Sarcofagi e nel Libro di Morti: il leone fu la prima forma di vita ad emergere da quella massa all’interno delle acque primigenie. Karol Myśliwiec, un archeologo polacco, propone l’associazione tra la nascita di Atum ed il leone suggerendo l’idea che il dio si sia manifestato sulla Terra sotto forma di questo felino. Quest’idea nasce dall’associazione tra Atum e Ruti, il doppio dio-leone, che allude a Shu e Tefnut, prima differenziazione di Atum. Tuttavia Ruti afferma di essere “il doppio leone, più vecchio di Atum” e, dunque, preesistente. Lo si potrebbe immaginare come una cellula che ha duplicato i propri elementi prima di iniziare a dividersi e differenziarsi fino a completare la prima forma divina venuta in essere.

Rinvenuta nella cavità a forma di barca di Abu Rawash, questo ritratto in quarzite di Djedefra, (fratello di Kaefra e suo predecessore) è alto 26,5 cm e largo 28,8. E’ conservato al Museo del Louvre. Si ritiene che potesse far parte di una scultura a forma di sfinge

Non abbiamo alcuna certezza che per gli egizi della IV Dinastia la Sfinge fosse una rappresentazione di Atum, ma anche se fosse stata un immagine del re, secondo i Testi delle Piramidi questa regalità discendeva da quel dio attraverso Shu, Geb, Osiride fino a Horus e di conseguenza fino al re in carica. Per la piramide l’associazione con Atum è sicuramente più ovvia ed evidente in quanto riproduzione della collina primordiale e della pietra “benben”, la sacra icona di Heliopolis; tuttavia, è verosimile supporre che la Sfinge, scolpita nella roccia viva, fosse correlata ad Atum sotto l’aspetto di dio primordiale in forma leonina che emerge dalla massa informe con la testa regale che si innalza appena sopra la fossa.

Particolare della splendida statua di Chefren in diorite conservata al Museo del Cairo, con il dio Horus che protegge il sovrano (in alto). Da notare che nella visione frontale (in basso), il falco non è visibile, rispondendo al preciso simbolismo che assegna al sovrano il ruolo di colui che sulla Terra esercita la funzione del dio.

E’ altresì perfettamente plausibile che anche il relativo tempio fosse strettamente collegato alla colossale scultura, dal momento che sorse nella medesima sequenza di sfruttamento di cava e costruzione. Inoltre l’esistenza di questo tempio suggerisce l’esistenza di un culto in qualche modo legato al ciclo solare che include Atum e il sole nelle sue varie fasi: Khepri al mattino, Ra allo zenit e Atum, appunto, al tramonto.

LA SFINGE ED IL SUO TEMPIO: UN PROGETTO NON PORTATO A TERMINE

In nessuna delle svariate centinaia di tombe dell’Antico Regno a Giza si è trovato un chiaro riferimento ad un sacerdote o sacerdotessa appartenente al Tempio della Sfinge. E’ plausibile che un tale servizio non sia mai stato organizzato dal momento che l’edificio sacro, con tutta evidenza, non fu mai ultimato. Ricke è del parere che i costruttori avessero completato i pilastri di granito, le statue ed il rivestimento, vale a dire la parte interna dell’edificio, ed erano in procinto di occuparsi di quella esterna, quando il cantiere fu dismesso. Gli incavi destinati ad essere sede del rivestimento parietale si fermano, infatti, subito dopo il vano della porta e non fu mai eliminato l’eccesso di pietra dagli enormi blocchi che costituiscono gli angoli anteriori del Tempio. Osservando l’angolo di nord-est, le scanalature nella roccia permettono di risalire al punto esatto in cui una squadra smise di livellare, operazione necessaria affinché la successiva potesse provvedere all’installazione delle lastre di granito. L’edificio fu già abbondantemente spogliato del pavimento (in alabastro) e del rivestimento (in granito), ma ancora oggi si possono osservare le sedi e le imposte per i blocchi singoli, scavate alla base delle pareti già completate col granito rosso utilizzato per il rivestimento delle gigantesche pietre in calcare (ovviamente era più agevole tagliare e rifinire il tenero calcare, piuttosto che il duro granito). Dell’incompiutezza della fossa della Sfinge esiste una prova chiara e decisiva. I costruttori spianarono un terrazzamento, ad un livello inferiore rispetto a quello su cui insiste l’enorme scultura, lasciando un alto zoccolo di roccia che sagomava un corridoio con la parete nord del Tempio. A est, esso corre sotto la strada moderna che scende dalla Grande Piramide, mentre a ovest configura il lato nord della fossa. Proprio in questo punto il taglio non fu completato. I cavapietre si arrestarono esattamente di fronte alla zampa anteriore sinistra della sfinge, al di sotto dell’ingresso in mattoni crudi del Tempio di Amenhotep II (XVIII Dinastia) che fu edificato circa 1100 anni dopo Chefren, quando ormai il Tempio della Sfinge era stato completamente sepolto. Da questo punto, e fino alla parte posteriore della fossa della Sfinge, l’elemento non portato a termine è costituito da una mensola di roccia di altezza decrescente, mentre dietro la scultura gli operai neanche avevano iniziato a rifinire il profilo della fossa. I lavori improvvisamente si arrestarono, lasciando in situ un’enorme massa di dura roccia del Membro I che sporge a pochi metri di distanza dalla parte retrostante della Sfinge.

Così appariva la Sfinge verso la fine del XIX secolo, in una rara immagine scattata dai fratelli Zanganaki; due fotografi greci attivi in Egitto nel periodo dal 1870 al 1890, che producevano stampe fotografiche da vendere ai ricchi turisti europei in visita nel paese. (Immagine reperita in rete)

Nel 1978, nell’ambito di un progetto di pulizia del lato nord della Sfinge, diretto da Zahi Hawass, sono state portate alla luce protuberanze rettangolari, depressioni e scanalature, del tutto simili a quelle presenti in altri punti in cui l’opera era rimasta incompiuta. Gli antichi lavoratori scanalavano la roccia per rimuoverla ed isolare le sporgenze che poi eliminavano martellandole con pesanti pietre. Al momento della scoperta sia le scanalature sia le depressioni si presentavano colme di sabbia e gesso molto compatti, pertanto fu necessario rimuoverli con piccoli picconi. All’interno di questo materiale sono emersi frammenti di terraglie, tra le quali la metà di un vaso comunemente usato nella IV Dinastia per contenere birra o acqua, e martelli di pietra; uno di questi presentava ancora tracce di rame sulla parte utilizzata, evidentemente, per colpire uno scalpello. Questi attrezzi probabilmente furono abbandonati quando fu bloccato il lavoro di livellamento del lato nord della fossa della Sfinge. Altri segni lasciati dai costruttori sono emersi in un piccolo cumulo di scarti posto nell’angolo nord-orientale della fossa. L’ammasso lasciato dagli antichi scavatori sostiene l’angolo sud-occidentale del Tempio di Amenhotep II, laddove si protende sopra la sporgenza settentrionale della fossa. Tre grandi blocchi di calcare, lasciati alla base della montagnola, furono abbandonati quando stavano per essere spostati per completare il lavori nell’angolo nord-occidentale del Tempio Sfinge. Uno di questi giaceva su residui contenenti numerosi frammenti di terracotta ascrivibili alla IV Dinastia, mentre gli altri due poggiavano su uno strato di argilla del deserto (tefla), usata dai costruttori come lubrificante per facilitare il trascinamento. Sotto il livello della tefla erano presenti alcune scanalature ricavate nel pavimento roccioso, che dovevano servire come punto di incasso per le grosse leve di legno impiegate per manovrare le estremità dei blocchi. Le evidenze emerse al di sotto del tempio della XVIII Dinastia permettono di concludere che i costruttori abbandonarono il lavoro prima di rifinire fossa e Tempio della Sfinge.

La cornice calcarea del Tempio di Amenhotep II.

Nel cartiglio si legge il nome di intronizzazione del faraone (Aa kheperu Ra) seguito dalla formula Hor em akhet mery di ankh djet (amato dallo Horus dell’orizzonte, dotato di vita in eterno).

La sfinge viene appunto definita “Horo dell’orizzonte“. Il geroglifico “akhet” che sta per “orizzonte” è il disco solare tra le due montagne.

Lo stipite della porta in calcare del Tempio di Amenhotep II (XVIII Dinastia), presenta invece i cartigli di un faraone della XIX: Merenptah, figlio e successore di Ramses II.

A sinistra il nome proprio, Merenptah hotephermaat, a destra quello di intronizzazione, Baenra meri netcerw, in una variante che differisce leggermente dal più comune Baenra meriamon.

LA SFINGE ALLA FINE DEL REGNO DI CHEFREN

I primi lavori di scavo moderni furono condotti in maniera arbitraria e scarsamente documentati. Un approccio rigoroso, utilizzando i recenti sistemi archeologici, avrebbe consentito di disporre di una ben più cospicua quantità di indizi stratigrafici riguardanti la storia costruttiva del complesso. Dall’analisi delle evidenze sopravvissute, Lehner, ha concluso che la fossa ed il Tempio della Sfinge non furono ultimati e che furono questi gli ultimi elementi edificati durante il regno di Chefren. Alcuni secoli dopo iniziò il prelievo sistematico del rivestimento in granito. Ricke, sosteneva che la spoliazione e il riutilizzo di pietre dal complesso in Valle del faraone fosse avvenuto in due periodi distinti: il primo durante la XII Dinastia, sotto il regno di Amenemhat I , quando fu depredato l’interno del Tempio della Sfinge, il secondo all’epoca della XVIII Dinastia quando fu rimosso il granito di rivestimento dall’esterno del Tempio in Valle. Il quadro generale che è stato possibile ricostruire grazie a spedizioni di ricerca su larga scala, che hanno riportato alla luce la Sfinge e i due templi, suggerisce che tutti e tre i monumenti siano sorti nell’ambito di un unico imponente progetto di ampio respiro.

Un’antica fotografia della sfinge e della Piramide di Chefren realizzata da Antonio Beato, probabilmente intorno al 1860.(Foto reperita in rete)

E’ possibile farsi un’idea delle condizioni in cui fu lasciata la Sfinge dai suoi costruttori. I particolari del volto – il cobra reale sulla fronte, le bande del copricapo, gli occhi, le sopracciglia e la bocca – furono impresse nella dura roccia del Membro III dagli antichi scultori. Gli scalpellini provvidero a realizzare il corpo leonino nella roccia del Membro II che, modellata dagli agenti atmosferici, alterna strati più morbidi e incavati a fasce più consistenti. Un restauro condotto nel 1926 sotto la direzione di Emile Baraize e l’attività dell’Organizzazione Egizia di Antichità negli anni ’80 (EAO, ora SCA, Consiglio Supremo delle Antichità), hanno esposto alcune parti del corpo originario scolpite nel Membro I che è scarsamente erodibile.

Una suggestiva immagine del sito della Sfinge come appare dopo i recenti restauri che hanno riguardato il fianco sinistro, il collo ed il torace. (Foto reperita in rete)

Nonostante la superficie di questo strato roccioso sia irregolare e ruvida, le estremità della zampa posteriore a nord e delle zampe anteriori, evidenziano artigli scolpiti a rilievo. Questi particolari suggeriscono che gli scultori, così come per la testa, abbiano modellato le zampe direttamente nella roccia senza ricorrere a rivestimenti in muratura. Per contro, quando Baraize, e più tardi la squadra di restauro dell’EAO, si occuparono della zampa posteriore sud, si imbatterono in un’enorme crepa naturale della roccia (la cosiddetta “Fessura Maggiore”, che attraversa tutta la Sfinge) e fu subito chiaro che la maggior parte dell’arto fu realizzata utilizzando grandi blocchi di muratura. Le dita furono rifinite con artigli scavati direttamente nella solida roccia del Membro I, che in quel punto si eleva solo di una sessantina di centimetri dal basamento della statua. Ci si chiede, a questo punto, se sia verosimile che i costruttori della Sfinge abbiano lasciato esposte le gravi lacune nella zampa posteriore sinistra e la fenditura che attraversa il corpo senza stuccare o coprire i difetti con muratura. Forse alcuni dei blocchi più grandi, che ricoprono la parte inferiore della scultura, rappresentano un primo intervento di rivestimento effettuato durante la IV Dinastia per mascherare le imperfezioni. Tuttavia è anche possibile che non ci sia mai stato il tempo di intervenire per nasconderle se, come sembra evidente, i lavori furono interrotti prima del completamento dei lati della fossa e del Tempio. Il capitano Giovanni Battista Caviglia, un mercante genovese trasformatosi in esploratore di Giza, nel 1817 recuperò diversi frammenti alla base del petto della statua. Facevano parte di una lunga barba divina intrecciata e arricciata all’estremità come quella che contraddistingueva gli dei o i re divinizzati, a differenza di quella corta esibita dalla statue dei sovrani viventi.

Al British Museum di Londra è conservato questo piccolo frammento della barba della Grande Sfinge, rinvenuto a Giza da Giovanni Battista Caviglia nel 1817. Le spese d’acquisto furono sostenute da Henry Salt e altri uomini d’affari britannici. L’accordo fu realizzato con Mohammed Ali Pasha che, all’epoca, era praticamente considerato un vero e proprio sovrano dell’Egitto. Un altro frammento della barba è conservato al Museo del Cairo. (Foto reperita in rete)

Gli studiosi hanno a lungo dibattuto se si trattasse di un elemento originario oppure di un’aggiunta successiva. In passato erano visibili due raffigurazioni in rilievo, che adornavano entrambi i lati del calcare piatto che collegava la barba protesa al petto della scultura; ritraevano un faraone inginocchiato che offriva una collana d’oro. Lo stile delle figure le colloca certamente al Nuovo Regno: uno degli elementi di raccordo è andato perduto, ma l’altro, conservato al Museo del Cairo, appare simile ad una placca, spessa una trentina di centimetri, con il retro irregolare per offrire una miglior presa con la malta di gesso. Sembra, pertanto che si tratti di un’aggiunta. D’altra parte, i frammenti trovati da Caviglia paiono corrispondere agli strati naturali del torso e del collo della statua, suggerendo che furono scolpiti nella roccia insieme al resto della Sfinge. E’ plausibile che la barba fosse stata ricavata dalla roccia viva al pari della testa e che, staccatasi successivamente, sia finita in frantumi. Si può dedurre che probabilmente, durante un restauro posteriore, le parti che la collegavano al torso siano state sagomate a guisa di lastre sottili e lavorate posteriormente per poterle riattaccare. A suggerire che la barba divina fosse originale contribuisce la sporgenza della roccia che è presente al centro del petto della Sfinge; un particolare che ha senso solo se lo si considera come supporto per un oggetto del genere. Gli scultori non potevano lasciare la sottile piastra di sostegno dal ricciolo alla base del petto o la barba ed il relativo supporto sospesi. In entrambi i casi l’insieme sarebbe stato ancora più fragile e soggetto a distacco. Lasciarono, quindi, una spessa colonna di roccia che correva dal fondo della barba sino alla base del petto. Anche in questo caso, lo studio dei frammenti sembra confermare che gli scultori avessero provato a completare il lavoro direttamente nella roccia naturale.

Anche se di cattiva qualità, questa foto è uno fra i ricordi a cui sono maggiormente affezionato. Scattata a Giza nel 2004, mi riporta ogni volta che la rivedo all’attonita emozione che seppe suscitare in me questa incredibile scultura. Un misto di potenza, regalità, rispetto, serena, ma travolgente evocazione dell’eternità. Un prepotente caleidoscopio di sensazioni, ancor più intenso, se possibile, di quello provocato dalle vicine Piramidi. Ed infine un ultima osservazione: almeno per quanto mi riguarda, all’apparire del colosso, dopo aver attraversato il Tempio con i suoi straordinari blocchi di granito rosso allineati alla perfezione, non è immediatamente percepibile la sproporzione della testa con il resto del corpo. La vista dall’alto la mette chiaramente in evidenza, ma quella frontale no! Ricordo che già sul momento mi chiesi se gli antichi scultori non avessero previsto questo effetto “trompe-l’oeil”.

Sembra ormai accertato che laddove il materiale era abbastanza resistente la scultura sia stata portata a termine nella viva roccia, mentre è probabile che l’intenzione fosse quella di colmare i difetti (come la Fessura Maggiore) e forse di applicare un rivestimento sugli strati rocciosi più teneri. In ogni caso, a meno che non si riesca a mettere meglio in luce la parte inferiore del corpo della Sfinge, non ci sono elementi per stabilire con sicurezza se i costruttori della IV Dinastia avessero cominciato a rinforzare con muratura i punti deboli della colossale scultura e fin dove si erano spinti nel farlo. Quello che appare del tutto evidente è che, come accadde per tanti altri monumenti reali, i lavori si arrestarono subito dopo la morte del sovrano, per essere dirottati sul programma monumentale del successore.

ANTICHI RESTAURI

Il più antico restauro della colossale scultura fu quasi certamente intrapreso da Thutmosi IV, faraone della XVIII Dinastia, figlio di Amenhotep II (che già aveva costruito un tempio in mattoni crudi dedicato alla Sfinge quale Horemakhet “Horo dell’orizzonte” nell’angolo sud-orientale della fossa), circa 1100 anni dopo Chefren. I suoi artigiani coprirono il corpo leonino con grandi lastre di rivestimento in calcare (Fase I). A quell’epoca la superficie del corpo, ricavata dalla roccia del Membro II, si era drasticamente erosa generando incavi profondi e sporgenze arrotondate, come chiaramente indicato da questa fase del restauro in cui le cavità furono colmate e gli immensi massi crollati rimessi in posizione. In un altro importante restauro, probabilmente occorso durante la XXVI Dinastia (Fase II) si provvide ad altre riparazioni a stucco e si occultò il rivestimento della Fase I. Il calcare utilizzato per questo nuovo intervento era dello stesso tipo di quello precedente, vale a dire una pietra a grana fine ed omogenea. Durante la Fase III, di epoca greco-romana, la copertura messa in opera durante le Fasi I e II fu riparata e rimpiazzata con piccoli blocchi di calcare bianco piuttosto tenero e friabile. Prima dei recenti restauri era ancora possibile individuare il rivestimento della Fase I che avvolgeva le spalle della scultura. Un ampio vano nella zona centrale del petto è ciò che resta di una piccola cappella a cielo aperto che si trovava tra le zampe anteriori.

La Stele del sogno. Il testo tradotto recita: «Ora la statua colossale di Khepri riposa in questo luogo, grande di potenza e splendido di dignità, su cui cade un’ombra di Ra. I cittadini di Menfi e di tutte le città vicine vengono a lui, con le braccia alzate adorando il suo volto, carichi di grandi offerte per il suo Ka. Uno di questi giorni avvenne che il principe Thutmosi era venuto a passeggiare, sull’ora di mezzodì. Si ristorò all’ombra di questo dio grande e il sonno di sogno si impadronì di lui nel momento in cui il sole è al suo culmine. Troviamo che la Maestà di questo dio parlava con la sua stessa bocca, come un padre parla al proprio figlio, dicendo: <<Guardami, osservami, figlio mio Thutmose, io sono tuo padre Horemakhet-Khepri-Ra-Atum, io ti concedo la mia regalità sulla terra a capo dei viventi. Tu porterai alta la Corona Bianca e la Corona Rossa sul Trono di Geb, il dio principe ereditario; a te apparterrà il paese quanto è lungo e quanto è largo e tutto ciò che illumina l’occhio del Signore Universale. Riceverai gli alimenti delle Due Terre e un abbondante tributo di tutte le contrade straniere e una durata di vita di un grande numero di anni. A te è il mio volto, a te il mio cuore, tu sei mio. Vedi lo stato in cui sono e come il mio corpo è dolorante, io che sono il signore dell’altopiano! Avanza sopra di me la sabbia del deserto, quella su cui io sono: devo affrettarmi a fare che tu realizzi ciò che è nel mio cuore, perché io so che tu sei mio figlio, il mio protettore. Avvicinati, ecco io sono con te, io sono la tua guida>>. Appena ebbe finito queste parole, il principe si svegliò perché aveva udito questo (discorso) […]. Riconobbe che erano parole di questo dio e tenne il silenzio nel suo cuore.

Thutmosi IV eresse l’elemento centrale della costruzione: una stele in granito alta 3,6 metri e pesante 15 tonnellate. Ramses II, in seguito, fece disporre sulle pareti dell’edificio delle stele più piccole che lo ritraggono in atto di adorazione della statua. Gran parte di questa cappella fu portata via dopo il 1817, anno in cui fu scoperta da Giovanni Battista Caviglia. Le due stele di Ramses II sono oggi conservate al museo del Louvre, mentre sono rimaste in loco la parte inferiore della parete sud e la stele in granito di Thutmosi IV. Quest’ultima è nota come “Stele del Sogno” e prende il nome dalla storia che vi è incisa in geroglifico. Thutmosi è un principe, ma probabilmente non ereditario, quando giunge a Giza per una battuta di caccia. Egli si riferisce alla Sfinge definendola “questa statua molto grande di Khepri“(il dio sole al mattino), “Khepri-Ra-Atum” (ossia le tre manifestazioni del sole al sorgere, allo zenith e al tramonto) e “Horemahkhet”, come si riscontra nelle iscrizioni del tempio di Amenhotep II, ma anche in molte stele private del Nuovo Regno. Verso mezzogiorno, il principe si addormenta all’ombra della Sfinge che gli compare in sogno promettendogli l’ascesa al trono se avesse provveduto a liberare il suo corpo addivenuto ad una condizione rovinosa e sepolto dalla sabbia. Il principe adempì al suo compito ed effettivamente divenne faraone. La parte superiore della stele, datata al suo primo anno di regno, mostra un doppio rilievo in cui è ritratto nell’atto di offrire libagioni alla statua. Probabilmente, dietro la “Stele del Sogno” doveva ergersi la statua di un sovrano stante, poggiata su un grande blocco di muratura. Le illustrazioni di Salt relative agli scavi di Caviglia mostrano, infatti, una pila di pietre addossata contro la Sfinge: poteva trattarsi del sostegno dorsale di quella scultura. Inoltre, alcune piccole stele databili al Nuovo Regno, rinvenute da Selim Hassan nei pressi del monumento, fanno cenno ad una statua reale collocata contro il petto della scultura; una di queste identifica il sovrano con il nome di Amenhotep II.

Una ricostruzione plausibile di quale potesse essere l’aspetto della Sfinge durante il Nuovo Regno. La colossale scultura fu riportata alla luce e restaurata e, forse, la statua reale addossata al petto della scultura ritraeva il faraone Amenhotep II.
Immagine tratta dal volume I Tesori delle Piramidi a cura di Zahi Hawass

Operando una ricostruzione completa della Fase I di restauro della Sfinge, realizzata durante la XVIII Dinastia, ci si rende conto che è pienamente compatibile con le evidenze emerse dai grandi scavi operati tra il 1925 e il 1938. La documentazione include fotografie di Baraize, annotazioni di Pierre Lacau, allora direttore generale del Servizio delle Antichità, e i dati pubblicati da Selim Hassan relativi agli scavi da lui condotti nel 1936 e 1938. Il ritrovamento di stele, falconi votivi e piccole sfingi conferma che si era consolidato un culto della Sfinge sotto forma di Horemakhet, un sincretismo tra il dio sole primevo e Horo che incarnava la regalità. E’ singolare che, a fronte del silenzio, in merito al culto del possente monumento, durante la IV Dinastia, ritroviamo una così accesa attenzione nel Nuovo Regno. Sia i principi di Menfi, la capitale amministrativa, che i sovrani che si avvicendarono sul trono delle Due Terre, non mancarono di esternare la propria devozione: Amenhotep II, Thutmose IV, Ramses II dedicarono stele alla Sfinge durante il loro primo anno di regno.

Stele in calcare rinvenuta nelle vicinanze della Sfinge nei pressi del Tempio di Amenhotep II, Museo Egizio del Cairo.

Tutto il recinto della scultura veniva denominato all’epoca con il termine “Setep”, vale a dire “prescelto”. L’enorme monumento era diventato un’immagine di antica autorità che assumeva un ruolo determinante nel decretare la posizione privilegiata di principi e re. L’amministrazione menfita si spinse sino a costruire terrazzamenti, recinzioni, abitazioni e templi trasformando il sito in una sorta di parco nazionale regio che si sviluppava all’intorno delle rovine dei templi litici risalenti alla IV Dinastia. Il Tempio fatto erigere da Amenhotep II nell’angolo nord-orientale della fossa era solo uno degli elementi di questo nuovo assetto. Thutmosi IV, eresse un massiccio muro di mattoni crudi, alto oltre otto metri, ai lati dello scavo che, oltre a circondare la Sfinge a guisa di un gigantesco cartiglio, doveva proteggerla dalle rovinose invasioni di sabbia. Nel 1926 Baraize rimosse gran parte di questo rivestimento, lasciandone una sezione lungo il margine settentrionale della fossa. Più tardi, Hassan riprese gli scavi rimuovendo ulteriori porzioni del muro e documentando che alcuni mattoni erano incisi con un marchio recante, appunto, il nome di Thutmosi IV. In aggiunta alla recinzione, il sovrano provvide a far erigere un muro a bastioni così da rendere ancora più imponente l’intervento. Fu realizzata anche una grande piattaforma di osservazione di fronte alla Sfinge. Fu il primo e il più basso di molti ripiani dotati di sacrari e altari che sorsero, sovrapponendosi l’uno all’altro, fino all’epoca romana. Un residenza reale fu collegata alla parte anteriore del Tempio in Valle di Chefren, alla cui spalle Tutankhamon ne fece erigere un’altra, poi usurpata da Ramses II, che sovrappose i suoi cartigli a quelli del predecessore e di sua moglie Ankesenamon. In pratica, un re appena asceso al trono, trovandosi immerso in un simile contesto doveva avere la suggestiva impressione di poter far risalire la propria ascendenza a sovrani ben più antichi di Cheope o Chefren, vale a dire fino a quello Horo dell’Orizzonte primevo la cui imponente immagine si stagliava di fronte a lui in tutta la sua forza evocativa.

Scorcio del complesso della Sfinge come appare oggi. E’ visibile presso l’angolo sinistro del fossato il Tempio della Sfinge costruito con mattoni crudi da Amenhotep II (XVIII Dinastia). Scavato nel 1936-1937 da Selim Hassan
Questa immagine e le seguenti sono prelevate da: Digital Giza, The Giza project at Arvard Universit

Per il restauro della Sfinge i faraoni del Nuovo Regno, prelevarono pietra dal complesso della piramide di Chefren. Blocchi di rivestimento in granito, probabilmente prelevati da quel monumento, furono rinvenuti nel Tempio di Ptah edificato a Menfi in quel periodo e Maya, il soprintendente di Ramses II fece incidere il proprio nome sui muri di pietra dell’angolo nord-occidentale della medesima piramide.

Complesso della Sfinge: veduta dal muro nord della recinzione. In primo piano a destra, il tempio di Amenhotep II, sulla sinistra, in senso anti orario resti del Tempio della Sfinge e del Tempio in Valle di Chefren (IV Dinastia).

Nel 1909 Uvo Hölscher rinvenne, nei pressi del Tempio funerario di Chefren, i resti di una rampa in mattoni crudi databile al Nuovo Regno. Fu usata, probabilmente, per il trasporto dei pilastri e del rivestimento di granito. La stessa “Stele del Sogno” di Thutmosi IV, del peso di circa 15 tonnellate è un architrave sottratta da una porta di uno dei templi del faraone succeduto a Cheope. Infatti, la parte posteriore della lastra presenta la stessa curvatura visibile sulla sommità della cornice della porta e la stessa coppia di incassi e perni. Le sedi di rotazione inferiori sono collocate direttamente nelle soglie e tagliate nei pavimenti di roccia viva dei templi. A questo punto, misurando lo spazio che le separa è stato possibile determinare da dove Thutmosi abbia ricavato il blocco. Questa misura è presente soltanto i tre delle porte del Tempio funerario di Chefren, una delle quali adornava l’accesso all’edificio sacro dalla rampa. La gamma degli spessori delle lastre impiegate nella Fase I dei restauri è molto simile a quella delle pietre delle pareti della rampa originaria. Solo una piccola parte ne è rimasta localizzata nei pressi dell’uscita della Via Processionale del Tempio in Valle: è presumibile, pertanto, che il faraone abbia ordinato ai suoi operai di utilizzarne i blocchi per i restauri. Una volta prelevate le pietre necessarie, l’architrave del Tempio funerario fu trascinata tra le zampe anteriori della sfinge. Qui la fece erigere per proclamare la storia della propria ascesa al trono grazie all’intercessione della colossale scultura.

Complesso della Sfinge: veduta panoramica. Da sinistra a destra, Tempio in Valle, Tempio della Sfinge e Tempio di Amenhotep II. Sullo sfondo la piramide di Chefren

CONCLUSIONI

Dopo aver eretto il Tempio in Valle della Piramide di Chefren, i costruttori della IV Dinastia realizzarono la Sfinge ed il tempio antistante nell’ambito del medesimo progetto di sfruttamento della cava. Non fu possibile però portare a compimento il tempio, pertanto nessun rituale poté mai esservi ufficiato. Le evidenze archeologiche suggeriscono che il monumento, dopo l’antico Regno sia stato abbandonato per circa un millennio. Durante l’impero, quando Menfi emerse come seconda capitale, sacrari e templi furono riportati alla luce e restaurati o ricostruiti, compresa la Sfinge. Se ne può dedurre che, dal punto di vista cultuale e del favore popolare l’imponente, scultura non fu tanto un monumento fondamentale durante la IV Dinastia, ma piuttosto nel Nuovo Regno, quando divenne una famosa immagine sacra di nome Horemakhet, una divinità superiore sulla Terra, potente sincretismo tra re e dio. La cappella che le fu edificata tra le zampe anteriori era un posto prediletto dai principi ereditari e dai re di nuova investitura. La Sfinge era divenuto un antico simbolo nazionale dell’Egitto: un patrimonio da tutelare.

Fonti

Maurizio Damiano, Egitto vol. 4 pp. 281-284

La Sfinge di Mark Lehner, da “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, cap. 17.

Luce tra le ombre

I PIRAMIDOLOGI

A cura di Ivo Prezioso

La storia relativa ai “numeri” della Grande Piramide prende il via con l’astronomo Piazzi Smyth che raccolse le sue considerazioni nel lontano 1864 in un volume intitolato “Our inheritance in the Great Pyramid: Its secrets and Misteries Revelated”.

Vediamo allora, brevemente quali fossero questi numeri. L’assunto da cui parte è che la Piramide di Cheope fu progettata da Noè, costruita dagli “Hyksos” (che riteneva fossero il popolo ebraico) sotto la supervisione di Melchisedech e che gli architetti, di conseguenza, avrebbero solo potuto essere stati guidati dalla mano di Dio. A tal punto si spinge nella sua convinzione da concludere che il grandioso monumento fosse un vero e proprio deposito di profezie che potevano essere palesate da misurazioni dettagliate della struttura. Aggiungo, per completezza, che lo Smyth effettivamente intraprese una missione in Egitto per misurare e studiare il monumento.

Ritratto di Charles Piazzi Smith (Napoli, 1819 – Clova, Yorkshire 1900). Nell’edizione dell’Enciclopedia Italiana (1936) si legge: “Ebbe il nome di Piazzi dal celebre astronomo che gli fu padrino. Dedicatosi all’astronomia, fu assistente all’osservatorio del Capo di Buona Speranza, segnalato per gli studî sopra alcune notevoli apparizioni cometarie e per la partecipazione alla verifica e alla estensione dell’arco di meridiano già misurato dal Lacaille. Nel 1845 fu nominato astronomo reale per la Scozia e professore di astronomia pratica nell’università di Edimburgo. Fece lunghi viaggi a scopo scientifico e diede forte impulso all’esplorazione del cielo dalle alte vette. Dal 1864 in poi pubblicò diversi volumi sulle piramidi egiziane.

Dalle sue analisi si vede apparire un’unità di misura il “pollice piramidale”immaginato come venticinquesima parte del “cubito sacro” (circa 0,6356 metri circa)Questo cubito in realtà non è mai esistito: il “cubito reale” egiziano (0,5235 – 0,5240 metri a seconda delle epoche)fu quello usato dagli egizi come unica unità di misura per i tre millenni della loro storia.

Ma allora perché nascono questo “cubito sacro” ed il “pollice piramidale”? Si voleva in realtà dimostrare che il diametro polare terrestre, scoperto dai “saggi” di un’età lontana misurasse esattamente 500 milioni di pollici piramidali (1)Ma la cosa non finiva lì: con il pollice piramidale e giocando con i numeri e tanta fantasia, lo Smith ed i suoi sostenitori, si sono spinti ben oltre; come, ad esempio, ritrovare nella geometria della Grande Piramide (sale, corridoi, ecc.) le grandi date della Storia dell’Umanità. Non contenti di sottoscrivere la data dell’Esodo di Israele, i nostri autori stabiliscono, con queste premesse e con stupefacente precisione, la data della nascita di Cristo: sabato 4 ottobre del 4 a.C. (manca l’ora, ahimè!) e della sua morte, avvenuta il venerdì del 7 aprile dell’anno 30 (ovviamente starà agli altri contestare questa inoppugnabile verità). Resta da capire come mai non si siano impegnati a tirare fuori una sia pur vaga data relativa a fatti che forse per l’Egitto avrebbero potuto avere maggior interesse, come ad esempio la rivoluzione amarniana o, che so, la battaglia di Kadesh. Poi però il fascino dei numeri prende la mano e ci si spinge anche nell’era moderna ed allora ci imbattiamo, tra le altre, nella data di inizio della Grande Guerra, 1914: ecco la prova “matematica” che ci viene offerta!

“Abbiamo detto che la lunghezza della Grande Galleria, misurata sul soffitto è di 153 piedi, ossia 1836 pollici e un terzo (ho verificato il calcolo, è preciso!). Ora, se si aggiunge questo valore (calcolando “ovviamente” un pollice per anno) alla data del 7 aprile 30, data della morte di Cristo e inizio dell’era cristiana, si ottiene 4 Agosto 1914”

Stupefacente! Ma non mi dilungo oltre e passiamo alle considerazioni astronomiche che ne sono scaturite. Un monumento così grandioso di certo non poteva che essere un “libro di pietra” contenente tutte le conoscenze. Ad esempio, Georges Barbarin scriveva nella prefazione al suo volume “Les secret de la Grande Pyramide” (Adyar, 1936):

“ Si è scoperto che essa conteneva, sotto forma di precise misure, la soluzione dei più grandi problemi astronomici, geometrici e geodesici di tutti i tempi”…e, più avanti, “Ci si è accorti che esisteva uno stretto legame tra le misure interne ed esterne dell’edificio e che il sistema di corridoi racchiudeva una cronologia dei dati più importanti della storia dell’umanità”…ed infine, “Si vedrà in questo libro che la Grande Piramide rappresenta non solo la scienza di una grande civiltà pre-biblica da tempo scomparsa, ma porta in sé il segno di un sapere sovrumano”.

E così, passando attraverso speculazioni di numerosi altri seguaci, possiamo provare a schematizzare alcuni dei risultati a cui i “loro studi” avrebbero condotto.

1- La conoscenza della rotondità della Terra e la determinazione della misura del meridiano terrestre.

2- L’orientamento del nord quasi perfetto e l’eccezionale posizione geografica della piramide

3- La lunghezza del diametro polare della terra4- La distanza della Terra dal Sole e la lunghezza percorsa dalla Terra nella sua orbita.

Frontespizio di un’edizione del 1874 del volume “Our inheritance in the Great Pyramid: Its secrets and Misteries Revelated”, pubblicato dallo Smith per la prima volta nel 1864

Le risposte della scienza ufficiale

  1. La rotondità della Terra fu conosciuta in Egitto solo qualche secolo prima della nostra era. Gli antichi egiziani (riassumendo molto) vedevano la Terra come un disco circondato da montagne e oceani con il Cielo sopra e la Duat sotto. Fu Eratostene a calcolare approssimativamente (39.000 km. circa), nel terzo secolo a.C., la circonferenza della Terra studiando l’arco di meridiano che va da Siene (attuale Aswan) ad Alessandria.
  2. L’orientamento da nord a sud della Grande Piramide è infatti quasi esatto con un’approssimazione di 3’ e 6”, il che è assolutamente rimarchevole e denota conoscenze profonde nello studio delle stelle e nell’osservazione del cielo. Detto ciò non ne consegue affatto, come sostenne l’egittologo francese Jean Philippe Lauer (Parigi 7 maggio 1902 – 15 maggio 2001) che l’edificio sia stato destinato ad osservazioni astronomiche.
  3. Poiché il “pollice piramidale” è stato inventato come cinquecentomilionesima parte del diametro polare della Terra, questo (oh, miracolo!) misura esattamente 500 milioni di “pollici piramidali”. Et voilà! Come volevasi dimostrare!!!!!
  4. Queste asserzioni basate su calcoli astrusi, non hanno alcun valore e gli egizi ne erano completamente all’oscuro. Si pensi soltanto che si dovettero attendere tecniche moderne come il radar per conoscere esattamente la distanza (variabile, tra l’altro) del sole dalla Terra. Inoltre, il valore relativo a π (pi greco), tanto ricorrente nei calcoli occorrenti per arrivare alle conclusioni di cui sopra, non erano noto all’epoca. Si utilizzavano frazioni come 22/7 o (4/3) elevato al cubo, che lo approssimava abbastanza e che permetteva loro di determinare con sufficiente precisione area e circonferenza. 22/7 = 3,1428…, contro π = 3,1416…Fonte: Jean-Marc Brissaud, L’Egitto dei Faraoni. Collana Le grandi Civiltà.

C’è da dire, per amor di verità che, a fronte di falliti tentativi di “previsione” e della ormai palese inconsistenza della loro pseudo-scienza, i piramidologi sono pian piano spariti dall’orizzonte. In particolare, dopo aver “scoperto” nella Grande Piramide, la data di inizio della Prima Guerra Mondiale, molto imprudentemente, si era anche affermato che tutto indicava che ne sarebbe seguito un lunghissimo periodo di pace e serenità. Beh, come tutti ben sappiamo le cose non sono andate esattamente così!

Concludo con un’altra piccola “perla” che tanto mi aveva attratto nel mio primo approccio al mondo egizio. Sempre su una delle riviste a cui facevo cenno nell’introduzione, rimasi colpito da un modellino in scala della Grande Piramide da ricostruire su cartoncino ed orientare perfettamente con l’aiuto di una bussola. Avrebbe dovuto esattamente restituire i sedicenti sbalorditivi poteri del monumento originale. L’idea era quella di un certo Karel Drbal, un radiotecnico ceco che, sul finire della prima metà del secolo scorso, pare avesse brevettato un modello della piramide di Cheope che, a suo dire, aveva la capacità di restituire il filo alle lame dei rasoi, di mummificare perfettamente resti animali o vegetali, ecc. Bene, preso dall’entusiasmo, realizzai il modellino; collocai al di sotto la mia lametta usurata e la lascia lì per qualche tempo. Inutile dire che la recuperai nelle stesse inservibili condizioni. Forse la bussola che avevo utilizzato non mi aveva permesso di orientarla bene, ohibò!

Nell’immagine in altouna fantastica rappresentazione della Grande Piramide che sarebbe tanto piaciuta ai teorizzatori dei suoi mirabolanti poteri.

Nell’immagine in basso a sinistra: un altro tema caro alla pseudo-scienza. La piramide immaginata come un enorme accumulatore di energia.

Nell’immagine in basso a destra: la bella copertina del libro “L’Egitto dei Faraoni” di Jean-Marc Brissaud, che, tanto tempo fa, ha segnato la svolta decisiva nel mio approccio a questa sfolgorante civiltà. Un clamoroso passaggio dal fascino della fantasia a quello altrettanto entusiasmante e appagante delle evidenze storiche.

(1) Lavorando sulle teorie di Taylor, Smith affermò che il pollice piramidale fosse un’unità di misura fornita da Dio a Sem. Aveva notato che con qualche aggiustamento, si poteva rendere il cubito sacro pari a 25 volte la lunghezza di 1”. In pratica: cubito reale egizio = cm. 52,35; cubito sacro = cm. 63,56 che, diviso venticinque fa cm. 2, 5424 è quasi esattamente il valore di un pollice inglese, vale a dire cm. 2,54. Nasce così il fantomatico Cubito Sacro, unità di misura “divina”! Fervente sostenitore dell’anglo-israelismo, una teoria basata sull’ipotesi che gli anglosassoni fossero discendenti diretti delle dieci tribù disperse di Israele, utilizzò le sue conclusioni per scagliarsi contro l’introduzione del sistema metrico in Gran Bretagna, che considerava un prodotto della mentalità atea e illuminista di derivazione francese.

Luce tra le ombre

LUCE TRA LE OMBRE – INTRODUZIONE

A cura di Ivo Prezioso

In questa introduzione vorrei porre l’attenzione sulle ragioni che hanno spinto il nostro gruppo a riferirsi, per tutto ciò che concerne l’Antico Egitto, alle pubblicazioni degli “esperti sul campo”: vale a dire archeologi, storici, paleontologi, filologi ecc. che, attraverso lo studio dei reperti e delle evidenze rinvenute durante il corso degli scavi, nonché dei testi che gli stessi egizi ci hanno tramandato (e credo che ce ne siano ancora tantissimi, sparsi nei vari Musei , che attendono di essere studiati o approfonditi alla luce delle nuove conoscenze), stanno cercando di ricostruire, con pragmatismo quell’affascinante e irripetibile civiltà. Sgombro il campo da ogni dubbio: almeno per quanto mi riguarda, nessun atteggiamento ironico o di presunta superiorità nei confronti di chi è affascinato dai cosiddetti “ricercatori alternativi”; si tratta semplicemente di una scelta che deriva dalla necessità e volontà di basarsi su prove provate o, al limite, sulla proposta di ipotesi altamente probabili e basate su indizi così rilevanti da farle ritenere tali.

Ma procediamo con ordine.

L’egittologo Maurizio Damiano, praticamente a conclusione della sua opera “Egitto”, in quattro volumi accenna all’argomento e, in seguito, ne riprenderò le autorevoli considerazioni; ma vorrei tornare indietro ancora di qualche tempo. Siamo intorno alla metà degli anni settanta del secolo scorso, e già da qualche anno era sbocciata la mia “egittofilia” (o, meglio, al tempo era ancora “egittomania”). Affascinato dalle grandiose testimonianze di questa splendida civiltà leggevo tutto ciò che mi capitava a tiro sull’argomento: le pubblicazioni più disparate, riviste, romanzi “peudo-storici” ecc., le fagocitavo con irresistibile entusiasmo. All’epoca andavano molto di moda periodici come Arcana, Astra, (e un’ulteriore miriade di cui neanche ricordo più il nome) e autori come Peter Kolosimo e Philipp Vandenberg e tanti altri.

Soprattutto certe riviste, insistevano su una pseudo-scienza, la “numerologia”, ideata dall’astronomo Piazzi Smyth nel XIX secolo, che puntava l’attenzione su fantastiche ipotesi in merito a dati e date “Sulla Storia dell’Umanità (sic)” ricavabili dalla Grande Piramide (chissà perché solo da quella!). Inutile dire del fascino che simili letture esercitavano su di me! Poi mi sono imbattuto in un volume delle “Grandi Civiltà”: un’edizione riservata agli “Amici della Storia” dal titolo “L’Egitto dei Faraoni” di Jean-Marc Brissaud. Confesso che, ancor oggi, nulla so di questo autore, potete ben immaginare all’epoca. Or bene, in una parte del suo testo andava ad affrontare proprio il tema della “Piramidologia”. Ovviamente, il mio entusiasmo era alle stelle, ma fu seguito immediatamente da una frustrante delusione quando, con argomentazioni, semplici, ovvie (in maniera imbarazzante, direi), l’autore smantellava tutto quel fantastico castello di suggestioni di cui mi ero nutrito. Da quel momento il mio interesse per l’Antico Egitto mutò obbiettivo; compresi che non era quella la strada da percorrere: volevo saperne sempre di più, ma questa volta abbeverandomi presso le fonti di coloro che l’Egitto lo studiavano sul campo con tanto di titoli e carte in regola. E in questo percorso, sia pur seguito da semplice amatore dilettante e, diciamolo pure, in maniera piuttosto disordinata, ho scoperto un Antico Egitto altrettanto affascinante, entusiasmante, straordinario e soprattutto credibile. Anzi, molto di più!

L’idea, pertanto, è quella di proporre di volta in volta una di queste teorie esponendone brevemente le relative argomentazioni per poi confrontarle con le risposte date dagli studiosi. Incontreremo speculazioni più o meno seducenti, alcune francamente improponibili, altre apparentemente “credibili”, ma, come vedremo, invariabilmente mancanti di prove a sostegno (o, nei casi peggiori, del tutto prive di ogni fondamento). Spero che i temi affrontati possano suscitare il vostro interesse: se così dovesse essere non mancate al prossimo appuntamento in cui vi parlerò proprio de’ “i piramidologi ”.