C'era una volta l'Egitto, II Periodo Intermedio

SOBEKHOTEP II (SEKHEMRE KHUTAWY) E IL PAPIRO BULAQ 18

Di Piero Cargnino

SOBEKHOTEP II

Durante una campagna di scavi a sud di Abydo del 2013, condotta da un team di archeologi dell’Università della Pensylvania, con archeologi egizi, guidati dal prof. Josef W. Wegner, vennero ritrovate diverse tombe reali risalenti al Secondo Periodo Intermedio, (1650-1550 a.C.). Tra queste venne rinvenuta quella di Sobekhotep II (Sekhemre Khutawy Sobekhotep Amenemhat) sedicesimo (!) faraone della XIII dinastia (dal Canone Reale di Torino).

Sovrano conosciuto da numerosi reperti e citato in alcuni papiri (tra i quali il Papiro Bulaq 18 di cui parleremo più sotto), oltre ad alcuni scarabei che riportano il nome di una sposa reale e fanno ritenere che Sobekhotep II fosse il figlio del suo predecessore.

Di lui abbondano i ritrovamenti tanto da indurci a pensare che il suo regno sia stato discretamente lungo nonostante le testimonianze archeologiche non superino il suo settimo anno di regno. Un regno che pare dimostrare una certa tranquillità senza grandi sconvolgimenti tanto da permettergli di edificare templi ed altri monumenti, uno di questi è il monumento al dio Montu a Medamud.

Del periodo in cui ha regnato, per il secondo, terzo e quarto anno, sono state scoperte le registrazioni del livello di piena del Nilo. Il team dell’Università della Pensylvania, che ha curato gli scavi, suggerisce che la tomba avrebbe dovuto essere sovrastata da una piramide come quella di Ameny Qemau; in quella che sarebbe stata la sottostruttura è stato rinvenuto un sarcofago di quarzite di circa 60 tonnellate. In un primo momento si era completamente allo scuro di chi fosse il sovrano ivi sepolto finché nel 2014 emersero frammenti che riportavano il suo nome, Sobekhotep e un fregio dove il sovrano compariva assiso sul trono. In un suo disegno l’egittologo Percy Newberry rappresenta un sigillo del faraone Sekhemre Khutawy Sobekhotep Amenemhat sul quale è riportato: “Il figlio di Ra, Sobekhotep Amenemhat, amato da Sobek-Ra, Signore di iu-mete”.

IL PAPIRO BULAQ 18

Il Papiro Bulaq 18 è un rendiconto di spese, vi chiederete quale importanza rivesta un “estratto conto” di quattromila anni fa.

Analizzato dagli esperti pare che il sistema contabile utilizzato ci dimostri che gli egizi conoscevano già il numero zero pur utilizzandolo in modo diverso da come lo si utilizza oggi. Stiamo parlando di un numero che significa “niente” o nullo, ma la sua utilità è insostituibile. Non lo conoscevano i greci, i romani e le altre civiltà classiche, pare che ad inventarlo sia stato un matematico indiano tale Aryabatta soltanto nel 610 d.C. (secondo altri fu sempre un matematico indiano Brahmagupta intorno al 670 d.C.).

Lo zero ha reso più facili i calcoli, sia quelli semplici che quelli più complessi, indispensabile nel “sistema posizionale” in base dieci. Venne introdotto nella  numerazione araba da Al-Khuwarizmi nell’VIII secolo d.C. ma in occidente giunse solo nel 1202 usato per la prima volta dal matematico pisano Leonardo Fibonacci.

In realtà la cosa è vera solo in parte, come simbolo di “niente” era già conosciuto nell’antichità. Ne facevano uso i Sumeri già intorno al 3000 a.C. che lo rappresentavano con due incavi inclinati per indicare l’assenza di un numero.

Ma non crederete mica che gli antichi egizi, che inventarono di tutto, non lo conoscessero? L’uso di un simbolo simile era utilizzato spesso anche dagli Egizi per indicare nessun numero, in modo particolare in architettura dove con tale simbolo veniva indicato il livello terra. Esistono testimonianze che ad usarlo erano pure gli scribi contabili per quadrare i loro conti.

Questo lo apprendiamo dalla lettura del citato papiro “Bulaq 18”, conservato al Museo del Cairo con codice CG 58069, consistente in due frammenti scritti in ieratico, ritrovati da Auguste Mariette a Dra Abu el-Naga nel 1860.

Il papiro viene fatto risalire ad un periodo tra il terzo ed il quarto anno di regno del faraone Sekhemra-Khutawy (Sobekhotep II) di cui sopra. La tomba scoperta da Mariette corrisponderebbe ad una tomba privata dove in un manoscritto viene citato il nome del presunto possessore della tomba: lo scriba Neferhotep. Il manoscritto riporta i conteggi effettuati per contabilizzare le spese sostenute dal faraone durante un viaggio a Tebe. Il viaggio consisteva in una visita con tutta la corte per presenziare l’inizio o il termine dei lavori di costruzione di un monumento al dio Montu a Medamud. Nel manoscritto vengono menzionate due feste che si sono tenute a Medamud, quella in onore del dio Montu ed una consistente in una processione dove la statua di Montu venne portata da Medamud al palazzo reale ove rimase per tre giorni. L’autore del papiro era incaricato di tenere il saldo contabile aggiornato del bilancio del tribunale. Per fare questo annotò le spese e le entrate giornaliere, fece un saldo delle somme a fine giornata sommandole ai saldi precedenti e riportando il tutto al giorno successivo.

Come detto il papiro si compone di due frammenti. Il frammento più grande è riferito al terzo anno di regno di Sobekhotep e narra del viaggio a Medamud. In esso viene riportata, sul dritto, la contabilità reale riferita alla settimana dal 26 del secondo mese al 4 del terzo mese dell’estate. Sul retro sono riportati tre giorni (dal 16 al 18) del secondo mese. Quello più piccolo si riferisce al quinto anno di regno. Non tutti gli studiosi concordano sul fatto che i due frammenti siano stati scritti dallo stesso scriba ne che entrambi si riferiscano allo stesso regno. Per quanto riguarda il periodo i più concordano sul fatto che si tratti sempre del regno di Sobekhotep II perché entrambe i manoscritti sono stati ritrovati insieme ed entrambi citano il visir Ankhu. Il fatto, non poi così insolito, che un papiro del genere seguisse il suo autore nella tomba si può giustificare con l’intenzione dello scriba di assicurarsi una testimonianza che dimostrasse la sua esperienza maturata come scriba nell’aldilà.

Dalla lettura del testo alcuni studiosi ritengono che in esso sia contenuta una interessante innovazione aritmetica, l’uso di un simbolo per identificare lo zero. Secondo Beatrice Lumpkin nel papiro viene utilizzato il simbolo ieratico “nfr” per rappresentare lo zero.

Va detto che già in precedenza Faulkner, ed in modo leggermente diverso Allen, notarono che il termine “nfr” era stato usato in alcune costruzioni architettoniche facendo riferimento al livello terra. Questo induce a pensare che con “nfr” si volesse rappresentare appunto il livello zero. Nei suoi conteggi lo scriba Neferhotep usa lo stesso segno “nfr” per indicare “zero resto” nelle sue operazioni aritmetiche.

Fonti e bibliografia:

  • William Christopher Hayes, “L’Egitto dalla morte di Ammenemes III a Seqenenre II – Il Medio Oriente e l’Area Egea”, Cambridge University 1973 (Il Saggiatore, Milano 1975) 
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, 2003
  • Pascal Vernus e Jean Yoyotte, “Dizionario dei Faraoni”, Edizioni Arkeios, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
  • Kim Ryholt, “La situazione politica in Egitto durante il secondo periodo intermedio”, Istituto Carsten Niebuhr, Copenhagen: Museum Tusculanum Press, 1997
  • Kim Ryholt, “Un presunto re asiatico in Egitto con relazioni con Ebla”, Bollettino delle scuole americane di ricerca orientale 311, 1998
  • John Wilson, “Egitto – I Propilei”, Monaco di Baviera 1961 (Arnoldo Mondadori, Milano 1967)
  • Miguel J. Canora, Amigos de la Egiptologia, “Il papiro Boulaq 18”, Web, art. di giugno 2008
  • Amigos de la egiptologia, “Boletin informativo, anno VI, numero LIX, giugno 2008 Beatrice Lumpkin, “Mathematics used in egyptian construction e bokkeeping”, The mathematical intelligencer, 2002
Amarna, Mai cosa simile fu fatta

TESTA DI REGINA

Di Grazia Musso

Quarzite giallo-bruna, altezza cm 18
Menfi, palazzo di Merenptah
Spedizione della University of Pennsylvania 1915
Museo Egizio del Cairo – JE 45547.

Questa testa fu rinvenuta sotto le fondamenta del palazzo di Merenptah, e raffigura Nefertiti.

La testa faceva parte di una statua composita.

In origine gli occhi e le sopracciglia erano incastonati.

Un tenone corto e largo al di sopra della fronte serviva da incastro per la corona.

Una linea sulla fronte indica che vi era applicata una banda, che scendeva affiancando la aperte anteriore delle orecchie.

Purtroppo il reperto è rotto dalla metà superiore del collo, e il naso è è le orecchie sono danneggiate.

Gli occhi e le sopracciglia terminano con le estremità affilate, i margini superiori delle palpebre sono disegnati da una linea profonda, che crea un contorno arrotondato, accentuato da una seconda linea lungo quelli inferiori.

Lo spesso labbro superiore è a doppio arco, proporzionato a quello inferiore.

Lo stile e l’esecuzione sono quelli che si ritrovano anche in altri ritratti rinvenuti nel laboratorio dello scultore Djehutymes a Tell el-Amarna

Fonte

I tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – F. Tiradritti – foto Arnaldo De Luca – Edizioni White Star

Amarna, Mai cosa simile fu fatta

TESTE DI PRINCIPESSE

Di Grazia Musso

Quarzite
Tell el-Amarna, laboratorio di Djehutymes
Scavi di L. Borchardt 1912
Museo Egizio del Cairo

Le “famose” teste delle principesse, figlie di Akhenaton e Nefertiti, soggetto delle più disparate teorie e malformazioni…. sono state ritrovate nel laboratorio dello scultore Djehutymes a Tell el-Amarna.

A prima vista colpisce soprattutto la dolicocefalia, cioè la deformità dei crani, estremamente allungati.

L’ipotesi di una malformazione congenita non è più ritenuta adeguata a spiegare quella che appare una scelta artistica.

La testa allungata sarebbe messa in relazione con la nozione delle principesse come incarnazione della creazione divina, seguendo il prototipo delle raffigurazioni paterne.

Testa di una principessa amarniana, probabilmente Meritaton. 
Museo Egizio, Il Cairo – JE 44869

La giovinezza è messa in risalto dalla rotondità infantile sotto il mento.

Le fanciulle ritratte evidenziano grandi occhi bistrati, orecchie sporgenti e labbra carnose, come è consueto nella ritrattistico del genere, dovendosi fondere elementi veristici della persona e status sociale.

 
Nuovo Regno, periodo Amarna, XVIII dinastia, 1345 a.C. circa Altes Museum di Berlino, numero di catalogo: 21223. Donazione di James Simon nel 1920.

Fonti

I tesori dell’Antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

Tesiri egizi nella collezione del museo del Cairo – F. Tiradritti – foto Arnaldo De Luca – Edizioni White Star

Amarna, Mai cosa simile fu fatta

L’ARTE DEL BASSORILIEVO

Di Franca Loi

Profilo di Akhenaton (?).
Calcare, Rilievo cavo .
Amarna, c. 1340 a.C. – Museo Egizio di Berlino

Quest’arte costringe lo scultore a lavorare su una profondità ridotta, mentre restituisce l’impressione visiva del volume, nelle sue cavità più chiare e nelle sue sfumature più sottili.

Ma tra l’altorilievo che risalta completamente dal fondo e il bassorilievo che risalta pochissimo sullo sfondo, gli egizi scolpirono il “rilievo cavo”, dove la figura o è completamente scavata, o la figura è inscritta: uno schema profondo, per facilitarne la lettura.

È il caso del ritratto di Akhenaton su pietra calcarea, dal Museo di Berlino.

FONTE:

ARTE EGIZIA ANTICA

Amarna, Mai cosa simile fu fatta

AKHENATON E LA FAMIGLIA

Di Grazia Musso

La volta scorsa abbiamo visto le caratteristiche fondamentali dell’arte amarniana : i colossi del faraone, dall’aspetto inquietante sono il risultato della reazione di Akhetaton alla perfezione estetica raggiunta sotto il regno paterno.

Ha rotto gli schemi, stabilendo nuovi canoni, esagerando le caratteristiche somatiche della famiglia reale.

Questi colossi “deformi” del re, sono il frutto degli anni tebani e che furono rigettatati in seguito da Akhetaton stesso, che li fece rimuovere e seppellire sotto il tempio per cui erano stati creati.

Dopo questi primi anni l’arte si avvia alla sua maturità nella nuova capitale Amarna.

Le tecniche costruttive si distinguono per la fretta con cui fu edificata la città, manca la cura nella fabbricazione.

Ad Akhetaton spariscono le statue delle divinità domestiche per essere sostituite da piccoli altari che possedevano una stele dove era raffigurata la famiglia reale in attività quotidiane.

La famiglia reale fa da intermediario fra il dio e l’uomo e nelle raffigurazioni I suoi membri sono i soli a donare offerte ad Aton

Le immagini del quotidiano, o spirito di amore universale donato da Aton che permea le scene dell’intimita familiare del faraone.

La famiglia reale a tavola o con le figlie sono una parentesi che non tornerà più nell:arte egizia.

Nefertiti, la grande sposa reale è celebre soprattutto per la sua bellezza, immortalata negli splendidi busti rinvenuti nello studio dello scultore Tutmosis, ad Amarna che sono fra le più belle opere in assoluto.

Fu la regina che più si trovò sullo stesso piano del faraone, la si trova sui monumenti assieme allo sposo in tutte le cerimonie ufficiali, una raffigurazione la ritrae, cosa eccezionale, in atto di massacrare i nemici.

Anche le raffigurazioni della sua vita privata sono eccezionali e rappresentano una caratteristica dell’arte amarniana: la regina non appare solo solo nelle cerimonie ufficiali, ma in tutti gli aspetti della vita di corte.

Di Akhetaton e Nefertiti sono note sei figlie, esistono numerosi ritratti delle principesse provenienti dalle sculture e soprattutto dai bassorilievi di Amarna

I rilievi e i ritratti delle principesse sono di una bellezza inquietante per particolarità che mostrano.

Grazie all’intenso lavoro condotto dagli archeologi tedeschi e inglesi a Tell El-Amarna, è stato possibile portare alla luce una serie eccezionale di opere d’arte.

Tali ritrovamenti consentono di ricomporre un quadro soddisfacente dell’evoluzione artistica di Akhenaton.

Appare con chiarezza che a una fase iniziale a Karnak è Tell-el-Amarna, caratterizzatada un estremo dogmatismo dei canoni iconografici, subentrano tendenze estetiche più misurate e idealizzate.

Verso la fine del regno di Akhenaton emerse poi una nuova tendenza stilistica, segnata dalla volontà di mantenersi il più fedele possibile ai canoni naturalistici.

Alcuni degli esempi più significativi delle ultime fasi provengono dallo studio dello scultore Thutmosi, tra questi il famosissimo busto di Nefertiti e numerosi ritratti delle figlie, oltre a suggestive maschere e teste di gesso, che con i loro tratti naturalistici, possono essere considerate indizi di una mutata immagine dell’uomo.

Fonte

Egitto la terra dei faraoni – Regine S hulz e Matthias Seidel – konemann

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Amarna, Mai cosa simile fu fatta

NEFERTITI IN ADORAZIONE DI ATON

Di Franca Loi

Da Karnak, XVIII dinastia
Arenaria
New York Metropolitan Museum of Art – Collezione J.Josephson.

Questo rilievo, ad incavo, è caratteristico dell’epoca amarniana perché mette in risalto le figure illuminate dai raggi solari nei templi a cielo aperto.

Qui vediamo Nefertiti in adorazione dell’ Aton; il disco solare con i suoi raggi in via la vita (il segno ankh alle radici) alla regina.

Il profilo della regina appare eseguito nello stile dei primi anni di Akhenaton, con i tratti esageratamente marcati.

E' un male contro cui lotterò

LE MALATTIE CARDIOVASCOLARI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

I SINTOMI

Entriamo ora in uno dei campi più controversi e complicati della medicina egizia: le malattie cardiovascolari.

Sappiamo infatti che gli Egizi non compresero mai appieno il sistema circolatorio, anche se sapevano che “il cuore (“haty”) parla al corpo” attraverso i “metu” (vasi) – vedi https://laciviltaegizia.org/…/come-il-cuore-parla-al…/ – ma sappiamo anche l’importanza che il cuore aveva nel pensiero egizio.

Al cuore veniva data la massima importanza, sia in questa che nell’altra vita come ben sappiamo. Qui la descrizione della psicostasia dal Papiro dei Morti di Hunefer

Anche se il cuore normalmente veniva reinserito nel corpo mummificato, purtroppo i reperti giunti fino a noi sono stati poco utili per definire l’incidenza di tali patologie, e come al solito i termini tecnici usati nei papiri medici rimangono spesso oscuri – e forse erano oscuri anche per i medici del Nuovo Regno, tanto che un intero capitolo del Papiro Ebers, l’855, spiega a cosa si riferiscono dei vocaboli evidentemente antichi. Infatti, mediante l’osservazione ed il loro tipico modo di “raccontare” gli eventi, scopriamo che i medici egizi fin dall’Antico Regno avevano individuato diverse patologie cardiovascolari.

Sappiamo così ad esempio che “wegeg” è la debolezza del cuore dovuta all’età, e “amed” è la mancanza di pulsazioni.

L’enorme rischio di errore consiste nel “modernizzare” la medicina egizia e dare per scontate cose che per gli antichi medici non lo erano affatto. Nonostante questo, arrischiamoci a vedere le corrispondenze più significative.

ARITMIA CARDIACA

Il “cuore che danza” (Ebers 855n) potrebbe essere un modo di definire l’aritmia cardiaca (battito troppo lento, troppo veloce o irregolare); quello che non coincide è però la spiegazione nel Papiro Ebers: “il cuore si muove dalla parte sinistra del petto”, cioè il battito si sposterebbe dalla posizione normale.

Il “cuore che danza”, un’aritmia con extrasistole in un moderno ECG

FIBRILLAZIONE VENTRICOLARE

La fibrillazione ventricolare avviene quando il segnale elettrico che fa contrarre i ventricoli si irradia in maniera scoordinata a casuale. Gli Egizi lo descrivono così: “Quando il cuore è malato, svolge male il suo lavoro; i vasi che si irradiano dal cuore diventano talmente deboli che non puoi sentirli…Se il cuore trema, ha poca forza e cede, la malattia avanza”.

Il ritmo normale (sopra) a paragone con la fibrillazione ventricolare (sotto): “il cuore svolge male il suo lavoro; i vasi che si irradiano dal cuore diventano talmente deboli che non puoi sentirli…”

INSUFFICIENZA CARDIACA CONGESTIZIA

La debolezza del battito che conduce all’accumulo di sangue nelle vene e nei polmoni viene descritto come “Il cuore è invaso dai liquidi…allagato dal sangue che lo comprime” (Ebers 854k e 855b). Un’altra espressione collegata, “c’è del liquido in bocca” è stata associata all’edema polmonare con un essudato nei polmoni. La difficoltà del battito viene espressa in un modo straordinario: “il cuore è smemorato come chi pensa ad altro” (Ebers 855z)

INSUFFICIENZA CORONARICA

“Il cuore è debole. Un vaso chiamato “il ricevente” è quello che lo provoca. È questo vaso che dà acqua al cuore” (Ebers 855c). Il vaso che fornisce “acqua” sembrerebbe riferito alle coronarie, che per un’occlusione non forniscono più nutrimento al muscolo cardiaco.

Una moderna TAC cardiaca che evidenzia perfettamente le coronarie, il “vaso ricevente” dei medici egizi
“Il cuore è debole…” Restringimento su una coronaria discendente anteriore, al giorno d’oggi trattata in angioplastica

INFARTO

“Se esamini un uomo per una malattia al cuore e ha dolori alle braccia, al petto e a un lato del cuore…è la malattia “wadj”. Qualcosa è entrato nella sua bocca. La morte si avvicina.” A parte l’errore nella “causa”, è difficile qui non vedere alcuni tra i sintomi più comuni dell’infarto del miocardio. L’irradiazione del dolore al braccio sinistro era sempre sottolineato, tanto che gli Egizi chiamavano l’anulare sinistro “il dito del cuore”.

Infarto emorragico della parete posteriore del ventricolo sinistro con la rottura della parete stessa e morte sopravvenuta per emopericardio. Sicuramente in questo caso “la morte si è avvicinata” molto velocemente

CARDIOMIOPATIA DILATATIVA

“La debolezza è sorta nel suo cuore. Ciò significa che si inarca fino ai confini del polmone e del fegato. Lì accade che i suoi vasi diventino sordi, caduti a causa del loro calore” (Ebers 855d). L’immagine del cuore che si estende oltre il normale richiama immediatamente la cardiomiopatia dilatativa, quando la cavità cardiaca si allarga per la perdita di forza di contrazione del muscolo cardiaco, riducendo così in maniera sensibile la capacità che ha il cuore di pompare il sangue (“i vasi diventano sordi”, ossia non pulsano più).

In questa immagine però altri studiosi hanno individuato i sintomi degli aneurismi aortici

“(il cuore) si inarca fino ai confini del polmone e del fegato. Lì accade che i suoi vasi diventino sordi…” L’ingrossamento del cuore ma con l’assottigliamento delle pareti del ventricolo sinistro nella cardiomiopatia dilatativa

LE EVIDENZE

La testa di Ramses II, che secondo Cyril Bryan (il medico dell’Universiyty College di Londra che tradusse in inglese il papiro Ebers dalla versione in tedesco originale) mostra evidenze di arterie calcificate. La mummia di Ramses è stata una delle più studiate sia per la sua importanza storica che per l’ottimo stato di conservazione.

Fare supposizioni sull’incidenza di una patologia nelle antiche civiltà è molto speculativo, visto che i reperti sono sempre limitati, spesso danneggiati dalla decomposizione e rappresentano solo una parte della popolazione. Con gli Egizi il clima e la mummificazione aiutano un po’, ma si è dovuto aspettare lo sviluppo della microscopia elettronica e dell’istochimica per avere dati più certi. Anche se le prime scoperte risalgono addirittura al 1850 con Johann Czermach, che effettuò l’autopsia sulla mummia di un’anziana donna conservata a Vienna, fu infatti Marc Ruffer ad essere un pioniere in questo campo intorno al 1910, studiando una grande quantità di mummie prevalentemente del Nuovo Regno e del III Periodo Intermedio.

Sezione dell’arteria peroneale posteriore di una donna vissuta durante la XXI Dinastia (colorazione Van Gieson) con evidenziati (“b”) le placche calcificate. Dal lavoro originale di Ruffer (“On arterial lesions found in Egyptian mummies (1580 BC—525 AD).” The Journal of Pathology and Bacteriology 15.4 (1911): 453-462.”)
Sezione dell’arteria ulnare di una donna vissuta durante la XXI Dinastia (colorazione Van Gieson) con evidenziati (“a” e “d”) le placche calcificate e con “b” il rivestimento muscolare anch’esso calcificato. Dal lavoro originale di Ruffer (“On arterial lesions found in Egyptian mummies (1580 BC—525 AD).” The Journal of Pathology and Bacteriology 15.4 (1911): 453-462.”)

Grazie anche al suo lavoro sappiamo quindi che anche gli Egizi – o almeno le persone più abbienti – soffrivano di aterosclerosi. Se non ci stupisce che Ramses II alla sua veneranda età avesse le arterie con significative calcificazioni e che suo figlio Merenptah avesse un’aorta che era ormai rigida come il legno, ci potrà sorprendere che Lady Teye, una donna vissuta all’epoca della XXI Dinastia e morta all’età di 50 anni, ritrovata a Deir-el Bahari, avesse la valvola mitralica già calcificata, le coronarie occluse e l’aorta con ateromi nodulari. 

Calcificazioni a livello delle arterie poplitee nelle gambe di Ramses II

Sezione dell’aorta di Merenptah, con le lamelle muscolari dell’intima media inframezzate da depositi di fosfato di calcio, nel disegno originale di Shattock del 1909 (A Report upon the Pathological Condition of the Aorta of King Menephtah, traditionally regarded as the Pharaoh of the Exodus. Proc R Soc Med. 1909;2(Pathol Sect):122-7

In tempi più moderni diversi istituti, tra cui il Manchester Project e il Pennsylvania Museum, hanno lanciato progetti di ricerca paleopatologica sulle mummie egizie. Lo stesso Museo Egizio del Cairo si è dotato di una TAC per esaminare le mummie custodite (a volte con esiti molto controversi, come abbiamo visto per Tutankhamon).

La TAC allestita nei pressi del Museo Egizio del Cairo, in questo caso durante l’esame di Esankh, un sacerdote vissuto nel III Periodo Intermedio (1070-712 BCE9 e deceduto intorno ai 35 anni di età
Placca ateromatosa calcificata sull’aorta addominale di Tjanefer, un altro sacerdote del III Periodo Intermedio

Nel 2010 lo “Studio Horus”, esaminando 42 mummie conservate al Museo Egizio del Cairo e vissute dal Medio Regno alla dominazione romana, ha trovato una percentuale sorprendentemente elevata di lesioni cardiovascolari (20/42, quasi il 50%); da notare però che l’età media alla morte di queste persone era superiore rispetto a quelle apparentemente sane da questo punto di vista. È probabile quindi che lo status sociale delle prime garantisse comunque una aspettativa di vita più lunga.

Placca ateromatosa calcificata sull’aorta addominale di Tjanefer, un altro sacerdote del III Periodo Intermedio
La stessa persona mostra anche una grave compromissione di entrambe le carotidi
A sinistra: calcificazione completa a livello della valvola mitralica nel cuore di una donna vissuta nel Nuovo Regno e morta a circa 45 anni a confronto con quella di una paziente moderna, a destra

Con le moderne tecnologie la percentuale di persone dell’Antico Egitto con problemi cardiovascolari sembra quindi essere inaspettatamente elevata. La dieta non doveva favorire tali patologie, se non nelle classi più abbienti (e molte mummie appartengono a queste classi sociali); gli studiosi stanno ipotizzando che il ruolo delle infiammazioni dovute ai parassiti o alle infezioni croniche (come tubercolosi e malaria) possa essere stato fondamentale.

Lady Rai, una dama di corte della regina Ahmose Nefertari e probabilmente tutrice di Amenhotep I, vissuta all’inizio della XVIII Dinastia e morta a circa 45 anni di età
L’arco aortico di Lady Ray mostra una placca ateromatosa calcificata, una dimostrazione che la vita di corte – con possibilità alimentari molto ricche e lo stress della corte faraonica – potesse avere un impatto negativo sulla salute anche delle donne.
Il cuore di Lady Rai, rimesso al suo posto nel processo di mummificazione, mostra i probabili segni di un infarto del miocardio sulla parete posteriore.

I RIMEDI

Un’intera sezione del Papiro Ebers (854-856) è dedicata al cuore ed ai “metu”, i vasi che dal cuore si irradiano per tutto il corpo e si ricongiungono nella medicina egizia a livello dell’ano. La sezione è talmente importante da essere definita “la conoscenza segreta del medico” come abbiamo visto qui: https://laciviltaegizia.org/2022/10/13/il-cuore/. È qui che si trovano descritte tutte le condizioni patologiche del cuore ma, curiosamente, non vi è descritto alcun rimedio per la maggior parte di esse, né medico né chirurgico.

La cipolla: ipoglicemizzante, diuretica, stimolante, fibrinolitica, battericida, antielmintica ed antispastica. La medicina egizia ne faceva un grande uso.

Le prescrizioni sono invece sparse nelle altre sezioni del papiro, spesso con difficoltà ad identificare gli ingredienti; è però interessante sapere come l’osservazione empirica aveva portato ad utilizzare spesso principi naturali corretti e tuttora in uso. Il rimedio più comune per ogni patologia del cuore è formato da miele, latte ed acqua (probabilmente il miele forniva l’energia dagli zuccheri che contiene per sostenere comunque il paziente). Nei casi più ostinati si ricorreva a cipolle, sedano, birra dolce, datteri ed una misteriosa pianta “jbw”.

Le patologie cardiache più gravi, indicate come “il cuore che danza”, “il cuore che dimentica” ed il dolore acuto al petto prevedevano invece:

  • Fichi (1/8)
  • Piante “jeneset” (1/8)
  • Frutto “sese” (1/8)
  • Sedano (1/16)
  • Ocra (1/16)
  • Miele (1/32)
  • Acqua

Mentre per l’infarto, oltre a tre piante sconosciute si usava il timo e grani rossi di semi di senape, bolliti in olio – sfruttando l’effetto vasodilatatore, con l’avvertenza di non ripetere mai la somministrazione al paziente.

Noi suggeriremmo di rivolgersi al pronto soccorso più vicino, ma se volete provare, non ci assumiamo responsabilità…

In generale il fico (anticoagulante), la cipolla (diuretica e antiaggregante), il sedano (diuretico), il coriandolo (stimolante ed antispastico), il cumino (stimolante), l’ocra e l’uva sono gli ingredienti più ricorrenti per i rimedi legati al cuore ed ai “metu”. Soprattutto sedano, cipolla ed uva sono tra i diuretici naturali noti, e probabilmente era dovuta a questa attività il loro beneficio terapeutico.

Il fico; la ficina contenuta è un anticoagulante naturale, digerendo la protrombinasi

Per le infiammazioni che si estendono dal cuore (“il petto brucia”) la cura prevista è formata da:

– Datteri freschi

– Frutto del sicomoro

– Foglie della pianta “kaka” (che ignoriamo quale sia)

mescolati con acqua a formare una poltiglia, da cui strizzare il succo e farlo bere al paziente per quattro giorni.

Il frutto del sicomoro, l’albero sacro a Iside.

Mentre se sono coinvolti i vasi delle gambe (“dolore attraverso le cosce e le gambe tremano”) il papiro suggerisce una miscela di latte fresco, assenzio e natron, da far bollire e far bere al paziente sempre per quattro giorni. Da notare che secondo alcuni studiosi questo passaggio si riferirebbe alle vene varicose.

Il sedano, diuretico grazie all’acido glicolico contenuto

Se invece il dolore è intorno alle spalle e le dita tremano, secondo il papiro è “una secrezione” (o “ghiandole ingrossate”) da combattere facendo vomitare il paziente con “pesce nella birra” e con carne o pianta “djs” (sconosciuta anch’essa finora) legando le sue dita con i viticci della cosiddetta zucca-bottiglia (Lagenaria siceraria), dopo di che “il paziente starà meglio”.

La zucca-bottiglia, i cui viticci dovevano essere utilizzati per legare le dita dei pazienti affetti da tremore alle mani dovuta ai “metu” delle braccia – chissà poi perché…

Se da un lato ci può far sorridere l’approccio medico, è sorprendente come fossero già riconosciute le proprietà terapeutiche di alcune sostanze e la loro applicazione. Vedremo invece nelle pratiche chirurgiche il trattamento degli aneurismi.

Amarna, Mai cosa simile fu fatta

MODELLO PER SCULTORE

Di Grazia Musso

Calcare, Altezza cm 23, Larghezza cm 3q
Tell el-Amarna, Scavi di Pendle bury
Museo Egizio del Cairo – JE 59294

Come molti reperti provenienti da Tell el-Amarna, anche questa lastra di calcare è stata oggetto di numerose ipotesi, soprattutto miranti a dare un nome ai due visi incisi.

La lastra, secondo una pratica che in Egitto trova riscontri fino in età tolemaica, fu realizzata da uno scultore per esercitazione e va quindi intesa non come opera incompiuta, quanto piuttosto come un’esercitazione.

Soltanto la parte superiore di un lato della lastra risulta incisa ad incavo.

Il volto di destra raffigura un personaggio maschile che indossa il nemes con ureo sulla fronte, l’artista non ha tenuto conto della prossimità del bordo superiore e così la testa del serpente è mancante.

Gli occhi, a mandorla ed estremamente sottili, sono racchiusi da palpebre pesanti.

Il naso è lungo, la bocca carnosa è il mento sporgente, le orecchie hanno i lobi forti e il collo lungo e sottile.

Le stesse caratteristiche si riscontrano anche nel profilo di sinistra, che appare però deformato rispetto a quello di destra.

Sia il naso che il mento sono esageratamente allungati e conducono a uno sviluppo in verticale del viso, ancora più evidente il nemes, il cui lato posteriore è appiattito a causa della vicinanza del bordo della lastra.

L estrema somiglianza dei due volti non lascia dubbi che rappresentino la stessa persona, quasi sicuramente Akhenaton.

La duplice raffigurazione può essere spiegata come il tentativo dell’artista di padroneggiare un tipo di ritrattistica che non gli era familiare.

Il problema sviluppato in questo modelli per scultore potrebbe essere quello di passare da un ritratto del sovrano assai vicino al vero (quello di destra) a uno maggiormente consono ai canoni di un’arte incentrata sull’esasperazione della linea che delimita la figura umana.

Questa lastra sarebbe stata realizzata nella prima parte del regno di Akhetaton, quando i dettami stilistici derivati dalla riforma religiosa e culturale del sovrano erano ancora in fase di elaborazione.

Fonte

Tesori egizi nella collezione del Museo del Cairo – F. Tiradritti – foto Arnaldo De Luca – Edizioni White Star

Kemet Djedu

LA COPPA DEI DESIDERI (KV62)

Di Livio Secco


Il calice a forma di loto descritto QUI da Ivo prezioso è uno dei reperti più belli trovati nella KV62 di Tutankhamon.


Purtroppo, come spesso affermo durante le lezioni o conferenze, dico che la tomba, pur ricca di manufatti preziosi e pregiati, è poverissima di informazioni storiche e di documentazioni scritte.
Al filologo resta nulla o pochissimo per lavorare. Soltanto le iscrizioni parietali e quelle poste sui manufatti dalle quali si derivano poverissime informazioni su quello che certamente è stato uno dei periodi storici più particolari della civiltà egizia.


Spero che troviate interessante questo contributo. Come al solito ho aggiunto la fonia per la lettura dei geroglifici. All’epoca della pubblicazione non usavo ancora la codifica IPA.

C'era una volta l'Egitto, II Periodo Intermedio

LA XIII DINASTIA – PARTE 1

DA UGAF A AMENEMHAT VII

Di Piero Cargnino

Voglio anticipare eventuali osservazioni che possono arrivare dai più esperti egittofili riguardo alla sequenza ed ai nomi dei vari faraoni della XIII dinastia che tratteremo ora e delle seguenti, fino alla XVII. Va precisato che gli stessi egittologi non concordano ne sulla sequenza ne sui nomi, come abbiamo detto tutto ciò che riguarda  questo periodo della storia egizia è frutto di interpretazioni delle scarse fonti storiche che ci sono pervenute e per quanto riguarda i nomi dipende dagli studiosi che li hanno pubblicati. Cerchiamo, per quanto possibile di districarci in questo coacervo di regnanti, per la maggior parte locali e soprattutto contemporanei tra di loro e tra le varie dinastie che caratterizzano il Secondo Periodo Intermedio. Per quanto mi riguarda sto seguendo un paio di liste che in parte concordano, prendetela così.

La XIII dinastia è la prima del Secondo Periodo Intermedio e copre un arco di tempo di circa 120 – 150 anni durante i quali si sono succeduti, secondo Manetone 60 re in un periodo di circa 453 anni, come abbiamo già detto con la frantumazione del potere centrale sicuramente ogni nomarca si eresse a sovrano, anche se solo del proprio territorio, per cui assistiamo al sorgere di dinastie locali che regnarono contemporaneamente, questa potrebbe essere la ragione che trasse in inganno Manetone il quale attribuì alla XIII dinastia un periodo così lungo ed un numero così alto di sovrani. Gli studiosi pensano che i sovrani furono in realtà circa 50, per un periodo di circa 120 anni. Cerchiamo ora di scoprire chi furono questi sovrani che solo il Canone Reale di Torino ci elenca; in realtà esiste un certo numero di sovrani conosciuti solamente da reperti archeologici i cui nomi non sono collegabili, o inseribili, all’interno della sequenza definita dal Canone Reale. È possibile che molti nomi appartengano a sovrani i cui cartigli si trovavano nelle parti illeggibili, o del tutto perse, della colonna 7 del Canone Reale. La successione che ci fornisce il Canone Reale viene però messa in dubbio da parecchi studiosi che propongono sequenze diverse facendo riferimento all’accorpamento di alcuni nomi della lista di epoca ramesside. Nell’affrontare questo ingrato compito, tenuto conto dell’estrema complessità del periodo in questione e l’assenza di informazioni come possibili fonti di ulteriori errori, non mi perderò a cercare quale sia la sequenza corretta, se mai è stato possibile stabilirla, ma seguirò quella da me trovata. Molti di questi nomi, assegnati alla XIII dinastia potrebbero invece appartenere alla XVII dinastia, che gli successe (almeno per l’Alto Egitto), ingenerando quindi valutazioni falsate tali da rendere incerta ed opinabile qualsiasi conclusione. Iniziamo ora a scoprire questi sovrani

UGAF (HOR SEKHEM-NETJER)

Di lui conosciamo molto poco non sappiamo se la sua successione a Nefrusobek avvenne per diritto di nascita o per aver sposato la regina. Nel Canone Reale dovrebbe corrispondere a quello che  compare nella  posizione 6.5 (dovrebbe, in questi casi il condizionale è sempre d’obbligo). Troviamo il suo nome anche nella lista di Karnak e su alcune stele provenienti da Tebe. Da iscrizioni coeve sappiamo che la sua capitale era ancora Ity Tawy. Alcuni storici fanno risalire all’inizio del suo regno il distacco dal governo centrale del 6º distretto dell’Alto Egitto che fissa la sua capitale a Xois, qui, secondo Manetone, si insedieranno i sovrani della XIV dinastia.

SEKHEMKARA AMENEMHAT-SENEBEF (HOR MEHIBTAWY)

Secondo sovrano della XIII dinastia (forse), anche il suo nome è quasi del tutto illeggibile sul Canone Reale nel quale compare come durata del suo regno “6 anni” scritto in rosso e preceduto da un’altra indicazione andata persa. Per lui ci sono conferme archeologiche consistenti in iscrizioni provenienti da Asyut e Semna, una statua da Elefantina ed altri ritrovamenti minori. Di certo si sa che durante il suo regno non vengono più effettuate le registrazioni del livello di piena del Nilo, da ciò si deduce che si sia verificato qualche sconvolgimento politico e sociale di cui però non si sa nulla. Ancorché molto rovinato in questo punto il Codice Reale pare riportare, dopo Amenemhat-Senebef, sei anni di assenza di sovrani registrati con inchiostro rosso.

AMENEMHAT V  (HOR SANKHTAWY) 

Dopo il periodo vuoto di sei anni, compare il nome di questo sovrano che si viene a trovarsi al terzo posto nella XIII dinastia (in realtà potrebbe essere il quarto se i sei anni vuoti accogliessero un ulteriore nome). Il suo nome si trova nella riga 6.7 del Canone Reale come “….menemhat” e viene interpretato come Amenemhat V. Il quasi certo (anche in assenza di prove dirette) distacco del 6º distretto dell’Alto Egitto dal governo centrale ci porta a credere che questo portò ad un governo contemporaneo di due entità diverse, la XIII e la XIV dinastia.

SEHETEPIBRE I

Come per molti altri sovrani di Sehetepibre I non conosciamo nulla, si sa solo che regnò per un solo anno. Seppure inserito nella lista del Canone Reale, secondo Kim Ryholt, sarebbe stato inserito per un errore dello scriba per cui Sehetepibre I sarebbe lo stesso Sehetepibre che troviamo nella posizione 6.12 del Canone. La sua affermazione sarebbe supportata dal fatto che il sovrano viene definito come “figlio dell’asiatico” in quanto il suo predecessore, come vedremo in seguito, fu Ameny Kemau (Hetepibra) ad essere definito “Ameny l’Asiatico”.

SEHETEPIBRE II  IUFNI

Con questo oscuro sovrano i dubbi sono ancora maggiori, Sehetepibre II (Hotepibre Qemau Siharnedjheritef), secondo alcuni studiosi sarebbe lo stesso Sehetepibre I solamente ripetuto. Nonostante ciò gli egittologi Kim Ryholt e Darrell Baker lo considerano il re della dinastia che regnò da uno a cinque anni, forse tre anni, dal 1791 a.C. fino al 1788 a.C. gli egittologi Jürgen von Beckerath e Detlef Franke lo considerano invece come il nono re della dinastia. 

AMENEMHAT VI

Amenemhet VI (Seankhibre Ameny Antef), come la maggior parte dei re della XIII dinastia, questo sovrano potrebbe aver regnato per un breve periodo che viene stimato in 3 anni o anche meno, a seconda dello studioso che si consulta. Di lui sono stati rinvenuti alcuni manufatti contemporanei ed il suo nome compare in due diverse liste di re. Alcuni egittologi lo collocano all’interno di una famiglia più ampia di faraoni dove compaiono Amenemhat V, Ameny Qemau, Hotepibre Qemau Siharnedjheritef e Iufni.

SEMENKARE NEBNUNI

Nel Canone Reale di Torino compare solo il suo nome nella colonna 7, linea 11 (nel suo libro Gardine lo colloca nella colonna 6, linea 11). Di lui è stata ritrovata una stele di terracotta che mostra, da un lato, il re davanti al dio Ptah “….a sud delle sue mura……” (epiteto menfita rivolto al dio), dall’altro lato il re è davanti a Horus “…….signore dei paesi stranieri…….”. Oltre al nome di  Semenkarê Nebnoun la stele riporta anche i nomi di Nesout-bity (Semenkare) e Sa-Ra (Nebnoun). La stele proviene da Gebel el-Zeit nel Sinai dove si trovavano le miniere di galena. Secondo gli egittologi Darell Baker e Kim Ryholt, Nebnuni è stato il nono governatore della XIII dinastia.Di parere contrario sono Jurgen von Beckerath e Detlef Franke che lo collocano all’ottavo posto. Non si sa per quanto abbia regnato, una lacuna del papiro permette solo di leggere “…….e 22 giorni”. Baker e Ryholt gli attribuiscono 2 anni, a partire dal 1785 a.C. mentre gli egittologi Rolf Krauss, Detlef Franke e Thomas Schneider danno a Nebnuni solo 1 anno di regno nel 1739 a.C. La stele sopra citata prova che all’inizio della XIII dinastia il potere centrale era ancora in grado di organizzare spedizioni in Sinai alla ricerca di materiali da costruzione e la produzione di articoli di lusso.

AMENY KEMAU

Ameny Kemau o Ameny Aamu (Ameny l’Asiatico) il cui nome non compare nel Canone reale ma nella Sala degli Antenati di Karnak, Secondo alcuni egittologi potrebbe trattarsi di Amenemhat V (descritto sopra) anche se la cosa è molto incerta poiché diversi sovrani, nel medesimo periodo, sono citati con nomi analoghi.  

Le testimonianze che ci sono pervenute per questo sovrano sono come sempre scarse però, a differenza  di molti altri della XIII dinastia di cui è stato trovato ben poco, di Ameny Kemau è stata trovata la tomba.

Mentre si può affermare che con questa dinastia si è praticamente conclusa l’usanza di costruire piramidi, vista anche la breve durata del regno dei vari sovrani, Ameny Kemau tentò di fare un’eccezione.

In epoca recente l’egittologo inglese Aidan Dodson si è dedicato allo studio delle poche piramidi della XIII dinastia a tutt’oggi conosciute, una di queste è proprio quella di Ameny Kemau. Ad esso viene attribuito un complesso funerario rinvenuto a sud di Dashur ma che non fu mai terminato, forse per la breve durata del suo regno, già nelle fasi iniziali la piramide venne trasformata in mastaba.

Vediamo dunque chi fu Ameni Kemau. Il tracollo del Medio Regno non ci permette neppure di ipotizzare con un po’ di certezza chi furono i governanti di questa ultima parte. Ho volutamente scritto “governanti” perché allo stato attuale non siamo in grado di dire con certezza se Ameni sia stato un faraone nel vero senso della parola o solo uno dei tanti governanti.

Gli egittologi Kim Ryholt e Darrel Baker lo individuano come il quinto faraone della XIII dinastia e, pare, abbia governato per due anni una gran parte dell’Egitto ad eccezione della parte orientale del Delta. Fornirgli un’identità certa è quasi impossibile, secondo Ryholt il suo nume si dedurrebbe in una lacuna del Papiro di Torino prima del nome di Amenemhat, sono stati fatti anche molti tentativi per identificarlo con altri sovrani più noti dell’epoca ma la questione è ancora aperta.

Oggi rimane solo la parte interna della seconda piramide di Ameny Qemau (Egyptian Ministry of Antiquities)

Sempre Ryholt afferma che il nome di questo faraone andrebbe letto come ”Kemau, figlio di Ameni”, se così fosse si potrebbe ipotizzare un collegamento con gli Amen-emhat che lo hanno preceduto. Il suo nome compare anche su di un frammento di legno trovato nella sua piramide, compare inoltre su una targa di cui nessuno sa dove venne ritrovata, allo stato attuale si pensa ad un falso moderno.

Il complesso funerario di Ameni Kemau comprende numerose mastabe, probabilmente suoi parenti poiché appartengono tutte all’Antico Regno.

A scoprire la piramide nel 1957 fu Charles Arthur Musès la cui relazione di scavo non fu mai pubblicata, i dati di cui disponiamo sono quelli redatti da Rinaldi e Maragioglio nel 1959 in seguito ad una esplorazione superficiale, oggi non è più possibile approfondire perché il complesso è completamente insabbiato. A malapena si può stimare che misurasse 15 metri per lato. Un po meglio si è conservata la sottostruttura alla quale si accede da un ingresso situato sul lato orientale della piramide, dopo una scalinata di circa 14 metri il corridoio curva per tre volte prima di raggiungere la camera funeraria, anche qui è presente una massiccia barriera in quarzite lunga 3 metri, alta 2,80 metri con uno spessore di 80 centimetri.

L’immagine mostra l’interno della piramide prima delle esequie con i varchi tra i vani aperti e con la cripta scoperta – (Ph. by Franck Monnier)

La camera è costruita come le precedenti piramidi della XII dinastia, un gigantesco monolite calato in un vano sotterraneo nel quale venne ricavata un’incavatura per il sarcofago ed un’altra per la cassa dei canopi. Un pesante monolite dello spessore di sessanta centimetri, in parte rotto, fungeva da coperchio, il sarcofago ligneo in esso contenuto si trova al Museo Egizio del Cairo.

Ne il pesante coperchio ne la barriera impedirono ai saccheggiatori di profanare la tomba portando via tutto ad eccezione di alcuni frammenti dei canopi sui quali compariva il nome del sovrano. Recentemente, 2017, sempre nella necropoli di Dashur, a 600 metri di distanza dalla prima è stata scoperta una seconda piramide che riporta nuovamente il nome di Ameni Kemau. Nella camera sepolcrale è stata rinvenuta la cassa di legno che conteneva i vasi canopi sulla quale però non compariva il nome del faraone bensì quello della principessa Hatshepset citata come “figlia del re”, (nulla a che vedere con la più famosa Hatshepsut della XVIII dinastia). Si ha motivo di pensare che questa seconda piramide fosse stata costruita per un altro sovrano ma successivamente usurpata da Ameni Kemau per seppellire la propria figlia.

SEWADJKARE HOR

Sewadjkare Hor I compare nella colonna 7, riga 13 del Canone Reale come undicesimo sovrano che potrebbe aver regnato su una piccola parte dell’Alto Egitto contemporaneamente con Neferhotep II., secondo Schneider, Franke e von Beckerath sarebbe invece il decimo faraone della XIII dinastia.  Riguardo alla durata del suo regno questa non è deducibile dal Canone Reale in quanto la parte relativa agli anni è mancante, compaiono solo i giorni che secondo Ryholt sarebbero undici o quattordici, secondo alcuni regnò cinque anni, Gardiner gli assegna un solo anno. La maggior parte degli studiosi lo considera un sovrano effimero.

NEDJEMIBRA

Anche questo sovrano compare solo nel Canone Regio. Di lui però sono stati trovati due scarabei che riportano il suo nome, uno è stato rinvenuto nell’area di Menfi mentre il secondo pare provenga dalla Palestina, Hebron o Gerico. Se effettivamente la sua provenienza dovesse essere confermata ciò dimostrerebbe che a quell’epoca erano ancora attivi contatti con il Medio Oriente.

SOBEKHOTEP I KHAANKHRE

Questo sovrano potrebbe corrispondere a quello che troviamo nel Canone Reale nella colonna 6, riga 15 indicato come “Sobek [hote] pre”, c’è da dire però che questa identificazione è incerta e non trovando tutti concordi è tutt’ora dibattuta. Nella Lista degli Antenati di Karnak compare come  Khaankhre (Kha Ankh Ra), “Appare in gloria la vita di Ra”. Sobekhotep I, “Il dio Sobek è in pace “, lo troviamo anche in una piccola cappella, dedicata ad Osiride che sorgeva ad Abidos e su un frammento di colonna dove è inscritto il suo cartiglio. Il nome Horo di  Sobekhotep I significava “Colui che ha unito le Due Terre”, da ciò verrebbe da pensare che questo sovrano abbia almeno tentato di riportare un certo ordine nel potere centrale che ormai da decenni si andava frantumando, ma questa è solo un’ipotesi priva di fonti certe.

Al British Museum si trova una statua di granito (reperto BM 69497), un tempo facente parte della collezione Amherst, sul cui piedistallo compare un’iscrizione con il nome Khaankhre Sobekhotep. La solita disputa tra gli egittologi Ryholt e Baker, da una parte, che lo considerano il tredicesimo faraone della XIII dinastia e von Beckerath che lo vede come il sedicesimo faraone della dinastia. Il suo regno potrebbe essere durato dai tre ai quattro anni. Ryholt afferma inoltre che Sobekhotep I dovrebbe essere lo stesso Sobekhotep II che compare solo come Sobekhotep nel Canone Reale. Dodson ed altri, considerano invece Khaankhre Sobekhotep II e Sekhemre Khutawy Sobekhotep I due diversi sovrani della XIII dinastia.

RENISENEB

Renseneb, “Il mio nome è portatore di salute”, compare nel Canone Reale nella Colonna 7, riga 16 (secondo Gardiner alla colonna 6 riga 6) dove gli viene assegnato un periodo di regno di quattro mesi. Il suo nome compare anche su di un oggetto a lui contemporaneo, una perla di steatite smaltata che, prima di sparire del tutto, venne vista l’ultima volta nel 1929 da Percy Newberry in un negozio di antiquariato al Cairo. Su di essa compariva l’iscrizione: “Reniseneb Amenemhat, che dà la vita”. Secondo l’egittologo danese Kim Ryholt, già più volte citato, sostiene che questo doppio nome vada interpretato come “Reniseneb [figlio di] Amenemhat” dimostrando che era figlio di un re Amenemhat. Il regnante precedente col nome di Amenemhat a lui più vicino fu Seankhibre Ameny Amenyf Amenenhet VI (o V), che regnò circa 10 anni prima. L’analisi di Ryholt è contestata da alcuni egittologi perché si basa sull’assunto non dimostrato che i doppi nomi siano necessariamente nominativi filiali.

AUIBRE HOR  (HOR I)

Durante il biennio 1894-1895 l’egittologo francese Jacques de Morgan stava svolgendo una campagna di scavi presso la piramide di Amenemhat III a Dahshur quando, sul lato nord del recinto del complesso, rinvenne una decina di tombe a pozzo appartenute ai familiari del sovrano. Esplorando la prima partendo da est scoprì che era stata la tomba di un faraone del Secondo Periodo Intermedio. La tomba, ancorché violata fin dall’antichità, si presentava ancora sostanzialmente in buone condizioni, conteneva ancora il sarcofago parzialmente dorato contenente la mummia del sovrano, un naos con una statua, alcuni gioielli, due stele iscritte e diversi altri oggetti.. Di costruzione modesta, la tomba conteneva ancora la cassa, con i vasi canopi, sulla quale compariva il nome del proprietario, Hor, fino ad allora sconosciuto (il Canone Reale non era ancora stato completamente decifrato).

La statua citata è uno degli esempi più belli di arte egizia, riprodotti di frequente in quel periodo, essa rappresenta il “Ka di Hor I” oggi esposta al Museo Egizio del Cairo, (cat. JE 30948). Si tratta di una delle sculture lignee meglio conservate dell’antichità; ancorché trattasi di un genere molto comune nell’arte antico-egizia nessun’altra è giunta fino a noi in condizioni così perfette. Grazie alle iscrizioni sulla statua è stato possibile conoscere la titolatura completa del sovrano.

Successivamente venne rinvenuto un altro oggetto sul quale erano iscritti i nomi di Amenemhat III e di Hor. Il ritrovamento portò, in un primo momento, a pensare che Hor fosse stato coreggente di Amenemhat III e quindi ad attribuire Hor alla XII dinastia. Grazie anche a successivi ritrovamenti si giunse ad identificare Hor con il sovrano citato nel Canone Reale di Torino come Aut-ib-Rê (Auibre “La gioia di Ra”).

Il suo regno deve essere stato assai breve da non permettergli neppure di iniziare a costruirsi una piramide, che agli inizi della XIII dinastia era ancora un’usanza comune per i re, tanto che per la sua sepoltura si dovette ricorrere ad una tomba a pozzo già esistente e per giunta non regale.

Sicuramente lui, o chi per esso, usurpò la tomba a pozzo nel complesso funerario di Amenemhat III in epoca successiva. Nella tomba accanto a quella di Auibre fu sepolta la principessa Nubhetepet-Ikhered (“la giovane”), sua probabile figlia, che probabilmente andò in sposa al suo successore Amenemhat VII. Degli avvenimenti accaduti durante il breve regno di Auibre Hor I non abbiamo alcuna notizia.

AMENEMHAT VII  (SEDJEFKARA  KAY  AMENEMHAT)

Dopo Auibre Hor I il Canone Reale riporta il quindicesimo sovrano che gli succede al trono, Amenemhet VII (Appartiene allo spirito Amon è di fronte) il quale oltre che nel Canone compare anche sul piedistallo di una statua dedicata al dio Montu.

Lo troviamo ancora citato su alcuni sigilli cilindrici e scarabei, il nome di Amenemhet VII compare anche nella piramide della regina Khuit a Saqqara. Altro nome di Amenemhet VII è Sedjefkara Kay, Sedjefakara che vuol dire (Provvede il Ka di Ra) mentre secondo alcuni il “Kay” del nomen si potrebbe interpretare come “figlio di Kay”, a questo punto vorrebbe dire che non sia appartenuto  alla stirpe reale; l’indicazione del padre nel proprio nomen stava a significare che il sovrano non apparteneva alla linea diretta di discendenza ma era subentrato.

Se questa ipotesi dovesse corrispondere alla realtà si potrebbe presumere che la sua ascesa al trono sia il frutto del matrimonio con  Nubhetepet-Ikhered, figlia di Auibre Hor I suo predecessore. Sul nilometro di Semna compare una registrazione del livello di piena del Nilo che riporta la data del primo anno di regno di un sovrano chiamato “Diefa…..kara”, alcuni egittologi sostengono che potrebbe trattarsi proprio di Amenemhet VII.

Fonti e bibliografia:

  • Mark Lehner, “The Complete Pyramids”, London: Thames and Hudson, 1997
  • Darrell Baker, “The Encyclopedia of the Pharaohs”, Stacey International,,2008
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton editori, 2002 Ministero delle Antichità Egiziano
  • Rinaldi Celeste e Maragioglio Vito, “Note sulla piramide di Ameni Kemau”, Orientalia, Roma 1968
  • William Christopher Hayes, “L’Egitto dalla morte di Ammenemes III a Seqenenre II – Il Medio Oriente e l’Area Egea”, Cambridge University 1973 (Il Saggiatore, Milano 1975) 
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano, 2003
  • Manzini Riccardo, “Complessi piramidali egizi”, vol. III, “Necropoli di Dashur”, Ananke, 2009
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
  • Kim Ryholt, “La situazione politica in Egitto durante il secondo periodo intermedio”, Istituto Carsten Niebuhr, Copenhagen: Museum Tusculanum Press, 1997
  • Kim Ryholt, “Un presunto re asiatico in Egitto con relazioni con Ebla”, Bollettino delle scuole americane di ricerca orientale 311, 1998
  • John Wilson, “Egitto – I Propilei”, Monaco di Baviera 1961 (Arnoldo Mondadori, Milano 1967) Ministero delle Antichità Egiziano
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Biblioteca Storica Laterza, 2011