Harem Faraonico

HEKANEFER, L’ULTIMO GLORIOSO FIGLIO DEL KAP

Di Luisa Bovitutti

Il tramonto dell’istituzione durante i regni di Akhenaton e Tutankhamon.

Per rinforzare il potere centrale anche Akhenaton cercò di rinnovare i quadri dell’amministrazione dello Stato come avevano fatto i suoi predecessori e di liberarsi di funzionari che occupavano posizioni di prestigio non in virtù dei propri meriti ma grazie alle doti dimostrate decenni prima da un antenato, i quali furono sostituiti con giovani forse altrettanto incapaci ma che erano entrati nelle grazie del re e che venivano ricompensati più per la loro fedeltà che per le doti dimostrate e per i servizi effettivamente prestati allo Stato.

Naturalmente così facendo costui allontanò dalle stanze del potere famiglie antiche ed influenti, alienandosi il loro favore senza rendersi conto che avrebbero invece potuto sostenerlo nella sua opera di rinnovamento globale.

Viste le modalità di scelta dei collaboratori privilegiate dal sovrano, il kap perse progressivamente la sua importanza e scomparve del tutto dopo il periodo amarniano, tant’è che non v’è prova della sua sopravvivenza sotto Ay ed Horemheb.

In effetti tra i figli del kap del periodo si distinse in modo notevole solo il nubiano Heqanefer, il quale, dopo essersi completamente egittizzato attraverso il suo percorso educativo a corte con Akhenaton o addirittura con Amenhotep III, fu nominato governatore di Gerusalemme e in seguito, con Tutankhamon, venne inviato come governatore del suo paese di origine con il titolo di “Principe di Miam”, l’odierna Aniba, città fortificata posta a sud della prima cataratta e capitale delle province della Bassa Nubia.

Per garantirsi il controllo sulla regione recentemente conquistata, infatti, i Faraoni nominavano in qualità di governatori membri dell’élite locale di provata fedeltà, giunti in Egitto da piccoli come ostaggi o per decisione dei loro lungimiranti genitori ed educati nel kap faraonico, che venivano accettati più facilmente dai loro connazionali dei quali conoscevano bene la cultura e le usanze.

Il rango di Hekanefer era particolarmente elevato, in quanto vice di Amenhotep detto Huy, figlio del re di Kush e vicerè di Nubia che lo fece rappresentare nella sua tomba tebana (TT40), e rivestì numerosi altri titoli, emersi dalle iscrizioni rinvenute sulle pareti della sua tomba molto danneggiata.

Oltre ad essere Principe di Miam Figlio del kap, infatti, egli fu anche Ufficiale capo dei trasporti fluvialiPortatore della sedia pieghevole (o forse della faretra) del signore delle due terre che implicava compiti cerimoniali nel servizio reale e Fabbricante di sandali del re, che sottolinea la sua sottomissione al sovrano oppure che Miam era il fornitore ufficiale delle calzature del re.

La tomba, scavata alla destra di altre due in un’imponente formazione rocciosa, è sita a Toshka, in Nubia, una località molto importante fin dall’Antico regno in quanto era il capolinea del fiume e quindi l’ultimo centro di approvvigionamento lungo il tragitto verso le cave di diorite, ametista e corniola che si trovavano nel deserto.

Cartina della Nubia con l’indicazione di Aniba e di Toskha

Essa era stata segnalata fin dal 1819 dallo studioso francese Jean-Nicholas Huyot, visitata nel 1843 da Lepsius e poi da Weigall, il quale individuò sull’ingresso il graffito visibile solo con la luce radente che raffigurava Heqanefer nella posa e con l’abbigliamento del funzionario tebano ed il suo nome in geroglifico, ma venne liberata dalle macerie ed indagata solo a far tempo dal 1961, dal team del Penn Museum e dell’Università di Yale capeggiato dal prof. William Kelly Simpson, che scoprì altre quattro raffigurazioni del defunto.

La formazione rocciosa a Toshka che ospita le tre tombe del Nuovo Regno: si notano chiaramente gli ingressi a sinistra ed al centro; all’estrema destra l’ingresso di quella di Hekanefer, semicrollato.

La tomba riproduce in scala ridotta quella tebana di Amenhotep Huy, ed entrambe risalgono all’epoca di Tutankhamon; all’esterno di essa, a sinistra dell’ingresso, si trova una nicchia danneggiata che contiene i resti di due statue sedute scolpite nella roccia; sopra di esso, vicino alla sommità della formazione rocciosa, vi è un’altra nicchia nella quale vi sono una stele con sommità rotonda e, ai lati, una stele rettangolare.

La pianta della tomba di Hekanefer

Originariamente la sezione di facciata sopra la porta era scolpita con testi che continuavano a destra ed a sinistra e sopra di essi, al centro, con l’immagine di Osiride e di una tavola per le offerte, ai cui lati si trovavano due figure del principe.

L’interno della tomba è costituito da una prima camera rettangolare con pareti fortemente curve che immette in una seconda camera con quattro pilastri, all’interno della quale un pozzo conduce agli appartamenti funerari.

Il pozzo posto nella sala a colonne che dà ingresso agli appartamenti funerari

Questi ultimi sono costituiti da una camera con pilastri grezzi, il cui pavimento è stato abbassato, lasciando solo un ripiano nel quale è stato scavato un altro pozzo all’interno del quale si trova una piccola nicchia destinata ad ospitare il sarcofago o il corredo funerario.

Il pozzo che dà ingresso alla camera sepolcrale

L’ipogeo era già stata saccheggiato e devastato nell’antichità, ma gli archeologi riuscirono comunque a recuperare una quantità di cocci che permisero di ricostruire alcuni vasi, diversi ushabti con tratti tipicamente egizi (uno di maiolica, la metà superiore di un altro di calcare dipinto e tre di pietra verde grigiastra, due dei quali, i più belli, recavano inciso “Heka-nefer, Principe di Miam”), porzioni di un pettorale in pietra tenera con disegni floreali e il testo dello scarabeo del cuore, un frammento di un terminale di collare in pietra a forma di testa di falco, un terminale di arredo in rame a forma di capitello a fascio di papiro e frammenti di una coppa di alabastro.

Due degli ushabti di Hekanefer

I frammenti di collare e di pettorale

Le immagini in bianco e nero risalgono al 1962 e furono scattate dal team che esplorò la tomba.

LA RAPPRESENTAZIONE DI HEKANEFER NELLA TOMBA TT40

Nella tomba tebana di Amenhotep Huy vicerè di Nubia durante il regno di Tutankhamon (TT40) vi è un’altra certa rappresentazione di Hekanefer, l’unico dei molti personaggi ivi dipinti indicato per nome oltre al defunto ed al re.

L’immagine del principe di Miam si trova all’interno della coloratissima e suggestiva scena visibile appena entrati nella tomba, sul lato sud della parete ovest del salone trasversale, che mostra Huy che presenta al sovrano i tributi della Nubia, portati dai dignitari locali; sul lato nord della medesima parete si trova invece l’arrivo dei tributi asiatici.

Riproduzione completa della parete del tributo nubiano. Il personaggio grande è Huy.

Questi tributi erano costituiti in parte dalle imposte che i paesi sottomessi avevano il dovere di versare all’amministrazione egizia, in parte da doni che venivano offerti al Faraone in cambio del “soffio vitale”, che consentiva la sopravvivenza degli uomini e della sua opera di mantenimento della Ma’at.

La delegazione, capeggiata da Hui, era giunta a Tebe navigando lungo il Nilo a bordo di navi sontuose, seguita da chiatte cariche di prodotti preziosi ed esotici; i principi vengono ricevuti a palazzo e li presentano a Tutankhamon, il quale, soddisfatto, riconferma Huy nel suo incarico, premiandolo con numerose collane d’oro: “Oro sul collo e sulle braccia, ancora e ancora, un numero straordinario di volte”.

Tutankhamon in trono, sotto il baldacchino: questa immagine è tratta dallo speculare rilievo del tributo asiatico, molto meglio conservato quanto a questo personaggio.

La raffigurazione dell’omaggio dei nubiani occupa i tre registri superiori della scena: i principi provengono dalla Bassa Nubia (Wawat – primo registro in alto) e dall’Alta Nubia (Kush – secondo e terzo registro), guidano la processione dei servi che portano i tributi e si prostrano dinanzi al Faraone e ad Hui che, nella sua qualità di “portatore di ventaglio alla destra del re”, li accoglie reggendo un grande ventaglio cerimoniale.

La prima e più importante delegazione è quella di Wawat ed è capeggiata proprio da Heqanefer, principe di Miam, che controllava la regione di Wadi Allaqi, principale fonte di oro del paese.

Hekanefer è il principe prostrato davanti ai tributi, ad Hui ed al sovrano (che non si vedono; dietro di lui altri dignitari in ginocchio ed in piedi ed una principessa

Quest’ultimo ha pelle nera e labbra carnose e sebbene fosse completamente egittizzato grazie all’educazione ricevuta a corte, indossa sopra gli abiti leggeri e pieghettati di foggia egizia gli elementi distintivi del costume tradizionale del suo paese, che lo assimilano al modello tradizionale di straniero nubiano: due piume di struzzo infilate in una parrucca di corti ricci scuri trattenute da una fascia bianca sulla fronte, una pelliccia di leopardo sulla schiena, bracciali d’avorio ai polsi, uno stretto girocollo di perline, fasce e cinture di cuoio.

La delegazione, composta da altri notabili e dai figli dei principi della Bassa Nubia, raffigurati come egizi di status elevato, si inchina davanti al Faraone e fa atto di sottomissione: “Omaggio a te, Re d’Egitto, figlio dei Nove Archi! Concedici il respiro che tu dai e fai che possiamo vivere a tuo piacimento”, quindi gli presenta prodotti tipici della sua terra, parte dei quali i servi hanno già deposto davanti al baldacchino del sovrano (oro sotto forma di sacchetti di polvere e di grandi anelli e vassoi contenenti corniola, ematite e diaspro rosso).

Dietro i principi sfila una principessa nubiana elegantemente abbigliata in stile egizio, la cui parte superiore è ormai scomparsa; ella è seguita dai “figli dei principi di tutte le terre” che hanno tratti ed abiti egizi ed indossano un modius d’oro sopra le parrucche; due di loro portano la treccia dell’infanzia sul lato della testa, quindi sono ancora bambini.

Una seconda principessa, forse destinata all’harem di Tut, accompagnata da altri nobili del suo paese li segue a bordo di un carro dotato di parasole, trainato da due buoi senza corna riccamente bardati e governati da un giovane servo; ella ha la pelle nera e indossa gioielli africani bianchi e dorati ed un abito in stile egizio.

Seguono il primo gruppo di offerenti alcuni portatori di oro ed una principessa su di un carro trainato da buoi e condotto da un ragazzo.

Dietro di loro si snoda la sfilata dei portatori di tributi, che reggono vassoi carichi di pesanti anelli e sacchi di polvere d’oro, pelli di felini esotici e code di giraffa, zanne d’avorio, scudi, archi e frecce, mobili in legno pregiato, ebano, un carro, un santuario dorato, buoi grassi destinati al sacrificio che rappresentano gli stessi nubiani nemici dell’Egitto (come si desume dalla presenza di teste tra le lunghe corna decorate e del geroglifico della mano sulla loro punta, che li assimila ad un uomo), ed una giraffa nubiana (priva di macchie e più piccola di quelle comunemente diffuse in Africa).

Particolare dei buoi, con teste di nubiani tra le corna che terminano con delle mani, per completare l’assimilazione tra l’animale ed il nemico sconfitto.

Seguono cinque giovani nubiani con le mani legate ed una corda al collo, che indossano un perizoma di pelle da cui pende una coda, destinati probabilmente a servire il sovrano o l’esercito egizio.

Conclude la processione del primo registro un gruppo di cinque nubiani legati e di due donne con i loro bambini, probabilmente destinati a restare in Egitto per servire il Faraone.

Il registro è completato da due donne, una dietro l’altra; la prima è nera e di marcati lineamenti negroidi, seno pendulo ed addome sporgente, la seconda si vede appena e si distingue dall’altra per il colore della pelle più rossiccio. Ognuna di loro ha per mano un bambino e la prima ne ha un altro in una cesta di pelle bovina che porta sulla schiena.

Il registro inferiore ripropone la stessa struttura del primo: i principi, offrono i doni al Faraone (pietre dure su vassoi e polvere d’oro in un sacchetto) e gli rendono omaggio, seguiti da portatori di altri doni, in questo caso oro in anelli.
Concludono la seconda processione altri portatori di tributi: pelli pregiate, oro, una giraffa viva, code di giraffa (usate come scaccia-mosche) e buoi grassi destinati al sacrificio.

Tra i doni destinati al Faraone si trovano tre manufatti straordinari, molto in voga tra il regno di Hatshepsut e quello di Tutankhamon, purtroppo ora deteriorati e sopravvissuti solo grazie ai disegni degli studiosi che visitarono la tomba: si tratta di tavoli riccamente decorati sui quali è posato un modellino in oro del paesaggio di Wawat, che rappresenta la ricchezza della Nubia e la piena vivificante del Nilo che proviene dal sud.

IPOTESI SULLE DIVERSE RAPPRESENTAZIONI DI HEKANEFER NELLA PROPRIA TOMBA DI TOSHKA ED IN QUELLA TEBANA DI HUY

Georg Steindorff nel 1937 fu il primo ad ipotizzare che l’Hekanefer della tomba tebana e quello nominato nei testi di Toshka copiati da Lepsius e Weigall fossero in realtà lo stesso individuo; nonostante ciò, solo in seguito agli scavi del 1961 si giunse a riconoscere che la struttura investigata da Simpson era la tomba del principe e non un santuario o un cenotafio.

Particolare della tomba di Amenhotep Hui: Hekanefer capeggia la delegazione di Wawat, prostrandosi davanti ad Huy ed a Tutankhamon.

Gli egittologi tuttavia si sono chiesti per quale motivo qui egli si sia fatto ritrarre con le sembianze e l’abbigliamento di un funzionario egizio (sono venute alla luce cinque scene, gravemente compromesse, delle quali ho trovato un’unica scadente immagine) mentre nella TT40 a Tebe viene rappresentato come un nubiano.

Particolare della tomba di Hekanefer a Toshka, dove appare come un egizio, con la pelle chiara, mentre rende omaggio ad una divinità.

Analoga dicotomia si riscontra nella tomba dell’altro figlio del kap Djehutyhotep detto Paitsy, sita a Debeira Est, che fu governatore della Bassa Nubia sotto Hatshepsut e Thutmosis III (come prima di lui suo padre Ruiu e dopo di lui il fratello Amenemhat) e come tale portava di diritto il titolo di principe di Tehkhet.

Pur essendo sicuramente nubiano, si fece rappresentare sulle pareti della sua sepoltura con la fisionomia egizia convenzionale (egli stesso con la pelle di colore rossiccio e la moglie con la pelle gialla), come si può notare dai dipinti superstiti della sua tomba, trasferita integralmente al Museo Nazionale del Sudan a Khartoum in quanto la zona dove essa sorgeva sarebbe stata coperta dalle acque del lago Nasser.

Particolare della tomba di Djiehutyhotep: il dignitario e la moglie appaiono con abiti e fattezze egizie pur essendo nubiani.

Il professore californiano Stuart Smith, esperto dei rapporti tra Antico Egitto e Nubia, riprendendo la teoria formulata dall’egittologo barese Antonio Loprieno, professore all’Università di Basilea, ha sottolineato che la cerimonia della presentazione dei tributi, detta “presentazione di Inu” era un evento carico di significato, attraverso il quale gli egizi e gli stranieri sottomessi (simboli del caos) riconoscevano il potere e l’autorità del sovrano che manteneva la Ma’at, gli rendevano pubblicamente omaggio e gli offrivano doni in cambio del soffio vitale.

In questo contesto i principi vassalli, indipendentemente dal ruolo rivestito nell’amministrazione coloniale e dall’eventuale residuo legame con la madre patria, dovevano impersonare i nubiani vinti dal Faraone, e come tali si presentavano in ossequio al protocollo cerimoniale.

Tale interpretazione troverebbe riscontro in una lettera del primo periodo Ramesside che descrive il ruolo scenico attribuito ai nubiani e agli altri stranieri nell’ambito della cerimonia: “Fate attenzione! Pensate al giorno in cui verrà inviato l’Inu e sarete portati alla presenza (del re) sotto la finestra (delle apparizioni), i Nobili ai lati di fronte a sua Maestà, i principi e gli inviati di ogni paese straniero in piedi, che guardano il tributo…Gli alti popoli Terek nelle loro vesti di cuoio, con ventagli d’oro, acconciature alte e piumate, i lori gioielli d’avorio, e numerosi nubiani di ogni tipo”.

Gli studiosi americani Colleen Manassa e John Darnell, l’ungherese LászlóTörök e più recentemente l’olandese Willem Paul van Pelt hanno escluso la completa egittizzazione dei principi nubiani educati alla corte del Faraone: essi sostengono che indossare il loro costume tipico nel corso della processione dei tributari implicava l’orgogliosa affermazione delle proprie origini etniche ed il non completo asservimento ai conquistatori, che i loro connazionali non avrebbero gradito.

Sembra peraltro improbabile che nell’ambito di una cerimonia egizia rigidamente formale i partecipanti potessero scegliere cosa indossare e soprattutto sottolineare la propria identità nazionale di fronte al sovrano che aveva annesso all’Egitto la loro terra e che interveniva con la forza a reprimere le loro aspirazioni autonomiste.

Dal museo Egizio di Torino, due coppie di arcieri, dalla tomba di Iti e Neferu, I’ periodo intermedio, Gebelein.

Nelle proprie tombe, invece, costruite secondo il modello egizio, i principi potevano liberamente descriversi per quello che erano diventati, ossia uomini di potere inseriti ad alto livello nell’amministrazione coloniale, scegliendo come Hekanefer e Djehutyhotep di enfatizzare la propria completa integrazione nella società che li aveva educati, oppure rivendicando le proprie origini mantenendo alcuni tratti tipici della loro etnia, come ad esempio il colore della pelle e, in alcuni casi, i tratti del viso.

Stele in calcare dipinto dell’arciere mercenario nubiano Nenu, che lo rappresenta con sua moglie egizia Sekhathor, i suoi figli, un servitore ed i suoi cani da caccia. I tre uomini e la figlia indossano costumi nubiani, la moglie un bianco abito di foggia egizia. Dal MFA di Boston.

E’ il caso dei mercenari nubiani stabilitisi a Gebelein ed a sud di Tebe nel primo periodo intermedio, che servirono i principi tebani, che si fecero raffigurare nelle stele con lineamenti egizi ed abiti nubiani, e di Mahierpri, il figlio del kap che nel libro dei morti trovato nella sua tomba appare con l’abito e l’atteggiamento di un ufficiale egizio ma con la pelle nera, un’acconciatura a strettissimi ricci scuri, bracciali d’avorio ed un girocollo di perline, normalmente associati al prototipo dello straniero nubiano (troverete maggiori informazioni su questo principe e sulla sua tomba nel nostro sito, a questo link: https://laciviltaegizia.org/…/19/maiherpri-figlio-del-kap/

FONTI:

Pictures

Dean of stars

By Jacqueline Engel

.

Fragment of a water clock, with an image of various stars from ten-day periods.

A waterclock or clepsydra (Greekκλεψύδρα from κλέπτειν kleptein, ‘to steal’; ὕδωρ hydor, ‘water’) is any timepiece by which time is measured by the regulated flow of liquid into (inflow type) or out from (outflow type) a vessel, and where the amount is then measured.

Grauwak .

Origin unknown.

Greek Period. 332-30 BC

Egyptian Museum Turin.

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The goddess Nut as a starry sky

By Jacqueline Engel

The goddess Nut as a starry sky.

In the lid of the mummy box of Peftjaoeneith, the goddess Nut is depicted in her nocturnal form.

Her black skin is strewn with stars.

She swallows the red evening sun and gives birth to the crescent moon.

On either side are the twelve hours of the day (right with solar disk) and of the night (left with a star).

In this cycle of sun, moon and stars, the dead also hopes to be included.

See also: IL SARCOFAGO DI PEFTJAOENEITH

Wood.

Origin unknown.

Late Period. 26 Dyn. 664-525 BC Egypt

RMO LEIDEN.HOLLAND

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Sphinx of the ram of Amun

By Jacqueline Engel

Oh Great God, swift one. Who comes to him who calls. Watch my sister for me, the woman born in the same womb as me. Do for her as I have done for you. Spontaneous miracles that cannot be denied. Elevate her children and make them prosper, even as you did for me.”

From Taharqa’s prayer to Amun, at his temple in Kawa

Granitic gneiss sphinx of the ram of Amun protecting figure of King Taharqo between folded front legs; the rectangular base, which has been partially restored, is inscribed with a continuous horizontal register of hieroglyphs.

Napatan Kushite

690BC-664BC

Kawa, Temple Sudan.

Height: 106 centimetres (max)Length: 163 centimetres (base)Width: 63 centimetres (base)

British Museum London.

Picture made in RMO LEIDEN Holland.

Exibition “gods of Egypt”

E' un male contro cui lotterò

IL MISTERO DELL’INFIBULAZIONE FARAONICA

Di Andrea Petta e Franca Napoli

INTRODUZIONE a cura di Giuseppe Esposito

Esistono vari gradi di infibulazione: la più innocua (e la meno praticata) è la cosiddetta “As-Sunna” (tradizione), che comporta la fuoriuscita di 7 rituali gocce di sangue.

Il secondo tipo è la clitoridectomia vera e propria, chiamata anche “Tahara” (purificazione).

Il terzo tipo, e siamo arrivati al punto, è “l’infibulazione o escissione faraonica”. Fra le tre è la più brutale e violenta ed è in questa che, oltre la clitoridectomia vera e propria si ha la “cucitura”.

La moderna classificazione medica delle mutilazioni dei genitali femminili, dal tipo 1 (clitoridectomia parziale o totale) al tipo 2 (escissione, con l’asportazione delle piccole labbra) al tipo 3, la “infibulazione faraonica”

Ma la domanda che mi ponevo allora, e che ancora mi pongo, è chi abbia deciso che il metodo più cruento si chiamasse “faraonico”? e perché?

Non è facile rispondere a questa domanda. Per moltissimi anni l’argomento è stato trascurato e sottovalutato. Si intrecciano motivi culturali, religiosi, sociali e medici in questa cappa di “omertà scientifica”.

Oggi si sa (o meglio, si ipotizza sulla base della diffusione) che la pratica dell’infibulazione, o comunque della mutilazione dei genitali femminili, sia nata tra le sponde occidentali del Mar Rosso ed il Sudan ai tempi della civiltà meroitica (quindi non prima del IX secolo BCE), e da lì si sia diffusa inizialmente in Africa per poi migrare in Asia.

L’attuale diffusione delle mutilazioni dei genitali femminili ed i flussi di diffusione ipotizzati a partire dal Corno d’Africa

Il primo a riferire dell’infibulazione in Egitto è il solito Erodoto, che parla di “circoncisione di ragazzi e ragazze” in Egitto nel V secolo BCE. Un papiro greco del 163 BCE, ora al British Museum, parla di un’operazione che doveva essere condotta su una ragazza di Menfi, tale Tathemis, al momento di ricevere la propria dote, e Strabone ne parla come un’usanza diffusa ai tempi di Augusto. Di lì in avanti ne ritroveremo traccia solo nel XVIII secolo, prevalentemente per la mancanza di scambi culturali tra le diverse regioni del mondo.

Strabone, geografo e storico greco del I secolo BCE. Nel suo “Geographika” (17.2.5) scrisse che “Questa è una delle usanze seguite in maniera più zelante da parte loro [gli Egiziani]: allevare ogni bambino che nasce, circoncidere i maschi ed escidere le femmine”

Ma non tutto è così semplice. Un antico incantesimo dei Testi dei Sarcofagi, quindi risalenti al Medio Regno, fa riferimento sia ad un uomo che ad una donna “non circoncisi”. In questo caso, però, il termine usato (“amat”) potrebbe fare riferimento ad una ragazza ancora non mestruata, quindi prima del menarca – uno dei tanti termini di cui la traduzione esatta è incerta.

La parte dell’Incantesimo 1117 del Libro dei Sarcofagi con evidenziato il riferimento alla donna “amat” (= circoncisa? = non mestruata?). Da Adriaan De Buck e Sir Alan Gardiner. The Egyptian coffin texts. Vol. VII. University of Chicago Press, 1961

Elliott Smith, che abbiamo incontrato innumerevoli volte nell’esame delle mummie egizie, non riporta casi di infibulazione accertata, ma riporta casi in cui le grandi labbra sono state ritrovate accostate verso il perineo in maniera simile all’infibulazione – senza specificare se sia stato un intervento pre- o post-mortem e soprattutto senza traccia di sutura delle labbra stesse. Nessuna possibilità invece di verificare eventuali clitoridectomie per le deperibilità dei tessuti molli. Barclay nel 1964 riportava che non esisteva traccia di infibulazione nelle mummie esaminate.

È stata avanzata l’ipotesi che quanto ritrovato da Elliott Smith fosse una pratica per prevenire profanazioni del corpo della defunta nelle case per la mummificazione, ma sembrerebbe estremamente improbabile (chi l’avrebbe fatto? I parenti della defunta? Un sacerdote “addetto”?). SI ritiene invece che fosse pratica più comune consegnare i cadaveri alle case della mummificazione diversi giorni dopo la morte come “deterrente”.

Riassumendo: l’ipotesi della infibulazione come pratica comune nell’Egitto Faraonico non sembra avere riscontri almeno fino all’Età Tarda o al Periodo Tolemaico; anzi è altamente improbabile che venisse effettuata prima di questo periodo. Le osservazioni di Erodoto e più tardi di Strabone hanno probabilmente indotto una distorsione nella percezione di questa pratica, da loro intesa come praticata da tempo immemore ed invece introdotta molto più recentemente lungo le sponde del Nilo.

La terminologia “infibulazione faraonica” potrebbe derivare quindi da una facile associazione Egitto (in cui nel XVIII era pratica generale) – Faraoni nata in piena epoca coloniale senza alcun riferimento concreto con le mummie ritrovate – anche perché, a quell’epoca, non era ancora d’uso una ricerca scientifica così approfondita su quei “corpi neri” che venivano trattati alla stregua di oggetti.

Nulla vieta, perciò, che il procedimento semantico nulla abbia a che vedere con le mummie su cui, solo successivamente, sia eventualmente stata riscontrata un’analoga usanza – decisamente non generalizzata e sorta in epoca molto tarda, altrimenti se ne sarebbe scritto per ogni mummia di sesso femminile rinvenuta.

C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

LA REGINA HATSHEPSUT

Di Piero Cargnino

Hatshepsut, la regina con la barba, il suo nome significa “La prima tra le nobili”. Gli egizi la conoscevano comunemente tramite il praenomen Maatkara. Nei suoi monumenti compare con il nome intero Henemetamon-Hatshepsut, ma questa regina sorprese anche gli studiosi che scoprirono l’esistenza di questo faraone-donna con il nome iscritto al maschile Hatshepsu o, in certe grafie Hashepsu, rappresentato come un uomo, con la barba posticcia come tutti i faraoni. La regina compare indistintamente come maschio e come femmina quasi a volersi appropriare del concetto di dualità che aveva molta presa nella mentalità egizia.

Figlia di Thutmosi I e della sua Grande Sposa Reale Ahmose, viene considerata a tutti gli effetti la quinta sovrana della XVIII dinastia.  Ancora in tenera età (12 anni) andò sposa al fratellastro Thutmosi II, figlio della sposa secondaria di Thutmosi I Mutnofret per rafforzare la sua pretesa al trono. 

Alla morte del padre Hatshepsut, che portava anche il titolo eccelso di “Divina Sposa di Amon”, portatrice del sangue della venerata regina Ahmose Nefertari (nonna o bisnonna, a quel tempo già deificata), avrebbe avuto tutti i diritti per succedere al trono visto che i suoi fratelli erano morti. Pare, ma non è certo, che suo padre, Thutmosi I l’avesse designata a succedergli. Certamente l’ambizione di  Hatshepsut era quella ma le cose non andarono secondo la sua volontà, al trono salì Thutmose II, di sangue reale solo da parte di padre che rafforzò questa sua posizione sposando la sorellastra ancora troppo piccola per potersi imporre. Hatshepsut dovette accontentarsi di diventare “Grande sposa reale”, sicuramente accettò quella posizione a malinquore tanto doveva essere il suo orgoglio.

Forse anche a causa di problemi di salute, di cui doveva soffrire, Thutmosi II non fu certo un grande nell’amministrazione del potere tanto che la forte personalità di Hatshepsut gli permise di attorniarsi di una cerchia di sostenitori abili e potenti come Hapuseneb e soprattutto di Senenmut.

Senenmut fu architetto, capo di Stato e diretto consigliere della regina Hatshepsut, il suo nome tradotto letteralmente significa “fratello della madre” in quanto tutore della principessa Neferura, figlia di Thutmosi II e di Hatshepsut, ma di lui parleremo più approfonditamente in seguito.

Thutmosi II morì intorno ai 25-30 anni, il terzo giorno del primo mese di Shemu dopo un breve regno (forse 3 anni) lasciando i suoi due figli, la principessa Neferura e il figlio maschio Thutmosi avuto dalla seconda moglie Iside. Trovandosi entrambi in tenerissima età si aprì una crisi per la successione che troviamo descritta sul muro della cappella del funzionario Ineni:

<<………[Thutmosi II] uscì verso il cielo e si unì agli dei. Il figlio [Thutmosi III] si levò al suo posto a Re dei Due Paesi. Egli governò sul trono di colui che lo aveva generato………La “Sposa del dio” Hatshepsut dirigeva gli affari del Paese secondo la propria volontà. L’Egitto con il capo abbassato lavorava per lei……..>>.

Erede legittimo al trono Thutmosi III, “Menkheperra Thutmose”, doveva avere all’incirca tre anni. Forte dell’appoggio dei suoi numerosi sostenitori, primo fra tutti l’architetto Senenmut, Hatshepsut assunse di fatto la reggenza sebbene la cosa fosse anomala, anche se si era già verificato varie volte in passato, era però la prima volta che una regina assumeva la reggenza senza essere la madre del re.

Hatshepsut esercitò la reggenza per i primi anni di regno di Thutmosi III poi, il suo orgoglio e la brama di potere la portarono ad intentare una rivoluzione strisciante destinata a cambiare in modo radicale la società tradizionale egizia.

Iniziò esautorando il potentissimo funzionario Ineni che molta parte aveva avuto nell’ascesa al potere di Thutmosi II. Al suo posto coprì di onori e incarichi prestigiosi i suoi fedeli sostenitori, Senenmut e Hapuseneb. 

Hapuseneb fu un grande politico, Visir e Sommo sacerdote di Amon, seppe imporsi in modo rilevante durante l’ascesa al potere di Hatshepsut.

Dapprima si cercò di dimostrare a tutti che Thutmosi I, prima di morire, l’avesse nominata a tutti gli effetti sua diretta discendente permettendogli in tal modo di rivendicare il diritto di salire al trono. Ma, come se ciò non bastasse, si cominciò a far circolare una leggenda sulla nascita di Hatshepsut che la stessa regina fece raffigurare in un ciclo di pitture e testi, ancora presenti sulle pareti del suo maestoso tempio a Deir el-Bahari a testimonianza del proprio diritto al trono.

Le sculture a bassorilievo del tempio di Hatshepsut raccontano la storia della nascita divina di un faraone donna, il primo del suo genere. Come nella rappresentazione di un dramma le scene si susseguono rappresentando il concepimento e la nascita divina della regina. Il testo è molto lungo, io ne riporto alcuni brani significativi. Nella prima scena il dio Amon, assiso in trono, attorniato da dodici dei, esprime la sua volontà:

<<……..Desidero la compagna [Ahmose] che egli [Thutmosi I] ama, colei che sarà la madre autentica del re dell’Alto e Basso Egitto, Maatkara, che viva, Hatshepsut Unita ad Amon…….Io le darò tutte le pianure e tutte le montagne……..farò che siano dati dei grandissimi Nili alla sua epoca……..e colui che bestemmierà impiegando il nome di Sua Maestà, farò che muoia sul campo…….>>.

A questo punto Amon manda il dio ibis, Thot sulla terra il quale torna a riferire:

<<…….Questa giovane donna di cui mi hai parlato……….il suo nome è Ahmose. Essa è bella più di qualunque altra donna che sia nel Paese, va e prendila…….>>.

Dunque Amon scende sulla terra con le sembianze del faraone Thutmose I, si introduce nella stanza della regina e giace con lei, nelle immagini non è rappresentato l’amplesso ma il testo è molto esplicito, evoca un’accesa sensualità che la regina Ahmose non sa trattenere non appena riconosce che si tratta del dio Amon:

<<………Allora Amon, il dio eccellente signore del Trono delle Due Terre, si trasformò e prese l’aspetto di Sua Maestà [Thutmosi I]……..la trovò che dormiva nella bellezza del suo palazzo……..l’amore di Amon penetrò il suo corpo…….Quanto è grande la tua potenza……..quando la tua rugiada ha penetrato tutta la mia carne……..>>.

Quindi Amon chiama il dio vasaio Khnum e gli ordina di modellare sul suo tornio il corpo e l’anima (ka) di Hatshepsut ed il dio Khnum precisa:

<<………Le sue forme saranno più esaltanti di quelle degli dei, nel suo splendore di re dell’Alto e Basso Egitto……..>>.

Nelle scene che seguono si nota una stranezza, sia il corpo che l’anima di Hatshepsut hanno entrambe i genitali maschili. A questo proposito l’egittologa francese Christiane Desroches Noblecourt suggerisce che sia il corpo che l’anima non rappresenterebbero la persona di Hatshepsut ma la sua funzione regia con il suo ka, il concetto stesso di “faraone”.

Ma torniamo all’ascesa al trono della regina, innanzitutto va detto che ancora prima di assumere il potere regale aveva già provveduto a farsi costruire una tomba. Per questo scelse lo Wadi Sikket Taqa el-Zaide, che si trova ad ovest della Valle dei Re, dove Howard Carter la scoprì nel 1916; oggi è contrassegnata dalla sigla WA D. Racconta Carter:

Era mezzanotte quando arrivammo sul luogo e la guida mi indicò una fune che penzolava nel vuoto lungo la faccia della rupe. Ci mettemmo in ascolto e sentimmo i ladri che stavano operando proprio in quel momento…….quando raggiunsi il fondo ci furono un paio di momenti di tensione. Diedi loro l’alternativa di sloggiare per mezzo della mia fune, o restare dov’erano senza alcuna fune e quelli, capita l’antifona, fuggirono” (Howard Carter).

Nella tomba Carter rinvenne pure un sarcofago in quarzite gialla, che oggi si trova al Museo Egizio del Cairo, sul sarcofago si trova l’iscrizione:

“La principessa ereditaria, grande di favori e di grazia, Signora di tutte le terre, figlia del re, sorella del re, la Grande Sposa e Signora delle Due Terre Hatshesput”.

Dopo la sua ascesa al trono però Hatshesput decise che le dimensioni di questa sepoltura non si addicevano a un faraone, la tomba venne così abbandonata e non se ne seppe più nulla fino al suo ritrovamento. Pensando quindi ad un complesso molto più maestoso, pur essendo donna, non scelse come luogo per la sua sepoltura la Valle delle Regine, ma per rimarcare la sua posizione di faraone si rivolse alla Valle dei Re e scelse la tomba KV20 (forse la più antica di tutta la Valle), già occupata da suo padre Thutmosi I. Fece ingrandire la tomba dotandola di una nuova camera sepolcrale in modo che potesse contenere una doppia sepoltura, la sua mummia e quella del padre che fece deporre in un nuovo sarcofago originariamente destinato a lei. Pare che, al momento della sua morte, in un primo momento sia stata effettivamente inumata accanto a Thutmose I nella KV20.

Dopo aver “silurato ” Ineni abbiamo visto che il pensiero predominante di Hatshesput era quello di farsi accettare come faraone donna, cosa che appariva almeno insolita dai più. Con i suoi accoliti e grazie ad un’abilità straordinaria, Hatshepsut, figlia di Amon e da lui stesso designata a regnare, non incontrò ostacoli. Il periodo in cui ciò avvenne è ancora oggetto di dibattito tra gli studiosi, alcuni sostengono che la cosa si verificò nei primi due anni di regno, secondo altri sarebbe avvenuta al settimo anno. Tale fu per molto tempo l’immaginario collettivo nei riguardi della regina Hatshepsut che ne nacque una leggenda popolare che intendeva identificare la regina con la principessa Bithia, colei che trovò Mosè che galleggiava nella cesta di vimini sul Nilo. Inutile dire che il tutto è stato largamente smentito sia dagli egittologi che dagli stessi studiosi della Bibbia.

Con il piccolo Thutmosi III nell’ombra, la “regina” si dedicò subito agli affari di stato proseguendo nella politica iniziata dai suoi predecessori, era necessario ripristinare i rapporti con i paesi confinanti che più avevano risentito degli sconvolgimenti avvenuti durante il periodo degli Hyksos. Più ancora che con la guerra occorreva ristabilire i contatti e riaffermare l’influenza egizia sui vari popoli. Hatshepsut si dimostrò fin da subito una sovrana pacifica, si dedicò maggiormente ad impiegare risorse nella costruzione di edifici più che nella conquista di nuovi territori; non fu comunque una sovrana imbelle trascurando le sorti del regno che aveva ereditato, per la difesa dei suoi confini si operò particolarmente nel dissuadere i vicini più bellicosi, allo scopo intraprese almeno sei campagne militari nei suoi ventidue anni di regno.

Come sempre in passato alla morte di un faraone i nubiani assalivano i confini meridionali dell’Egitto e le fortezze quasi per verificare le reazioni del nuovo faraone. Hatshepsut reagì subito con forza recandosi personalmente a condurre il contrattacco e, con spavaldo orgoglio lo fece descrivere nelle pareti del suo tempio a Deir el-Bahari.

<<……Un massacro fu fatto fra loro, essendo sconosciuto il numero dei morti, furono loro tagliate le mani…….Tutti i Paesi stranieri parlarono allora con la rabbia nel cuore……I nemici complottavano nelle loro vallate……I cavalli sulle montagne…….il loro numero non fu noto……..Ella ha distrutto il Paese del Sud, tutti i Paesi sono sotto i suoi sandali……come era stato fatto da suo padre il re dell’Alto e Basso Egitto Akheperkara…….>>.

Spiccano dai rilievi nel suo tempio funerario di Deir el-Bahari le rappresentazioni della campagna che intraprese intorno al nono anno di regno. Questa fu diretta al Paese di Punt, forse la Somalia ed era composta da cinque navi della “lunghezza di 70 piedi”. Le navi tornarono cariche di tesori, mirra e numerosi alberi d’incenso che la regina fece piantare nel cortile del suo tempio funerario.

Da un rilievo del tempio emerge quello che sarà stato il racconto dei componenti della spedizione circa la descrizione della Regina di Punt la Regina Ati. Questa viene rappresentata in modo grottesco e particolarmente corpulenta al punto tale che la cosa ha suscitato numerosi interrogativi. Oltre a quattro pieghe di grasso sul ventre e i grossi seni flaccidi, questa donna di statura normale è deformata da enormi cuscinetti che le invadono le braccia e le cosce e debordano sulle ginocchia, risparmiando relativamente le estremità. Il suo aspetto è sgradevole, indossa un vestito giallo, bracciali, cavigliere, ed una collana di perline alternate e un catenina le gira attorno alla gola. I suoi capelli, come quelli di sua figlia, sono legati con una fascia sulla fronte.

Maspero suggerisce che la Princessa Ati possa aver sofferto di elefantiasi; Mariette è invece dell’opinione che gli artisti Egiziani non abbiano rappresentato solo la moglie di un capo, bensì il tipo di donna più ammirato dalla razza somala. È, infatti, opinione di molti studiosi che Ati sia un esempio del più alto tipo di bellezza femminile per il popolo di Punt, ciò in accordo con il gusto dei nativi di certe parti dell’Africa Centrale. Forse la regina di Punt soffriva di qualche malattia tipo iperlordosi o ipotiroidismo con mixedema o simili oppure è stata rappresentata volutamente in modo grottesco per esaltare maggiormente la differenza di bellezza con quella di Hatshepsut.

Restando sul piano militare la regina Hatshepsut non fu certo da meno di molti suoi predecessori e tanto meno di suoi successori. Preso atto che a tutti gli effetti gli egiziani erano rimasti privi di una guida sicura data la giovane età del faraone designato, alcune tribù provenienti dalla Siria e dalla Palestina ne approfittarono per creare problemi alle frontiere egizie compiendo escursioni e scorribande.

Certo non avevano fatto i conti esatti, dietro  Thutmosi III c’era  Hatshepsut che non ci mise molto a farsi riconoscere. Non si sa il periodo preciso in cui ciò avvenne ma sicuramente fu nei primi anni di regno della sovrana. Senza muoversi dalla sua capitale la sovrana ordinò quella che da molti viene considerata la sua seconda campagna militare, anche se in effetti dovette essere la prima di guerra, che in breve rimise le cose a posto. In un secondo tempo l’irrequietezza dei nubiani, forse spinti dalle stesse ragioni degli asiatici, li indusse sconsideratamente ad attaccare la frontiera meridionale dell’Egitto intorno al dodicesimo anno di regno della regina (ca. 1466 a.C.) ma la fermezza ed abilità di Hatshepsut li fronteggiò e li represse ferocemente.

Non paghi forse di quella sconfitta, i nubiani si riorganizzarono e ci riprovarono otto anni dopo, ma gli egizi, questa volta pare che lo stesso Thutmosi III, ormai poco più che ventenne, abbia guidato personalmente le truppe egizie, riscossero una nuova grande vittoria. Poiché i nubiani nelle loro scorribande godettero dell’appoggio degli abitanti del paese di Mau, nella Nubia meridionale, fu ancora il giovane principe Thutmosi III ad invaderli e sconfiggerli; di questa campagna esiste una citazione che parla di una caccia al rinoceronte che Thutmosi III intraprese durante gli scontri.

Fu poi nell’ultimissima parte del regno di Hatshepsut che Thutmosi III, ormai pienamente entrato nel ruolo che lo vedrà grande re-guerriero, agì prontamente riscuotendo enorme successo. Con il suo esercito invase la Palestina ed espugnò la città di Gaza che si era ribellata ristabilendo il potere egizio su quelle terre.

Hatshepsut, ormai anziana non aveva più voce in capitolo, il suo ruolo ormai era solo più meramente rappresentativo, il potere era a pieno titolo nelle mani del nipote Thutmosi III che aveva assunto una posizione dominante all’interno della casa reale.

Per quanto concerne l’attività costruttiva, Hatshepsut può essere definita a pieno titolo una tra le più prolifiche della storia egizia, fece costruire centinaia di edifici, sia nell’Alto che nel Basso Egitto, maestosi edifici così numerosi da superare tutti quelli costruiti dai suoi predecessori per tutto il Medio Regno. Sono molti gli edifici che i suoi successori tentarono di attribuirsi la paternità, spesso in modo grossolano e del tutto evidente.

La sovrana, forse anche dietro suggerimento di Senenmut, maggiordomo reale, primo consigliere della regina e, pare, anche il suo amante, andò a ripescare l’illustre architetto Ineni, che aveva messo in disparte all’inizio del suo regno assegnandogli numerosi incarichi riguardo alle costruzioni. La produzione di statue reali assunse proporzioni ineguagliabili, il grande numero di quelle giunte fino a noi è tale che quasi ogni museo di antichità egizie ne possiede almeno una.

A New York il Metropolitan Museum of Art ha istituito al suo interno una apposita sala, la “Hatshepsut Room” dove sono contenuti solo reperti della regina.

A Karnak Hatshepsut seguì la tradizione dei grandi faraoni facendo costruire opere di abbellimento del grande Complesso Templare; riportò alla sua originale bellezza il Recinto di Mut, dedicato alla dea Grande Sposa di Amon. Il Recinto aveva subito gravi danni in seguito alle devastazioni del periodo degli Hyksos.

Famosi per la loro imponenza i due obelischi che la regina fece erigere all’entrata del tempio di Karnak dopo il quarto pilone. Uno dei due è ancora in piedi ed è il più alto obelisco presente in Egitto, 29,26 metri, il gemello è crollato spezzandosi in due parti. Il più alto al mondo è l’obelisco Lateranense a Roma che raggiunge, senza il piedistallo, 32,18 metri.

Un’altra importante costruzione è la cosiddetta “Cappella Rossa” di Karnak, destinata a contenere il tabernacolo della barca sacra di Amon. E’ rivestita in pietra intagliata e decorata da scene che raccontano momenti di  vita della regina.

La Cappella era lunga 18 metri e larga 6, le mura erano alte 5,5 metri terminando con modanatura a gola egizia, la parte inferiore era in diorite nera mentre quella superiore in quarzite rossa che gli valse il nome di Cappella Rossa. All’interno del recinto aveva due cortili aperti, al centro del primo si trovava una vasca che doveva contenere probabilmente la barca sacra, al centro del secondo si trovavano due piedistalli di pietra.

Probabilmente si trovava nella corte centrale, secondo alcuni tra i due obelischi, ma la cosa non è certa.

Forse Hatshepsut non riuscì a completarlo, cosa che fece poi Thutmosi III, pena poi farlo smantellare in un secondo tempo (forse a causa della “damnatio memoriae” in cui era caduta la regina). I blocchi vennero in parte riutilizzati per il santuario di Amon ed i restanti riutilizzati per altri lavori tra cui le fondazioni del nono pilone del tempio di Ptah.

Fortunatamente per gli archeologi, Amenhotep III ne usò molti come riempimento del terzo pilone per cui si sono conservati praticamente integri. Questi furono usati nel 1997 quando venne decisa la ricostruzione parziale della Cappella Rossa che oggi fa bella mostra di se nel museo all’aperto di Karnak e misura 15 metri per 6.

Adesso che abbiamo imparato a conoscerla non ci stupiamo di certo se apprendiamo che alla bella regina due obelischi non bastavano, soprattutto come dimensioni. In occasione del sedicesimo anniversario della sua ascesa al trono decise di farsi un regalo, ordinò che gli venissero scolpiti due obelischi che avrebbero dovuto superare in altezza tutti quelli esistenti. La sua ambizione venne purtroppo frenata da un inconveniente che si verificò a lavoro quasi finito. L’obelisco più grande, che avrebbe misurato 41,75 metri di altezza con una base di 4,2 x 4,2 metri, ed un peso di circa 1.200 tonnellate, ad un certo punto si crepò, una lunga fenditura perpendicolare all’asse verticale dell’obelisco, che parte dalla cima e scende per parecchi metri vanificò tutto il lavoro fino ad allora svolto. Abbandonato nella cava che si trova due kilometri a sud di Assuan, il cosiddetto “Obelisco incompiuto di Assuan” è rimasto li, nella cava di granito rosa, per oltre 3.500 anni ad attirare migliaia di turisti che ogni anno vanno a visitarlo. Tutta l’area è stata dichiarata dal governo egiziano “Museo all’aperto”.

Oltre che ai turisti l’obelisco incompiuto è servito agli studiosi per capire la metodologia utilizzata per la creazione degli antichi obelischi (pare).

Hatshepsut si preoccupò anche di onorare la dea Pakhet, una forma sincretica di Bastet e Sekhmet, due divinità della guerra, entrambe di forma leonina, una per l’Alto Egitto l’altra per il Basso Egitto. Venerata principalmente nelle zone di confine tra nord e sud, presso Minya (Beni Hasan), dove, per la loro somiglianza, le due dee si univano per assumere una forma unica, era la dea venerata nel XVI nomo dell’Alto Egitto.

Pakhet rappresentava la furia distruttrice del sole, nei “Testi dei sarcofagi” e  veniva rappresentata come colei che va a scovare le prede nel buio della notte. Fu proprio a Beni Hasan, nei pressi di una necropoli contenente 39 antiche tombe del Medio Regno, nel territorio del nomo di Oryx il cui governatore era Hebenu, che Hatshepsut fece costruire in una grotta sotterranea un tempio rupestre dedicato alla dea Pakhet, ammirato per secoli venne nominato “Speos Artemidos” (Grotta di Artemide) durante il periodo tolemaico.

Dopo la morte di Hatshepsut il tempio subì delle modifiche sempre nell’intento di cancellare il più possibile la memoria della regina, Seti I della XIX dinastia fece addirittura asportare alcune decorazioni che impiegò nella sua tomba.

Ma per soddisfare la sua ambizione di apparire sempre più grande poteva Hatshepsut essere da meno dei suoi più grandi predecessori che si erano costruiti un tempio funerario? Certo che no.

Alla costruzione del suo magnifico tempio funerario ci pensò Senenmut, il suo inseparabile cancelliere, architetto reale e forse amante che, con ogni probabilità, progettò il tempio. Venne scelta come località Deir el-Bahari dove già esisteva il tempio di Mentuhotep che venne preso a modello pur differenziandosi per molti aspetti. Il tempio di Hatshepsut, altrimenti detto “Djeser-Djeseru” (Sublime dei sublimi o Meraviglia delle meraviglie o Santo dei Santi) si trova sulla sommità di varie terrazze, un tempo giardini lussureggianti, costruite a ridosso della scarpata rocciosa che costituisce il limite della Valle del Nilo e che forma uno scenario alle spalle del complesso. Il tempio rappresenta una innovazione architettonica che crea un punto di fusione tra quella egizia e quella classica, anticipando di oltre un millennio quella che possiamo ammirare nel Partenone di Atene.

Si tratta di uno dei maggiori esempi di architettura funeraria del Nuovo Regno dove la sublime grandezza del faraone si affianca a quella degli dei che lo accompagneranno nella sua vita ultraterrena. Viene abbandonata quella forma di grandezza megalitica fine a se stessa dell’Antico Regno per creare un luogo dove il culto possa trovare il massimo spazio. Il tempio si sviluppa su tre livelli di terrazze che raggiungono un’altezza totale di 35 metri. Ogni livello è sorretto da una doppia fila di colonne quadrate tranne l’angolo nordoccidentale della seconda terrazza dove è situata la cappella con colonne protodoriche; ciascuna terrazza è raggiungibile attraverso ampie rampe che in origine ospitavano giardini con piante esotiche provenienti dalla terra di Punt, in particolare mirra e alberi d’incenso dai quali si ricavava il franchincenso, o olibano, per i rituali.

Come abbiamo già accennato in precedenza, all’interno del tempio si trova il ciclo di bassorilievi che raccontano la storia della nascita divina della regina per opera del dio Amon; inoltre è ampiamente rappresentata la spedizione nel paese di Punt. Due statue di Osiride oltre a molte altre che rappresentavano la regina in diverse pose, in piedi, in ginocchio o seduta, si trovavano all’interno del tempio dove abbondavano gli ornamenti e le sculture.

Tutto ciò venne in parte fatto distruggere dal suo figliastro e successore Thutmosi III nell’ambito della “damnatio memoriae” alla morte di Hatshepsut. Cosa si può ancora aggiungere, abbiamo parlato di una grande donna, principessa e regina di un popolo che valorizzava le donne fino al punto di accettare di esserne governato. Di una donna che voleva essere uomo pur essendo più grande di molti uomini che la precedettero e gli successero. Fu un grande faraone, più grande e più potente di Nefertiti e Cleopatra, ma alla sua morte fu colpita dalla “damnatio memoriae”, con tanto di cancellazione del suo nome dai monumenti e manomissione delle statue che la ritraevano.

A questo proposito occorre aggiungere che la cancellazione delle immagini e dei nomi di Hatshepsut non fu così immediato e totale come ci si aspetterebbe da una vera damnatio memoriae, se così fosse stato oggi non avremmo una così ricca iconografia della regina. Nulla prova che Thutmosi III volle mai una cancellazione totale del ricordo di Hatshespsut, se così fosse stato, in quanto comandante supremo dell’esercito nominato proprio dalla stessa Hatshepsut, sicura della fedeltà del nipote, cosa gli avrebbe impedito di ordire un  colpo di Stato ed impadronirsi del trono di suo padre?. Hatshepsut fu una grande donna e soprattutto un grande faraone anche senza la barba finta.

Purtroppo anche le grandi figure ad un certo punto muoiono, e così morì anche Hatshepsut. Come e quando sia morta non è ben chiaro, alcuni fanno risalire la sua morte intorno al suo 22º anno di regno. Questo viene dedotto dalle iscrizioni presenti su di una stele dove compaiono insieme la regina con il nipote Thutmose III, la stele è datata il “ventiduesimo anno, il decimo giorno del mese di peret” e risale al 1458 a.C. circa, fu rinvenuta ad Ermonti e dal 1819 è conservata nel Museo Gregoriano Egizio in Vaticano.

Si ritiene che la stele celebri l’ascesa al trono di Thutmosi III e che a proclamarlo sia proprio Hatshepsut ormai troppo vecchia (e malata?) per continuare a regnare personalmente. Sulla stele compare Thutmosi III che indossa la corona bianca khedyet  dell’Alto Egitto, porta la barba posticcia e veste il corto gonnellino detto shendit dal quale penzola la classica coda di toro. Davanti a lui, per rimarcare la sua posizione di maggior rilievo, compare il Faraone Hatshepsut nell’atto di porgere delle offerte al Dio, nelle mani stringe due vasi globulari. Non porta la barba posticcia ma veste lo shendit da uomo con la coda di toro e indossa la corona azzurra khepresh del Basso Egitto. Lei è la Grande Sposa Reale, la sposa principale del faraone Thutmosi II. Nel testo, Hatshepsut, esaltando il nipote, afferma tra l’altro:

<<……..Quando lanciava frecce contro un bersaglio di rame, tutti i pali si spezzavano come canne……..Io dico ad alta voce ciò che ha fatto e non vi è nè bugia nè menzogna alla presenza di tutto quanto il suo esercito. Non vi è là una parola di esagerazione…….>>.

Come abbiamo visto in precedenza, dopo essersi fatta costruire una prima tomba, quando era ancora “Grande sposa reale” di Thutmosi II, decise che questa non era degna di accogliere una donna del suo lignaggio ed iniziò ad ingrandire ed ampliare, dotandola di due camere sepolcrali, la tomba originariamente creata per suo padre Thutmosi I, la KV20, dove in effetti potrebbe essere stata sepolta.

Non si sa per quale ragione, forse per prevenire i frequenti saccheggi di tombe, Thutmosi III ad un certo punto decise di far spostare la mummia di Thutmosi I in una nuova tomba, la KV38 dotandola di un nuovo corredo funerario.

A questo punto è possibile che Hatshepsut sia stata spostata nella tomba KV60 che in origine era la tomba del nobile Maherpera che molti egittologi suppongono che si trattasse di un figlio di  Hatshepsut e del suo amante Senenmut. Nella tomba si trovava già la mummia della nutrice della regina, Sitra. Scavata prima da Carter nel 1903, venne successivamente rivisitata da Ayrton nel 1906 il quale rinvenne all’interno due mummie, all’interno di un sarcofago si trovava la mummia di Sitra che venne asportata, accanto un’altra mummia, sempre femminile, che venne lasciato in loco. All’epoca né Carter né Ayrton mapparono la tomba che venne dimenticata. Verrà ritrovata solo nel 1990 grazie agli scavi di Donald P, Ryan.

Nel 1966 alcuni studiosi, esaminando i diari di scavo dei due predecessori, ipotizzarono che la seconda mummia fosse quella di Hatshepsut; come vedremo più avanti sarà solo nel 2006 che Zahi Hawass, grazie ad un dente, riuscirà a dimostrare che si tratta proprio di Hatshepsut (?). Se le analisi del DNA e le prove con il dente di Zahi Hawass, di cui parleremo più avanti, fossero corrette allora potremo ipotizzare le probabili cause della morte della regina.

La mummia è quella di una donna sulla cinquantina, veneranda età per il periodo, obesa, con i capelli ramati e alta intorno al metro e sessanta, pare che la regina soffrisse di diabete, di artrite e possedesse una pessima dentatura, cosa molto diffusa in quel tempo in Egitto a causa della quantità di fine sabbia contenuta nella farina per fare il pane. Era pure affetta da un cancro alle ossa ormai diffuso in tutto il corpo. Si presentava con la postura di mummificazione tipica dei membri della famiglia reale.

Ora torniamo alla KV20 dove con ogni probabilità venne collocata la sua mummia, Durante la sua esplorazione del 1903, Howard Carter rinvenne alcuni oggetti appartenuti ad Hatshepsut ma altri provenienti dal suo corredo funebre vennero trovati sparsi in vari altri posti, la testiera di un letto (in un primo tempo scambiata per un trono, un gioco da tavolo, senet con pedine in diaspro rosso recanti i suoi titoli regali, un anello con sigillo e un ushabti rotto con parte del suo nome. Ma la cosa più importante per Zahi Hawass fu il ritrovamento, nella cachette di Deir el-Bahari, di un contenitore per vasi canopi in avorio sul quale spicca il nome di Hatshepsut con al suo interno un fegato (o milza) mummificato oltre ad un dente, molare con parte della radice.

Nella primavera del 2007 Zahi Hawass fece trasportare la mummia al Museo egizio del Cairo per analizzarla. Subito venne constatato che alla mummia mancava un dente. Venne allora preso il molare trovato nello scrigno canopico di Deir el-Bahari e confrontato con la parte della radice che si trova ancora nella mascella della mummia, apparve subito evidente che la due parti combaciavano perfettamente. A questo punto il caso è risolto, la mummia è realmente quella della regina Hatshepsut.

In una conferenza stampa presso il Museo Egizio del Cairo, il ministro della Cultura egiziano Farouk Hosni e il segretario generale del Consiglio Superiore per le Antichità Zahi Hawass hanno affermato:

<< L’identificazione certa della mummia è stata possibile grazie al matrimonio tra tecnologia, scienza e archeologia >>.

E se lo dice Zahi Hawass…………(mi si perdoni lo scetticismo). Si pensa che il tumore osseo che la uccise sia da attribuire all’uso prolungato di una pomata di cui la regina faceva uso per lenire i dolori causati da una malattia cronica della pelle. (Prof. Helmut Wiedenfeld, dell’Istituto Farmaceutico dell’Università di Bonn

LA DAMNATIO MEMORIAE

La Grande ed ingombrante regina è morta, ora le Due Terre sono sotto la ferrea mano del faraone guerriero Thutmosi III.

Secondo alcuni il nuovo faraone, nipote della regina defunta, dopo aver condiviso con lei il trono per vent’anni, essere stato nominato comandante dell’esercito ed aver combattuto e vinto parecchie battaglie, decise di vendicarsi della zia-matrigna, e quindi avrebbe dato vita ad una censura della sovrana con un qualcosa di simile alla “damnatio memoriae” tipica dell’antica Roma.

Riflettiamo, un simile comportamento si sarebbe adattato all’immagine di uno dei più grandi faraoni-guerrieri della storia Egizia quale Thutmosi III? Così la pensarono i primi egittologi ma poi, approfondendo gli studi emerse innanzitutto che la graduale cancellazione di Hatshepsut da alcuni monumenti e da alcune cronache faraoniche ebbe inizio verso la fine del regno di Thutmosi III estendendosi maggiormente durante il regno del suo successore, e figlio, Amenofi II.

Va notato inoltre che la cancellazione della memoria della regina si è verificata in un modo assai strano, sporadico e per lo più in un ordine piuttosto casuale, spesso si nota che la cancellazione è incompleta, solo le figure più visibili e accessibili furono rimosse. Mentre notiamo che nel tempio di Deir el-Bahari vennero distrutte, o sfigurate, molte statue che poi furono sepolte in un pozzo,  altrove rimangono intatti i contesti e le sagome della regina come quelle dei geroglifici dei suoi nomi che rimangono ben interpretabili. D’altra parte se la distruzione avesse assunto veramente la forma di una “damnatio memoriae” non avremmo una così ricca iconografia della regina.

Thutmosi III molto probabilmente tollerò questi cambiamenti per non scontrarsi col figlio Amenofi II, anche se personalmente non avvertì mai la necessità di un simile cambiamento né tanto meno di una cancellazione totale del ricordo di Hatshespsut, anche perché, quando la cosa si verificò, si trovava già in età avanzata e non più in grado di opporsi.

A sua difesa nulla prova che Thutmosi III provasse odio o risentimento nei confronti della sua matrigna, tutt’altro. Se così fosse, nella sua posizione di  comandante supremo dell’esercito, nominato dalla stessa Hatshepsut, che non era certo una sprovveduta e quindi  non nutriva dubbi circa la fedeltà del nipote, avrebbe certamente potuto con estrema facilità ordire un colpo di stato, deporre la regina ed impadronirsi del trono che fu del proprio padre.

Così ha scritto l’egittologo canadese Donald Redford:

<<…….Qua e là, nei più profondi recessi dei santuari o della tomba, dove nessun occhio plebeo avrebbe potuto vedere, le immagini e le iscrizioni della regina furono lasciate intatte […] nessun occhio volgare le avrebbe più guardate di nuovo, così da mantenere il calore e il timore di una presenza divina……..>>.

Alcuni fanno osservare che, secondo la tradizione della maggior parte dei faraoni, Thutmosi III avrebbe semplicemente distrutto alcune costruzioni di Hatshepsut per ricavare risorse per la costruzione della sua tomba, personalmente sono convinto che un grande faraone quale era Thutmosi III non avrebbe mai fatto una cosa simile.

Vediamo ora la teoria secondo la quale Amenofi II, che regnò come coreggente durante gli ultimi anni di regno del padre, è ritenuto il vero promotore della cancellazione di Hatshepsut nell’ultimo periodo della vita del vecchio (e malato) Thutmose III.

Secondo l’egittologo Franco Cimmino Amenofi II:

<<……….Non ebbe né gli interessi culturali né la diplomazia né la grande visione politica del padre; impetuoso, collerico e sprezzante […]……….>>.

In quanto figlio di una sposa secondaria e non della “Grande sposa reale” si potrebbe pensare che non avesse la completa certezza del proprio diritto a regnare, quale che fosse lo scopo di eliminare il ricordo di Hatshepsut è del tutto sconosciuto, ma di lui parleremo in seguito.

La studiosa Joyce Tyldesley ipotizza che Thutmose III c’entri nella strana “damnatio memoriae” di Hatshepsut solo per aver voluto, senza rancore, relegare la regina al semplice ruolo istituzionale di reggente e non di faraone così da sottolineare la sua  successione da Thutmose II senza interferenza. (personalmente non condivido).

Al di la delle motivazioni e dal mandante la martellatura del nome di Hatshepsut creò non pochi problemi agli egittologi ottocenteschi che si trovarono ad interpretare i testi sulle pareti del tempio di Deir el-Bahari, questi non avevano senso in quanto termini femminili descrivevano la storia di un faraone dalle apparenze maschili, lo stesso Champollion si sentì confuso di fronte a tale discrepanza:

<<………Fui piuttosto sorpreso di vedere, qui come in altri punti del tempio, il celebre Moeris [Thutmose III], adornato di tutte le insegne della regalità, cedere il passo a quest’Amenenthe [Hatshepsut], il cui nome noi cercheremmo invano nelle liste regali; fui ancora più attonito nello scoprire, leggendo le iscrizioni, che, ogni volta che si riferivano a questo re con la barba e il solito abito dei faraoni, nomi e verbi erano al femminile, come se si trattasse di una regina. Notai la medesima peculiarità anche altrove……..>>.

Concludiamo dunque la storia di questa regina che fu l’unica donna nella storia dell’antico Egitto ad essere rappresentata sia come donna che come uomo, inclusi abiti maschili e barba finta

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino,”Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Edda Bresciani, “Sulle rive del Nilo”, Laterza, Bari, 2000
  • Emma Brunner, (a cura di), “Favole e miti dell’antico Egitto”, Mondolibri, Milano, 2003
  • Sergio Donadoni e AA.VV., “Le grandi scoperte dell’archeologia”, De Agostini, Novara 1993
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2006
  • Alan Gardiner, “Egypt of Pharaohs”, Oxford University Press, 1961
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino, 1971
  • John A. Wilson, “Egitto, I Propilei”, Arnoldo Mondadori, Milano, 1967
  • Elvira D’Amicone, “Nefer: la donna dell’Antico Egitto”, Federico Motta Editore, Milano 2007
  • Gay Robins, “Women in Ancient Egypt”, Harvard University Press, 1993 Giorgio Leonardi, “Hatshepsut. “Sole femmina che brilli come il disco solare”, in “Le signore dei signori della storia”, a cura di A. Laserra, Milano, FrancoAngeli, 2013
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

IL FARAONE THUTMOSI II

Di Piero Cargnino

Poiché figlio di una sposa secondaria di Thutmosi I, Mutnafret, Thutmosi II, Aakheperenra (“Grande è l’immagine di Ra.”), diventò erede al trono solo dopo la morte prematura dei suoi fratelli maggiori Amenmose e Wadjmose. Per rafforzare ancor più i suoi diritti a salire sul trono sposò la sorella Hatshepsut, sempre figlia di Thutmosi I ma della Grande Sposa Reale Ahmose, ciò conferiva ad Hatshepsut una più piena regalità rafforzando così la posizione di Thutmosi II.

Gli storici stimarono che Hatshepsut avesse circa 12 anni quando divenne regina d’Egitto. Dal matrimonio con Hatshepsut nacque la principessa Neferura mentre dalla seconda moglie Iside nacque Thutmosi che gli succederà al trono sposando, forse, la propria sorella Neferura.

Gli epitomatori di Manetone riportano che lo storico greco lo chiamò Chebron e gli attribuì 18 anni di regno, durata contestata da alcuni che gliene attribuiscono invece solo 3.

Ancorché fosse ancora in tenera età quando salì al trono, Thutmosi II mise presto in evidenza il carattere proprio dei Thutmosi, nel suo primo anno di regno scoppiò una rivolta in Nubia, nella terra di Kush; non potendo partecipare direttamente per la giovane età, inviò una spedizione militare a reprimere la ribellione sotto il comando del vicerè Seni, questo è attestato da un’iscrizione rupestre a Sehel, a sud di Assuan.

Grazie sempre alle pitture che compaiono nella tomba dell’ufficiale Ahmose Pennekhebet (già più volte citato in precedenza, la cui autobiografia costituisce una fonte molto importante per seguire la storia d’Egitto da Ahmose I fino a Thutmosi III) apprendiamo che fu ordinata anche una spedizione militare in Palestina per combattere i nomadi Shasu. A lui vengono attribuite costruzioni a Semna e Kumma oltre che ad Elefantina.

Thutmosi II contribuì all’abbellimento del tempio dinastico di Karnak dove fece costruire una coppia di obelischi che furono poi rizzati da Hatshepsut al centro del cortile dove sono state trovate le fondamenta nelle sottostrutture del terzo pilone. Questi obelischi vennero in seguito abbattuti da Amenhotep III.

Thutmosi II morì intorno ai trent’anni e non si conosce il luogo dove fu sepolto anche se in un primo momento gli venne attribuita la tomba KV42, nella Valle dei Re. In seguito però Howard Carter, che nel 1921 scoprì il deposito di fondazione, la assegnò alla regina Hatshepsut-Meryet-Ra, moglie di Thutmosi III.

La mummia di Thutmosi II venne rinvenuta nel 1881 nella famosa cachette di Deir el-Bahari (DB320). Va detto che in seguito a recenti studi pare emergere un’incongruenza tra quella che dovrebbe essere l’età del faraone e la datazione che è stata riscontrata dalle analisi effettuate sulla mummia. Fu Maspero che nel 1886 provvide a sbendare la mummia rilevando subito una certa somiglianza del viso di Thutmosi II con quello di suo padre Thutmosi I. Come per molte altre, la mummia risultava brutalmente danneggiata dai razziatori alla ricerca di gioielli e amuleti. Presentava il braccio sinistro rotto e l’avambraccio separato di netto, il braccio destro era stato tranciato al gomito, la restante parte del corpo si presentava squarciata da colpi d’ascia e la gamba destra era mozzata.

Dalle analisi effettuate sulla mummia emerge che Thutmosi II morì probabilmente di una malattia, il corpo si presentava molto deperito e ricoperto di chiazze e cicatrici.

Nel 2015, nel corso di scavi nella zona orientale del canale di Suez, è stato scoperto un edificio residenziale che si potrebbe attribuire a Thutmosi II, si pensa possa trattarsi di una stazione di rifornimento per le campagne militari del faraone lungo la “Strada di Horus”.

Sarebbe una delle tre costruite a Tell el-Habua, nei pressi di Qantara, le altre due sarebbero successive e si riferirebbero a Seti I e Ramses II, lo si rileva dal ritrovamento in zona di sigilli reali su vasi di ceramica. Recentemente la missione dell’Istituto di Archeologia dell’Università di Varsavia, sotto la guida del prof. Andrzej Niwiński, che stava scavando nei pressi del tempio di Hatshepsut rinvenne una cassa in pietra calcarea di 40 cm circa per lato e un involucro di lino nella fossa scavata.

Al suo interno vennero rinvenuti tre fagotti di lino. In uno venne trovato lo scheletro di un’oca, in un altro un uovo sempre di oca e nel terzo una scatoletta di legno contenente un uovo forse di ibis, tutti avvolti nel lino.

Poco lontano, sempre avvolto nel tessuto, all’interno, in una scatola di legno si trovava un cofanetto in faience dove era riportato il nome di Thutmosi II, “Aakheperenra”  in geroglifico.

Secondo il prof. Niwiński la tomba sarebbe da attribuire al consorte di Hatshepsut, quindi a Thutmosi II. Per non trascurare nessuna ipotesi voglio riportare anche quella avanzata da alcuni storici e ripresa nel suo libro “Storia biblica: Antico Testamento”  da Alfred Edesheim, secondo i quali Thutmosi II sarebbe il Faraone dell’Esodo. Ciò sarebbe dedotto dalla breve durata del suo regno e dall’improvviso crollo. Altro indizio che secondo Edesheim proverebbe la sua teoria sarebbe riconducibile al fatto che il corpo sfasciato del faraone presentava  chiazze e cicatrici che potrebbero ricondursi ad una delle piaghe che hanno travolto il popolo egizio poco prima dell’esodo. Personalmente non concordo ma era doveroso riportare anche questa ipotesi.

Un’ultima notizia riguarda una statua trovata nell’ottavo edificio del Tempio di Karnak durante un importante lavoro di restauro insieme al Tempio di Luxor e a El Kebbash Road, il viale delle sfingi che collega i due templi. Il Consiglio Supremo delle Antichità ha confermato che verrà restaurata anche la statua di Thutmosi II.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
  • Alessandro Roccati, “L’area tebana, Quaderni di Egittologia”, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Tiziana Giuliani, “Vicini al ritrovamento della tomba di Thutmose II?”, da Mediterraneo Antico, 2020
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, trad. di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Mattia Mancini, articolo del 5 marzo 2015 su Djrd Medu
  • David Mishkin, “La saggezza di Alfred Edersheim”,  2008, Wipf e Stock Publishers
C'era una volta l'Egitto, Nubia, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

BERENICE PANCRISIA

LA CITTA’ FANTASMA DEL DESERTO NUBIANO

Di Piero Cargnino

Ora l’Egitto era in pratica un impero, i suoi confini a sud comprendevano l’intera Nubia. L’Egitto imponeva ai suoi sudditi pesanti tributi che spesso erano rappresentati da pietre e metalli preziosi. Basti pensare che durante le fasi centrali del Nuovo Regno la Nubia consegnava 250 chilogrammi di oro all’anno al solo tempio di Karnak. L’economia egiziana era del tipo prevalentemente  agricolo quindi gli scambi con altri paesi avvenivano in natura, mezzo di scambio erano i prodotti della terra coi quali si acquistavano gli altri beni di cui l’Egitto necessitava, anche i tributi si pagavano in natura.

Ma con la XVIII dinastia si iniziò ad introdurre uno strumento che avrebbe agevolato gli scambi, lo strumento era il metallo, oro, argento o rame, il “deben”, che equivaleva a 91 grammi, ulteriormente suddiviso in 10 “kite”, ne sono stati rinvenuti molti il cui aspetto teriomorfo o con testa di bovino confermano che il sistema economico si basava sull’agricoltura. Ovvio che a parità di peso il valore mutava a seconda del metallo con cui era fabbricato il deben, come si sa il metallo più prezioso in Egitto era l’argento, di cui l’Egitto scarseggia, poi veniva l’oro e quindi il rame.

In egiziano antico l’oro in generale si chiamava “nub” (da cui il nome della Nubia) e gli egizi lo distinguevano secondo la provenienza, c’era “oro di Coptos”, “oro del paese di Ouaouat” e “oro del paese di Kush”. Pur non avendo lo stesso significato valutario di oggi, l’oro era molto apprezzato in Egitto in particolare per la sua lucentezza che veniva paragonata a quella del sole e quindi di Ra (dio del Sole) e si credeva che avesse poteri divini. Veniva associato alla vita eterna per la sua apparente indistruttibilità e si credeva che la pelle degli dei fosse d’oro.

L’oro in Egitto abbondava, in un messaggio a un faraone, un re orientale nel 1350 a.C. scriveva che: <<…….. in Egitto l’oro è come la polvere delle strade…….>>. In effetti, oltre a quello che arrivava dai tributi dei paesi sottomessi, in Egitto erano numerose le miniere d’oro, nel deserto, sud-orientale nello Wadi Hammamat e nello Wadi Abad, si trovavano ricche miniere.

Nel Museo Egizio di Torino è conservato il cosiddetto “Papiro delle miniere d’oro” consistente in una vera e propria mappa del Nuovo Regno delle miniere di Berenice Pancrisia in Nubia. Presumibilmente la mappa venne realizzata da una spedizione egizia e su di essa viene rappresenta una pista che attraversa molte miniere d’oro, tra queste quelle dello Wadi Hammamat; a questo proposito va però detto che nel Wadi Hammamat non sono state rinvenute le gallerie per l’estrazione dell’oro, come indicato nel papiro, ma solo cave di pietra e qualche miniera di pietre preziose.

Ma parliamo ora dell’antica città riscoperta dai fratelli Castiglioni, Berenice Pancrisia, un antico insediamento nel deserto nord-orientale del Sudan situato presso le miniere d’oro del Uadi Allaki nella Nubia dei Faraoni.

Il nome deriva dal greco panchrysos e significa “tutta d’oro”. Pare che il nome gli fu dato da Tolomeo II Filadelfo nel 271 a.C., in onore della madre Berenice I moglie di Tolomeo I Sotere, dopo averla ristrutturata ed ampliata dotandola anche di un porto. Una seconda ipotesi farebbe derivare il nome dal dio Pan, nome greco di Min,  divinità egizia del deserto. Pertanto il significato di Berenice Pancrisia sarebbe “Berenice città d’oro” o “del dio Pan”.

In realtà, il sito nubiano risale a moltissimo tempo prima della dinastia tolemaica ed era conosciuto come la città dei Beja. Durante il Medio Regno quasi sicuramente si chiamò Tjeb e, durante il Nuovo Regno, ebbe inizio l’attività di estrazione dell’oro che prima veniva raccolto nei ruscelli montani in superficie come oro alluvionale.

Conosciuta anche dagli arabi che agli inizi del IX secolo le cambiarono il nome in Allaki e in Ma’din ad-dahab, ossia miniera d’oro. Citazioni di Berenice Pancrisia ci provengono da Thutmosi III che fece incidere sul VI pilone del Tempio di Karnak i conteggi dei tributi in oro provenienti dalla regione di Wawat; Seti I che la cita su una mappa nel deserto di Wawat dove fece scavare pozzi d’acqua; Ramses II che fece incidere la via delle miniere su di una stele a Quban; oltre a ripristinare i pozzi scavati in precedenza da Seti I.

Anche Plinio il Vecchio ne parla nella sua “Naturalis Historia, libro VI”:

<<……Berenicen alteram, quae Panchrysos cognominata est…….>>,

come lui anche Diodoro Siculo nel 30 a.C., nella sua “Biblioteca Storica” descrive un luogo nella Nubia  pieno di minerali e di miniere d’oro.

La fortezza principale

Restò conosciuta fino al XII secolo quando iniziò il declino, poiché estrarre oro, nel deserto, divenne eccessivamente costoso principalmente per carenza di acqua. I riferimenti alla “città d’oro” provenivano da scritti antichi quali ad esempio una citazione di Ibn Sa’id al-Andalusi che, nei primi anni del tredicesimo secolo d.C. scriveva:

<<…….la regione montuosa di Allaki è famosa per le miniere d’oro di alta qualità negli uidian (plur. di uadi)……>>.

Anche Al-Maqrizi scrisse:

<<…….Tutto il paese…….è pieno di miniere e, a misura che il terreno si eleva, l’oro è più puro e abbondante….>>.

La fortezza principale

In epoche successive si tornò a cercarla tra il Uadi Hammamat ed il Uadi el-Allaki; a Strasburgo è conservata una mappa islamica risalente a prima del’ 833 d.C. redatta dall’astronomo e geografo arabo Al-Khuwarizmi dove compare il nome di Ma’din ad-Dahab (miniera d’oro) forse proprio Berenice Pancrisia. Nel 1600 circa si perse l’ubicazione precisa e Berenice Pancrisia fu cancellata dalle carte geografiche.

Sul finire dell’Ottocento tra la gente del Cairo circolava il racconto di una città fantasma nel cuore del deserto, una strana città  dove il suo custode, un genio (il “ginn” degli arabi) non permetteva a chi la vedeva di vederla una seconda volta facendola sparire se chi l’aveva già vista si ripresentava. Una leggenda senz’altro, ma la città esisteva veramente, bastava trovarla.

Nel 1989, i fratelli Angelo e Alfredo Castiglioni, con Luigi Balbo e Giancarlo Negro, intraprendono una spedizione alla ricerca delle miniere d’oro presso l’uadi el-Allaki, il letto ormai asciutto di un antico immissario del Nilo. Improvvisamente scorgono i resti di antiche costruzioni crollate con sullo sfondo due roccaforti.

Il sito si presenta come un antico nucleo abitativo attraversato da una strada con altre strade laterali che costeggiano diversi quartieri per circa due chilometri. La prima roccaforte pare un praesidium romano con tanto di corte, stanze, camminamento di ronda e torri ormai crollate. La seconda roccaforte, articolata su tre piani, evidenzia rifacimenti d’epoca islamica.

Le pareti della fortezza a tre piani

Intorno alla città resti di edifici, imponenti tombe, vaste necropoli e soprattutto un centinaio di miniere per l’estrazione dell’oro che, con i loro pozzi di aerazione, rendono ancor più aliena la superficie di questa terra. (Per ulteriori approfondimenti visitare il sito del museo Castiglioni: www.museocastiglioni.it).

Vista aerea

La conferma che si trattava proprio di Berenice Pancrisia arrivò nel 1990 in una riunione alla quale parteciparono Jean Vercoutter, Sergio Donadoni, Annamaria Roveri Donadoni, Charles Bonnet, Isabella Caneva ed altri esperti della regione nubiana. La scoperta è stata considerata così importante da creare una nuova branca dell’archeologia: la Nubiologia.

Fonti e bibliografia:

  • Museo Castiglioni, “Berenice Panchrysos: la città fantasma del deserto Nubiano”.
  • Sito del Museo Castiglioni: www.museocastiglioni.it
  • Alfredo e Angelo Castiglioni, “Nubia, Magica terra millenaria”, Giunti editore, 2006
  • AA.VV.,  “VI Congresso Internazionale di Egittologia” – Atti – Vol. I, 1992
  • C. Ziegler, “L’Eldorado égyptien, in L’or des Pharaons”, Monaco, 2018
  • Tiziana Giuliani, “L’oro dei faraoni – 2500 anni di oreficeria nell’antico Egitto”, 2018
  • Nadia Vittori, “L’oro dei faraoni”, Mursia scuola, 1996)

Tutte le immagini fotografiche e i disegni di questo articolo sono di proprietà esclusiva dei fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni. La pubblicazione da parte mia è stata autorizzata da “Archivio Angelo e Alfredo Castiglioni – Museo Castiglioni” in data 24/2/2022