Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta

VASO CON ANSA A FORMA DI CAPRIDE

Di Grazia Musso

Oro e argento, altezza cm. 16,5
Tell Basta (Bubasti) – Tesoro scoperto nel 1906
Museo Egizio del Cairo – JE 39867 = CG 53262

Questo vaso fa parte del primo tesoro ritrovato nel corso dei lavori ferroviari a Tell Basta, dove un tempo sorgeva il tempio dedicato alla dea Bastet , patrona di Bubasti.

Il vaso ha forma globulare, il corpo è decorato con motivo a “gocce” leggermente sovrimposte le une alle altre in modo da formare delle colonne.

Sul lato opposto a quello dell’ansia è raffigurato un personaggio maschile, riccamente vestito, che protende le braccia in segno di adorazione, verso una divinità femminile che Indossa una lunga veste attillata e un copricapo dalla cui sommità spunta un ciuffo di piume.

La mano sinistra stringe l’ ankh, mentre la destra impugna uno scettro con la sommità a fiore di papiro su cui è posato un volatile non meglio identificabile.

Due iscrizioni geroglifiche contengono frasi augurali all’indirizzo del coppiere del re Atumentyneb.

Il collo del vaso reca una doppia banda di decorazioni a carattere naturalistico.

Il registro superiore trae ispirazione da modelli orientaleggianti: vi si scorgono animali reali e fantastici divisi da composizioni floreali che richiamano l’albero della vita orientale.

L’ ansa del vaso, in oro, è configurata a forma di capride.

L’animale si erge sulle zampe posteriori e appoggia quelle anteriori, piegate, contro il collo del vaso.

Il muso tocca il bordo superiore, nelle narici è infilato un anello d’argento.

Un foro triangolare sulla fronte indica che un tempo doveva esservi incastonata una pietra.

L’unione di motivo decorativi orientaleggianti con elementi di origine più prettamente egizia, si iscrive a pieno titolo nel periodo culturale ramesside, quando l’incontro dell’Egitto con le culture limitrofe porta all’introduzione di nuovi stilemi, conducendo così a un arricchimento del repertorio figurativo degli artisti egizi.

L’ANALISI DEL TESTO a cura di NICO POLLONE

Fonte

Tesoro egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – F. Tiradritti – fotografie di Arnaldo De Luca – Edizioni White Star.

Curiosità, Tutankhamon

TUTANKHAMON E RODOLFO VALENTINO

Di Giuseppe Esposito

Figura 1: la copertina de “La Domenica del Corriere” del 24 febbraio 1924 con il disegno di Achille Beltrame (1871-1945) ripreso chiaramente da una delle più famose fotografie di Harry Burton

Howard Carter… e forse il nostro articolo potrebbe anche concludersi qui poiché questo nome, da solo, è in grado di evocare una tra le più grandi scoperte dell’archeologia e dell’egittologia, ma poiché, se veramente mi fermassi qui, mi dareste del folle, eccomi a continuare giacché proprio quella scoperta scatenò l’egittomania mondiale, e coinvolse personaggi di ogni dove, di ogni lignaggio e di ogni categoria.

E se vi dicessi che, in qualche modo, c’entra anche il sex-symbol per eccellenza: Rodolfo Valentino?

TUTANKHAMON E RODOLFO VALENTINO

Ma andiamo con ordine e… riprendiamo proprio da Carter e dal suo noto caratteraccio (non sempre immotivato, in verità).

Carter

Nato nel 1874, undicesimo, e ultimo, figlio di Samuel Paul Carter[1], dal padre apprese l’arte del disegnare e del dipingere[2]. Tra i suoi facoltosi clienti il padre annoverava anche Lord William Pitt, II conte di Amherst, detentore di una vasta collezione di reperti egizi e tra i fondatori del “Egypt Exploration Fund”.

Durante una campagna di scavi nella necropoli di Beni Hasan[3], patrocinata da Lord Amherst e dal “Fund”, si rese necessario poter disporre, in loco, di un valido disegnatore per ricopiare i rilievi, ma specialmente i testi, delle innumerevoli tombe. Singolare che la richiesta avanzata fosse, precisamente, per un disegnatore preferibilmente “non gentleman[4], che facesse poche domande e, soprattutto, che costasse poco. Fu così che, nel 1891, il diciassettenne Howard Carter raggiunse l’Egitto per quella che doveva essere solo l’inizio della sua meravigliosa avventura.

Grazie ai suoi accuratissimi disegni possiamo oggi ammirare dipinti e rilievi parietali ormai non più leggibili o addirittura scomparsi: tra questi forse il più famoso è il trasporto della statua di Djehutihotep[5].

Figura 3: Il trasporto della statua di Djehutihotep in una rielaborazione grafica, tuttavia, di Sir John Gardner Wilkinson in cui sono stati integrati alcuni piccoli particolari non presenti nell’originale di Carter (è stato completato il viso della statua e sono stati integrati i personaggi sulla sinistra)

Destinato poi al sito di Tell el-Amarna, il giovane Carter affiancò, sempre come disegnatore, Sir Flinders Petrie che lo assegnò a ricopiare iscrizioni e rilievi “dove non avrebbe potuto causare danni”. Si aggiunse così, però, un altro “mattone” nella sua cultura di futuro scavatore della Valle dei Re. Come nota di colore, un aneddoto circolava sulla frugalità del grande archeologo, considerato il padre dell’egittologia: si raccontava, infatti, che avendo notato che nell’accampamento mancava la carta igienica, per non disturbare il “grande capo”, venne chiesto come comportarsi a Lady Petrie ottenendo, in risposta, che “Sir Flinders ed io usiamo cocci di ceramica[6] … e pensare che proprio sui “cocci” di ceramica Flinders Petrie aveva fondato il suo metodo di datazione della preistoria egizia[7].  

La carriera di Carter in Egitto prosegue e, sempre più apprezzato per le sue capacità artistiche, viene tuttavia notato anche per la sua passione per lo scavo archeologico tanto che, a poco più di 25 anni, viene nominato Capo Ispettore per l’Alto Egitto, con competenza su alcuni tra i siti più importanti e famosi del sud del Paese. Qui, come responsabile anche della Valle dei Re, il giovane Carter si trasforma, in un’occasione, in un novello Sherlock Holmes.

Per rendere visitabile al pubblico la tomba KV35[8] di Amenhotep II, Carter aveva fatto riporre il corpo del re nel suo sarcofago, messi in bella mostra alcuni degli oggetti rinvenuti a suo tempo da Victor Loret nella tomba, e aveva fatto apporre una pesante grata di ferro all’ingresso per proteggere il tutto. Nonostante tale precauzione, nella notte del 20 novembre 1901 alcuni ladri si erano introdotti nella KV35, avevano danneggiato la mummia del Re e rubate alcune suppellettili.

Carter svolse le sue indagini e rinvenne, nella tomba, impronte di piedi e un pezzo di resina estraneo all’ambiente. Giacché pochi giorni prima si era verificato un altro furto nella tomba di Yi-Ma-Dua, poco distante dal villaggio di Qurna, Carter comparò il pezzo di resina rinvenuto in KV35, con la rottura in una suppellettile della tomba di Yi-Ma-Dua riscontrando che erano perfettamente combacianti e identificando, perciò, i ladri come autori di entrambi i furti. Poiché anche in quel caso erano state lasciate impronte di piedi che, seguite, avevano portato nei pressi della casa di Soleman e Ahmed el-Rasoul (noti come ladri di tombe), Carter fotografò entrambe le serie di impronte e, fatto arrestare Mohamed el-Rasoul come principale sospettato, comparò le impronte di questo con le sue foto ottenendo un perfetto riscontro[9]. Deduzioni investigative, e metodologie di raffronto delle prove, degne davvero di un buon poliziotto.

Dopo un periodo di collaborazione con Theodore Davis, nella Valle dei Re, Carter venne trasferito a nord come Ispettore, tra l’altro, del sito di Saqqara e qui si verificò quello che è noto, appunto, come “incidente di Saqqara”.

Un gruppo di turisti francesi, palesemente ubriachi, cercò nottetempo di entrare con la forza al Serapeum nonostante la presenza di guardie che, informato Carter, vennero da questi autorizzate a difendersi da eventuali attacchi. A quei tempi, in pieno periodo coloniale, che un locale “toccasse” uno straniero era decisamente inconcepibile.

I francesi, ovviamente offesi, si rivolsero perciò alla propria Ambasciata e questa al Direttore del Servizio, Gaston Maspero, che, sebbene a malincuore, chiese a Carter di scusarsi pubblicamente ottenendone, per tutta risposta, le dimissioni dall’incarico. E fu così che Carter ritornò al sud, a Luxor, e alle dipendenze, nuovamente, di Theodore Davis che lo assegnò a rilevare i dipinti e le iscrizioni della tomba KV46[10], di Yuya e Tuya. Ancora una volta, senza saperlo, Carter sfiorava Tutankhamon giacché i due personaggi, come si scoprirà solo di recente con l’esame del DNA, sarebbero risultati i bisnonni del giovane Re.

Nel 1914, agli albori della Prima Guerra Mondiale, Davis dichiara che la Valle non ha più nulla da offrire e, con grande magnanimità, cede la sua concessione di scavo (a sentir lui praticamente inutile) a Lord Carnarvon. La Guerra interrompe però ogni attività, ma Carter resta in Egitto con un incarico, sia pur marginale, nell’Intelligence britannica, al Cairo, che gli consente, comunque, di recarsi frequentemente al sud.

A Guerra finita, nel 1918, Carter viene assunto come esperto archeologo (ma non dimentichiamo che, fondamentalmente, era pur sempre un “dilettante” autodidatta, non avendo compiuto studi specifici in materia) da Lord Carnarvon e la prima richiesta che viene avanzata a Pierre Lacau, che nel frattempo ha sostituito Gaston Maspero, è di poter scavare a Tell-el-Amarna, la città del faraone eretico Akhenaton. La risposta di Lacau è negativa poiché lo stesso Servizio delle Antichità si riserva di scavare in quel sito o di affidarlo a prestigiose Università straniere, ma non certo a un privato.

Si aggiunga a questo che Lacau, respirata l’aria di nazionalismo che soffia, stabilisce che tutti gli oggetti rinvenuti in terra d’Egitto non possano lasciare il Paese.

È così che Carnarvon e Carter debbono accontentarsi (per fortuna, diremmo oggi) di proseguire i propri scavi nella Valle dei Re.

Come sopra detto è tuttavia un periodo di fermento nazionalista e Saad Zaghloul[11], leader del movimento, chiede a Sir Reginald Wingate, rappresentante della Corona britannica, l’autogoverno per il proprio Paese. Per tutta risposta Wingate fa arrestare Zaghloul e, come prevedibile, scoppia la rivolta contro l’occupante straniero[12]. È questo il clima, non certo dei più sereni, in cui i due si accingono a iniziare la propria attività archeologica che, per circa cinque anni, li porterà a semplici e piccole scoperte che, non potendo peraltro essere esportate o vendute, viste le restrizioni di Lacau, non valgono a coprire le spese sostenute da Lord Carnarvon.

Il 1922 volge al termine e Carnarvon, visti i magri risultati delle campagne di scavo, decide di non rinnovare la concessione. Quel che accadde dopo è noto: Carter si offre di pagare la concessione a sue spese per almeno un altro anno e Carnarvon, colpito dalla sicurezza dell’archeologo, si convince a proseguire.

Il 4 novembre, non appena rientrato nella Valle dall’Inghilterra, Carter scopre il primo gradino di una scala e il successivo 20 Carnarvon lo raggiunge. La circostanza di questo provvidenziale ritrovamento è, comunque, sospetta, ma di questo potremo parlare in un altro articolo.

“Cose Meravigliose”

Se il nome “Carter” è in grado di evocare una tra le scoperte archeologiche più importanti della storia, la frase che dà il titolo a questo paragrafo è altrettanto famosa giacché fu il preludio al magnifico tesoro che si celava dietro le porte murate che recavano il sigillo della necropoli.

Tale fu la potenza della scoperta che, in breve tempo e grazie ad altre campagne di scavo che si stavano svolgendo in Egitto, si riuscì a costituire una squadra che comprendesse i migliori esperti nei vari settori; furono così “reclutati” (ma meglio sarebbe dire “prestati”):

Arthur Cruttenden Mace, noto per le sue capacità di conservatore dei reperti anche più fragili, cui si affiancò Alfred Lucas capace chimico alle dipendenze del Servizio per le Antichità[13]; Harry Burton, come Mace dipendente del Metropolitn Museum of Art di New York, venne anch’egli “prestato” ed entrò a far parte della squadra come fotografo[14]; fu quindi la volta di Arthur Callender, amico di Carter, ingegnere ferroviario e disegnatore[15], di Walter Hauser, architetto e disegnatore come Lindsay Foote Hall[16]; Percy Newberry, botanico ed esperto di tessuti antichi[17]; Harry Breasted, laureato in farmacia e solo successivamente dedito all’egittologia[18], filologo e traduttore; ultimo, ma non ultimo, Sir Alan Gardiner, filologo e forse il più grande esperto di geroglifici[19].

Era la prima volta, nella storia della ricerca egittologica e archeologica, che veniva costituita una squadra che oggi definiremmo “multidisciplinare” e di ciò, nonostante comunque i molti errori compiuti, per ingenuità e impreparazione, durante le operazioni di scavo e svuotamento, va dato merito a Howard Carter.

Inutile ripetere, per l’ennesima volta, quale fu la eco della scoperta nel mondo intero. Chi fosse Tutankhamon non era certo ancor noto, e men che meno che si trattasse di un giovanissimo re morto a meno di venti anni… fu così che il buon caro, vecchio, Tut, divenne addirittura il soggetto di una canzone: “Old King Tut was a Wise Old Nut[20].

È bene, tuttavia, rammentare che uno dei più gradi errori di Lord Carnarvon, cui sopra si è fatto cenno e a cui non fu certamente estraneo Carter, specie in quel periodo di particolare fermento nazionalistico in Egitto, fu l’assegnazione dell’esclusiva su tutto ciò che riguardava la KV62, a un unico giornale, straniero: il “Times” di Londra. Si giungeva così al paradosso e, lo ripeto, in un momento particolarmente delicato per i rapporti tra l’Egitto e i “colonialisti”, specie britannici, che il Governo locale, o lo stesso Servizio delle Antichità, potessero avere notizie di quel che accadeva a casa propria solo acquistando un giornale, per di più straniero, e per di più dell’odiato conquistatore inglesse!

Dopo l’”Incidente di Saqqara”, quando Carter aveva rassegnato le dimissioni da Capo Ispettore per l’Alto Egitto, il suo posto era stato assunto da Arthur Weigall e tra i due correva perciò, da lungo tempo, stima e amicizia reciproca. Alla scoperta della KV62, Weigall venne inviato in Egitto come corrispondente del “Daily Mail”; già precedentemente, tuttavia, ben conscio della situazione esplosiva che si stava creando, aveva sottolineato che un grande errore iniziale era stato il non aver notificato al Governo egiziano la data di apertura della tomba. In una sua lettera a Carter aveva scritto[21]:

“…i nativi dicono che in quell’occasione avete avuto l’opportunità di sottrarre milioni di sterline vista la gran quantità di oro di cui avete parlato…

“…avete pensato che il vecchio prestigio britannico fosse ancora presente in questa Nazione e che avreste potuto, più o meno, fare quel che volevate…

Inutile dire che né Carter, né Lord Carnarvon, avevano risposto in alcun modo ai suggerimenti di Weigall, né Carter, addirittura, lo aveva voluto incontrare.

E i nodi cominciarono a venire al pettine quando, il 12 febbraio del 1924, si procedette al sollevamento del coperchio in granito del sarcofago. Per il successivo giorno 13, Carter aveva previsto, come omaggio ai suoi collaboratori, la visita della tomba da parte delle mogli e dei familiari, ma proprio la mattina del 13 febbraio, forze di polizia egiziane bloccarono l’accesso alla KV62 in esecuzione di un Ordine del Ministero che vietava l’accesso alla tomba agli estranei. Carter, ovviamente, cercò di opporsi, protestò veementemente, ma per tutta risposta, il Governo assunse il pieno controllo della tomba esautorandolo da ogni attività.

Fu così che Carter, furioso, partì per gli Stati Uniti per una serie di conferenze ma, anche in questo caso, il suo non facile carattere fece nuovamente capolino: prima di partire per gli Stati Uniti, infatti, diede alle stampe, in Inghilterra, un libricino. Il testo non era destinato al pubblico, tanto da riportare in copertina l’indicazione “Confidential”, e non si conosce neppure il numero di copie prodotte (meno di un centinaio, forse 60-70). Il titolo, semplicemente “Statement”, ovvero “Dichiarazione” [22].

Il libercolo, come si può immaginare oggi estremamente raro, conteneva documentazione a supporto delle motivazioni che lo avevano portato alla rottura con il Governo egiziano, atti ufficiali tra le parti per la suddivisione degli oggetti che sarebbero stati rinvenuti nella tomba di Tutankhamon[23] ma, anche, e senza chiedere il permesso agli interessati, lettere private che Carter aveva scambiato con altri archeologi o conoscenti, e che non la presero poi molto bene anche perché, in qualche caso, determinate dichiarazioni potevano mettere in cattiva luce, in una situazione politica già compromessa, suoi colleghi che ancora eseguivano campagne di scavo in Egitto.

E purtroppo non era ancora finita.

Mentre Carter era in giro per gli Stati Uniti a tenere le sue conferenze, le autorità egiziane decisero di eseguire una perquisizione nella KV4, di Ramses IV, che Carter e la sua squadra avevano utilizzato come magazzino. Qui, “nascosta” in una cassa di champagne, venne rinvenuta una statua lignea che rappresentava la testa di Tutankhamon nascente da un fiore di loto; statua che non risultava inserita tra gli oggetti rinvenuti e che, perciò, venne intesa come pronta per essere asportata illegalmente.

Ma il Governo egiziano era ben conscio che se qualcuno poteva completare lo svuotamento della KV62, questi non poteva essere che Howard Carter. Fu così, che con l’intercessione di Herbert Eustice Winlock, ancora una volta del Metropolitan Museum of Art di New York, le autorità egiziane pervennero a una proposta che prevedeva il reintegro di Carter nel suo incarico, a patto che le spese di scavo e di svuotamento della KV62 fossero sostenute per intero da Carter e Lady Carnarvon (subentrata dopo la morte del marito), che non fosse più avanzata alcuna pretesa su quanto rinvenuto e, soprattutto, che Carter tenesse a freno la lingua e non definisse più i Funzionari egiziani “ladri” e “banditi”.

Occorre dire che Carter rifiutò l’offerta e anzi minacciò di abbandonare l’archeologia?

Figura 7: la copertina di “Simplicissimus”, nota rivista satirico-umoristica tedesca (1896-1967), del 10 marzo 1924, in cui un Tutankhamon alquanto “irritato” caccia a calci, fuori dalla sua tomba, gli inglesi

Nel contempo, alcune copie di “Statement” erano arrivate negli Stati Uniti e in Egitto facendo così scoprire che tra gli autori delle lettere private c’erano Pierre Lacau, con critiche ai Ministeri egiziani e ad altri colleghi, nonché dello stesso Winlock, e il Metropolitan Museum ritenne che tali lettere potessero nuocere all’istituzione.

Nonostante tutto, ancora per vie traverse, il Governo cercava di far rientrare Carter e quest’ultimo, tornato in Inghilterra, si accordò con Lady Carnarvon che, al contrario del marito, non era decisamente molto appassionata di egittologia. Fu così che questa pervenne a un accordo con le autorità egiziane in base al quale: riconoscendo la bravura e l’unicità delle competenze di Carter, si accollava le spese per le ulteriori campagne di scavo fino allo svuotamento della tomba di Tutankhamon. Carter, inoltre, non avrebbe più chiamato “ladri” i funzionari ministeriali. Per “premio” il Governo concesse a Lady Carnarvon, con quale disappunto di Carter è facile immaginare, di poter ottenere eventuali doppioni di oggetti che non avessero avuto valore archeologico o storico.

Carter riapre la KV62

Finalmente, il 13 gennaio 1925 Carter riprende possesso della “sua” tomba KV62; ma la squadra, intanto, è notevolmente cambiata.

Arthur Mace, ammalato, non può prendervi parte; Lindsau Foote Hall ha già lasciato la squadra per contrasti con Carter, cosa che farà ben presto anche Walter Hauser. Nonostante la lunga amicizia, anche Callender, presto lascerà la squadra per dissapori economici[24], e proprio nel momento cruciale, in cui la sua esperienza sarebbe stata utile per liberare la tomba dagli scrigni che egli stesso aveva provveduto, con tanta difficoltà e maestria, a smontare.

Ma l’assenza più pesante di tutte, vista la gran quantità di testi da interpretare e tradurre, era, certamente, quella dei filologi: nel caso di Breasted, che comunque non aveva mai completamente legato con Carter, il motivo del contendere fu la richiesta di cinque fotografie scattate da Burton (peraltro già pubblicate) per un suo lavoro sulla KV62. Carter dapprima negò la concessione e poi la sottopose a pagamento cosa che, vista la piena disponibilità del filologo alle prime fasi della spedizione, venne presa come una grave offesa personale.

Ma ancor più grave, a svuotamento della tomba completato, e quando sarebbe stato finalmente agevole procedere alla traduzione, ad esempio, dei testi contenuti negli scrigni che avevano racchiuso il sarcofago, fu l’assenza del filologo per eccellenza: Sir Alan Gardiner.

Nel 1930, Carter aveva regalato a Gardiner un amuleto, senza però informarlo del fatto che proveniva proprio dalla KV62. Quando Gardiner lo aveva mostrato al Direttore dell’Egyptian Museum, Rex Engelbach[25], questi lo aveva subito riconosciuto come proveniente dalla tomba di Tutankhamon[26]; Gardiner si era perciò sentito, non solo, “tradito” da Carter, ma anche complice, a tutti gli effetti, di un vero e proprio furto. Ovvio che da questo episodio era scaturita una furiosa lite tra i due con l’abbandono del lavoro di traduzione proprio nel momento in cui, come sopra evidenziato, si stava per mettere mano agli scrigni che, nel frattempo, erano stati portati, ed esposti, al Museo del Cairo.

Ed eccoci giunti (quasi non ci speravate più, ammettetelo) al legame tra Tutankhamon e il sex symbol per eccellenza.

Tut, Rudy e la ballerina

Spariti Breasted e Gardiner dal panorama dei filologhi in grado di tradurre una così gran quantità di testi come quelli riportati su tutte le facciate dei tre scrigni d’oro che avevano protetto per quasi tremila anni il sonno del faraone fanciullo, questi, nelle loro polverose teche di vetro al Museo del Cairo, tornarono nuovamente ad “addormentarsi” per altri trent’anni.

Solo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, infatti, Aleksandr Nikolaevič P’jankov[27], specializzato in traduzione di testi sacri egizi, traduce il “Libro della Vacca Celeste” della tomba di Sethy I.

Il filologo, però, ricorda che proprio sulle pareti degli scrigni di Tutankhamon esiste una versione più completa del testo e richiede perciò a Etienne Drioton, suo insegnante e ora Direttore dell’Egyptian Museum, di poter procedere alla traduzione completa. L’autorizzazione viene concessa e Piankoff procede perciò al suo impegnativo lavoro che ultima nel 1954. Ora, però, bisogna procedere alla pubblicazione del lavoro svolto e chi meglio di …una ballerina?

Vi vedo un po’ stupiti, Natacha Rambova aveva iniziato la sua carriera artistica a diciassette anni, proprio come ballerina, presso l’“Imperial Russian Ballet” diretto, all’epoca, dal ballerino russo Theodore Kosloff[28], di cui divenne l’amante. Verrebbe spontaneo pensare che fosse più che naturale, per un autore russo, ottenere l’edizione a cura di una editrice russa… ma, in realtà, la Rambova si chiamava Winifred Kimball Shaughnessy, ed era nata a Salt Lake City nel 1897.

Mandata a studiare in Inghilterra dal ricco patrigno, l’industriale dei cosmetici Richard Hudnut (1855-1928), era poi fuggita in Russia per seguire la sua passione per la danza.

Qui aveva cambiato il proprio nome in Natacha Rambova ed era riuscita a essere ammessa all’Imperial Ballet. Trasferitasi negli Stati Uniti, a Los Angeles, nel 1917, anche a causa della Rivoluzione intanto scoppiata in Russia, iniziò ad insegnare danza presso la scuola aperta da Kosloff che, nello stesso periodo, entrava nel mondo del cinema, tanto da meritare una “stella” sulla Walk of Fame di Hollywood. Già all’epoca, la Rambova, produceva scenografie e costumi per film, con la regia di Cecile B. DeMille, interpretati da Kosloff, lasciando però a quest’ultimo la “paternità” del suo lavoro.

Divenuta, poi, amante dell’attrice Alla Nazimova[29], la Rambova si legò al mondo del cinema, in prima persona stavolta, come scenografa e costumista per il grande regista Cecil B. DeMille (1881-1959), considerato tra i fondatori della “settima arte”.

Nel 1921, la Nazimova Productions, produsse “La Signora delle Camelie” con scenografie in stile Art Decò e costumi della Rambova (questa volta a lei ufficialmente sccreditati). Protagonisti la stessa Nazimova e Rodolfo Valentino[30]. Proprio in quest’occasione, la Rambova e “Rudy” si conosceranno e, nel 1922, si sposeranno in Messico[31].

Grazie all’influenza che ormai la Rambova aveva acquisito nel mondo di Hollywood, assunse la figura di rappresentante esclusiva del marito sia per quanto riguardava i film a cui partecipare, sia per i costumi che avrebbe dovuto indossare e che ella stessa disegnava. Erano inoltre note le sue liti, con registi e produttori, se le parti offerte a Valentino non erano abbastanza importanti. Fu così che, dopo il mediocre risultato del film “Il giovane Rajah” (1922), Valentino, su insistenza della moglie,  abbandonò la “Lasky-Paramount” e tornò, con Natacha, alla sua primitiva carriera di ballerino professionista. Dopo qualche anno, nel 1924, firmò un contratto con la “United Artists” che, però, esplicitamente escludeva la Rambova da ogni tipo di ingerenza nella vita artistica del marito.   

Si rende necessario, a questo punto, un piccolo passo indietro per chiarire che già ai tempi della frequentazione con la Nizimova, e con il suo entoruage di artisti e intellettuali, Natacha si era avvicinata all’esoterismo, alle culture orientali e, con maggior assiduità e passione, all’egittologia. Mentre il rapporto con Rodolfo Valentino cominciava a “scricchiolare” e i molteplici impegni cinematografici come costumista e scenografa le consentivano di dedicarsi alla sua passione, s’immerse sempre più nei suoi  variegati interessi che spaziavano non solo nel tempo, ma anche nel mondo antico[32].

Fu così che raccolse testi, fotografie, oggetti, disegni, dipinti non solo di provenienza egizia, ma anche dalla Mesopotamia, dall’India, dall’Italia, dalla Grecia, dalla Cina, dal Tibet, dalla Cambogia, dal Messico, dal Perù, dall’Irlanda e dall’Inghilterra, coprendo un arco temporale dal quarto millennio a.C. al XIX secolo.

Lasciato il mondo del cinema dopo il divorzio con Valentino, la Rambova (Rudy era intanto morto nel 1926 per un attacco di peritonite) si trasferì in Spagna dove sposò, nel 1934, Alvaro de Urzaiz[33], un nobile spagnolo. 

Nel 1936 Natacha effettuò un lungo viaggio in Egitto, durante il quale conobbe e frequentò Howard Carter, affinando la sua passione per l’egittologia prima di rientrare definitivamante negli Stati Uniti, nel 1939, dove si dedicò, con particolare passione, alle antiche religioni studiando, per un breve periodo, presso l’University College di Londra con Stephen Glanville[34].

Per quanto non ben noto il suo percorso di studio e collezionistico, sempre più dedicato all’egittologia, la Rambova venne accreditata come “fellowship”, nel 1946, dalla “Bollingen Foundation[35], per i suoi studi di religione e simbologia comparate su piccoli scarabei egizi.

La sua collezione privata, di oggetti, testi, fotografie, conta oggi oltre diecimila reperti che, solo recentemente, sono stati donati alla Yale University che, nell’aprile 2009, li ha esposti in una mostra dal titolo “L’Egitto di Natacha Rambova”. L’Archivio della Rambova è oggi conservato presso la stessa Università.

Ma torniamo ad Alexander Piankoff che così, nel 1955, dà alle stampe, edito da Natacha, Rambova, “The Shrine of Tut-Ankh-Amon”.

Già nel 1949 la Bollingen Foundation aveva aderito a un progetto della Rambova, per la durata di due anni, diretto da Piankoff. Tale progetto consisteva nella pubblicazione di alcuni importanti monumenti da inserire nella “Bollingen Series Egyptian Religious Texts and Representations”.

La Rambova editò, nel 1954, i primi tre volumi della serie che riguardavano la traduzione di testi della tomba di Ramses VI. Fu quindi la volta, nel 1955, di “The shrine of Tut-Ankh-Amon” e, nel 1957, di “Mythological Papyri”. La stessa Rambova contribuì, in quest’ultimo lavoro, con un suo capitolo intitolato “The Symbolism of the Papyri”. La qualità delle fotografie di monumenti e papiri contenuti in tale testo restano impareggiabili per qualità e sono ancora oggi considerati valido riferimento per lo studio della religione egizia.

E qui, direi che questo lungo articolo possa concludersi sperando di avervi annoiato il minimo indispensabile; forse il richiamo iniziale a Rodolfo Valentino vi aveva fatto sperare in qualcosa di più intrigante, o magari piccante, ma come avete visto, la storia ha sempre in serbo sorprese anche quando, e dove, meno te l’aspetti. Avreste mai pensato a una ballerina editrice ed egittologa?

Siamo partiti da un burbero Carter, dalle sue vicende e dai suoi contrasti con chi, forse, avrebbe meritato ben altro trattamento per la passione che aveva messo nelle sue attività di scoperta della KV62, per passare alla vicenda politica, e scivolare poi un po’ nel gossip e finalmente in pagine della storia della “scoperta del secolo” decisamente poco note.

A ben guardare, ad Howard Carter va certamente il grande merito, non solo di aver scoperto l’ultima dimora di Tutankhamon, ma anche quello, per la prima volta, di aver operato scientificamente, con una squadra che oggi definiremmo ,senza ombra di dubbio, multidisciplinare. Eppure, la scoperta di KV62 fu segnata per decenni da una sorta di oblio, di disinteresse, per tutto ciò che esulava dall’ammirazione pura dei tesori e delle suppellettili del faraone fanciullo esposti nei Musei. Come sopra visto, perché si giungesse a un lavoro organico per la traduzione dei testi si dovranno attendere oltre trent’anni e solo in tempi recentissimi l’attenzione si è spostata dal “quel che non c’è”[36] per focalizzarsi sulla conoscenza più approfondita possibile di quanto c’è, ed è stato rinvenuto nella tomba più piccola, ma anche più ricca, della Valle dei Re. La storia, fondamentalmente, non si fa solo con la traduzione di testi e papiri.

15/07/2023                                                                                  Giuseppe Esposito     


[1]    Samuel Paul Carter si guadagnava da vivere quale validissimo disegnatore dell “Illustrated London News”, nonché come pittore di agiati committenti inglesi. La rivista, nata nel 1842, annoverava tra i suoi autori nomi del calibro di Robert Luis Stevenson, Joseph Conrad, Arthur Conan Doyle, Rudyard Kipling e Agatha Kristie.

[2]    La capacità di Carter nel disegnare e nel dipingere, nonché di variare lo stile, a seconda dei soggetti da trattare, può essere rilevata dalle illustrazioni che realizzò per la “History of Gardening in England”, scritta da Alicia Amherst, figlia del Lord ed esperta in giardinaggio. Si tratta di immagini che, pur’ essendo disegni, sono di definizione quasi fotografica.

[3]    A circa 20 Km dalla moderna città di Minya (250 km a sud del Cairo), la necropoli di Beni Hasan è costituita da quasi mille tombe risalenti alle dinastie del Medio Regno (XI-XII), ma anche a dinastie più antiche risalenti all’Antico regno e al Primo Periodo Intermedio.           

[4]    Bob Brier, “Tutankhamun and the Tomb that Changed the World”, Oxford University Press, 2023, p. 27.

[5]    Djehutihotep, Nomarca del XV nomo dell’Alto Egitto, detto “della Lepre”, durante i regni di Amenhemat II (~1890 a.C.), Sesostri II (~1880 a.C.) e Sesostri III (~1850 a.C.), tutti della XII Dinastia,     

[6]    Brier, citata, p. 29

[7]    Nel 1894 Petrie inizia gli scavi a Naqada; in ognuna delle sepolture scavate (oltre duemila), Petrie rinviene suppellettili ceramiche lavorate a mano, non al tornio, che assume proprio quale elemento di catalogazione e di datazione delle sepolture, non solo di Naqada in senso stretto, in un metodo detto di “datazione sequenziale”. Individua, così, oltre 700 tipi di ceramica differenti che raggruppa in nove classi contrassegnate da lettere dell’alfabeto: B (Black Topped); P (Polished red); F; C (white Cross); R (Raw); L (Late); D (Dark); W (Wavy); N (Nubian).

[8]    La KV35 fu una delle prime tombe della Valle che, nel 1903, venne raggiunta, per opera di Carter, dalla luce elettrica.

[9]    Brier, citata, p. 34.

[10] È da tener presente che la KV46, prima della scoperta della tomba di Tutankhamon, KV62, era la prima rinvenuta intatta.

[11]  Saad Zaghlul (1858-1927), fu Ministro della Pubblica Istruzione nel 1906. Ministro della Giustizia nel 1910 e Primo Ministro dell’Egitto nel 1924. Arrestato, come sopra visto, nel 1918, fu liberato nell’aprile 1919 anche a seguito di violente proteste che comportarono l’uccisione di oltre ottocento egiziani. Arrestato nuovamente nel 1921 viene deportato prima ad Aden e poi nelle Seychelles. Liberato nel 1922, viene nuovamente arrestato e deportato, a Gibilterra, nel 1923; subito liberato per le pressioni popolari, viene eletto Primo Ministro nel 1924, carica che dovrà abbandonare lo stesso anno per le forti pressioni del Re, a sua volta sollecitato dagli inglesi. Nel 1926, a un anno dalla morte, viene eletto Presidente del Parlamento egiziano. Una menzione particolare merita la moglie di Zaghluli, Safiya Mustafà Fahmi, militante femminista, che cercò di porre fine alla condizione sottomessa delle donne nel Paese e che, per questo, venne soprannominata Umm al-Misriyyin, ovvero “Madre degli egiziani”.

[12] Brier, citata, p. 55.

[13] Considerando le pessime condizioni delle suppellettili, Carter, in origine, aveva stimato la possibilità di perderne tra l’80 e il 90%. Tale fu la bravura della coppia Mace-Lucas che, invece, dell’intero patrimonio della KV65, solo lo 0,25% non fu possibile salvare dalle pessime condizioni di rinvenimento. Per la prima volta, nella storia dell’archeologia, una squadra di scavo comprese anche un chimico.

[14] Durante un periodo di sospensione degli scavi, Burton frequentò a Hollywood, un corso per l’uso della cinepresa e a lui si deve forse l’unica ripresa video di Carter e Mace mentre portano alla luce del sole uno dei reperti della KV62.

[15] A lui, tanto amico di Carter da essere tra le quattro persone presenti al primo accesso alla KV62, si deve lo smontaggio degli scrigni che circondavano il sarcofago del re nella camere funeraria.

[16] Entrambi, per contrasti con Carter (a proposito del caratteraccio a cui ho accennato all’inizio di questo articolo), lasceranno la spedizione; nel caso di Foote Hall, dopo aver ultimato i disegni della sola Anticamera.

[17] A lui e ad Essie (sua moglie) si deve il recupero dei tessuti rinvenuti nella tomba, ivi compreso il grande velo che ricopriva gli scrigni della camera funeraria. Per inciso, fu proprio Percy Newberry ad “accompagnare” il giovanissimo Carter nel suo prima viaggio per l’Egitto a diciassette anni.

[18] Fu il primo statunitense a laurearsi in egittologia e il primo ad essere titolare, nel 1905, della cattedra di Egittologia presso l’Università di Chicago; suoi erano, prima del 1922 gli unici due testi di storia dell’Antico Egitto: “Ancient Records of Egypt” (in 6 volumi) e “History of Egypt” (600 pagine), in cui allo sconosciuto Tutankhamon era riservata solo meno di mezza pagina. Per undici anni viaggiò, da solo, per l’Egitto per tradurre testi nei luoghi più nascosti e spesso pericolosi.

[19] L’ “Egyptian Grammar”, pubblicata nel 1927, è oggi considerata ancora la Bibbia per gli studiosi di geroglifici. Anche in questo caso il rapporto tra Gardiner e Carter non fu mai idilliaco tanto che Carter, riferendosi a Gardiner, ebbe modo di dire “più lo conosco e meno mi piace”. Tale rapporto, non ideale, sarà alla base proprio del collegamento tra Tutankhamon e Rodolfo Valentino che dà il titolo a questo articolo.

[20] Brier, citata, p.64. Testo di Roger Lewis (1885-1948), musica di Lucien Denni (1886-1947) e cantata da Leo Fitzpatrick (per chi fosse curioso di ascoltarla: https://m.youtube.com/watch?v=-wCze__MSZs).

[21] Brier, citata, p. 78 (traduzione dall’inglese dell’autore).

[22] Brier, citata, p. 80.

[23] L’art. 9 dell’accordo prevedeva che gli oggetti rinvenuti in una tomba “intatta” sarebbero stati proprietà esclusiva dell’Egitto, ma lo scontro verteva proprio sul concetto di “intatta”. Poiché la KV62 era stata oggetto di ruberie nel corso dei millenni, poteva ritenersi tale? L’art. 10 precisava, infatti, che se la tomba non fosse stata intatta, il Servizio delle Antichità avrebbe avuto diritto di scelta degli oggetti da trattenere (per valore storico e archeologico) e avrebbe concesso la possibilità di suddividere i restanti.

[24] Carter aveva concordato per Callender una paga di 50 £ a stagione; quando la seconda stagione era terminata prima del previsto, per i citati screzi con il Governo, Carter si era rifiutato di pagare se non la percentuale per il periodo effettivamente svolto. Si era quindi sollevata una causa legale che vedeva contrapposti gli ormai ex- amici.

[25] Reginad “Rex” Engelbach (1888-1946), autore, tra gli altri, di “The Aswan Obelisk” (1922), sull’”incompiuto di Aswan”, e di “The problem of the obelisks” (1923) sui metodi di innalzamento degli obelischi. Fu direttore del Museo Egizio del Cairo e il suo nome è legato alla prima catalogazione di tutti i reperti ivi musealizzati.

[26] Brier, citata, p. 127.

[27] Alexandre Piankoff (1897-1966), allievo a Parigi di Kurth Sethe (1869-1930) e Adolf Erman (1854-1937), si diploma in turco, arabo e farsi, conseguendo poi il dottorato in filologia con Etienne Drioton (1889-1961). A lui si devono le traduzioni dei testi più importanti della religione egizia: “Libro delle Porte”; “Libro dell’Amduat”; “Libro delle Caverne”; “Le Litanie di Ra”; i libri “del giorno” e “della notte”, “Libro delle Vacca Celeste”.

[28] Fëdor Michajlovič Koslov (1882-1956), ballerino, attore, coreografo. Raggiunti gli Stati Uniti nel 1917 conobbe Cecil B. DeMille che gli fece firmare un contratto. Il primo film, con scenografie e costumi di Natacha Rambova (ma entrambe accreditate allo stesso Koslov), fu “L’ultima dei Montezuma”.

[29] Alla Nazimova, pseudonimo di Marem-Ides Adelaida Jacovlevna Leventon (Jalta 1879-Los Angeles 1945). Notoriamente lesbica, si circondò di giovani attrici esordienti; colpita dalla personalità e dalle capacità di Natacha Rambova, la fece entrare nel mondo del cinema come scenografa e costumista del film “La Signora delle Camelie” (1921) e “Salomè”, tratto dal testo di Oscar Wilde (1923)

[30] Rodolfo Pietro Filiberto Raffaello Guglielmi (Castellaneta 1895- New York 1926), raggiunse l’America nel 1913 e iniziò la sua carriera come “taxi dancer”, ovvero come partner a pagamento. Trasferitosi a Hollywood, fu assunto come comparsa prima di diventare protagonista del film “I quattro cavalieri dell’Apocalisse” (1921) con cui iniziò la sua folgorante, ma breve, carriera di attore.

[31] Il matrimonio avvenne a Mexicali il 14 marzo 1922, ma dopo otto giorni, Rodolfo Valentino che aveva divorziato dalla moglie precedente, l’attrice Jean Acker, verrà arrestato per bigamia. Per la legge americana del tempo, infatti, un divorziato poteva contrarre un altro matrimonio solo dopo un anno dall’avvenuta sentenza.

[32] Tra il 1942 e il 1943 scriverà articoli, considerati di ottimo livello, per la rivista statunitense “American Astrology” spaziando dalla fisica alla metafisica, alla cosmologia, all’alchimia, alla mitologia, alla teosofia, al simbolismo comparato.

[33] Di fervente fede franchista, i due rischieranno la fucilazione durante la Guerra Civile Spagnola (1936-1939).

[34] Stephen Ranulph Kingdon Glanville (1900-1956), egittologo, insegnò all’University College dal 1935 al 1946 e all’Università di Cambridge dal 1946 al 1956. 

[35] Bollingen Foundation, fondata nel 1945, era una casa editrice universitaria che cessò la sua attività, dopo aver pubblicato oltre 250 testi, nel 1968. I titoli divennero proprietà della Princeton University Press.

[36] In un’intervista alla BBC del 1949, Alan Gardiner ebbe a sottolineare come la scoperta della tomba di Tutankhamon avesse aggiunto “ben poco alla nostra conoscenza della storia del periodo” (N. Reeves, “The Complete Tutankhamun”, ed. 2022, Thames & Hudson, p 15)

Kemet Djedu

L’ETNONIMO ISRAELE SULLA STELE DI MERENPTAH

Di Livio Secco

La stele di Merenptah, nuovo nome di un manufatto precedentemente chiamato Stele di Israele, è stato descritto QUI.

Io mi permetto di aggiungere soltanto un piccolo contributo avendo tradotto la stele durante il mio XII Laboratorio di Filologia Egizia svolto nel 2017.

Per fare le cose semplici allego una serie di cinque immagini che commento qui di seguito:

IMMAGINE 1: visualizzazione della stele esposta al Museo Egizio del Cairo di Piazza Tahrir. Durante un certo periodo di tempo, quando la relazione con lo stato ebraico sfociò in una lunga serie di guerre arabo-israeliane, la stele rimase esposta nel Museo ma si doveva andare a cercarla.

IMMAGINE 2: rilievo epigrafico della stele intera. Si riconosce la classica suddivisione in centina, con la raffigurazione degli dèi e del re, e testuale. Questa parte è formata da ventotto registri densi di scrittura geroglifica con lettura da destra a sinistra e dall’alto al basso. In corrispondenza della ventisettesima riga ho evidenziato l’etnonimo che indica il popolo ebraico.

IMMAGINE 3: grafia del sostantivo interessato. Come spesso era d’uso da parte degli Egizi, i toponimi e gli antroponimi stranieri erano scritti con l’uso dei monolitteri. Non significando nulla per gli Egizi, questi replicavano il suono della parola straniera cercando di riprodurlo con dei fonemi di base. Ovviamente la scrittura si arricchiva di ulteriori segni usati come determinativi per meglio specificare la semantica del lemma.
In nero ho evidenziato i suoni monolitteri, in blu la traslitterazione moderna.

IMMAGINE 4: traduzione di tutto il registro 27. La parte finale della stele elenca tutta una serie di territori che Merenptah ha distrutto durante la sua campagna militare in Asia. I regni stranieri sono accuratamente indentificati singolarmente.
Per quanto riguarda Israele è significativa l’indicazione che “non esista più il seme suo”. Questa terminologia si associa alle evirazioni imposte al nemico in epoca precedente con il palese significato che il ribelle non solo era stato ucciso ma era stato eliminato etnograficamente dalla faccia della terra.

IMMAGINE 5: l’analisi dei determinativi è relativa solo al ventisettesimo registro, ma è estensibile a tutta la stele e, più in generale, alla toponomastica egizia.
Quando gli Egizi volevano indicare un paese o comunque una nazione straniera usavano il geroglifico con i tre rilievi montuosi con il significato di “deserto” e, appunto, “terra straniera / paese estero”. Molto spesso questo geroglifico veniva accompagnato dal bastone da lancio che noi troviamo spesso raffigurato nelle pitture che rievocano la caccia in palude. In realtà il bastone da lancio era una vera e propria arma per la fanteria leggera. Sovente viene indicato come “boomerang” ma, dal punto di vista oplologico, si tratta di un’associazione assolutamente errata.
Come ultimo esempio ho messo in evidenza un altro modo con il quale gli Egizi indicavano i toponomi, cioè la mappa della città, una superficie circolare con due strade che s’incrociano perpendicolarmente (curioso che non esista nessuna città egizia con una simile mappatura). Il senso è che l’Egitto era ricco di città sia nel Delta che nella Valle, ecco perché il determinativo è raddoppiato.
Il senso generale del tutto è che nel Tardo Bronzo quelli che per gli antropologi sono i primi gruppi etnici che daranno origine agli Apiru, Habiru (Ebrei) non sono una nazione vera e propria, ma solo delle popolazioni nomadi e non stanziali.
Gli Apiru sono documentati anche da altre civiltà coeve (mesopotamiche) sempre con l’indicazione di gruppi mobili e comunque altamente inaffidabili formate da fuggiaschi che per vari motivi avevano abbandonato il loro paese.
Poiché all’epoca vigevano, tra i regni maggiori, accordi di estradizione, questi fuggiaschi si raggruppavano e vivevano in zone particolarmente impervie da raggiungere. Non concordo sul fatto che fossero utilizzati come mercenari. La loro elevatissima indisciplina sociale non ne permetteva un uso proficuo in tal senso. Spesso erano impiegati come manovalanza edile e cantieristica.

Statue, XVIII Dinastia

STATUA IN PORFIDO DI AKHENATON

Di Patrizia Burlini

Un ritratto straordinario, in porfido, di Akhenaton.

Nonostante le dimensioni ridotte , 18.2 cm, questa testa colpisce per la bellezza e maestria del modellato, tanto da essere considerata uno dei più grandi tesori della collezione egizia del museo Penn, a Philadelphia.

La piccola testa faceva parte di una statuetta e ritrae Akhenaton con la corona Kepresh in cui è presente l’ureo.

I tratti del faraone sono inconfondibili, in particolare il caratteristico mento leggermente prominente, visibile nella foto di profilo.

Scrive il museo:

“È interessante notare che, nel montare la testa per l’esposizione, l’artigiano del museo non è riuscito a praticare il più piccolo foro alla base del collo, nemmeno con un trapano d’acciaio, tanto è dura la pietra, eppure l’artigiano egiziano di tremila anni fa, lavorando solo con strumenti di pietra e di bronzo, è riuscito a modellarla con tanta delicatezza e abilità da produrre un ritratto degno di essere annoverato tra i migliori di qualsiasi nazione di allora o di oggi.”

Object Number: E14364

Current Location: Collections Storage

Provenience: Egypt

Period: Eighteenth Dynasty

New Kingdom

Date Made: 1539-1292 BCE

Early Date: -1540

Late Date: -1291

Section: Egyptian

Materials: Jasper

Iconography: Akhenaten

Length: 18.2 cm

Width: 9.5 cm

Depth: 12 cm

Credit Line: Purchased from H. Kevorkian, 192

Penn museum, Philadelphia

Museum Object Number: E14364

“A Portrait Head of Akhenaten.” Museum Bulletin I, no. 1 (January, 1930): 26-27. Accessed July 13, 2023. https://www.penn.museum/sites/bulletin/40/

https://www.penn.museum/collections/object_images.php…

Pictures

Horus protecting Pharaoh Khafre

By Jacqueline Engel

Egyptian museum. Cairo

Khafra (also read as Khafre, Khefren and Chephren) was an ancient Egyptian king (pharaoh) of 4th dynasty during the Old Kingdom. He was the son of Khufu and the throne successor of Djedefre. According to the ancient historian Manetho, Khafra was followed by king Bikheris, but according to archaeological evidences he was rather followed by king Menkaure. Khafra was the builder of the second largest pyramid of Giza. The view held by modern Egyptology at large remains that the Great Sphinx was built in approximately 2500 BC for Khafra.[2] There is not much known about Khafra, except the historical reports of Herodotus, who describes him as a cruel and heretic ruler, who kept the Egyptian temples closed after Khufu had sealed them.

Pictures

Naos of Sebty

By Jacqueline Engel

This broken statue of a kneeling man called Sebty shows both the holder of the statue, an official in the government of Amenhotep III, and a miniature shrine of Horus, the falcon god.
It is likely that this statue was displayed on a processional way within the temple, the temple of Montu in the Karnak complex in this instance.

Luxor, Karnak Temple
Precinct of Montu
New Kingdom, 18th Dynasty
Amenhotep II (1390-1352 BC)
Quartzite

Hurgada Museum

E' un male contro cui lotterò

LA NASCITA DELLA CHIRURGIA: IL CAMPO DI BATTAGLIA

Di Andrea Petta e Franca Napoli

È opinione comune tra gli esperti che il primo “motore” che spinse il progresso della chirurgia siano stati gli eventi bellici che hanno costellato la storia. Basti pensare alle qualifiche mediche militari dei Romani, dal medicus castrensis a salire.

L’Egitto Protodinastico è stato indubbiamente un periodo ricco di scontri militari per stabilire l’egemonia faraonica; questo voleva dire ferite da taglio da ricucire e fratture da ricomporre, comprese probabilmente quelle fratture craniche che derivavano dall’uso di mazze ed asce nei combattimenti. Non per niente, il Papiro Edwin Smith istruisce sul come curare ferite penetranti da taglio alla testa e lacerazioni a naso, orecchie, gola.

L’esempio più famoso delle ferite di guerra: il Faraone Seqenenra Tao (XVII Dinastia), caduto sul campo di battaglia o giustiziato subito dopo uno scontro con gli Hyksos

Il fatto che sia il Papiro Edwin Smith che il papiro Ebers NON citino mai l’estrazione di una freccia, ed essendo entrambi antecedenti al Nuovo Regno, ha fatto ipotizzare che al contrario l’arco, pur essendo noto ed utilizzato fin dal periodo predinastico, non sia mai stato usato strategicamente in guerra fino allo scontro con gli Hyksos.

Si pensa che l’arco ebbe inizialmente un utilizzo limitato in battaglia, essendo l’arco semplice egizio molto lungo (più di due metri) e con una gittata relativamente corta, intorno ai 60-70 metri (vedi anche: https://laciviltaegizia.org/…/11/11/larco-semplice-egizio/). Solo con l’invasione Hyksos verrà introdotto l’arco composito, formato da legno e corno, con una lunghezza inferiore ed una potenza/gittata molto superiore; nel Nuovo Regno diventerà arma iconica egizia.

Raffigurazione di quattro arcieri dell’Antico Regno (tre in piedi ed uno inginocchiato). Ognuno di loro impugna un arco lungo semplice ed apparentemente non usano faretre, tenendo due frecce di scorta nella mano destra più quella incoccata. Risalente alla IV Dinastia, regno di Cheope o Chefren, questo frammento conservato al Met Museum è una delle prime testimonianze di battaglie pervenuteci.

Non mancano comunque le evidenze delle ferite da freccia nelle mummie pervenuteci a partire dal Medio Regno. Non dimentichiamoci inoltre che proprio il simbolo della freccia (Gardiner T11) identificava il medico (“sinw”)

Il cadavere di questo soldato della XI Dinastia ci mostra ancora nell’orbita sinistra la freccia che lo ha ucciso
Un altro soldato della XI Dinastia è stato invece colpito al torace, con la freccia ancora conficcata nella scapola

È invece un chiaro indizio dell’origine bellica della chirurgia egizia il fatto che il Papiro Edwin Smith parli chiaramente ed estesamente di fratture del cranio da impatto, anche con la descrizione dei frammenti ossei che penetrano all’interno del cranio (come nel Caso 5) o della spaccatura della volta cranica (Caso4).

Tutti i primi dieci casi presentati dal Papiro Edwin Smith riguardano fratture del cranio più o meno gravi ed estese, quindi – pur considerando una certa quota di incidenti nei cantieri reali – si considera questo papiro una sorta di manuale per i chirurghi di guerra.

I danni procurati dalle mazze da guerra su altri due soldati della XI Dinastia

Nonostante la mancanza di evidenza paleopatologica (presente solo sulle mummie, dove ovviamente la ferita per estrarre i visceri non poteva guarire), la descrizione delle suture effettuabili con i materiali di allora ci mostrano che non solo venivano usati aghi e punti di sutura in filo di lino, ma che esistevano anche delle strisce adesive, precursori delle nostre steri-strip e similari.

Le suture effettuate dagli imbalsamatori su una mummia della XXI Dinastia. Se le usavano gli imbalsamatori, non c’è ragione di dubitare che fossero usate anche con maggiore perizia da parte dei chirurghi

L’applicazione di carne fresca sulla ferita era consigliata per velocizzare la cicatrizzazione (Caso 3: “…dopo aver suturato la ferita, applicherai della carne fresca il primo giorno…lo medicherai ogni giorno con miele e grasso, fino a quando non si riprenderà del tutto”).

Era anche nota l’utilità della cauterizzazione delle ferite; dai testi medici sembra che esistessero due strumenti specifici, diversi fra di loro, da utilizzare a seconda dell’estensione della ferita.

Rimane invece molto incerta la pratica delle amputazioni terapeutiche.

C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

IL GRAN VISIR SENENMUT

Di Piero Cargnino

 L’uomo più importante del regno di Hatshepsut, Senenmut, il suo braccio destro, colui che fu l’artefice della scalata al potere di Hatshepsut, l’architetto che gli costruì il suo maestoso tempio funerario (il suo amante, forse), chi era costui?

Senenmut, un uomo della strada, (come si suol dire), figlio di un certo Ramose e di Hatnefer (detta anche simpaticamente Titutiu), non proveniva dall’entourage della nobiltà egizia. Originario dell’Alto Egitto, nei pressi della prima cateratta del Nilo, giunse ad Ermonthis a seguito della sua famiglia dove si stabilì.

Ancora giovane partecipò alle prime campagne militari dove si dimostrò molto valoroso, in segno di riconoscimento venne insignito del bracciale “menefert”, (colui che rende belli).

Ormai inseritosi a pieno titolo nella corte faraonica, Senenmut e Hapuseneb, alla morte di Thutmosi II, appoggiarono incondizionatamente l’ascesa al trono di Hatshepsut, prima come reggente poi come sovrano a pieno titolo.

Hatshepsut espresse la sua riconoscenza verso i due e non lesinò nel concedere loro incarichi prestigiosi. Entrato quindi nelle grazie della regina, nonché della madre di lei, la Grande Sposa reale Ahmose, la quale gli fece dono di una zona nel Gebel Silsila ricca di cave di arenaria, Senenmut si trasferì a Tebe dove iniziò una favolosa carriera a corte.

Ricoprì numerosi ruoli, fra questi fu architetto reale, capo di stato e consigliere personale della regina Hatshepsut, (secondo voci di corridoio fu anche qualcosa di più per lei ma sul gossip dell’antico Egitto non mi soffermerei), nonché tutore della figlia primogenita Neferura.

Il suo nome, Senenmut, secondo alcuni assunto forse in un secondo tempo, significa “fratello della madre”, praticamente zio della piccola Neferura. La cosa però non trova alcuna conferma. Non si contano i titoli che poteva vantare, tra questi: “Responsabile della duplice Casa dell’Oro, del Giardino, dei campi e delle greggi di Amon”, “Sacerdote della Barca Sacra di Amon (l’Userhat)”, “Intendente della figlia reale Neferura”.

E, come se questo non bastasse, fece pure scrivere su alcuni ostraka trovati nel suo sepolcro a Sheikh Abdel Qurna:

<< Sono un nobile, amato dal mio Signore e sono entrato nelle grazie del Signore dei due Paesi, (Thutmosi II), egli mi ha fatto diventare grande amministratore della sua casa e giudice del paese tutto intero. Sono stato al di sopra dei più grandi, direttore dei direttori dei lavori. Ho agito, in questo paese, sotto il suo comando, fino al momento in cui la morte non è giunta davanti a lui. Ora io vivo sotto l’autorità della Signora dei due paesi, Hatshepsut Maatkare, che viva eternamente. >>.

Come abbiamo già avuto modo di dire, oltre a farlo gli storici, spesso ci si incensava da se stessi. Numerose sono le statue che lo ritraggono, (oltre venti), ritrovate in eccellenti condizioni, alcune delle quali scolpite con la tecnica della statua cubo, una di queste, che si trova all’Aegyptistiches Museum di Berlino, lo presenta mentre abbraccia la piccola Neferura sua pupilla.

Sul retro di una statua piccolina, dove Senenmut porta in braccio Neferura, viene citato un passo del Libro dei Morti:

<< Sono io colui che uscito dai flutti del fiume ebbe in dono l’Api (l’inondazione) per cui anche il Nilo è in mio potere >>.

(Certamente non peccava di modestia).

Ma non doveva neppure peccare di nepotismo, le sue due sorelle ed i suoi tre fratelli pare non abbiano tratto alcun beneficio dal potere accumulato da Senenmut.

Come architetto reale progettò e costruì l’imponente tempio della regina a Deir el-Bahari. A tal fine si ispirò al vicino tempio di Mentuhotep II senza però edificare la piramide sovrastante ma distruggendo la cappella di Amenhotep I per far posto alla prima terrazza.

Senenmut costruì la sua tomba poco distante dal tempio di Hatshepsut. Conosciuta oggi con la sigla TT353 si tratta di un piccolo sepolcro in cui sono rappresentate le sue straordinarie conoscenze nel campo dell’astronomia che ancora oggi stupiscono chiunque dovesse entrarvi.

Ho detto dovesse, perché la tomba è chiusa al pubblico ed è sotto chiave. Alcuni affermano che gli studiosi non sono favorevoli a commentare questa tomba perché ciò che vi è rappresentato sembrerebbe contraddire le loro interpretazioni della genesi d’Egitto.

Quando venne scoperta per la prima volta il soffitto della tomba presentava uno strato di intonaco che ricopriva i disegni ivi presenti. Questi non sono dipinti ma scolpiti, forse dallo stesso Senenmut, che, secondo quanto affermano alcuni studiosi, ricoprendoli con intonaco voleva preservarli per i posteri ai quali intendeva trasmettere le sue innegabili conoscenze nel campo dell’astronomia e non solo.

Sulla parte inferiore della volta è rappresentato il calendario egizio, dodici cerchi, (12 mesi di 30 giorni ciascuno), suddivisi in tre gruppi, (le tre stagioni egizie). Ciascun cerchio è ulteriormente suddiviso in ventiquattro spicchi, (secondo alcuni ciascuno spicchio rappresenterebbe le 24 ore di un giorno). Nella parte superiore è raffigurata una porzione di cielo che molti interpretano come segue:

<< Vi sono quattro barche: quelle più piccole, a sinistra, raffigurano i pianeti Giove e Saturno; le più grandi sono la dea Iside, che astronomicamente simboleggia la stella Sirio, e il dio Osiride, al quale era attribuita l’omonima costellazione, quella che per noi si chiama oggi “Costellazione di Orione”. In particolare, l’architetto ha voluto evidenziare un elemento preciso di tale costellazione: la Cintura, appunto >>. (Articolo Web del 2013 Scritto da Staff Videomisteri).

La Cintura di Orione, un piccolo insieme di stelle riprodotto fedelmente, due stelle allineate ed una disassata, come le tre piramidi di Giza (!). La stella centrale è racchiusa da tre linee che si chiudono a forma di goccia, simbolo che nella cultura mesopotamica rappresenta l’acqua. Alcuni studiosi vorrebbero vedere in ciò un’indicazione che ci direbbe che in quel punto dell’universo esiste acqua.

A questo punto ci si chiede: come poteva Senenmut possedere tali conoscenze? E possedendole perché avrebbe dovuto ritenerle così importanti? In una iscrizione l’architetto afferma:

<< Avendo percorso tutti gli scritti dei saggi, non ignoro nulla di quel che è successo a partire dal primo giorno >>.

Che cosa voleva dire? Sappiamo che Senenmut venne iniziato alla “Casa di Vita” di Karnak, dove erano pochi coloro ai quali era permesso accedere per apprendere le culture ancestrali e religiose gelosamente custodite e tenute segrete dai sacerdoti di Amon. Oggi nessuno è in grado di avanzare supposizioni su ciò che si custodiva nella “Casa della Vita” ne di quali misteri erano a conoscenza gli iniziati. A questo punto preferisco non addentrarmi oltre in questo discorso in quanto le mie competenze e conoscenze non mi permettono di approvare o contraddire nessuna delle teorie che sono state avanzate e non credo che questa sia la sede più adatta per esporre commenti personali.

Come abbiamo detto, pare che Senenmut non fosse un grande nepotista e non si distinse molto nell’elargire onori o ricchezze ai famigliari ma non lesinò certo nei suoi riguardi. Se prendiamo per buono ciò che lui stesso afferma ci troviamo di fronte all’uomo più potente d’Egitto dopo il faraone. Certamente doveva avere mano libera in molti campi, nonostante Hatshepsut fosse una regina autoritaria. Non c’è dubbio che il suo rapporto con la sovrana doveva essere molto stretto tanto da permettergli di disporre anche di risorse reali per soddisfare la sua ambizione.

La sua tomba, la TT353, che abbiamo già trattato, si presenta come uno scrigno misterioso dove egli volle racchiudere le sue conoscenze che, forse, non rivelò neppure alla sua regina. Fu forse un modo per esaltare il suo nome ai posteri, visto che solo ai faraoni era riservata la possibilità di una memoria imperitura. Ma neppure questo per lui era sufficiente, non potendo aspirare ad un suo tempio vero e proprio, vuoi che si facesse mancare qualcosa di altamente simbolico, magari un piccolo cenotafio? No, non se lo fece mancare.

Scelse allo scopo una zona situata nella necropoli tebana, sulla sponda ovest del Nilo presso l’antica Uaset, (Tebe), li si trovavano, secondo le antiche credenze egizie, i “Campi della Duat”, l’aldilà egizio. Nota fin dal Primo Periodo Intermedio come “Quella di fronte al suo Signore”, (o “Occidente di Tebe”), proprio di fronte alla riva orientale del grande fiume dove erano situati i palazzi reali ed i templi degli dei. In seguito all’utilizzo della Valle dei Re e della Valle delle Regine per le sepolture reali, la zona di Sheikh Abd el-Qurna venne prescelta per la sepoltura di nobili, funzionari e artigiani che operavano a Corte.

Qui, dove si trovano numerose “Tombe dei Nobili”, Senenmut fece erigere il suo secondo sepolcro, poco più che una cappella che risulta non essere mai stata usata come sepoltura. Un cenotafio, a se stesso consacrato, identificato con la sigla TT71, dove in un’iscrizione si autodefinisce “Governatore di tutti gli uffici della dea”.

La tomba si presenta oggi con le pareti molto danneggiate dove si scorgono dipinti ormai quasi illeggibili. John Gardiner e Robert Hay ne ricopiarono alcuni dei più danneggiati, ma fu solo nel 1906 che l’egittologo Kurt Sethe provvide ad una rilevazione completa. Su una delle pareti è rappresentato uno dei fratelli di Senenmut, Minhotep con le vesti da sacerdote “wab”.

All’interno venne rinvenuta una magnifica statua cubo di Senenmut con la sua pupilla Neferure che, secondo Lepsius, proverrebbe dalla nicchia che si trova sul fondo del corridoio, la statua è oggi conservata al Neues Museum di Berlino, mentre frammenti di un sarcofago in quarzite recante il nome di Senenmut, sono stati rinvenuti da Herbert Winlock intorno al 1930 ed oggi si trovano al Metropolitan Museum di New York. Sono inoltre presenti alcune pitture, purtroppo anch’esse danneggiate, che rappresentano scene di offerte dove sei portatori sembrano essere Egei in quanto ricordano quelli di Knossos.

Sulla facciata della TT71 è presente una nicchia in cui, scavata e scolpita nella stessa roccia della collina, si trova un’altra statua cubo solo abbozzata di Senenmut e della principessa Nefrure.

Della fine di Senenmut non si sa nulla, secondo alcuni studiosi ad un certo punto sarebbe caduto in disgrazia in quanto di lui non si hanno più tracce, secondo altri sarebbe invece sopravvissuto alla morte di Hatshepsut ma anche qui siamo nel vago per cui si possono solo avanzare ipotesi prive di fondamento.

L’uomo più potente del regno di Hatshepsut, il suo consigliere e, forse, amante, improvvisamente scompare nel nulla (forse morì, o forse no), intorno al ventesimo anno di regno della regina. L’enigma della repentina scomparsa di Senenmut ha costituito per decenni un grattacapo per gli studiosi i quali hanno formulato decine di ipotesi fino ad immaginare trame ed intrighi a corte con tanto di omicidi.

Quello che possiamo dire è che molto probabilmente cadde anche lui nella strana “damnatio memoriae” in cui incorse Hatshepsut, forse ad opera di Thutmosi III o, più verosimilmente, di suo figlio Amenhotep II, e questo a causa della sua indiscutibile fedeltà alla regina. Ma forse, almeno per quanto riguarda Senenmut, non fu opera loro.

La troppa vicinanza dell’architetto con la regina Hatshepsut non era sicuramente ben vista dai sacerdoti di Amon i quali forse temevano che Senenmut si confidasse con la sovrana e ad essa rivelasse ciò che aveva appreso durante la sua iniziazione nella “Casa di Vita” di Karnak che doveva rimanere un segreto inviolabile. Questo porterebbe a ritenere che il clero tebano abbia rivestito un ruolo di prim’ordine nel condannare alla “damnatio memoriae” il faraone donna Hatshepsut e, come ovvia conseguenza si accanirono anche contro Senenmut.

Molte rappresentazioni della regina e dell’architetto vennero scalpellate dalle pareti del tempio di Deir el-Bahari. Ma, forse perché non era del tutto voluto neppure dal clero di Amon, in quanto Hatshepsut era la “Grande sposa reale di Ahnose”, nonché (Henemetamon-Hatshepsut, “Amata da Amon-Prima tra le Nobili Dame”, o forse perché il lavoro degli scalpellini fu condizionato da una sorta di riverenza nei confronti della regina che non odiavano per cui si limitarono alle parti più in evidenza, in ogni caso il faraone donna ed il suo architetto non scomparvero mai del tutto dalla storia egizia e sono giunti fino a noi. Dove effettivamente sia stato sepolto Senenmut nessuno lo sa con certezza.

Poiché nella famosa cachette di Deir el-Behari, DB320, sono presenti numerose mummie maschili alle quali non è stato possibile assegnare un nome, si potrebbe ragionevolmente ipotizzare che una di esse sia quella di Senenmut

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino,”Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, Roma, Aracne, 2005
  • Alberto Sillotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
  • Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, Istituto Geografico De Agostin, 1993  
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012
  • Alan Gardiner, “Egypt of Pharaohs”, Oxford University Press, 1961
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’Antico Egitto”, F.lli Melita editori, La Spezia, 1995 Kent R. Weeks,  “I tesori di Luxor e della Valle dei Re”, Edizioni White Star, 2005
Pictures

Mummy Portrait

By Jacqueline Engel

This painted portrait belonged to a lady from the Fayum region whose life ended between 80 and 100 BCE approximately, as her hairstyle imitates that of the Empress Domitia Longina, wife of the Roman Emperor Domitian.

She is wearing a Greek style outfit, a purple chiton and himation with elegant golden trims.

This portrait was unusually placed within the mummy cartonnage, replacing the plaster mask.

This piece combines three cultural traditions: the Egyptian religious faith in resurrection, the Greek technique of encaustic painting, and the Roman concept of individual portrait.

About Fayum portraits, see also https://laciviltaegizia.org/2021/11/06/i-ritratti-del-fayyum/

Fayum region.

Roman Period, 1st century CE, 80-100 CE

Encaustic wax painting on wood, Cloth

Encaustic painting, also known as hot wax painting, involves using heated beeswax to which colored pigments are added.

The liquid or paste is then applied to a surface—usually prepared wood, though canvas and other materials are often used.

Hurgada Museum

Pictures

Scribal Statue of Rahotep

By Jacqueline Engel

This statue of Rahotep was found in his tomb with several others.
It is in the position of the scribe, a sign of erudition, as he was also the “Inspector of the royal secretaries.”
There are traces of paint left on the statue.

Saqqara North of Step pyramid, tomb 24 Rahotep.
Old Kingdom
5 Dynasty (2494-2345 BC)
Red granite

Hurgada Museum