Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta

LA TOMBA DI MAYA

Di Grazia Musso

Statua assisa di Maya Saqqara, tomba di Maya
Pietra calcarea, altezza 216 cm – Leida, Rijsmuseum van Oudheden AST 1

L’alto funzionario siede su uno scanno con schienale, e nella mano sinistra trattiene una “stoffa amuleto”.
Maya Indossa un corpetto plissettato e una parrucca bipartita, con lembi a piccoli ricci che ricadono sul petto.
Per il morbido modellato del corpo e la finezza dei lineamenti questa statua assisa è una delle creazioni più notevoli della statuaria privata della fine della XVIII Dinastia.

La concessione di scavo accordata all’ équipe anglo- olandese era legata inizialmente al ritrovamento del complesso funerario di Maya.

Infatti, quando la spedizione prussiana diretta da Richard Lepsius aveva lavorato a Saqqara, nel 1843, alcuni blocchi della sovrastruttura ancora accessibile erano stati prelevati e portati a Berlino.

Lepsius indicò la posizione approssimativa della tomba su una piantina della necropoli e pubblicò i rilievi nella sua opera “Denkmaeler aus Aevypten und Aethiopien”.

Purtroppo quasi tutti i rilievi di Maya portati all’Egyptisches Museum di Berlino andarono distrutti sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Il Rijsmuseum van Oudheden di Leida nutriva inoltre un particolare interesse per la figura di questo funzionario, dal momento che era in possesso, già dagli anni Venti del XIX secolo, di tre magnifiche statue assise di Maya e della sua Sposa Merit, che dovevano provenire senza dubbio dalla sepoltura di Saqqara.

Statua assisa di Merit. Saqqara, tomba di Maya
Pietra calcarea, altezza 190 cm
Leida, Rijsmuseum van Oudheden AST 2
Con indosso una veste finemente plissettata Merit è seduta su una sedia con un alto schienale. Il volto è incorniciato da una pesante parrucca realizzata con la più grande cura per i particolari, che le scende quasi fino alla vita. Merit, in qualità di ” cantrice del tempio di Amon”, regge con la mano sinistra il menat.

Gli Scavi della tomba di Maya sono iniziati nel 1987, sebbene già un anno prima gli archeologi si fossero imbattuti casualmente nel relativo complesso sotterraneo, seguendo una diramazione trasversale che partiva dal pozzo di una tomba vicina.

Posta solo a pochi metri da quella di Haremhab, la sepoltura di Maya eguaglia, per forma e dimensione, l’architettura funeraria del suo predecessore nonché futuro sovrano.

In qualità di “soprintendente del tesoro” , Maya apparteneva al vertice della gerarchia amministrativa e aveva ricoperto questo importante incarico già sotto Tutankhamon e Ay.

Nella sua ulteriore funzione di ” sommo soprintendente ai lavori nel luogo per l’eternità egli era stato inoltre responsabile della pianificazione e realizzazione dei complessi funerari degli ultimi tre sovrani della XVIII Dinastia.

Probabilmente per questo gli fu concesso il privilegio di donare due oggetti alla tomba di Tutankhamon, un ushabti cerimoniale e un letto in miniatura con la figura distesa del dio Osiride.

Successivamente venne incaricato da Haremhab di soprintendente ai suoi imponenti progetti architettonici nel tempio di Amon-Ra a Karnak.

Si accede al complesso funerario di Maya, orientato da est a ovest, attraverso un ampio pilone decorato che si trova all’interno della volta, da due grandi ritratti in rilievo di Maya.

Seguiva un primo cortile con pavimentazione in mattoni e di cui si conserva ancora, solo sul lato occidentale, una fila di colonne papiroformi.

Maya mentre prega Osiride. – Saqqara, tomba di Maya ingresso del pilone
Pietra calcarea, altezza 65 cm
La pittura, in buono stato di conservazione, permette di farsi un’idea dell’originaria ricchezza cromatica dei bassorilievi. Il signore della tomba e la sua sposa Merit ( di cui si conserva solo la mano, dietro la spalla dello sposo) sono raffigurati come oranti, le mani alzate volte al dio Osiride, la cui figura in trono ( non riprodotta in questo particolare), fronteggiano la coppia.

L’attigua grande sala delle statue conduceva nel cortile interno circondato da un colonnato, come quello di Haremhab.

I rilievi sulle pareti sono dedicati in particolare a temi religiosi, come il corteo funerario o la venerazione della vacca-Hathor, ma mostrano anche l’ambito professionale del defunto, quando viene raffigurato mentre registra il numero di prigionieri e i loro animali.

Si è conservata particolarmente bene una breve processione di fedeli che recano offerte.

Sul lato occidentale del cortile si trovano la camera di culto e due cappelle laterali, il cui rivestimento in pietra calcarea decorata a rilievo è però andato perduto fin dall’antichità.

Scena di offerte. – Saqqara, tomba di Maya, secondo cortile
Pietra calcarea, altezza 90 cm
Indossando eleganti abiti plissettati e pesanti parrucche i personaggi della processione recano in offerta diversi bastoni fioriti, fiori e volatili. I loro volti non sono affatto ritratti realistici, testimoniano piuttosto la stilizzazione in auge sotto Tutankhamon.

In complesso la struttura ha subito gravi danni a opera di ladri sia antichi sia moderni (XIX secolo) e si è conservata solo una piccola parte delle decorazioni originarie.

Gli archeologi sono tuttavia stati ricompensati da un ritrovamento sorprendente: alcune stanze del complesso sotterraneo con le camere sepolcrali del funzionario e della sua sposa erano ancora decorate per intero, e mostrano la coppia in adozione delle divinità dell’Aldilà.

È singolare notare che nella scelta dei colori ci si è limitato a una tonalità giallo-oro: si tratta certamente di un’allusione allo stato di trasfigurazione dei defunti.

Fonte

Egizio la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann

Cose meravigliose, Tutankhamon

IL PICCOLO SARCOFAGO DONATO DA MAYA

Le foto originali di Burton dell’oggetto, chiuso in un sarcofago in miniatura

Questo oggetto è un reperto molto particolare: non faceva infatti parte del corredo funerario originale di Tutankhamon.

Fu lasciato nella tomba da Maya, Tesoriere del Faraone (presumibilmente lo stesso che ri-sigillò nell’antichità la tomba di Thutmosis IV), dopo il primo tentativo di saccheggio avvenuto poco tempo dopo la sepoltura del Faraone.

Le foto originali di Burton dell’oggetto, estratto dal suo sarcofago

Vi è riprodotto Tutankhamon che giace mummificato su un letto funerario con zampe leonine, protetto dalle ali spiegate di un uccello Ba che protegge la mummia con la sua ala sinistra e di un falco Sokar che fa lo stesso con la sua ala destra. Sulla testa il copricapo di lino Nemes; sulla fronte l’ureo (dorato); intorno al collo il collare Usekh, con spalline a testa di falco.

Al Museo del Cairo, nella foto di Sandro Vannini

Fu ritrovato mancante del flagello per il secondo saccheggio della tomba (Carter annotò che il lino che copriva l’oggetto era stato sollevato dai ladri per esaminarne il contenuto).

Carter chiese aiuto a Newberry per la corretta traduzione del testo sul letto funerario, allegata nelle immagini.

Il disegno originale di Carter, la traslitterazione e la traduzione inviata da Newberry

Un oggetto molto raffinato nella sua esecuzione, un gesto commovente di pietas da parte di chi aveva gestito la profanazione della tomba del Faraone.

Ora al Museo Egizio del Cairo, JE60720, Carter 331a

Kemet Djedu

UNA RAGAZZA DI NOME TAURET

Di Livio Secco

Questa statuetta di 17 cm di altezza, collezionata dal Metropolitan Museum of Art di New York, raffigura una donna. Poiché ella stringe in mano un fiore di NINFEA ancora chiuso in bocciolo, ci deriviamo l’informazione che in realtà si tratti di una ragazza, non sposata e che viveva ancora in famiglia. La commissione della statuetta non può che essere stata fatta dai suoi genitori per un solo motivo specifico: la ragazza è venuta a mancare all’affetto del padre e della madre che in questo modo continuano, emotivamente, a tenerla insieme a loro.

Sul retro dell’immagine c’è una brevissima colonna di geroglifici. Proviamo ad analizzarla insieme.

Come al solito ho aggiunto anche la pronuncia secondo la codifica IPA per permettere a coloro che non conoscono la scrittura geroglifica di poter pronunciare la litania.

 Il manufatto possiede però anche un’iscrizione sulla base sul lato sinistro.

Ovviamente ci eravamo già fatti l’idea che i commissionari della statua fossero stati i parenti, ma l’iscrizione che abbiamo precedentemente trascurato potrebbe rivelarci qualcosa di più.
Proviamo ad analizzarla insieme.

Per coloro che volessero accettare la sfida di questa stupenda ginnastica intellettuale che è la filologia egizia, non posso che consigliare uno strumentario pressoché completo:

Grammatica primo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica secondo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica terzo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Dizionario egizio-italianohttps://www.amazon.it/Dizionario-egizio…/dp/8899334129…

Kemet Djedu

AMENHOTEP II E MERETSEGER

Di Livio Secco

La statua di Amenhotep II custodita presso il Museo Egizio del Cairo con il numero di catalogo JE39394 rappresenta il Faraone protetto dalla dea Meretseger. È in piedi con la gamba sinistra protesa in avanti, indossa la corona bianca Hedjet dell’Alto Egitto e con un ureo che emerge dalla fronte. Entrambi i piedi poggiano sull’immagine dei nove archi, che rappresentano i nemici dell’Egitto. Il cartiglio con il nome Amenhotep II è inciso sulla fibbia della sua gonna. Dietro di lui, la dea tebana Meretseger sotto forma di cobra si avvolge attorno a lui e lo protegge.

Io mi permetto di aggiungere solo un commento filologico relativo al Protocollo Reale del sovrano. Lo studio del Protocollo Reale è purtroppo non semplice perché, per gli spazi brevi, non sempre è evidente la grammatica e siamo in presenza di metatesi grafiche ed onorifiche. Nonostante ciò lo studio del Protocollo Reale è importantissimo perché indica il programma politico del sovrano.

Per chi volesse approfondire l’argomento non posso che consigliare la lettura del Quaderno di Egittologia nr 22 – IL PROTOCOLLO REALE – Composizione dell’onomastica faraonica che potete trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/

C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

IL FARAONE AMENHOTEP III  “IL MAGNIFICO”

Di Piero Cargnino

Alla morte di Thutmosi IV sale al trono delle Due Terre suo figlio, Amenhotep III, figlio di  Mutemuia, concubina o sposa secondaria di Thutmosi IV. In una iscrizione conservata al British Museum, Mutemuia viene citata come:

ossia come colei che ha dato alla luce il principe già incoronato faraone.

Secondo l’egittologa inglese Christine el-Mahdy, poiché in iscrizioni precedenti non viene citata come “Madre del Dio”, in quanto concubina non poteva neppure essere la “Grande sposa Reale” di Thutmosi IV per cui pare legittimo pensare che i suoi titoli di prestigio “Grande sposa reale“, “Madre del re” e “Sposa del re” gli furono assegnati solo quando il figlio salì al potere, come infatti compare su di un’altra iscrizione successiva:

Per quanto riguarda Amenhotep III non aspettiamoci di vedere un nuovo faraone guerriero, non si hanno notizie di azioni militari di rilievo durante tutto il suo regno, regno che fu un periodo di prosperità e splendore artistico senza precedenti.

Con Amenhotep III finalmente l’Egitto raggiunse l’apogeo del potere, il prestigio internazionale è riconosciuto da tutti i paesi confinanti, il popolo gode di una relativa ricchezza e l’arte esprime tutta la sua raffinatezza; si può tranquillamente dire che questo fu uno dei periodi più sereni e fecondi dell’intera storia egizia.

Come già fece la regina Hatshepsut, anche Amenhotep III volle sfoggiare una sua origine divina, nella stanza detta “Camera della nascita” del tempio di Luxor fece rappresentare il mito della sua nascita divina, la “ierogamia”, il rapporto sessuale tra una divinità, Amon, e una mortale, la propria madre, Mutemuia, rapporto dal quale (ovviamente) nasce lui.

Con la Grande sposa Reale, Tiye, ebbe sei figli, quattro femmine e due maschi: Thutmosi, principe ereditario ma premorto, Amenhotep IV (Akhenaton), e le principesse Baketaton, Sitamon, Henuttaneb, Iside e Nebetah.

La regina Tiye rivestì una notevole influenza a corte e partecipò alla gestione del potere sia come sposa di Amenhotep III, del quale fu importante consigliera e confidente, che durante il regno del figlio Akhenaton cosa che la fece ricordare come una regina saggia, intelligente e forte. La sua importanza nella gestione del potere era riconosciuta da tutti i dignitari, anche quelli stranieri, al punto che persino i re di altri paesi erano disposti a trattare con lei o tramite lei.

È la prima Grande Sposa Reale il cui nome compare su atti ufficiali, l’egittologo australiano David O’Connor scrive in merito: “……nessuna regina precedente apparve mai in posizione tanto prominente nella vita del marito…..”.

Nella statuaria compare sempre accanto al marito, sia nelle tombe che nei rilievi che sulle stele. Come abbiamo detto alla morte di Amenhotep III continuò a svolgere lo stesso ruolo con il figlio Akhenaton, lo evidenziano alcune Lettere di Amarna, in modo particolare nella lettera EA26, dove il re Mitanni rimembra direttamente con lei le buone relazioni che lo legavano al defunto Amenhotep III ed esprime il desiderio che la cosa continui con il nuovo faraone Akhenaton.

Oltre alla Grande sposa Reale, Tiye, Amenhotep III ebbe numerose mogli straniere, fra queste: Gilukhipa, figlia del re Mitanni Shuttarna, Tadukhipa, figlia del re Tushratta anch’egli Mitanni, oltre alle figlie di due re di Babilonia, una figlia del re di Arzawa ed una del governante di Ammia (Siria).

Alcuni studiosi sostengono che  Amenhotep III potrebbe aver avuto, tra gli altri, un terzo figlio maschio da una sposa secondaria, Smenkhara che succederà al fratello Amenhotep IV (Akhenaton), secondo altre interpretazioni Smenkhara sarebbe invece figlio dello stesso Akhenaton.

Una curiosità di questo periodo è l’affermarsi di un’usanza particolare, per celebrare gli avvenimenti degni di nota si iniziò ad inciderli in geroglifico sul retro di scarabei dove compaiono sempre i nomi del re e della regina oltre a quelli dei loro famigliari. Uno di questi parla dell’uccisione, da parte del sovrano, di 102 feroci leoni in dieci anni; su di un altro della costruzione di un lago artificiale per lo svago della regina, vengono citate la misure del lago che fanno supporre trattarsi del lago Birket Habu, a sud di Medinet Habu.

Degno di nota è uno scarabeo che ci fornisce, quasi involontariamente notizie circa i confini dell’Egitto all’epoca, si tratta dello “Scarabeo del Matrimonio” (nome forse non del tutto appropriato) nel quale è citata la regina Tiye ed i suoi genitori seguiti dalle parole:

Forse Karoy si trovava oltre Napata e quindi apparteneva alla giurisdizione del vicerè, in quanto a Nahrin, (territorio dei Mitanni) forse era più un’aspirazione del re che non la realtà. Comunque l’amicizia tra Amenhotep III ed il principe Mitanni è confermata su un altro scarabeo che riporta l’anno 10 è riportato:

Per quanto riguarda le imprese militari di Amenhotep III sappiamo che nel quinto anno di regno scoppiò una rivolta in Nubia, nel distretto di Ibhe, dove si trovava una cava di pietre utilizzate per la piramide del re Merenre della VI dinastia. La rivolta venne sedata dall’esercito egiziano al comando del vicerè Mermose e si risolse con la cattura di un migliaio di prigionieri. La campagna è descritta in tre roboanti iscrizioni rupestri sulle rocce della prima cateratta nelle quali si parla che

Si nutrono forti dubbi che il sovrano vi abbia partecipato direttamente, su di una stele conservata al British Museum l’avvenimento viene raccontato con maggiore sobrietà. Comunque nella provincia nubiana Amenhotep III dette sfoggio della sua grandezza con la costruzione di templi imponenti, a Sedeinga fece costruire un tempio in nome della moglie Tiye dove essa divenne oggetto di culto, il tempio si chiamava Hat-Tiye  (La casa di Tiye).

Un secondo tempio venne fatto costruire a Soleb, a nord della terza cateratta, è il monumento faraonico più importante dell’attuale Sudan. Era dedicato al dio Amon-Ra di Karnak e all’”immagine vivente” di Amenhotep III, Nebmaatra, signore della Nubia, identificato con il dio lunare Khonsu Neferhotep, pare che l’architetto fosse Amenhotep figlio di Hapu.

Questo tempio ha fatto impazzire numerosi studiosi in quanto, su una colonna del tempio, compare un’iscrizione molto particolare, l’iscrizione farebbe riferimento al dio degli ebrei dove il nome compare in geroglifico come

Inutile dire che su questo fatto ci sono due correnti di pensiero, secondo alcuni gli Shasu sarebbero una tribù nomade che nulla ha a che vedere con Israele, altri affermano che fossero si una tribù nomade ma che da essa ebbero origine gli ebrei, per quanto ci riguarda lasciamoli dibattere. Piuttosto va notato che la costruzione di questo tempio a Soleb mette in risalto il desidero del faraone di rendere “solare” il culto della religione corrente, identificando la sua persona con l’aspetto creatore del dio solare viene messo in risalto l’intento di favorire la fertilità e quindi l’ordine universale. Questo nuovo programma teologico sfocerà poi nella religione voluta da Akhenaton che vede il dio Ra-Harakhti nel disco solare Aton.

Abbiamo accennato ad un personaggio che merita una maggiore attenzione, si tratta di  Amenhotep figlio di Hapu, di umili origini, i genitori erano contadini nella città di Atribi, odierna Benha sul Delta del Nilo. Divenne sacerdote del culto di Thot e scriba reale per gli affari militari, forse fu anche un comandante dell’esercito, ragione che lo portò ad essere notato dallo stesso Amenhotep III che lo nominò intendente al fianco di sua figlia Satamon.

La sua fu una carriera molto brillante, oltre a rivestire il ruolo di scriba reale divenne anche capo delle reclute e in seguito “capo di tutti i lavori del Re”. Come capo architetto fu anche supervisore alla costruzione del grande “Tempio di milioni di anni” di Amenhotep III, nella necropoli di Tebe di fronte all’odierna Luxor, sulla riva occidentale del Nilo.

Qui si incontrano due enormi statue di pietra, dall’aspetto abbastanza inquietante, che si ergono isolate nella pianura circostante osservando, dall’alto dei loro 18 metri, da millenni il lento scorrere del Grande Fiume. Sono le statue gemelle di Amenhotep III che facevano parte del Complesso Funerario. Il faraone è rappresentato assiso con le mani sulle ginocchia e lo sguardo rivolto ad est, verso il sole nascente, sulla parte anteriore del trono, a fianco delle sue gambe, due statue più piccole, che rappresentano la moglie Tiye e la madre Mutemuia, sono scolpite su un lato del trono a fianco delle sue gambe. Sui pannelli laterali è rappresentato il dio Nilo Hapy.

Sono i famosi “Colossi di Memmone” il cui nome gli fu assegnato dai greci che le associarono all’eroe mitologico Memmone, un re etiope, figlio di Eos dea dell’aurora, che corse in aiuto di Troia, in guerra con gli Achei, e morì per mano di Achille. I colossi svolgevano la funzione di guardiani dell’entrata del “Tempio di milioni di anni” di Amenhotep III che al suo tempo era il più grande ed opulento nell’intero Egitto, persino il tempio di Karnak, all’epoca di Amenhotep III, era più piccolo. Della sua imponenza oggi rimane ben poco oltre ai due colossi, costruito sul bordo della pianura alluvionale, non ha resistito all’erosione che ne ha minato le fondamenta.

Ma queste statue hanno una particolarità che le rese famose fin dall’antichità. Nel 27 a.C. un terremoto causò la parziale distruzione di uno dei Colossi: la parte superiore crollò, mentre quella inferiore riportò delle crepe. Un’antica leggenda racconta che dopo la rottura, ogni mattina all’alba, dalla metà inferiore della statua spezzata, proveniva uno strano suono. Si pensa che il fenomeno fosse causato dall’aumento della temperatura che, facendo evaporare la rugiada, produceva un suono simile ad un canto o una musica.

Il primo riferimento alla statua che cantava ci giunge dallo storico e geografo greco Strabone, che affermò di avere udito la musica durante un viaggio effettuato nel 20 a.C.. Altri viaggiatori, come il greco Pausania e i romani Tacito e Giovenale, descrissero il fenomeno, tanto che alla statua furono attribuiti poteri oracolari. La fama della statua che canta si sparse rapidamente ed arrivarono migliaia di visitatori tra cui diversi imperatori romani. Sulle statue sono inoltre leggibili oltre 90 graffiti di persone che avevano sentito cantare la statua. Lucio Flavio Filostrato nella sua opera, “Vita di Apollonio di Tiana” cita il canto della statua come il saluto dell’eroe Memmone alla madre Eos, dea dell’aurora. Tra i graffiti di persone importanti ce n’è uno di Giulia Balbilla, poetessa greca antica che si era recata in Egitto con la corte dell’imperatore Adriano e di sua moglie Vibia Sabina.

Intorno al 199 d.C. l’imperatore romano Settimio Severo, per ingraziarsi l’oracolo, ordinò il restauro delle statue. Da allora le statue non emisero più alcun suono.

Tornando agli affari interni del regno non va trascurato il fatto che l’apparente periodo di pace nella regione medio orientale portò l’Egitto ad una certa rilassatezza nel controllo del territorio ed in realtà ad una progressiva riduzione dell’influenza egiziana a vantaggio degli imperi orientali in particolare di quello Ittita. Sul fronte orientale si riscontra però un’intensa attività diplomatica di Amenhotep III nei confronti dei sovrani Assiri, Mitanni, Ittiti e di Babilonia documentata nelle “Lettere di Amarna”.

In una di queste lettere si evince che, mentre in Egitto giungevano spesso figlie di re stranieri date in spose al faraone, la cosa non era ricambiata, nella Lettera di Amarna EA 4 il re di Babilonia lamenta che:

Forse la ragione stava nel fatto che, secondo la tradizione egizia, chi avesse sposato una figlia del faraone avrebbe acquisito il diritto alla successione al trono d’Egitto, o forse si trattava semplicemente di affermare la superiorità dell’Egitto sugli altri regni. Abbiamo accennato più volte alle “Lettere di Amarna” vediamo di che si tratta.

Nel 1887 una contadina egiziana mentre stava raccogliendo del sabakh, una sorta di concime, tra le rovine di el-Amarna rinvenne per caso un gran numero di tavolette di creta che recavano incisioni incomprensibili apparentemente prive di alcun valore. Queste furono vendute per un’inezia sul mercato clandestino dove vennero acquistate da istituzioni museali mondiali e mercanti d’arte, ma in seguito più nessuno ne parlò e delle tavolette e del luogo di ritrovamento se ne persero le tracce. Delle tavolette si tornò a parlare in occasione della comparsa sui mercati clandestini di analoghi reperti, esaminate meglio si scoprì dunque il loro valore, si scatenò quindi una corsa alla loro ricerca, numerose campagne di scavo vennero organizzate da varie istituzioni, tra queste la campagna più importante venne condotta, nel 1891-1892, dagli egittologi inglesi William Mattheuw Flinder Petrie e John Pendlebury.

Le Lettere di Amarna costituiscono oggi un insieme di 380 reperti (oltre alle centinaia andate perdute o distrutte) oggi purtroppo sono sparse in diversi musei nel mondo ma soprattutto al British Museum di Londra, al Museo Egizio del Cairo ed al Museo dell’Asia Anteriore di Berlino. Le Lettere sono redatte in in lingua accadica, la più antica lingua semitica mai attestata, di origine semitica orientale parlata principalmente in Mesopotamia dagli Assiri e Babilonesi, il nome deriva dalla città di Akkad, ancora oggi non rintracciata con certezza e utilizza i caratteri cuneiformi. Tutte le tavolette (lettere) facevano parte dell’archivio di stato del faraone Akhenaton quando questi spostò la capitale da Tebe ad Akhetaton (Amarna).

Tratteremo ancora l’argomento quando parleremo del faraone “eretico”. A proposito di lui, non è certo che suo padre lo abbia nominato coreggente; su una Lettera di Amarna (EA 27) il re dei Mitanni Tushratta esprime rammarico per  per il fatto che Akhenaton non gli avrebbe inviato le statue d’oro promesse dal padre in dote al momento del matrimonio di  Amenhotep  III con sua figlia Tadukhipa. Ora, poiché la lettera è datata all’anno 2 del regno di Akhenaton, si deduce che, se coreggenza c’è stata, non sarebbe durata più di un anno o due.

Sul terzo pilone del Complesso templare di Karnak, quello di Amenhotep III, in un rilievo molto danneggiato a causa della “damnatio memoriae” cui fu sottoposto Akhenaton, compaiono padre e figlio su una barca sacra, per quanto possibile si legge:

Secondo la notizia diffusa dal Ministero Egiziano delle Antichità i recenti ritrovamenti nella tomba del visir Amenhotep-Huy, dove compaiono i cartigli di  Amenhotep  III e di Akhenaton incisi uno accanto all’altro, confermerebbero che ci sia stata una coreggenza di almeno otto anni. L’egittologo Peter Dorman ha respinto ogni ipotesi di coreggenza fra i due faraoni, basandosi sui rinvenimenti della tomba di Kheruef. Altra disputa che lasciamo agli egittologi.

Come è naturale che sia anche i faraoni invecchiano e si ammalano, proprio in alcune scene dalla tomba tebana di Kheruef,  Maggiordomo della “Grande sposa reale” Tiye, il sovrano viene rappresentato “indebolito e visibilmente sofferente”, cosa analoga è riscontrabile in una statuetta in serpentite, conservata al Metropolitan Museum of Art di New York, dove Amenhotep  III è riprodotto con abiti voluminosi e un ventre prominente.

L’esame della mummia del faraone rivelerà poi che questi era obeso e soffriva di artrite senza trascurare la pessima dentatura profondamente cariata. Ma dopo 38 o 39 anni di regno giunse per lui il momento di incamminarsi verso i “Campi di Iaru” e, forse secondo l’antica credenza, unirsi agli dei diventando una stella imperitura.

Amenhotep III fu un buon sovrano, forse anche amato ma certamente stimato tanto dai sudditi quanto dai sovrani stranieri che espressero il loro rammarico per la sua morte. Il re Tushratta scrisse:

Alla sua dipartita l’Egitto era una grande potenza, la sua influenza raggiungeva quasi l’intero oriente allora conosciuto così come nella Nubia a sud, rispettato e temuto da tutte le nazioni confinanti. Il guaio allora (come oggi) non era tanto la politica ma la religione, il clero di Amon con la sua influenza e le sterminate proprietà che gli garantivano una potenza era in grado di condizionare le decisioni dei regnanti, cosa che causerà la rivoluzione di  Akhenaton.

Amenhotep III il “Magnifico”, uno dei più grandi sovrani del Nuovo Regno, venne sepolto nella tomba che si era fatto costruire in una valle attigua alla Valle dei Re, la “Valle dell’Ovest” (in arabo “Biban el-Gurud” porta delle scimmie) e denominata WV22 (West Valley22) ma viene anche chiamata KV22 (King Valley22). Nel seguito vedremo che anche la sua mummia venne pietosamente trasportata nella tomba KV35 di Amenhotep II per preservarla dai saccheggi.

La tomba, aperta ed accessibile, era già nota perché visitata dall’esploratore inglese William George Browne ma venne ufficialmente “scoperta” dagli studiosi francesi R. E. Devilliers du Terrage e J. B. Prosper Jollois, che si erano recati in Egitto al seguito di Napoleone e, nel 1799 avevano seguito il generale Dasaix fino a Tebe. Delillers e  Jollois eseguirono rilievi epigrafici e ne tracciarono la mappatura, ulteriori rilievi vennero eseguiti nel 1828 da Ippolito Rossellini e nel 1844 da Richard Lepsius, nel 1898 si interessò alla tomba anche Victor Loret e nel 1915 Haward Carter che rinvenne cinque depositi di fondazione.

Nel 1959 Hornung e Piankoff eseguirono una rilevazione fotografica, dal 1989 gli studi sulla KV22 sono stati affidati in concessione alla Waseda University giapponese. Champollion visitò la tomba nel 1829 rilevando che alcune pareti erano ricoperte da pitture di straordinaria finezza, sono pitture e geroglifici stilizzati che ricordano lo ieratico.

Vediamo ora come si presenta la tomba seguendo sulla planimetria. La grande tomba si insinua nella roccia per 86 metri  seguendo un percorso che presenta due cambiamenti di direzione ad angolo retto. L’ingresso si apre su di una scala (a) che immette in un corridoio in pendenza (b) in fondo al quale si trova un’altra scala (c) ed un altro corridoio (d) che termina in un pozzo verticale (e), profondo quasi 5 metri, sul fondo del pozzo si apre un piccolo locale (e1).

Superato il pozzo si accede ad una camera con due pilastri (f), sul lato sinistro della parete di fondo tramite una scala si accede ad un breve corridoio (g) e tramite un’altra scala (h) si accede all’anticamera (i), le cui pareti, come quelle del pozzo presentano “scene reali”, figure di divinità quali Osiride, Anubi, Hathor, Nut e Amentit insieme al sovrano ed al suo ka.

Proseguendo si apre la grande camera funeraria a sei pilastri (j) che si presenta su due livelli nella quale si trova il sarcofago di Amenhotep III.

Le pareti della camera funeraria sono interamente ricoperte dai testi del “Libro dell’Amduat”, mentre sui sei pilastri è rappresentato il re in presenza di alcune divinità. Tutte le decorazioni sono pesantemente danneggiate e difficilmente leggibili. Anche qui intorno alla camera funeraria si trovano diversi annessi di cui i due più grandi, con il soffitto sorretto da un pilastro, si suppone che avessero la funzione di ulteriori camere funerarie, forse una di esse era per la regina Sanamon e l’altra per la regina Tiye.

Purtroppo oltre ai danni arrecati dal tempo si aggiungono i danni provocati dai visitatori che agli inizi del novecento rubarono e asportarono alcune parti delle pitture parietali, la cosa è particolarmente visibile nella parete sud del pozzo dove è raffigurata la dea Nut che riceve il re seguito da un personaggio che porta sul capo il segno del ka, com’è chiaramente visibile, il capo del faraone è stato completamente asportato.

Terrage e Jollois che visitarono la tomba nel 1799 riuscirono a percorrere solo un breve tratto a causa dei detriti che ostruivano il passaggio, in seguito la tomba venne visitata da molte persone al punto che al suo interno non venne più rinvenuto nessun reperto originale salvo alcuni frammenti di scarsa importanza rinvenuti durante gli scavi di Carter.

I resti della mummia di Amenhotep III vennero rimossi in passato e, dopo un precario restauro, furono trasferiti nella tomba di Amenhotep II, la KV35; quando venne rinvenuta da Loret nel 1898 si trovava in pessime condizioni, dall’etichetta che la contraddistingueva si poté risalire all’epoca del restauro corrispondente all’anno dodicesimo del faraone Smendes della XXI dinastia

Fonti e bibliografia:

  • Enrichetta Leospo e Mario Tosi “ll potere del re il predominio del dio”, Ananke, 2005
  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Ala Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • John Wilson, “Egitto, I Propilei” volume I, Arnoldo Mondadori, Milano, 1967
  • Agnès Cabrol, “Amenhotep III le magnifique”, ed. Le Rocher, 2000
  • Cyril Aldred, “Akhenaton il faraone del sole”, Grandi tascabili economici Newton, 1996
  • A. Piankoff e E. Hornung, “Das Grab Amenophis’ III im Westtal der Könige”, 1961
  • G. W. Bowersock, “The Miracle of Memnon”, American Society of Papyrologists, 1984 André e Étienne Bernand, “Les Inscriptions grecques et latines du colosse de Memnon”, Parigi, Bibliothèque d’étude de l’Institut français d’archéologie orientale, 31, diffusion Picard, 1969
Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta

IL COLOSSO DI RAMESSE II

Di Grazia Musso

Menfi, Tempio di Ptah
Pietra calcarea cristallina, altezza attuale 10,95 m.
Mut Rahina, parco archeologico

La statua, oggi sdraiata, una volta si erge a davanti al portale meridionale del tempio di Ptah.

Fa parte dei preziosi colossi del re.

Le proporzioni sono armoniche malgrado le dimensioni, la lavorazione e la levigatura della superficie sono di notevole qualità.

L’espressione mite è al contempo ieratica è caratteristica del primo stile del regno di Ramses II.

Fonte

Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann

Fotografie della statua coricata di Gian Piero Liori

Harem Faraonico

UN TRADIZIONALE TRIBUTO DELLA NUBIA AL FARAONE

Di Luisa Bovitutti

Concludo mostrandovi un originale dono che i sudditi nubiani erano soliti riservare al Faraone nel periodo compreso tra il regno di Hatshepsut e quello di Tutankhamon, raffigurati nella tomba di Amenhotep Huy ed altresì nelle sepolture tebane TT93 di Qenamon e TT65 di Nebamon-Imyseba sempre nell’ambito della rappresentazione del tributo nubiano, ed in quelle amarniane di Meryre II e di Huya, nella scena dell’omaggio ad Akhenaton in occasione del suo XII anno di regno.

La presentazione del tributo nubiano a Tutankhamon da parte di Huy, dietro il quale si trovano in basso il modellino grande, e sul registro sopra di esso i due modellini più piccoli. Disegno di Lepsius.
La scena nella tomba di Amenhotep Huy così come appare oggi.

Si tratta di modellini in oro del paesaggio di Wawat, che simboleggiano la ricchezza della Nubia e la piena vivificante del Nilo che da quella terra proviene, posati su basamenti o vassoi riccamente decorati.

Questi rilievi parietali sono piuttosto deteriorati ed i colori risultano scuriti da uno strato di vernice; fortunatamente gli archeologi che ebbero occasione di visitarle realizzarono dei disegni che ci permettono di avere un’idea della bellezza dell’oggetto originale.

Tomba di Kenamun: un modellino destinato al sovrano.
Disegno di Nina De Garis Davies

Tra i tributi nubiani raffigurati nella tomba di Huy figurano tre modellini, ben disegnati da Lepsius, a colori: nel più grande il paesaggio è disseminato da numerose palme sulle quali si arrampicano scimmie e babbuini per raggiungere i datteri; a terra svariati nubiani, alcuni liberi, altri incatenati. Due giraffe trattenute da due servi tramite una corda si allungano verso i frutti per poterli mangiare. Al centro, sopra una specie di cesto di pelle bovina, sorge una costruzione piramidale, forse una capanna, circondata da trofei.

Particolare del modellino più grande

La base del modellino è ornata da pelli di grossi felini e da placche rettangolari (forse stoffe) ornate da dischi d’oro; vi sono altresì incisi i cartigli di Tutankhamon, che sono stati erasi, e due nubiani schiena contro schiena, incatenati.

Tomba di Huya: l’omaggio ad Akhenaton per il XII anno di regno. Disegno di Norman De Garis Davies. Il modellino è nel primo registro in alto, poco a destra della metà della scena
Particolare della scena nella tomba di Huya, ad Amarna: il modellino è raffigurato sul registro in alto, a sinistra.
Tomba di Meryra II ad Amarna. Disegno di Norman De Garis Davies. L’immagine è poco leggibile, ma credo che il modellino sia nell’angolo a destra in alto. Si accettano altre proposte!

FONTI:

E' un male contro cui lotterò

ANESTESIA E SEDAZIONE

MITI E REALTÀ

Di Andrea Petta e Franca Napoli

La possibilità di usufruire di anestetici ed analgesici è stato un requisito fondamentale per la chirurgia moderna. Da molto tempo gli studiosi disquisiscono su quali sostanze potessero essere utilizzate nell’antichità e fin dove si potessero spingere gli antichi chirurghi.

Uno dei rilievi più famosi di Amarna: mandragora o persea? (Pergamon Museum di Berlino)

Si pensa che gli egizi conoscessero la mandragora ed i suoi effetti, legati al contenuto di atropina e scopolamina. La rappresentazione (forse) del suo frutto in diversi dipinti ci fa presupporre che l’azione narcotica ed allucinogena fosse sfruttata, ma l’identificazione del frutto non è né certa né tantomeno universalmente accettata – non solo non è originaria dell’Egitto, ma il termine egizio che la identifica – rermet – non viene mai menzionato nei papiri medici.

Il frutto della mandragora; probabilmente un esempio di come gli studiosi si lascino suggestionare da conoscenze “moderne” (la mandragora contiene almeno tre alcaloidi, ma l’abbiamo scoperto solo nel secolo scorso).

In più, la somiglianza dei suoi frutti con la persea (Mimusops laurifolia) che, al contrario della mandragora, cresceva in Egitto fin dal periodo predinastico, fa sì che diversi studiosi lo ritengano uno “scambio di pianta”. L’ennesimo mistero che abbiamo incontrato.

Qui invece il frutto della persea, molto più probabile come oggetto delle raffigurazioni egizie

Esiste invece un florilegio di termini – piante, fiori, frutti – indicati nei papiri medici come “rimedi per il dolore” e che non sappiamo assolutamente a cosa corrispondano.

Abbiamo quindi un “aaut”, forse un mollusco marino, usato nella mialgia (Papiro Hearst, 8.17), una pianta “djareet” usata per i dolori addominali e le nevriti (Hearst 2.15) e, particolarmente interessante, l’erba “senutet”. Questa erba è descritta così:

“…i suoi fiori sono come il loto. I suoi germogli sono come il legno bianco. Se la si raccoglie e la si strofina sull’inguine, il dolore si allevia immediatamente. I suoi semi, impastati in una torta, vengono dati per alleviare il dolore”.

Si tratta probabilmente di una specie di convolvolo, il Convolvolus hystrix oppure il C egyptiacus, di cui ci sono reperti paleobotanici in Egitto e dal potente effetto sedativo.

Il C. hystrix e il C. Egyptiacus, presumibilmente l’erba “senutet” dei papiri medici egizi

E gli oppiacei?

Il Papaverum somniferum era già noto in Mesopotamia all’inizio del Nuovo Regno, ma le prove che fosse conosciuto ed usato in Egitto sono molto indiziarie. Diodoro Siculo fa risalire all’Egitto il primo utilizzo sedativo dell’oppio, ma non è per niente certo. La presenza di oppio fu inizialmente dimostrata in alcuni contenitori di olii vegetali dalla tomba di Kha e Merit, ora conservati al Museo Egizio del Cairo. Tale dimostrazione, effettuata nel 1925 all’Università di Genova fu successivamente smentita da analisi più moderne, lasciando un alone di mistero.

La capsula del papavero, dentro la quale maturano i semi e da cui si estrae il lattice ricco di oppio incidendola

Il ritrovamento di alcuni vasi ciprioti a forma di capsule di papavero (i cosiddetti base-ring) e le analisi effettuate negli anni ’90 su alcuni reperti rendono estremamente probabile la presenza di oppio in Egitto all’inizio del Nuovo Regno, ma non esistono prescrizioni o medicamenti che lo utilizzino nei papiri medici.

Un “base ring” di origine cipriota, la cui forma richiama la capsula del papavero rovesciata (Museo Egizio di Torino)

Non ci sono inoltre pervenute “istruzioni” sul fatto di incidere le capsule per estrarne il lattice, da cui si ricava il principio attivo.  Nello sforzo però di immaginare gli egizi incalliti fumatori d’oppio, soprattutto gli studiosi inglesi hanno voluto forzatamente vedere in alcuni oggetti raffigurazioni delle capsule di papavero – l’esempio più famoso riguarda gli orecchini della regina Tausert, moglie di Sethi I.

Gli orecchini di Tausert, in cui alcuni studiosi hanno visto le capsule di papavero invece dei frutti della ninfea o del melograno – forse sotto l’effetto del papavero stesso…

Possiamo quindi affermare che l’oppio fu effettivamente introdotto in Egitto durante il Nuovo Regno, ma che non fu mai utilizzato in ambito medico.

Gli studiosi sono invece concordi sulla presenza di cannabis (C. sativa) in Egitto, ma purtroppo anche in questo caso non ne furono riconosciuti gli effetti sul sistema nervoso centrale. Da notare che dopo lo “scandalo del tabacco” (identificato erroneamente sulla mummia di Ramses II, che era invece stata trattata con spennellamenti a base di tabacco per conservarla in tempi moderni), tutti i ritrovamenti di polline di cannabis o di tracce di oppiacei sono stati pesantemente contesati e, in linea di massima, quantomeno dubbi.

Un capitolo a parte lo merita il “loto”, su cui è stata fatta molta confusione. Il loto (Nelumbo nucifera) non è mai arrivato in Egitto prima della dominazione persiana. Quelli rappresentati nell’arte egizia sono fiori di NINFEA (Nymphaea caerulea o N. lotos a seconda del colore dei fiori). La ninfea contiene ben quattro alcaloidi narcotici, concentrati nei fiori e nei rizomi. È stato proposto che i boccioli di ninfea venissero aggiunti al vino come stupefacenti; le scatenate ragazze del papiro erotico di Torino vengono rappresentate con un fiore di ninfea sopra la loro testa ad indicare che erano sotto il loro effetto.

Ricostruzione del papiro satirico-erotico di Torino: si noti il fiore di ninfea disegnato sopra la testa delle “danzatrici”, forse ad indicare l’effetto dei suoi semi

Non avrebbe invece avuto alcun effetto stupefacente annusare i fiori di ninfea, come viene spesso mostrato dei dipinti egizi.

Keti e Senet con due fiori di ninfea di cui odorano il profumo in una rappresentazione tipica della pittura egizia (https://laciviltaegizia.org/2023/05/13/stele-per-keti-e-senet/)

Da non dimenticare che, infine, l’alcool era molto conosciuto ed abbondantemente “sfruttato” anche in campo medico (il Papiro Ebers nomina almeno 17 tipi di birre diverse usate nelle prescrizioni).

Tra gli analgesici di effetto MOLTO dubbio segnaliamo infine tra le pieghe del Papiro Ebers i topi e le ali degli scarabei.

C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

IL FARAONE THUTMOSI IV

Di Piero Cargnino

Menkheperura Thutmosi IV, era il figlio di una sposa secondaria, o concubina, di Amenhotep II, Tiaa. Alla sua ascesa al trono, forse per sottolinearne maggiormente il diritto (anche se non era il caso), onorerà la propria madre assegnandogli il titolo di “Grande Sposa Reale” e “Sposa del Dio”.

Si pensa che abbia regnato per una decina di anni, Manetone, questa volta degno di fede, gli assegna nove anni e 8 mesi di regno. Al contrario del padre Amenhotep II, le sue vicende coniugali ci sono note, ebbe due “Grandi Spose Reali”, Nefertari e la propria sorella Iaret. Sarà il destino ma anche il suo successore, Amenhotep III fu figlio di una sposa inizialmente secondaria, Mutemuia, principessa Mitanni figlia del re Artatama I, assurta poi a grandi onori quando suo figlio, Amenhotep III “Il Magnifico” divenne faraone, sarà quindi la nonna di Akhenaton e (forse) bisnonna di Tutankhamon (?). Il suo nome significa “Mut è nella barca divina”.

Per quanto riguarda le imprese militari di Thutmosi IV sappiamo solo di alcune spedizioni atte a sedare le continue insurrezioni in Siria alimentate dagli irrequieti Ittiti che premevano sempre più su quel fronte. Pare che il suo regno sia stato abbastanza tranquillo anche perché scarseggiano le notizie storiche degne di nota, sappiamo di una breve campagna di Thutmosi IV, nel suo ottavo anno di regno, per sedare una rivolta in Nubia.

Questo periodo di relativa pace favorì lo sviluppo di un’intensa attività di costruzione ed abbellimento delle tombe da parte delle figure più eminenti della corte, le cui tombe, dette “Tombe dei Nobili”, abbondano di splendide pitture. Non va dimenticato che si usa comprendere nella categoria dei “Nobili” anche le tombe delle necropoli degli operai, in particolare quella di Deir el-Medina, dove le maestranze che realizzavano le sepolture reali, non peccavano certo di modestia nel costruirsi le loro tombe.

Uno di questi era Kenamun, allattato dalla stessa balia che aveva nutrito il faraone Amenofi II, da lui nominato amministratore del cantiere navale di Peru-nufe, era un personaggio molto influente a corte, anche se poi cadde probabilmente in disgrazia, come dimostra l’avvenuta distruzione nella sua tomba, del suo nome e della sua figura. Mi scuso per la breve divagazione su questo personaggio ma penso sia interessante seguirne la storia. Nella sua tomba, ricca di decorazioni sono rappresentati i beni più belli, prodotti nel suo laboratorio,  che offriva ogni anno al faraone, statue, vasi, scudi, cocchi e mobili disegnati con grande raffinatezza.  Nelle iscrizioni si parla del “cocchio che Sua Maestà gli diede come segno del suo favore”, Kenamun lo volle portare con se nella vita eterna.

La spedizione di Champollion e Ippolito Rossellini, giovane professore pisano, del 1828, che oltre a riportare in patria disegni e riproduzioni di testi geroglifici, portò anche un “bottino” di settentasei casse di reperti tra i quali si trovava, smontato il cocchio di Kenamun che oggi è possibile ammirare nelle sale del Museo Egizio di Firenze. Anche la storia della mummia di Kenamun è piena di fascino e mistero, giunta in Toscana nel 1829 sparì e non venne più ritrovata finché nel 2013, inspiegabilmente ed in modo del tutto casuale venne rinvenuta nel Museo di Storia Naturale di Calci, (piccolo comune in provincia di Pisa) sotto le spoglie di uno scheletro.

In quanto anche Thutmosi IV era figlio di una sposa secondaria, come fu poi consuetudine per i faraoni del Nuovo Regno, ritenne che fosse necessario legittimare la sua successione al padre ed a tal fine fece in modo che a confermarne la successione fossero addirittura gli dei. Fece scolpire un grande stele dove è riportato un suo sogno che avrebbe fatto da ragazzo. Si tratta della famosa “Stele del Sogno” risalente al suo primo anno di regno, una stele alta 114 cm., alta 40 cm e spessa 70 cm. che ancora oggi troneggia tra le zampe della Sfinge.

Nella scena riportata nella lunetta superiore è rappresentato il faraone intento a portare offerte alla Grande Sfinge. E qui, a mio parere si trova un enigma affrontato da pochi studiosi (ho fatto fatica a trovare fonti spesso giudicate fasulle), nella scena il faraone si trova di fronte alla Sfinge che volge la schiena ad un’altra Sfinge di fronte alla quale è rappresentato un altro (o lui stesso) sempre officiante. Perché le sfingi sono due? Forse alle spalle della Grande Sfinge ce n’era una seconda oggi distrutta o ancora sepolta?

Non voglio attirarmi le ire degli egittologi quindi proseguiamo con la stele. Su di essa Thutmosi IV racconta che quando era ancora giovinetto si trovava a caccia nei pressi della Grande Sfinge, ad un certo punto, preso dal sonno si coricò sotto la testa della Sfinge per fare un sonnellino ristoratore. Va precisato che in quel periodo la Sfinge si trovava quasi interamente sommersa dalla sabbia fino al collo. In sogno gli apparve Harmachis, il dio solare impersonante la sovranità, il dio della Sfinge il quale promise a Thutmosi il trono delle Due Terre se avesse fatto liberare il corpo della statua dalle sabbie che la ricoprivano. Nel testo della stele il dio “Harmachis-Khepri-Ra- Atum” afferma:

<<…….Guardami figlio mio, Tuthmosi; sono io tuo padre Harmakis-Khepri-Ra-Atum. Io ti assegnerò la mia regalità sulla terra dei viventi: tu porterai la Corona bianca e la Corona rossa sul trono di Geb……….>>.

Sicuramente Thutmosi IV fece liberare la Sfinge dalla sabbia e, guarda caso, si ritrovò faraone.

LA TOMBA KV43

Ma Thutmosi IV non si limitò a dissotterrare la Sfinge dalla sabbia, volle dimostrare che proprio ad Harmachis (la Sfinge) doveva il suo diritto a regnare, fece inoltre costruire un muro perimetrale per difenderla dall’insabbiamento che l’aveva frequentemente colpita, così da ridurne gli effetti.

Tra le notevoli opere edilizie di questo faraone ricordiamo il grande obelisco, di Thutmosi III, che giaceva incompiuto da quarantadue anni, lo fece innalzare a Karnak, con i suoi 32,18 metri di altezza era l’obelisco monolitico più alto del mondo (anticipo subito gli oppositori, il più alto sarebbe stato quello incompiuto che si trova ancora ad Assuan fatto costruire dalla regina Hatshepsut o dallo stesso Thutmosi III). Oggi l’obelisco non è più in Egitto, i romani, come molti altri obelischi se lo portarono a Roma per volere dell’imperatore Costanzo II nel 357 d.C., dove venne eretto nell’area del Circo Massimo, oggi fa bella mostra di se in Piazza San Giovanni in Laterano dove fu fatto innalzare nel 1588 per volere del Papa Sisto V.

Dicevamo che l’attività edilizia di Thutmosi IV sia stata assai notevole, molti sono i monumenti da esso fatti costruire, tre di questi risalgono al suo primo anno di regno, uno al quarto, forse uno al quinto, uno al sesto, due al settimo e uno all’ottavo. Per altri due monumenti, da alcuni datati al diciannovesimo e ventesimo anno di regno, non è stata accettata tale datazione. La ragione è che secondo una più corretta lettura dei nomi riportati si evince che si riferiscano a Menkheperre (Thutmosi III) e non a Menkheperure (Thutmosi IV).

Sempre a Karnak Thutmosi IV fece costruire una cappella di alabastro con sala peristilio destinata alle persone “che non avevano diritto di accesso al tempio principale di Karnak”, era il “Luogo dell’orecchio” per il dio Amon, dove il dio poteva ascoltare le preghiere del popolo. La cappella, ricostruita dalla missione francese Centre Franco-Egyptien D’etude des Temple de Karnak è oggi inserita nel Museo all’aperto di Karnak.

E’ importante tenere in considerazione, per quando parleremo dei successivi faraoni Amenhotep III e. soprattutto Amenhotep IV (Akhenaton), il fatto che già con Thutmosi IV prendono corpo idee e proposte religiose dal contenuto spirituale e sociale profondamente innovativo che si ripercuotono anche sul piano estetico la cui realizzazione si  verificherà sotto il regno del faraone Akhenaton.

Aton, ovvero il “disco solare”, quasi sicuramente una speculazione teologica dei sacerdoti di Eliopoli che rivaleggiavano con quelli di Tebe, adoratori principalmente del dio Amon, era considerato come una  manifestazione visibile del dio Ra-Horakhti (Ra che è Horus dei due Orizzonti). Il suo culto entrò nell’uso comune già  durante il regno di Thutmosi IV (nonno di Akhenaton) condizionato in ciò dalla presunta visione in sogno di Ra-Horemakhet (Harmakis) che gli chiese di dissotterrare la Sfinge dalla sabbia. Forse il faraone rimase colpito dal fatto che proprio Harmakis gli si fosse presentato, o forse per contrastare il grande potere che aveva assunto il clero di Amon, nella famiglia reale si iniziò a dedicare maggiore attenzione al culto del dio Aton.

Su di uno scarabeo, risalente al regno di Thutmose IV, Aton viene rappresentato come divinità distinta mentre conduce il faraone alla vittoria in battaglia. Il culto di Aton si affermerà poi in seguito con il faraone Amenhotep IV (Akenhaton).

Thutmosi IV non visse a lungo, l’anatomista Grafton Elliot Smith, che per primo esaminò il corpo, dedusse che il sovrano morì intorno ai 25-28 anni; il corpo si presentava lungo un metro e 64 centimetri ma l’evidenza che i piedi furono rotti post mortem, fa ovviamente pensare che il sovrano fosse in realtà più alto. Le analisi effettuate hanno permesso di stabilire che il faraone non godeva di ottima salute inoltre presentava un logoramento fisico che si dovette manifestare nei mesi precedenti la sua morte.

La mummia si presentava con gli avanbracci incrociati sul petto, destro sopra sinistro, portava i capelli di colore bruno scuro lunghi circa 16 cm ed aveva i lobi delle orecchie forati. Elliot Smith rilevò un particolare curioso, la testa di Thutmosi IV si presentava con una leggera connotazione femminile ed una forte somiglianza con Amenhotep II. Recenti studi comparativi, eseguiti da un chirurgo dell’Imperial College di Londra, hanno permesso di stabilire che Thutmose IV, e come lui altri faraoni della XVIII dinastia morti prematuramente, soffrivano con molta probabilità di un tipo di epilessia  del lobo temporale in via ereditaria presente nella famiglia reale.

Alla sua morte fu sepolto nella Valle dei Re nella tomba KV43, ma come per molti altri faraoni, la sua mummia venne in seguito traslata nella tomba di Amenhotep II KV35 durante la XXI dinastia perché ritenuta più sicura dalle predazioni, qui venne rinvenuta da Victor Loret nel 1898. La tomba KV43, scoperta da Howard Carter nel 1903 presenta la struttura tipica delle tombe della XVIII dinastia. (seguire la planimetria della tomba).

L’ingresso presenta una scalinata (A) molto ripida che immette in un corridoio (B), anch’esso ripido in fondo al quale seguono una seconda scala (C) ed un secondo corridoio (D), parimenti inclinati. Il corridoio termina in un pozzo verticale (E) profondo più di 5 metri, dal fondo del pozzo si accede ad una camera (Ea) che sconfina in parte al di sotto di una camera (F) con due pilastri.

Stranamente le pareti del pozzo sono decorate con scene dove alcune divinità porgono al faraone l’ankh, il segno della vita mentre il soffitto è blu ricoperto di stelle. L’accesso alla camera successiva era murato con decorazioni. Alcuni studiosi pensano che il tutto starebbe ad indicare la volontà di ingannare i profanatori, cosa che però si rivelò priva di effetto. Dall’interno della camera con due pilastri (F) una scala conduce ad un corridoio (G) al termine del quale una seconda scala (H) conduce ad una piccola anticamera (I) e, dopo un breve corridoio, si entra nella camera funeraria (J) sostenuta da sei pilastri. Anche questa è conformata su due livelli,  dopo gli ultimi due pilastri una breve scaletta porta al livello inferiore dove si trova il magnifico sarcofago in granito rosso di Thutmose IV.

Anche qui si aprono sui due lati più lunghi quattro annessi per il corredo funerario, due erano chiusi con porte di legno che furono asportate con gran parte degli oggetti di valore. La camera non presenta alcuna decorazione salvo un fregio Khekeru, due piccole nicchie fanno supporre che avrebbero dovuto contenere i “mattoni magici” necessari alla protezione del defunto. Un testo in ieratico sulla parete dell’anticamera cita l’entità dei furti subiti e le operazioni di ripristino. La tomba fu più volte restaurata finché non si decise di traslare la mummia del sovrano.

In uno degli annessi venne rinvenuta la mummia di un bambino sconosciuto, secondo Haward Carter la tomba doveva contenere almeno tre persone, il figlio del re, Amenhemet, il cui corpo ribendato è stato rinvenuto nella cachette di Deir el-Bahari (DB320), forse la figlia, Tentamun ed il bambino citato sopra.

Fonti e bibliografia:

  • Marilina Betrò, “Kenamun, l’undicesima mummia”, Edizioni ETS, 2014
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, traduzione di Ginetta Pignolo, Milano, Einaudi, 1989
  • Wilson, John A., “Egitto, I Propilei”, volume I, Arnoldo Mondadori, Milano 1967
  • Nicolas Grimal, “A History of Ancient Egypt”, Blackwell Books, 1992
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Torino, Ananke, 2005
  • Alberto Sillotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
  • Cesare D’Onofrio, “Gli obelischi di Roma”, Bulzoni, 1967
  • Betsy Bryan, “Il regno di Thutmasi IV”, Baltimora: The Johns Hopkins University Press. 1991
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Milano, Electa, 1999)
  • Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, Roma, Aracne, 2005

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta

IL RE TRA “LE ANIME DI PE E NEKHEN”

Di Grazia Musso

Tebe Ovest, Valle dei Re
Tomba di di Ramses I KV 16

Il breve regno di Ramses I, fondatore della XIX Dinastia, costrinse il sovrano a costruire una tomba che si limitava alla Camera sepolcrale.

Nella scena qui riprodotta il re si inginocchia in gesto di giubilo tra le “anime di Pe e Nekhen”, dalla testa zoomorfa, potenti spiriti che rappresentano la primitiva tradizione mitologica della regalità, nel rispetto del dualismo dell’Alto e Basso Egitto.

Lo stile della pittura manifesta stretti legami con le raffigurazioni parietali della tomba di Harem ha.

Fonte

Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann