Nefertiti, Tombe, XVIII Dinastia

DOV’E’ SEPOLTA NEFERTITI

La teoria di Nicholas Reeves e le indagini sulla KV62.

Di Patrizia Burlini

Come sappiamo, le teorie sulla fine e identificazione della mummia di Nefertiti si sprecano, come ha già scritto Grazia Musso e altri nel gruppo.

Tra le teorie proposte negli ultimi anni, ha suscitato particolare scalpore nel mondo accademico e presso il grande pubblico, la teoria dell’egittologo inglese Nicholas Reeves.

A seguito dell’attento studio delle scansioni 3D ad alta risoluzione effettuate dall’organizzazione madrilena Factum Arte all’interno della tomba di Tutankhamon (KV62), per creare una replica della tomba, Reeves nota varie anomalie.

1- i muri Nord e Ovest della tomba mostrano delle irregolarità compatibili con i segni di due porte murate che indicano la possibile presenza di altre stanze retrostanti

2- la tomba è troppo piccola per essere la tomba di un faraone: ciò fa pensare che si tratti solo di una parte una sepoltura di dimensioni maggiori

3- la KV62, nelle sue dimensioni originali e maggiori, sarebbe stata costruita per una regina e una decina d’anni prima della morte di Tutankhamon, sarebbe stata utilizzata per Nefertiti/Smenkhara.

I rilievi geologici

  • Nel 2015 l’Egyptian Ministry of Antiquities autorizza l’esecuzione della scansione dei muro con un georadar (GPR) da parte del giapponese Hirokatsu Watanabe, che sembra confermare l’ipotesi di Reeves e la presenza di ambienti dietro i muri della tomba. La stampa comincia a parlare della possibile più grande scoperta del secolo.
  • Nel 2016 una seconda scansione effettuata dal team del geofisico americano Dean Goodman, per conto della National Geographic esclude tale ipotesi.
  • A febbraio del 2018 si procede quindi ad una terza analisi, da parte del Politecnico di Torino, con l’équipe diretta dal dr. Francesco Porcelli. Al Politecnico di Torino viene inoltre affidato l’incarico di mappare tutta la Valle dei Re. A febbraio e maggio 2017 viene effettuata una ricerca tramite la tomografia di resistività elettrica (ERT), detto molto banalmente, degli elettrodi posati sul terreno che consentono la ricostruzione di modelli 3D, nell’area vicino alla tomba di Tutankhamon.Le immagini ERT mostrano due anomalie di resistività situate sotto terra a pochi metri dalla tomba di Tutankhamon. Tuttavia i dati ERT non restituiscono prove di un corridoio o spazi vuoti che colleghino queste cavità con la tomba di Tutankhamon. Un’altra anomalia, che sembra però avere origini antropiche, è stata invece localizzata nel piazzale di fronte all’ingresso della tomba di Tut. La scansione dei muri all’interno della tomba effettuata dall’équipe italiana nel 2018, non rileva tuttavia alcuna presenza di stanze ulteriori dietro i muri e di irregolarità.
  • La storia non finisce qui, perché nel 2019 viene effettuata una nuova indagine dal team diretto da Mamdouh Eldamaty, ex Ministro delle Antichità, che rivelerebbe la presenza di un’anomalia alta due metri e lunga almeno 10, L’interpretazione dell’anomalia corrisponderebbe ad un corridoio nascosto a pochi metri dalla camera funeraria del giovane faraone. A nord della KV62 non sono stati però raccolti dati sufficienti, a causa della presenza dei motori di aerazione della tomba, che possano permettere di affermare che ci possa essere un collegamento tra il corridoio e le anomalie individuate dal team italiano.

Le ipotesi di Reeves

Si stima che almeno l’80% del corredo funerario di Tutankhamon sia frutto di riutilizzo. Si ritiene infatti che sia stato creato per altri sovrani e poi riutilizzato nella sepoltura del giovane re. Una piccola parte del corredo sarebbe stata realizzata per Akhenaton e la maggior parte per il probabile correggente di Akhenaton, la misteriosa Ankhkheperure Neferneferuaten il cui nome è presente in vari cartigli (Reeves sostiene l’ipotesi del faraone donna grazie agli epiteti che completano il nome, cioè « amata da Wanre », « lei che è benefica per suo marito » ecc).

Secondo Reeves, Ankhkheperure Neferneferuaten altri non sarebbe che Nefertiti, elevata a correggente dopo l’anno 16 di regno di Akhenaton.

Dopo la morte di Akhenaton, Nefertiti avrebbe modificato il suo nome di correggente nel suo nuovo nome di faraone Ankhkheperure Smenkhkare-djeserkheperu.

Nelle foto che accompagnano il post si vedono le aree dei muri della tomba che presenterebbero le tracce di porte murate.

La tomba presenterebbe una forma monca rispetto ad altre tombe coeve. Le stanze mancanti sarebbero compatibili con le tracce sui muri. Inoltre, la forma delle tomba a L con orientamento a destra, piuttosto che a sinistra, é tipica delle tombe delle regine del periodo. Si tratterebbe quindi di una tomba all’interno di un’altra tomba (come ad esempio la KV14).

In aggiunta a ciò, la parete Nord mostra tratti ed esecuzione diverse dalle altre pareti, e ciò ne proverebbe la realizzazione in tempi antecedenti alle pareti est, ovest e sud.

Perché Reeves ipotizza che la tomba fosse destinata a Nefertiti?

Innanzitutto Reeves rileva delle somiglianze stilistiche tra i ritratti di Tutankhamon sui muri della camera sepolcrale e alcuni ritratti di Nefertiti. Inoltre, il differente e già citato stile della parete nord, mostra la griglia delle proporzioni a 20 quadrati tipica dello stile di Amarna, anziché la griglia a 18 quadrati delle altre pareti. Nella parete nord è presente inoltre il colore giallo che, a differenza delle altre pareti, risulterebbe applicato sopra il colore bianco di fondo e sopra a precedenti iscrizioni.

Il ritratto di Tutankhamon sarebbe in realtà Nefertiti (Reeves nota la somiglianza con altri ritratti di Nefertiti ed in particolare i segni ai lati della bocca e le gambe corte, queste ultime tipiche delle rappresentazioni femminili del periodo di Amarna). Il sacerdote Sem, abitualmente identificato con Ay, raffigura però un uomo giovane e presenta il doppio mento presente nei ritratti tridimensionali di Tutankhamon. Si tratterebbe quindi di una scena in cui Tutankhamon, successore al trono, pratica il rito dell’apertura della bocca su Nefertiti/Smenkhara, faraone defunto. Un geroglifico sovrascritto con la descrizione della scena indicherebbe che questa è la scena dell’apertura della bocca EFFETTUATA DA Tutankhamon e non DI Tutankhamon.

Reeves inoltre condivide la tesi dell’egittologo Hardwick che nota i resti di un precedente geroglifico nel cartiglio con il nome di Ay, sovrascritto al nome di Tutankhamon, che sarebbe quindi il sacerdote Sem. Neferneferuaten, lei che è benefica per il suo sposo, successore di Akhenaton, sarebbe Nefertiti .

Che Nefertiti ricoprisse una posizione di grande potere a corte è testimoniato ampiamente, non solo dai titoli ma anche dalle rappresentazioni iconografiche (Nefertiti che uccide i nemici, Nefertiti con le corone riservate al faraone ecc).

Nefertiti- Ankhetkheperure Neferneferuaten (co-reggente) è un passaggio intermedio., secondo Reeves, che porterà a Nefertiti – Ankhetkheperure Smenkhare-Djeserkheperu) faraone unico.

Cliccando sui link qui sotto, potrete vedere i filmati creati da Peter Gremse che spiegano visivamente e in breve la teoria di Reeves nella tomba di Tutankhamon.

Video 1:

https://youtu.be/LrNLFYTRrhw

Video 2:

https://youtu.be/DXpiZUno0kc

Bibliografia:

Egyptoteca

TUTANKHAMUN – EXCAVATING THE ARCHIVE

Griffith Institute

Presentato da Giuseppe Esposito

In 1922, as Egypt became an independent nation, the tomb of the young king Tutankhamun was discovered. It was the first known intact royal burial from ancient Egypt, and the excavation of the tomb by Howard Carter and his team, funded by the 5th Earl of Carnarvon, generated enormous media interest. The excavation was famously photographed by Harry Burton, and these photographs, along with letters, plans, drawings, and diaries, are part of an archive created by the excavators and presented to the Griffith Institute, University of Oxford, after Carter’s death.

These historic images and records present a vivid first-hand account of the discovery, including the spectacular variety of the king’s burial goods and the remarkable work that went into documenting and conserving them. The archive enables a nuanced and inclusive view of the complexities of both the ancient burial and the excavation, including often overlooked Egyptian members of the archaeological team. Tutankhamun includes a selection of fifty key items, chosen by the staff of the Griffith Institute, that provide an accessible and authoritative overview of the archive, drawing on new research on the collection and giving unprecedented insight into the records of one of the world’s most famous archaeological discoveries.

Ed. Oxford University Press – pp. 320 – prezzo € 23,42

Disponibile su Amazon: https://www.amazon.it/Tutankhamun-Excavating-Archive-Griffith-Institute/dp/1851245855

Egyptoteca

TUTANKHAMUN AND THE TOMB THAT CHANGED THE WORLD

Bob Brier

Presentato da Giuseppe Esposito

It is often thought that the story of Tutankhamun ended when the thousands of dazzling items discovered by Howard Carter and Lord Carnarvon were transported to the Egyptian Museum in Cairo and put on display. But there is far more to the boy-king’s story. Tutankhamun and the Tomb that Changed the World explores the 100 years of research on Tutankhamun that have taken place since the tomb’s discovery, from the several objects in the tomb made of meteoritic iron that came from outer space to new evidence that shows that Tutankhamun may actually have been a warrior who went into battle. Author Bob Brier also takes readers behind the scenes of the recent CT-scans of Tutankhamuns mummy to reveal more secrets of the young pharaoh. The book also illustrates the wide-ranging impact the discovery of Tutankhamun’s tomb had on fields beyond Egyptology. Brier examines how the discovery of the tomb influenced Egyptian politics and contributed to the downfall of colonialism in Egypt. Outside Egypt, the modern blockbuster exhibitions that raise great sums of monies for museums around the world all began with Tutankhamun, as did the idea of documenting every object discovered in place before it was moved. And to a great extent, the modern fascination with ancient Egypt DL Egyptomania DL was also greatly promoted by the Tutmania that surrounded the discovery of the tomb. Deeply informed by the latest research and presented in vivid detail, Tutankhamun and the Tomb that Changed the World is a compelling introduction to the worlds greatest archaeological discovery.

Ed. Oxford University Press – pp. 320 – prezzo € 26,12

Disponibile presso IBS: https://www.ibs.it/tutankhamun-tomb-that-changed-world-libro-inglese-bob-brier/e/9780197635056

Amarna, Mai cosa simile fu fatta

ADORAZIONE DELL’ATON

Di Grazia Musso

Calcare dipinto, larghezza cm 48, spessore cm 8
Tell el-Amarna, ambiente all’interno della tomba reale
Scavi di Servizio delle Antichità 1891
Museo Egizio del Cairo – TR 10.11 26.4.

Questa lastra con scena di adorazione dell’Aton è stata ritrovata all’interno della tomba reale.

Sulla superficie, tra le figure, si notano le tracce della quadrettatura utilizzata dall’artista per eseguire il lavoro, questo ha portato ad interpretare l’opera come un modello da utilizzare nell’esecuzione della decorazione della tomba.

La scena raffigurata è ricorrente in epoca amarniana, durante la quale la famiglia reale è ritratta in adorazione dell’Aton.

Il disco solare, posto nell’angolo in alto a destra, diffonde la sua luce su tutta la composizione, tutti i raggi terminano con piccole mani, alcune delle quali impugnano i segni uas (potere) e ankh (vita).

La scena rappresenta la forma classica di preghiera che vede il sovrano ricevere dal dio “vita, prosperità e potere”, in cambio di azioni meritevoli, in questo caso le offerte.

I raggi servono inoltre disporre tutte le figure su tre piani diversificati.

Passano, infatti, dietro ai componenti della famiglia reale e davanti alla tavola alla tavola per le offerte, attribuendo un diverso valore ad ogni immagine.

In primo piano appaiono Akhenaton, Nefertiti e le loro figlie Meritamon e Meketaton, tra di loro l’ordine di importanza è dato dalle dimensioni decrescente.

La famiglia reale ha corpi e tratti dei volti “esasperati’ secondo lo stile artistico dei primi tempi del regno di Akhetaton

Fonte

Tesori egizi nella collezione del Museo del Cairo – F. Tiradritti, foto Arnaldo De Luca – Edizioni White Star

Amarna, Mai cosa simile fu fatta, Statue

COLOSSO DI AMENHOTEP IV/AKHENATON

Di Grazia Musso

Arenaria, altezza cm 293
Karnak, Tempio di Aton, scavi di H. Chevrier 1926
Museo Egizio del Cairo – JE 49529

Queste statue colossali di Amenhotep IV provengono da uno dei Templi che si trovavano a ridosso di quello di Amon – Ra, a Karnak , e che furono dedicati dal giovane monarca prima di trasferire la propria capitale a Tebe a Tell El-Amarna, ad Aton.

Essi decoravano i cortili dei Templi, appoggiandosi ai pilastri: il sovrano è rappresentato stante, abbigliato con un gonnellino plisettato che gli fascia completamente le cosce.

Le braccia sono conserte e le mani stringono il flabello e lo scettro heqa.

Sui polsi e sulle braccia compare il “nome didattico’ dell’Aton, ovvero l’appellativo programmatico del dio solare, riassunto della dottrina propugnata dallo stesso sovrano:” Viva Ra – Horskhty che gioisce all’orizzonte nella sua qualità di luce che è nell’Aton”.

Il volto del sovrano appare scavato, gli occhi sono ridotti a due fessure ed emergono da pesanti palpebre rilevate.

Il naso, diritto ed estremamente allungato, si dispone con una netta geometricita” al di sopra di una bocca dalle labbra carnose,ai bordi della quale è da due righe do espressione che partono dalle radici, il mento è sproporzionalmente lungo e continua con una barba posticcia dalla forma ancora più allungata.

Le orecchie si iscrivono nell’esasperazione complessiva delle forme: sono anch’esse molto lunghe e presentano i lobi forati.

I colossi che decoravano i pilastri del Gemetpaaton indossavano alternativamente due diverse acconciature.

Entrambe prevedevano il nemes con l’ureo sulla fronte.

Sopra di questo erano poste o la doppia corona o le due piume caratteristiche dell’iconografia del dio Shu ( ” l’aria”, che nell’interpretazione amarniana è però incarnazione della luce del disco solare).

Tra i colossi di Akhetaton rinvenuti a Karnak, e che rappresentano poche varianti significative, ve ne è uno che mostra il re nudo e in versione “asessuata”.

Alcuni studiosi ritengono che il re intendesse proporsi in questo modo come “madre e padre” del suo popolo…

Fonte:

  • I Tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star
  • Tesoro Egizi nella collezione del Museo del Cairo – F. Tiradritti – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star
XVIII Dinastia

IL SACRARIO DELLA REGINA TIYE

Di Patrizia Burlini

Museo Egizio del Cairo (attualmente il sacrario si trova ancora a Piazza Tahrir).
XVIII Dinastia – Regno di Akhenaton

La splendida donna ritratta in questo pannello, ancora visibile, è una delle più importanti regine egizie.

Le foto ritraggono la regina Tiye, Grande Sposa Reale di Amenhotep III, così come rappresentata nel sacrario rivestito in lamina d’oro che fu trovato nella tomba KV55. Purtroppo il sacrario andò irrimediabilmente danneggiato nell’antichità e la disastrosa campagna di scavi non aiutò a recuperare tutte le informazioni che gli oggetti contenuti nella tomba avrebbero potuto fornire.

In questa immagine si vedono bene i raggi dell’Aton che offrono a Tiye l’Ankh, la vita

Ciò nonostante, i pannelli mostrano una grande raffinatezza esecutiva, tipica dell’epoca post—amarniana. Ulteriori immagini nei commenti

Il sacrario in primo piano, così come fu trovato nella KV55
Possibile ricostruzione del sacrario. Fonte:
https://www.jstor.org/stable/40000077?read-now=1&seq=14…

Foto: Zhanna fomockina, web

C'era una volta l'Egitto, II Periodo Intermedio

IL SECONDO PERIODO INTERMEDIO

Di Piero Cargnino

Con il regno della regina Neferusobek, ultimo faraone della XII dinastia, si chiude quel periodo storico della civiltà egizia comunemente chiamato Medio Regno.

In realtà però il tempo non ferma la storia che continua inesorabile il suo corso, mentre il cambio di dinastia è spesso giustificato dalla caduta della famiglia che rimane senza eredi, il cambio di un periodo storico trova giustificazione solo in presenza di qualche avvenimento importante o a seguito di sconvolgimenti che segnano la storia ed evidenziano l’inizio di una nuova era.

Nel contesto che stiamo trattando nulla di tutto ciò giustificherebbe questo cambiamento. Noi però, fedeli al Canone Reale di Torino, all’elenco dei re di Saqqara ed al solito Manetone, prendiamo per buono questo passaggio da essi confermato, precisando però che l’elenco dei re di Abidos, nell’intento forse di dimenticare questo periodo infausto per l’Egitto, salta decisamente da Amenemhat IV al primo re della XVIII dinastia, Amose I. Ferma restando la quasi certa data di ascesa al trono di Amose I, retrocedendo possiamo stabilire che la durata del Secondo Periodo Intermedio va dal 1786 al 1567 a.C., (1790-1543 secondo Cimmino) (le date sono puramente indicative e si differenziano da una fonte ad un’altra).

Pur se convenzionalmente si fa partire il Secondo Periodo Intermedio con la XIII dinastia non esistono rilievi archeologici o fatti a noi noti che lo confermino anche perché non si riscontrano cambiamenti radicali nella vita del popolo egizio. Come detto in precedenza i cambiamenti che hanno caratterizzato l’inizio della XIII dinastia sono principalmente imputabili alla mancanza di personalità in grado di mantenere il potere centrale. L’Egitto non è in preda ad una crisi che si possa paragonare a quella che si verificò in occasione della caduta della VI dinastia, almeno in un primo periodo non si ha notizia di eventuali disordini interni ne pericoli di particolare rilievo provenienti dall’esterno. Il paese è ancora solido e prospero ed in pace, il caos ha invece origine nella instabilità politica dovuta alle continue lotte di potere.

Il Secondo Periodo Intermedio, come già il primo, scaturisce in seguito al regno di alcuni faraoni insignificanti ai quali si oppongono nuovamente i vari nomarchi locali, spesso pure in lotta tra di loro, in assenza di un forte potere centrale.

Alla morte di Nefrusobek il suo successore, e primo sovrano della XIII dinastia, molto probabilmente fu Ugaf, anche se non si sa se per matrimonio con lei o per altre vie.

In assenza di una ben definita linea dinastica si alternano al trono, uno dopo l’altro, un notevole numero di faraoni, in realtà, come detto sopra, principi locali con ambizioni su altri territori. Secondo Manetone i re della XIII dinastia furono: “…….60 re di Diospoli che regnarono per 453 anni……..“.

Gli studiosi pensano che Manetone si sia tenuto un po’ abbondante, i sovrani della XIII dinastia in realtà sarebbero circa 50, che regnarono nel corso di 120 anni. Ben lungi da essere all’altezza dei loro predecessori, riuscirono comunque a mantenere il controllo della Nubia ed a gestire discretamente l’amministrazione dello stato. Nonostante ciò il continuo cambiamento del potere centrale e la brevità dei regni dei vari sovrani che si sovrapponevano gli uni agli altri portò allo sfaldamento dell’unità egizia. La frantumazione del potere centrale comportò il sorgere di dinastie locali che regnarono contemporaneamente solo su parte dell’Egitto e per questo vengono considerate come un unico regno. Anche per questo gli ultimi sovrani della XIII dinastia sono considerati coevi delle dinastie XIV, XV e XVI. Questo potrebbe aver fuorviato Manetone portandolo ad assegnare alla XIII dinastia un numero così alto di sovrani ed un periodo così lungo.

Del Secondo Periodo Intermedio disponiamo di poche tracce a livello archeologico che rendono la sua ricostruzione decisamente incerta, inoltre sono scarsi i reperti del periodo per cui si rende difficile datare con esattezza i diversi avvenimenti.

Per quanto riguarda la XIV dinastia, Il solito Manetone non riporta alcun nome limitandosi a dire:

<<……..70 re provenienti da Xois, attuale Sakha, nella regione del Delta, che regnarono per 184 anni…….>>.

L’unica altra fonte sono, come già detto, le colonne 8, 9 e 10 del Canone Reale di Torino. Occorre precisare che il  termine “dinastia”, in questo periodo turbolento della storia egizia, non ha nulla a che vedere con la successione nell’ambito di una famiglia ma è puramente simbolico in quanto identifica sovrani più disparati che si succedono al trono senza alcun grado di parentela.

Dalle scarse notizie disponibili possiamo affermare che la XIV dinastia regnò su parti del Delta fino al 1720 per poi divenire vassalli del neonato regno degli Hyksos che nel frattempo si erano ivi stabiliti.

Sulle dinastie dalla XV alla XVII esistono notevoli divergenze tra gli storici che ci hanno tramandato l’opera di Manetone, quali Eusebio, Sesto Africano e Giuseppe Flavio. Dal lavoro di Sesto Africano si apprende che la XV dinastia è costituita da sei re stranieri, i “re pastori”, gli Hyksos, che regnarono per 284 anni.

Sempre di re pastori, è formata anche la XVI dinastia, trentadue che regnarono per 518 anni, mentre per quanto riguarda la XVII dinastia regnarono quarantatré sovrani Hyksos e quarantatré sovrani tebani per un totale di 151 anni. Da ciò appare subito evidente la scarsa attendibilità, non solo di Manetone ma anche dei vari storici che lo hanno trascritto. Se proviamo a sommare gli anni di regno, pur considerando il dato più basso per la XIV dinastia otteniamo che nel Secondo Periodo Intermedio hanno regnato 217 re e la durata dell’intero periodo ammonta a 1.590 anni. Durata che risulta sette volte superiore a quella accertata dalla data sotiaca fornita dal papiro di El- Lahun.

Come abbiamo visto le date per questo periodo fornite da Manetone e dagli storici greci a lui successivi non fanno fede a conferma della scarsa conoscenza a lui trasmessa di fatti risalenti a circa 1500 anni prima. Il Canone reale di Torino, pur essendo una fonte d’inestimabile valore nonostante si presenti molto frammentario, non ci fornisce dati migliori.

A questo punto tutti gli egittologi concordano nel ritenere che quello che ci viene presentato sia l’elenco di molti sovrani che regnarono contemporaneamente in varie regioni del paese distanti l’una dall’altra. In conclusione si fa coincidere la XV dinastia alla dominazione degli Hyksos, la XVI viene considerata fittizia mentre per la XVII vengono considerati solo i principi tebani in essa compresi.

Tanto per farci un’idea di chi erano gli Hyksos (di cui tratteremo meglio in seguito) è necessario tornare alla fine del Medio Regno quando, approfittando di un momento di debolezza dell’impero tebano, popoli semiti provenienti dall’Asia, dalla quale erano fuggiti forse a causa della pressione delle popolazioni indoeuropee ittiti, cassiti e hurriti, passarono i confini del Basso Egitto occupando, dapprima pacificamente, una parte del Delta.

E’ da sfatare il mito secondo cui gli Hyksos penetrarono in Egitto con la forza, il loro arrivo era cominciato con una lenta infiltrazione che col tempo aumentò sempre più , senza però preoccupare i faraoni che, inizialmente, non videro in questo una minaccia.

Gli egizi li chiamarono “Heka khasut”, fu Manetone a scrivere che il loro nome significa “re pastori” basandosi sul fatto che nel linguaggio sacro hyk vuol dire “re” ed in quello popolare sòs significa “pastore”. L’ anarchia che regnava in Egitto a quei tempi permise agli Hyksos, dopo un breve periodo durante il quale vivevano di razzie, di organizzarsi e quindi imporsi imporsi occupando l’intera zona del Delta, ove costituirono uno stato autonomo rendendo loro tributari i faraoni della XIV dinastia, poi, in meno di mezzo secolo riuscirono ad estendere il loro dominio fino a Menfi diventando signori dell’Egitto. Questa fu la prima volta, nella sua gloriosa storia, che il paese delle Due Terre fu guidato da una popolazione straniera che governò, direttamente, o indirettamente tramite vassalli, tutto l’Egitto fino al termine del Secondo Periodo Intermedio.

Capitale del regno degli Hyksos fu la città di Avaris, da loro stessi fondata nel delta del Nilo. Gli Hyksos rispettarono la cultura egizia, adottarono le titolature e le usanze egiziane e mantennero negli alti gradi della burocrazia funzionari egizi, ma non solo, col tempo tra i due popoli avvenne anche uno scambio di divinità, gli Hyksos adottarono alcuni dei egizi, in primis il dio Seth, mentre da parte egizia venne adottato il dio urrita Teshup.

Furono però anche apportatori di parecchie novità, primo fra tutti fu l’introduzione del cavallo e del cocchio, fino ad allora sconosciuti agli egiziani che sfruttavano asini e cammelli. Introdussero inoltre alcune importanti innovazioni, come il telaio verticale, la coltura dell’olivo, la lavorazione del bronzo, innovazioni che contribuirono a cambiare parte dei costumi e degli usi tradizionali.

In campo militare, gli Hyksos introdussero nuovi tipi di pugnali e spade, l’arte della lavorazione del bronzo e il robusto arco a lunga gittata, che saranno poi utilizzate ampiamente e con successo nelle successive campagne militari che porteranno alla loro cacciata.

Il termine Hyksos venne poi in seguito utilizzato per indicare anche i sovrani della XVI dinastia e tutte le popolazioni di origine asiatica che occuparono l’Egitto per l’intero Secondo Periodo Intermedio. Come vedremo in seguito parlando espressamente di loro, i sovrani della XV dinastia venivano indicati cone “Grandi Hyksos” mentre “Piccoli Hyksos” erano chiamati i vari principi locali che governavano su parti dell’Egitto come vassalli dei grandi Hyksos.

Per quanto riguarda la XVI dinastia, ritenuta contemporanea della XV, essa annovera tra i sovrani gli “Hyksos minori” e alcuni principi egizi che regnarono solo su alcune parti dell’Alto Egitto. Frattanto, intorno al 1580,  nel sud dell’Egitto a Tebe nasce un terzo centro di potere, la XVII dinastia tebana, che assunse maggior potere sul territorio compreso tra Elefantina e Abidos. Con la XVII dinastia iniziamo a trovare i principi di Tebe che governano sull’Alto Egitto pur sempre come vassalli e tributari dei re della XV dinastia Hyksos. Secondo Manetone i sovrani non erano solo tebani ma anche Hyksos minori, in totale 43 faraoni per ogni etnia che si alternavano e che regnarono per 151 anni.

I sovrani che sono elencati in una sequenza che però non costituisce un ordine cronologico esatto in quanto non supportato da alcuna notizia certa. L’unica fonte a riportare tutti i regnanti è il Canone di Torino, nella colonna 11, il quale però è molto frammentario e la sua ricostruzione si presta a diverse interpretazioni. Alcuni di questi nomi compaiono anche nella Sala degli Antenati di Karnak senza un ordine preciso.

Il penultimo re della XVII dinastia, Seqenenra Tao, fu il primo principe egizio ad opporsi ai dominatori Hyksos dando inizio a quella che sarà la guerra di liberazione dell’Egitto dalla dominazione straniera, guerra che verrà portata avanti dal figlio di Seqenenra Tao, Kamose e che si concluderà con la liberazione completa dell’Egitto ad opera di Ahmose, fratello di Kamose e primo re della XVIII dinastia e del Nuovo Regno.

Un’ultima notizia riferita al Secondo Periodo Intermedio, in particolare il periodo degli Hyksos, già fin dall’antichità veniva identificato con il soggiorno in Egitto degli ebrei descritto nella Bibbia. Lo storico Giuseppe Flavio, come altri egittologi, tendono a far coincidere l’episodio del patriarca Giuseppe con l’arrivo degli Hyksos e l’esodo con la loro cacciata. Questa è una ipotesi, altre ne vedremo in seguito. Vediamo ora di entrare più nel dettaglio di questo oscuro periodo della storia egizia, andremo alla ricerca di tutte le notizie che sarà possibile reperire, anche se a molti possono apparire meno interessanti, chi mi vuole seguire si accomodi, entriamo in tutti gli anfratti possibili che fanno comunque parte della storia meno conosciuta di questa meravigliosa civiltà.  

Fonti e bibliografia:

  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press, 1961, (Einaudi, Torino, 1997)  
  • Giacomo Cavillier, “Egittologia”, Ananke, 2010
  • Alan Gardiner, “The Royal Canon of Turin”, Griffith Institute, Oxford, 1987
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke, 2013
  • Leonardo Paolo Lovari, Kemet: storia dell’antico Egitto, Harmakis, Montevarchi 2016
  • Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Mursia Editore, 2005
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, 2003
  • John A. Wilson, “Egitto – I Propilei”, Monaco di Baviera 1961 (Arnoldo Mondadori, Milano 1967)
  • Kuhrt Amélie, “The Ancient Near East: c. 3000-330 b.C.”, Londra, Routledge, 1995
  • Nicolas Grimal, Storia dell’Antico Egitto, Laterza, Bari, 2007 
  • Claire Lalouette, “Thèbes ou la Naissance d’un Empire”, Flammarion, 1995
Amarna, Mai cosa simile fu fatta, XVIII Dinastia

LO STILE AMARNIANO

Di Grazia Musso

È lo stile più atipico della storia dell’arte egizia, sorge nella seconda parte della XVIII Dinastia.

Con questo termine si designa lo stile artistico cui diede origine Amenhotep IV/Akhenaton ; il nome si riferisce alla località di Amarna, dove sorse la capitale di Akhetaton.

È il faraone in persona a introdurre le innovazioni artistiche, derivate dalle sue concezioni filosofico-religiose, che saranno evidenti nei rilievi, , nella pittura e nella statuaria.

Sin dai primi quattro anni di regno di Amenhotep IV a Tebe appaiono le caratteristiche fondamentali dell’arte amarniana:le talatat, il rilievo a incavo, la forzatura dei nuovi cannoni.

Abbandonate le raffigurazioni degli dei tradizionali, il sovrano si fece rappresentare, assieme alla sposa Nefertiti, nell’atto di adorare il disco solare, identificato con il dio Aton, dal quale si irradiano i raggi terminati con le mani.

Il nome del dio e i suoi epiteti vennero inseriti all’interno di cartigli come fossero stati nomi regali e a Karnak fu eretto un grande tempio dedicato al dio Aton.

Anche l’iconigrafia del sovrano conobbe uno stravolgimento radicale.

Alcune statue colossali ritraggono il re con un realismo esasperato : il cranio allungato, il volto oblungo, le labbra gonfie, gli occhi allungati, il corpo androgino e il ventre flaccido.

È su queste deformita’ che si sono a centrate le analisi di molti studiosi, si è così voluto vedere in esse non una convenzione stilistica e simbolica, ma un particolare quadro clinico ( sindrome di Babinski-Frolich, la malattia di di Barraquer-Simons ecc..), non è necessario scomodare la patologia, bisogna ricordare che si tratta di rappresentazioni che rispondono a delle convenzioni : l’aspetto del re e dei suoi familiari va interpretato piuttosto come un nuovo simbolo di regalità.

Il nuovo canone iconografico venne esteso ai membri della famiglia reale e ai più stretti funzionari della corte.

Inoltre, per la prima volta nella storia dell’arte egizia, il sovrano è raffigurato intento ad attività quotidiane e sono frequenti le scene che ritraggono la famiglia reale nella sua intimità domestica.

IN AGGIORNAMENTO

Fonte:

  • Antico Egitto – Maurizio Damiano – Electra
  • L’arte dei faraoni – Giorgio Ferrero – Edizione White Star
C'era una volta l'Egitto, Medio Regno, XII Dinastia

NEFRUSOBEK – LA PIRAMIDE SETTENTRIONALE DI MAZGHUNA

L’AGONIA DELLA XII DINASTIA E LA FINE DEL MEDIO REGNO

Di Piero Cargnino

Veniamo ora a quello che può effettivamente essere considerato l’ultimo faraone della XII dinastia e quindi del Medio Regno, era una donna, Nefrusobek, (Sobekneferu, Sobekkara Sobekneferu/Nefrusobek), sorella, (e forse moglie?), di  Amenemhat IV, regnò dopo di lui per circa 4 anni come citato nel Canone Reale di Torino.

Nefrusobek, “Bellezza di Sobek”, viene citata da Manetone come sorella di Amenemhat IV e noi la prendiamo così anche se non esiste conferma in nessun rilevamento archeologico. Si sa che ebbe una sorella, Neferruptah (“Bellezza di Ptah”)  che forse si associò al trono, nel tempio di Medinet Madi è stato ritrovato un cartiglio, prerogativa regale recante il nome di Neferuptah inscritto all’interno.

Si suppone comunque che Neferruptah sia morta in giovane età, ad Hawara esiste una piramide a lei destinata. Di Neferruptah abbiamo già parlato trattando il faraone Amenemhat III, suo padre.

In assenza di riscontri che attestino la reale esistenza della regina Nitocris, personaggio semi-leggendario, possiamo ritenere che  Nefrusobek sia stata il primo faraone donna della storia egizia anche se lei però non indossò mai il Pschent (la doppia corona).

Prima di succedere al fratello, Nefrusobek, come si può intuire dal nome, fu sacerdotessa di Sobek, il dio coccodrillo di Shedet. C’è da dire inoltre che fu anche il primo personaggio di stirpe regale ad attribuirsi il nome teoforo di Sobek. usanza che si consoliderà con l’imminente XIII dinastia.

Trascrizione di Flinders Petrie del sigillo cilindrico recante la titolatura di Nefrusobek

Sul regno di Nefrusobek e del fratello Amenemhat IV c’è molta incertezza, Percy E. Newberry ipotizzò che Amenemhat III avesse nominato coreggenti sia il figlio Amenmenhat IV che la figlia Nefrusobek e che quest’ultima, alla morte del fratello, avrebbe regnato da sola. L’egittologo italiano Franco Cimmino ha però fatto notare che numerosi ritrovamenti del solo cartiglio di Amenemhat IV invalidano la teoria di Newberry del regno congiunto.

Nel 1988, l’egittologa Biri Fay identificò, nella foto di un busto in grovacca andato perduto durante la seconda guerra mondiale, quello che oggi viene chiamato “ritratto di Nefrusobek” e che oggi è possibile ammirare solo in fotografia.

Veniamo ora alla piramide settentrionale di Mazghuna che viene comunemente attribuita alla regina Nefrusobek, questa si presenta più grande di quella di Amenemhat IV, ma si ritiene che la sovrastruttura non venne mai iniziata.

L’accesso alla parte ipogea è situato sul lato nord, da qui si poteva accedere a un passaggio ad U, che attraversava due sale con annesse saracinesche in granito, in fondo al corridoio era ubicata l’anticamera dalla quale si accedeva alla camera funeraria. La camera ripeteva quella di Amenemhat IV con la sola differenza che in essa, oltre al sarcofago era anche contenuta la cassa dei canopi, una pesante lastra di granito, (42 ton.), non fu mai calata a coprire il tutto.

Sorpresa, oltre la camera funeraria si presentava un’altra sala, la cui funzione rimane tuttora incompresa.

Con la morte di Nefrusobek possiamo dichiarare ufficialmente chiusa la XII dinastia e con essa il glorioso, seppure con tutte le sue contraddizioni, Medio Regno.

Statua frammentaria di Nefrusobek, dove si notano il corpo femminile e parte della corona regale. Museo del Louvre, Parigi.

Non esistono documenti o reperti archeologici in grado di spiegare a quali eventi possa imputarsi la caduta di una dinastia quale la XII che fu anche molto importante con alcuni faraoni tra i più saldi e prestigiosi che l’Egitto abbia mai avuto. L’Egitto si trovava in un momento di grande potenza e supremazia rispetto ai paesi vicini per cui è da escludere che la causa di quella che sarà, per le Due Terre, una strisciante decadenza sia da imputare ad eventuali invasioni straniere, che si verificheranno poi centocinquanta anni dopo con gli Hyksos, Cimmino pensa che il collasso possa essere stato provocato:

<<……. dall’improvvisa carenza di personalità di grande levatura e, forse, da discordie per la successione…….>>.

Quello che affronteremo ora è un periodo che va dal 1790 al 1543 a.C. e comprende cinque dinastie, caratterizzato da lotte di potere interne che vedranno coinvolti numerosi faraoni quasi del tutto insignificanti che porteranno il paese verso una situazione di debolezza tale che culminerà con l’invasione degli Hyksos. 

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Roma-Bari, Biblioteca Storica Laterza, 2011
  • Cimmino Franco,”Storia delle piramidi”, 1^ edizione, Milano, Rusconi Libri, 1996
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961, Einaudi, Torino 1997
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi” Newton & Compton editori, 2002 Mark Lehner, “The Complete Pyramids”, London, Thames & Hudson, 1997 
Kemet Djedu

MUTEMUIA

Di Livio Secco

L’articolo di Franca Loi sulla regina Mutemuia, appartenente alla celeberrima XVIII dinastia, propone anche un bellissimo rilievo epigrafico; mi permetto quindi di affiancarmi a lei con il relativo commento filologico.

Il testo si sviluppa su tre colonne che si leggono da destra a sinistra. Basta verificare quale direzione hanno i geroglifici non simmetrici. Poiché sono voltati verso destra li si legge da quella direzione visto che la lettura si effettua andando incontro ai segni.

Ricordo che, per convenzione internazionale, quando si fanno studi filologici, i segni vanno sempre riportati da sinistra a destra su riga. Questo per facilitare il nostro senso di lettura.

Ricordo anche che, nonostante il nome della regina sia compreso in un cartiglio, le grandi spose reali non avevano un Protocollo Reale.

Come al solito, per coloro che non conoscono la scrittura geroglifica ma vogliono leggere ugualmente il geroglifico, ho aggiunto la codifica IPA.