Questa seggiolina di uso quotidiano fu trovata nell’anticamera della tomba di Tutankhamon. Si ipotizza che il faraone la usasse da bambino alla corte di Amarna.
È realizzata in ebano massiccio con intarsi in avorio e con pannelli in oro sui braccioli, dove sono rappresentati degli orici feriti e piante del deserto. Le gambe, a forma di zampe anteriori e posteriori di leone, terminano con artigli in avorio.
Questa sedia è uno straordinario esempio di manifattura: lo schienale leggermente curvo è sostenuto da tre doghe verticali; il sedile è composto da cinque doghe scolpite, su cui probabilmente veniva posto un cuscino: il tutto in un insieme armonioso ed elegante – dove anche l’ergonomia trova il suo posto – che ci lascia stupiti ancor oggi.
L’ebano nell’antico Egitto era un legno estremamente raro e difficile da trovare, probabilmente proveniente da scambi commerciali con l’Africa occidentale.
La foto originale di Burton che mostra l’ottimo stato di conservazione e la descrizione di Carter
Altezza della seduta 32 cm.
Dimensioni totali; cm. 40,6×39,1×71,5.
Proveniente dalla KV 62, Valle dei Re e conservata al Museo del Cairo JE 62033
Fonti:
Web
The Immutability of the Core Construction of a Chair: The Building Techniques from Ancient Egypt to Contemporaneity By André Patrício Published : April 3rd 2019
SEGGIO PICCOLO IN LEGNO
A cura di Grazia Musso
Seggio piccolo in legno Altezza 73 cm. Carter 349
Questa seggiola da bambino fu usata dal faraone in giovane età.
Le gambe hanno la forma di zampe di leone, a simboleggiare i concetti di protezione e rinascita nell’aldilà.
La seduta ha doppia curvatura e lo schienale è inclinato, la sedia non ha braccioli.Fra le gambe ci sono dei pannelli lavorati a giorno che fungono da supporti e sono decorati con i fiori di loto e papiri, piante araldiche che simboleggiano l’Alto e il Basso Egitto.
I vegetali sono intrecciati al geroglifici che raffigurano. i polmoni e la trachea che significa “unire”.
Sull’alto schienale è raffigurato Horo in forma di falco, mentre dispiega le ali, a protezione del re seduto sulla sedia, fra gli artigli tiene i segni shen, simboli dell’eternità e al di sotto delle ali ci sono due ankh, simboli della vita, fra scettri was, emblemi di potere e autorità.
Al di sopra delle ali di Horo si trovano i cartigli del faraone, dunque Horo protegge sia i nomi del re sia il sovrano in persona.
Fonte : Tutkhamon, i tesori della tomba – Zahi Hawass – Einaudi.
8Luisa Bovitutti, Franco Nicoli e altri 6Commenti: 2
Anen fu sepolto nella tomba che si era fatto preparare nella Necropoli di Tebe (TT120); essa fu restaurata ed aperta al pubblico nei primi anni 2000.
Composta da una sala principale e da una camera sepolcrale interna, la pianta ha la forma di T tipica della XVIII dinastia. Il rilievo più significativo rappresenta Amenhotep III e la regina Tiye (i cui busti sono stati scalpellati nell’antichità) che ricevono tributi.
Le figure sotto i troni rappresentano i Nove Archi, ossia i popoli stranieri all’epoca dominati dall’Egitto: Minoici, Babilonesi, Libici, Beduini, Mitanni, Kushiti, Nubiani, Nomadi della Nubia e Mentu-nu-setet (popoli della costa ad Est).
Il rilievo è ricco di simbolismo: un gatto tiene un’anatra al collo sotto il trono della regina e una scimmia e nemici stranieri giacciono sul cuscino del faraone, schiacciati sotto i suoi piedi.
Per ricostruire fedelmente le parti danneggiate, i restauratori si sono rifatti ad un dipinto realizzato nel 1929 da una spedizione del Metropolitan Museum di New York; le ricostruzioni si differenziano dal dipinto originale perché sono solo disegnate.
Calcite, avorio, oro, pigmenti rossi, gialli, blu e verdi. Provenienza: tomba di Tutankhamon (KV62). Museo del Cairo: JE 62119.
A cura di Ivo Prezioso
Thierry Morant in Profumi e cosmetici nell’Antico Egitto, ricorda: “ L’Egiziano antico viveva in un mondo dove il sacro era essenziale; una convinzione per cui era indispensabile, al termine dell’esistenza terrena, prepararsi alla propria seconda vita in quello che, forse impropriamente, chiamiamo paradiso di Osiride. E per arrivarci, l’uso di cosmetici, fard, balsami, profumi, erano essenziali”.Così, oli e unguenti, usati abbondantemente durante la fase di mummificazione, finivano col divenire anch’essi parte integrante del corredo funerario. Nella tomba di Tutankhamon, Howard Carter, stimò che, prima del passaggio dei profanatori, nel solo piccolo ambiente denominato “Annesso”, dovevano esserci “non meno di 350 litri di oli, grassi e altre materie untuose immagazzinate lì per il re”. D’altronde Christiane Desroches Noblecourt, ci ricorda che i saccheggiatori, che penetrarono per due volte nella tomba si impadronirono innanzitutto dell’oro e degli unguenti.
Queste sostanze rare e costosissime, molto spesso importate, erano a loro volta, per riguardo al loro valore, conservate in contenitori realizzati con materiali delicati ed altrettanto preziosi, come la calcite (o alabastro egiziano). La loro forma il più delle volte originale e di grande gusto estetico, si ispirava in genere alla flora ed alla fauna. Quando si osservano le foto scattate da Harry Burton nell’annesso, ci si rende immediatamente conto del disordine che vi regnava e dovette sembrare un miracolo che oggetti così fragili e delicati potessero essere ancora intatti. In seguito, Carter preciserà che “tra i tanti oggetti straordinari, è necessario citare il seguente esempio: un vaso con le forme di un leone mitico, in piedi in un atteggiamento aggressivo, stranamente araldico come “un leone guardiano”; la zampa destra sollevata con gli artigli all’aria in una nobile rabbia, mentre la sinistra poggia su un simbolo che significa protezione. Montato sulla corona posta sulla testa si trova il collo del vaso che rappresenta un fiore di loto che prende esso stesso la forma di una corona. La decorazione di questo oggetto è incisa e riempita di pigmenti, la lingua e i denti sono in avorio”.
Questo oggetto alto 60 cm. e largo 19.8 cm, stante sul suo sgabello splendidamente realizzato, secondo Zahi Hawass “appare oggi più toccante che feroce”. In effetti, con la lingua fuori e la zampa anteriore destra alzata, come in segno di saluto, sembra sfidare, con ostentata ironia, chi lo guarda.
Christiane Desroches Noblecourt nel suo “Tutankamon e i suoi tempi” ce ne fornisce una descrizione molto dettagliata. Il colletto di pelo che incornicia la bocca, i dettagli delle orecchie, i due piccoli cuscinetti delle zampe anteriori, gli artigli dell’animale, il ciuffo terminale della coda, le piccole rosette di pelo sulle spalle, tutto ciò è evidenziato dal colore blu-nero, Il naso, una volta dipinto di nero, ha ancora tracce di rosso che indicavano le narici; gli occhi circondati di nero, sono interamente dorati, come a dare l’illusione della fosforescenza. La bocca aperta mostra otto zanne d’avorio bianche, così come le mucose laterali e la lingua pendente, dipinte di rosso. Sul petto, un piccolo dipinto sormontato dal segno del cielo, reca i cartigli del re e della regina, introdotti dai loro titoli abituali. Le orecchie dell’animale, forate, probabilmente, dovevano essere adornate da cerchi d’oro, come si vede spesso sulle statuette di gatti sacri. Gli artigli (cinque per ciascuna zampa) dovevano essere inseriti (forse in avorio): nelle cavità null’altro resta se non una materia rossastra”……”Il copricapo costituisce il recipiente per i preziosi unguenti che il felino doveva proteggere, tenendo a distanza coloro che avrebbero voluto impadronirsene. La sua composizione figurativa permette l’identificazione della divinità: l’acconciatura floreale, la natura stessa del leone e soprattutto i suoi occhi d’oro, penetranti, che sono qui riprodotti in maniera eccezionale, permettono di associare questa rappresentazione al dio Nefertum (figlio di Ptah e di Sekhmet) nel ruolo di formidabile protettore contro le forze del male. Eretto sulle zampe, può attaccare i nemici e divorare loro la testa. Il dio-fiore originale, sotto la cui forma è normalmente e più spesso riconosciuto Nefertum, è anche il dio dei profumi protettivi (Il Gradevole al naso degli Dei, colmo di fragranze), in quanto questi unguenti, oltre a purificare, costituivano il più potente rimedio contro le influenze nefaste”.
Iorwerth E.S. Edward, nel suo “Tutankhamon: la sua tomba e I suoi tesori”, vede piuttosto una rappresentazione del dio Bes: “I vasi di unguento incarnavano spesso immagini di Bes, una divinità domestica associata ai piaceri e generalmente rappresentata come un nano dalle gambe fasciate, con orecchie, criniera e coda da leone. Questo vaso è stato probabilmente scolpito in forma di leone con corona floreale a causa del collegamento tra gli animali e Bes”.Per Abeer El-Shahawy (del Museo Egizio del Cairo), invece: “Il leone, talvolta, rappresenta il dio Ra stesso, come nel capitolo 62 del Libro dei Morti (per gli egizi “Formule per poter uscire nel giorno”) che recita: “Io sono colui che è il cielo, io sono il leone di Ra””.
Le foto in bianco e nero sono tratte da: “Tutankahamun: Anatomy of an Excavation, The Howard Carter Archives Photographs by Harry Burton, The Griffith Institute”.
Quando sul pavimento dell’anticamera fu scorta questa meraviglia, un oggetto in alabastro traslucido che, alla luce delle torce, rimandava bellissimi riflessi, Carter ne restò particolarmente affascinato. Si trovava lì, sicuramente abbandonata dai profanatori, probabilmente colti sul fatto. Si tratta di un calice a forma di fior di loto in piena fioritura con i petali arrotondati magnificamente scolpiti in bassorilievo. E’ ricavata da un unico blocco di calcite ed è sostenuta da un piede a forma di tromba rovesciata dal quale si dipartono due elaborate composizioni che vanno a costituirne i manici. Tre steli per ciascun lato, prendono la forma di fiori di loto blu (uno aperto e due boccioli) in cima ai quali, inginocchiata su un cesto “neb”(= signore), si staglia la figura di Heh, il dio simboleggiante l’eternità. Tiene in ciascuna mano un ramo di palma le cui tacche per il computo rappresentano il geroglifico “rnpt” (=anno). Esso poggia su un girino (equivalente di centomila) a sua volta disteso su un simbolo “shn”(= infinito). Tra le mani del dio sono presenti due “ankh”(= vita). L’intera rappresentazione è, quindi, l’augurio di regno eterno per il faraone. Il fiore di loto a calice aperto che forma la coppa è quello della varietà bianca che sembra essere stato utilizzato nell’antico Egitto espressamente come modello per la realizzazione di eleganti oggetti per servire da bere. Nella collezione dell’ Eton College è conservato il frammento di una placca che mostra Tutankhamon sorseggiare da un calice simile. La coppa è inoltre decorata da una serie di raffinate iscrizioni incise e riempite con pigmento blu. Al centro, un rettangolo riporta all’interno il nome e il prenome del faraone affiancati da un’iscrizione che lo definisce “Amato da Amon, Signore dei troni delle Due Terre e del Cielo”. Il bordo ospita, invece, due iscrizioni distribuite sulla stessa linea.
Traslitterazione e traduzione delle iscrizioni sulla coppa in alabastro. (A cura di Paolo Belloni)
La lettura inizia dal centro, precisamente dal segno “ankh” in un gioco di simmetria così tipico dei canoni estetici egizi. Una metà del testo ci restituisce la titolatura del re, l’altra metà recita “Che abbia vita il tuo Ka, possa tu trascorrere milioni di anni, oh tu che ami Waset (Tebe), seduto col tuo viso verso il vento del nord, i tuoi occhi vedendo la felicità”. Per questa frase l’oggetto fu soprannominato “Tazza dei desideri”.
Carter doveva essere particolarmente legato a questo reperto. Dispose infatti che sulla sua lapide nel cimitero di Putney Vale a Londra fosse scolpita proprio questa frase. Parole che nonostante i 3300 anni trascorsi conservano intatte la loro eterna bellezza.
Il tema principale di questo vaso è costituito dalla rappresentazione, estremamente elaborata, del motivo “sma tawy” (unione delle Due Terre).
L’utilizzo frequente di questa composizione decorativa su numerosi grandi vasi può essere sia legato alla bellezza del soggetto e alla possibilità di variazioni che offre, sia al suo significato simbolico politico. In questo caso, si aggiunge anche un riferimento religioso che lo associa al culto di Hathor, una divinità dai molteplici aspetti.
La sua testa appare, infatti, sul collo del vaso in forma di maschera funeraria adorna di un ampio collare. La base, realizzata separatamente include due gruppi di amuleti rappresentati da due “ankh” centrali che stringono, ciascuno, due scettri “was” (Vita e Potenza).
La molteplicità di riferimenti religiosi e simbolici che ritroviamo nella decorazione di oggetti elaborati come questi vasi per profumi, lascia supporre che i loro progettisti e realizzatori non siano stati soggetti ad una stretta supervisione, ma che sia stato loro lasciata ampia libertà espressiva.
Questo splendido contenitore di cosmetici preziosi si differenzia dagli altri per il complicato nodo che unisce i vari steli delle piante intorno al” collo” ; la base in cui si suggerisce l’ambiente dove crescono le due vegetazioni .
Particolare della stele che la regina Hatshepsut fece erigere per commemorare un restauro fatto eseguire a Tebe Ovest.
In alto c’è il disco solare alato simbolo di Amon-Ra che abbraccia una scritta piuttosto convenzionale che si ripete letta prima da sinistra a destra e poi viceversa: Bhdty ntchr ‘3 nb pt (quello di Behedt,[cioè Horus] grande signore del cielo). La scena vera e propria è invece molto interessante e vede come protagonisti quattro personaggi riconoscibili dal loro abbigliamento e dal fatto che sopra ognuno di loro è scritto il proprio nome.
Da sinistra a destra abbiamo: Amon-Ra, con il suo alto diadema e la dicitura corrispondente ‘Imn R’ nb nswt t3awy (Amon Ra signore dei troni delle due terre). Regge con una mano lo scettro “was” e nell’altra, non visibile nell’illustrazione, il segno della vita “‘nkh”
Di fronte a lui sta Hatshepsut che gli porge un offerta rituale. Indossa la corona Keperesh e veste abiti maschili. Che si tratti di lei ce lo dice il cartiglio col suo nome di intronizzazione Maatkara seguito dalla dicitura dì ‘nkh mi R’ (dotata di vita come Ra).
Dietro di lei segue Tuthmosis III con la corona bianca dell’Alto Egitto ed il relativo cartiglio col suo nome di intronizzazione (quindi siamo in piena co-reggenza) Menkheperra seguito dalla formula dì ‘nkh (dotato di vita).
L’ultima figura è la personificazione, di Khefet-her nebes, definita dall’iscrizione sulla sua destra, w3st khftt hr nb s (Tebe, la necropoli – letteralmente, colei che è di fronte al suo signore). Illustrata a grandi linee la scena raffigurata, lo spunto di riflessione viene dai presunti pessimi rapporti tra la regina ed il nipote, futuro faraone.
E’ vero che spesso i nomi Hatshepsut sono stati cancellati, (però questa stele, ad esempio è perfettamente integra), ma molto tempo dopo e neanche si può accettare con leggerezza che la tanto strombazzata “damnatio memoriae” sia tutta dovuta alle ire del nipote per troppo tempo tenuto a freno, come molti egittologi hanno sostenuto. In realtà, la cancellazione non è stata così sistematica come quella subita da Akhenaton (in quel caso, si può evocare la damnatio); è avvenuta tempo dopo, per la maggior parte, anche molto dopo il regno di Tuthmosis III, e probabilmente alla base ci sono motivi che ancora non trovano una spiegazione soddisfacente. Ma poi di questo, si parlerà più diffusamente nel prosieguo della rubrica. La mia opinione(del tutto personale e, conseguentemente, da considerare come tale), è che il regno di una donna, sebbene non una novità, costituisse un’eccezione soprattutto di tipo ideologico (Faraone= Horus incarnato in terra). e quindi visto come elemento di disturbo nei confronti di una tradizione ormai quasi due volte millenaria. Inoltre, non è da escludere che l’appoggio richiesto al clero di Ammone per favorirne l’intronizzazione, non sia stato proprio (diremmo oggi ) a gratis. Questo vide accrescere enormemente il potere di quella classe sacerdotale e fu forse una delle concause che portò allo scisma amarniano. Io credo che sarebbe molto più prudente attenersi alle evidenze nude e crude, e trarre le conclusioni solo in presenza di prove inequivocabili. Oltretutto andrebbe tenuta presente la mentalità egizia completamente differente dalla nostra. Spesso i faraoni usurpavano monumenti dei loro predecessori, cancellandone le tracce, addirittura smontandoli e ricostruendoli e sostituendo i loro cartigli. Come spiegare, per esempio le sovrapposizioni operate ad Abydos da Ramses II, nel tempio eretto dall’amatissimo padre? Sovrapposizioni che in parte sono venute giù ed hanno lasciato delle curiose commistioni di simboli che hanno scatenato la fantasia di pseudo-studiosi cui non è sembrato vero di annunciare al mondo che gli egizi possedevano elicotteri, carri armati, astronavi!!!!!! Ma questa è un’altra storia che esula completamente dalle finalità del nostro gruppo.
Questa bella statua rappresenta una coppia femminile la cui relazione non è nota. Sicuramente è una statua insolita, dato che normalmente ad essere rappresentati abbracciati erano marito e moglie (ma non solo). Idet occupa il posto d’onore, essendo seduta a destra, ed è identificata con il titolo di “Signora della Casa”, mente Ruiu non porta alcun titolo.
Sui lati del seggio sono presenti delle formule di offerta a Osiride. Quella di destra recita: “A Osiride…signore dell’eternità, perché dia…ogni cosa buona e pura, e il dolce soffio del vento del nord all’anima della Signora della Casa, Idet, giustificata”. Belle ed eleganti, con lo stesso abito, la stessa parrucca e la stessa collana, presentano volti in cui è evidente una ricerca ritrattistica che le rende diverse e riconoscibili.
Calcare, XVIII Dinastia, 1480-1390 a.C., forse proveniente dalla necropoli tebana, conservata presso il Museo Egizio di Torino
Didascalia: MET Torino
Il testo completo del lato Idet (a cura di Nico Pollone)
Un’offerta che il re da ad Osiri, dio grande sovrano/principe per l’eternità, affinché lui dia invocazione di offerta di: pane, birra, buoi, uccelli, abiti/tessuti, incenso e olio/unguento, ogni cosa buona e pura, il dolce soffio del vento del nord al ka della Signora della Casa Idet Giustificata (giusta di voce).
A sud della necropoli di Beni Hassan, nella cosiddetta Valle del Coltello, poco distante dalla città di Minya, si trova lo Speos Artemidos o Grotto di Artemide, dall’arabo Stabl Antar cioè “scuderia di Antar”, fu edificato dalla regina Hatshepsut, unitamente al reggente Tuthmosis III, sulle rovine di un precedente monumento andato in rovina, probabilmente ad opera degli Hyksos.
Il tempio fu dedicato dalla sovrana alla dea Pakhet, un connubio tra la dea gatta Bastet e la dea leonessa Sekhmet, in realtà uno dei molteplici aspetti della dea Hator. In suo onore fu chiamato dalla regina “Dimora divina della Valle”.
In epoca successiva il santuario fu decorato, seppur in maniera incompleta, dal faraone Sethi I che vi sostituì il nome della sovrana con il proprio.
Nel V secolo AD lo Speos fu trasformato in una cappella copto-cristiana come si evidenzia dalle notevoli iscrizioni copte esistenti sulla parete sud.
Le iscrizioni contenute nel monumento furono scoperte e pubblicate a fine Ottocento per la prima volta dall’egittologo russo Vladimir S. Gilenischeff.
Si tratta di un monumento semplice, ma di grande importanza, dal momento che fu il primo dei santuari rupestri del Nuovo Regno.
Rispondo ai tanti che su altre pagine mi chiedono ancora una volta (è un tormentone) del solito, vecchio Tutankhamon e il già decrepito documentario di National Geographic, sull’aspetto del faraone; e poi l’altro sul pugnale e sul corsetto. Vediamo dunque un po’. Ritorniamo un attimo al famoso “ritratto” di Tutankhamon, alle presunte deformità, al fatto che sarebbe stato “zoppo”, handicappato e chi più ne ha più ne metta (ma chissà… forse era un extraterrestre e dunque hanno frainteso???). Bah… ridiamoci su… E torniamo seri.
Il volto, il corpo ricostruito in quel celebre documentario fortemente commerciale della National Geographic (e non da egittologi) ha dato una ben misera raffigurazione del faraone. Visione del tutto errata, fatta da occidentali che non hanno idea dell’importanza di determinate idee per gli egizi e la vita nell’aldilà, e soprattutto non spinta da motivazioni scientifiche ma dal sensazionalismo di cassetta. Me ne dolgo perché la rivista ha una nobile e serissima tradizione (io sono abbonato dal 1975) mentre chi gestisce la parte documentaristica ha fatto altre scelte, commerciali. Non dico questo per partito preso, ma perché ci sono prove evidenti: la più eclatante è che la mentalità religiosa egizia non avrebbe mai permesso nulla di simile: un ritratto (e con ciò intendo volto e corpo) così falso del faraone (si confrontino la celebre maschera, o tutte le statue, con la “ricostruzione” di quel ridicolo mostriciattolo) avrebbe precluso al defunto l’aldilà, poiché non sarebbe stato lui, ma un altro.
PARTE PRIMA – LA MASCHERA
La celebre maschera aurea di Tutankhamon. Essa ritrae i tratti reali del faraone. Non per ragioni estetiche o artistiche, perché era destinata a non essere mai più vista dai mortali, ma solo dagli dèi e, se non avesse riprodotto fedelmente i tratti del faraone, gli avrebbe precluso l’aldilà.
PARTE SECONDA – LA TOMBA
Andiamo con ordine. Benché non fosse stata prevista per il faraone, ma per un alto personaggio (probabilmente Ay, che poi prese quella in origine destinata a Tutankhamon, WV 23, che era ancora abbozzata e rimase incompiuta), la tomba fu adattata per il sovrano; benché con lo schema di una tomba privata intende comunque riprodurre il cammino di rinascita del re, che vediamo nello schema. Questo punto è importante, poiché tutto in una tomba è volto alla resurrezione (nell’aldilà, non in questo mondo) del sovrano; che i suoi ritratti siano fedeli alla realtà è fondamentale per la rinascita.
PARTE TERZA – IL VOLTO
N ALTO: il corpo con la testa ancora coperta dalla maschera all’apertura del sarcofago (a destra, colorazione moderna).
IN BASSO: a sinistra, il corpo del re rimontato sul letto di sabbia dopo l’estrazione; al centro, sempre il corpo ricostruito dalla TAC, mentre a destra si vede il cranio con l’indicazione delle varie anomalie (inclusioni da mummificazione, fratture ecc.)
PARTE QUARTA – LA RICOSTRUZIONE
IN ALTO: La “ricostruzione” che ha fatto tanto scalpore… senza alcun fondamento scientifico (poi vedremo perché). I denti sporgenti, che si vedono anche nella mummia, in quest’ultima lo sono perché ovviamente le labbra si sono disseccate e ritratte con la mummificazione; ciò che non rispecchia una situazione in vita.
IN BASSO A SINISTRA: Il corpo del re, oggi, nella sua tomba.
IN BASSO A DESTRA: La maschera con i veri tratti di Tutankhamon (poi vedremo perché).
PARTE QUINTA – LA VERA RICOSTRUZIONE
IN ALTO: La TAC del cranio di Tut e, a destra, la stessa TAC a cui ho aggiunto i gruppi muscolari (in trasparenza; il lavoro non è scientifico, ossia basato sui punti da misurazione, che richiederebbe la presenza del corpo, ma solo esemplificativo); l’aggiunta serve per il passaggio successivo, ma anche per mostrare una cosa banale ma che ha tratto in inganno molti: lo studio antropometrico del cranio di Tut (come anche quello della KV 55 – Akhenaton?) non solo non ha rivelato dolicocefalia né deformazioni craniche, ma una lieve brachicefalia (nella norma, non patologica); l’impressione di molti non addetti ai lavori che vi sia una dolicocefalia, un cranio particolarmente allungato, deriva da due ragioni psicologiche: da una parte la visione delle sculture amarniane, con tale allungamento (dovuto a ragioni di iconografia religiosa); dall’altra la visione di profilo del cranio. In realtà si tratta di un’illusione poiché tutti i crani danno questa impressione, dovuta alla mancanza, nello scheletro o nelle mummie, dei fasci muscolari della nuca, del collo.
IN BASSO: A sinistra, la maschera con i tratti reali di Tutankhamon e la sovrapposizione (non forzata, non deformata) del cranio visto dalla TAC con la muscolatura. A destra, la sovrapposizione della maschera al cranio; si noti come, dalla fronte al mento, vi sia una coincidenza perfetta, particolarmente dal mento, che ha un prognatismo nella norma e si adatta perfettamente al ritratto della maschera
PARTE SESTA – LA VERA RICOSTRUZIONE
Nell’immagine a sinistra la sovrapposizione della maschera con i tratti reali di Tutankhamon e della pseudo “ricostruzione”, dimostratasi del tutto errata nelle ricostruzioni degli esperti anatomopatologi che hanno lavorato con egittologi; come si vede, non vi è corrispondenza, particolarmente fra labbro superiore e mento, e nella parte bassa della fronte; a destra, ancora la sovrapposizione (non forzata, non deformata) del vero cranio visto dalla TAC.
Come si vede, la corrispondenza è perfetta, a dimostrazione del fatto che la maschera (come le statue, e tutti gli altri ritratti) furono realizzati sul modello del vero volto del faraone; in questo caso, probabilmente misurandone i dettagli o prendendo un calco del viso, data la perfetta corrispondenza.
PARTE SETTIMA – CONCLUSIONI
Infine una pausa di riflessione sul nostro mondo mediatico, basato su impressioni, emozioni, audience, visibilità, voglia di novità. E, purtroppo, superficialità.
Queste immagini ne sono un esempio: tre visioni del celebre “ritratto” del tutto avulso dalla realtà sia del corpo fisico del re, che del pensiero egizio. In basso, il cranio del faraone che, come abbiamo visto, non ha deformità e non è dolicocefalo. Si guardi nuovamente la “ricostruzione”: la deformità del cranio accentua l’avvallamento naturale di quello vero; ma non perché ne sia una copia, bensì perché s’ispira a un’opera come il “Ra che sorge dal fiore di loto”, in cui la forma ha le ragioni di iconografia religiosa di cui parlerò più avanti. Questa identificazioni fra opere e realtà fisica è uno degli errori più gravi e ingenui di questi lavori.
Per avere la misura di quanto siano superficiali, si noti uno dei caratteri più evidenti: il mento rientrante (assente nel cranio e in qualsiasi ritratto del faraone); si compari poi con l’immagine in basso a sinistra: la “recente ricostruzione somatica computerizzata”, che è esattamente all’opposto, caratterizzata da un forte prognatismo; e, per finire, un’ennesima ricostruzione, questa volta più vicina ai ritratti, ma anch’essa intrisa di fantasia.
Tutto, pur di far notizia: allontanarsi dal vero sembra essere ciò che fa parlare.
PARTE OTTAVA – ICONOGRAFIA DI TUTANKHAMON
Che quelli della maschera e di altri reperti del corredo fossero i veri tratti del faraone si può ancora constatare da varie opere che raffigurano divinità con i tratti del re con le variazioni dell’età, anche se morì molto giovane.
Di seguito metto solo qualcuno dei molti esempi:- La scultura lignea di “Ra che sorge dal fiore di loto”, in cui la forma ha le ragioni di iconografia religiosa cui accennavo: Amenhotep IV decise già di primi anni tebani di rivoluzionare non solo la religione e l’iconografia religiosa, ma anche quella della famiglia reale che ormai s’integrava pienamente nella teologia. Nella nuova visione (vedremo meglio più avanti) le “deformazioni” erano caratteristiche che si rifacevano solo vagamente a tratti somatici (esagerandoli); in realtà tendevano a creare immagini di una nuova entità semidivina. Il faraone era divino, figlio e profeta di Aton, la famiglia derivava dalla sua essenza. Il faraone sperimentò varie forme, a partire dalle famose statue di Karnak di cui parlerò più avanti. Il dio Ra sorge dal loto è un ritratto del giovane re trovato nella sua tomba, oggi al Museo del Cairo.
Il motivo di “Ra che nasce dal fiore di loto” richiama il mito cosmogonico da cui deriva la successiva assimilazione al simbolismo di rinascita del sole e dei defunti, com’è questo caso, quello di Hatshepsut e di tutti i defunti. Questo è uno degli aspetti della straordinaria capacità di osservazione degli egizi, che erano straordinari naturalisti. In questo caso avevano notato che il loto pone le sue radici sotto le acque e appare alla superficie; inoltre si chiude la sera e si apre al mattino. Era uno splendido simbolo di ciò che affonda le radici nel limo del Nilo, attraversa l’oceano primordiale del Nun per affiorare sulle acque ed aprirsi al mattino della creazione, e chiudersi con la morte del sole al tramonto (Atum che diviene If), attraverserà le 12 ore della notte rigenerandosi e tornando a risorgere il mattino successivo. Meraviglioso simbolo di resurrezione personale e cosmica
PARTE NONA – ICONOGRAFIA DI TUTANKHAMON
Le statue guardiano del faraone; i nuovi studi sulla mummia hanno appurato che le statue guardiano hanno esattamente le stesse misure del corpo (1,70 ca.), e ne riproducono esattamente fattezze e misure.
Questo ci mostra varie cose: come ben sappiamo, la necessità di riprodurre le fattezze reali dei defunti; inoltre, che tali fattezze sono sempre necessariamente realistiche per la stessa ragione; vengono idealizzate ma non genericamente, bensì nel fermare i tratti del defunto nello stadio da lui scelto, per esempio, negli anni migliori della sua giovinezza o, in età avanzata, nell’infondere ancora un grande vigore. Quindi un’idealizzazione del meglio della vita dell’individuo, non un’idealizzazione generica che ne farebbe un personaggio non riconoscibile nell’aldilà. Queste due statue ne sono un esempio.
Notiamo che la colorazione della pelle è nera (resina) per simbolizzarne il ruolo ultramondano: come si vede nelle numerose statue divine, tutte lignee, esse erano in parte dorate e in parte coperte di resina nera; le prime avevano il ruolo solare di questo piano dell’esistenza; quelle nere il ruolo che si realizzava nell’oltretomba. Anche queste statue guardiano hanno lo stesso ruolo; da una parte proteggono la sepoltura, e dall’altra rappresentano parti spirituali del re; la statua con il nemes reca chiaramente espresso, nell’iscrizione, di essere il ka di Tutankhamon.
NOTA: LA CARNAGIONE DI TUTANKHAMON
Oggi, sia dal punto di vista della Biologia, che della storia, dell’archeologia e dell’antropologia, sono stati abbandonate le discussioni sulle differenti sfumature della carnagione. Ciò non per orientamenti (e mode) “politicamente corretti” o altre ragioni ideologiche, ma su pura base scientifica; come tutti sappiamo, dalla metà del ‘900 si è iniziato a rilevare che la nozione di “razza” riferita all’Homo sapiens sapiens era errata, esistendo una sola razza umana; ciò perché era impossibile rilevare differenziazioni biologiche nette, ma esistono tutte le varianti e sfumature possibili; oggi si parla di razza umana e di differenziazioni etniche; lo sviluppo della tecnologia del DNA ha fornito e continua a fornire ulteriori informazioni; là dove un tempo si parlava di “razza dinastica” o “razza egizia”, si è visto che la particolare formazione storico-antropologica del popolo egiziano ne fa un clamoroso esempio di popolazione mista, frutto genetico del mescolamento di differenti popoli mescolatisi nella preistoria sahariana, e poi confluiti nel deserto (allora non deserto) egiziano, poi verso le oasi e la valle; qui si aggiunsero apporti asiatici da nord e africani da sud (non ancora i kushiti, che apparvero dal Medio Regno), formando quella particolare popolazione mista (come nella Nubia Sudanese di oggi) in cui figli degli stessi genitori possono avere variazioni estreme sia nella carnagione che nei tratti somatici.
Nel caso di Tutankhamon era un tipico esempio dell’etnia egizia, di carnagione relativamente chiara (per capirci, come un magrebino o siciliano dei nostri giorni) che a seconda dell’esposizione al sole poteva andare dallo scuro a quelle tonalità tipiche del Nordafrica (forse viste come “scure” dagli Occidentali, ma chiare per gli africani). Lo specifico perché gli Egizi vedevano sé stessi così, e lo stilizzavano con il nero per i kushiti o altri popoli più meridionali, il giallo per asiatici e libici, ocra rossa per gli uomini e i servi e le serve (che stavano al sole) e ocra gialla per il corpo femminile delle nobili (che non stavano al sole).
PARTE DECIMA – ICONOGRAFIA DI TUTANKHAMON
Altri esempi dell’importanza e dello sforzo di riprodurre i tratti del faraone sono gli ushabti (le statuette/servitori che si dovevano occupare dei lavori nell’aldilà: formula 6 del Libro dei Morti).
Benché fossero fatti in materiali diversi e da artigiani differenti si nota lo sforzo di somiglianza a tratti comuni. Vi sono ovviamente molte variazioni nella qualità e nei tratti di questi ushabti; nella tomba ve n’erano 413; alcuni “standard”, ossia di pasta vitrea, fatti in serie, ma molti altri preziose sculture, ma nei migliori, scolpiti, si vede il modello del volto regale.
PARTE UNDICESIMA- ICONOGRAFIA DI TUTANKHAMON
Il dio Khonsu, con i tratti del re; da Tebe.
Questa statua in granito grigio in passato fu variamente datata, secondo alcuni all’inizio della 19a dinastia; tuttavia oggi viene datata con certezza, proprio per lo stile e i tratti inconfondibili, per la fine della 18a dinastia: raffigura i tratti del faraone Tutankhamon (proveniente da Karnak, scavi Legrain, 1904). Cairo, Museo Egizio (granitoide; alt. cm. 252; CG 38488).
Anche questa statua del dio Amon, nel cuore del complesso di Amon a Karnak, raffigura Tutankhamon; nelle immagini, com’era qualche anno fa, priva del naso, e oggi, dopo il ritrovamento e restauro del naso
PARTE DODICESIMA- ICONOGRAFIA DI TUTANKHAMON
Anche questi colossi raffigurano Tutankhamon; se ne appropriò Ay e dopo Horemheb; provenienti dal loro tempio funerario a Tebe Ovest, Medinet Habu. A sinistra, Museo del Cairo; a destra, Chicago.
PARTE TREDICESIMA – RICOSTRUZIONE DEL CORPO DI TUTANKHAMON
Visto il cranio scendiamo al corpo: i “ricostruttori” hanno fatto un’operazione del tutto antiscientifica, un pastrocchio assurdo: hanno del tutto buttato a mare la vera documentazione egizia e, dando per certa al 100% la paternità di Akhenaton (è certa la correlazione fra Tutankhamon e il corpo della KV 55, di cui l’identità non è ancora al 100%, anche se ormai lo è quasi del tutto), hanno attribuito al corpo di Tutankhamon l’aspetto del tutto immaginario dell’Akhenaton erroneamente dedotto negli anni ’20-’60 sulla base delle raffigurazioni del primo periodo tebano, poi amarniano.
Andiamo dunque con ordine: In questa tavola ho messo a confronto gli elementi che hanno portato alla fantasiosa ricostruzione del documentario: a sinistra, il corpo di Tutankhamon che, benché danneggiato, non ha mostrato i segni di nessuna delle malattie attribuite a lui e alla famiglia reale sulla base dei colossi di Amenhotep IV (è questo il nome che aveva ancora nel periodo iniziale del regno, a Tebe, prima di cambiarlo in Akhenaton); al centro vediamo uno di questi colossi e accanto la ridicola “ricostruzione” non basata sul corpo ma sulle statue… di un altro. Su queste statue torniamo subito.
PARTE QUATTORDICESIMA – RICOSTRUZIONE DEL CORPO DI TUTANKHAMON
Le fantasiose immagini degli anni ’20-’70, di un Amenhotep IV (poi Akhenaton) con molte sindromi, in realtà sono tutte basate sui colossi di Karnak e sulle raffigurazioni di quell’epoca, che però cambiano negli anni: inizialmente esagerate in alcuni dei tratti, poi questi vengono sempre meno accentuati e si avvicinano di più alla realtà; queste statue di Amenhotep IV (che ancora non aveva preso il nome di Akhenaton), come tutta una parte dell’arte amarniana, presenta quelle deformazioni per motivi simbolico-religiosi (oggi comprovati dai testi), e si limitano alla prima parte del regno, ossia gli anni di Tebe e i primi anni ad Akhetaton; poi lo stesso faraone fece togliere e seppellire le statue di Karnak che avevano ormai svolto il loro compito previsto in questa prima parte di transizione rivoluzionaria della riforma.
PARTE QUINDICESIMA – RICOSTRUZIONE DEL CORPO DI TUTANKHAMON
N ALTO: colosso del re che incarna la funzione di faraone-profeta; con il nemes dovrebbe incarnare il ka, la parte più divina (il ka reale è universale, appartiene a tutti i sovrani passati e futuri).
IN BASSO: Colosso del re che incarna la funzione di faraone-profeta, con l’acconciatura khat (si veda la foto già pubblicata delle statue guardiano di Tutankhamon).
PARTE SEDICESIMA – RICOSTRUZIONE DEL CORPO DI TUTANKHAMON
Le forme di anche e ventre furono una caratteristica voluta da Akhenaton e rimasta (pur se moderata nel tempo) sino alla fine dell’epoca per ragioni religiose: i reali erano incarnazione della fecondità divina. Questo lo sappiamo dall’iscrizione dello scultore Bak che riferisce le parole del suo signore Amenhotep (IV) che personalmente dettò le nuove regole della raffigurazione; inoltre, è testimoniato della stesse statue, che raffigurano diverse divinità con i tratti “divinizzati” del faraone.
Nulla di nuovo in questo: le statue divine recavano sempre i segni della loro specificità (piume sul capo, corna di vacca, calotta, ecc.), cui si aggiungevano i tratti del faraone regnante; tuttavia, nella nuova concezione di Amenhotep IV prendeva forma una nuova idea: le divinità scomparivano, a parte Aton; ma anche questo, che parte da “Ra-Harakty nel suo nome di […] Aton”, perde i tratti antropomorfi, ieracocefali, e mantiene solo il disco solare con raggi e mani.
Per comprendere ciò di cui ho parlato qui sotto troviamo il volto del re, dai tratti esasperati: la nuova forma del nuovo re-dio.
PARTE DICIASSETTESIMA – RICOSTRUZIONE DEL CORPO DI TUTANKHAMON
Allo stesso tempo, è il faraone che si pone come tramite fra il dio unico e l’umanità; e quindi non è più un dio, con le proprie caratteristiche, che adotta i tratti del faraone; ma è quest’ultimo che accoglie e assimila i tratti che furono di altre divinità, che incarnavano certi aspetti del creato che continuano ad esistere, e dunque continua ad assicurare tali funzioni (fecondità da Hapy, l’aria che respiriamo da Shu, ecc.) come faraone-Shu, faraone-Hapy, ecc.; e per far questo la statua non poteva più essere solo di Akhenaton. Mi spiego: gli egizi distinguevano il faraone-uomo (colui che nasce, cresce, viene intronizzato, muore), dal faraone-funzione, che è eterno; l’uomo muore, la funzione resta. Riassumendo: esiste solo un dio: Aton. Esiste un solo figlio e profeta, tramite fra Aton e l’uomo: Akhenaton; questo tramite non si limita a essere la “bocca di Dio”, ma esercita anche le funzioni vitali per il Paese che furono di altri dèi. Quindi non è Akhenaton-faraone-uomo, ma il faraone-funzione-dio; e in quanto tale deve avere caratteristiche proprie, e il re le crea nell’esaltazione dei caratteri della fecondità (seni, anche, cosce, come Hapy) e dei tratti somatici che si distaccano dalla realtà.
Per inciso, colui che fu “l’erede spirituale occulto” di Akhenaton, Ramses II (che ufficialmente contribuì a cancellarne il ricordo), ne seguì le tracce ripetendone, con maggiore accortezza, i passi di divinizzazione. Ma questo è un altro discorso che farò… o forse no, chissà?
Concludo questa parte con un esempio: la ricostruzione grottesca di “Tut” è un po’ fatta con un concetto che – per capirci – somiglia a qualcosa del genere: “tu trovi il mio corpo mummificato; decine di statue e fotografie, ma non ti fidi; allora prendi i ritratti di mio padre fatti da Picasso, ti scervelli di capire perché avesse l’orecchio al posto del naso e il naso sul collo, e sciorini una serie di possibili malattie genetiche; dopo di che, ricostruisci non il “suo”, ma il mio ritratto alla Picasso, sostenendo che “finalmente si conosce il mio aspetto”.
Il Faraone-Hapy; la divinità è da sempre androgina, e per questo il faraone è nudo e senza sesso; dilettanti appassionati di pseudo egittologia e giornalisti anche in questo caso si sono scatenati alla ricerca di malattie.
Akhenaton (XVIII Dinastia; 1348-1331 o, in caso di coreggenza: 1359-1342)
Colosso nudo e asessuato; da Karnak, area est; arenaria. Museo Egizio del Cairo.
Secondo alcuni potrebbe essere il faraone asessuato, secondo altri sarebbe Nefertiti.
Il Faraone-Shu.
Akhenaton (XVIII Dinastia; 1348-1331 o, in caso di coreggenza: 1359-1342)
Colosso di Akhenaton come Shu; da Karnak, area est. Museo Egizio del Cairo.
Akhenaton (XVIII Dinastia; 1348-1331 o, in caso di coreggenza: 1359-1342)
Stele di Bek e della moglie Tahery; alt. 67 cm; Aegyptische Museum, Berlin
La stele dello scultore Bek, il quale ci parla delle precise istruzioni in campo di iconografia religiosa dettate dal faraone in persona.
PARTE DICIOTTESIMA – ANCORA SUI TRATTI SOMATICI DI AKHENATON E DEI SUOI FAMILIARI
La controprova viene dai numerosi ritratti di Akhenaton e famiglia, che sono assolutamente normali quando non sono creati per ragioni religiose o di diffusione del messaggio politico/religioso, ma solo ad uso interno dello scultore, che li impiegava come modelli, in modo che reali e nobili non dovessero posare più volte (si vedano le splendide teste di Nefertiti dallo studio di Djehtymose e altri, confrontate con le raffigurazioni deformate della stessa regina).Nell’immagine
Akhenaton (XVIII Dinastia; 1348-1331 o, in caso di coreggenza: 1359-1342)
Akhenaton con una tavola d’offerta; da una casa privata di Amarna. Museo Egizio del Cairo.
Diversa funzione, diversa raffigurazione: qui i tratti del faraone sono meno esasperati che nei colossi (che ormai erano stati tolti e sepolti per volontà del re)
Akhenaton (XVIII Dinastia; 1348-1331 o, in caso di coreggenza: 1359-1342)
Altro splendido esempio di come, cambiando la funzione della statua, cambino le esasperazioni dei tratti, che sono pur sempre riconoscibili.
Akhenaton (XVIII Dinastia; 1348-1331 o, in caso di coreggenza: 1359-1342)
Ritratto realistico di Akhenaton. Aegyptische Museum, Berlin
Questi sono i veri tratti del re: si tratta di uno dei ritratti (spesso dei calchi) negli studi degli scultori, che dovevano dar modo di avere sempre il modello realistico in laboratorio.
Il soffitto della sala, appartenente alla tomba TT 353, è rettangolare, suddiviso in due parti suddivise dal colmo del tetto.
Tutto il soffitto è circondato da una cornice di stelle. Mentre una delle parti rappresenta l’universo con le costellazioni note e con riferimenti di tipo astronomico, l’altra è costituita da una serie di dodici cerchi rappresentanti i dodici mesi dell’anno identificati con le relative tre stagioni di appartenenza: Akhet, Peret e Shemu, ciascuno dei quali suddiviso in ventiquattro settori.
I cerchi/mesi sono a loro volta separati tra loro, da un triangolo isoscele molto acuto, a costituire due gruppi: uno formato da quattro cerchi, l’altro da otto. Il triangolo collega il punto di osservazione terrestre a un punto della volta celeste che si trova sulla sua verticale; qui una divinità indica una stella componente la costellazione egizia della “coscia di toro” corrispondente all’Orsa Maggiore ad indicare il passaggio dalla seconda alla terza stagione dell’anno ( da Akhet, ” dell’innondazione “, a Peret ” comparsa delle terre” al ritirarsi delle acque).Altra area del soffitto rappresenta invece il riapparire della stella Rigel, o Beta Orionis, della costellazione di Orione associata al dio Osiride.
Altri riferimenti legati alla figura del dio e indicazioni di costellazioni recate da altre divinità, pure rappresentate, indicano l’inizio della terza stagione, Shemu, ” della semina”.
La tomba TT 353 è sito dell’UNESCO per le rappresentazioni astronomiche riprodotte.
È stato possibile rilevare i principali pianeti e costellazioni in particolare, in uno dei dettagli viene riprodotta la Cintura di Orione. Il fatto che la stella centrale della costellazione sia circondata da tre anelli ( che nella pittografia babilonese indicano acqua e vita) ha dato via ad infinite ipotesi sull’origine delle conoscenze astronomiche degli Egizi.