Kemet Djedu

UN PUNTALE ATONIANO

Di Livio Secco

Il Metropolitan di New York esibisce, nella sua Galleria 121, un piccolo oggetto d’oro che, a prima vista, assomiglia moltissimo ad una situla. La situla è un contenitore che richiama la forma del seno materno ed era adibito a contenere liquidi, in special modo il latte.

In realtà, per il museo americano, l’oggetto in questione è un puntale cioè la parte terminale metallica di uno scettro o di un’insegna. Il suo scopo era che il manufatto non si danneggiasse nelle sue estremità durante l’uso.

Per il ritrovamento e per l’iscrizione che reca il Museo assegna il reperto all’epoca amarniana quindi al Nuovo Regno, durante la XVIII dinastia, tra il 1353 e il 1336 a.C.
Il materiale con cui è stato fabbricato è oro e le sue dimensioni sono di 4,5 cm di altezza per un diametro di 1,5 cm.

Purtroppo il Museo non è in grado di dirci molto di più relativamente alla sua origine perché, al momento dell’acquisizione, era già stato ampiamente decontestualizzato. Infatti fu recuperato in un negozio finendo nella collezione di Theodore M. Davis il quale lo donò al Metropolitan nel 1915. Da allora esso fa parte della collezione con il numero di catalogo 30.8.372.

Ne diamo qui un commento filologico.
Nella prima immagine ho riportato una foto del Metropolitan. Accanto ne ho aggiunta un’altra al negativo realizzata con un programma di grafica. Può tornare utile per avere una diversa possibilità di visualizzare i geroglifici che possono generare dubbi di interpretazione.

Come al solito ho aggiunto la fonetizzazione in italiano secondo la codifica IPA per coloro che volessero leggere senza aver studiato il geroglifico.

Spero sempre che molti lettori si facciano prendere dalla febbre egittologica e si lascino tentare allo studio della lingua e scrittura egizia. Qui di seguito consiglio uno strumentario pressoché completo.

E' un male contro cui lotterò

LA GRAVIDANZA NELL’ANTICO EGITTO

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Il “Libro della Terra” dipinto nella camera sepolcrale di Ramses VI

In un mondo la cui filosofia è un continuo riferimento al ciclo vitale, all’eterna morte e rinascita, è ovvio che il momento della gravidanza e del parto fosse carico di significati esoterici legati alla creazione. Addirittura, tutto il cosiddetto Libro della Terra (non ha un nome egizio noto), dipinto anche sulla camera sepolcrale di Ramses VI, descrive la creazione della Terra ed è stato visto dagli studiosi come l’evoluzione di una nuova vita dalla procreazione alla nascita. Il mondo è visto come un utero che genera l’umanità fecondata dalla luce celestiale del sole, e lo vedremo meglio separatamente perché merita delle riflessioni.

Secondo Renggli, questa figura del Libro della Terra rappresenterebbe i genitali femminili, protetti da Apophis (i due serpenti grandi) mentre il serpente piccolo rappresenterebbe il cordone ombelicale ed il coccodrillo il liquido amniotico. La sfera nella mano destra e Hathor nella sinistra rappresenterebbero l’essenza maschile e femminile uniti nel nascituro

I rischi maggiori durante la gravidanza (parto prematuro o aborti spontanei) erano quindi “combattuti” prevalentemente con l’aiuto di amuleti e la benevolenza delle divinità, come abbiamo già visto. Oltre all’onnipresente Iside giocano un ruolo fondamentale la sorella Nepthys (nel Libro dei Morti è la balia di Horus) e Taweret, la dea-ippopotamo (si veda al riguardo https://laciviltaegizia.org/…/lippopotamo-femmina-la…/).

Si pensa che Taweret venisse invocata perché la gravidanza dell’ippopotamo dura quasi quanto quella umana e la dea è rappresentata con parti del corpo di ippopotamo, coccodrillo e leonessa, tutti animali ferocemente protettivi nei confronti dei loro piccoli.

Bes e Taweret (in basso) presenti alla nascita di Hatshepsut, colonnato della nascita di Deir el-Bahari

Anche Heqat, la dea-rana che emerge dalle acque del Nilo, era molto popolare. Sia Taweret che Heqat, insieme a Bes, sono rappresentate alla nascita divina di Hatshepsut a Deir el-Bahari.

La durata della gravidanza era ovviamente nota e si poteva prevedere il periodo approssimativo del parto. Esistevano prescrizioni per evitare un parto prematuro, mentre ci si riferiva alla nascita come alla “apertura del grembo”, un concetto che secondo diversi studiosi si ripete nel rito della “apertura della bocca” del defunto come nuova nascita nell’aldilà.

Diverse prescrizioni per favorire le contrazioni al momento della nascita contengono i datteri, ed è molto interessante perché questi frutti contengono una sostanza naturale simile all’ossitocina che può favorire le contrazioni dell’utero e ridurre l’emorragia post-parto.

Non si sa se una stanza della casa fosse dedicata al momento del parto; sappiamo dal villaggio degli artigiani della Valle dei Re che spesso la prima stanza entrando in casa aveva decorazioni del dio Bes e – forse – potrebbe essere stata usata per questo scopo. I cosiddetti “mammisi” (https://laciviltaegizia.org/2021/02/10/il-mammisi/) non erano invece dedicati alla nascita o un reparto di ostetricia, quanto un luogo consacrato per le celebrazioni delle nascite sacre (teogamia).

La posizione del parto era accucciata e la partoriente poggiava i piedi su quelli che erano chiamati “mattoni della nascita”. La posizione, con l’uso dei mattoni, aiutava con la gravità il parto e forniva uno spazio per il liquido amniotico e l’espulsione della placenta. Una testimonianza indiretta di questa usanza ci viene anche dalla Bibbia: “Quando assistete le donne ebree durante il parto, osservate bene tra le due pietre: se è un maschio, fatelo morire” (Esodo, 1:16)

La partoriente sui “mattoni della nascita” assistita da Hathor. Dendera, Età Tolemaica

Ma i mattoni hanno anche un profondo significato simbolico. Rappresentano la dea Meskhenet, colei che crea il ka del bambino e ne determina il destino (“meskhen” è anche il nome dei mattoni stessi). Meskhenet è spesso raffigurata come un mattone con la testa di donna; quando è raffigurata come donna ha invece il simbolo dell’utero sulla testa.

Meskhenet raffigurata come un mattone con la testa di donna

Accompagna tutta la vita del nascituro: spesso è raffigurata sopra la bilancia che pesa il cuore del defunto nel rito della psicostasia. Per questo motivo i mattoni erano conservati e posti nella tomba del defunto, simbolo di (ri)nascita.

Meskhenet (al centro, sotto il braccio della bilancia) presente alla pesatura del cuore del defunto (Papiro di Ani, British Museum)

La protezione del neonato era affidata anche alle bacchette apotropaiche (https://laciviltaegizia.org/…/le-bacchette-apotropaiche/), probabilmente sia in questa vita che nell’aldilà visto il numero di bacchette trovate nelle tombe.

Siamo pronti al momento cruciale: il parto

Mai cosa simile fu fatta, Statue, XIX Dinastia

STATUA DI MERITAMON

Di Grazia Musso

Calcare dipinto, altezza cm 75
Ramesseo, Tempio della Regina a Nord del Santuario principale
Scavi di William Matthew Flinders Petrie 1896
Museo Egizio del Cairo – JE 31413 = CG 600

Frammento superiore di una statua di Meritamon, ora al Museo di Hurgada, il primo museo del Mar Rosso dedicato all’antico Egitto

Nonostante sul pilastro superiore siano conservati soltanto i titoli e nonil nome di questa regina, la statua è identificata come Meritamon, una delle figlie di Ramses II che, alla morte di Nefertari, avvenuta dopo il ventunesimo anno di regno del sovrano, assunse il ruolo di grande sposa reale.

Una tale identificazione è stata resa possibile grazie al ritrovamento ad Akhmim, in anni recenti, di una statua colossale di Meritamon, del tutto identica all’esemplare del Museo Egizio del Cairo, che proviene invece dalle rovine del Ramesseo.

La statua conserva quasi completamente la decorazione pittorica.

Al giallo di alcuni tratti del viso e degli ornamenti, si associa l’azzurro della parrucca, illuminati entrambi dalla lucentezza che si sprigiona dal calcare finissimo utilizzato per la scultura.

L’espressione del volto è serena, gli occhi, a mandorla, prolungati da una linea di bistro ( resa attraverso due sottili incisioni).

La bocca è carnosa e leggermente atteggiata a un lieve sorriso.

Sul collo sono incise due linee sottili; i lobi delle orecchie sono nascosti da orecchini semisferici.

Il volto è incorniciato da una parrucca ripartita, dalla quale fuoriescono i capelli, trattenuta da un diadema con due urei che portano la corona bianca e rossa.

Sulla testa poggia una base circolare decoratada un fregio di urei con disco solare, su di essa si innalzavano il diadema, composto da una doppia piuma con al centro un disco solare, che era prerogativa delle Grandi Spose Reali.

Meritamon Indossa una tunica aderente, su cui si trova una larga collana composta da sei giri di perline, cinque dei quali sono formati da piccoli amuleti con il segno geroglifico nefer, “bello”.

Una rosetta decora in seno sinistro, mentre quello destro è coperto dal contrappeso della collana menat , che la regina stringe nella mano destra.

La colla menat era utilizzata come strumento musicale e veniva agitata, provocando un rumore assordante, in occasione delle feste in onore di Hathor, era composta da numerosi giri di perline il cui peso elevato veniva bilanciato con un contrappeso, che in questo caso è conformato a testa femminile e termina in un elemento circolate con rosetta.

Nel l’iscrizione geroglifica frammentaria che si trova sul pilastro dorsale della statua si legge:

“… Suonatrici di sistro di Mut e della collana menat ( di Hathor)…danzatrice di Hathor…”

Fonte

Tesoro egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – F. Tiradritti – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star e Heidi Kontkanen

Gioielli, Mai cosa simile fu fatta, XIX Dinastia

I BRACCIALI DI RAMSES II

Di Grazia Musso

Oro e lapislazzuli, diametro massimo cm 7,2
Tell Bast (Bubasti), Tesoro scoperto nel 1906
Museo Egizio del Cairo – JE 39873 = CG 52575 – 52576

I bracciali furono scoperti insieme ad altri gioielli e ad alcuni vasi i oro e argento nel corso di lavoro di sterto per la costruzione di una massicciata della linea ferroviaria che passava sul sito di Tell Basta, l’antica Bubasti.

Soltanto alcuni oggetti giunsero al Museo Egizio del Cairo, altri furono venduti e si trovano oggi al Metropolitan Museum of Art di New York e al Museo di Berlino.

Dovevano far parte di una stipe votiva o del tesoro di uno dei Templi di Bubasti.

Il fatto che accanto alla chiusura siano incisi a sbalzo i cartigli Ramses II induce a considerare i due bracciali come un dono offerto dal sovrano in persona ( le dimensioni sono quelle del braccio di un uomo) alla divinità locale, Bastet.

Ogni bracciale è in oro ed è composto da due parti, unite da una cerniera.

La decorazione è realizzata a granuli ed è basata su motivi geometrici.

Nella parte superiore è rappresentata un’anatra, dalla doppia testa e con il collo rivolto all’indietro, il cui corpo è formato da un frammento di lapislazzuli opportunamente lavorato.

La coda del volatile è invece realizzata in oro e prevede anch’essa una decorazione geometrica a granuli.

La parte inferiore dei monili è costituita da 17 barrette parallele, alternativamente lisce o striate, unite attraverso un foglio d’oro nel lato inferiore.

I due bracciali sono il prodotto di un’ oreficeria raffinata che prosegue la tradizione artigiana nell’ ambito della quale erano stati realizzati i gioielli di Tutankhamon con cui possono essere eseguiti precisi riscontri.

La compattezza dell’insieme è movimentata dai due colli delle anatre che si staccano nettamente e con grazia a superficie del gioiello.

Il connubio tra oro e lapislazzuli, pietra derivante dai commerci conl’Afganistan, assai utilizzato nella gioielleria egizia, risulta ancora una volta felice e attribuisce estrema eleganza all’insieme.

Fonte:

Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – F. Tiradritti – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star

Mai cosa simile fu fatta, Obelischi, XIX Dinastia

L’OBELISCO DI SETI I A ROMA

Di Franca Loi

L’obelisco di Seti I in tutta la sua bellezza!

L’obelisco che si innalza a Roma in Piazza del Popolo fu realizzato parzialmente da Seti I e completato da Ramses II per il tempio del Sole di Eliopoli, come riporta l’iscrizione geroglifica sul lato occidentale: “(Seti..)che riempie Eliopoli di obelischi affinché i raggi possano illuminare il tempio di Ra…..”

Nell’anno 10 a.C. l’imperatore Cesare Augusto ne ordinò il trasporto a Roma, a commemorazione della conquista dell’Egitto, e venne sistemato al centro del Circo Massimo, per essere utilizzato come spina.

Ricostruzione del Circo Massimo
La forma di questo Circo era d’un quadrato bislungo, da una parte però circolare, tutto all’intorno ornato di magnifici portici, e di due ordini di sedili.
La sua lunghezza era di 2187 palmi, e di 960 la larghezza, capace di contenere cento cinquanta mila spettatori;e secondo altri fino al numero di trecento mila.
Nel mezzo del Circo eravi una lunga, e larga muraglia, detta Spina, intorno a cui si correva, e sopra cui erano due Obelischi, e diversi Tempietti.
Questo celebre Circo fu accresciuto, e adornato da Giulio Cesare, e da Augusto che vi collocò l’Obelisco, esistente ora sulla piazza del Popolo. Dipoi essendosi abbruciato nell’incendio Neroniano, fu rifatto più ampio, e più bello da Domiziano, e da Trajano. Finalmente l’Imperador Costanzo vi eresse il secondo Obelisco, ch’era molto più grande del primo, ch’ è quello medesimo, che in oggi si vede sulla piazza del Laterano.”
Antica Stampa del Circo Massimo

Fu il primo ad essere portato dall’Egitto a Roma e questa operazione fu talmente grandiosa che la nave, costruita appositamente per il trasporto, fu esposta per anni al pubblico finché non fu distrutta da un incendio.

Augusto decise di mantenere l’originaria dedica del monumento al sole, che per i romani e i greci corrispondeva ad Apollo, la divinità tutelare dell’imperatore, e fece aggiungere due dediche identiche incise sui lati a nord e a sud della base.

Augusto decise di mantenere la originaria dedica del monumento al Sole, che per i romani e i greci corrispondeva ad Apollo, la divinità tu telare dell’imperatore, e fece aggiungere due dediche identiche incise sui lati a nord e a sud della base: “Imp. Caesar Divi F. Augustus Pontifex Maximus Imp. XII Cos. XI Trib. Pot. XIV Aegypto In Potestatem Populi Romani Redact. Soli Donum Dedit”, trad. “L’imperatore Augusto, figlio del divino Cesare, pontefice massimo, imperatore per la dodicesima volta, console per l’undicesima volta, che ha rivestito la potestà tribunizia per quattordici volte, avendo ridotto l’Egitto in possesso del popolo romano, diede in dono al sole”.

Nel IV secolo era ancora in piedi ma in seguito se ne perse la memoria per circa un millennio. Probabilmente fu abbattuto durante le invasioni barbariche; sepolto dai detriti, nel secolo XVI ne furono rinvenuti alcuni frammenti, ma solo con Sisto V fu fatta una seria campagna di scavo. Dopo molte indecisioni l’obelisco,per volere del papa, fu collocato al centro di Piazza del Popolo ad opera di Domenico Fontana, nel 1589.

Piazza del Popolo a Roma

È alto 25,90 m, con un basamento a croce raggiunge i 36,50 m. ed è in granito rosso.

Nel 1823 Giuseppe Valadier lo completò con una base a quattro vasche circolari e altrettanti leoni in pietra, in stile egizio, per ordine del Papa Leone XII.

Uno dei leoni che completano la base dell’obelisco
Gli storici geroglifici

Cliccare sulle foto per una visione migliore.

FONTE:

  • Conosci te stesso
  • Roma mia
  • Romano impero
  • Wikipedia
  • prolocoroma
  • Buonoasapersi

Foto: Patrizia Burlini

Luoghi

IL LABIRINTO DI MERIDE

Di Patrizia Burlini

Risale ormai al 2008 la straordinaria scoperta a Hawara, proprio vicino alla piramide di Amenhemat III, di un misterioso labirinto sotterraneo composto da oltre 3000 stanze, apparentemente tutte decorate con rilievi e dipinti. È noto come il labirinto di Meride (1842-1797 a.C)

Erodoto ed altri storici descrissero accuratamente questo leggendario labirinto, situato vicino a Crocodilopoli (antica Shedyet, odierna Medinet El Fayyum).

Definito da Erodoto stesso “un’opera che lascia senza parole”, tale da “superare la Grande Piramide”, il labirinto è rimasto nascosto per millenni sotto le sabbie del deserto. Secondo Erodoto questo labirinto conteneva tombe di re, camere segrete e passaggi nascosti.

A fine ‘800 alcuni archeologi inglesi, guidati da Petrie, individuarono quelle che credevano le fondamenta del più grande tempio di tutto l’Antico Egitto.

In realtà gli archeologici avrebbero individuato il soffitto, che era realizzato in pietra, scambiandolo per le fondamenta.

A maggio 2008 un team di archeologi egiziani e belgi, sotto la direzione di Zahi Hawass, ha condotto delle ricerche con un georadar che ha potuto leggere sotto il tetto di pietra, a 10 metri di profondità, una “griglia” di muri molto spessi e resistenti, probabilmente in granito, prova di varie stanze sottostanti.

La dimensione della struttura è di 304×244 metri, pari alla superficie dei templi di Karnak e Luxor Messi assieme!

Sembra che ad una profondità di circa 5 metri sia presente dell’acqua salmastra, che potrebbe aver irrimediabilmente rovinato la struttura e che rende impossibile effettuare degli scavi senza drenare l’area.

Purtroppo questa indagine, che potrebbe portare alla più straordinaria scoperta degli ultimi anni, si è arenata a questo stadio.

Sotto alcune ricostruzioni del leggendario labirinto, disegnate sulla base delle accurate descrizioni degli storici antichi.

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta, Templi

IL RAMESSEUM

Di Grazia Musso

Il Ramesseum doveva celebrare la gloria del re e rinnovare le forse divine, asdicurandogli la vita eterna: ogni dettaglio tende a questi fini.
Questo è il lato orientale del secondo cortile, parte nord, con i pilastri osiriaci e il secondo pilone.

Su quest’ultimo sono raffigurate le scene della battaglia di Kadesh, momenti di una festa agricola in onore del dio Min, i cui il re miete e offre aldio, e una festa in cui appaiono i nomi di 14 faraoni del passato.

Le statue osiriache del faraone dono del tipo mummiforme, rappresentando ancora nella fase di gestazione nell’aldilà, in preparazione della resurrezione.

Fin dal suo primo anno di regno Ramses s’impegnò a portare a compimento l’opera del padre e diede inizio alla costruzione del proprio tempio, posto più a sud.

Jean-Francois Champollipn rimase profondamente ammirato davanti alle rovine di questo edificio, al quale diede il nome di “Ramesseum”.

All’epoca dei faraoni queste sale erano chiuse allo sguardo dei mortali, solo il faraone e i sacerdoti dei ranghi più elevati potevano accedervi, la luce era bandita per una silenziosa penombra. Oggi tutto è inno dato dalla luce del sole e la seconda sala ipostila del Ramesseum al tramonto infiammandosi.

La prima parte del complesso a essere costruita furono i piloni in pietra sulla riva sinistra del fiume.

Sul retro del pilone del primo cortile è scolpita, in vivaci colori, la battaglia di Qadesh, l’evento più importante dei primi anni di regno dal sovrano.

Nello stesso cortile era posta quella che allora era la statua più grande della riva occidentale di Tebe, alta ben 19 metri, i cui frammenti rimasti giacciono ancora oggi all’ingresso del secondo pilone.

Colosso di Rameses II – Granito rosso, altezza originaria 19 metri.
Enormi frammenti del colosso “Ramses – del re straniero”, sono oggi sparsi davanti al secondo pilone del tempio.
La statua, di finissimo Granito rosso di Assuan era, con i suoi 19 metri di altezza un peso di circa 1000 tonnellate, la più grande statua assista di tutta Tebe Ovest.

A nord di questo cortile, davanti ai pilastri del Porticato, svetta o statue stanti del re, con vesti da cerimonia.

A sud sorgeva un palazzo rituale del quale restano solo le basi delle colonne.

Le scene di vittoria, il palazzo e le statue colossali confermano ancora una volta come il primo cortile fosse adibito alla celebrazione della gloria del sovrano.

In un momento successivo vi fu trascritto anche il trattato di pace concluso con gli ittiti.

Colonne papiriformi a ombrella. e a bocciolo.
La decorazione dei capitelli presentava un motivo vegetale di finissima fattura, originariamente dai colori sfumati.
Sopra le foglie dei capitelli a ombrella si sviluppa un fregio decorativo con cartiglio recanti il nome dinastico e di nascita di Ramses II.

Il secondo cortile era circondato a est e a ovest da un porticato con pilastri osiriaci, mentre a nord è a sud presentava una doppia fila di colonne papiriformi

La facciata del tempio preceduta da un portico sopraelevato, è decorata da scene votive e, nel registro inferiore, dalla raffigurazione dei figli del sovrano alla guida di una processione che si dirige verso l’intetno del tempio.

Tre rampe conducono ancora oggi ai tre portali della facciata, che sottolineano la tripartizione del complesso.

Ai lati della rampa centrale erano poste due statue del re assiso; la testa di quella settentrionale si trova oggi nel cortile; di quella meridionale rimangono solo il trono e la parte inferiore del corpo, conservati nel Ramesseum.

Il busto e la testa, in granito grigio con venature rossastre , furono prelevati nel 1816 da Giovanni Battista Belzoni, su incarico del console generale inglese, Henry Salt, e vendute al British Museum, dove suscitarono grande amministrazione sotto il nome di Giovane Memnone.

Trasporto del busto del colosso di Rameses II in una litografia, colorata a mano da Giovanni B8 Belzoni, 1822.
Busto del colosso di Rameses II.
Il bellissimo busto del faraone, meglio conosciuto come il Giovane Memnone, è realizzato in finissimo granito chiaro di Assuan, con venature rossastre nella zona del volto

L’ingresso principale della facciata si apre su una sala ipostila più grande e decisamente più evoluta rispetto a quella di Sethy I.

La navata centrale della struttura a basilica consiste in due file di sei colonne papiri formi a ombrello.

Le navate laterali hanno ciascuna tre file di sei colonne papiri firmi a bocciolo.

Lo straordinario effetto della sala, forse la più bella delle sale ipostile egizie, si fonda sulla chiara suddivisione spaziale, l’armonia e proporzioni delle colonne e lo stato di conservazione della sua vivace policromia.

Tre piccole sale successive, ciascuna provvista di otto colonne, portavano alla sancta sanctorum, purtroppo del tutto compromesso.

La prima sala, detta “sala astronomica” per via delle costellazioni personificate dipinte sul soffitto, reca sulle pareti scene della processione delle barche.

La raffigurazione mostra alla testa del corteo il principe ereditario, con al seguito gli altri figli del sovrano.

Sul lato destro della parete posteriore si trova una magnifica immagine dell’incoronazione del re nella celeste Eliopoli.

Ramses II siede all’ombra del sacro albero ished, e regge tra le manie insegne del regno, mentre Autum e Seshat scrivono il suo nome sulle foglie dell’albero.

I vasti magazzini con coperture a volta che circondano il tempio si sono conservati in buone condizioni e testimoniano l’importanza dei beni che vi venivano depositati.

I magazzini del re.
Queste strutture a volta sono i magazzini del Ramesseum, che lo circondano su tre lati. Costruito in mattoni crudi ospitavano offerte e provviste, come provano i molti frammenti di giare rinvenute nel corso degli scavi. Vi si trovava anche una scuola per scribi con biblioteca in cui sono stati riportati alla luce ostraka e papiri. I magazzini coprono antiche strutture della XVIII Dinastia di cui appaiono le basi di colonna in pietra.

Fonte

Egitto, la terra dei faraoni, – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Foto: kairoinfo4u

Kemet Djedu

CONTENITORE PER IL TRUCCO

Di Livio Secco

Il Metropolitan Museum of Art esibisce l’oggetto che presentiamo in questo post qualificandolo come segue.

Un barattolo di kohl sagomato ad imitazione di un fascio di canne.
Per chiuderlo c’era un coperchio piatto, ora mancante, che veniva ruotato attorno a un perno di metallo. Un pezzo di questo perno rimane ancora nel suo foro dimostrando il funzionamento del meccanismo che lo sigillava.

Il barattolo porta inciso il titolo di “Sposa del dio”, e quindi l’elegante vaso non poteva far parte dell’ultimo corredo funerario di Hatshepsut, ma doveva essere stato realizzato durante il matrimonio della regina con Thutmose II o durante i primi anni del suo regno congiunto con Thutmose III.

Probabilmente il manufatto fu regalato ad un stimato cortigiano oppure ad un familiare. Non abbiamo modo di accertare se abbia utilizzato lei stessa il vasetto prima di offrirlo come dono reale.

Come al solito ho messo anche la fonetizzazione italiana secondo la codifica IPA.


Per coloro che volessero iniziare lo studio della lingua egizia e della scrittura geroglifica posso consigliare la seguente strumentistica completa:


Grammatica primo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica secondo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica terzo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Dizionario egizio-italiano: https://www.amazon.it/Dizionario-egizio…/dp/8899334129…

E' un male contro cui lotterò

CONTRACCEZIONE ED ABORTO

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Contrariamente a quanto possiamo pensare vedendo le immagini del famoso “preservativo di Tutankhamon”, la contraccezione nell’Antico Egitto riguardava solamente le donne – e se era sicuramente importante la fertilità e la maternità, non risulta che la contraccezione e l’aborto fossero biasimati o condannati sia a livello sociale che religioso come è invece avvenuto (ed avviene) in altre civiltà, compresa quella cristiana.

Il “preservativo” in lino di Tutankhamon, probabilmente una guaina per le medicazioni ad un dito (steccaggio frattura?) oppure una protezione da insetti e parassiti

Il “preservativo” era tale…solo per proteggere le parti intime dell’uomo – ed anche questo uso non è del tutto certo.

Quello di Tutankhamon era costituito da una guaina di lino molto fine, imbevuta di un olio vegetale, attaccata ad un laccio che permetteva di legarlo alla vita. Potrebbe essere stata una guaina per lo steccaggio di un dito fratturato, oppure una protezione da indossare sotto il gonnellino contro gli insetti ed i parassiti (ricordate la bilharziosi e la conseguente ematuria? Gli “uomini mestruati”? https://laciviltaegizia.org/2022/12/02/maledetti-parassiti/), magari usato solo come elemento rituale. Di sicuro non sarebbe stato molto efficace come contraccettivo.

Il “preservativo” nella foto originale di Burton. Carter lo identifica come “guaina per dito”; dalla sua scheda è lungo 7 cm ed ha una larghezza massima di 3.

Tutti i preparati usati come contraccettivi nei papiri medici hanno invece un’applicazione locale, con un’azione smile al diaframma unito agli spermicidi.

Il Papiro Ebers indica chiaramente come rendere una donna non fertile per almeno un anno: foglie di acacia, coloquintide, carrube e datteri tritati, mescolati ad un henu di miele (450 ml circa), formando un composto con cui impregnare un tampone di lino da inserire in vagina (Ebers 783).

Sia il Papiro Kahun che il Papiro Ramesseum IV specificano che il tampone va inserito “alla bocca dell’utero” e propongono altre formulazioni, che comprendono lo sterco di coccodrillo o il latte acido.

Nonostante il comprensibile sorriso che tali formulazioni ci possono far venire, c’è una ragione scientifica alla loro base: il pH vaginale. Normalmente tale pH è acido, intorno a 4.0-4.2, mentre lo sperma è leggermente alcalino (7.5-8.0), tamponando il pH vaginale per qualche ora e mantenendo gli spermatozoi vitali. Se il pH vaginale viene acidificato, gli spermatozoi vengono rapidamente inattivati, prevenendo il concepimento – è il principio alla base delle creme spermicide moderne.

Tutti i componenti di queste “ricette” anticoncezionali comprendono ingredienti acidi: l’acacia, lo sterco di coccodrillo, il latte acido e persino il miele, che ha un pH intorno a 3.9 ed ha proprietà antibatterica ed antibiotica. Lo sterco di coccodrillo potrebbe anche essere associato a Sobek, il dio-coccodrillo che portava fecondità con le inondazioni del Nilo; fecondità non voluta in questo caso.

Sobek, il dio-coccodrillo. Forse la grande fecondità delle femmine di coccodrillo, capaci di deporre fino a 100 uova per volta, lo ha reso una delle divinità legate alla procreazione – in questo caso non voluta.

Esistevano anche ricette per procurare l’aborto, sia per via orale (pianta di senape (?) fresca e miele) che con applicazioni locali (sale del Basso Egitto e farro insieme ad una pianta sconosciuta, oppure bacche di ginepro, mentuccia e resina di conifera).

La stessa prescrizione che abbiamo visto prima (Ebers 783) potrebbe avere anche effetto abortivo vista la presenza della coloquintide, che ancora oggi è utilizzata per questo scopo nell’Africa sub-sahariana e nei Paesi Arabi.

Il frutto della coloquintide o cetriolo amaro, uno degli ingredienti delle ricette anticoncezionali ed abortive egizie

Non esistono invece prove di aborti causati chirurgicamente.

E' un male contro cui lotterò

FERTILITÀ, TEST DI GRAVIDANZA E SESSO DEL NASCITURO

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Come in tutte le civiltà antiche, anche in quella egizia la fertilità della donna – ma, attenzione!, era conosciuta anche la sterilità maschile – era un fattore di grande importanza sociale e a cui prestare particolare attenzione. Oltre ai motivi naturali di sterilità si aggiungevano infatti le credenze su divinità/demoni che potessero causarla, come anche sugli spiriti delle donne morte di parto. Normale quindi che ci si rivolgesse alle divinità per invocare la fertilità e proteggere mamma e figli.

Vaso risalente al Primo Periodo Intermedio recanti le invocazioni di un figlio al padre defunto perché conceda alla moglie di rimanere incinta, sospettando due sue ancelle di avere gettato un incantesimo su di lei (Haskell Oriental Museum in Chicago)

Iside era la principale divinità coinvolta. Madre di Horus, concepito miracolosamente, era ovviamente la dea della fertilità. Aveva anche un ruolo come nume tutelare del parto e del neonato, a cui però sovrintendeva solitamente Hathor – tanto che spesso le due dee si sovrappongono nella mitologia. Renenutet, dea del raccolto e della prosperità, era la terza divinità principale invocata – spesso raffigurata mentre allatta i figli del Faraone.

Iside in forma di uccello vola sul corpo di Osiride e miracolosamente rimane incinta, dando luce ad Horus (tempio di Dendera. Foto MacRae Thomson)

Tornando…sulle rive del Nilo, il miele ed il fieno greco (trigonella) erano usati per combattere la sterilità femminile, mentre il ginepro, le carrube e le angurie erano usate per la sterilità maschile – insieme ovviamente alla lattuga, sacra al dio Min, ed alla radice di mandragora. Da notare che la lattuga non era considerata “afrodisiaca”, ma mangiarla era considerato piuttosto come un rituale per invocare la benevolenza della divinità.

Hathor allatta il giovane Amenhotep II (XVIII Dinastia, ca. 1427 – 1401 BCE). Bassorilievo in calcare policromo. Museo Egizio del Cairo, foto Bridgeman

Diversi “test” sono descritti per verificare la fertilità della donna; il più “gettonato” consisteva nel farle bere un miscuglio di latte umano e succo di anguria – se lo avesse vomitato sarebbe stata fertile, mentre un fantozziano rutto avrebbe sancito la fine delle speranze di procreare.

Renenutet allatta il figlio Neper, tempio di Amenemhat III a Medinet

Altri metodi consistevano nel lasciare per tutta la notte una cipolla nella vagina della sventurata e verificarne l’alito il mattino seguente (se avesse saputo di cipolla sarebbe stata fertile), oppure fumigarla con sterco di ippopotamo (se avesse urinato o defecato sarebbe stata fertile). Non è sempre facile però distinguere se si trattasse d test della fertilità o test di gravidanza, ma tutti questi test vennero “riciclati” da Ippocrate secoli dopo.

Min (a sinistra) con Qadesh e Reshep. Dietro al dio, rappresentato come sempre itifallico, due piante di lattuga, a lui sacre. Stele di Qeh, dal villaggio degli artigiani di Deir el-Medina, XIX Dinastia

Famosissimo – e già riportato anche in questo Gruppo – il test di gravidanza che comportava innaffiare con l’urina della donna semi di farro o orzo (se fosse cresciuto prima l’orzo sarebbe stata incinta di un maschietto, se fosse cresciuto prima il farro sarebbe stata incinta di una femmina, se non fosse cresciuto niente non sarebbe stata incinta). Il test è stato “verificato” negli anni ’60: è stato dimostrato che effettivamente l’urina di una donna non incinta (o di un uomo) non provocava la germinazione, mentre in 28 casi su 40 quella di una donna incinta è riuscita a provocarla. Imbarazzante però l’esito del test sul sesso del nascituro, corretto solo in sette casi su 24…

Tuttavia, lo stesso test – a volte con il grano al posto del farro – fu ripreso da Galeno (e ci può stare), e sopravvisse fino al Dreckapotheke di Paulini nel 1714 – e questo è francamente incredibile.