Lino stuccato è dipinto, Altezza cm 50 Provenienza sconosciuta Medio Regno ( 1994 – 1659 a. C.) Museo Egizio del Cairo – TR 7.9.33.1
Lo scopo della mummificazione era di restituire al corpo del defunto un aspetto quanto più possibile vicino a quello di una persona completa, pronta ad affrontare una nuova vita, dopo la morte.
Per questo, oltre all’uso di riempimento delle cavità svuotate degli organi e alle bende che ricordavano la ricomposizione del corpo di Osiride, dalla fine dell’Antico Regno si inizia ad usare maschere funerarie che dovevano garantire la più fedele restituzione delle fattezze umane.
Le maschere, complete in alcuni casi da una sorta di pettorale, erano costituite da strati di lino ricoperti di stucco e poi dipinti.
Questo reperto ritrae un uomo dal volto ovale con grandi occhi, contornato da trucco nero e protetti da folte sopracciglia.
Il naso è sottile e regolare, la bocca ha labbra ben disegnate e incorniciata da baffetti, divisi al centro, e da una folta barba dipinta di nero che termina in un pizzetto squadrato.
La parrucca, non molto ampia, ricade anteriormente in due che coprono parzialmente la collana a più file variopinta
Al di sopra della collana usekh un’altra catenina con quattro lunghe perle cilindriche orna il collo.
Lo stato frammentario del pettorale permette di vedere soltanto una parte della decorazione laterale della collana che terminava con una fila di perle oblunghe dipinte di azzurro.
Il confronto con altri esemplari di maschere stilisticamente simili a questa permette di fissare la datazione al Medio Regno.
Fonte
Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – foto Araldo De Luca – Edizioni White Star
Le statue dei sovrani erano una componente imprescindibile di qualsiasi tempio ed erano considerate come ritratti viventi.
La funzione svolta da queste statue si può dedurre dal loro aspetto esteriore, perché solo raramente è dato sapere quale fosse la loro collocazione originaria.
Nella statuaria i sovrani sono rappresentati sia nell’atto di compiere un’azione che in quello di subirla, sia in ruoli attivi e passivi.
Quando le statue raffigurano il re nelle vesti di offerente nell’atto di procedere con un piede in avanti o di orante inginocchiato, il sovrano appare nella sua veste di massimo detentore del potere culturale, mentre agisce al cospetto degli dei.
Quando è raffigurato sotto forma di sfinge, in qualità di garante del creato, le statue sono invece espressione del potere regale e divino.
Sfinge di Amenemhat II
Quando è rappresentato come singola figura stante o assisa su un trono, assume la funzione di oggetto di culto, adorato e destinatario di offerte.
Quando, invece, i gruppi statuari rappresentano il sovrano e gli dei a stretto contatto, egli gode della protezione e del riconoscimento delle divinità che lo hanno designato.
Anche l’analisi di alcuni elementi iconografici consente di riconoscere la persona rappresentata e ne sottolinea la funzione: è il caso dell’insolita veste indossata dalla così detta figura – sacerdote di Amenemhat III o dei segni della vita che Sesostri I regge nel pilastro osiriaco di Karnak.
L’analisi stilistica del modellato dei corpi e volti è un elemento significativo per determinare la potenza espressiva dei ritratti regali.
Amenemhat II
Ogni sovrano stabiliva infatti precisi criteri formali, anche veniva lasciato spazio alle differenze funzionali e stilistiche.
Si possono rilevare notevoli differenze della ritrattista reale durante la XI e la XII Dinastia :
Mentuhotep II mostra tratti massicci e pesanti.
Sesostri I lineamenti regolari
Amenemhat II una tesa intensità
Sesostri III concentrazione e forza di volontà
Amenemhat III una severità energica.
Mentre la statuaria reale è divina e parte integrante della magica protezione assicurata dal culto, le statue di committenza privata avevano tutt’altro valore.
Statua del Ka di Auibra Hor
Già nell’ Antico Regno le statue di privati, che non erano né regali né divine, potevano essere collocate lungo le vie culturali e processionali.
Più tardi, durante il Medio Regno, tali figure furono collocate anche all’interno dei Templi.
Rappresentavano persone che non partecipavano attivamente al culto, ma che acquisivano così, il privilegio di essere presenti allo svolgimento del culto è di poterlo, per così dire “contemplare”.
In questo modo venivano rese partecipi del sistema di sostentamento del tempio.
Anche le iscrizioni su queste sculture fanno riferimento alla loro partecipazione ai riti, dal momento che nella maggior parte dei casi comprendono proprio una formula di preghiera che invoca la possibilità di partecipare alle offerte destinate agli dei.
Molte di queste statue hanno posizione accovacciata, con le gambe incrociate o le ginocchia raccolte contro il petto, una postura che indica passività.
Statua di Sobekemsaf, governatore tebano
Per assicurare in eterno, non solo durante la vita terrena ma anche nell’aldilà, il perdurare della partecipazione al culto è la garanzia di vita che ne consegue, viene introdotto un nuovo elemento iconografico : un mantello aderente che avvolge il corpo della persona che, con le braccia incrociate e le mani in parte nascoste, richiama la figura di Osiride.
Alla fine del Medio Regno compaiono figure stanti, esse hanno le braccia distese lungo il corpo e le mani posate di piatto sui lati.
Le persone così raffigurate sono sacerdoti o funzionari di alto rango che anche nella vita partecipavano direttamente al culto..
Nel corso del Medio Regno, in due fasi successive, il tempio egizio si era aperto ai privati : in un primo momento era loro consentito l’accesso al tempio in qualità di “osservatori”, successivamente poterono partecipare al culto in prima persona, come oranti.
Fonte
Egitto terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann
Sarcofago di Sepi ( particolare) – Deir el-Bersha, tomba di Sepi III (XII Dinastia) Legno dipinto, Larghezza 65 cm. Museo Egizio del Cairo – JE 32868 Mentre le pareti interne del sarcofago sono semplici righe di geroglifici, quelle interne sono riccamente decorate con motivi pittorici di grande raffinatezza. Nella parte inferiore del particolare qui raffigurato compaiono i Testi dei Sarcofagi.
I sarcofagi del Medio Regno presentavano ricche decorazioni che, nell’ambito delle sepolture private, si differenziavano in varie tipologie locali.
La forma e la decorazione pittorica dei sarcofagi derivavano dalla concezione della sepoltura come dimora per l’eternità.
Il tipo di sarcofago più frequente era realizzato assemblando assi lignee rettangolari ed era dipinto all’esterno con motivo architettonici e decorativi tipici dell’edilizia privata.
Nel corso del Medio Regno fecero la loro comparsa I sarcofagi interni antropomorfi, decorati con l’immagine di una mummia avvolta in un lenzuolo di lino, che venivano posti all’interno del sarcofago principale.
Questa tipologia sarebbe diventata la più diffusa nel Nuovo Regno.
Il sarcofago era orientato verso est, spesso all’estremità della testa o vicino ad essa venivano dipinti due occhi, grazie ai quali il defunto poteva simbolicamente guardare verso l’esterno.
Poteva vedere il sole sorgere a est, seguire il viaggio quotidiano del dio Ra.
Sarcofago di Senbi (particolare) -Meir (B1), XII Dinastia Legno dipinto, Altezza 63 cm, Lunghezza 212 cm Museo Egizio del Cairo – JE 42948
Questo sarcofago rettangolare simboleggia la concezione della tomba come dimora per l’aldilà. I particolari architettonici, quali il basamento e i montanti dell’edificio ligneo, la porta a due battenti, le stuoie, i tappeti e le fasce finemente decorate che ornano la facciata , sono resi con grande raffinatezza. L’artista ha ottenuto un delicato gioco di colori, accentuando le tonalità del bruno-verde e del bruno-rosso, infra Mezzate da zone cromatiche più intense.
Sui sarcofagi veniva spesso raffigurata una falsa-porta, che permetteva all’ “anima” del defunto di uscire e rientrare a suo piacimento.
Tra gli altri motivi decorativi ricorreva anche il cosiddetto fregio degli oggetti di uso comune, messi a disposizione del defunto.
Le pareti interne recavano formule funerarie, la lista delle offerte e i “Testi dei Sarcofagi”, una raccolta di formule che grazie al loro magico potere accompagnavano e proteggevano il defunto nel suo lungo viaggio nell’aldilà.
Fonte
Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann
Armant (provenienza incerta) XIII Dinastia Granidiorite, Altezza 150 cm Vienna, Kunst-historisches Museum AS 5051/5801 Base con piedi Dublino, National Museum of Ireland, 1889.503.
Si pensa che la figura stante avanzate del governatore tebano Sobekemsaf fosse originariamente collocata nel tempio di Montu ad Armant, dato che la formula di offerta si rivolge a ” Montu di Tebe abitante ad Armant”.
La pinguedine dell’uomo, la grandezza insolita per la statutaria privata del Medio Regno e l’abito in rilievo che arriva sotto il petto sottolineando il peso sociale di questo alto funzionario.
Fonte
Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konrmann
LE ISCRIZIONI
A cura di Nico Pollone
La statua proviene dalla collezione Miramar. Secondo il suo numero, la testa faceva parte della collezione acquisita nel 1855, che fu in gran parte donata dal viceré. Il corpo fu acquistato per il museo nel 1865 da Reinisch. Non dovremmo però stupirci troppo di questa sorprendente coincidenza, perché si è scoperto che le due collezioni di Miramar non sono state sempre tenute rigorosamente separate.
Oggi la statua è composta da due numeri di inventario: 5801 (corpo) e 5051 (testa). Il piedistallo è un calco dell’originale di proprietà del Museo Nazionale di Dublino.
Il testo è così distribuito.
Sul davanti del lungo grembiule sono incisi il nome e il titolo dell’uomo e il nome della madre che così recita: “(The speaker) L’oratore/araldo Sebek-em-sauf vero/giusto di voce , nato da Dat-nofret vera/giusta di voce”, mentre l’iscrizione sul pilastro posteriore riporta il nome e il titolo del padre seguito da una formula d’offerta.
Sulla base altra formula d’offerta con titoli e nome.
XII Dinastia – Regno di Amenemhat III (1842-1794 a. C.) Oro, cornalina , feldspato, pasta vitrea Lunghezza 36,5 cm, Altezza 10 cm Hauata, piramide di Neferuptah Scavi del Servizio delle Antichità, 1956 – JE 90199.
La tomba inviolata della principessa Neferuptah, figlia di Amenemhat III, fu scoperta sotto una piramide di mattoni ridotta ad un cumulo di detriti a sud-est della piramide del padre.
All’interno del sarcofago di granito ne era stato collocato uno di legno che custodiva la mummia della principessa, ornata con un gran numero di preziosi gioielli.
La ricca collezione comprendeva gonnellini di perle, collane, anelli e bracciali eseguiti in oro e pietre semipreziose, secondo la raffinata tradizione orafa della XII Dinastia.
La collana usekh che decorava il petto della mummia rappresentava un tipo di ornamento molto comune nell’antico Egitto.
Le raffigurazioni parietali e le statue la mostrano spesso al collo di divinità, re, regine.
La funzione del monile non era puramente estetica, in quanto si riteneva che avesse anche valenze di allontanare o ad annullare un influsso magico maligno.
La collana è composta da sei fili alternati di perle tubolari di feldspato e cornalina, separati tra loro da piccole perle d’oro.
Il bordo inferiore è impreziosito da motivi a goccia intarsiati con feldspato, cornalina e pasta vitrea blu, delimitati in alto e in basso da due fili di perle d’oro disposte orizzontalmente.
Le estremità della collana terminano con due fermagli a testa di falco eseguiti in foglia d’oro sbalzata.
Da qui si di partono due fili di perle di cornalina e feldspato che giungono a una terza testa di falco simile alle precedenti, ma realizzata in scala ridotta.
Essa rappresenta il vertice del contrappeso manekhet, che doveva pendere dietro al collo e la cui composizione riprende il motivo della parte frontale della collana, essendo costituito da un’alternanza di fili di perline in cornalina e feldspato, di lunghezza crescente dall’alto verso il basso, separati da rigide barrette d’oro.
Il bordo inferiore del contrappeso termina con dieci pendenti di cornalina a forma di goccia.
Le tre teste di falco conservano ancora al loro interno tracce di argento che indicano l’originaria presenza di un nucleo di tale materiale perforato a cui erano fissati i numerosi fili di perle della collana.
La collana al Museum of Egyptian Civilization – Foto Mohamed Mostafa
Fonte:
Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – foto Arnaldo De Luca – Edizioni White Star
Granito grigio, Altezza cm 73 Necropoli di Sakkara Museo Egizio del Cairo JE 48858
La statua a cubo, raffigurante un uomo seduto a terra con le gambe riportate al petto e le braccia incrociate sulle ginocchia appare nel corso del Medio Regno.
Gli esemplari di questo periodo non sono molto numerosi, ma tale forma avrà grande sviluppo nelle epoche successive.
Le statue di Hotep sono due, entrambe al Museo Egizio del Cairo, una in calcare e una in granito, e rappresentano gli esempi più antichi.
Le statue rappresentano entrambe Hotep come se fosse seduto all’interno di una portantina dagli alti braccioli e dallo schienale sagomato, da cui fuoriescono soltanto la testa, le braccia e la parte anteriore delle gambe e piedi.
Salvo rare eccezioni, la portantina scompare nelle statue cubo di epoca successiva, il personaggio è generalmente rappresentato ricoperto da un ampio mantello che lascia scoperte solamente le braccia e talvolta i piedi.
In questa statua, Hotep indossa una parrucca svasata liscia, con la scriminatura centrale appena accennata che gli lascia scoperte le orecchie.
Il viso, dalle linee morbide e delicate è molto ben modellato : ha grandi occhi segnati dal caratteristico trucco, il naso regolare e la bocca piccola e carnosa.
Il mento è ornato da una piccola barba striata da linee incise orizzontali.
Le braccia risultano piatte sulla superficie superiore del cubo, mentre le gambe sono ben evidenziate sul suo piano anteriore, molto grosse con caviglie tozze e piedi larghi..
Ai lati e al centro, tra le gambe, sono incise una formula di offerta e il nome accompagnato dai titoli.
Fonte:
Tesoro egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – foto di Araldo De Luca – Edizioni White Star
La placca quadrangolare è larga 10,5 cm e alta 7,9 cm. La lavorazione del gioiello è a giorno, le parti davanti composte da intagli di cornalina, lapislazzuli, turchese e faience incastonati in un leggero cloisonne’; il retro è decorato con la tecnica del repousse’, un’incisione sulla placca d’oro che rende i dettagli delle figure.
La scena è inquadrata in una cornice architettonica, delimitata da colonne, terminante in alto in una struttura a tabernacolo o a cappella.
La classica scena propagandistica dell’abbattimento del nemico asiatico da parte del re è sovrastata dalla dea avvoltoio Nekhbet ad ali spiegate, qui designata come signora del cielo e governatrice delle Due Terre. La dea tiene tra le zampe i simboli della vita ankh e della stabilità djed, che offre al sovrano.
Il pettorale è completato da una collana formata da lunghe perle a goccia in cornalina e Lapislazzuli, alternate a sferette d’oro.
L’asse di simmetria dell’intera composizione è il nome del re, detto Dio perfetto, signore delle Due Terre e di tutti i paesi stranieri; di fianco alla titolatura compaiono due cartigli di Amenemhat III Nimaatra.
Anche la scena è duplicata in modo speculare rispetto all’asse centrale. Il re è scalzo e trattiene in una mano una ciocca di capelli del nemico inginocchiato davanti a lui, mentre nell’altra brandisce una mazza Bianca. Il re porta la parrucca ibes, legata dietro la nuca, e veste un grembiule con davantino a strisce orizzontali e un corpetto sostenuto da una bretella, anch’ essa a righe. Il nemico genuflesso è barbuto e designato come beduino asiatico, nell’atto di consegnare le armi al re vittorioso. Alle spalle del faraone due segni ankh muniti di braccia sventolano grossi ventagli, in segno di protezione”.
Pettorale d’Amenemhat III Incisione del 1894.
Statua del Louvre con pettorale
Varietà di gioielli tra cui il pettorale di Amenemhat III
“In ogni epoca l’oreficeria egizia diede con l’oro e le pietre dure lavori mirabili: diademi, collane, larghi pettorali, bracciali da portare fra spalla e gomito e braccialetti da polso, anelli da dito, ai quali regnando Amenofi III si aggiunsero per importazione dall’Oriente orecchini e cerchi per le caviglie.”
Specchio di Sit-Hathor-yunit.
Nel tesoro della principessa, figlia di Senusert II si trovava lo specchio della foto, in argento (materiale più prezioso dell’oro, per gli egizi). Il prezioso manico in ossidiana, oro e pietre semipreziose raffigura un papiro. Fra lo stelo e l’ umbella aperta si incastona la testa Aurea della dea Hathor. Da El Lahun, tomba di Sit Hathor-yunit. XII dinastia- regno di Amenemhat III Argento, oro, ossidiana, pietre dure – Il Cairo MUSEO EGIZIO
I più belli, di finezza insuperata, sono del Medio Regno, periodo nel quale l’arte orafa subisce un notevole sviluppo, e il fortunato ritrovamento delle tombe di alcune regine e principesse ha permesso di conoscerne le caratteristiche salienti. L’oro, metallo principe per realizzare i gioielli, è considerato il simbolo del sole, perciò della regalità, e incorruttibile come la carne degli dei. In esso vengono incastonate pietre semipreziose qualcome cornaline, lapislazzuli, turchesi e anche faiance e paste di vetro colorate.
La corona, o diadema, d’oro di Sithathoriunet, rinvenuta nella sua tomba. Museo egizio del Cairo
Pettorale con il nome di Sesostri II, trovato nella tomba Sitathoriunet. Il cartiglio reca il nome regale di Sesostri: Khakheperra. Corniola, feldspato, granato, turchese e lapislazzuli intarsiati in oro. Metropolitan Museum of Art, New York.
Naturalmente tali gioielli, a causa del loro grande valore, erano alla portata di poche persone. “Nemmeno qui, tuttavia, il privilegio fu totale: nessun monile potrebbe rendere più graziose certe figure femminili, che rilievi e pitture ci mostrano, ornate semplicemente di fiori di campo”. Anche le fabbriche di ceramica, sin dall’Antico Regno produssero conterie povere, ma belle nel disegno e ricche di colore, tali da soddisfare chiunque potesse apprezzare il bello senza pretese di valore materiale.
Collana o cintura di dama tebana.
Conchiglie del genere Cypraea sono associate a pesci Synodontis batensoda, amuleti che proteggevano contro l’annegamento. Si vedono anche due piume e in basso il dio Heh che tiene i simboli dell’anno. Da Tebe – XII dinastia, Oro. Londra-British Museum.
Principessa adorna di fiori, dalla tomba di Dhehutihotep a el-Bersheh XII dinastia – Il Cairo Museo Egizio
Cintura di conchiglia di cypraea, braccialetti di leone, braccialetti con il nome di Amenemhat III e cavigliere della principessa Sithathoryunet. Museo Metropolitano d’Arte – Manhattan , New York , Stati Uniti
Il ruolo della donna in Egitto è assolutamente egualitario : godeva degli stessi diritti degli uomini, a qualsiasi livello e in qualsiasi occasione.
La donna non era in competizione con l’uomo, era complemento dell’uomo come questi era complemento della donna, erano una delle migliori manifestazioni del ruolo armonico della dualità nel pensiero egizio.
Regina Nofret, moglie di Senusert II Questa statua, dal corpo formale ispirato alle posture maschili, si differenzia dalle altre opere per la capigliatua: una spessa parrucca di capelli ondulati e gonfi che terminano con riccioli. La parrucca bipartita da un cobra del tipo “hathorico”, si riallaccia all’iconografia di Hathor.. Da Tanis, XII Dinastia – Scavi di Auguste Mariette 1860 – 1861 Granito nero, Altezza 165 cm, Larghezza 51 cm Museo Egizio del Cairo JE 37487=CG 381
Le regine avevano il compito di completare la maestà e la divinità del re, che doveva contenere in sé i principi maschile e femminile.
Sin dalla Prima Dinastia le mastabe di molte regine hanno la stessa importanza di quelle degli stessi re.
Questo fatto si traduce anche nell’arte:fioriscono i motivi iconografici, le forme femminee e sensuali, ricchezza di forme che nulla ha da invidiare alla statutaria maschile e che, coerentemente con la mentalità dualistica egizia, la completa armonicamente.
Composta dalla testa e dalla parrucca dipinta e ornata d’oro, quest’opera mostra la ricerca da parte dell’artista dell’essenza dell’anima nel ritratto. L’idealizzazione formale dell’arte menfita lascia il posto a un morbido gioco di luci che accarezzano i lineamenti femminili. Da Lisht, vicino alla piramide di Amenemhat I XII Dinastia – Legno e doratura, Altezza 10,5 cm Museo Egizio del Cairo – JE 39390
XII Dinastia – Oro, pietre dure e pasta vitrea Circonferenza 64 cm Dahshur, complesso funerario di Amenemhat II, tomba di Khnumit. Scavi di Jacques De Morgan ( 1894) Museo Egizio del Cairo CG 52860
Il prezioso diadema, appartenuto alla principessa Khnumit, è costituito da otto elementi decorativi orizzontali e da altrettanti verticali, che si alternano creando un equilibrato gioco di forme.
La tecnica usata per la sua fabbricazione è il cloisonneé, che ha consentito di intarsiare le pietre e le paste vitree colorate nel supporto d’oro che costituisce la struttura del diadema.
Ogni elemento orizzontale si sviluppa intorno a una rosetta il cui nucleo di cornalina è ircondato da quattordici petali di turchese su fondo di lapislazzuli.
Ciascuna di esse è affiancata da due elementi a forma di lira, ornati con piccoli intarsi di cornalina, lapislazzuli e turchese a forma di foglie.
Dalle anse spuntano quattro fiori stilizzati, due di cornalina e due di lapislazzuli, che consentono l’unione con la rosetta centrale.
I singoli elementi verticali del diadema sono formati da una rosetta su cui è fissato l’ornamento a lira sormontato da due fiori in cornalina e due in lapislazzuli e i cui intarsi hanno la forma di segmenti a lisca di pesce.
L’unione delle varie parti che compongono il diadema è ottenuta per mezzo di piccoli nastri d’oro fissati tramite unchiodo alle rosette degli elementi che le affiancano.
L’interno è completamente d’oro ed è cesellato a imitazione dei pregiati intarsi che ne ornano la superficie esterna.
Il diadema era originariamente fornito da due fregi che sono stati ritrovati vicino e che dovevano essere fissati sulla fronte e sul retro per impreziosirlo.
Il primo è costituito da un piccolo tubo d’oro di diametro decrescente, sul modello di un ramo d’albergo al quale sono state unite leggere foglie d’oro e fiori composti da perle di cornalina, lapislazzuli e oro incastonate nell’argento.
Questo ornamento, molto fragile, era inserito in un alveolo posto all’interno del diadema, fu rinvenuto in cattivo stato di conservazione.
Il secondo fregio rappresenta un’avvoltoio, emblema della dea Nekhbet, ad ali spiegate, he stringe negli artigli shen, simbolo di rinascita.
La schiena e le lunghe ali ricurve sono ricavate da un’unica placca d’oro finemente cesellato per imitare le piume, mentre la testa, il corpo e le zampe, eseguiti a parte, sono saldati in un secondo tempo.
Gli occhi dell’avvoltoio sono intarsiati con l’ossidiana e gli anelli shen con piccole perle di cornalina.
Fonte
Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star