Antico Regno, Arte, Statue

“GUARDIAMOCI NEGLI OCCHI”

LE STATUE VIVE DI RAHOTEP  E  NOFRET

Di Piero Cargnino

Avete letto bene, “guardiamoci negli occhi”, le foto che vi propongo vi invitano a farlo, più avanti capirete il perché.

Conosciamo bene tutti quello stupendo complesso statuario che ritrae il principe Rahotep e sua moglie Nofret. Ma chi erano questi personaggi per essere rappresentati nella loro tomba in modo così stupendo?

Rahotep era figlio del faraone Snefru, (anche se Zahi Hawass  ha ipotizzato che il padre in realtà fosse Huni), e quindi fratello di Nefermaat, che era maggiore di lui, e di Ranefer fratello minore. Probabilmente nessuno dei tre fratelli sopravvisse al padre in quanto alla morte di questi fu il loro fratellastro Medjedu Khnum-Khufu, più noto come Cheope a salire sul trono.

Nella mastaba di  Nefermaat e di sua moglie Itet (o Atet) viene citato, tra i loro quindici figli Hemiunu, per cui si pensa che costui fu quasi certamente il visir che si crede progettò la Grande Piramide di Cheope.

Membro della famiglia reale, il principe Rahotep vantava diversi titoli importanti: “Gran sacerdote del re”, “Capo dei costruttori”, “Capo dell’esercito reale”, “Direttore delle spedizioni” e, naturalmente, “Figlio del re, generato dal suo corpo”.

Da parte sua, Nofret (che significa “la bella”) vantava il titolo di “Conoscente del re”. Sembra che Rahotep sia morto giovane e sia stato sepolto in una lussuosa mastaba nella necropoli di Meidum vicino a quella del fratello Nefermaat dove venne scoperto uno dei dipinti più belli e famosi dell’arte egizia le controverse “Oche di Meidum”.

Nel 1871 Auguste Mariette, capo del Servizio di Antichità d’Egitto, stava facendo degli scavi a Meidum, famosa per la sua piramide a gradoni che si staglia nel paesaggio desertico come una gigantesca torre sprofondata. Mariette scavava nella vicina necropoli dell’Antico Regno situata nei pressi della piramide, vicino alla mastaba di Nefermaat, Albert Daninos, suo collaboratore, durante il recupero di una stele si trovò di fronte all’ingresso di un pozzo che dava accesso ad una galleria. Subito si pensò che si trattasse dell’ingresso di una nuova tomba.

Uno degli operai, con una candela, entrò per effettuare un’ispezione preliminare. Passarono pochi minuti e l’operaio riapparve correndo all’impazzata completamente terrorizzato. Raccontando l’episodio Daninos spiegò perché l’operaio era terrorizzato:

<<……Si vide davanti le teste di due esseri umani vivi che lo fissavano coi loro occhi che brillavano alla fioca luce della candela…..>>.

La mastaba, saccheggiata fin dall’antichità, conservava un tesoro sconvolgente che ancora oggi non finisce di meravigliare coloro che hanno la fortuna di vederlo, due statue a grandezza naturale dei proprietari della tomba eseguite con una finezza straordinariamente unica. Si trattava delle statue funerarie molto realistiche, che rappresentavano i proprietari della tomba: il principe Rahotep e sua moglie Nofret.

Non si tratta di un “gruppo statuario” nel vero senso della parola, sono due statue distinte che rappresentano i soggetti realizzati in calcare di alta qualità, blocchi scelti appositamente con la massima cura per garantire lo straordinario risultato dell’artista che le scolpì, capolavori della statuaria della IV dinastia. Il grande realismo e la perfezione formale le hanno ormai rese dei punti di riferimento nella storia dell’arte.

Le statue conservano ancora la meravigliosa policromia originale, il colore della pelle rispecchia le convenzioni dell’epoca, Rahotep presenta due baffetti non molto usuali all’epoca e la sua pelle compare con un tono più scuro mentre la principessa Nofert, veste sontuosamente un abito molto attillato e quasi trasparente e porta una corta parrucca, la sua pelle appare di color giallo-crema, in conformità con la tradizione secondo cui la carnagione chiara è, nelle donne, simbolo di nobiltà e di bellezza.

Ma la cosa più sorprendente sono i loro occhi, incorniciati da un tratto di colore nero e intarsiati con quarzo bianco, e cristallo di rocca, sembrano ancora vivi mentre osservano lo spettatore.

Sulle pareti della tomba sono rappresentati tutti i loro figli: tre maschi Djedi, Itu e Neferkau e tre femmine Mereret, Nedjemib e Sethtet. Sicuramente, dopo i millenni passati nell’oscurità della loro dimora eterna, debbono aver impressionato non poco il primo essere umano che li vide.

Oggi stanno in un museo e lo spettatore che li guarda  non teme più il loro sguardo limpido e profondo ma ammira  la loro bellezza eterna e immutabile. Come dico nel titolo: “guardiamoci negli occhi”, questo è un enigma che ci affascina, gli occhi di queste, come quelli di altre statue, sono costituiti da pezzi di cristallo di rocca perfettamente levigato, che veniva inserito, nel calcare o nel legno delle statue. La qualità delle lenti è così alta che il pensiero ci porta a formulare le più strane ipotesi.

Qui non ci troviamo di fronte al lavoro di scalpellini che percuotono coi loro mazzuoli di legno rudimentali scalpelli di rame. Per usare le parole dell’egittologa Carme Mayans di National Geographic:

“la perfezione con cui sono state eseguite le lenti fa venire in mente un fine lavoro di tornitura e rettifica con macchine rotanti ad alta velocità. L’unica spiegazione ragionevole a tutto questo è che gli egizi abbiano preso in prestito da qualche parte tali tecnologie e, quando le scorte si esaurirono, tutto si perse piano piano”.

Fonti e bibliografia:

  • Carme Mayans, “Le statue “vive” di Rahotep e Nofret”, National Geographic, 2021
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
  • Nicolas Grimal,  “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Roma-Bari, 1998
Nuovo Regno, Statue, XVIII Dinastia

TESTA IN STEATITE DELLA REGINA TIYE

Di Patrizia Burlini

Testa della Regina Tiye, Museo del Cairo JE 38257

Nel 1905, W.M.Flinders Petrie condusse una spedizione archeologica nel Sinai. Si concentrò in particolare sul tempio di Serabit-el-Khadim, dedicato alla dea Hathor, chiamata Signora del turchese, in onore delle miniere che qui si trovavano. Il tempio originariamente fu costruito da Snefru, ma nel corso dei millenni, molti faraoni lo modificarono ed arricchirono.

Nel suo rapporto « Ricerche nel Sinai » del 1906, Petrie riporta gli esiti degli scavi e dal suo resoconto emerge una piccola ma allo stesso grande scoperta: una magnifica testa in steatite della regina Tiye, alta soli 7 cm, oggi conservata al Museo del Cairo.

Le foto originali di Petrie

Emozionante la descrizione che ne fa Petrie:

« … Un’altra regina ha lasciato qui uno dei ritratti più suggestivi mai scolpiti da un egizio (fig. 133). La famosa regina Tiye, consorte del magnifico monarca Amenhotep III, è stata fino ad ora conosciuta solo da alcune sculture in rilievo e non da una figura con nome a tutto tondo. È strano che questo remoto insediamento d’Egitto abbia conservato per noi il suo ritratto, identificato inequivocabilmente dal cartiglio in mezzo alla corona. Il materiale è steatite scistosa verde scuro e l’intera statuetta doveva essere alta circa un piede. Sfortunatamente, nessun altro frammento della figura è rimasto nel tempio e solo la testa è stata conservata. La superba dignità del viso si fonde con un’affascinante immediatezza e fascino personale. La delicatezza delle superfici intorno all’occhio e sopra la guancia mostra la massima cura nella manipolazione. Le labbra curiosamente abbassate, con la loro pienezza e tuttavia delicatezza, il loro disprezzo senza malizia, sono evidentemente modellate dal vivo. Dopo aver visto questo ritratto, sembra probabile che il magnifico frammento di testa di regina in marmo proveniente dal tempio di Tell el Amarna sia il ritratto di Tiye, e non di Nefertiti (PETRIE, Tell el Amarna, tav. i, 15). Questa ipotesi è più probabile in quanto la testa di una regina trovata quest’anno a Gurob e acquistata da Berlino è indiscutibilmente coerente con i ritratti non a tutto tondo di Nefertiti e non assomiglia alla testa di marmo. Inoltre, N. Davies ha osservato che solo le statue di Akhenaton e Tiye sono raffigurate nel tempio dove è stata trovata la testa di marmo. Passando al nuovo ritratto, raccogliamo alcuni dettagli sulla regina. L’orecchio è rappresentato forato, come è anche il caso di suo figlio Akhenaton (Tell el Amarna, tav. i, 9). La corona che indossava era probabilmente traforata, in oro. I due uraei alati estendono la loro lunghezza in spire intorno alla testa, finché non si incontrano sul retro, mentre frontalmente sostengono il cartiglio con il nome. Dai due lati del cartiglio scendono i due urei sulla fronte, emblema della grande regina dell’Alto e del Basso Egitto. Questo pezzo da solo valeva tutto il resto dei nostri guadagni dell’anno; ora è al Museo del Cairo. …”

Testa della Regina Tiye,
Museo del Cairo JE 38257

Bibliografia;

Approfondimenti:

Antico Regno, Statue

SENEB…IL “SANO”

Di Giuseppe Esposito

“Sano”, in antico egiziano, si diceva Seneb e proprio con tale nome beneaugurante, la madre decise di chiamare suo figlio, dimostrando, peraltro, che non esisteva stigma per una deformazione che solo successivamente, specie presso le corti medievali e rinascimentali, ma anche nel Nuovo Regno egiziano, fu sinonimo di buffone e giullare, perché Seneb era un nano.

Antico Regno, IV dinastia (2575-2465 a.C.), calcare dipinto, h.34 cm. Il Cairo, Museo Egizio (JE 51280).

E così, senza celare assolutamente la sua condizione, ce lo restituisce anche  un gruppo scultoreo famosissimo, risalente alla IV dinastia, che lo vede rappresentato con la sua famiglia: la moglie, Senet-Ites, e due figli, un maschio e una femmina che, nella rappresentazione occupano una posizione particolare su cui tra breve richiamerò la vostra attenzione.

Seneb è, infatti, rappresentato a gambe incrociate, nella posizione tipica dello scriba, mentre sua moglie, di altezza normale, gli siede accanto circondandolo amorevolmente con le braccia; i due figli, evidentemente di giovanissima età dacché sono rappresentati nel gesto tipico dei bimbi che si succhiano il dito (il maschietto, inoltre, sfoggia sul lato destro del capo, la treccia dell’infanzia), occupano il posto che, normalmente, dovrebbe essere occupato dalle gambe di Seneb.

E’ un espediente particolarmente interessante poiché, oltre a ricreare la tipica simmetria della coppia principale (si pensi, ad esempio alle statue di Rahotep[1] e Nofret), rappresenta anche un particolare concetto della prole, intesa come sostentamento, vere e proprie “gambe”, dei genitori.

Già, ma chi era Seneb?

Se preconcetti non aveva la madre quando gli assegnò quel nome, nessun preconcetto limitò la sua carriera, del resto, forse che Bes, il dio protettore delle nascite, non era egli stesso un nano? L’unico personaggio, peraltro, rappresentato nei rilievi parietali sempre di prospetto e non di profilo, forse per poter ben rappresentare le gambe arcuate che, secondo i canoni rappresentativi degli egizi, non sarebbero state facilmente rappresentabili di profilo.

Fig. 2 La tomba di Seneb con l’indicazione della “falsa porta” recante i titoli del defunto e della scatola in legno contenente il gruppo di famiglia (da Egyptian Art in the Age of Pyramids, MMA, p. 45)

Ma torniamo a Seneb e alla sua tomba (fig. 2), la G 4240, verosimilmente destinata anche a Senet-Ites; già individuata nel 1903 da Schiaparelli, si trattava di una mastaba della necropoli di Giza, scavata nel 1926 da Hermann Junker[2], che, su una falsa porta, recava ben venti titoli del defunto; tra cui: Colui che è trasportato sulla sedia sedan; Direttore dei possedimenti della Corona Rossa; Sovrintendente alle tessiture del Palazzo; Custode del sigillo di Dio della barca Wn-ḥr-b3w (whenerbau); Sovrintendente dell’equipaggio della nave ks; Sovrintendente ai nani del Palazzo addetti al vestiario; Sacerdote di Uadjet, Signora del Basso Egitto; Sacerdote del grande toro Setepet e del toro Merw; Profeta di Khufu e Djedefre e, addirittura, Tutore dei figli del Re.

La stessa Senet-Ites non era da meno: era, infatti, sacerdotessa di Hathor e Neith. Sempre dalle iscrizioni della falsa porta, sappiamo che la coppia ebbe tre figli: Radjedef-Ankh, Awib-Khufu e Smeret-Radjedef, che Seneb era proprietario di migliaia di capi di bestiame, e che non disdegnava di andare in barca accompagnato dai suoi servi. E’ interessante, in tal senso, notare che nelle rappresentazioni in cui compare con personaggi di rango inferiore, Seneb è rappresentato, comunque, della stessa altezza (se non più alto) dei suoi accompagnatori, anche se con le caratteristiche tipiche del suo stato (fig. 4).

Fig. 3 La Necropoli di Giza con l’indicazione degli scopritori delle mastabe dei Funzionari reali [la mastaba di Seneb è la G 4240] (da Egyptian Art in the Age of Pyramids, MMA. P. 143)
Fig. 4 la rappresentazione di Seneb in barca, dalla falsa porta della sua tomba (da WP: foto propria dell’utente:Udimu CC BY-SA 3.0); si nota il duplice espediente dell’altezza (pari a quella degli altri personaggio) e dell’averlo rappresentato in un punto della barca più alto (per la curvatura)

Oltre le pochissime suppellettili e la più famosa statua, da cui abbiamo preso le mosse, nulla, neppure i resti di Seneb o della sua sposa (che pure dalle iscrizioni sembra essere stata sepolta con lui), venne rinvenuto da Junker (fig. 5), nel 1926.

Fig. 5 Un pezzo di Egittologia: da sinistra Hermann Junker, George Reisner (1867-1942), James Henry Breasted (1865-1935) e Ludwig Borchardt (1863-1938)

I lavori di scavo eseguiti in un’area di oltre quindicimila metri quadrati, tuttavia, avevano comportato lo spostamento di grande quantità di detriti che, di fatto, erano andati a ricoprire un’area almeno altrettanto vasta. Tra le altre, era stata ricoperta anche la tomba di Nesut-Nefer (G 4970), Sovrintendente di Palazzo, Segretario Giuridico, Supervisore delle case dei Figli del Re, Sovrintendente dei profeti del tempio di Khafra, Capo dei possedimenti, Nomarca dei nomi VIII e X dell’Alto Egitto, Sovrintendente dei preti Wab di Khafra.

Fu così che, negli anni ’90 del secolo scorso, s’intraprese una campagna per meglio documentare proprio la tomba di Nesut-Nefer; in quell’occasione, si pervenne alla scoperta di un’altra tomba, quella di Per-Ni-Ankh a breve distanza dalla mastaba di Seneb. Anche in questo caso, il defunto aveva titoli importanti nella gerarchia di Corte e, più importante di tutto ai nostri fini, il corpo rinvenuto e una statua in basalto di eccellente qualità, rivelò che era, a sua volta un nano, il che ha fatto supporre fosse un parente, o addirittura il padre di Seneb.

Fig. 6 Il rinvenimento della statua di Per-Ni-Ankh nel 1990

Ma un altro indizio viene ad avvalorare tale ipotesi: la presenza, nella tomba di Per-Ni-Ankh del nome della moglie di Seneb, Senet-Ites il cui nome, peraltro, è stato rinvenuto anche nella vicina tomba di un altro alto funzionario di Palazzo: Ankh-Ib, il che ha fatto supporre, ulteriormente, che tra Seneb, Per-Ni-Ankh e Ank-Ib esistesse un legame di parentela. 

Per concludere, a dimostrazione che la condizione fisica non era di certo ostativa all’ascesa della gerarchia di Palazzo, specie nell’Antico Regno, si consideri che affetto da nanismo fu anche Khnum-Hotep che, nella VI dinastia, assurse all’incarico di Servente del Kha e Supervisore dei servi del Kha del Re.



[1]    Rahotep è stato un principe egizio durante la IV dinastia. Fu probabilmente il figlio del faraone Snefru e della sua prima moglie. Alla sua prematura morte, il fratellastro Medjedu Khnum-Khufu  divenne faraone, alla morte di Snefru, con il nome (a noi più noto) di Keope.

[2]    Hermann Junker:egittologo tedesco (1877 – 1962), Direttore della spedizione tedesca a Giza dal 1911 al 1929. Riportò i suoi lavori di ricerca a Giza, ove scavò oltre 600 tombe, in dodici volumi.  

Statue

NIKARE COME SCRIBA

A cura di Giada Miccinesi

Circa 2420–2389 a.C. o successivi, Antico Regno.

Gli egiziani dell’Antico Regno cercavano di esprimere la personalità intangibile di una persona attraverso una molteplicità di immagini.

Nikare era rappresentato da almeno quattro statue, di cui due nella collezione del Museo . In questa statua piega leggermente la testa si siede con sopra un papiro, che srotola in grembo.

Il testo registra il suo nome e titolo: Impiegato del Granaio, Nikare.

Proviene dall’Egitto, dalla regione di Memphite, da Saqqara, dalla piramide di Djoser, possibilmente dal distretto sud.

Si trova al Metropolitan Museum of Art di New York.

Antico Regno, Statue

KAIPUNESUT

Di Patrizia Burlini

Un magnifico volto di 4600 anni fa, appartenente a Kaipunesut, falegname reale.

“Sebbene gli archeologi non siano concordi nel valutare la data della tomba da cui proviene questa statua, le caratteristiche della decorazione della mastaba e di altre statue in pietra nella tomba di Kaipunesut indicano una possibile datazione verso metà della IV dinastia sia per questa statua in legno sia per un’altra al Cairo. La datazione troverebbe conferma negli occhi semicircolari e nelle labbra allungate.

Poche sculture in legno della IV Dinastia sono conservate. La cintura di Kaipunesut è finemente incisa con il suo nome e titoli, il primo dei quali è “falegname Reale”. Forse era coinvolto nella realizzazione delle sue stesse belle statue lignee.”

Conservato al MET di New York Titolo: Statua di Kaipunesut

Periodo: Antico Regno, IV Dinastia, regno di Radjedef o successivo Data: ca. 2528–2520 B.C. o successivo

Provenienza: Regione Menfita, Saqqara, necropoli della piramide di Teti, Mastaba of Kaemheset

Materiale: legno, pittura

Dimensioni: H. 150 cm

Credit Line: Rogers Fund, 1926 Accession Number: 26.2.7

Fonte: The MET

Foto di dominio pubblico

Nuovo Regno, Statue

IL COLOSSO DI SETHI II

A cura di Grazia Musso

  • XIX Dinastia
  • Arenaria rosa
  • Altezza 465 cm.
  • C. 1383: collezione Drovett
  • Museo Egizio di Torino.

La scoperta e il trasporto di questo straordinario colosso, facente parte della collezione Drovetti, sono menzionati nell’iscrizione incisa sulla base della stessa statua che ricorda il suo ritrovamento a opera di Rifaud a Tebe nel 1818 e il suo successivo trasferimento via mare fino a Livorno nel 1819. In una lettera del 1824 Giulio Cordero di San Quintino, incaricato dai Savoia di sovrintendere la spedizione di tutta la raccolta da Genova sino a Torino, espose le sue riflessioni sui modi e i tempi del trasporto, mostrando particolare preoccupazione per il peso eccezionale della statua che avrebbe richiesto la costruzione di un apposito carro montato su affusti di cannone, trainato da sedici cavalli.

Il colosso, insieme al suo gemello ora conservato al Louvre dove giunse con la seconda collezione Drovetti acquistata dalla Francia nel 1827, si trovava in origine davanti al piccolo tempio fatto costruire de Sethi II nel primo cortile del tempio di Amon-Ra a Karnak.

Il faraone vi è effigiato in veste cerimoniale con tutti i simboli della regalità : doppia corona formata di corna d’ariete, piume laterali e disco solare sulla sommità, l’ureo sulla fronte, la barba posticcia.

Il gonnellino a fitte pieghe indossato dal sovrano è impreziosito da alcuni elementi decorativi eseguiti con cura minuziosa.

Sulla cintura vi è il cartiglio con il nome del faraone, sul davantino la testa di una belva ferina e sul bordo inferiore un fregio di urei con disco solare sul capo, singolo di regalità.

La base del colosso riporta la titolatura e i nomi di Sethi II, che sono scritti come da tradizione, all’interno dei cartigli.

Fonte: I Grandi Musei: il Museo Egizio di Torino – Electra.

Antico Regno, Statue

MITRI

A cura di Patrizia Burlini

Amministratore del Nomo, sacerdote di Maat

Il suo sguardo ammaliante, triste e buono ispira grande tenerezza.

Mitri visse alla fine della V dinastia /inizi della VI Dinastia e servì il suo faraone – forse Unas – intorno al 2400 aC.

La grande tomba di Mitri fu scoperta nel 1926, e al suo interno furono rinvenute almeno 10 statue di legno. Tra di esse vi era una statua in pessimo stato di conservazione, ma con degli occhi ammalianti, che ne fanno una delle statue lignee più conosciute dell’Antico Egitto.

Lo scultore è stato in grado di conferire un grandissimo realismo allo sguardo di Mitri grazie all’uso del rame e di bellissimi cristalli di rocca di colore grigio (in foto appaiono azzurri). Un accorgimento usato dagli scultori era di inserire nell’occhio un un pezzo di legno per simulare la pupilla.

Il suo splendido sguardo trasmette un misto di dolcezza e malinconia.

La posa è quella tipica degli scribi, con le gambe incrociate ed un rotolo di papiro aperto sulle ginocchia, mentre tiene una penna nella mano destra.

Mitri faceva parte dell’élite alfabetizzata e voleva assicurarsi di essere riconosciuto nell’aldilà come un uomo saggio ed istruito.

Legno e stucco dipinto, h 76 cmMuseo Egizio del Cairo (JE 93165)

Fine V dinastia, inizi VI Dinastia

Antico Regno, Statue

LO SCRIBA SEDUTO

Scriba rosso” o “scriba seduto/accovacciato” (fr. Scribe accroupi, ingl. Squatting/Seated Scribe, td. Sitzender Schreiber).

Di Daniele Gonella e Grazia Musso

Fu trovato nell’area di Saqqara nel 1850 da Auguste Mariette, oggi è conservato nell’Ala Sully del Museo del Louvre a Parigi e datato con una discreta probabilità alla metà del II millennio. Il suo nome tecnico è “E 3023” (ovvero quel nome che indica la sua catalogazione, che non comporta problemi di sovrapposizione di nomi; ad esempio sono almeno trenta gli “scribi seduti” così chiamati) ed è conservato in una teca davanti ad una finestra velata, in modo tale che non venga colpito dai raggi del sole ma nello stesso tempo che permetta il riflesso degli occhi.

Anche se non vi è presente alcuna iscrizione che ne chiarisca l’identità, l’eccezionale qualità dell’opera, che ha conservato i colori originali, porta a ritenere che l’effigiato fosse un personaggio importante.

Benchè le foto possano fare cadere in inganno, la sua altezza è di 53,72 cm, per cui è una statua di medie-piccole dimensioni e in calcare dipinto, il cui colore si è preservato in maniera eccezionale rispetto ai colori di statue dello stesso periodo, che spesso hanno solamente tracce (e qui fate attenzione: in molte foto i colori sono stati modificati e resi più sgargianti della realtà, che sono accesi ma fino ad un certo punto, per rendervene conto guardate la foto della teca).

La composizione è estremamente semplice e standardizzata, tipica della statuaria scribale: l’uomo ha le gambe incrociate, un kilt di lino e un papiro semi srotolato. Nella mano destra doveva tenere un pennellino, ora scomparso, che nella realtà era ottenuto da una sezione di canna, sul modello sumero-accadico. E fin qui nulla di eccezionale, perché se notate il confronto con gli altri “scribi seduti” noterete che vi è generalmente la stessa struttura compositiva (o affine), dovuto al rigore degli standard egiziani, specialmente poi nell’Antico Regno, ma a questo proposito parleremo nel prossimo post. Da notare il leggero sovrappeso, che potrebbe indicare la vera situazione fisica della persona (se pensiamo che rappresenti una persona reale), oppure la salute (se pensiamo che raffiguri il concetto di “scriba”).

Alla staticità del corpo si contrappone il volto, con fattezze più naturali, con labbra morbide, quasi a voler indicare un latente sorriso. Ma la parte più straordinaria sono gli occhi, intarsiati per mezzo di un pezzo di magnesite bianca venata di rosso, in cui è stato posto un pezzo di cristallo di rocca leggermente troncato e il cui lato posteriore è stato ricoperto da uno strato di materiale organico, creando il colore dell’iride, il tutto ancorato alle orbite per mezzo di due piccole graffette di rame (con una piccola percentuale di arsenico, un rimando probabilmente ai commerci con l’Anatolia centro-meridionale, ad esempio Arslantepe).

Alla luce gli occhi riflettono un colore blu-verdastro o blu scuro, incantando chi sta davanti alla teca e dando un senso di vitalità alla scultura. E’ bene ricordare che gli occhi intarsiati delle statue sono molto rari in quanto costituiti da materiali preziosi o semi-preziosi, e che quindi non è comune avere un statua ancora intarsiata riccamente in questo modo. Ai materiali già citati si devono aggiungere due puntine lignee per fare i capezzoli e una pittura di colore nero usato per le sopracciglia. Data la grande attenzione ai particolari e alla scelta dei materiali, la statua si avvicina molto alla realtà, di fatto cosa non solita dell’arte egizia, che generalmente più alla rappresentazione di un’idea, di un concetto o di un modello.

Bibliografia e letture consigliate:

  • A. Bard, Kathryn (2007) “An Introduction to the Archaeology of Ancient Egypt
  • A closer look at the Seated Scribe“. Louvre Museum (2013)
  • Albertine Gaur “La scrittura. Un viaggio attraverso il mondo dei segni” (1997)
  • Martin, Henri-Jean (1995) “The History and Power of Writing
Oggetti rituali, Statue

DIMMI COS’HAI IN PUGNO!

A cura di Patrizia Burlini

C’è un particolare che molti di voi avranno notato in alcune statue e la cui interpretazione è ancora dubbia.

Sto parlando dell’oggetto a firma di cilindro o perno che molte statue in pietra stringono in pugno.Le interpretazioni sono molte: papiro, pezzo di stoffa, sigillo…ho letto anche qualche interpretazione esoterica e molto fantasiosa che parla di cilindri che funzionavano come pile che ricaricavano il faraone, oppure cilindri di cristallo che permettevano al faraone di « unirsi al futuro » potenziando la sua energia mentale!

Lasciando da parte le interpretazioni più o meno fantasiose, vediamo cosa ci dicono i reperti giunti fino a noi.

Innanzitutto parliamo di statue in pietra. Questa caratteristica non appartiene infatti alle statue in legno o ai rilievi parietali.

Il primo esempio giunto a noi appartiene alla statua di Hemiunu, IV Dinastia, di cui vi ho parlato recentemente. Secondo alcuni studiosi si tratterrebbe dello « spazio negativo » cioè dell’incavo vuoto del pugno (es. Ludwig Borchardt nel suo “Statuen und Satuetten”) ma tale osservazione non tiene in considerazione il fatto che lo spazio negativo preso gli egizi generalmente è dipinto di nero o bianco, mentre questi oggetti sono pervenuti a noi anche di colore bianco, rosso o marrone. Nel fare un confronto tra statue in pietra e in legno, Spiegelberg concluse nel 1906 che si trattasse, nelle statue di pietra, della versione tronca dei bastoni tenuti in pugno dalle statue di legno . Nel 1948 fu adottato il termine di « bastoni emblematici » grazie a Bernard Bothmer. Secondo questi studiosi si tratterebbe quindi di simboli di bastoni o scettri, che sono rappresentati per intero nei rilievi parietali e nelle statue di legno, ma di difficile realizzazione nella pietra. Se così fosse, non si spiegherebbe però perché siano dipinti di bianco, anziché giallo o forse rosso, come dovrebbe essere rappresentato un bastone. Non si spiegherebbe neppure perché sarebbero talvolta tenuti in mano da donne (es. Una delle Triadi di Micerino) o da prigionieri. Altri studiosi hanno identificato quindi questo oggetto come un rotolo di papiro o come un Pezzo di stoffa o un “fazzoletto”.

Le estremità di questi oggetti nelle statue dell’Antico Regno sono normalmente arrotondate, di forma sfuggente, pertanto l’ipotesi del papiro decade.

Lo studio dei geroglifici potrebbe venirci in aiuto. Il pezzo di stoffa è rappresentato infatti nello stesso modo (con le due estremità arrotondate) anche come Geroglifico N18, (Gardiner’s sign List) o come geroglifico S29 (tessuto piegato).Nelle statue di pietra, essendo difficile rendere la parte posteriore del tessuto, questo sarebbe reso come arrotondato da entrambi i lati. Nel rilievo parietale di una tomba, la B4, scoperta a Saqqara da Mariette, e risalente alla metà della V Dinastia, il tessuto piegato viene rappresentato sotto il braccio aderente al corpo (vedere foto) nella stessa forma che è normalmente rappresentata come stretta in pugno dalle statue. Questo rilievo è leggermente posteriore alla prima apparizione di questo oggetto nelle mani delle statue, ma non c’è ragione di credere che il geroglifico N18, che rappresenta un pezzo di stoffa, non fosse familiare agli scultori della IV dinastia.

Da notare che la forma sfuggente di questo oggetto la distingue dall’oggetto con le estremità più ampie che era talvolta portato dai sovrani. In quest’ultimo caso l’oggetto è dipinto di giallo e rappresenta un contenitore di documenti. Talvolta appare nelle mani di personaggi non reali. L’oggetto viene chiamato “Nemes”. In alcuni testi egizi viene indicato come il contenitore di un documento che stabiliva la conferma divina del potere del sovrano, grazie al quale egli possiede la terra, che egli stesso può in parte dedicare agli dei per i loro templi (vedere ad esempio le foto delle statue di Ramses II e Seti II)

Per approfondire l’argomento:

Gruppo statuario di Meryre e sua moglie Iniuia o Tinra

G
Calcare dipinto, Museo del Cairo 1372-1356 a.C., XVIII Dinastia, JE 99076H. 85 cm

Questo splendido gruppo statuario fu scoperto a Saqqara, nel 2001, e appartiene a Meryre, che fu Grande Sacerdote presso il tempio di Aton ad Akhetaton e in seguito a Karnak.

La moglie, una nobildonna, portava il titolo di “Favorita della Dama del Palazzo”.

Le statue private erano rare in questo periodo, pertanto questa diade viene considerata un esempio straordinario

.La coppia siede su una sedia con alto schienale e gambe feline.

Iniuia stringe in vita il marito in un gesto che rappresenta l’unione e l’armonia della coppia. Il nome e i titoli di Meryre sono incisi sul gonnellino.

Sia Meryre che la moglie stringono nella mano un pezzo di tessuto piegato.

La tomba di Meryre ad Akhetaton conserva dei famosi rilievi in cui sono rappresentati Akhenaton e Nefertiti con le figlie, oltre al Palazzo Reale.

Font:

  • The Egyptian Museum in Cairo
  • Di Abeer El-Shahawy, Matḥaf al-Miṣrī
  • Osirisnet.net
  • Photo credit: Kenneth Garrett
Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

HEMIUNU

Di Patrizia Burlini e Franca Loi

La statua di Hemiunu. Si è discusso se soffrisse di ginecomastia o obesità, ma la seconda opzione è più accreditata.
Calcare dipinto, h 155,5 cm, IV Dinastia.

Questo corpulento signore è Hemiunu, (servitore del dio di Iunu- Eliopoli), visir di Khufu (Cheope) e costruttore della grande piramide di Cheope, una delle sette meraviglie del mondo antico.

Localizzazione della mastaba (rettangolino rosso)

Questa meravigliosa statua, in calcare dipinto, presenta delle straordinarie caratteristiche realistiche, sia nel volto che nel fisico del visir. La statua fu trovata il 12 marzo 1912 da Herman Junker nel serdab della mastaba di Hemiunu, la G4000, che si trova nei pressi della piramide di Cheope.

Ingresso del serdab. Sul fondo è visibile il foro praticato dai saccheggiatori di tombe nell’antichità per permettere ad una persona di piccola statura o ad un bambino di entrare nella tomba

Hemiunu era figlio del principe Nefermaat e di Itet, nonché nipote del faraone Snefru e parente di Cheope. Tra i suoi titoli Figlio del corpo del re (principe ereditario), Portatore dei sigilli del re del Basso Egitto, Capo della giustizia e Visir, Maggiore dei Cinque della Casa di Thot. La statua è attualmente conservata a Hildesheim, Pelizaeus Museum.

In questa straordinaria foto è visibile la testa così come apparve agli scopritori. Gli occhi erano originariamente realizzati in materiale prezioso. Per estrarli i saccheggiatori danneggiarono la statua, staccandone la testa e un braccio

La quarta dinastia è contrassegnata da vari mutamenti culturali che hanno una sorprendente ripercussione nel campo artistico. Infatti il mutare dei tempi porta a una ricerca di maggiore libertà espressiva che si realizza in una decisa movimentazione delle forme. La staticità della precedente statuaria viene meno grazie ad una forza prorompente che tende a liberarsi dalla pietra in cui sono scolpite; movimento e libertà si esprimono in opere dotate di grazia e di un vivido realismo. La statua di Hemiunu ne è un esempio.

La testa posta in un cestino dagli archeologici per estrarla dalla tomba

La statua, in pietra calcarea, lo rappresenta seduto e in grandezza naturale (1,55 cm di altezza), la sua testa era staccata dal corpo e i suoi occhi incastonati erano stati scavati dai profanatori di tombe. La statua raffigura un uomo dal volto severo e intelligente che mette in risalto le pieghe e le rotondità del suo corpo voluminoso in modo da sottolinearne l’importanza sociale.

I TITOLI DI HEMIUNU

Il testo sullo zoccolo della statua di Hemiunu, è composto praticamente solo di titoli e del suo nome.

Qualcuno di questi non è usuale ed è difficile trovarli nella stesura in cui sono rappresentati in questa statua.

Non ho trovato trascrizioni manuali di questo testo ma solo una immagine leggibile qui sopra.

L’elenco è una mia trascrizione con l’editor Jsesh.

Mi sono soffermato solo sulla traduzione del titolo, usando sinonimi magari diversi da quelli usati in altre traduzioni.

Come bibliografia ho consultato tutto quello che ho a disposizione, elenco un po’ tecnico da allegare qui.

Fonti:

  • Wikipedia, archeologyatrandom.wordpress, MFA Boston
  • Antico Egitto – MAURIZIO DAMIANO- Electa
  • Egiptomania
  • Storica- National Geographic