E' un male contro cui lotterò

PATOLOGIE OCULARI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Horus, seguito da Iside, ha sconfitto Seth, rappresentato come un ippopotamo. Tempio di Edfu, Età Tolemaica

ANTICHI OCULISTI

“Non voltarmi le spalle; non sto bene. Non smetto di lamentarmi, poiché sono nelle oscurità e il mio Signore Amon mi [ha voltato] le spalle. Puoi portare del miele per i miei occhi, e anche dell’ocra per fare altri mattoni, ed il trucco nero per gli occhi? Presto! Guardami! Non sono tuo padre? Ora, sono mutilato; cerco la mia vista e non c’è” (ostrakon di Per-hameb, artigiano della Valle dei Re, XIX Dinastia).

Non si può parlare dell’oculistica egizia senza ricordare l’importanza dell’occhio di Horus nella mitologia. L’occhio destro di Horus, strappatogli da Seth, recuperato e guarito da Thot dopo le accorate preghiere di Iside venne utilizzato infatti così simbolo di protezione e cura. L’udjat divenne uno degli amuleti più utilizzati dagli Egizi (si veda https://laciviltaegizia.org/2021/09/30/ludjat/).

Uno degli udjat più belli e famosi, trovato nella tomba di Tutankhamon

La suddivisione mitologica dell’occhio di Horus in 7 parti diede origine inoltre alle frazioni, usate estensivamente per indicare le proporzioni delle prescrizioni mediche.

L’udjat utilizzato come frazionatore

A sentire Erodoto, un oculista egizio fu anche all’origine di una guerra: la vendetta di un medico inviato alla corte di Ciro il Grande da parte di Ahmose II (XXVI Dinastia) e soppiantato a Corte da un rivale determinò per ripicca l’invasione dell’Egitto da parte dei Persiani. Non sappiamo se sia vero, ma è una testimonianza del prestigio degli specialisti egizi all’epoca.

Dal momento che gli occhi venivano normalmente tolti dai corpi nel processo di mummificazione e sostituiti con occhi finti, la paleopatologia ci è nuovamente di poco aiuto in questo caso. Vivere in un ambiente molto arido e sabbioso però non era sicuramente favorevole per gli occhi: a testimoniarlo le numerose rappresentazioni di musici non vedenti, il numero di termini e prescrizioni riguardanti gli occhi ed infine il riconoscimento dell’oculista come medico specializzato. Nella descrizione dei metu, i vasi interni del corpo, viene specificato che “quattro vasi portano i liquidi agli occhi” ed erano considerati molto pericolosi perché erano “aperti agli occhi ed all’esterno”, riconoscendo la pericolosità degli agenti esterni nell’insorgenza delle patologie oculari.

L’arpista cieco forse più famoso, dalla tomba di Nakht (XVIII Dinastia)
Ostrakon con lo schizzo di un arpista cieco utilizzato per la tomba di Nespekashuty (periodo saitico, ca 630 BCE) Met Museum di New York

Una delle prescrizioni comuni descritte nei papiri medici per le patologie oculari è la protezione immediata degli occhi dal riflesso solare. Purtroppo niente Ray-Ban all’epoca, ma applicazione di una tintura nera o verde sulle palpebre e sugli zigomi, simile a quanto fanno oggi i giocatori di football americano per proteggersi dal riflesso del sole o delle luci dello stadio e distinguere meglio luci ed ombre. Inoltre, gli ingredienti per preparare tali tinture comprendono la galena (solfuro di piombo) per la tintura nera e la malachite (idrossido carbonato di rame) per quella verde, componenti con azione battericida.

Gli “occhi neri” (black eyes) utilizzati dai giocatori di football americano. In determinate condizioni di luce (ad esempio controsole), distinguere al volo tra giocatori della propria squadra ed avversari è fondamentale

La terminologia egizia nelle patologie oculari è, tanto per cambiare, estremamente complicata. Ci manca un atlante di anatomia egizio, e dobbiamo sempre ricordarci che la medicina egizia cura i sintomi, ma non identifica le cause. Possiamo quindi dedurre che la “torbidità degli occhi” o la “vista nuvolosa” facciano riferimento alla cataratta, che nei casi peggiori diventa “oscurità”, mentre per altri termini, come per il tracoma (congiuntivite da clamidia) è stata sfruttata la diretta discendenza del termine greco per identificarlo.

PATOLOGIE OCULARI

CORPI ESTRANEI

È estremamente probabile che una delle attività più comuni per gli oculisti egizi fosse l’estrazione di corpi estranei. La celeberrima immagine tratta dalla tomba di Ipwi, in cui un medico tratta l’occhio di un paziente con uno strumento appuntito, viene oggi ritenuta l’asportazione di un corpo estraneo durante un lavoro di edilizia e non un intervento chirurgico.

Riproduzione della decorazione della tomba di Ipwi con un medico che estrae un corpo estraneo dall’occhio di un lavoratore edile.

Si sa dal Papiro Ebers che venivano usati, oltre agli strumenti in metallo, anche il talamo ed il rachide delle penne degli avvoltoi sia per instillare i colliri prescritti che per drenare l’eccessiva lacrimazione. Comodo e pratico

Penne di avvoltoio egiziano; il calamo particolarmente lungo e sottile le rendeva adatte all’uso per i colliri e per il drenaggio oculare

MIOPIA E IPOVISIONE NOTTURNA

Non esistono riferimenti diretti alla miopia (niente lenti correttive all’epoca) ma un generico riferimento ad una “cecità” in qualche modo trattabile con dei rimedi (di dubbia efficacia, come il liquido estratto dall’occhio di un maiale introdotto però attraverso l’orecchio– i “metu” di occhi ed orecchie sono collegati nella fisiologia egizia) ed alla difficoltà di visione.

Mai come in questo caso gli studiosi sono stati però tratti in inganno dalla loro “modernità”: il rimedio prescritto per una patologia chiamata “sharu” è infatti il fegato d’asino crudo; dal momento che l’unico componente attivo correlabile con le patologie oculari è la vitamina A contenuta, ne hanno dedotto che la malattia “sharu” sia l’ipovisione notturna da forte miopia. Purtroppo, senza ulteriori conferme rimane per ora solo una teoria.

Il fegato d’asino, ricco di Vitamina A

CATARATTA

Se per i medici greci l’opacizzazione del cristallino derivava dalla caduta di un velo di liquido torbido dal cervello attraverso il nervo oculare (kataráktēs), per quelli egizi il liquido saliva dal basso (“l’acqua che sale negli occhi”), come la piena annuale del Nilo – ma gli effetti erano gli stessi. Il rimedio principale era costituito da malachite, galena e faience finemente triturati e mescolati a polpa di melone e miele, da applicare all’interno della palpebra; il Papiro Ebers ne riporta altri, sempre di alcuna efficacia.

Si discute ormai da decenni se fosse praticata nell’Antico Egitto una forma di chirurgia oculare per la cataratta spingendo il cristallino verso il fondo dell’occhio, come verrà poi fatto in Grecia e a Roma, ma non ci sono evidenze concrete. Flinders Petrie ritrovò ad Abydos nella tomba del faraone Khasekhemwy (c. 2700 BCE) una serie di aghi in rame senza occhielli compatibili con l’uso medico e oftalmico, ma in mancanza di altre prove anche questa rimane solo un’ipotesi.

Gli aghi in rame senza occhielli ritrovati da Flinders Petrie nella tomba di Khasekhemwy e conservati oggi al museo di Liverpool

Curiosamente, l’origine di queste “ipotesi” venne dallo stesso Ebers che scrisse un romanzo, “La principessa egiziana” (“Eine Aegyptische Konigstochter”) in cui descrisse il nome della procedura, (“taglio della pelle che copre la pupilla dell’occhio”); il nome del primo e del secondo paziente curato e il nome dell’inventore della procedura, tale “Nebenchari” che la avrebbe descritta in un papiro chiamato “Trattamento delle malattie degli occhi, del Grande Dio, Toth, appena scoperto dall’oculista Nebenchari”. Sarebbe questo Nebenchari il medico responsabile dell’invasione dell’Egitto da parte dei persiani. Peccato che fosse tutto inventato, e che fior di studiosi ci abbiano ricamato su per decenni…

Il frontespizio del romanzo di Georg Ebers che fu scambiato per verità storica

Il romanzo di Ebers “ispirò” – ma solo per i nomi – anche un’operetta comica, messa in scena nel 1906 a Londra con grande successo (più di 200 repliche ed un tour in tutto il Regno Unito), di cui vediamo a sinistra l’improbabile Faraone Amasis IX interpretato da Rutland Barrington – un attore piuttosto famoso all’epoca – e a destra la soprano Ruth Vincent nei panni della principessa egizia Amasis

Da notare che nel corso degli anni gli studiosi hanno formulato ipotesi sulla presunta cataratta od altre patologie come il glaucoma dei personaggi i cui ritratti sono arrivati fino a noi, compreso il celeberrimo busto di Nefertiti, il cui occhio sinistro è rimasto bianco (estremamente improbabile), e la statua del sacerdote Ka’aper, il cui occhio destro è ritratto con una parte bianca.

L’occhio sinistro del busto di Nefertiti; tra le tante ipotesi, anche quella di una rappresentazione di cataratta o di glaucoma
La statua di Ka’aper mostra un riflesso biancastro nell’occhio sinistro: casuale o intenzionale?

TRACOMA

La congiuntivite da Clamidia era endemica nell’Antico Egitto e rappresentava il pericolo maggiore per la vista. Il tracoma è molto contagioso nelle sue prime fasi e viene trasmesso per contatto da occhio a occhio, da mano a occhio e dagli insetti che si posano sugli occhi.

Numerosi piccoli follicoli e un’infiammazione intensa nella congiuntiva dovuta al tracoma (foto Western Ophtalmic Center)

I suoi sintomi principali comprendono la palpebra rivolta all’interno che si salda alla congiuntiva, le ciglia rivolte all’interno dell’occhio e l’alterata chiusura delle palpebre cui seguono cicatrici sulla cornea più o meno estese, fino alla sua opacizzazione completa (si forma un panno corneale e, quindi, l’occhio diventa biancastro).

Il tracoma può causare cicatrizzazione della congiuntiva, ciglia rivolte verso l’interno e cicatrizzazione della cornea, portando alla cecità come nella persona nella foto.

I rimedi come al solito vedevano tra gli ingredienti vegetali e minerali quelli con capacità antiinfiammatoria e antibiotica (foglie di acacia, carrube e, curiosamente, bile di tartaruga)

Amarna, Kemet Djedu, Mai cosa simile fu fatta

IL SARCOFAGO DELLA TOMBA KV55

Di Grazia Musso

Legno, foglia d’oro e paste vitree
Lunghezza cm 185 – Scavi di Th. M. Davis 1907
Museo Egizio del Cairo – JE 39627

Il sarcofago ritrovato nella tomba 55 della Valle dei Re riserva ancora molti interrogativi.

Realizzato probabilmente per una donna fu riadattato poi ad accogliere la salma del sovrano, come fanno supporre la presenza dell”ureo, della barba posticcia e delle insegne regali, oggi assenti, ma certamente previste, quali lo scettro e il flabello.

I cartigli sul sarcofago sono stati cancellati, il volto incorniciato da una lunga parrucca è ormai irriconoscibile, a causa del l’asportazione della lamina d’oro che fungeva da maschera funeraria.

Il sarcofago antropomorfo, di pregevole fattura presenta decorazione rishi, decorazione che riproduce il piumaggio di un uccello, e sono stati asportati intenzionalmente i cartigli col nome del defunto.

Analogo trattamento di asportazione è eseguito sul volto di cui, attualmente, non resta che il sopracciglio e parte dell’occhio destro.

Dai casi canopi rinvenuti nella tomba sono stati asportati gli urei e abrasi i nominativi.

Tutti gli oggetti recuperati con il sarcofago all’interno della tomba 55 sono riconducibili all’epoca amarniana.

Fonte

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del museo del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

ISCRIZIONE DEL SARCOFAGO REPERTATO NELLA KV-55

Di Livio Secco

Il sarcofago fu ritrovato da:

  • Theodore Monroe Davis
  • Edwart Russell Ayrton
  • Arthur Edward Pearse Brome Weigall


durante la loro campagna di scavo nel 1907.


Esso fu repertato in una tomba sigillata da un doppio muro che presentò da subito una serie di stranezze che erano completamente al di fuori della normale attività di sepoltura nell’antico Egitto.

Questo evento lo narro con dettagli nel mio Quaderno di Egittologia 38, SULLE TRACCE DEL RE – Il ritrovamento della famiglia di Tutankhamon (chi è interessato lo può trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/sulle-tracce-del-re/).

Si parla sempre molto del proprietario della KV62, ma, come dettaglio nel mio Quaderno, ci si dimentica spessissimo che furono ritrovati anche suo padre (nella KV55), sua madre (nella KV35) e la sua regina (KV25).

Mi permetto di aggiungere il commento filologico del sarcofago stesso. Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per chi vuole leggere i geroglifici senza averli studiati.

Kemet Djedu

IL PETROGLIFO DI UNIS

Di Livio Secco

In un rilievo epigrafico riportato da Flinders Petrie, uno dei più importanti egittologi, vero fondatore di un certo modo di procedere con l’archeologia, viene menzionato il faraone Unas della V Dinastia; mi permetto di allegare la traslitterazione e la traduzione del petroglifo repertato da Petrie stesso.


Come al solito ho aggiunto il codice IPA per chi vuole leggere i geroglifici senza averli studiati.

Kemet Djedu

HATSHEPSUT E LA SPEDIZIONE A PUNT

Di Livio Secco

La regina Hatshepsut ordina una spedizione commerciale verso la terra di Punt.

L’inviato reale, che comanda la spedizione, è il funzionario Nehasi.

Qui lo vediamo appena sbarcato dalla sua nave.

Si presenta, con i soldati della sua scorta, al re di Punt e gli consegna i doni che la regina egizia aveva preparato per lui.

Questo, che vi presento, è un brevissimo estratto di uno dei quattro lavori che abbiamo svolto quest’anno durante il XVII LABORATORIO DI FILOLOGIA EGIZIA.
Per coloro che vogliono leggere i geroglifici senza averli studiati ho aggiunto la pronuncia secondo il codice IPA.

Kemet Djedu

IL PROTOCOLLO REALE DI HATSHEPSUT

Di Livio Secco

Durante la XVIII dinastia, dopo la morte del re Thutmose II, diventa sovrano dell’Egitto il suo figlio Thutmose III che il re ha avuto da una regina secondaria.

La regina vedova di Thutmose II ne diventa la reggente regnando al suo posto.

Quando il principe diventa adulto Hatshepsut non cede a lui il governo dell’Egitto, ma lo associa al trono in una posizione evidentemente complementare.

Thutmose III diventerà l’unico sovrano dell’Egitto solamente alla morte della regina che nel frattempo aveva assunto l’iconografia di un vero e proprio re (maschio).

Il regno di Hatshepsut non rientra nei valori e nei concetti della civiltà egizia.

Qualche tempo più tardi inizierà, probabilmente per azione di Ramesse II, la damnatio memoriae in modo da cancellarla dalla storia del Paese.

Per coloro che volessero approfondire la tematica consiglio la lettura del Quaderno di Egittologia 22: IL PROTOCOLLO REALE – Composizione dell’onomastica faraonica che potete trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/

Arte militare, Vita quotidiana

I NOVE ARCHI

Di Francesco Alba

Popolazioni soggette all’Egitto durante la Diciottesima Dinastia:

Queste raffigurazioni compaiono su una parete della tomba di Anen, funzionario di corte nel corso della Diciottesima Dinastia e fratello della regina Tiy.

La pittura murale nella sua interezza raffigura Amenhotep III e la regina Tiy. Sotto di loro vi sono nove prigionieri, che rappresentano i nove paesi nemici controllati dall’Egitto in quel periodo (i Nove Archi):

1. Shasu – Nomadi (beduini) – Levante meridionale

2. Mentju nu Setjet – Nomadi – Isola di Sehel (Setjet), Bassa Nubia

3. Tjehenu – Libici

4. Iuntju – Nomadi nubiani “Arcieri”

5. Keftju (Caphtor) – Minoici; Cretesi

6. Irem – Nubia Superiore

7. Naharin – Mitanni, Siria settentrionale

8. Kush – Nubia Superiore

9. Sangar – Mesopotamia meridionale

I prigionieri portano degli steli di loto e di papiro attorno al collo; il loto dell’alto Egitto per i Nubiani e il papiro del basso Egitto per gli Asiatici e i Libici.

I Nove Archi

Col termine “Nove Archi” ci si riferiva ai nemici tradizionali dell’Egitto presumibilmente sia per il loro utilizzo in battaglia di archi e frecce sia a causa del rituale dello “spezzare gli archi” fisicamente, quale metafora della sconfitta militare e della resa. Designare con questo termine dei nemici ben precisi era una questione di scelta, ma la selezione generalmente includeva Asiatici e Nubiani.

I Nove Archi venivano di solito rappresentati come file di archi (anche se il numero effettivo può variare), ed erano regolarmente utilizzati per decorare elementi d’arredo della dimora reale come poggiapiedi e base del trono, perché il faraone potesse simbolicamente calpestare i suoi nemici sotto i piedi.

Sui monumenti essi appaiono spesso come delle serie di prigionieri in ceppi; sono anche dipinti sulla parte interna delle suole dei sandali di Tutankhamon.

La raffigurazione di nove prigionieri in catene sormontati da uno sciacallo sul sigillo della necropoli della Valle dei Re era evidentemente intesa per proteggere la tomba dalla depredazione degli stranieri ed da altre fonti di male.

Riferimenti

Egyptian/Coptic Language Sounds

https://www.facebook.com/100086742442820/posts/pfbid02CuQhALNzt69VndEAiSfW7jrDjaH5yTHFJbBma3QuD5hABMpZQDv1dwWJxeX4PTTl/?app=fbl

I. Shaw, P. Nicholson

The British Museum Dictionary of Ancient Egypt

The American University in Cairo Press – 1995

Amarna, Mai cosa simile fu fatta, Statue

TESTA DI NEFERTITI

Di Grazia Musso

Calcare, altezza 30 cm
Da Amarna – Berlino, Agyptisches Museum N. 21 220

Qui, la regina, è raffigurata nel fiore degli anni.

Il suo viso trasmette dolcezza e nobiltà.

Lo scultore di corte Djehutymose ha infuso in questa testa la giovinezza, la morbidezza dei tratti, anche se si tratta di un lavoro incompiuto.

Fonte

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

E' un male contro cui lotterò

LE MALATTIE RESPIRATORIE

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Un caso di mummificazione spontanea con i polmoni ancora in situ

Come sappiamo, i polmoni erano tra gli organi che venivano estratti nel processo di mummificazione e conservati nei vasi canopi; nello specifico venivano messi sotto la protezione di Hapy, uno dei figli di Horus spesso raffigurato con testa di babbuino, ed affidati a Nephtys.

Il vaso canopo dedicato ai polmoni con Hapy a testa di babbuino di Psusennes I
La rappresentazione di Nephtys più famosa, a guardia del sacrario dei vasi canopi di Tutankhamon

Tale procedimento non ha sicuramente favorito la conservazione dei polmoni stessi, ridotti dopo millenni ad una poltiglia densa difficilmente studiabile. Al di là delle evidenze di tubercolosi emerse dagli scheletri pervenutici (vedi https://laciviltaegizia.org/2023/01/21/virus-e-batteri/) anche il buon Ruffer, che abbiamo conosciuto come uno dei massimi esperti nello studio delle mummie all’inizio del XX secolo, trovò infatti una marea di difficoltà a fornire informazioni affidabili. Credette di aver ritrovato tracce di polmonite, ma tale interpretazione è ancora molto discussa.

In anni più recenti è stato invece possibile identificare con relativa certezza i segni di silicosi dovuta alla sabbia ed alla polvere di roccia, frequente negli scalpellini ancora oggi, e di antracosi dovuta all’inalazione del fumo di carbone – probabilmente frequente nei lavoratori delle necropoli o comunque dovuta ai fuochi mantenuti accesi nei luoghi chiusi – oltre a tracce molecolari di diversi virus respiratori. In epoca Covid qualche studioso aveva proposto anche di studiare i coronavirus rintracciati nelle mummie egizie per studiarne l’evoluzione.

Radiografia di un paziente moderno affetto da silicosi. I cerchi blu evidenziano la presenza dei granulomi silicotici.
Depositi di fuliggine sul tetto a volta del tempio di Seti I ad Abydos. La stessa fuliggine doveva essere inalata dai lavoratori del tempio

Da quanto emerge dai papiri medici, raffreddori ed influenze affliggevano già gli Egizi: “quando i suoi occhi sono infiammati ed il naso cola…tu dirai: è frutto della putrefazione del suo muco…”; per i medici egizi però il catarro proveniva dallo stomaco, e la patologia dipendeva dal fatto che non scendesse nell’intestino per essere espulso.

Fibrosi massiva e progressiva nel polmone di un minatore affetto da antracosi

Il rimedio per raffreddori/influenze prevedeva una pagnotta di grano selvatico con molto assenzio, cipolla, aglio, carne grassa di bovino ed impastata con la birra; la pagnotta andava mangiata dal paziente accompagnata da “birra per le offerte” (un altro legame con la magia?) fino alla scomparsa dei sintomi.

Le aree scure al centro sono depositi di pigmento da depositi di carbone all’interno dei polmoni di una mummia del periodo tolemaico

Sicuramente la tosse derivante dalle infiammazioni ai polmoni era fonte di numerose chiamate per i medici di allora: ben 20 paragrafi del Papiro Ebers sono infatti dedicati ai rimedi per la tosse. La maggior parte contiene polpa di carrube mescolata ad acqua e bevuta per quattro giorni (il 4 sembra essere una sorta di prescrizione standard per la medicina egizia) – ancora una volta i medici egizi avevano scoperto empiricamente le qualità antiinfiammatorie della pianta.

Le carrube: il loro alto contenuto di flavonoidi ha effetti antiinfiammatori e vengono tuttora utilizzate nella medicina naturale

Alcuni rimedi sono abbastanza complessi; uno prevede l’uso di fichi, un frutto chiamato “balsamo egiziano”, uva, cumino, foglia di acacia, ocra, mentuccia, un’altra pianta sconosciuta chiamata gngnt fatti macerare in birra dolce e somministrati (ovviamente) per quattro giorni.

Altri rimedi sono francamente incomprensibili: si suggerisce di tritare finemente un dente di maiale e mescolarlo all’impasto di quattro tortine, da consumare una al giorno. In questi casi si scopre la dimensione ancora a metà tra scienza e magia della medicina egizia.

Ed infine, tra i rimedi sbuca proprio “quello della nonna”: latte e miele. A dir la verità, nella versione egizia prevede di usare la panna al posto del latte, di essere molto denso e di essere buttato giù con dosi abbondanti di birra raffinata. Ditelo alle vostre nonne: magari la tosse non passa ma si affronta con tutt’altro stato d’animo…

Il caro, vecchio latte e miele della nonna – la quale però non ci diceva di berci sopra un bel po’ di birra, mannaggia mannaggia…
Amarna, Mai cosa simile fu fatta

DOPPIO CARTIGLIO IN ONORE DEL DIO ATON

Di Grazia Musso

Calcare, altezza 108 cm
Collezione Drovetti – Museo Egizio di Torino. C. 1378

Questo particolare monumento faceva parte di un parapetto posto ai lati di una rampa di accesso che conduceva a zona di culto consacrata ad Aton.

Nella parte inferiore del cartiglio di sinistra si distinguono i geroglifici che compongono il nome del dio Aton: in egizio it(e)n.
Il segno verticale rappresenta un giunco che si legge ‘i’ ed è affiancato da tre geroglifici posti uno sopra l’altro, il disegno stilizzato di un pane, il segno dell’acqua e il disco solare che indica la natura divina e solare del nome.

Questa opera d’arte, che riporta frontalmente i nomi del dio e sui fianchi anche quelli del faraone, sfuggì alla damnatio memoriae.

Il falco con disco solare sul capo, raffigurato nella parte superiore del cartiglio di destra, rappresenta il dio Ra-Horakhty con il quale in quanto divinità solare, è qui associato Aton.
Parte integrante del nome di Ra-Horakhty sono anche i due piccoli segni posti alle sue spalle, immagini del sole che nasce da un orizzonte delimitato da due colline
Il termine ‘cartiglio” fu usato per la prima volta dai savant, gli scienziati giunti in Egitto al seguito di Napoleone. Il cartiglio è la versione allungata dell’ anello shen, formato da una corda annodata alla base, ritenuto simbolo di universalità e eternità. Sin dalla IV Dinastia esso venne utilizzato per contenere i due principali nomi di ogni faraone.

Fonte: I grandi musei – Torino Museo Egizio – Electra

L’ANALISI FILOLOGICA

Di Livio Secco

Si tratta del doppio cartiglio che Akhenaton fece incidere in onore del dio Aton del quale aveva predisposto la nuova dottrina.

Per coloro che vogliono leggere il geroglifico ho aggiunto la pronuncia italiana secondo la codifica IPA.

Vi ricordo che Akhenaton fondò una sua nuova capitale chiamandola Akhet-Aton, oggi Amarna.
Visto l’argomento piuttosto corposo ho preparato tre Quaderni di Egittologia che potete trovare qui:

QdE4 – AMARNA Il quartiere palatino: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/amarna-il-quartiere…/

QdE5 – AMARNA La città residenziale: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/amarna-la-citta…/

QdE6 – AMARNA L’hinterland: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/630051/amarna-lhinterland/

Amarna, Mai cosa simile fu fatta

LA FINE DELL’EPOCA DI AMARNA

Di Grazia Musso

La città di Akhetaton fu abbandonata dopo circa 15/16 anni senza essere mai più occupata.

Tutto ciò ha permesso la conservazione della città così come era al momento dell’abbandono.

Le distruzioni dovute al tempo e agli uomini hanno lasciato ben poco, i templi di pietra furono usati come cave e gli edifici di mattoni d’argilla si dissolsero lentamente.

Le opere rinvenute ci compensano in parte della perdita: quelle di fine dell’epoca amarniana mostrano una volontà al ritorno a nuovi equilibri, gli eccessi caricaturali della simbologia reale vengono stemperate e alla fine si osserva la voglia di un ritorno ai vecchi schemi.

Gli ultimi anni di regno di Akhenaton presentano punti oscuri: Nefertiti scompare dalla documentazione, mentre fa la comparsa Smenkhara, che regno’ per un brevissimo periodo.

Akhenaton viene probabilmente sepolto nella tomba regale di Amarna, mentre il potere torna a Tebe prima con Smenkhara, poi con Tutankhamon.

Fonte

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra