Antico Regno, Piramidi

LE MOGLI DI PEPI I

A cura di Piero Cargnino

La vasta necropoli di Saqqara copre un’area di circa 7 × 1,5 km per complessivi nove chilometri quadrati. Viene convenzionalmente suddivisa in quattro aree principali: Saqqara Nord dove sono ospitate gran parte delle cosiddette tombe arcaiche risalenti alla I dinastia, l’Area Principale dove si trova il complesso di Djoser con la sua piramide a gradoni, il Serapeum, il sepolcro dei tori Apis con i suoi colossali sarcofagi e numerose altre tombe, in ultimo l’area di Saqqara Sud in cui sono ubicati i complessi di Pepi I e Pepi II, (VI dinastia), e Ibi, (VIII dinastia). Di fatto la necropoli di Saqqara non venne più utilizzata a partire dal Primo Periodo Intermedio anche se in realtà alcuni faraoni e dignitari successivi non disdegnarono di farsi costruire qui la propria tomba, tra di esse c’è quella che il faraone Horemheb, (XVIII dinastia), si fece costruire prima di salire al trono. Si incontrano poi altre sepolture che risalgono anche al periodo greco-romano. Ed è proprio nell’area di Saqqara sud che, accanto alla sua piramide, il faraone Pepi I fece erigere i complessi funerari di alcune sue consorti regine. Come detto in un precedente articolo Pepi I prese almeno sei mogli, (in realtà furono parecchie di più ma queste sei sono le “regine” delle quali fino ad oggi sono stati rinvenuti i loro complessi funerari). Il numero delle mogli non deve stupire, molti faraoni possedevano degli harem decisamente più numerosi. L’egittologo Miroslav Verner, nel suo libro “Il mistero delle Piramidi”, (sempre citato in fonte), ci descrive queste sei, andando però a cercare tra le varie notizie di egittologia che vengono periodicamente pubblicate apprendo che ne emergono sempre di nuove dagli scavi della missione franco-svizzera guidata dal prof. Klumber. Dagli scavi che sono tutt’ora in corso nella zona a sud-ovest della piramide di Pepi I, a partire dal 2017, ne sono state scoperte ben nove. In attesa di notizie più precise per ora mi attengo al testo citato. Come abbiamo già visto molti faraoni fecero erigere accanto alla propria, piramidi più piccole dedicate a mogli o madri, basti pensare a Cheope, Micerino, ecc. Ma allora vi chiederete, perché trattiamo in modo diverso queste sei mogli di Pepi I?. La ragione è molto semplice, mentre i suoi predecessori facevano erigere piccole piramidi per le regine, Pepi I per le sue sei fece erigere dei veri e propri complessi piramidali ciascuno con il suo tempio funerario e, per alcune, addirittura la piramide cultuale. Il perché di questo comportamento ovviamente non ci è noto. Non tutte sono ancora state studiate a fondo. Andiamo dunque a farci un giro nel complesso piramidale di Pepi I dove i reperti più significativi sono le piramidi delle sue regine. Queste piramidi appartengono a: Nebuunet, Inenek-Inti, Meritites IV, Ankhesenpepi II e Ankhesenpepi III, Mehaa con una tomba appartenente a suo figlio Hornetjerikhet a nord, Behenu, Reherichefnakht, una, piramide sul lato occidentale, rimane anonima. Procediamo dunque nell’ordine che le cita Verner, la prima è quella della regina  Nebuunet.

LA PIRAMIDE DI NEBUUNET

Quello di Nebuunet è il complesso situato più ad oriente di tutte le tombe reali, (anche se pare che più ad est ne esista un altro non ancora trovato). Al complesso si accedeva dal cortile, a nord della piramide di Pepi I, attraverso una  porta in pietra calcarea dalla quale si accedeva ad un’anticamera da cui si poteva raggiungere il cortile che circonda la piramide ed a un piccolo tempio funerario oggi ridotto a poche rovine dalle quali emerge però una sala delle offerte ed una sezione di muro di circa 1 metro di spessore che sono un po meno rovinati. La sala ci presenta ancora alcuni frammenti di sculture che si sono conservati dove Nebuunet compare con dei leoni su un podio di fronte a una dea che regge un scettro ankh. Dell’intero impianto che comprendeva la piramide ed un tempio funerario oggi non è rimasto molto, è comunque stato possibile ricostruirne la pianta anche se a grandi linee. La piramide era costruita con blocchi di calcare, aveva una lunghezza di base di circa 20,96 metri e un’altezza massima di 21 metri. Il suo ingresso si trova nel pavimento della cappella nord e si passa attraverso una porta di pietra calcarea, che guarda la piramide di Pepi I.

La porta è stata quasi completamente rimontata da componenti riscoperti. Da qui ci si immette in un cunicolo discendente che dopo un breve tragitto si trasforma in un passaggio orizzontale attraverso una specie di vestibolo. Ogni stipite della porta ha un’immagine completa della regina che la ritrae come una donna snella, con indosso una parrucca che le incornicia il viso, dotata di un fodero e una grande collana che le penzola intorno al collo. In una mano tiene un fiore di loto dal quale respira il suo profumo, mentre l’altra è sollevata dietro di lei. Il suo nome e il suo titolo sono incisi sugli stipiti: “la moglie del re, la sua amata, Nebuunet”. Sulla parte superiore dello stipite, sotto il geroglifico del cielo, un falco reale ad ali spiegate stringe un ankh puntato verso un cartiglio recante il nome di Pepi I, esso stesso parte di un’unità di tre colonne di testo. Prima dell’ingresso alla camera funeraria, si trovava un’unica saracinesca in granito rosa. La camera, orientata in senso est-ovest aveva il soffitto piatto. La sottostruttura ha lo stesso layout che troveremo nella piramide di Inenek-Inti, con la differenza che il suo sarcofago era fatto di granito rosa, piuttosto che grovacca. Alcuni frammenti di alabastro con resti di iscrizione in geroglifico che non forniscono alcuna spiegazione sono le uniche cose trovate all’interno della camera. A est della camera funeraria c’era un piccolo serdab che conteneva frammenti di corredo funerario tra cui un peso da telaio cilindrico in legno e una piuma di struzzo, potenzialmente rappresentanti le piume di Maat, ed altri resti di oggetti privi di significato. In una cappella poco più a nord, realizzata semplicemente in mattoni crudi, fu scoperto un frammento di altare in calcare.

LA PIRAMIDE DI INENEK-INTI

Al secondo posto Verner ci propone, la seconda regina  Inenek-Inti. Inenek-Inti era una moglie di Pepi I, vantava anche il titolo di visir. Ricopriva inoltre, cosa rara nell’antico Egitto, il ruolo di architetto e costruttore, il faraone Pepi I, come detto in precedenza, affidò alla consorte la costruzione del suo monumento funerario dove, su alcuni blocchi, compaiono i titoli di Inenek-Inti tra cui quello di architetto. Forse fu anche suo il progetta di quella che sarebbe diventata la sua tomba, (questo non lo sappiamo).

La piramide di Inenek-Inti aveva i lati di 21 metri con un’area che corrisponde a 1/14 di quella della piramide di Pepi I ed un volume corrispondente a 1/10. Sia la piramide di Inenek-Inti che il suo tempio funerario sono di dimensioni maggiori di quello della regina Nebuunet e si trova racchiusa all’interno di un muro spesso 1,5 metri. Per accedere alla piramide si transita attraverso una cappella posta sul lato nord quindi si scende per un passaggio discendente attraverso il quale si giunge in un vestibolo che si apre sul corridoio principale. Nel corridoio è presente una saracinesca in granito superata la quale si giunge alla camera sepolcrale che si trova proprio sotto l’asse verticale della piramide, poco più a est si trova un serdab.

All’interno della camera, sul lato ovest si trova il sarcofago in grovacca. L’intera camera si presenta in completa rovina, dagli scavi sono emersi frammenti di corredo funerario, pezzi di pietra di vari colori oltre a diversi contenitori sigillati in pietra calcarea che sarebbero stati adibiti a contenere le provviste funerarie. Lungo i lati nord, est e sud della piramide si estendono tutta una serie di fabbricati con il tempio funerario che risulta piuttosto angusto. All’entrata del tempio si trovano due pilastri in granito che costituiscono la porta, su di essi compare la regina che, seduta, respira il profumo di un fiore di loto, il suo nome Inenek-Inti è inciso presso di lei. Due obelischi di calcare grigio svettano all’entrata del complesso templare, su di essi è raffigurata la regina stante, anche qui, oltre ai suoi titoli compaiono i suoi nomi, su di uno è chiamata Inenek e sull’altro Inti. Il tempio si compone di una sala e un cortile a pilastri a nord-est. Nel cortile verso est è presente la sala delle offerte ed una stanza con tre nicchie con statue. Sui lati nord e sud insistono dei magazzini mentre più verso sud-est si trova una piccola piramide di culto con i lati di base di 6 metri

LA PIRAMIDE OCCIDENTALE

Spostiamoci di poco ad ovest della piramide di Inenek-Inti per incontrare la piramide anonima cosiddetta “Occidentale”. Non conosciamo il nome della proprietaria, l’unico accenno alla sua identità si trova su un obelisco di fronte alla sua piramide dove viene indicata solo come “la figlia maggiore del re”. Fu la prima delle piramidi delle regine ad essere portata alla luce nel 1988 dalla Mission archéologique française de Saqqâra/Mission archéologique franco-suisse de Saqqâra (MAFS). Si presenta con una lunghezza dei lati di base di 20 metri, come quella di Nebuunet, mentre le rovine raggiungono oggi l’altezza di solo 3 metri. Dalla parete nord, attraverso un breve cunicolo si accede alla camera funeraria situata sotto l’asse verticale della piramide, mentre il serdab è situato stranamente a sud della stessa camera funeraria invece che a est. Al suo interno vennero ritrovati resti di attrezzature funerarie, pesi di legno e piume di struzzo, ami da pesca in rame e vasi di argilla cotta, nulla indicava il nome del proprietario. Sono stati trovati anche i resti di un tempio funerario, che denota la fretta con cui venne costruito, una piccola sala per le offerte ed una stanza con due nicchie di statue. Sono presenti alcuni frammenti di rilievi che raffigurano scene di processioni e un cartiglio incompleto del nome di Pepi I.

LA PIRAMIDE DI MERITITES IV (MERITITE)

La posizione di questa regina è alquanto incerta, Inizialmente creduta moglie di Pepi I, oggi si propende per credere che sia stata una figlia del sovrano, la conferma di ciò starebbe nel suo titolo “Figlia del Re, del Corpo di Pepi Mennefer” ed in realtà moglie di Pepi II Neferkare. Forse fu anche sposa di suo padre, era infatti una pratica usuale quella di sposare le proprie figlie non con lo scopo della procreazione ma per elevare la principesse alla dignità regale (caso che si riscontra nelle numerose figlie di Ramesse II). Un indizio che ci porta in quella direzione lo troviamo nel nome stesso della principessa, infatti Meritites significa “L’Amata del Padre”. Meritites IV poteva vantare numerosi titoli quali: “Grande dello scettro hetes”, “Colei che vede Horus e Seth”, “Grande delle lodi”, “Moglie del Re”, “Moglie del Re, la sua amata”, e “Compagna di Horus” oltre al titolo citato sopra. La sua piramide si trova immediatamente a sud della anonima “Piramide Occidentale” ed i suoi lati di base misurano 21 metri. L’accesso al complesso avviene da nord-est tramite un lungo corridoio collegato dalla strada che immette nel cortile. La parte ipogea è decorata ed il titolo principale è riportato a metà delle pareti della camera. All’interno sono stati rinvenuti frammenti lignei, probabilmente facenti parte di una cassa adibita a contenere i vasi canopi, sui quali erano riportate formule tratte dai Testi delle piramidi. All’esterno si trova un cortile con cinque colonne sulle quali sono registrati i suoi titoli ed una sua immagine. Nel 2007, la piramide di Meretites IV era stata completamente restaurata.

LA REGINA  ANKHESENPEPI II (ANKHESENMERYRE II O ANKHENESNEFERIBRA)

Nel 1997 una missione francese trovò un blocco di granito vicino all’angolo sud della piramide di Pepi I sul quale compariva il nome di Ankhesenmerire, (o Ankhesenpepi, nome acquisito con il ruolo reale).  Ankhesenpepi II,  moglie di Pepi I e madre del successore di questi Pepi II, (fu pure moglie di Merenra I successore di Pepi I) rivestì un ruolo sociale e religioso di eccezionale importanza. +

Nella tomba della figlia Neith, moglie di Pepi II, si trovava un luogo per il culto di  Ankhesenpepi II (Ankhesenmerire) definito come “sacrario” dove i sacerdoti addetti erano chiamati “Servitori della divinità”, questo era un privilegio che spettava solo ai faraoni. Questa regina, racconta Manetone, divenne reggente al posto di suo figlio che aveva appena sei anni. Una statuetta di alabastro, conservata al Museo di Brooklyn, raffigura la madre con il figlioletto in grembo.

La conferma della sua reggenza la troviamo in una incisione nella roccia dello Uadi Maghara nel Sinai, databile a quell’epoca, che la raffigura con indosso il copricapo attillato e l’uraeus sulla fronte, cosa veramente rara per l’Antico Regno, (se si trascura la più antica rappresentazione della regina Khentkaus II con l’uraeus trovata ad Abusir).

La piramide di Ankhesenpepi II si trova a sud-ovest della piramide di Meritites IV, nell’angolo sud-occidentale del complesso. Con una lunghezza di base di 31,4 metri, è la piramide più grande del complesso dopo quella di Pepi I. Il tempio funerario esterno fu costruito su un asse nord-sud. A ovest una serie di ventuno magazzini disposti a pettine, ed a sud un ampio cortile con due porte. La porta sud-est conduce al modello interno, o privato. La porta sud-ovest conduce alla parete nord della piramide. Sulla parete nord della piramide, sono stati trovati resti di una cappella larga 4,2 metri. La sottostruttura della piramide è stata scoperta piena di sabbia e detriti, ma una volta ripulita ha rivelato una grande camera sepolcrale di 7,34 metri (est-ovest) per 3,15 metri (nord-sud) . A est c’era un serdab privo di iscrizioni.

La camera funeraria della piramide di Akhesenpepi II contiene un massiccio sarcofago in basalto finemente lavorato che venne trovato colmo di detriti e sabbia. Il corpo del sarcofago è lungo 2,84 metri e largo 1,27 metri. Aveva un coperchio, trovato frammentato in quattro pezzi, che sembra essere stato realizzato con un materiale diverso dal corpo del sarcofago. Il titolo della regina appare sul sarcofago e sul coperchio identificandola come “La madre del re e figlia di Geb e Nut”.

Durante l’evacuazione del sarcofago sono stati recuperati frammenti ossei del braccio, della gamba e del piede. Questi sono stati identificati come appartenenti a una femmina adulta matura che doveva soffrire di artrosi. La cosa che più sorprese gli egittologi fu quella di trovare le pareti della camera interamente ricoperte con i testi delle piramidi, usanza che solo ad essi era riservata. Con ciò viene confermata ancora di più l’ipotesi che  Ankhesenpepi II abbia regnato come reggente per parecchio tempo.

Nel tempio del complesso funerario di Ankhesenpepi II, nel 1998 è stato scoperto un blocco decorativo con i cartigli di Pepi I, Pepi II e Merenre I. I primi due cartigli erano facilmente spiegabili: Pepi I era il marito di Ankhesenpepi II e Pepi II era suo figlio. Il terzo, quello di Mererenre I, rimase inspiegabile fino a quando un anno dopo non fu trovato un secondo blocco decorativo danneggiato nel cortile a pilastri sul quale erano riportati i titoli della regina Ankhesenpepi II che la identificavano come la moglie di Merenre I.

Secondo Labrousse, Ankhesenpepi II si risposò con Merenre I, suo nipote, dopo la morte di Pepi I. Durante gli scavi della missione franco-svizzera guidata dal prof. Klumber fu ritrovato il piramidion in granito rosa appartenente alla piramide di Ankhesenpepi II, dalle accurate analisi cui venne sottoposto emersero tracce che inducono a pensare che in origine doveva essere ricoperto interamente da una lastra di oro o di rame per risplendere ed essere visibile da lontano.

Nelle vicinanze sono ancora in corso scavi che riportano alla luce sempre nuovi monumenti funerari dei quali non se ne conosceva l’esistenza. Recentemente sono stati portati alla luce frammenti di un rilievo con iscrizioni che riportano il nome di un’altra regina fin’ora sconosciuto. Un nome che suona un po’ esotico Nedjeftet che significa “Colei che proviene da un albero di melograno”. L’albero del melograno era il simbolo di due Nomoi dell’Alto Egitto, il XIII ed il XIV, cosa che ci lascia supporre che la regina Nedjeftet provenisse da quelle zone. Se così fosse si potrebbe supporre che la politica matrimoniale di Pepi I avesse come scopo quello di aumentare il suo controllo su quelle parti del paese dove maggiormente il potere locale stava eccessivamente crescendo

Un’altra donna della casata di Pepi I che ha trovato posto nelle vicinanze della sua piramide è la figlia di suo figlio  Merenre I Nemtyemsaf, che diventò regina andando in sposa al proprio fratello o fratellastro Pepi II. Intorno si trovano altre piramidi, quella di Mehaa e quella “intrusa” di  Reherichefnakht di cui parleremo in seguito.

LA REGINA  ANKHESENPEPI III

Recentemente è stato scoperto il suo complesso funerario vicino all’angolo sud-ovest della piramide di Pepi I. Il suo nome significa “La sua Vita appartiene a Pepi” e per non farsi mancare niente poteva vantare tra i suoi titoli quelli di: “Sposa del Re”, “Sorella del Re” e “Figlia del Re”. La sua piramide si trova a nord della piramide di Ankhesenpepi II ed a sud-ovest di quella di Mehaa. Il suo complesso è il più piccolo della necropoli di Pepi I. Schiacciato a sud dal tempio funerario di Ankhesenpepi II, a est e a nord da una spianata che probabilmente conteneva strutture di culto. Sulla spianata del lato nord, come vedremo più avanti, si trova una piramide che non ha nulla a che vedere con il complesso di Pepi I, risale probabilmente alla fine della XI dinastia ed appartiene ad un individuo chiamato Reherichefnakht che non era neppure membro della famiglia reale. Al complesso funerario di  Ankhesenpepi III si accede dall’angolo nord-est della parete nord dove due obelischi ne indicano il passaggio. Sul lato orientale della piramide si trova il tempio funerario formato da due stanze attraverso le quali si raggiunge la sala delle offerte. Spostata leggermente verso sud, al centro di un piccolo cortile, si trova una piccola piramide cultuale, accanto al muro di cinta sono emersi alcuni frammenti di un papiro che riportava un decreto di Pepi II in onore di Ankhesenpepi III. La piramide di Ankhesenpepi III ha i lati di base lunghi 15,72 metri, nella parte ipogea la camera funeraria della piramide si presenta gravemente danneggiata. Al suo interno si trovava il sarcofago, ricavato da un unico blocco di arenaria, molto danneggiato e incassato nel pavimento, il coperchio di granito rosa si presenta rozzamente lavorato. Le pareti del sarcofago sono dipinte a facciata di palazzo. Su di esso sono stati incisi il nome e i titoli di Ankhesenpepi III e al suo interno conteneva frammenti ossei. Nella parte ovest del complesso è presente una sovrastruttura in mattoni di fango, nei pressi c’è un pozzo che conduceva a una camera con soffitto a volta, attraverso la camera si poteva accedere ad un’altra camera funeraria in calcare decorato. Qui fu sepolta Ankhnes, sacerdotessa di Hathor di Ankhesenpepi III. All’interno è stata rinvenuta una statuetta in legno di 38 cm rappresentante Ankhnes e cinque manici di specchio in legno decorato.

MEHAA, LA REGINA SCONOSCIUTA

Poco più a nord-ovest della piramide di Ankhesenpepi III si trova la piramide di un’altra regina, meno conosciuta, Hornetjerikhet Mehaa. Nonostante appartenga un po’ all’oblio, la sua piramide è più grande di quella di Ankhesenpepi III.

Moglie di Pepi I, anche se quasi del tutto sconosciuta, il suo nome ci è noto solo per esserci pervenuto tramite documentazione scritta. Della piramide al momento non si conosce nulla. Di fronte alla sua piramide c’è un edificio sul quale compare il nome e l’immagine del principe Hornetjerikhet, figlio di Pepi I.


Sicuramente Pepi I di mogli ne aveva molte di più ma non a tutte riservò l’onore di giacere nel suo complesso funerario, per completare la visita del complesso non trascuriamo l’ultima regina che riposa accanto a lui. Vedremo poi anche la piramide intrusa della quale abbiamo accennato in precedenza e che non ha nulla a che vedere con il faraone Pepi I.

LA REGINA BEHENU

Non è ancora chiaro se questa regina fosse la moglie di Pepi I o di Pepi II, ma sicuramente faceva parte della famiglia reale visto l’onore ricevuto. Nel 2007, la squadra di archeologi francesi che  lavora a Saqqara dal 1989, ha trovato i resti della piramide e la camera sepolcrale della regina Behenu. Ad annunciarlo è stato lo stesso Zahi Hawass, Segretario generale del Consiglio supremo delle antichità (SCA).

La piramide si trova ad ovest di quella di Pepi I, direttamente a nord della piramide di Mehaa. I lati di base misurano 26,2 metri che ne fanno la seconda piramide delle regine per grandezza nella necropoli dopo quella di Ankhesenpepy II. Il tempio funerario è completamente in rovina ma da alcuni frammenti si è potuto risalire al nome della regina che corrisponde a quello ritrovato su altri frammenti di testi rinvenuti in precedenza intorno alla tomba di Reherichefnakht, si pensa che provengano dalle camere della piramide. La camera sepolcrale, afferma Hawass, si trova in uno stato di completa distruzione tranne due pareti interne su cui sono stati rinvenuti i resti di testi delle piramidi. L’egittologo Philippe Collombert, dell’Università di Ginevra, capo della missione, così descrive il  sarcofago della Regina:

Il sarcofago in granito risulta essere ben preservato e su di esso è inciso il nome della Regina con diversi titoli che le vengono attribuiti, ma non viene detto niente riguardo l’ identità di suo marito”.

Il sarcofago presenta le pareti dipinte in nero e rosso imitando la classica facciata di palazzo con il testo inscritto sopra. Per la sua composizione il sarcofago secondo gli egittologi è un oggetto molto raro, costruito in granito rosa è poggiato su su una base nera. I geroglifici dipinti sulle pareti hanno conservato alcuni frammenti di vernice verde e sono tracciati entro linee dipinte di nero e rosso che separano i registri verticali.

Il recinto presenta una porta che da accesso al vestibolo, da qui un’altra porta da sul cortile nell’angolo nord-ovest. Dal cortile sul lato sud-est attraverso una porta si accede ad un altro vestibolo composto da due stanze comunicanti. Sul lato nord si estende un lungo corridoio privo di finestre, mentre sul lato occidentale ci sono dieci magazzini. Dal cortile, attraverso una porta, si accede ad un tempio interno, mentre una serie di stanze si susseguono in direzione nord-sud; tra queste si trovano una stanza senza finestre, il serdab per la statua della regina e la sala delle offerte. Sul lato sud-est, al centro di un piccolo cortile si trova una piccola piramide di culto di 5,5 metri di lato di base. Tra le rovine del tempio è stata rinvenuta la testa di una statuetta della regina Behenu rappresentata con una parrucca. Nei pressi del monumento si trovava un tavolo dal quale è stato possibile identificare una figlia di Behenu di nome Hapi.

LA REGINA REHERISHEFNAKHT

Come abbiamo già accennato, durante gli scavi nel 2004, all’interno del complesso di Pepi I è spuntata la piramide di un intruso. In uno spazio abbastanza ristretto con a nord la piramide di Behenu, a sud quella di Ankhesenpepi III e ad est quella di Mehaa è stata rinvenuta una piramide sconosciuta, risalente probabilmente alla fine dell’undicesima dinastia che non ha nulla a che vedere con il complesso delle regine mogli di Pepi I. La piramide ha un lato di base di 13,12 metri ed è interamente costruita con blocchi di calcare probabilmente recuperati dai monumenti vicini. All’interno della piramide sono stati trovati resti di stele, tavoli per offerte, fermaporta e un’architrave e su alcuni sono scritti dei nomi. La cosa che più ha sorpreso gli archeologi è che su un reperto era riportato il nome di una moglie di Pepi I precedentemente sconosciuta, Sebutet. La parte ipogea si compone di un pozzo attraverso il quale si raggiunge la camera sepolcrale, questa è rivestita con lastre di pietra, su una delle quali è riportato il nome del proprietario, Reherichefnakht. La camera si presenta riccamente decorata, sulle pareti sono incisi i testi delle piramidi, limitatamente alle formule 214-217, mentre il sarcofago riporta il testo 335 dei sarcofagi. La scoperta è tanto più interessante in quanto, che in una tomba non reale, compaiano ambedue i testi è significativo di un collegamento tra l’Antico e il Medio Regno.

Fonti e bibliografia:

  • Aidan Dodson & Dyan Hilton, “The Complete Royal Families of Ancient Egypt.”, Thames & Hudson, 2004
  • Allen James P. “La piramide testi antichi egizi”, Society of Biblical Literature,  Atlanta 2015
  • Altenmuller Hartwing, “Antico Regno: Sesta Dinastia”. Oxford University Press, 2001
  • Hellum Jennifer, “Le piramidi”,  Westport, CT: Greenwood Press, 2007
  • JoyceTyldesley, “Chronicle of the Queens of Egypt.”, Thames & Hudson. 2006
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Hellum Jennifer, “Le piramidi”,  Westport, CT: Greenwood Press, 2007
  • Mark Lehner, “Le piramidi complete”, New York: Tamigi e Hudson, 2008
  • Richard H. Wilkinson, “I templi completi dell’antico Egitto”, New York: Tamigi e Hudson, 2000
  • Missione archeologica franco-svizzera di Saqqâra, “Necropole de Pépy premier”, 2016 Wolfram Grajetzki, “Ancient Egyptian Queens: A Hieroglyphic Dictionary”, Golden House Pubns, 2005
Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE CHE ABBAGLIAVA I CONTEMPORANEI

“MEN-NEFER-PEPI” – LO SPLENDORE DI PEPI E’ DURATURO

A cura di Piero Cargnino

Pepi I, (Pepi, Phios, Piopi Meryra, Horo Merytowe, Nefersahor), fu il terzo faraone della VI dinastia, figlio di Teti e della regina Iput I, regnò intorno al 2330 a.C. succedendo a Userkara. Su questo ci sono molti dubbi in quanto Userkara potrebbe aver usurpato il trono per un breve periodo governando la province del Basso Egitto mentre Pepi I governava legittimamente il resto del paese.

Salì al trono col nome di Nefersahor, che poi trasformò, assumendo il nome di Ra, in Piopi Meryra. Il Canone Reale di Torino gli assegna 20 anni di regno mentre Manetone, che lo chiama Phios, gliene attribuisce 53. Tenendo conto che il dato più alto, rinvenuto in un’incisione, fa riferimento al venticinquesimo anno della conta del bestiame, che di norma era biennale, si può pensare che il dato di Manetone sia il più vicino alla realtà. Pepi I si dimostrò subito un sovrano energico mirando all’affermazione della dinastia, a lui viene attribuito un serio tentativo di rinsaldare l’autorità centrale che si stava sgretolando in favore dei vari nomarchi e sacerdoti senza però ottenere risultati di rilievo. Ad un certo punto, non sappiamo per quali ragioni, probabilmente costretto dalle necessità reali della situazione, iniziò la triste politica di accettazione delle più egoistiche richieste dei nobili provinciali, che segnò il lento ma inarrestabile sfacelo dello Stato assolutista, già minato fin dalla precedente V dinastia.

Fu un grande costruttore, fece erigere un grande santuario, le cui rovine sono ancora visibili a Bubastis, ed un importante tempio a Eliopolis, a dimostrazione che il culto di Ra, seppure un po appannato, non era caduto completamente nell’oblio. Ancora in epoca tolemaica il nome di Piopi Meryra era ricordato nel tempio di Dendera con quello del fondatore. Due statue in rame di Pepi I, oggi conservate al Museo Egizio del Cairo, vennero rinvenute a Ieracompolis e rappresentano i migliori esemplari di scultura in metallo rimasti dall’Antico Regno. L’impressione di grandezza evocata dal nome di Piopis Meryra non è dovuta ai suoi monumenti, ma alla grande abbondanza e diffusione delle epigrafi che lo citano. Secondo alcuni fu dal nome della sua piramide, “Men nefer Pepi”, (Lo splendore di Pepi è duraturo), che prese il nome la città di Menfi.

Da un’iscrizione recante il suo nome scopriamo che organizzò una spedizione alla cava di alabastro di Hatnub nel 25° censimento del bestiame che equivale al suo cinquantesimo anno di regno. Iscrizioni rupestri rinvenute nello Wadi Hammamat ricordano la sua prima festa Sed, probabilmente avvenuta nel trentesimo anno di regno. L’orgoglio di Pepi per questa festa lo troviamo commemorato su numerosi vasi d’alabastro, ora al Louvre e in altri musei. I suoi matrimoni sembrano indicare un’indole modesta, sposò le figlie di un principe ereditario provinciale, forse di Abido, detto Khui. Ebbe comunque ben sei mogli, Ankhesenpepi I e II, Nebwenet, Mentites IV, Inenek-Inti e Nedjeftet. Una fu la madre di Merenra, suo successore, l’altra del successore di questi, Pepi II, un terzo figlio Djau ricoprì l’alto ufficio di visir. La sua piramide che “abbagliava i contemporanei” oggi ci presenta le sue modeste rovine alte circa 12 metri. Il solito Perring la visitò negli anni ’30 del XIX secolo, nel 1881 fu Gaston Maspero a penetrare nei sotterranei dove scoprì, per la prima volta, i Testi delle Piramidi. Le indagini archeologiche approfondite iniziarono solo nel 1950 con la missione francese a Saqqara, i primi ad approfondire gli studi furono Lauer e Sainte Fare Garnot seguiti poi dal 1963 dall’egittologo francese Jean Leclant. Le indagini hanno portato a dei risultati sorprendenti quali la scoperta dei complessi piramidali delle mogli di Pepi I.

La piramide ed il complesso funerario di Pepi I si trova a nord-ovest del complesso di Djedkara, nel deserto di Saqqara. Il complesso riflette tutti gli elementi dalla VI dinastia, comprende una piramide ad est, un tempio funerario ed una piramide satellite, più lontano una strada rialzata che conduce ad un tempio della valle. Come per le piramidi precedenti, il nucleo è formato da sei gradoni composti da frammenti di calcare cementati con malta argillosa. La piramide presentava una base quadrata di 78,75 metri per lato, con una pendenza di circa 53° e raggiungeva un’altezza di circa 53 metri. Sul lato nord, in corrispondenza dell’ingresso, probabilmente esisteva una cappella della quale però oggi non è rimasto nulla. Tutto il resto era come per le piramidi precedenti, un corridoio discendente che poi diventa orizzontale, rinforzato all’inizio ed alla fine con massi in granito rosa, circa a metà della parte orizzontale una barriera costituita da tre massi a caduta. L’anticamera era ubicata sull’asse verticale della piramide, il serdab a tre nicchie era ad est mentre la camera funeraria era ad ovest. Il soffitto era formato da tre strati di enormi blocchi di calcare sistemati a capriata con un peso complessivo di circa 5.000 tonnellate. Sul soffitto delle camere sono dipinte stelle bianche su sfondo nero, questa volta rivolte ad occidente. Le pareti sono interamente ricoperte dai testi delle piramidi che compaiono anche nel corridoio d’accesso. Il sarcofago in pietra si presenta danneggiato ed è situato lungo la parete ovest. Oltre a piccoli frammenti di mummia sono stati ritrovati resti di bende di lino di cui un brandello porta l’iscrizione “Lino per il re dell’Alto e Basso Egitto, che viva in eterno”, pezzi di canopi in alabastro giallastro, un piccolo coltello di selce ed un sandalo sinistro di legno rosso.

Il tempio funerario si presenta gravemente danneggiato in quanto già fin dal passato divenne una cava di pietra ma, grazie al lavoro degli archeologi, è stato possibile ricostruire la pianta e le caratteristiche del tempio. La costruzione ricalca quella dei templi di Djedkare Isesi, Unas e Teti. Attraverso un ingresso si raggiunge un cortile colonnato, da qui si arriva ad una sala fiancheggiata da magazzini sui lati nord e sud. All’interno di una cappella si trovavano cinque nicchie che in origine dovevano contenere statue, probabilmente del faraone. Nella sezione sud-occidentale del tempio interno si trovavano diverse statue che rappresentavano prigionieri inginocchiati e legati con le mani dietro la schiena, tutte si presentavano rotte al collo e alla vita. Miroslav Verner afferma che queste statue un tempo fiancheggiavano un cortile aperto con colonne, e forse anche l’atrio, dove servivano per allontanare chiunque minacciasse la tomba. Secondo Richard Wilkinson non è possibile stabilire la posizione originale di queste statue. Frammenti della decorazione a rilievo furono recuperati da Labrousse. Passiamo ora ad esaminare la piramide cultuale che si presenta meglio conservata del tempio funerario. Dall’esame dei frammenti di statue, stele e tavoli delle offerte si deduce che il culto di Pepi I continuò ancora nel Medio Regno. La piramide presenta una camera funeraria che pare non essere mai stata usata, potrebbe aver ospitato una statua del re o il suo ka in occasione di rituali inerenti sulla festa Sed.

Fonti e bibliografia:

  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003,
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto” – Editori Laterza, Bari 2008
  • Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 1990
  • Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Mursia, 2012
  • Fabio Beccaria, “Le antiche civiltà del Vicino Oriente”, Universale Eurodes, 1979
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996 )
Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE CHE NON C’E’ – L’OSCURO FARAONE USERKARA

A cura di Piero Cargnino

Userkara, chi era costui? Il secondo faraone della VI dinastia, Userkara, è conosciuto solo perché il suo nome compare nella lista di Abydos, nel Canone di Torino, su un paio di sigilli cilindrici e in un’iscrizione, (nota come iscrizione della pietra di Saqqara Sud), che compare sul sarcofago di Ankhesenpepi IV, regina moglie del faraone Pepi II. Da questa iscrizione si pensa che Userkara abbia regnato quattro anni al massimo. Salito al trono dopo che Teti era stato assassinato, forse in seguito ad una congiura che egli stesso aveva manovrato.

Secondo alcuni studiosi potrebbe aver regnato, come usurpatore per breve tempo, su alcune province del Basso Egitto quando Pepi I, legittimo erede del padre, controllava già il resto del paese. Da un attento esame dei pochi dati disponibili si potrebbe supporre che si sia trattato solo di un reggente. La sua sepoltura non è stata mai ritrovata ed è certo che non abbia mai iniziato la costruzione di una propria piramide anche se, in seguito al ritrovamento di una iscrizione presente sulle rocce dello Uadi Hammamat compare l’inizio dei lavori di costruzione della sua piramide che avrebbe preso il nome di “Potenza di Ity”, monumento funebre che viene associato ad Userkara, ma di tale costruzione non è però nota la posizione.

Forse Userkara incappò nella damnatio memoriae perché da quando salì al potere il faraone Pepi I ogni notizia che lo riguardava scomparve misteriosamente, trovare la sua tomba potrebbe gettare luce su quegli anni oscuri.

Secondo l’egittologo Vassili Dobrev la tomba di Userkare andrebbe cercata all’estremità meridionale della necropoli di Saqqara. Se Dobrev ha ragione, poiché un faraone raramente veniva sepolto da solo, vicino alla sua sepoltura dovrebbe trovarsi una necropoli reale. Tra le circa 15 tombe di dignitari e sacerdoti già riportate alla luce, c’è quella di un certo Haunufer al cui interno compare una scritta “Beneamato dal re”, senza però specificare di quale re si tratta. Probabilmente, non aveva bisogno di specificare che il re era Userkara se questo fosse stato sepolto nelle vicinanze.

Secondo il professore di archeoastronomia del Politecnico di Milano Giulio Magli, in base ad una teoria da lui stesso elaborata, le piramidi di Saqqara sarebbero state volutamente costruite rispettando un allineamento preciso. Egli ha suggerito che la tomba di Userkara si dovrebbe trovare circa al centro della linea di connessione diagonale tra le piramidi di Pepi I e Merenre e sarebbe allineata con la piramide a gradoni di Djoser. Sono in atto scavi nella zona dai quali si attendono novità e conferme a questa interessante teoria.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” Bompiani, Milano 2003
  • Fabio Beccaria, “Le antiche civiltà del Vicino Oriente”, Universale Eurodes, 1979
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto” – Editori Laterza, Bari 2008
  • Il Fatto Storico, tags: Giulio Magli, Vassili Dobrev, Saqqara, Userkara
  • Hilario de Wagna, “Il segreto del faraone Userkara”, ilmiolibro self publishing, 2017
Antico Regno, Piramidi

PIRAMIDI DI REGINE – LE DUE MOGLI DEL FARAONE TETI

Di Piero Cargnino

Come abbiamo detto nel precedente articolo, Teti fu il fondatore della VI dinastia, successore di Unas di cui (forse) aveva sposato la figlia Iput per legittimare la sua ascesa al trono. Nel suo complesso funerario furono rinvenute tre piramidi satelliti, due di queste appartenevano alle regine Iput I, che sarebbe stata la madre del futuro faraone Pepi I, e Khuit. In genere si parla poco delle piramidi, o presunte tali, delle spose reali in quanto sono considerate appunto satelliti di quella del sovrano. Gli studi effettuati da Zahi Hawass ed da altri egittologi inducono però a pensare che queste due regine abbiano rivestito un ruolo decisamente importante, tale da essere menzionate a parte.

LA PIRAMIDE DI IPUT I

A nord della piramide di Teti venne scoperto, nel 1898 dall’egittologo francese Victor Loret, un piccolo complesso piramidale che venne successivamente studiato da Firth, con l’assistenza di Gunn, e ufficialmente riconosciuto come appartenuto alla regina Iput I, le indagini sono state recentemente concluse da Hawass. Il nucleo della piramide si presenta a tre gradoni con una piccola cappella addossata alla parete nord che però non celava, come di consueto, l’accesso alla parte ipogea. Per accedere alla camera sotterranea era stato realizzato un pozzo che partiva dal livello del secondo gradone. Da ciò si deduce che in origine la tomba era stata concepita come mastaba e trasformata successivamente in piramide dopo l’incoronazione di Pepi I. Questa trasformazione successiva fa nascere il dubbio che suo figlio Pepi I non fosse inizialmente considerato legittimo erede al trono. All’interno della camera funeraria si trovava un sarcofago in calcare ed uno ligneo contenente i resti di una donna matura. Altri elementi del corredo funebre furono rinvenuti tra cui cinque (?) vasi canopi in calcare, un poggiatesta in alabastro, una tavoletta di alabastro con il nome dei sette unguenti sacri, un bracciale d’oro, ancora al braccio della regina, frammenti di una collana, vasetti di alabastro ed altri oggetti di rame. Furono inoltre rinvenuti alcuni vasetti di ceramica rossa lucida ed un calice in cristallo di rocca. Tutti questi reperti sono ora conservati al Museo Egizio del Cairo. Un’ulteriore testimonianza dell’importante ruolo che dovette ricoprire la regina Iput I viene da una cappella funeraria, eretta per lei a Koptos, importante crocevia di commercio nonché centro di culto di Min, il dio dell’abbondanza.

LA PIRAMIDE DI KHUIT

Sempre a nord della piramide di Teti, vicino a quella di Iput I, si trovano le rovine di una costruzione della quale non si sa con certezza se trattasi di una piramide minore o dei resti di una mastaba. Victor Loret, che la scoprì nel 1898 era del parere che non si trattasse dei resti di una piramide. Nel corso degli anni ’60, Maragioglio e Rinaldi, che effettuarono analisi architettonico-archeologiche di una parte dei resti della costruzione, si espressero invece a favore del fatto che si trattasse proprio della piramide di Khuit. I resti di opere murarie esistenti sono stati considerati da alcuni egittologi come rovine di un piccolo tempio funerario, da altri invece come luogo di culto di una mastaba. Gli scavi effettuati in loco da Zahi Hawass nel 1995 hanno identificato per l’edificio i caratteri tipici di una piramide. L’ultima dimora della sposa reale Khuit, ed il suo sarcofago di granito rosa, ha detto Hawass, dimostrano che la regina Khuit, (come Iput I), abbia ricoperto un ruolo importante, (e se lo dice Hawass…….).

Fonti e bibliografia:

  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Riccardo Manzini, “Complessi piramidali egizi”, Vol VII, Necropoli di Saqqara nord, Kemet, 2016
Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DI TETI

Sull’argomento vedi anche: LA PIRAMIDE DI TETI di Luisa Bovitutti

Ora entriamo nella VI dinastia, quella che chiuderà l’Antico Regno, il primo faraone che incontriamo è Teti, (Othoes e Horo Seheteptawy). Non è chiaro il perché del cambio tra la V e la VI dinastia, quello che è emerge e che lascia perplessi è che “Seheteptawy” significa “Colui che riconcilia le Due Terre”. Da questo, malgrado le poche fonti certe, si intuisce che molto probabilmente si venne a creare una difficile situazione interna o dinastica alla fine della V dinastia e che potrebbe essersi verificato un pericolo per l’unità interna del paese. Comunque il cambio di dinastia è registrato nel Canone Reale di Torino che, dopo l’ultimo sovrano della V dinastia, riporta il totale dei re e degli anni fino a quel momento. Forse Teti non era neppure di stirpe reale, non sappiamo se la sua ascesa al trono sia stata legittimata dall’aver sposato la principessa Iput probabile figlia di Unas, (anche se non vi sono prove certe in tal senso), o se sia avvenuta con un atto di usurpazione. Il suo regno, secondo Manetone durò 30 anni, il Canone di Torino è illeggibile in quel punto, mentre le liste di Abydos e di Saqqara fanno pensare che non abbia regnato a lungo. In una iscrizione rinvenuta nelle cave di alabastro di Hetnub viene ricordato l’anno seguente al sesto computo del bestiame e quindi Teti dovrebbe aver regnato sicuramente almeno per 12 anni.

Sappiamo con certezza che Teti fece completare il Tempio Funerario di Unas in quanto fece inscrivere il proprio cartiglio sugli stipiti di granito di una porta. Molte altre iscrizioni riguardanti Teti sono giunte sino a noi, in particolare dagli scavi condotti attorno alla sua piramide. Sabu, gran sacerdote di Menfi, ha fatto incidere sulle pareti della sua tomba il ricordo di quando, orgogliosamente, prestava la sua protezione a “Sua Maestà” quando questi saliva sulla sua barca in occasione di cerimonie religiose, un altro sacerdote esprime il suo orgoglio con riconoscenza per essere stato nominato dal faraone stesso. Un altro funzionario racconta che fu proprio il faraone Teti ad inviarlo a Tura per procurarsi il calcare. Come già per altri sovrani, anche per Teti troviamo nomi e titoli incisi a Biblo, Punt, Tomas e in Nubia a dimostrazione che in quei tempi erano molti i legami commerciali tra l’Egitto ed il resto del mondo. Pare che Teti abbia avuto due mogli, questo è documentato dai graffiti presenti nella grande mastaba menfita di Khuye oltre che nella vicina piramide di Ipwe che fu la madre di Pepi I, il quale provvide alla regolare amministrazione di un cenotafio di lei a Copto. Il regno di Teti vide succedersi notevoli cambiamenti dal punto di vista religioso, cosa che può significare l’affermarsi di nuovi equilibri politici condizionati dalla diffusione di un culto più di un altro. Assistiamo ad una progressiva perdita di importanza del dio dinastico Horo, segno di un ridotto potere centrale che potrebbe preludere a quei fenomeni centrifughi che porteranno allo sfaldamento dell’Antico Regno. Manetone ci racconta che Othoes, (come lui chiama Teti), <<….. fu assassinato dalle sue guardie del corpo…….>> durante un colpo di Stato. Non è da escludere che in effetti sia stato ucciso dall’usurpatore Userkara che gli successe sul trono. La conferma verrebbe dal fatto che Userkara è estraneo alla linea dinastica e la sua provenienza è praticamente sconosciuta.

La piramide di Teti si trova nella necropoli di Saqqara ed è quella più a nord di tutte. Oggi è poco più che un’altura facilmente accessibile dalla cui cima è possibile osservare l’intera necropoli. Purtroppo la vista dei modesti resti della piramide suscitano una certa ironia nei confronti di ciò che la storia spesso ci riserva, questo complesso piramidale in origine era chiamato “I luoghi di Teti dureranno a lungo”. La sua storia archeologica segue l’ormai conosciuto schema: Perring la visitò nel 1839 e Lepsius nel 1843. Arrivò quindi Maspero nel 1882 alla ricerca, questa volta fruttuosa, dei testi delle piramidi. Questi furono subito copiati dall’egittologo tedesco Emile Brugsch, li copiarono pure il francese Urbain Bouriant ed in parte anche l’americano Charles Wilbourg.

Il nucleo della piramide era formato da cinque gradoni e la parte sotterranea ricordava quelle di Djedkare e di Unas. L’entrata si trovava nel pavimento della cappella ai piedi della parete nord della piramide. Da qui si accedeva ad un corridoio discendente che ad un certo punto diventava orizzontale, alle due estremità si presentava un paramento in granito rosa, al centro del corridoio orizzontale era ubicato uno sbarramento con tre massi di granito a caduta. Anche qui l’anticamera e la camera sepolcrale erano coperte da una triplice capriata di massicci blocchi di calcare come abituale in quell’epoca. Lungo la parete ovest della camera funeraria si trovava un sarcofago che in origine doveva presentarsi decorato con iscrizioni dorate ad eccezione della parte inferiore non del tutto finita. L’azione dei saccheggiatori di tombe è stata impietosa, tutto è stato depredato o distrutto.

Fra tanta devastazione fra i detriti sono stati ritrovati alcuni resti di un braccio e di una spalla della mummia, forse appartenuta al sovrano e un frammento di una tavoletta di alabastro con riportati i nomi dei sette unguenti sacri. La parete dietro al sarcofago ed in parte anche i lati nord e sud erano decorati con motivo della sfarzosa facciata del palazzo reale. In questo caso, come in altri, la decorazione rappresentava la facciata di un palazzo fortificato, motivo strettamente legato al concetto magico-religioso di protezione e sicurezza. Anche qui, come per la piramide di Unas, le pareti dell’anticamera e della camera erano interamente ricoperte con i “Testi delle piramidi” ed i soffitti erano decorati con il motivo del cielo stellato ma con le stelle orientate verso est.

Il serdab situato ad est era formato da tre profonde nicchie senza decorazioni. In corrispondenza del lato sud-est si trovava la piramide cultuale. Intorno alla piramide di Teti è presente un’ampia necropoli in cui si trovano i piccoli complessi piramidali delle due mogli del faraone, Khuit e Iput I oltre alle tombe dei suoi due più celebri visir Mereruka e Kagemni. Il 27 giugno 2002 e’ stata ritrovata all’interno della necropoli reale una cappella dedicata al re Teti. ”Si tratta con tutta probabilità dell’edificio sacro per il culto delle divinità egiziane più antico finora conosciuto”, ha detto un portavoce del Consiglio superiore delle antichità egiziane. La cappella appartenne a Ched-Ebd-Chedi, il ministro delle finanze e dell’agricoltura di Teti, che la fece costruire in onore del faraone divinizzato.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Gardiner Martin, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Mursia, 2012
  • Guy Rachet, ”Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore
  • John A. Wilson, “Egitto – I Propilei”, volume I, Arnoldo Mondadori, Milano, 1967
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Roma-Bari, 2008
  • Mark Lehner, “The complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson Ltd., 1975
  • R. T. Rundle Clark, “Myth and Symbol in Ancient Egypt”, Thames & Hudson, 1978
Antico Regno, Piramidi

I TESTI DELLE PIRAMIDI

“MEDU NECER” (“PAROLE SACRE”)

A cura di Piero Cargnino

Abbiamo parlato della piramide del faraone Unas (o Unis), ultimo sovrano della V dinastia che, a differenza dei suoi predecessori, le cui piramidi non presentano iscrizioni od incisioni di alcun genere, le camere della sua ne sono interamente ricoperte.

Fu l’egittologo francese Gaston Maspero, nel 1881, a scoprire per primo questi testi ai quali, dato il luogo in cui furono rinvenuti gli assegnò il nome di “Testi delle Piramidi”. Consistono in una raccolta di formule rituali egizie risalenti all’Antico Regno che hanno il loro riferimento più antico appunto nella piramide di Unas ma verranno utilizzati successivamente anche da alcuni re e regine della VI dinastia. Ne sono stati rinvenuti nelle piramidi dei faraoni Teti, Pepi I, Merenra, e Pepi II ed in quelle delle regina Ankhesenpepi II, Neith, Iput II, Udjebten e Bahenu, altri furono rinvenuti anche su frammenti di legno nella sepoltura della regina Meritites IV.

Innanzitutto va precisato che i “Testi delle Piramidi”, non sono, come viene spesso ritenuto, un testo unico del tipo di un libro che viene ripetuto tale e quale ovunque lo troviamo, questi sono composti da un totale di 759 formule o espressioni spesso diverse da una piramide all’altra ed in nessuna piramide compaiono al completo. La versione rinvenuta nella piramide di Unas è composta da 228 formule. I “Testi delle Piramidi”, come detto, precedono di molto i “Testi dei sarcofagi” ed il “Libro dei Morti” e, a differenza di questi ultimi, erano riservati ai soli faraoni (con alcune eccezioni, li troviamo infatti nelle tombe delle regine citate sopra), inoltre questi testi non riportavano illustrazioni. Dopo la Pietra di Palermo, cronologicamente precedente, i Testi contengono la più antica citazione di Osiride come dio dell’aldilà. Probabilmente tutte quelle formule venivano pronunciate quando il corpo del re era preparato per la sepoltura, mentre la mummia veniva collocata nel sarcofago e mentre si portavano gli oggetti funebri nella tomba. O forse non venivano pronunciati da nessuno.

Come ho già ricordato in un mio precedente articolo, il Prof. Alessandro Roccati, ci spiegava che il geroglifico non è una scrittura il geroglifico è Parola. Il suo nome egizio “medu necer” significa “parole sacre”, i greci, tramandandoci il nome di “hieroglyphikós”, ovvero “segni sacri incisi” sbagliarono la traduzione. Per gli egizi la parola aveva un valore magico. La sua forza agiva quando essa veniva pronunciata o scritta. Questa magia aiutava il defunto nel mondo ultraterreno sotto forma di scongiuri e magie. I testi non venivano incisi per essere letti, (chi sapeva leggere allora?), ma solo ad uso del faraone defunto, tant’è che dopo la sepoltura la piramide veniva sigillata e nessuno più li avrebbe dovuti vedere. Le formule avevano lo scopo di garantire la protezione dei resti del faraone, di infondere lo spirito nella sua mummia assicurandone l’ascesa tra le stelle imperiture e permettere la riunificazione del sovrano con il dio Sole Ra. Poiché questi testi si trovano nelle piramidi, mi sorge il dubbio che, i potenti sovrani dell’Antico Regno, sicuri di se al punto da credersi immortali, non avessero poi quella grande fiducia che tutto sarebbe andato liscio nell’ora del trapasso dubitando della loro sicura salvezza e cercassero, attraverso la magia della parola, di assicurarsi un sicuro cammino verso il cielo.

Si presume che prima di Unas le formule venissero solamente recitate e non incise. Molte di queste, trovandosi sparse in più piramidi diverse e non facenti parte di un corpo unico, scritte in un linguaggio arcaico e talvolta oscuro ed ermetico, non permettono di comprendere pienamente il loro significato.

La Formula 554 descrive il faraone in forma di Toro Possente che raggiunge gli dei tra le stelle: <<……Tu sei il figlio della Grande Vacca Bianca! Essa ti ha concepito, ti ha partorito e ti protegge. Attraverserà il fiume con te, poiché tu appartieni a coloro che stanno intorno al sole e circondano la Stella del Mattino……..>>. In loro compagnia anche il re sarebbe diventato una stella, la Formula 302 recita: <<……..Il cielo è limpido e Sothis risplende perché io, figlio di Sothis, sono vivo e gli dei si sono purificati per me nelle stelle imperiture……..>>.

Il termine presente nei Testi delle Piramidi per definire Stelle Imperiture è iHmw-sk, che tradotto letteralmente significa “che non tramontano”, questa è la destinazione finale del sovrano, il luogo nel quale si trovano i seguaci di Osiride.

LA TEOFAGIA – “L’INNO CANNIBALE”

I Testi delle Piramidi descrivono come il faraone avrebbe potuto raggiungere gli dei, anche servendosi di rampe, gradini, scalinate o volando. <<…….Oh! Oh! Elevati tu Unas, ricevi la tua testa, riunisci le tue ossa, metti insieme queste carni, sposta la terra dalla tua carne……>>. Quando il sovrano avrà raggiunto Ra nei cieli con lui camminerà e si leverà al mattino: <<……. Unas appare in gloria al mattino associato al levarsi del sole……un dio che vive dei suoi padri, che si nutre delle sue madri……..>>.

Dalla forma con cui sono espressi appare evidente che la provenienza dei testi si perde nell’oscurità del passato rifacendosi ad una tradizione antichissima. Nonostante i Testi delle piramidi risalgano alla V e VI dinastia, alcuni di questi fanno supporre una loro elaborazione in epoche preistoriche. A conferma di ciò tra le varie formule riportate, compare uno strano testo, la cui antichità si deduce dallo stile oratorio che si riflette nella scrittura molto arcaica oltre che negli Dei citati ed in elementi celesti quali pianeti e Orione.

Si tratta del cosiddetto “Inno cannibale”. L’Inno cannibale è un documento letterario straordinario che si compone di due incantesimi, (Testi delle Piramidi 273 e 274), iscritti sul frontone orientale dell’anticamera della tomba del faraone Unas. Ernest Wallis Budge ritiene che l’inno abbia origini molto antiche, addirittura preistoriche e preistoriche che veniva trasmesso oralmente di generazione in generazione da tempi remotissimi.

Secondo Toby Wilkinsos l’Inno Cannibale, doveva già essere considerato primitivo all’epoca di Unas infatti venne utilizzato solamente nella sua piramide ed in parte minore in quella di Teti per poi scomparire dai Testi delle Piramidi. Il destino dei faraoni dell’Antico Regno era l’ascesa al cielo, ma per poter fare ciò necessitavano della magia per superare tutti gli ostacoli che erano in agguato nell’aldilà. Poiché il corpo degli dei era pieno di magia, per impossessarsene i faraoni dovevano divorarli.

La teofagia, ovvero l’atto del mangiare la divinità, è uno di questi particolari aspetti arcaici, ripreso anche da altre civiltà successive. Un esempio di teofagia lo troviamo anche nei Vangeli sinottici, in Marco (11:22), Matteo (20:26) ed in Luca (22:19) quando, durante l’ultima cena, Gesù dice agli apostoli porgendogli del pane: << Prendete e mangiate questo è il mio corpo >>.

Il tono dell’Inno Cannibale è certamente pretenzioso, nel testo si ordina alle divinità di far entrare il faraone nel cielo per essere divorate da lui: <<……..Unas è colui che si nutre della loro magia e inghiotte il loro spirito. Unas ha preso possesso dei cuori degli dei. Unas si è nutrito delle loro interiora. Egli si è ingozzato delle loro sacre parole non dette. ……… Unas si alimenta con i polmoni dei saggi e si sazia con i loro cuori e la loro magia. …….. Egli si rallegra quando la loro magia è nel suo corpo. ……..La dignità di Unas non si separerà da lui dopo aver inghiottito il sapere di ogni dio. …..…Egli ha assimilato la saggezza degli Dei. La sua esistenza è eterna…….Unas, l’assassino degli dei……..Unas il grande Sekhem. Il Sekhem dei Sekhemn. Unas il grande Ashem. L’Ashem degli Ashemn. Osserva Orione……..la resurrezione di Unas……..Le fiamme di Unas nelle loro ossa. Le loro ombre sono con le loro forme……..Unas sta sorgendo……La durata della vita di Unas è l’eternità, il suo limite è la perpetuità ……… Ecco che l’anima degli dei è nel corpo di Unas, …….. Unas possiede il loro spirito ……… Ecco che l’anima degli dei appartiene a Unas >>.

Dalla lettura dell’Inno si deduce che l’ascesa al cielo dei faraoni dell’Antico Regno consisteva in un assalto al paradiso degli dei e, per poter compiere interamente il percorso e superare gli ostacoli per raggiungere la Duat, il faraone doveva integrare la magia e l’energia creativa del suo predecessore, a ritroso nel tempo, fino al primo Re divino, Osiride, confermando in questo modo la chiusura dei cicli dell’universo e l’eterna rinascita di ogni elemento, garantiti dalla resurrezione del re che a sua volta garantiva l’ordine della Maat attraverso il potere della magia che gli dei gli avevano conferito. La cosa può anche lasciare stupiti, se riferita alla VI dinastia, ma gli studiosi pensano che l’Inno, come altre formule, facciano riferimento ad un’epoca di molto anteriore che si perde nei meandri della storia in cui, forse, si praticava ancora il cannibalismo prendendo come esempio alcune tribù africane che lo praticavano. Potrebbe anche essere riferito al periodo egizio arcaico quando forse si effettuavano ancora sacrifici umani. Si tratta però di ipotesi a supporto delle quali non esistono prove concrete. A questo punto possiamo affermare che la tendenza tipica della religione egizia di divinizzare i suoi eroi e di mitizzare gli eventi storici del passato è la causa principale della mancanza di eroi propriamente detti. Nella vicenda di Unas si può leggere, e non è azzardato farlo, lo scontro dell’uomo, che diventa eroe, con gli dei. Ma a differenza di altre civiltà, tipicamente egizia c’è che Unas vince gli dei, li mangia e si sostituisce ad essi. Poiché, come ho detto fin dall’inizio, è mia intenzione presentare per quanto possibile una storia controversa dell’Antico Egitto non posso fare a meno di citare anche teorie alternative purché rientrino in un contesto logico, Ognuno poi si farà una propria idea. Clesson H. Harvey, ricercatore indipendente, rifiuta l’idea che i Testi delle Piramidi siano testi religiosi. Secondo la sua ricerca, sarebbero piuttosto i resti di una scienza metafisica, che identifica anche in testi paralleli di altre culture come quella indù, e che gli egittologi hanno confuso con sortilegi e incantesimi. Infatti, non vede “dichiarazioni”, ma istruzioni per la trasformazione di un essere umano mortale in un essere immortale. Nel “Libro dei Morti” c’è un brevissimo passo, di soli tre versetti, che esprime tutto ciò che l’egiziano antico vede nell’aldilà, con la sua sete di immortalità e con la sua aspirazione a vincere il tempo e la morte: << …….L’Ieri mi ha generato, ecco Oggi io creo il domani…….. >>.

Fonti e bibliografia:

  • Massimiliano Nuzzolo, “The Fifth Dynasty Sun Temples. Kingship, Architecture and Religion in Third Millennium BC Egypt”, cap. II, Prague 2018
  • Edda Bresciani, “Testi religiosi dell’Antico Egitto”, I Meridiani, Mondadori, 2001,
  • Franco Cimmino, “Vita quotidiana degli egizi”, Tascabili Bompiani, 2001,
  • Sergio Donadoni, “Testi religiosi egiziani”, UTET, Roma, 1970,
  • Lichtheim Niriam, “ Ancient Egyptian Literature”,  University of California Press, London, 1975
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle Divinità dell’Antico Egitto”, Torino, Ananke, 2004
  • Christian Jacq, “Il segreto dei geroglifici”, Piemme, Milano, 1995
  • Alessandro Roccati, “Introduzione allo studio dell’egiziano”, Salerno editore, 2007 Clesson H. Harvey, “Aprendo la porta all’immortalità”, Edizioni Cliff  Morgenthaler, 2012
Antico Regno, Sfinge

IL TEMPIO DELLA SFINGE

A cura di Piero Cargnino

La Grande Sfinge di Giza non è solo essa stessa un enigma ma i misteri e le sorprese la attorniano rendendo sempre più affascinante lo studio di questo grandioso monumento. Voglio ora approfondire un argomento del quale in effetti se ne parla poco. A parte qualche documentario fatto in passato, non sono molti gli egittologi che ne hanno parlato e comunque solo come contorno al più ampio discorso sulla Sfinge senza mettere troppo in risalto l’importanza di questo monumento secondario ma neppure troppo, “Il Tempio della Sfinge”. Collocato proprio davanti alle zampe anteriori della Sfinge, 2,5 metri più in basso, affiancato sul lato nord dal Tempio della Valle di Chefren,

il Tempio era completamente sommerso dalla sabbia quando, nel 1925, fu scoperto da Emile Baraize, impegnato nel grande lavoro di scavo e restauro della Sfinge stessa. Del Tempio non si conosce molto, si ritiene sia stato il faraone Chefren a farlo costruire, anche se molti non concordano facendone risalire la costruzione a molto prima (stesso discorso della Sfinge). Pur essendo vicinissimi, non si riscontra alcun affinamento archeologico e architettonico tra il Tempio della Sfinge e quello di Valle di Chefren. Non si ha neppure la certezza che esista una relazione tra la Sfinge stessa ed il Tempio. L’asse est-ovest del Tempio non si trova perfettamente allineato con quello della Sfinge ma è spostato di circa 7 metri più a sud. Non comunica in alcun modo con la statua mancando di accessi immediati alla Sfinge dall’interno del Tempio, per raggiungerla e necessario percorrere passaggi a nord e a sud. Il Tempio presenta una concezione architettonica tutta particolare, è costruito con grossi blocchi di calcare all’esterno, che si presentano molto danneggiati, mentre l’interno è completamente rivestito con altri enormi blocchi, ma questi sono di granito rosso, ciascun blocco è almeno tre volte più grande di quelli della Grande Piramide. Presenta una pianta del tutto particolare, nella parte centrale si trovava un cortile aperto di 46 x 23 metri circondato sui quattro lati da enormi colonne in granito appoggiate alle quali in passato dovevano trovarsi delle enormi statue del re alte almeno tre metri, di alcune di esse rimangono i basamenti. Su entrambi i lati, occidentale ed orientale, si allarga formando dei portici con una profonda nicchia. L’accesso al Tempio avveniva attraverso due entrate poste sul lato orientale. Il soffitto è formato da enormi architravi in granito rosa che poggiano su giganteschi pilastri monolitici dello stesso materiale, il peso di ciascun blocco si stima in 115 tonnellate. All’interno, seppur danneggiato, il pavimento è ricoperto da lastre di alabastro a taglio irregolare.

Ventitré grosse nicchie nei muri interni, orientale ed occidentale, suggeriscono la presenza, in origine, di statue di culto, (secondo alcuni statue di diorite, scisto e alabastro rappresentanti Chefren). Secondo l’architetto tedesco, Herbert Ricke, che ha studiato attentamente il Tempio, le statue avrebbero rappresentato il sovrano assiso sul trono con il copricapo nemes. Non si conosce quale possa essere stata la funzione di questo Tempio; come per tutti i monumenti presenti a Giza, anche il Tempio della Sfinge non presenta alcuna iscrizione incisa sulle pareti che possa fornire informazioni. Ricke sostiene che si tratta di un Tempio solare nonostante, come era in uso allora, i nomi dei sacerdoti del Tempio non siano menzionati in alcuna iscrizione dell’epoca. Se così fosse si tratterebbe dell’antenato dei templi solari che furono costruiti durante la V dinastia. Questa ipotesi trova concordi la maggior parte degli archeologi. Come per la grande Galleria e la Camera del Re, della piramide di Cheope, anch’esso consiste in una possente costruzione in granito successivamente avvolta all’esterno da enormi blocchi di calcare, quasi a protezione di quelli interni. Come la stessa Sfinge, anche il Tempio ci sorprende con i suoi misteri e questi sono impliciti nella sua struttura architettonica. La cosa più sorprendente, che lascia maggiormente perplessi è la collocazione degli enormi massi di granito all’interno ed in parte anche di quelli di calcare esterni. A differenza dagli altri monumenti egizi che si presentano assemblati con blocchi perfettamente squadrati, il Tempio della Sfinge mostra un’architettura del tutto particolare. Il taglio dei blocchi non è a forma di parallelepipedo regolare, come in tutte la costruzioni contemporanee e successive, ciascun blocco ha strane forme che si incastrano inspiegabilmente con più angoli. Al vederli la mente ci riporta alle ciclopiche mura di Machu Pichu e Cuzco in Perù.

Si presume, da alcune prove, che il Tempio non venne mai terminato e, forse che non sia mai stato utilizzato. A questo proposito sono nate, e continuano a prosperare, le teorie più fantasiose che vanno ben oltre ogni limite scientifico serio. Certo che una pubblicazione archeologica dettagliata è meno seguita dei libretti da bancarella che colpiscono la fantasia e l’immaginazione del profano. Certamente si possono esprimere teorie alternative purché offrano almeno un minimo di attendibilità, non foss’altro che per il dovuto rispetto verso chi passa gran parte della sua vita tra le rovine del tempo per cercare di capire il nostro passato. Altrettanto rispetto e riconoscenza, innegabilmente, è dovuto ad una civiltà così remota per le testimonianze che ci ha lasciato in tutti i campi.

Fonti e bibliografia:

  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Roma, Newton Compton Editori, 2006
  • Maurizio Damiano-Appia, “I tesori del Nilo”, Giunti Multimedia, 1997
  • Sabina Marineo, “Prima di Cheope”, Nexus Edizioni, 2013
  • Robert Bauval, “Secret Chamber: The Quest for the Hall of Records”. Arrow; New Ed, 2000
  • H. Spencer Lewis, “Symbolic Prophecy of the Great Pyramid”, The Rosicrucian Press, 1936
  • Christiane Zivie-Coche, “Sphinx, le père la terreur”, Agnes Viénot Editions, 1997
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Elio Moschetti, Mario Tosi, “Thutmosi IV un sogno all’ombra della sfinge”, Ananke, 2004
  • Martin Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961, (Einaudi, Torino 1997
  • Tiziana Giuliani, “Il Viale delle Sfingi che collega Karnak a Luxor”, da Mediterraneo Antico, 2017
  • Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Nrwton & Compton editori, 1999
  • Fugazza Stefano, “Simbolismo”, Arnoldo Mondadori arte, 1991)

Antico Regno, Sfinge

CUSTODE DI GRANDI SEGRETI

A cura di Piero Cargnino

La Grande Sfinge oggi fa bella mostra di se nella piana di Giza e viene visitata dai numerosi turisti che si recano in Egitto. Forse aveva, con le tre piramidi, lo scopo di stupire ed incutere timore e riverenza nei rappresentanti dei paesi stranieri che andavano ad omaggiare il faraone di turno. Ma forse non è proprio così. Se ci addentriamo nella letterature antica scopriamo che le cose andarono diversamente. Riporto una curiosità molto strana ed interessante, noi oggi restiamo incantati dalla imponenza della Sfinge anche perché siamo in grado di ammirarla in tutta la sua ampiezza. Stranamente però nell’antichità la Sfinge non veniva mai citata, la Bibbia ci parla molto dell’Egitto, da Giuseppe visir ebreo che fa arrivare la sua famiglia fino al Delta, a Mosè che con Aronne lotta contro i maghi del faraone fino a portare fuori il suo popolo dal paese, la Bibbia descrive molti particolari dell’Egitto senza però scendere troppo nei dettagli, possiamo però immaginare che non avrebbe almeno citato una statua così appariscente? Nulla sulla Sfinge, la Bibbia tace.

Così come tacciono i vari storici greci che che pure descrissero le meraviglie del paese, Erodoto, che all’epoca di Cambise, percorse l’intero Egitto fino ad Assuan e che nel II libro delle sue “Storie” ci presenta un resoconto molto dettagliato di ciò che aveva visto, lui che fu testimone del fatto che la Grande Piramide possedeva ancora tutto il suo bianco rivestimento di fine calcare, prima che tutto fosse asportato durante quindici secoli di saccheggi per la costruzione del Cairo. Di tutto ciò che vide, Erodoto fornisce una dettagliata descrizione dei luoghi, dei paesaggi, delle usanze popolari e delle tradizioni dell’Egitto, sottolineando in particolare le funzioni del fiume Nilo. In nessuno dei suoi passi compare la Sfinge.

Manetone, del quale purtroppo possediamo solo frammenti della sua opera “Aigyptiaka”, attinta alle fonti indigene, poi ripresa da altri storici e scrittori classici quali Giuseppe Flavio, Eusebio, Giulio Africano ed altri, ebbene nella sua opera Manetone non fa alcun accenno alla Sfinge. Diodoro Siculo, autore di una monumentale storia universale, la “Bibliotheca Historica”, come pure Strabone, nella sua “Geographia” e nella “Storia Universale” non citano mai la Sfinge. Ce ne parla Plinio il Vecchio nel I secolo d.C. nella sua “Storia Naturale” il quale afferma. <<………di fronte alle piramidi si trova la Sfinge, opera ancor più straordinaria………considerata una divinità………essi (gli egizi) la credono la tomba del re Harmais……..credono che sia stata portata li da un luogo distante……..ma in verità è stata scolpita li………il volto è dipinto di rosso per motivi religiosi……..>>. Plinio riportò correttamente che la Sfinge, “Re Harmais” riportava in modo corretto l’immagine di Horo all’orizzonte nella sua forma di Horemakhet.

Quanto riportato da Plinio venne ripreso ed ampliato da autori classici più tardi, ad esempio nel “Corpus Hermeticum”, attribuito ad Ermete Trismegisto e nella “Hieroglyphiká” di Horapollon i quali consideravano i geroglifici segni mistici giunti a noi dagli antichi egizi quali fonte di ogni saggezza. Ma allora viene da chiedersi: se Plinio il Vecchio negli anni 80 d.C. vide la Sfinge in tutta la sua ampiezza, mentre Diodoro nel I secolo a.C. e Strabone nel 70 d.C. non parlano assolutamente della Sfinge, forse perché si trovava completamente sepolta, chi l’ha dissotterrata nei 10 anni che li separano da Plinio? Della Sfinge se ne parla nel periodo della dominazione araba, interessante la testimonianza di un medico di Baghdad, Abd al-Latif che nel XIII secolo visitò la piana di Giza e rimase più impressionato dalla Sfinge che dalle piramidi: <<………nei pressi delle piramidi si trova una colossale testa che emerge dal terreno……..>> e sottolineò la sua meraviglia che in un volto di tali dimensioni fossero state rispettate le esatte proporzioni senza avvalersi di un modello in natura. Nel corso del medioevo alcuni pellegrini si recarono in Egitto alla ricerca delle località citate nella Bibbia e nei Vangeli alla caccia di reliquie, interpretarono le piramidi come i granai di Giuseppe ma non lasciarono alcuna descrizione della testa della Sfinge. Solo più tardi, nel XVI secolo quando ebbero inizio studi sulle antichità egizie, furono molti i visitatori che si recavano in Egitto come viaggiatori e non come pellegrini ed in questo periodo le descrizioni della testa della Sfinge abbondano tra leggende e miti. Secondo il prete di Caterina de Medici la testa era stata creata da Iside amata di Giove, deviazione culturale religiosa del tardo periodo classico. Nel 1579, Johannes Helferich, rielaborò la tesi affermando che si trattava della rappresentazione della dea Isidis, figlia del re Inachus di Grecia, andata in sposa al dio egizio Osiride che gli cambiò il nome in Iside facendogli dono della grande statua di pietra. La cosa più interessante però è il fatto che Helferich aggiunse che: <<……..esiste un passaggio sotterraneo che parte da lontano……….>>, spiegò che il passaggio finisce dentro il corpo della Sfinge fino a raggiungere la testa ed era utilizzato dai sacerdoti egizi per parlare al popolo come se a farlo fosse la dea stessa. Ne tracciò uno schizzo dal quale però si intuisce chiaramente che lui non vide mai la Sfinge, al massimo ne sentì parlare molto vagamente, il suo schizzo è la rappresentazione di un volto femminile con tanto di seni ben accentuati.

Sulla Grande Sfinge di Giza molto è stato detto, ci sarebbe ancora molto da dire, sono stati sparsi fiumi d’inchiostro ed abbondano i libri di scrittori di ogni tipo, si può spaziare dall’archeologia accademica alla fantarcheologia. Io mi fermo qui anche se personalmente penso che la Sfinge ci nasconda ancora molti misteri, non ci rimane che aspettare che vengano svelati. Lasciamo ora il gigantesco Horemakhet, che da oltre 4500 anni (?) vigila sulla necropoli di Giza con gli occhi puntati verso l’orizzonte orientale, la dove il sole sorge agli equinozi. Prima di andarvene, però, osservate ancora attentamente quel volto, gli occhi e la bocca che, col favore di una opportuna angolazione del sole, paiono ammiccare accennando un quasi impercettibile sorriso, quasi a dirci: “Voi non sapete”. Custode di grandi segreti, continua ad osservare il sole che nasce all’orizzonte, rappresenta la rinascita dopo la morte, e l’uomo, che aspira da sempre all’immortalità, non ha mai smesso di osservare lo sguardo della Sfinge.

Fonti e bibliografia:

  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Roma, Newton Compton Editori, 2006
  • Maurizio Damiano-Appia, “I tesori del Nilo”, Giunti Multimedia, 1997
  • Sabina Marineo, “Prima di Cheope”, Nexus Edizioni, 2013
  • Robert Bauval, “Secret Chamber: The Quest for the Hall of Records”. Arrow; New Ed, 2000
  • H. Spencer Lewis, “Symbolic Prophecy of the Great Pyramid”, The Rosicrucian Press, 1936
  • Christiane Zivie-Coche, “Sphinx, le père la terreur”, Agnes Viénot Editions, 1997
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Elio Moschetti, Mario Tosi, “Thutmosi IV un sogno all’ombra della sfinge”, Ananke, 2004
  • Martin Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961, (Einaudi, Torino 1997
  • Tiziana Giuliani, “Il Viale delle Sfingi che collega Karnak a Luxor”, da Mediterraneo Antico, 2017
  • Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Nrwton & Compton editori, 1999
  • Fugazza Stefano, “Simbolismo”, Arnoldo Mondadori arte, 1991)

Antico Regno, Cose meravigliose, Mai cosa simile fu fatta, Mastaba

LA MASTABA DI TI

Di Andrea Petta e Grazia Musso

Non lontano dal Serapeum, a poche decine di metri dalla piramide di Djoser, Mariette nella sua prima spedizione scopre anche la tomba del dignitario e gran possidente Ti. Mentre la costruzione del Serapeum era andata avanti fino ai Tolomei, la tomba del ricco Ti era invece antichissima e preziosissima da un punto di vista artistico ed archeologico.

Pianta della mastaba di Ti
• 1: Portico con due pilastri
• 2: Primo “serdab” o camera della statua del Ka di Ti, visibile attraverso due strette finestre dal portico e dal cortile
• 3: Cortile a pilastri e falsa porta di Demedi, il figlio di Ti
• 4: Primo corridoio; b: falsa porta di Nefer-Hetep-es (Neferhetepes), la moglie di Ti, allineata con il pozzo della sua tomba (no. 9)
• 5: Secondo corridoio
• 6: Magazzino
• 7: La cappella di Ti; c, d: false porte di Ti, allineate con la sua camera di sepoltura (C)
• 8: Secondo serdab, visibile attraverso tre strette finestre dalla cappella
• 9: pozzo della tomba di Nefer-Hetep-es (Neferhetepes)
• In rosso la camera sepolcrale di Ti sotto la mastaba.
o A: scala di discesa dal cortile
o B: corridoio in pendenza
o C: camera sepolcrale con
o D: il sarcofago in pietra di Ti

Titoli principali di Ti:

  • Sovrintendente delle piramidi di Niuserra e Neferirkara
  • Sovrintendente dei Templi Solari di Sahura Niuserra e Neferirkata

Risalente alla V Dinastia dell’Antico Regno, datata più o meno 2400 BCE, era stata scavata quando i re Cheope, Chefren e Micerino avevano appena innalzato le loro piramidi. La sua peculiarità è il fatto di essere praticamente la prima tomba a descrivere – con un’evidenza di cui non si era finora avuto l’eguale in nessun monumento – l’aspetto reale della vita nell’Antico Egitto.

Apparentemente Ti era nato dal nulla, un “self-made man” diremmo oggi. Insignito inizialmente del titolo di “Capo dei parrucchieri del Re”, divenne via via, sotto quattro Faraoni diversi, “Amico unico del Re”, Maestro di Palazzo, Architetto di corte, custode dei segreti del suo signore, soprintendente in tutte le imprese regali, supremo responsabile dei possedimenti funerari dei Faraoni e sacerdote di Ptah.

La tomba consiste in un piccolo ingresso che immette in un vasto cortile con peristilio, la cui parte centrale è occupata da un pozzo che termina con un corridoio discendente che conduce alla camera sepolcrale priva di decorazioni e iscrizioni.

Sulla parete settentrionale del cortile si trova il primo serdab, mentre all’angolo sud-ovest uno strettissimo passaggio immette nel corridoio che conduce a due stanze splendidamente decorate con bassorilievi policromi.

La prima stanza che si apre sulla parete ovest del corridoio, ha l’asse maggiore perpendicolare al corridoio ed è decorata con scene di offerte disposte in altezza su nove registri e raffigurazioni legate alla preparazione di cibi e bevande.

Il corridoio conduce nella seconda e più grande stanza, preceduta da un piccolo vestibolo.

Questa stanza, il cui soffitto è sostenuto da due colonne ed è detta anche “sala delle offerte”, comunica tramite una piccola fessura che si apre sulla parete sud, con un secondo serdab, all’interno del quale si trova ora una copia della statua del defunto, mentre l’originale è al Museo del Cairo.

La parete ovest di questa sala è occupata in buona parte dalla celebre scena detta ” della costruzione navale”, nella quale possiamo osservare l’attività di un cantiere navale con tutti i dettagli relativi alla fabbricazione delle barche.

La parete settentrionale è decorata invece da una grande scena che raffigura il defunto a grandezza naturale mentre partecipa alla caccia all’ippopotamo nelle paludi del Delta.

Per sottolineare la sua brillante carriera, Il ricco e potente signor Ti aveva avuto cura di eternare in morte, sulle pareti della sua tomba, veramente tutto ciò che lo aveva circondato in vita. Al centro di ogni figurazione c’è sempre lui, il potente Ti, tre o anche quattro volte più grande dei servi o della folla, per sottolineare così, anche nelle proporzioni del corpo, la sua potenza e importanza rispetto agli inferiori.

E dalle pareti della mastaba emerge, incredibilmente viva e vivida la vita di tutti i giorni: la preparazione dei campi, i mietitori, i guidatori di asini, la trebbiatura, la spulatura dei cereali; è possibile assistere alle varie fasi della costruzione delle navi di quattro millenni e mezzo fa: la segatura dei tronchi, la lavorazione delle assi, il maneggio di squadre, scalpelli e altri utensili. Per la gioia di innumerevoli studiosi di tutte le discipline afferenti all’Antico Egitto si possono riconoscere con chiarezza i vari arnesi, e vediamo come fossero già noti la sega, la scure e perfino il trapano.

Vediamo fonditori di oro e apprendiamo come si attizzassero coi mantici stufe ad alte temperature, e infine vediamo al lavoro scalpellini, intagliatori di legno e cuoiai.

E si può vedere quale potere avesse un funzionario come il signor Ti. I malfattori sono condotti per il giudizio dinanzi alla sua dimora, trascinati al suolo dagli sbirri, e strangolati in modo rozzo e selvaggio. Schiere di contadine gli recano doni, servi conducono e uccidono animali da sacrificio. Ed infine la vita privata di Ti, come attraverso una finestra della sua dimora: Ti a tavola, Ti con la moglie, con la famiglia, Ti – e questo è uno dei rilievi più belli – a caccia tra le folte macchie di papiri. In questa raffigurazione, i marinai arpionano ippopotami, uno dei quali addenta un coccodrillo.

In qualche modo, Ti è ancora in eterno viaggio sul Nilo. Ha attraversato i secoli, epoche, guerre, civiltà. Ha visto il caos, l’invasione degli Hyksos, lo splendore dei suoi discendenti nel Nuovo Regno. E poi il declino, Alessandro Magno e i Tolomei, Pompeo e Giulio Cesare, l’Impero Romano, gli Arabi fino alle invasioni europee. Eppure in quel rilievo tutto scivola via, portato lontano dal Grande Fiume.

E Ti comanda ancora i suoi marinai, i suoi contadini, i suoi scribi, e dopo la caccia ci invita ancora alla sua tavola, dove magari ci racconterà ancora qualcosa del Faraone Neferirkara Kakai e di come gli concesse in moglie la principessa Neferhetepes, o di Niuserra e delle sue riforme amministrative a cui Ti avrà sicuramente partecipato.

La “scena campestre”, una delle più famose della mastaba. Nel registro superiore, sulla destra è raffigurata la mungitura di una mucca con le zampe posteriori legate, a sinistra tre coppie di buoi tirano l’aratro. Nel registro inferiore gli uomini a destra dissodano i campi, un gruppo di ovini procede spronata dai pastori con la frusta per far penetrare con i loro zoccoli i semi in profondità. Per ultimo segue un contadino con la borsa delle sementi

La caccia all’ippopotamo è frequentemente rappresentata nell’Antico Regno fino al Nuovo Regno. L’ippopotamo, che vive nascosto nelle acque della palude, rappresenta il nemico, le forze ostili. Come il coccodrillo, l’ippopotamo appartiene al mondo degli animali selvaggi, un mondo che gli egizi conoscevano ma non controllavano. Le forze del caos e del male sono dominanti qui. Combattere e vincere queste forze, significa far regnare Ma’at (ordine) sul mondo.

Antico Regno, Sfinge

I CUNICOLI ED IL BUCO SULLA TESTA

A cura di Piero Cargnino

In seguito Caviglia collaborò con l’egittologo inglese Howard Vyse, famoso per i suoi metodi decisamente invasivi. Vyse con il collega John Shae Perring praticò un foro sulla schiena della Sfinge alla ricerca di eventuali camere nascoste che però non trovò e dopo alcuni metri si fermarono.

Dopo Caviglia, Mariette, Maspero, Baraize ed altri intrapresero scavi per liberare completamente la statua dalla sabbia, ma fu solo nel 1936 che l’egittologo Selim Hassan riuscì a completare l’opera liberando l’intero sito della Sfinge. Leggende popolari derivanti da miti del passato parlano dell’esistenza di numerosi passaggi segreti all’interno della statua che condurrebbero ad una stanza, la cosiddetta “Stanza dei Registri”. Per non farci mancare nulla parliamo anche di questa ipotetica “Stanza dei Registri”. Mito che si tramanda da secoli, si tratta di una delle più famose “teorie alternative” nate intorno alla storia dell’Antico Egitto.

L’appellativo “Hall of Records” (Stanza dei registri) venne coniata da Edgard Cayce, che si rifaceva a Plinio il Vecchio il quale, nel suo “Naturalis historia”, riporta che gli antichi Egizi affermavano che sotto la Sfinge vi fosse sepolto il re Harmais. Questa “Stanza dei Registri” sarebbe una specie di biblioteca sepolta sotto la Sfinge nella quale sarebbe conservata tutta la conoscenza degli antichi Egizi impressa su rotoli di papiro, qualcuno azzarda che si troverebbe anche la storia completa del continente perduto di Atlantide. Al problema si interessarono anche gli scrittori Hancock e Bauval secondo i quali esisterebbero tre passaggi attorno alla sfinge, due di origine sconosciuta ed uno che si crede essere un piccolo vicolo cieco scavato dietro la testa e risalente al XIX secolo, appunto quello detto sopra praticato da Perring. Io riporto quanto attingo dalle fonti senza pregiudizi anche se va detto che le varie teorie riguardanti la “Stanza dei registri” e tutti i vari passaggi segreti all’interno della Sfinge sono considerati come fantarcheologia.

Su queste ipotesi sono state effettuate ricerche che non hanno portato ad alcun riscontro scientifico anche se gli ultimi scavi del 2007 hanno rilevato la presenza di una fitta rete di cunicoli. Le ricerche hanno comunque portato al ritrovamento del breve passaggio ricavato sulla schiena della statua, dietro la testa, praticato da Vyse e Perring anni prima. Ma questo non è l’unico “passaggio”, secondo l’archeologo Zahi Hawass nel corpo della Sfinge sono stati riscontrati diversi passaggi, uno dei quali nel recinto, che però non conducono a nessuna camera segreta. Hawass ha esplorato il foro praticato sulla schiena della Sfinge da Perring e Vyse ma anche questo non sbuca da nessuna parte, all’interno è stato rinvenuto un filo da trivellazione ivi abbandonato. Hawass ha poi esplorato un’altra apertura, fotografata da Baraize nel 1926, che si trova sul lato nord della statua, si tratta di un breve scavo cieco che non conduce a nulla pertanto è stato bloccato. Nel 1980 Mark Lehner e Zahi Hawass, avvalendosi di quanto riferito da Mohammed Abd al-Mawgud Fayed, che aveva lavorato da ragazzo nel 1926 con Emile Baraize, hanno localizzato un passaggio nella pietra che parte dalla crepa sul retro della Sfinge e si protrae per circa 9 metri. Il passaggio scende al di sotto del corpo della Sfinge e raggiunge la falda che si trova al di sotto. Una parte del passaggio si snoda sotto la Sfinge prima di giungere a un vicolo cieco a circa 4,5 metri sotto il livello del suolo. Al suo interno non è stato rinvenuto nulla se non un paio di scarpe vecchie, probabilmente dimenticate da qualche operaio durante la ripulitura organizzata da Baraize.

Johannes Helferich, nel 1579 d.C. descrisse la Sfinge come una donna che rappresentava la dea Iside, raccontò inoltre che esisteva un passaggio che portava all’interno della testa da dove i sacerdoti egizi usavano parlare al popolo. Helferich non si recò mai in Egitto limitandosi a riportare una delle tante leggende popolari. Ma non è finita qui, non si può dire che la Sfinge sia avara di misteri. Negli anni venti del ‘700, Thomas Shaw scoprì un foro di circa 1,5 x 1,5 metri profondo circa 3 metri, sulla sommità della testa, ne dedusse che molto probabilmente un tempo aveva ospitato una decorazione del copricapo, e gettò nuovi indizi per l’ipotesi di passaggi nascosti all’interno del monumento. Questo particolare viene spesso trascurato dagli egittologi e riportato solo in qualche documentario ma poco approfondito, il buco sulla testa della Sfinge. Una delle immagini mostra la Grande Sfinge di Giza fotografata da una mongolfiera nel 19° secolo. Sulla testa si può osservare una cavità circolare quasi perfetta al centro. Nel 1740 Charles Thompson scrisse: “Non siamo riusciti a raggiungere la cima della testa, ma coloro che l’hanno fatto hanno parlato di un buco circolare lassù dove una persona si potrebbe calare tranquillamente”. A suo tempo Baraize fece chiudere il buco installando una botola di ferro. In una ripresa aerea effettuata di recente si vede chiaramente come questa cavità nella testa del monumento sia stata ricoperta da una delle tante “ristrutturazioni” moderne. Come si può vedere nella foto scattata il 15 dicembre 1925, che mostra il restauro di E. Baraize. la prospettiva è interessante perché l’archeologo impegnato nello scavo sta lavorando all’interno del buco.

Riassumendo si contano sei passaggi nel corpo della Sfinge: uno si trova sul retro della statua, un altro vicino alla coscia del leone a livello del suolo, il terzo si trova vicino al centro ed è stato rivestito in mattoni durante i “lavori di restauro”, il quarto si trova proprio sotto l’orecchio, il quinto è quello sulla testa che è stato chiuso, il sesto si trova tra le zampe della Sfinge.

Fonti e bibliografia:

  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Roma, Newton Compton Editori, 2006
  • Maurizio Damiano-Appia, “I tesori del Nilo”, Giunti Multimedia, 1997
  • Sabina Marineo, “Prima di Cheope”, Nexus Edizioni, 2013
  • Robert Bauval, “Secret Chamber: The Quest for the Hall of Records”. Arrow; New Ed, 2000
  • H. Spencer Lewis, “Symbolic Prophecy of the Great Pyramid”, The Rosicrucian Press, 1936
  • Christiane Zivie-Coche, “Sphinx, le père la terreur”, Agnes Viénot Editions, 1997
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Elio Moschetti, Mario Tosi, “Thutmosi IV un sogno all’ombra della sfinge”, Ananke, 2004
  • Martin Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961, (Einaudi, Torino 1997
  • Tiziana Giuliani, “Il Viale delle Sfingi che collega Karnak a Luxor”, da Mediterraneo Antico, 2017
  • Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Nrwton & Compton editori, 1999
  • Fugazza Stefano, “Simbolismo”, Arnoldo Mondadori arte, 1991)