Luce tra le ombre, Piramidi

IL MISTERO DI ORIONE

A cura di Ivo Prezioso

Graham Hancock, Edinburgo 2 Agosto 1950. Giornalista, scrittore “pseudo-archeologo” è autore di libri come “Impronte degli dei” (1998), in cui sostiene l’esistenza di una civiltà scomparsa e “Custode della Genesi” scritto in collaborazione con Robert Bauval, in cui si ritrovano le ipotesi de “Il Mistero di Orione” e si ribadisce la datazione della Sfinge a circa 12500 anni fa.

Sulla falsariga delle ipotesi di West e Schoch, si inseriscono Graham Hanckock (giornalista), Robert Bauval (ingegnere e saggista) e Adrian G. Gilbert (scrittore), con una serie di pubblicazioni che negli anni ’90 del secolo scorso, hanno riscosso un enorme successo di pubblico. Non solo, grosso modo concordano con la retrodatazione della Sfinge e delle Piramidi (con uno stranissimo distinguo che chiarirò in seguito), ma si spingono ben oltre con una suggestiva teoria nota come “Mistero di Orione”.

In pratica, le Piramidi di Giza non sarebbero altro che la rappresentazione di una mappa celeste in terra, che riproduce la costellazione di Orione così come si presentava più o meno 12.500 anni fa. A corredo, Bauval, allega una straordinaria fotografia che mostrerebbe come i vertici delle tre piramidi di Giza e il loro disallineamento sarebbero perfettamente simili alla disposizione delle tre stelle che ne costituiscono la famosa cintura.

L’idea di per sé, potrebbe anche non apparire troppo fantasiosa: in effetti gli egizi erano eccellenti osservatori del cielo e sappiamo che orientavano con precisione i loro monumenti servendosi delle stelle, per cui non ci sarebbe motivo per escludere a priori che avessero potuto concepire un progetto del genere. Ma le obiezioni sono serie e dimostrano quanto l’ipotesi sia discutibile.

Robert Bauval, Alessandria d’Egitto 5 marzo 1948. Laureato in ingegneria delle costruzioni deve la sua fama a pubblicazioni come “Il Mistero di Orione” (1994) con Adrien Gilbert e “Custode della Genesi” (1996) scritto con Graham Hancock

Innanzitutto, c’è l’immagine a cui mi riferivo prima che si è rivelata falsa e ritoccata pesantemente (a tal proposito, per non dilungarmi, rimando ad un post di Piero Cargnino che ha già affrontato l’argomento: https://www.facebook.com/…/4499…/posts/1052965555506815/).

Inoltre è palese, che i vertici delle piramidi non puntano affatto in quella direzione; con la forzatura del ritocco e l’utilizzo di software, si è riusciti nell’impresa di trovare un’ epoca in cui (a loro dire) grosso modo l’allineamento potesse coincidere e, guarda caso, è saltata fuori la data del 10.500 a.C., o giù di lì. Esattamente ciò che si voleva dimostrare! Le evidenze storiche, con buona pace della seduzione della teoria, ci raccontano altro. Ad esempio, è stato riportato alla luce il villaggio dei costruttori, con i resti di abitazioni, forni, cucine, avanzi di cibo, oggetti, nomi, tombe e anche corpi che, sottoposti ad analisi, hanno rivelato non solo l’appartenenza all’epoca della IV Dinastia e notevoli tracce di traumi da lavoro, ma anche fratture e ferite curate e l’evidenza di un’alimentazione abbondante e altamente proteica (per inciso, ennesima prova che dovrebbe, una volta per tutte, mettere una pietra tombale sulla così assurdamente ostinata convinzione che si trattasse di schiavi). Inoltre, abbiamo il nome di Khufu (Cheope) inciso in una parte della piramide e gli strumenti con cui furono costruite. So bene che su queste due ultime evidenze ci sono diatribe anche molto accese, ma intanto, fino a prova contraria, per il momento, ne confermano l’attribuzione. Tra l’altro i recenti ritrovamenti di Wadi el-Jarf, di cui si tratterà ampiamente in seguito, aggiungono una preziosa documentazione, contemporanea all’epoca di Khufu (Cheope) sulla parte conclusiva dei lavori della Grande Piramide. Se esistono ancora dubbi sul fatto che con strumenti così primitivi si siano potuti erigere monumenti simili, è pur vero che dovrebbe porne ancor di più pensare che potessero essere stati costruiti all’incirca 10.000 anni prima: sempreché non si voglia ricorrere alla pretesa esistenza di una civiltà superiore preesistente (che non si sa che fine abbia fatto e che oggi non viene quasi più menzionata, ma che ai miei tempi aveva una precisa collocazione nel mitico continente di “Atlantide”) o all’ancor più fantasioso intervento degli alieni.

Comunque, già in epoca preistorica gli egizi riuscivano a modellare oggetti in pietra e, a partire dalla Terza Dinastia, erano perfettamente in grado di padroneggiarla, tanto da lasciare capolavori immortali anche in grandi sculture realizzate con elementi particolarmente duri come la diorite o il granito. Possiamo, inoltre seguire l’evoluzione delle tecniche costruttive. Dalla piramide a gradoni di Zoser (III Dinastia), che in realtà è la sovrapposizione di “mastabas”, ma che sicuramente ne suggerì la forma, ai tentativi di Snefru (la piramide di Meidum, collassata per i continui asporti di materiale a partire dall’epoca greco-romana e il cui nucleo superstite ne rivela ancora la derivazione da quella a gradoni, quella romboidale, a Dashur, la cui pendenza fu cambiata, fino ad arrivare al profilo corretto con la Piramide Rossa, anch’essa a Dashur, alta in origine ben 105 metri). Sappiamo che grandi squadre (aper) composte da centinaia di persone venivano arruolate allorquando si iniziava la costruzione di una piramide e di alcune ce ne sono giunte i nomi. Davvero c’è da chiedersi cos’altro mai occorra per convincersi a lasciare la Grande Piramide al suo legittimo proprietario.

Ad ogni buon conto, Bauval (ed è questo il distinguo cui facevo cenno), forse per evitare uno scontro totale con l’egittologia ufficiale, non nega che le piramidi fossero state costruite durante la IV Dinastia. Semplicemente, conclude che furono erette in quel lasso temporale, ma seguendo un progetto di circa 8.000 anni prima(!). Per quanto riguarda la Sfinge sostiene che la data è ignota, ma più verosimilmente risalente al 10.500 a.C. Questo a causa dei fenomeni di erosione (di cui si è ampiamente discusso nelle puntate dedicate al saggio di Mark Lehner). Per di più, secondo Bauval, se si riporta la mappa celeste a come appariva 12.500 anni fa, l’ enorme scultura punterebbe ad una costellazione ben precisa (provate ad indovinare?). Ebbene sì, proprio quella del Leone. Straordinario, no? Peccato che gli studiosi abbiano smentito clamorosamente l’autore. Anche se ci riferiamo a quella lontanissima epoca né le Piramidi, né la Sfinge si allineavano rispettivamente con Orione e il Leone, né il Nilo alla Via Lattea (sì compare anche il sacro fiume d’Egitto, nell’ipotesi di rappresentazione di una mappa celeste in terra d’Egitto). E poi una considerazione del tutto personale: è credibile che 12.500 anni or sono una configurazione di stelle sia stata necessariamente immaginata come evocativa della figura di un leone? Tra l’altro, per quel che ne so, gli egizi raggruppavano e denominavano le costellazioni in modo diverso da quello che utilizziamo oggi che, se non erro, è di derivazione mesopotamica e non utilizzato dagli egizi almeno fino alla conquista macedone.

Una suggestiva immagine, rielaborata, che ci mostra la costellazione di Orione con la tipica Cintura composta da tre stelle apparentemente quasi allineate.

Per concludere brevemente l’argomento, senza entrare troppo in dettagli astronomici di cui non ho alcuna competenza, riporterò, semplificata al massimo, qualche valutazione di esperti in materia. Innanzitutto, occupiamoci velocemente di questa famosa costellazione che avrebbe ispirato gli Antichi Egizi. Il raggruppamento di Orione è facilmente riconoscibile, proprio per le tre stelle, leggermente disallineate, che ne costituiscono la cosiddetta cintura: si tratta Zeta di Orione, o “Al-Nitak”, Epsilon di Orione, o “Al-Nilam”, Delta di Orione o Mintaka. Quest’ultima stella appare collocata lievemente più a nord della diagonale ideale formata dalle 2 stelle più luminose.

Le stelle che compongono la Cintura sono Alnitak, Alnilam e Mintaka (ζ, ε e δ Ori). Queste tre stelle brillanti messe in fila permettono di individuare con facilità nel cielo invernale la costellazione di Orione, figura dominante nei cieli invernali boreali e nelle notti estive australi. Il loro allineamento è però solo apparente, dovuto alla loro posizione rispetto alla Terra: Alnitak dista 820 anni luce, Alnilam 1340 e Mintaka 915.

E’ proprio questo disallineamento (che si ripete nelle tre piramidi di Gizah) che ha dato l’idea ad Hancock e Bauval, che, ovviamente, sono partiti alla ricerca di “prove” che ne confermassero la validità. Le loro affermazioni sono però state contestate, in particolare da due famosi astronomi: Ed Krupp dell’osservatorio Griffith di Los Angeles e Anthony Fairall, professore di astronomia presso l’Università di Città del Capo.

Edwin Charles Krupp ( Chicago, USA 18 novembre 1944).
Astronomo, ricercatore, autore e divulgatore scientifico americano. È un esperto riconosciuto a livello internazionale nel campo dell’archeo-astronomia, lo studio di come le antiche civiltà osservavano il cielo e dell’influenza che tali visioni esercitavano sulle loro culture. Ha insegnato a livello universitario, come docente di planetario È stato direttore dell’Osservatorio Griffith di Los Angeles. Krupp nutre un particolare interesse per l’impatto dell’astronomia sugli antichi sistemi di credenze È noto per i suoi numerosi contributi in materia su cui ha scritto ampiamente, Ha visitato e studiato quasi 2.000 siti preistorici e storici in tutto il mondo. 

Anthony Patrick (Tony) Fairall (15 settembre 1943 – 22 novembre 2008)
Nato a Londra si è trasferito nel 1948 in Sudafrica con la sua famiglia. Ha studiato all’Università di Città del Capo Laureandosi in fisica nel 1965. Trasferitosi ad Austin, ha continuato i suoi studi presso l’Università del Texas. Lavorò con due dei più famosi astronomi dell’epoca: il francese Gerard de Vaucoileurs e lo svizzero Fritz Zwicky. Nel 1970, tornò a Città del Capo, dove fu impiegato come primo docente nel nuovo dipartimento di astronomia dell’UCT. Iniziò immediatamente un’importante indagine fotografica per trovare supernovae nelle galassie meridionali e nel 1977 scoprì la galassia Seyfert 1. Questa galassia, denominata ‘Fairall 9’, è successivamente diventata uno degli oggetti extragalattici più osservati. Nel 1988, è diventato direttore part-time del planetario di Città del Capo, incarico che ha ricoperto per 17 anni. In perfetto stile con il suo personaggio, incline all’amicizia e al rispetto, Fairall raramente ha assunto atteggiamenti critici sul lavoro dei colleghi. Un’eccezione notevole è stata quando è entrato in una discussione popolare sul significato astronomico dell’allineamento delle piramidi egiziane, confutando le affermazioni fatte da Graham Hancock e Robert Bauval. In proposito, Fairall scrisse: «È l’affermazione relativa alla data del 10.500 a.C. che contesto su basi astronomiche. Anche se non posso dire di approvare il modo in cui questo materiale è stato trasmesso al pubblico, riconosco che ha suscitato un notevole interesse sia per le piramidi che per le stelle». E venuto a mancare a seguito di un incidente occorso in una spedizione subacquea.

Effettuando ricerche separatamente studiarono l’angolo tra l’allineamento della Cintura di Orione con il Nord, nell’epoca citata dai due autori, scoprendo che la corrispondenza con il presunto allineamento delle piramidi era tutt’altro che perfetto: (47-50 gradi, nelle misurazioni fatte attraverso il planetari contro i 38 gradi delle piramidi). Krupp, osservando le immagini allegate da Bauval e Gilbert, notò inoltre che il leggero disallineamento delle piramidi risultava deviato verso nord, mentre quello della Cintura di Orione verso sud, per cui una delle due rappresentazioni doveva necessariamente essere stata capovolta. Krup e Fairall rilevarono altre incongruenze, tra le quali una davvero clamorosa riguardava la Sfinge. Se la colossale scultura doveva rappresentare il Leone, si sarebbe, dovuta trovare sulla riva opposta del Nilo (che, ricordo, i due autori affermano rappresentasse la Via Lattea per gli Antichi Egizi) rispetto alle piramidi e che nell’equinozio di primavera di 12.500 anni fa il sole era nella Vergine e non nel Leone. Senza contare il fatto che, come già ho esposto nella prima parte del post, le costellazioni come le conosciamo oggi nacquero in Mesopotamia e non furono riconosciute dagli egizi prima dell’epoca greco-romana.

Una spettacolare immagine scattata nella notte tra il 30 e il 31 dicembre 2019 da Montevergine, in provincia di Avellino che ci mostra l’aspetto dellala costellazione alle nostre latitudini. Nella foto si possono vedere Sirio (Sopdet, per gli Antichi Egizi) la stella più luminosa in alto a sinistra e la Costellazione di Orione brillare al di sopra del Vesuvio e i paesi vesuviani.

Gli egittologi oggi accettano comunemente che la Sfinge rappresenti Chefren (al più c’è chi ne attribuisce la paternità a Cheope, ma cambia ben poco sotto l’aspetto temporale) e la retrodatazione supposta da Robert Schoch a causa dell’erosione è stata ampiamente contestata, da valenti studiosi (rimando a tal proposito al saggio di Mark Lehner presentato nell’ambito della stessa rubrica). In realtà è forte il sospetto che la data del 10.500 fu scelta per sostenere l’ipotesi dell’esistenza di un’antica civiltà scomparsa e tecnologicamente evoluta che sarebbe stata la progenitrice di tutte le altre. Resta da capire come mai, riferendosi a tempi così remote, ci sarebbero solo la Sfinge, le Piramidi e poco altro a testimoniarlo, mentre una miriade di manufatti rinvenuti ci conferma che l’umanità, all’epoca, si affacciava al Neolitico o era ancora nella fase finale del Paleolitico Superiore. Anzi, per quanto riguarda le Piramidi di Gizah, le ipotesi di Bauval e Gilbert, sembrano ancora più sconcertanti. Posto che furono realizzate secondo un piano stabilito all’incirca 8.000 anni prima(!), dove avrebbero trovato gli Antichi Egizi la documentazione che avrebbe permesso loro di realizzarlo? Su quale supporto e soprattutto in quale lingua avrebbero trasmesso questa idea?

Fonti:

  • Maurizio Damiano, Egitto vol. 4 pp. 281-284
  • Vassil Dobrev, dal volume I Tesori delle Piramidi a cura di
    Zahi Hawass
Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DI MERENRE NEMTYEMSAF II

A cura di Piero Cargnino

DALL’AUTOBIOGRAFIA DI WENI IL VECCHIO

Merenre, (Merenra, Menthusuphis, Horo Ankhkhau, Antyemzaef, Merenre Nemtyemsaf I), fu il successore di Pepi I, si pensa che sia stato un grande faraone anche se il suo regno non durò a lungo, pare che abbia regnato per soli cinque o sei anni. Le cifre che si riscontrano sono molto discordanti, il Canone Reale di Torino sembra riportare, secondo la ricostruzione di Alan Gardiner, l’improbabile cifra di 44 anni mentre Manetone gliene assegna solo 7. Dai riscontri archeologici si rileva come data più alta l’anno successivo a quello della quinta conta del bestiame, quindi 10 anni. Se si considera però che molto probabilmente Merenre venne associato al trono dal padre Pepi I l’ipotesi più reale è che Merenre abbia regnato in modo autonomo circa 5 anni. La riprova di questo trova conferma nell’esecuzione dei suoi monumenti che denunciano tracce di un affrettato completamento, segno che il loro utilizzo deve essere avvenuto ben prima del previsto.

Ma la cosa che più sorprende è che di questo sovrano, del quale conosciamo ben poco, quel poco che conosciamo ci giunge dall’autobiografia di un personaggio secondario, Weni il Vecchio. L’autobiografia è la forma più antica nella letteratura egiziana e ci sono numerosi esempi di ottima qualità. Quella di Weni è incisa su una lastra di calcare rinvenuta nel 1860 da Auguste Mariette nella sua tomba-cappella nel Medio Cimitero ad Abydos.

Nella sua autobiografia Weni ci racconta di aver servito ben tre faraoni, Teti, Pepi I e per ultimo Merenre e sotto quest’ultimo come governatore dell´Alto Egitto. Questo rende meno credibile la veridicità del racconto, Weni, vissuto durante la VI Dinastia (ca. 2323-2150 a.C.) dell´Antico Regno, avrebbe ricoperto una carica di secondaria importanza sotto il regno di Teti, aggiunge poi che il re Pepi I lo assoldò per fare delle investigazioni sulla regina Weret-Yamtes, apparentemente coinvolta in un complotto ai danni del re. Tenuto conto che il regno di Pepi I, sarebbe durato oltre cinquant’anni, e supponendo che Merenre sia salito al trono solo dopo la morte del padre, Weni doveva aver già passato da un pezzo la sessantina quando entrò al servizio del nuovo sovrano. Pare strano che compiti così gravosi venissero affidati ad un uomo in età cosi avanzata per quel tempo. Diverso sarebbe se si scoprisse che Pepi I si associò il figlio al governo vari anni prima di morire, cosi che gli ordini sovrani potrebbero essere stati emessi a nome di entrambi, e in effetti sono state scoperte concrete, seppur scarse, prove di una tale coreggenza.

Se vi trovate a girare per la necropoli di Saqqara vi troverete in difficoltà ad individuare il complesso piramidale di Merenre, quello che nell’antichità veniva pomposamente chiamato “Lo splendore di Merenre rifulge”. Le sue rovine, situate addentro al deserto sull’estremo limite sud-ovest della necropoli, spariscono allo sguardo del visitatore che viene piuttosto attratto dalla Mastabat el-Faraun e dai resti della piramide di Pepi II.

La piramide di Merenre non ha fin’ora suscitato grande interesse per gli archeologi che si sono riferiti soprattutto alle fonti scritte, in particolare alla sopracitata autobiografia del funzionario Weni, nella quale racconta che gli venne affidato l’incarico di procacciare i materiali per la costruzione della piramide, granito rosa da Assuan, alabastro da Hatnub e grovacca nera dalle cave di Ibhat, con le quali venne realizzato il pyramidion ed il sarcofago del sovrano. Perring, negli anni ’30 del XIX secolo rinvenne la presenza di blocchi di granito bianco del paramento, oggi spariti fra i detriti. Il pyramidion ed il sarcofago presentavano tracce residue della doratura originaria.

All’inizio degli anni ’80 del XIX secolo, Maspero, all’eterna ricerca dei testi delle piramidi, penetrò all’interno dei sotterranei della piramide. Le camere ipogee non si discostano da quelle della piramide di Pepi I, la parete occidentale, dove era poggiato il sarcofago si presenta con uno splendido rilievo policromo con il motivo della facciata del palazzo reale. Il soffitto era ornato con stelle bianche su sfondo nero rivolte a occidente. Del corredo funebre sono stati rinvenuti solo resti insignificanti fra cui due scodelle in alabastro ed un piccolo oggetto, bottone o maniglia, di uno stipetto.

All’interno della camera funeraria Maspero rinvenne la mummia di un giovane uomo che presentava l’acconciatura con ciocca laterale tipica dell’adolescenza.

Esaminando anche il tipo di fasciatura, sul momento si pensò ad una sepoltura intrusiva più tarda, Elliot Smith, conoscitore di mummie egizie, l’attribuì alla XVIII dinastia. In seguito alcuni egittologi ipotizzarono che la mummia appartenesse proprio a Merenre, sappiamo che regnò per poco tempo e morì molto giovane, inoltre non ci sono indicazioni di sue eventuali mogli o figli. Un pendente dorato sul quale sono riportati i nomi di Merenre e di suo padre Pepi I, parrebbe essere la prova, la prima di questo genere, della coreggenza. Se il corpo appartiene veramente a Merenre si tratterebbe della mummia regale più antica giunta fino a noi.

Dopo molti decenni furono riprese indagini approfondite da un team archeologico francese, guidato da Jean Leclant, che continuano tutt’ora. Purtroppo lo stato di grave devastazione in cui versa la piramide ha fornito scarse informazioni. I numerosi frammenti di Testi delle Piramidi, sparsi nell’enorme cratere lasciato dai saccheggiatori, lasciano intendere quanto sarà complessa la ricostruzione delle camere.

Fonti e bibliografia:

  • Martin Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • ,John A. Wilson, “Egitto – I Propilei”, Monaco di Baviera 1961 (Arnoldo Mondadori, Milano 1967)
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Federico A. Arborio Mella – L’Egitto dei Faraoni – Mursia, 2012
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto!, Editori Laterza, Bari 2008 )
Antico Regno, Piramidi

LE MOGLI DI PEPI I

A cura di Piero Cargnino

La vasta necropoli di Saqqara copre un’area di circa 7 × 1,5 km per complessivi nove chilometri quadrati. Viene convenzionalmente suddivisa in quattro aree principali: Saqqara Nord dove sono ospitate gran parte delle cosiddette tombe arcaiche risalenti alla I dinastia, l’Area Principale dove si trova il complesso di Djoser con la sua piramide a gradoni, il Serapeum, il sepolcro dei tori Apis con i suoi colossali sarcofagi e numerose altre tombe, in ultimo l’area di Saqqara Sud in cui sono ubicati i complessi di Pepi I e Pepi II, (VI dinastia), e Ibi, (VIII dinastia). Di fatto la necropoli di Saqqara non venne più utilizzata a partire dal Primo Periodo Intermedio anche se in realtà alcuni faraoni e dignitari successivi non disdegnarono di farsi costruire qui la propria tomba, tra di esse c’è quella che il faraone Horemheb, (XVIII dinastia), si fece costruire prima di salire al trono. Si incontrano poi altre sepolture che risalgono anche al periodo greco-romano. Ed è proprio nell’area di Saqqara sud che, accanto alla sua piramide, il faraone Pepi I fece erigere i complessi funerari di alcune sue consorti regine. Come detto in un precedente articolo Pepi I prese almeno sei mogli, (in realtà furono parecchie di più ma queste sei sono le “regine” delle quali fino ad oggi sono stati rinvenuti i loro complessi funerari). Il numero delle mogli non deve stupire, molti faraoni possedevano degli harem decisamente più numerosi. L’egittologo Miroslav Verner, nel suo libro “Il mistero delle Piramidi”, (sempre citato in fonte), ci descrive queste sei, andando però a cercare tra le varie notizie di egittologia che vengono periodicamente pubblicate apprendo che ne emergono sempre di nuove dagli scavi della missione franco-svizzera guidata dal prof. Klumber. Dagli scavi che sono tutt’ora in corso nella zona a sud-ovest della piramide di Pepi I, a partire dal 2017, ne sono state scoperte ben nove. In attesa di notizie più precise per ora mi attengo al testo citato. Come abbiamo già visto molti faraoni fecero erigere accanto alla propria, piramidi più piccole dedicate a mogli o madri, basti pensare a Cheope, Micerino, ecc. Ma allora vi chiederete, perché trattiamo in modo diverso queste sei mogli di Pepi I?. La ragione è molto semplice, mentre i suoi predecessori facevano erigere piccole piramidi per le regine, Pepi I per le sue sei fece erigere dei veri e propri complessi piramidali ciascuno con il suo tempio funerario e, per alcune, addirittura la piramide cultuale. Il perché di questo comportamento ovviamente non ci è noto. Non tutte sono ancora state studiate a fondo. Andiamo dunque a farci un giro nel complesso piramidale di Pepi I dove i reperti più significativi sono le piramidi delle sue regine. Queste piramidi appartengono a: Nebuunet, Inenek-Inti, Meritites IV, Ankhesenpepi II e Ankhesenpepi III, Mehaa con una tomba appartenente a suo figlio Hornetjerikhet a nord, Behenu, Reherichefnakht, una, piramide sul lato occidentale, rimane anonima. Procediamo dunque nell’ordine che le cita Verner, la prima è quella della regina  Nebuunet.

LA PIRAMIDE DI NEBUUNET

Quello di Nebuunet è il complesso situato più ad oriente di tutte le tombe reali, (anche se pare che più ad est ne esista un altro non ancora trovato). Al complesso si accedeva dal cortile, a nord della piramide di Pepi I, attraverso una  porta in pietra calcarea dalla quale si accedeva ad un’anticamera da cui si poteva raggiungere il cortile che circonda la piramide ed a un piccolo tempio funerario oggi ridotto a poche rovine dalle quali emerge però una sala delle offerte ed una sezione di muro di circa 1 metro di spessore che sono un po meno rovinati. La sala ci presenta ancora alcuni frammenti di sculture che si sono conservati dove Nebuunet compare con dei leoni su un podio di fronte a una dea che regge un scettro ankh. Dell’intero impianto che comprendeva la piramide ed un tempio funerario oggi non è rimasto molto, è comunque stato possibile ricostruirne la pianta anche se a grandi linee. La piramide era costruita con blocchi di calcare, aveva una lunghezza di base di circa 20,96 metri e un’altezza massima di 21 metri. Il suo ingresso si trova nel pavimento della cappella nord e si passa attraverso una porta di pietra calcarea, che guarda la piramide di Pepi I.

La porta è stata quasi completamente rimontata da componenti riscoperti. Da qui ci si immette in un cunicolo discendente che dopo un breve tragitto si trasforma in un passaggio orizzontale attraverso una specie di vestibolo. Ogni stipite della porta ha un’immagine completa della regina che la ritrae come una donna snella, con indosso una parrucca che le incornicia il viso, dotata di un fodero e una grande collana che le penzola intorno al collo. In una mano tiene un fiore di loto dal quale respira il suo profumo, mentre l’altra è sollevata dietro di lei. Il suo nome e il suo titolo sono incisi sugli stipiti: “la moglie del re, la sua amata, Nebuunet”. Sulla parte superiore dello stipite, sotto il geroglifico del cielo, un falco reale ad ali spiegate stringe un ankh puntato verso un cartiglio recante il nome di Pepi I, esso stesso parte di un’unità di tre colonne di testo. Prima dell’ingresso alla camera funeraria, si trovava un’unica saracinesca in granito rosa. La camera, orientata in senso est-ovest aveva il soffitto piatto. La sottostruttura ha lo stesso layout che troveremo nella piramide di Inenek-Inti, con la differenza che il suo sarcofago era fatto di granito rosa, piuttosto che grovacca. Alcuni frammenti di alabastro con resti di iscrizione in geroglifico che non forniscono alcuna spiegazione sono le uniche cose trovate all’interno della camera. A est della camera funeraria c’era un piccolo serdab che conteneva frammenti di corredo funerario tra cui un peso da telaio cilindrico in legno e una piuma di struzzo, potenzialmente rappresentanti le piume di Maat, ed altri resti di oggetti privi di significato. In una cappella poco più a nord, realizzata semplicemente in mattoni crudi, fu scoperto un frammento di altare in calcare.

LA PIRAMIDE DI INENEK-INTI

Al secondo posto Verner ci propone, la seconda regina  Inenek-Inti. Inenek-Inti era una moglie di Pepi I, vantava anche il titolo di visir. Ricopriva inoltre, cosa rara nell’antico Egitto, il ruolo di architetto e costruttore, il faraone Pepi I, come detto in precedenza, affidò alla consorte la costruzione del suo monumento funerario dove, su alcuni blocchi, compaiono i titoli di Inenek-Inti tra cui quello di architetto. Forse fu anche suo il progetta di quella che sarebbe diventata la sua tomba, (questo non lo sappiamo).

La piramide di Inenek-Inti aveva i lati di 21 metri con un’area che corrisponde a 1/14 di quella della piramide di Pepi I ed un volume corrispondente a 1/10. Sia la piramide di Inenek-Inti che il suo tempio funerario sono di dimensioni maggiori di quello della regina Nebuunet e si trova racchiusa all’interno di un muro spesso 1,5 metri. Per accedere alla piramide si transita attraverso una cappella posta sul lato nord quindi si scende per un passaggio discendente attraverso il quale si giunge in un vestibolo che si apre sul corridoio principale. Nel corridoio è presente una saracinesca in granito superata la quale si giunge alla camera sepolcrale che si trova proprio sotto l’asse verticale della piramide, poco più a est si trova un serdab.

All’interno della camera, sul lato ovest si trova il sarcofago in grovacca. L’intera camera si presenta in completa rovina, dagli scavi sono emersi frammenti di corredo funerario, pezzi di pietra di vari colori oltre a diversi contenitori sigillati in pietra calcarea che sarebbero stati adibiti a contenere le provviste funerarie. Lungo i lati nord, est e sud della piramide si estendono tutta una serie di fabbricati con il tempio funerario che risulta piuttosto angusto. All’entrata del tempio si trovano due pilastri in granito che costituiscono la porta, su di essi compare la regina che, seduta, respira il profumo di un fiore di loto, il suo nome Inenek-Inti è inciso presso di lei. Due obelischi di calcare grigio svettano all’entrata del complesso templare, su di essi è raffigurata la regina stante, anche qui, oltre ai suoi titoli compaiono i suoi nomi, su di uno è chiamata Inenek e sull’altro Inti. Il tempio si compone di una sala e un cortile a pilastri a nord-est. Nel cortile verso est è presente la sala delle offerte ed una stanza con tre nicchie con statue. Sui lati nord e sud insistono dei magazzini mentre più verso sud-est si trova una piccola piramide di culto con i lati di base di 6 metri

LA PIRAMIDE OCCIDENTALE

Spostiamoci di poco ad ovest della piramide di Inenek-Inti per incontrare la piramide anonima cosiddetta “Occidentale”. Non conosciamo il nome della proprietaria, l’unico accenno alla sua identità si trova su un obelisco di fronte alla sua piramide dove viene indicata solo come “la figlia maggiore del re”. Fu la prima delle piramidi delle regine ad essere portata alla luce nel 1988 dalla Mission archéologique française de Saqqâra/Mission archéologique franco-suisse de Saqqâra (MAFS). Si presenta con una lunghezza dei lati di base di 20 metri, come quella di Nebuunet, mentre le rovine raggiungono oggi l’altezza di solo 3 metri. Dalla parete nord, attraverso un breve cunicolo si accede alla camera funeraria situata sotto l’asse verticale della piramide, mentre il serdab è situato stranamente a sud della stessa camera funeraria invece che a est. Al suo interno vennero ritrovati resti di attrezzature funerarie, pesi di legno e piume di struzzo, ami da pesca in rame e vasi di argilla cotta, nulla indicava il nome del proprietario. Sono stati trovati anche i resti di un tempio funerario, che denota la fretta con cui venne costruito, una piccola sala per le offerte ed una stanza con due nicchie di statue. Sono presenti alcuni frammenti di rilievi che raffigurano scene di processioni e un cartiglio incompleto del nome di Pepi I.

LA PIRAMIDE DI MERITITES IV (MERITITE)

La posizione di questa regina è alquanto incerta, Inizialmente creduta moglie di Pepi I, oggi si propende per credere che sia stata una figlia del sovrano, la conferma di ciò starebbe nel suo titolo “Figlia del Re, del Corpo di Pepi Mennefer” ed in realtà moglie di Pepi II Neferkare. Forse fu anche sposa di suo padre, era infatti una pratica usuale quella di sposare le proprie figlie non con lo scopo della procreazione ma per elevare la principesse alla dignità regale (caso che si riscontra nelle numerose figlie di Ramesse II). Un indizio che ci porta in quella direzione lo troviamo nel nome stesso della principessa, infatti Meritites significa “L’Amata del Padre”. Meritites IV poteva vantare numerosi titoli quali: “Grande dello scettro hetes”, “Colei che vede Horus e Seth”, “Grande delle lodi”, “Moglie del Re”, “Moglie del Re, la sua amata”, e “Compagna di Horus” oltre al titolo citato sopra. La sua piramide si trova immediatamente a sud della anonima “Piramide Occidentale” ed i suoi lati di base misurano 21 metri. L’accesso al complesso avviene da nord-est tramite un lungo corridoio collegato dalla strada che immette nel cortile. La parte ipogea è decorata ed il titolo principale è riportato a metà delle pareti della camera. All’interno sono stati rinvenuti frammenti lignei, probabilmente facenti parte di una cassa adibita a contenere i vasi canopi, sui quali erano riportate formule tratte dai Testi delle piramidi. All’esterno si trova un cortile con cinque colonne sulle quali sono registrati i suoi titoli ed una sua immagine. Nel 2007, la piramide di Meretites IV era stata completamente restaurata.

LA REGINA  ANKHESENPEPI II (ANKHESENMERYRE II O ANKHENESNEFERIBRA)

Nel 1997 una missione francese trovò un blocco di granito vicino all’angolo sud della piramide di Pepi I sul quale compariva il nome di Ankhesenmerire, (o Ankhesenpepi, nome acquisito con il ruolo reale).  Ankhesenpepi II,  moglie di Pepi I e madre del successore di questi Pepi II, (fu pure moglie di Merenra I successore di Pepi I) rivestì un ruolo sociale e religioso di eccezionale importanza. +

Nella tomba della figlia Neith, moglie di Pepi II, si trovava un luogo per il culto di  Ankhesenpepi II (Ankhesenmerire) definito come “sacrario” dove i sacerdoti addetti erano chiamati “Servitori della divinità”, questo era un privilegio che spettava solo ai faraoni. Questa regina, racconta Manetone, divenne reggente al posto di suo figlio che aveva appena sei anni. Una statuetta di alabastro, conservata al Museo di Brooklyn, raffigura la madre con il figlioletto in grembo.

La conferma della sua reggenza la troviamo in una incisione nella roccia dello Uadi Maghara nel Sinai, databile a quell’epoca, che la raffigura con indosso il copricapo attillato e l’uraeus sulla fronte, cosa veramente rara per l’Antico Regno, (se si trascura la più antica rappresentazione della regina Khentkaus II con l’uraeus trovata ad Abusir).

La piramide di Ankhesenpepi II si trova a sud-ovest della piramide di Meritites IV, nell’angolo sud-occidentale del complesso. Con una lunghezza di base di 31,4 metri, è la piramide più grande del complesso dopo quella di Pepi I. Il tempio funerario esterno fu costruito su un asse nord-sud. A ovest una serie di ventuno magazzini disposti a pettine, ed a sud un ampio cortile con due porte. La porta sud-est conduce al modello interno, o privato. La porta sud-ovest conduce alla parete nord della piramide. Sulla parete nord della piramide, sono stati trovati resti di una cappella larga 4,2 metri. La sottostruttura della piramide è stata scoperta piena di sabbia e detriti, ma una volta ripulita ha rivelato una grande camera sepolcrale di 7,34 metri (est-ovest) per 3,15 metri (nord-sud) . A est c’era un serdab privo di iscrizioni.

La camera funeraria della piramide di Akhesenpepi II contiene un massiccio sarcofago in basalto finemente lavorato che venne trovato colmo di detriti e sabbia. Il corpo del sarcofago è lungo 2,84 metri e largo 1,27 metri. Aveva un coperchio, trovato frammentato in quattro pezzi, che sembra essere stato realizzato con un materiale diverso dal corpo del sarcofago. Il titolo della regina appare sul sarcofago e sul coperchio identificandola come “La madre del re e figlia di Geb e Nut”.

Durante l’evacuazione del sarcofago sono stati recuperati frammenti ossei del braccio, della gamba e del piede. Questi sono stati identificati come appartenenti a una femmina adulta matura che doveva soffrire di artrosi. La cosa che più sorprese gli egittologi fu quella di trovare le pareti della camera interamente ricoperte con i testi delle piramidi, usanza che solo ad essi era riservata. Con ciò viene confermata ancora di più l’ipotesi che  Ankhesenpepi II abbia regnato come reggente per parecchio tempo.

Nel tempio del complesso funerario di Ankhesenpepi II, nel 1998 è stato scoperto un blocco decorativo con i cartigli di Pepi I, Pepi II e Merenre I. I primi due cartigli erano facilmente spiegabili: Pepi I era il marito di Ankhesenpepi II e Pepi II era suo figlio. Il terzo, quello di Mererenre I, rimase inspiegabile fino a quando un anno dopo non fu trovato un secondo blocco decorativo danneggiato nel cortile a pilastri sul quale erano riportati i titoli della regina Ankhesenpepi II che la identificavano come la moglie di Merenre I.

Secondo Labrousse, Ankhesenpepi II si risposò con Merenre I, suo nipote, dopo la morte di Pepi I. Durante gli scavi della missione franco-svizzera guidata dal prof. Klumber fu ritrovato il piramidion in granito rosa appartenente alla piramide di Ankhesenpepi II, dalle accurate analisi cui venne sottoposto emersero tracce che inducono a pensare che in origine doveva essere ricoperto interamente da una lastra di oro o di rame per risplendere ed essere visibile da lontano.

Nelle vicinanze sono ancora in corso scavi che riportano alla luce sempre nuovi monumenti funerari dei quali non se ne conosceva l’esistenza. Recentemente sono stati portati alla luce frammenti di un rilievo con iscrizioni che riportano il nome di un’altra regina fin’ora sconosciuto. Un nome che suona un po’ esotico Nedjeftet che significa “Colei che proviene da un albero di melograno”. L’albero del melograno era il simbolo di due Nomoi dell’Alto Egitto, il XIII ed il XIV, cosa che ci lascia supporre che la regina Nedjeftet provenisse da quelle zone. Se così fosse si potrebbe supporre che la politica matrimoniale di Pepi I avesse come scopo quello di aumentare il suo controllo su quelle parti del paese dove maggiormente il potere locale stava eccessivamente crescendo

Un’altra donna della casata di Pepi I che ha trovato posto nelle vicinanze della sua piramide è la figlia di suo figlio  Merenre I Nemtyemsaf, che diventò regina andando in sposa al proprio fratello o fratellastro Pepi II. Intorno si trovano altre piramidi, quella di Mehaa e quella “intrusa” di  Reherichefnakht di cui parleremo in seguito.

LA REGINA  ANKHESENPEPI III

Recentemente è stato scoperto il suo complesso funerario vicino all’angolo sud-ovest della piramide di Pepi I. Il suo nome significa “La sua Vita appartiene a Pepi” e per non farsi mancare niente poteva vantare tra i suoi titoli quelli di: “Sposa del Re”, “Sorella del Re” e “Figlia del Re”. La sua piramide si trova a nord della piramide di Ankhesenpepi II ed a sud-ovest di quella di Mehaa. Il suo complesso è il più piccolo della necropoli di Pepi I. Schiacciato a sud dal tempio funerario di Ankhesenpepi II, a est e a nord da una spianata che probabilmente conteneva strutture di culto. Sulla spianata del lato nord, come vedremo più avanti, si trova una piramide che non ha nulla a che vedere con il complesso di Pepi I, risale probabilmente alla fine della XI dinastia ed appartiene ad un individuo chiamato Reherichefnakht che non era neppure membro della famiglia reale. Al complesso funerario di  Ankhesenpepi III si accede dall’angolo nord-est della parete nord dove due obelischi ne indicano il passaggio. Sul lato orientale della piramide si trova il tempio funerario formato da due stanze attraverso le quali si raggiunge la sala delle offerte. Spostata leggermente verso sud, al centro di un piccolo cortile, si trova una piccola piramide cultuale, accanto al muro di cinta sono emersi alcuni frammenti di un papiro che riportava un decreto di Pepi II in onore di Ankhesenpepi III. La piramide di Ankhesenpepi III ha i lati di base lunghi 15,72 metri, nella parte ipogea la camera funeraria della piramide si presenta gravemente danneggiata. Al suo interno si trovava il sarcofago, ricavato da un unico blocco di arenaria, molto danneggiato e incassato nel pavimento, il coperchio di granito rosa si presenta rozzamente lavorato. Le pareti del sarcofago sono dipinte a facciata di palazzo. Su di esso sono stati incisi il nome e i titoli di Ankhesenpepi III e al suo interno conteneva frammenti ossei. Nella parte ovest del complesso è presente una sovrastruttura in mattoni di fango, nei pressi c’è un pozzo che conduceva a una camera con soffitto a volta, attraverso la camera si poteva accedere ad un’altra camera funeraria in calcare decorato. Qui fu sepolta Ankhnes, sacerdotessa di Hathor di Ankhesenpepi III. All’interno è stata rinvenuta una statuetta in legno di 38 cm rappresentante Ankhnes e cinque manici di specchio in legno decorato.

MEHAA, LA REGINA SCONOSCIUTA

Poco più a nord-ovest della piramide di Ankhesenpepi III si trova la piramide di un’altra regina, meno conosciuta, Hornetjerikhet Mehaa. Nonostante appartenga un po’ all’oblio, la sua piramide è più grande di quella di Ankhesenpepi III.

Moglie di Pepi I, anche se quasi del tutto sconosciuta, il suo nome ci è noto solo per esserci pervenuto tramite documentazione scritta. Della piramide al momento non si conosce nulla. Di fronte alla sua piramide c’è un edificio sul quale compare il nome e l’immagine del principe Hornetjerikhet, figlio di Pepi I.


Sicuramente Pepi I di mogli ne aveva molte di più ma non a tutte riservò l’onore di giacere nel suo complesso funerario, per completare la visita del complesso non trascuriamo l’ultima regina che riposa accanto a lui. Vedremo poi anche la piramide intrusa della quale abbiamo accennato in precedenza e che non ha nulla a che vedere con il faraone Pepi I.

LA REGINA BEHENU

Non è ancora chiaro se questa regina fosse la moglie di Pepi I o di Pepi II, ma sicuramente faceva parte della famiglia reale visto l’onore ricevuto. Nel 2007, la squadra di archeologi francesi che  lavora a Saqqara dal 1989, ha trovato i resti della piramide e la camera sepolcrale della regina Behenu. Ad annunciarlo è stato lo stesso Zahi Hawass, Segretario generale del Consiglio supremo delle antichità (SCA).

La piramide si trova ad ovest di quella di Pepi I, direttamente a nord della piramide di Mehaa. I lati di base misurano 26,2 metri che ne fanno la seconda piramide delle regine per grandezza nella necropoli dopo quella di Ankhesenpepy II. Il tempio funerario è completamente in rovina ma da alcuni frammenti si è potuto risalire al nome della regina che corrisponde a quello ritrovato su altri frammenti di testi rinvenuti in precedenza intorno alla tomba di Reherichefnakht, si pensa che provengano dalle camere della piramide. La camera sepolcrale, afferma Hawass, si trova in uno stato di completa distruzione tranne due pareti interne su cui sono stati rinvenuti i resti di testi delle piramidi. L’egittologo Philippe Collombert, dell’Università di Ginevra, capo della missione, così descrive il  sarcofago della Regina:

Il sarcofago in granito risulta essere ben preservato e su di esso è inciso il nome della Regina con diversi titoli che le vengono attribuiti, ma non viene detto niente riguardo l’ identità di suo marito”.

Il sarcofago presenta le pareti dipinte in nero e rosso imitando la classica facciata di palazzo con il testo inscritto sopra. Per la sua composizione il sarcofago secondo gli egittologi è un oggetto molto raro, costruito in granito rosa è poggiato su su una base nera. I geroglifici dipinti sulle pareti hanno conservato alcuni frammenti di vernice verde e sono tracciati entro linee dipinte di nero e rosso che separano i registri verticali.

Il recinto presenta una porta che da accesso al vestibolo, da qui un’altra porta da sul cortile nell’angolo nord-ovest. Dal cortile sul lato sud-est attraverso una porta si accede ad un altro vestibolo composto da due stanze comunicanti. Sul lato nord si estende un lungo corridoio privo di finestre, mentre sul lato occidentale ci sono dieci magazzini. Dal cortile, attraverso una porta, si accede ad un tempio interno, mentre una serie di stanze si susseguono in direzione nord-sud; tra queste si trovano una stanza senza finestre, il serdab per la statua della regina e la sala delle offerte. Sul lato sud-est, al centro di un piccolo cortile si trova una piccola piramide di culto di 5,5 metri di lato di base. Tra le rovine del tempio è stata rinvenuta la testa di una statuetta della regina Behenu rappresentata con una parrucca. Nei pressi del monumento si trovava un tavolo dal quale è stato possibile identificare una figlia di Behenu di nome Hapi.

LA REGINA REHERISHEFNAKHT

Come abbiamo già accennato, durante gli scavi nel 2004, all’interno del complesso di Pepi I è spuntata la piramide di un intruso. In uno spazio abbastanza ristretto con a nord la piramide di Behenu, a sud quella di Ankhesenpepi III e ad est quella di Mehaa è stata rinvenuta una piramide sconosciuta, risalente probabilmente alla fine dell’undicesima dinastia che non ha nulla a che vedere con il complesso delle regine mogli di Pepi I. La piramide ha un lato di base di 13,12 metri ed è interamente costruita con blocchi di calcare probabilmente recuperati dai monumenti vicini. All’interno della piramide sono stati trovati resti di stele, tavoli per offerte, fermaporta e un’architrave e su alcuni sono scritti dei nomi. La cosa che più ha sorpreso gli archeologi è che su un reperto era riportato il nome di una moglie di Pepi I precedentemente sconosciuta, Sebutet. La parte ipogea si compone di un pozzo attraverso il quale si raggiunge la camera sepolcrale, questa è rivestita con lastre di pietra, su una delle quali è riportato il nome del proprietario, Reherichefnakht. La camera si presenta riccamente decorata, sulle pareti sono incisi i testi delle piramidi, limitatamente alle formule 214-217, mentre il sarcofago riporta il testo 335 dei sarcofagi. La scoperta è tanto più interessante in quanto, che in una tomba non reale, compaiano ambedue i testi è significativo di un collegamento tra l’Antico e il Medio Regno.

Fonti e bibliografia:

  • Aidan Dodson & Dyan Hilton, “The Complete Royal Families of Ancient Egypt.”, Thames & Hudson, 2004
  • Allen James P. “La piramide testi antichi egizi”, Society of Biblical Literature,  Atlanta 2015
  • Altenmuller Hartwing, “Antico Regno: Sesta Dinastia”. Oxford University Press, 2001
  • Hellum Jennifer, “Le piramidi”,  Westport, CT: Greenwood Press, 2007
  • JoyceTyldesley, “Chronicle of the Queens of Egypt.”, Thames & Hudson. 2006
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Hellum Jennifer, “Le piramidi”,  Westport, CT: Greenwood Press, 2007
  • Mark Lehner, “Le piramidi complete”, New York: Tamigi e Hudson, 2008
  • Richard H. Wilkinson, “I templi completi dell’antico Egitto”, New York: Tamigi e Hudson, 2000
  • Missione archeologica franco-svizzera di Saqqâra, “Necropole de Pépy premier”, 2016 Wolfram Grajetzki, “Ancient Egyptian Queens: A Hieroglyphic Dictionary”, Golden House Pubns, 2005
Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE CHE ABBAGLIAVA I CONTEMPORANEI

“MEN-NEFER-PEPI” – LO SPLENDORE DI PEPI E’ DURATURO

A cura di Piero Cargnino

Pepi I, (Pepi, Phios, Piopi Meryra, Horo Merytowe, Nefersahor), fu il terzo faraone della VI dinastia, figlio di Teti e della regina Iput I, regnò intorno al 2330 a.C. succedendo a Userkara. Su questo ci sono molti dubbi in quanto Userkara potrebbe aver usurpato il trono per un breve periodo governando la province del Basso Egitto mentre Pepi I governava legittimamente il resto del paese.

Salì al trono col nome di Nefersahor, che poi trasformò, assumendo il nome di Ra, in Piopi Meryra. Il Canone Reale di Torino gli assegna 20 anni di regno mentre Manetone, che lo chiama Phios, gliene attribuisce 53. Tenendo conto che il dato più alto, rinvenuto in un’incisione, fa riferimento al venticinquesimo anno della conta del bestiame, che di norma era biennale, si può pensare che il dato di Manetone sia il più vicino alla realtà. Pepi I si dimostrò subito un sovrano energico mirando all’affermazione della dinastia, a lui viene attribuito un serio tentativo di rinsaldare l’autorità centrale che si stava sgretolando in favore dei vari nomarchi e sacerdoti senza però ottenere risultati di rilievo. Ad un certo punto, non sappiamo per quali ragioni, probabilmente costretto dalle necessità reali della situazione, iniziò la triste politica di accettazione delle più egoistiche richieste dei nobili provinciali, che segnò il lento ma inarrestabile sfacelo dello Stato assolutista, già minato fin dalla precedente V dinastia.

Fu un grande costruttore, fece erigere un grande santuario, le cui rovine sono ancora visibili a Bubastis, ed un importante tempio a Eliopolis, a dimostrazione che il culto di Ra, seppure un po appannato, non era caduto completamente nell’oblio. Ancora in epoca tolemaica il nome di Piopi Meryra era ricordato nel tempio di Dendera con quello del fondatore. Due statue in rame di Pepi I, oggi conservate al Museo Egizio del Cairo, vennero rinvenute a Ieracompolis e rappresentano i migliori esemplari di scultura in metallo rimasti dall’Antico Regno. L’impressione di grandezza evocata dal nome di Piopis Meryra non è dovuta ai suoi monumenti, ma alla grande abbondanza e diffusione delle epigrafi che lo citano. Secondo alcuni fu dal nome della sua piramide, “Men nefer Pepi”, (Lo splendore di Pepi è duraturo), che prese il nome la città di Menfi.

Da un’iscrizione recante il suo nome scopriamo che organizzò una spedizione alla cava di alabastro di Hatnub nel 25° censimento del bestiame che equivale al suo cinquantesimo anno di regno. Iscrizioni rupestri rinvenute nello Wadi Hammamat ricordano la sua prima festa Sed, probabilmente avvenuta nel trentesimo anno di regno. L’orgoglio di Pepi per questa festa lo troviamo commemorato su numerosi vasi d’alabastro, ora al Louvre e in altri musei. I suoi matrimoni sembrano indicare un’indole modesta, sposò le figlie di un principe ereditario provinciale, forse di Abido, detto Khui. Ebbe comunque ben sei mogli, Ankhesenpepi I e II, Nebwenet, Mentites IV, Inenek-Inti e Nedjeftet. Una fu la madre di Merenra, suo successore, l’altra del successore di questi, Pepi II, un terzo figlio Djau ricoprì l’alto ufficio di visir. La sua piramide che “abbagliava i contemporanei” oggi ci presenta le sue modeste rovine alte circa 12 metri. Il solito Perring la visitò negli anni ’30 del XIX secolo, nel 1881 fu Gaston Maspero a penetrare nei sotterranei dove scoprì, per la prima volta, i Testi delle Piramidi. Le indagini archeologiche approfondite iniziarono solo nel 1950 con la missione francese a Saqqara, i primi ad approfondire gli studi furono Lauer e Sainte Fare Garnot seguiti poi dal 1963 dall’egittologo francese Jean Leclant. Le indagini hanno portato a dei risultati sorprendenti quali la scoperta dei complessi piramidali delle mogli di Pepi I.

La piramide ed il complesso funerario di Pepi I si trova a nord-ovest del complesso di Djedkara, nel deserto di Saqqara. Il complesso riflette tutti gli elementi dalla VI dinastia, comprende una piramide ad est, un tempio funerario ed una piramide satellite, più lontano una strada rialzata che conduce ad un tempio della valle. Come per le piramidi precedenti, il nucleo è formato da sei gradoni composti da frammenti di calcare cementati con malta argillosa. La piramide presentava una base quadrata di 78,75 metri per lato, con una pendenza di circa 53° e raggiungeva un’altezza di circa 53 metri. Sul lato nord, in corrispondenza dell’ingresso, probabilmente esisteva una cappella della quale però oggi non è rimasto nulla. Tutto il resto era come per le piramidi precedenti, un corridoio discendente che poi diventa orizzontale, rinforzato all’inizio ed alla fine con massi in granito rosa, circa a metà della parte orizzontale una barriera costituita da tre massi a caduta. L’anticamera era ubicata sull’asse verticale della piramide, il serdab a tre nicchie era ad est mentre la camera funeraria era ad ovest. Il soffitto era formato da tre strati di enormi blocchi di calcare sistemati a capriata con un peso complessivo di circa 5.000 tonnellate. Sul soffitto delle camere sono dipinte stelle bianche su sfondo nero, questa volta rivolte ad occidente. Le pareti sono interamente ricoperte dai testi delle piramidi che compaiono anche nel corridoio d’accesso. Il sarcofago in pietra si presenta danneggiato ed è situato lungo la parete ovest. Oltre a piccoli frammenti di mummia sono stati ritrovati resti di bende di lino di cui un brandello porta l’iscrizione “Lino per il re dell’Alto e Basso Egitto, che viva in eterno”, pezzi di canopi in alabastro giallastro, un piccolo coltello di selce ed un sandalo sinistro di legno rosso.

Il tempio funerario si presenta gravemente danneggiato in quanto già fin dal passato divenne una cava di pietra ma, grazie al lavoro degli archeologi, è stato possibile ricostruire la pianta e le caratteristiche del tempio. La costruzione ricalca quella dei templi di Djedkare Isesi, Unas e Teti. Attraverso un ingresso si raggiunge un cortile colonnato, da qui si arriva ad una sala fiancheggiata da magazzini sui lati nord e sud. All’interno di una cappella si trovavano cinque nicchie che in origine dovevano contenere statue, probabilmente del faraone. Nella sezione sud-occidentale del tempio interno si trovavano diverse statue che rappresentavano prigionieri inginocchiati e legati con le mani dietro la schiena, tutte si presentavano rotte al collo e alla vita. Miroslav Verner afferma che queste statue un tempo fiancheggiavano un cortile aperto con colonne, e forse anche l’atrio, dove servivano per allontanare chiunque minacciasse la tomba. Secondo Richard Wilkinson non è possibile stabilire la posizione originale di queste statue. Frammenti della decorazione a rilievo furono recuperati da Labrousse. Passiamo ora ad esaminare la piramide cultuale che si presenta meglio conservata del tempio funerario. Dall’esame dei frammenti di statue, stele e tavoli delle offerte si deduce che il culto di Pepi I continuò ancora nel Medio Regno. La piramide presenta una camera funeraria che pare non essere mai stata usata, potrebbe aver ospitato una statua del re o il suo ka in occasione di rituali inerenti sulla festa Sed.

Fonti e bibliografia:

  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003,
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto” – Editori Laterza, Bari 2008
  • Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 1990
  • Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Mursia, 2012
  • Fabio Beccaria, “Le antiche civiltà del Vicino Oriente”, Universale Eurodes, 1979
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996 )
Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE CHE NON C’E’ – L’OSCURO FARAONE USERKARA

A cura di Piero Cargnino

Userkara, chi era costui? Il secondo faraone della VI dinastia, Userkara, è conosciuto solo perché il suo nome compare nella lista di Abydos, nel Canone di Torino, su un paio di sigilli cilindrici e in un’iscrizione, (nota come iscrizione della pietra di Saqqara Sud), che compare sul sarcofago di Ankhesenpepi IV, regina moglie del faraone Pepi II. Da questa iscrizione si pensa che Userkara abbia regnato quattro anni al massimo. Salito al trono dopo che Teti era stato assassinato, forse in seguito ad una congiura che egli stesso aveva manovrato.

Secondo alcuni studiosi potrebbe aver regnato, come usurpatore per breve tempo, su alcune province del Basso Egitto quando Pepi I, legittimo erede del padre, controllava già il resto del paese. Da un attento esame dei pochi dati disponibili si potrebbe supporre che si sia trattato solo di un reggente. La sua sepoltura non è stata mai ritrovata ed è certo che non abbia mai iniziato la costruzione di una propria piramide anche se, in seguito al ritrovamento di una iscrizione presente sulle rocce dello Uadi Hammamat compare l’inizio dei lavori di costruzione della sua piramide che avrebbe preso il nome di “Potenza di Ity”, monumento funebre che viene associato ad Userkara, ma di tale costruzione non è però nota la posizione.

Forse Userkara incappò nella damnatio memoriae perché da quando salì al potere il faraone Pepi I ogni notizia che lo riguardava scomparve misteriosamente, trovare la sua tomba potrebbe gettare luce su quegli anni oscuri.

Secondo l’egittologo Vassili Dobrev la tomba di Userkare andrebbe cercata all’estremità meridionale della necropoli di Saqqara. Se Dobrev ha ragione, poiché un faraone raramente veniva sepolto da solo, vicino alla sua sepoltura dovrebbe trovarsi una necropoli reale. Tra le circa 15 tombe di dignitari e sacerdoti già riportate alla luce, c’è quella di un certo Haunufer al cui interno compare una scritta “Beneamato dal re”, senza però specificare di quale re si tratta. Probabilmente, non aveva bisogno di specificare che il re era Userkara se questo fosse stato sepolto nelle vicinanze.

Secondo il professore di archeoastronomia del Politecnico di Milano Giulio Magli, in base ad una teoria da lui stesso elaborata, le piramidi di Saqqara sarebbero state volutamente costruite rispettando un allineamento preciso. Egli ha suggerito che la tomba di Userkara si dovrebbe trovare circa al centro della linea di connessione diagonale tra le piramidi di Pepi I e Merenre e sarebbe allineata con la piramide a gradoni di Djoser. Sono in atto scavi nella zona dai quali si attendono novità e conferme a questa interessante teoria.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” Bompiani, Milano 2003
  • Fabio Beccaria, “Le antiche civiltà del Vicino Oriente”, Universale Eurodes, 1979
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto” – Editori Laterza, Bari 2008
  • Il Fatto Storico, tags: Giulio Magli, Vassili Dobrev, Saqqara, Userkara
  • Hilario de Wagna, “Il segreto del faraone Userkara”, ilmiolibro self publishing, 2017
Antico Regno, Piramidi

PIRAMIDI DI REGINE – LE DUE MOGLI DEL FARAONE TETI

Di Piero Cargnino

Come abbiamo detto nel precedente articolo, Teti fu il fondatore della VI dinastia, successore di Unas di cui (forse) aveva sposato la figlia Iput per legittimare la sua ascesa al trono. Nel suo complesso funerario furono rinvenute tre piramidi satelliti, due di queste appartenevano alle regine Iput I, che sarebbe stata la madre del futuro faraone Pepi I, e Khuit. In genere si parla poco delle piramidi, o presunte tali, delle spose reali in quanto sono considerate appunto satelliti di quella del sovrano. Gli studi effettuati da Zahi Hawass ed da altri egittologi inducono però a pensare che queste due regine abbiano rivestito un ruolo decisamente importante, tale da essere menzionate a parte.

LA PIRAMIDE DI IPUT I

A nord della piramide di Teti venne scoperto, nel 1898 dall’egittologo francese Victor Loret, un piccolo complesso piramidale che venne successivamente studiato da Firth, con l’assistenza di Gunn, e ufficialmente riconosciuto come appartenuto alla regina Iput I, le indagini sono state recentemente concluse da Hawass. Il nucleo della piramide si presenta a tre gradoni con una piccola cappella addossata alla parete nord che però non celava, come di consueto, l’accesso alla parte ipogea. Per accedere alla camera sotterranea era stato realizzato un pozzo che partiva dal livello del secondo gradone. Da ciò si deduce che in origine la tomba era stata concepita come mastaba e trasformata successivamente in piramide dopo l’incoronazione di Pepi I. Questa trasformazione successiva fa nascere il dubbio che suo figlio Pepi I non fosse inizialmente considerato legittimo erede al trono. All’interno della camera funeraria si trovava un sarcofago in calcare ed uno ligneo contenente i resti di una donna matura. Altri elementi del corredo funebre furono rinvenuti tra cui cinque (?) vasi canopi in calcare, un poggiatesta in alabastro, una tavoletta di alabastro con il nome dei sette unguenti sacri, un bracciale d’oro, ancora al braccio della regina, frammenti di una collana, vasetti di alabastro ed altri oggetti di rame. Furono inoltre rinvenuti alcuni vasetti di ceramica rossa lucida ed un calice in cristallo di rocca. Tutti questi reperti sono ora conservati al Museo Egizio del Cairo. Un’ulteriore testimonianza dell’importante ruolo che dovette ricoprire la regina Iput I viene da una cappella funeraria, eretta per lei a Koptos, importante crocevia di commercio nonché centro di culto di Min, il dio dell’abbondanza.

LA PIRAMIDE DI KHUIT

Sempre a nord della piramide di Teti, vicino a quella di Iput I, si trovano le rovine di una costruzione della quale non si sa con certezza se trattasi di una piramide minore o dei resti di una mastaba. Victor Loret, che la scoprì nel 1898 era del parere che non si trattasse dei resti di una piramide. Nel corso degli anni ’60, Maragioglio e Rinaldi, che effettuarono analisi architettonico-archeologiche di una parte dei resti della costruzione, si espressero invece a favore del fatto che si trattasse proprio della piramide di Khuit. I resti di opere murarie esistenti sono stati considerati da alcuni egittologi come rovine di un piccolo tempio funerario, da altri invece come luogo di culto di una mastaba. Gli scavi effettuati in loco da Zahi Hawass nel 1995 hanno identificato per l’edificio i caratteri tipici di una piramide. L’ultima dimora della sposa reale Khuit, ed il suo sarcofago di granito rosa, ha detto Hawass, dimostrano che la regina Khuit, (come Iput I), abbia ricoperto un ruolo importante, (e se lo dice Hawass…….).

Fonti e bibliografia:

  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Riccardo Manzini, “Complessi piramidali egizi”, Vol VII, Necropoli di Saqqara nord, Kemet, 2016
Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DI TETI

Sull’argomento vedi anche: LA PIRAMIDE DI TETI di Luisa Bovitutti

Ora entriamo nella VI dinastia, quella che chiuderà l’Antico Regno, il primo faraone che incontriamo è Teti, (Othoes e Horo Seheteptawy). Non è chiaro il perché del cambio tra la V e la VI dinastia, quello che è emerge e che lascia perplessi è che “Seheteptawy” significa “Colui che riconcilia le Due Terre”. Da questo, malgrado le poche fonti certe, si intuisce che molto probabilmente si venne a creare una difficile situazione interna o dinastica alla fine della V dinastia e che potrebbe essersi verificato un pericolo per l’unità interna del paese. Comunque il cambio di dinastia è registrato nel Canone Reale di Torino che, dopo l’ultimo sovrano della V dinastia, riporta il totale dei re e degli anni fino a quel momento. Forse Teti non era neppure di stirpe reale, non sappiamo se la sua ascesa al trono sia stata legittimata dall’aver sposato la principessa Iput probabile figlia di Unas, (anche se non vi sono prove certe in tal senso), o se sia avvenuta con un atto di usurpazione. Il suo regno, secondo Manetone durò 30 anni, il Canone di Torino è illeggibile in quel punto, mentre le liste di Abydos e di Saqqara fanno pensare che non abbia regnato a lungo. In una iscrizione rinvenuta nelle cave di alabastro di Hetnub viene ricordato l’anno seguente al sesto computo del bestiame e quindi Teti dovrebbe aver regnato sicuramente almeno per 12 anni.

Sappiamo con certezza che Teti fece completare il Tempio Funerario di Unas in quanto fece inscrivere il proprio cartiglio sugli stipiti di granito di una porta. Molte altre iscrizioni riguardanti Teti sono giunte sino a noi, in particolare dagli scavi condotti attorno alla sua piramide. Sabu, gran sacerdote di Menfi, ha fatto incidere sulle pareti della sua tomba il ricordo di quando, orgogliosamente, prestava la sua protezione a “Sua Maestà” quando questi saliva sulla sua barca in occasione di cerimonie religiose, un altro sacerdote esprime il suo orgoglio con riconoscenza per essere stato nominato dal faraone stesso. Un altro funzionario racconta che fu proprio il faraone Teti ad inviarlo a Tura per procurarsi il calcare. Come già per altri sovrani, anche per Teti troviamo nomi e titoli incisi a Biblo, Punt, Tomas e in Nubia a dimostrazione che in quei tempi erano molti i legami commerciali tra l’Egitto ed il resto del mondo. Pare che Teti abbia avuto due mogli, questo è documentato dai graffiti presenti nella grande mastaba menfita di Khuye oltre che nella vicina piramide di Ipwe che fu la madre di Pepi I, il quale provvide alla regolare amministrazione di un cenotafio di lei a Copto. Il regno di Teti vide succedersi notevoli cambiamenti dal punto di vista religioso, cosa che può significare l’affermarsi di nuovi equilibri politici condizionati dalla diffusione di un culto più di un altro. Assistiamo ad una progressiva perdita di importanza del dio dinastico Horo, segno di un ridotto potere centrale che potrebbe preludere a quei fenomeni centrifughi che porteranno allo sfaldamento dell’Antico Regno. Manetone ci racconta che Othoes, (come lui chiama Teti), <<….. fu assassinato dalle sue guardie del corpo…….>> durante un colpo di Stato. Non è da escludere che in effetti sia stato ucciso dall’usurpatore Userkara che gli successe sul trono. La conferma verrebbe dal fatto che Userkara è estraneo alla linea dinastica e la sua provenienza è praticamente sconosciuta.

La piramide di Teti si trova nella necropoli di Saqqara ed è quella più a nord di tutte. Oggi è poco più che un’altura facilmente accessibile dalla cui cima è possibile osservare l’intera necropoli. Purtroppo la vista dei modesti resti della piramide suscitano una certa ironia nei confronti di ciò che la storia spesso ci riserva, questo complesso piramidale in origine era chiamato “I luoghi di Teti dureranno a lungo”. La sua storia archeologica segue l’ormai conosciuto schema: Perring la visitò nel 1839 e Lepsius nel 1843. Arrivò quindi Maspero nel 1882 alla ricerca, questa volta fruttuosa, dei testi delle piramidi. Questi furono subito copiati dall’egittologo tedesco Emile Brugsch, li copiarono pure il francese Urbain Bouriant ed in parte anche l’americano Charles Wilbourg.

Il nucleo della piramide era formato da cinque gradoni e la parte sotterranea ricordava quelle di Djedkare e di Unas. L’entrata si trovava nel pavimento della cappella ai piedi della parete nord della piramide. Da qui si accedeva ad un corridoio discendente che ad un certo punto diventava orizzontale, alle due estremità si presentava un paramento in granito rosa, al centro del corridoio orizzontale era ubicato uno sbarramento con tre massi di granito a caduta. Anche qui l’anticamera e la camera sepolcrale erano coperte da una triplice capriata di massicci blocchi di calcare come abituale in quell’epoca. Lungo la parete ovest della camera funeraria si trovava un sarcofago che in origine doveva presentarsi decorato con iscrizioni dorate ad eccezione della parte inferiore non del tutto finita. L’azione dei saccheggiatori di tombe è stata impietosa, tutto è stato depredato o distrutto.

Fra tanta devastazione fra i detriti sono stati ritrovati alcuni resti di un braccio e di una spalla della mummia, forse appartenuta al sovrano e un frammento di una tavoletta di alabastro con riportati i nomi dei sette unguenti sacri. La parete dietro al sarcofago ed in parte anche i lati nord e sud erano decorati con motivo della sfarzosa facciata del palazzo reale. In questo caso, come in altri, la decorazione rappresentava la facciata di un palazzo fortificato, motivo strettamente legato al concetto magico-religioso di protezione e sicurezza. Anche qui, come per la piramide di Unas, le pareti dell’anticamera e della camera erano interamente ricoperte con i “Testi delle piramidi” ed i soffitti erano decorati con il motivo del cielo stellato ma con le stelle orientate verso est.

Il serdab situato ad est era formato da tre profonde nicchie senza decorazioni. In corrispondenza del lato sud-est si trovava la piramide cultuale. Intorno alla piramide di Teti è presente un’ampia necropoli in cui si trovano i piccoli complessi piramidali delle due mogli del faraone, Khuit e Iput I oltre alle tombe dei suoi due più celebri visir Mereruka e Kagemni. Il 27 giugno 2002 e’ stata ritrovata all’interno della necropoli reale una cappella dedicata al re Teti. ”Si tratta con tutta probabilità dell’edificio sacro per il culto delle divinità egiziane più antico finora conosciuto”, ha detto un portavoce del Consiglio superiore delle antichità egiziane. La cappella appartenne a Ched-Ebd-Chedi, il ministro delle finanze e dell’agricoltura di Teti, che la fece costruire in onore del faraone divinizzato.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Gardiner Martin, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Mursia, 2012
  • Guy Rachet, ”Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore
  • John A. Wilson, “Egitto – I Propilei”, volume I, Arnoldo Mondadori, Milano, 1967
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Roma-Bari, 2008
  • Mark Lehner, “The complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson Ltd., 1975
  • R. T. Rundle Clark, “Myth and Symbol in Ancient Egypt”, Thames & Hudson, 1978
Antico Regno, Piramidi

I TESTI DELLE PIRAMIDI

“MEDU NECER” (“PAROLE SACRE”)

A cura di Piero Cargnino

Abbiamo parlato della piramide del faraone Unas (o Unis), ultimo sovrano della V dinastia che, a differenza dei suoi predecessori, le cui piramidi non presentano iscrizioni od incisioni di alcun genere, le camere della sua ne sono interamente ricoperte.

Fu l’egittologo francese Gaston Maspero, nel 1881, a scoprire per primo questi testi ai quali, dato il luogo in cui furono rinvenuti gli assegnò il nome di “Testi delle Piramidi”. Consistono in una raccolta di formule rituali egizie risalenti all’Antico Regno che hanno il loro riferimento più antico appunto nella piramide di Unas ma verranno utilizzati successivamente anche da alcuni re e regine della VI dinastia. Ne sono stati rinvenuti nelle piramidi dei faraoni Teti, Pepi I, Merenra, e Pepi II ed in quelle delle regina Ankhesenpepi II, Neith, Iput II, Udjebten e Bahenu, altri furono rinvenuti anche su frammenti di legno nella sepoltura della regina Meritites IV.

Innanzitutto va precisato che i “Testi delle Piramidi”, non sono, come viene spesso ritenuto, un testo unico del tipo di un libro che viene ripetuto tale e quale ovunque lo troviamo, questi sono composti da un totale di 759 formule o espressioni spesso diverse da una piramide all’altra ed in nessuna piramide compaiono al completo. La versione rinvenuta nella piramide di Unas è composta da 228 formule. I “Testi delle Piramidi”, come detto, precedono di molto i “Testi dei sarcofagi” ed il “Libro dei Morti” e, a differenza di questi ultimi, erano riservati ai soli faraoni (con alcune eccezioni, li troviamo infatti nelle tombe delle regine citate sopra), inoltre questi testi non riportavano illustrazioni. Dopo la Pietra di Palermo, cronologicamente precedente, i Testi contengono la più antica citazione di Osiride come dio dell’aldilà. Probabilmente tutte quelle formule venivano pronunciate quando il corpo del re era preparato per la sepoltura, mentre la mummia veniva collocata nel sarcofago e mentre si portavano gli oggetti funebri nella tomba. O forse non venivano pronunciati da nessuno.

Come ho già ricordato in un mio precedente articolo, il Prof. Alessandro Roccati, ci spiegava che il geroglifico non è una scrittura il geroglifico è Parola. Il suo nome egizio “medu necer” significa “parole sacre”, i greci, tramandandoci il nome di “hieroglyphikós”, ovvero “segni sacri incisi” sbagliarono la traduzione. Per gli egizi la parola aveva un valore magico. La sua forza agiva quando essa veniva pronunciata o scritta. Questa magia aiutava il defunto nel mondo ultraterreno sotto forma di scongiuri e magie. I testi non venivano incisi per essere letti, (chi sapeva leggere allora?), ma solo ad uso del faraone defunto, tant’è che dopo la sepoltura la piramide veniva sigillata e nessuno più li avrebbe dovuti vedere. Le formule avevano lo scopo di garantire la protezione dei resti del faraone, di infondere lo spirito nella sua mummia assicurandone l’ascesa tra le stelle imperiture e permettere la riunificazione del sovrano con il dio Sole Ra. Poiché questi testi si trovano nelle piramidi, mi sorge il dubbio che, i potenti sovrani dell’Antico Regno, sicuri di se al punto da credersi immortali, non avessero poi quella grande fiducia che tutto sarebbe andato liscio nell’ora del trapasso dubitando della loro sicura salvezza e cercassero, attraverso la magia della parola, di assicurarsi un sicuro cammino verso il cielo.

Si presume che prima di Unas le formule venissero solamente recitate e non incise. Molte di queste, trovandosi sparse in più piramidi diverse e non facenti parte di un corpo unico, scritte in un linguaggio arcaico e talvolta oscuro ed ermetico, non permettono di comprendere pienamente il loro significato.

La Formula 554 descrive il faraone in forma di Toro Possente che raggiunge gli dei tra le stelle: <<……Tu sei il figlio della Grande Vacca Bianca! Essa ti ha concepito, ti ha partorito e ti protegge. Attraverserà il fiume con te, poiché tu appartieni a coloro che stanno intorno al sole e circondano la Stella del Mattino……..>>. In loro compagnia anche il re sarebbe diventato una stella, la Formula 302 recita: <<……..Il cielo è limpido e Sothis risplende perché io, figlio di Sothis, sono vivo e gli dei si sono purificati per me nelle stelle imperiture……..>>.

Il termine presente nei Testi delle Piramidi per definire Stelle Imperiture è iHmw-sk, che tradotto letteralmente significa “che non tramontano”, questa è la destinazione finale del sovrano, il luogo nel quale si trovano i seguaci di Osiride.

LA TEOFAGIA – “L’INNO CANNIBALE”

I Testi delle Piramidi descrivono come il faraone avrebbe potuto raggiungere gli dei, anche servendosi di rampe, gradini, scalinate o volando. <<…….Oh! Oh! Elevati tu Unas, ricevi la tua testa, riunisci le tue ossa, metti insieme queste carni, sposta la terra dalla tua carne……>>. Quando il sovrano avrà raggiunto Ra nei cieli con lui camminerà e si leverà al mattino: <<……. Unas appare in gloria al mattino associato al levarsi del sole……un dio che vive dei suoi padri, che si nutre delle sue madri……..>>.

Dalla forma con cui sono espressi appare evidente che la provenienza dei testi si perde nell’oscurità del passato rifacendosi ad una tradizione antichissima. Nonostante i Testi delle piramidi risalgano alla V e VI dinastia, alcuni di questi fanno supporre una loro elaborazione in epoche preistoriche. A conferma di ciò tra le varie formule riportate, compare uno strano testo, la cui antichità si deduce dallo stile oratorio che si riflette nella scrittura molto arcaica oltre che negli Dei citati ed in elementi celesti quali pianeti e Orione.

Si tratta del cosiddetto “Inno cannibale”. L’Inno cannibale è un documento letterario straordinario che si compone di due incantesimi, (Testi delle Piramidi 273 e 274), iscritti sul frontone orientale dell’anticamera della tomba del faraone Unas. Ernest Wallis Budge ritiene che l’inno abbia origini molto antiche, addirittura preistoriche e preistoriche che veniva trasmesso oralmente di generazione in generazione da tempi remotissimi.

Secondo Toby Wilkinsos l’Inno Cannibale, doveva già essere considerato primitivo all’epoca di Unas infatti venne utilizzato solamente nella sua piramide ed in parte minore in quella di Teti per poi scomparire dai Testi delle Piramidi. Il destino dei faraoni dell’Antico Regno era l’ascesa al cielo, ma per poter fare ciò necessitavano della magia per superare tutti gli ostacoli che erano in agguato nell’aldilà. Poiché il corpo degli dei era pieno di magia, per impossessarsene i faraoni dovevano divorarli.

La teofagia, ovvero l’atto del mangiare la divinità, è uno di questi particolari aspetti arcaici, ripreso anche da altre civiltà successive. Un esempio di teofagia lo troviamo anche nei Vangeli sinottici, in Marco (11:22), Matteo (20:26) ed in Luca (22:19) quando, durante l’ultima cena, Gesù dice agli apostoli porgendogli del pane: << Prendete e mangiate questo è il mio corpo >>.

Il tono dell’Inno Cannibale è certamente pretenzioso, nel testo si ordina alle divinità di far entrare il faraone nel cielo per essere divorate da lui: <<……..Unas è colui che si nutre della loro magia e inghiotte il loro spirito. Unas ha preso possesso dei cuori degli dei. Unas si è nutrito delle loro interiora. Egli si è ingozzato delle loro sacre parole non dette. ……… Unas si alimenta con i polmoni dei saggi e si sazia con i loro cuori e la loro magia. …….. Egli si rallegra quando la loro magia è nel suo corpo. ……..La dignità di Unas non si separerà da lui dopo aver inghiottito il sapere di ogni dio. …..…Egli ha assimilato la saggezza degli Dei. La sua esistenza è eterna…….Unas, l’assassino degli dei……..Unas il grande Sekhem. Il Sekhem dei Sekhemn. Unas il grande Ashem. L’Ashem degli Ashemn. Osserva Orione……..la resurrezione di Unas……..Le fiamme di Unas nelle loro ossa. Le loro ombre sono con le loro forme……..Unas sta sorgendo……La durata della vita di Unas è l’eternità, il suo limite è la perpetuità ……… Ecco che l’anima degli dei è nel corpo di Unas, …….. Unas possiede il loro spirito ……… Ecco che l’anima degli dei appartiene a Unas >>.

Dalla lettura dell’Inno si deduce che l’ascesa al cielo dei faraoni dell’Antico Regno consisteva in un assalto al paradiso degli dei e, per poter compiere interamente il percorso e superare gli ostacoli per raggiungere la Duat, il faraone doveva integrare la magia e l’energia creativa del suo predecessore, a ritroso nel tempo, fino al primo Re divino, Osiride, confermando in questo modo la chiusura dei cicli dell’universo e l’eterna rinascita di ogni elemento, garantiti dalla resurrezione del re che a sua volta garantiva l’ordine della Maat attraverso il potere della magia che gli dei gli avevano conferito. La cosa può anche lasciare stupiti, se riferita alla VI dinastia, ma gli studiosi pensano che l’Inno, come altre formule, facciano riferimento ad un’epoca di molto anteriore che si perde nei meandri della storia in cui, forse, si praticava ancora il cannibalismo prendendo come esempio alcune tribù africane che lo praticavano. Potrebbe anche essere riferito al periodo egizio arcaico quando forse si effettuavano ancora sacrifici umani. Si tratta però di ipotesi a supporto delle quali non esistono prove concrete. A questo punto possiamo affermare che la tendenza tipica della religione egizia di divinizzare i suoi eroi e di mitizzare gli eventi storici del passato è la causa principale della mancanza di eroi propriamente detti. Nella vicenda di Unas si può leggere, e non è azzardato farlo, lo scontro dell’uomo, che diventa eroe, con gli dei. Ma a differenza di altre civiltà, tipicamente egizia c’è che Unas vince gli dei, li mangia e si sostituisce ad essi. Poiché, come ho detto fin dall’inizio, è mia intenzione presentare per quanto possibile una storia controversa dell’Antico Egitto non posso fare a meno di citare anche teorie alternative purché rientrino in un contesto logico, Ognuno poi si farà una propria idea. Clesson H. Harvey, ricercatore indipendente, rifiuta l’idea che i Testi delle Piramidi siano testi religiosi. Secondo la sua ricerca, sarebbero piuttosto i resti di una scienza metafisica, che identifica anche in testi paralleli di altre culture come quella indù, e che gli egittologi hanno confuso con sortilegi e incantesimi. Infatti, non vede “dichiarazioni”, ma istruzioni per la trasformazione di un essere umano mortale in un essere immortale. Nel “Libro dei Morti” c’è un brevissimo passo, di soli tre versetti, che esprime tutto ciò che l’egiziano antico vede nell’aldilà, con la sua sete di immortalità e con la sua aspirazione a vincere il tempo e la morte: << …….L’Ieri mi ha generato, ecco Oggi io creo il domani…….. >>.

Fonti e bibliografia:

  • Massimiliano Nuzzolo, “The Fifth Dynasty Sun Temples. Kingship, Architecture and Religion in Third Millennium BC Egypt”, cap. II, Prague 2018
  • Edda Bresciani, “Testi religiosi dell’Antico Egitto”, I Meridiani, Mondadori, 2001,
  • Franco Cimmino, “Vita quotidiana degli egizi”, Tascabili Bompiani, 2001,
  • Sergio Donadoni, “Testi religiosi egiziani”, UTET, Roma, 1970,
  • Lichtheim Niriam, “ Ancient Egyptian Literature”,  University of California Press, London, 1975
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle Divinità dell’Antico Egitto”, Torino, Ananke, 2004
  • Christian Jacq, “Il segreto dei geroglifici”, Piemme, Milano, 1995
  • Alessandro Roccati, “Introduzione allo studio dell’egiziano”, Salerno editore, 2007 Clesson H. Harvey, “Aprendo la porta all’immortalità”, Edizioni Cliff  Morgenthaler, 2012
Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DEL FARAONE UNAS

A cura di Piero Cargnino

A Djedkara Isesi successe il figlio Unas, (o Unis), che, dopo un regno durato circa 30 anni segnerà la fine della V dinastia. Poco si sa del suo regno che fu molto travagliato con l’aggiunta di una grave crisi economica. A questo va aggiunto che l’accentuarsi della dispersione del potere a favore dei nomarchi locali, che sempre più si staccarono dall’influenza del potere centrale, comporterà un progressivo deterioramento nell’amministrazione statale che porterà presto al collasso dell’Antico Regno sfociando poi, due secoli dopo, nel caos del Primo Periodo Intermedio.

Di Unas sappiamo che ebbe due mogli, le regine Nebet e Khemut che furono sepolte in una doppia mastaba presso la sua piramide. La discendenza di Unas è incerta anche se pare che la prima moglie, Nebet, gli abbia dato un figlio, il principe Unisankh la cui paternità pare suggerita dal nome e dai titoli di cui si fregiava, Figlio del Re, Ciambellano Reale, Sacerdote di Maat e Ispettore per l’Alto Egitto. Gli vengono attribuiti anche altri due figli, Nebkauor e Shepsespuptah anche se il legame di parentela rimane molto dubbio. Ebbe anche cinque figlie delle quali non si conoscono i nomi mentre è incerta la paternità della regina Iput I futura sposa di Teti, primo faraone della VI dinastia. La testimonianza che anche durante il suo regno l’Egitto mantenne rapporti commerciali sia con le zone più interne dell’Africa che con i paesi dell’area mediterranea si evince dalla rappresentazione di una giraffa su un rilievo e dalla presenza a Biblo di vasi con il nome di Unas.

Stranamente fu il faraone più venerato dell’antico Egitto, il suo culto funerario sopravvisse alla fine traumatica dell’Antico Regno e al caos del Primo Periodo Intermedio tanto che, limitatamente alla zona di Saqqara, continuò ad essere venerato addirittura fino alla fine del Periodo tardo, (664 – 332 a.C.), ben 2000 anni dopo la sua morte. Manetone colloca la fine della V dinastia alla morte di Unas poiché questi non aveva altri eredi maschi dopo la prematura morte di Unisankh. Forse questa fu la causa di una crisi di successione sottolineata dal fatto che il suo successore, Teti, assunse il nome di “Seheteptawy”, che significa “Colui Che riconcilia le Due Terre”. Forse Teti rivendicò il trono per aver sposato Iput, possibile figlia di Unas. A questo proposito però molti egittologi si oppongono ritenendo che il trono dei faraoni non fosse trasmissibile per linea femminile. Gia a partire dal regno di Djedkara Isesi, che si accentua ancor più sotto Unas, assistiamo ad un periodo di profondi mutamenti della antica religione egizia e della ideologia regale. Da molte testimonianze si evidenzia un sempre più accentuato declino del culto del faraone durante il regno di Unas, che continuò durante il regno del successore Teti, inoltre è percepibile un calo dell’influenza del sovrano e della sua presenza nell’amministrazione, a favore del clero e dei governatori locali. L’egittologo tedesco Hartwig Altenmuller pone in evidenza il fatto che il culto di Osiride cominciava ad assumere una notevole importanza, fino a sostituire il faraone nel ruolo di garante della vita dei sudditi dopo la loro morte.

Unas si fece costruire la sua piramide a nord di Saqqara senza eccessi, la sua è la più piccola di tutto l’Antico Regno, con una base quadrata di 57,7 metri per lato, con un’altezza di 43 metri. Le dimensioni della piramide non sono da attribuire a questioni temporali, il suo regno fu abbastanza lungo, bensì alla scarsità di risorse a disposizione. Curioso il fatto che durante il livellamento del terreno vennero coperte tombe più antiche, fra cui quella del faraone Hotepsekhemwy.

Quella che un tempo era chiamata pomposamente “Splendidi sono i luoghi (di culto) di Unas” oggi si presenta come un cumulo di pietre inchinate umilmente alla piramide a gradoni di Djoser. Osservata superficialmente da Perrin prima poi da Lepsius, che gli assegnò il numero XXXV, venne esplorata al suo interno solo nel 1881 da Maspero, sempre alla ricerca dei testi delle piramidi già rinvenuti nelle piramidi di Pepi I e di Merenre. L’ingresso si trova sul lato nord, sotto ai resti della cappella votiva; da qui parte un corridoio discendente che dopo poco si estende in orizzontale dove, un po prima della metà si trovano tre blocchi di chiusura a saracinesca.

Proseguendo si sbuca nell’anticamera e da questa, attraverso una porta oggi danneggiata, si entra nella camera funeraria, sia l’anticamera che la camera presentano il tetto ad una sola capriata di lastroni di calcare. La parete occidentale della camera funeraria è interamente rivestita in alabastro con il motivo sfarzoso di facciata di palazzo, presenta una stupenda policromia con cinque colori di base, bianco, nero, giallo, blu e rosso. Lungo la parete è collocato un sarcofago in grovacca grigio-nero. Uno stipo per i canopi era incassato nel pavimento nell’angolo sud-est del sarcofago. Furono rinvenuti solo resti insignificanti della sepoltura, due frammenti di mummia, (pezzi del braccio destro, del teschio e della tibia), e due piccoli manici di coltello, forse impiegati nella cerimonia dell’apertura della bocca.

Ma la cosa più importante di questa piccola piramide è che è la prima che presenta le pareti dell’anticamera e della camera funeraria interamente ricoperte dai Testi delle Piramidi, fra i più antichi testi religiosi egizi giunti sino a oggi, scolpiti in bassorilievo e ricoperti di colore verde-blu, simbolo di lutto e di fede nella resurrezione.

Da considerare che il linguaggio arcaico di alcune sezioni ne suggerisce l’appartenenza a un’epoca di molto precedente allo stesso Unas. Entrambi i soffitti erano decorati con stelle gialle su sfondo blu. Facendo incidere tali numerose colonne di testo sulle pareti delle sue camere sepolcrali, Unas diede inizio a una tradizione che fu seguita dai re, (e da alcune regine), della VI dinastia nelle loro piramidi fino alla fine dell’Antico Regno, due secoli dopo.

Dal libro di Rundle Clark “Mito e simbolo nell’antico Egitto” nei testi delle Piramidi ho tratto questo passo, n. 264:

<<……..I fiori sbocciati dalla pura terra sono Unas……ed è Unas al naso del Grande e Potente Dio. Unas brilla come Nefertum (dio dei profumi), come il fiore di loto alla narice di Ra quando appare ogni giorno all’orizzonte e gli dei vengono purificati al suo sguardo……..>>.

Con la morte del faraone Unas, Manetone mette fine alla V dinastia anche se gli antichi egizi non percepirono sicuramente alcun cambiamento particolare nel passaggio da una dinastia all’altra.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Gardiner Martin, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Mursia,
  • Guy Rachet, ”Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore
  • John A. Wilson, “Egitto – I Propilei”, volume I, Arnoldo Mondadori, Milano, 1967
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Roma-Bari, 2008
  • Mark Lehner, “The complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson Ltd., 1975
  • R. T. Rundle Clark, “Myth and Symbol in Ancient Egypt”, Thames & Hudson, 1978
Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DELLA “REGINA SENZA NOME”

IL COMPLESSO FUNERARIO DI SETIBHOR

A cura di Piero Cargnino

Poiché seguo l’ordine adottato dal prof. Miroslav Verner nel suo libro “Il mistero delle piramidi”, (sempre citato in fonte), prima di trattare l’ultimo faraone della V dinastia vorrei parlare di quella che l’autore cita come la piramide della “Regina senza nome”. Si tratta di un modesto complesso piramidale situato all’angolo nord-est del muro di cinta che racchiude la piramide ed il tempio funerario di Djedkara Isesi a Saqqara. La piramide si presenta praticamente in rovina, priva di rampa cerimoniale né di un tempio a valle, comprende solo la piramide ed il tempio funerario racchiusi in un muro di cinta.

La sua ubicazione, praticamente inclusa nel complesso di Djedkara, lascerebbe intuire che si possa trattare della moglie del sovrano. Il suo nome però non compare in alcuno dei frammenti di rilievi ritrovati nei dintorni. L’archeologa Vivienne Callender sollevò l’ipotesi che Merensankh IV, madre del principe Raemka, avrebbe potuto essere la moglie di Djedkara Isesi, ma la tomba della regina è stata ritrovata a Saqqara, (classificata da Auguste Mariette come D5), e si trova a nord della piramide di Djoser. In questo caso si potrebbe pensare che si tratti di un’altra moglie del faraone. Lepsius e Perring passarono poco tempo ad esaminare il monumento, fu solo nel 1952 che il grande archeologo egiziano Ahmed Fakhri intraprese un’indagine più approfondita che però non portò mai a termine. I dati in nostro possesso, anche se incompleti, li dobbiamo a Maragioglio e Rinaldi che esplorarono il sito negli anni ’60.

La piramide comprendeva un nucleo centrale formato da tre gradoni, costruiti con lo stesso metodo di quella di Djedkara Isesi. Oggi è possibile vedere un immenso cratere tra le rovine che conduce ad una profonda fossa da nord.

Per quanto riguarda il tempio funerario, al quale si accedeva da ovest, a causa della sua ubicazione, questo si evidenzia per l’insolita dotazione di un portico colonnato settentrionale. Una sala era situata fra l’ingresso ed il cortile aperto anch’esso colonnato, dove cinque colonne papiriformi con sei stele si presentavano disposte su un’unica fila al centro della sala. La corte aperta, con sedici colonne papiriformi a sei stele, era orientata nel senso nord-sud e un gruppo di dieci camere deposito si trovava a nord. Il complesso comprendeva anche una piramide cultuale situata in corrispondenza dell’angolo sud-est della piramide stessa.

L’egittologo austriaco Peter Jánosi fece notare che il complesso si presentava difforme da quello delle altre regine dell’epoca per cui lo assegnò sicuramente alla moglie di Djedkara Isesi. Si ma quale?

Il tempio denuncia una insolita grandezza per le sue decorazioni e l’originalità tali da far pensare che sicuramente sia appartenuto ad una donna che godeva di una posizione sociale significativa. L’egittologo Klaus Baer ha dedotto che gli aggiustamenti ed i rifacimenti visibili in molti rilievi stanno ad indicare che la regina dovette aver regnato per un certo periodo dopo la morte del marito prima dell’incoronazione del figlio, Unas (?). E’ però possibile anche il contrario, Djedkhara Isesi, potrebbe aver legittimato la sua incoronazione grazie al matrimonio con questa donna, cosa non certo inconsueta nella storia egizia. Durante gli scavi nella tomba di un dignitario della V Dinastia, di nome Khuwy, situata nei pressi della piramide di Djedkara, nel 2019 venne fatta una scoperta che pare possa risolvere il mistero del nome della regina, una colonna in granito rosso di Assuan recante l’iscrizione:

<< Colei che vede Horus e Seth, la grande dello scettro-hetes, la grande di preghiera, moglie del re, sua amata Setibhor >>.

Un ritrovamento molto importante secondo l’egittologo Mohamed Megahed, che aiuta a comprendere meglio il periodo tra la V e la VI Dinastia che vede una radicale trasformazione del credo religioso egizio oltre alla fine della pratica di costruire templi solari.

Setibhor risulta quindi il nome di una regina finora sconosciuta, sposa di Djedkara Isesi ed, a questo punto, proprietaria del complesso funerario che era ancora anonimo. Il complesso, che si presenta come il più grande per una regina dell’Antico Regno, è il primo realizzato a Saqqara Sud nella forma riservata ai soli re, come le colonne papiriformi nel tempio funerario.

Secondo Mohamed Megahed, che era a capo della missione ceca, il complesso sarebbe stato realizzato dallo stesso Djedkara Isesi in contemporanea al suo poiché entrambe presentano le stesse caratteristiche architettoniche. Aggiunge inoltre Megahed: “A giudicare dalle dimensioni della piramide di Setibhor e del suo tempio, crediamo che abbia avuto un ruolo molto importante nella vita di Djedkara Isesi stesso, probabilmente aiutandolo ad ascendere al trono dell’Antico Egitto”. In ogni caso questo complesso piramidale di una regina della V dinastia non può che confermare il crescente ruolo svolto dalla regina in questo turbolento periodo che segnerà la fine della V dinastia con il faraone Unas.

Fonti e bibliografia:

  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Bari 2008
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Djed Medu, Blog di egittologia, articolo di Mattia Mancini pubblicato il 12 gennaio 2018
  • Web, bluplanetheart, archeologia e misteri, 7 aprile 2019
  • Web, National Geographic, 3 aprile 2019
  • Web, GigalInsights, Antoine Gigal 2019)