Cose meravigliose, Tanis

L’«ALTRA» MASCHERA

A cura di Andrea Petta

ALLA RICERCA DELL’ARCA DELL’ALLEANZA

All’inizio del 1940 i cannoni della guerra per ora tuonano ancora lontano dall’Egitto. La Francia è stata attaccata, ma per ora si combatte sui mari e nei cieli. I combattimenti sono ad est, dove Hitler e Stalin si sono spartiti la Polonia ed ora il Terzo Reich avanza inesorabile. La linea Maginot, onore e vanto della Francia, per ora non teme l’invasione. Eppure lo scenario cambierà drammaticamente di lì a pochi mesi.

Pierre Montet a Tanis

Nel Delta del Nilo, gli scavi della spedizione francese dell’Università di Strasburgo proseguono, con un occhio al terreno e un orecchio alle notizie che arrivano dal fronte. Non dovrebbero essere lì; il Rettore dell’Università di Strasburgo ha cercato di fermarli in ogni modo, ma il capo spedizione ha perfino proposto di prendersi un periodo sabbatico e pagare di tasca sua il suo sostituto pur di partire. È stato necessario l’intervento del Consiglio di Stato per permettere la spedizione.

L’inizio della lettera di raccomandazione di Loret inviata al Rettore dell’Università di Strasburgo, S. Charléty

Perché, molto prima del cinematografico Indiana Jones, Pierre Montet da ben undici anni sta cercando l’Arca dell’Alleanza biblica.

Troverà tutt’altro.

Era lì quasi per caso. Era nato nel 1885 a Villefranche-sur-Saone ed aveva studiato all’Università di Lione con Victor Loret, che lo aveva poi “sponsorizzato” all’Università di Strasburgo. Lo raccontano di carattere irascibile, scontroso. Aveva combattuto nella I Guerra Mondiale ed era stato decorato. Sì, aveva condotto degli scavi trent’anni prima un po’ in tutto l’Egitto, ma aveva incontrato la sua fortuna in Libano, a Byblos dove aveva scoperto il sarcofago di Ahiram – una pietra miliare nella comprensione della lingua fenicia.

Una parte dell’iscrizione sul sarcofago. Riporta il nome di Ahiram, il fatto che il sarcofago sia stato un dono di suo figlio Ittobaal e una maledizione che aveva il compito di proteggere il sarcofago e il suo contenuto dai violatori di tombe. Questo, tuttavia, non ha impedito ai saccheggiatori di asportare il contenuto prezioso della tomba
“Nell’anno quinto del re Roboamo, Scishak (Shesonq I), re d’Egitto, salì contro Gerusalemme (perché essi avevano peccato contro l’Eterno), con milleduecento carri e sessantamila cavalieri; e con lui dall’Egitto venne un popolo innumerevole: Libici, Sukkei ed Etiopi.Egli espugnò le città fortificate che appartenevano a Giuda e giunse fino a Gerusalemme. Allora il profeta Scemaiah si recò da Roboamo e dai capi di Giuda, che si erano radunati a Gerusalemme per paura di Scishak, e disse loro: «Così dice l’Eterno: “Voi avete abbandonato me, perciò anch’io ho abbandonato voi nelle mani di Scishak”». Allora i principi d’Israele e il re si umiliarono e dissero: «L’Eterno è giusto». Quando l’Eterno vide che si erano umiliati, la parola dell’Eterno fu rivolta a Scemaiah, dicendo: «Poiché essi si sono umiliati, io non li distruggerò, ma concederò loro fra poco liberazione e la mia ira non si riverserà su Gerusalemme per mezzo di Scishak. Tuttavia saranno asserviti a lui, così conosceranno per esperienza cosa significa servire a me e servire ai regni delle nazioni». Così Scishak, re d’Egitto, salì contro Gerusalemme e portò via i tesori della casa dell’Eterno e i tesori del palazzo reale; portò via ogni cosa; prese anche gli scudi d’oro che Salomone aveva fatto. Al loro posto il re Roboamo fece fare scudi di bronzo e ne affidò la custodia ai capitani delle guardie che sorvegliavano la porta della casa del re.” Secondo Libro delle Cronache, 12:2-10. Su questa base, Pierre Montet seguiva le tracce dell’Arca a Tanis

Ma proprio in Libano si era appassionato al tema dell’esodo degli Ebrei dall’Egitto, ed in Egitto era tornato per cercarne le tracce nel Delta del Nilo, a Tanis – che Montet era convinto fosse Avaris, la capitale fondata dagli Hyksos invasori e poi trasformatasi secondo Montet in Pi-Ramses, dove gli Ebrei erano tenuti in schiavitù nel racconto biblico.

A Tanis aveva inoltre regnato il fondatore della XXII dinastia, Sheshonq I, imputato del saccheggio del tempio di Gerusalemme, come riportato nel Libro dei Re e nelle Cronache. Secondo Montet, quindi, a Tanis poteva trovarsi il tesoro di Salomone, insieme al suo “pezzo” più prezioso, l’Arca dell’Alleanza. Ne è talmente convinto che porta ad abitare in zona la moglie e figlie, pare non con grande gioia di queste ultime.

Montet ha scavato per dieci anni prima di ottenere qualche risultato di rilievo. Alla fine degli anni ’30 si concentra sull’area meridionale della zona templare, e finalmente nel febbraio 1939 trova la tomba di Osorkon II (NRT-I), già depredata nell’antichità, con il sarcofago in quarzite di suo padre, Takelot I. In realtà il sarcofago è di un certo Ameny, del Medio Regno, riciclato da Takelot. Un altro sarcofago, del principe Hornakht, verrà alla luce all’inizio del 1940.

La scoperta della tomba di Osorkon II

Sembra un risultato importante dal punto di vista storico ma meno “spettacolare” da un punto di vista archeologico. Invece è solo l’inizio.

Montet ha infatti scoperto la necropoli reale di Tanis; nello spazio di poche decine di metri ci sono almeno sette sepolture reali. Mentre Hitler invade la Cecoslovacchia, viene ripulita la tomba di Osorkon II; al termine Montet trova il passaggio che porta ad una seconda tomba (NRT-III). È il 14 marzo 1939, e la tomba è apparentemente intatta, inviolata.

Pierre Montet segnala la scoperta della tomba di Psusennes, la data è del 17 marzo 1939

Appena entrato, nel Vestibolo trova uno straordinario sarcofago in argento a testa di falco. Un oggetto straordinario, unico nella rappresentazione del defunto.

Disposizione di sarcofago e scheletri nel vestibolo della NRT-III
Il magnifico sarcofago di Sheshonq II, in argento a testa di falco, esposto con accanto i vasi canopi del faraone, sempre in argento

Scrive Montet ne La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):

Sono entrato in un corridoio vuoto. Poi sono entrato in una camera con tutte le pareti decorate e piena di oggetti funerari. A destra dell’ingresso, un piedistallo sorreggeva un grande sarcofago d’argento con testa di falco e ai lati di esso si potevano intuire due scheletri sotto una moltitudine di lastre d’oro.

Il sarcofago è di un Faraone fino ad allora sconosciuto, Sheshonq II. Oltre al sarcofago ed ai vasi canopi in argento, Shesonq “dona” a Montet anche una maschera in oro, una lamina che copriva il viso della mummia. Sarà solo la prima.

L’apertura del sarcofago di Sheshonq II rivela la prima maschera d’oro trovata da Montet
Il clima umido del delta del Nilo ha distrutto ogni materiale organico all’interno della necropoli e non ha risparmiato le mummie dei sovrani. Qui i resti di Sheshonq II una volta rimossa la maschera d’oro

Probabilmente uno dei due scheletri è ciò che rimane di Siamun, il sesto Faraone della XXI dinastia, mentre l’altro apparterrebbe a Psusennes II, l’ultimo regnante della Dinastia (alcuni ushabti sono a loro nome).

Ma le iscrizioni dicono che la tomba sia di Psusennes I. Dov’è Psusennes? E dov’è Shesonq I? Dov’è l’Arca dell’Alleanza?

Pierre Montet (a destra) con Re Faruk I (a sinistra) venuto a presenziare l’apertura del sarcofago di Sheshonq II

Liberare la tomba è una corsa contro il tempo. Il Reich invade la Polonia; Francia ed Inghilterra dichiarano guerra alla Germania. Montet rientra in Francia alla fine della stagione; poi deve fare leva su tutte le sue conoscenze per riprendere gli scavi nell’inverno del 1939.

Montet è ancora convinto che, insieme a Psusennes, ci sia Sheshonq I. Ha trovato un suo successore, vuoi che il biblico Faraone della conquista di Gerusalemme non sia lì?

All’inizio del 1940 Pierre Montet insegue ancora la sua Arca.

PSUSENNES

Alla fine del 1939, a malincuore l’Università di Strasburgo finanzia una mini-stagione di scavi a Tanis. In tempo di guerra è un piccolo prodigio, ma il sarcofago d’argento di Sheshonq II fa miracoli, e la prospettiva dell’Arca dell’Alleanza fa il resto.

Montet riparte quindi per Tanis, e porta a termine lo svuotamento del vestibolo.

La tomba di Psusennes e la posizione dei singoli sepolcri

Il 15 febbraio 1940 arriva ad un corridoio sigillato, chiuso nientemeno che da un pezzo di un obelisco di Ramses II. Ci vogliono sei giorni per rimuovere quel blocco di granito, ma alla fine anche Montet, sbirciando da un foro praticato nella porta retrostante, trova le sue “Cose meravigliose”.

Vede ciotole e coppe d’oro e d’argento, ushabti, e il sarcofago intatto di granito rosa di Psusennes. Anche qui, quasi tutto il materiale organico è andato perso, ma ciò che resta promette di ripagare Montet di tutti gli sforzi effettuati.

L’apertura avviene nuovamente alla presenza del Re Faruk. Prima sorpresa: il sarcofago esterno, in granito rosa, riporta sulla cintura della figura osiriaca del Faraone il cartiglio di Merenptah Hotephermaat. Quindi Psusennes ha usurpato il sarcofago di Merenptah, il figlio e successore di Ramses II, proprio il Faraone “indiziato” per essere il sovrano egizio dell’Esodo. Anche questa coincidenza rafforza l’idea di Montet di essere sulla strada giusta. In realtà proprio di questo si tratta, di una coincidenza – ma per Montet è la prova che l’Arca non è lontana.

2 marzo 1940: Re Faruk I (al centro) è nuovamente a Tanis per assistere all’apertura del sarcofago in granito rosso di Psusennes I
Pierre Montet alle prese con le sue “cose meravigliose”: l’esame preliminare del sarcofago in granito rosa di Psusennes I, già appartenuto a Merenptah
Sul coperchio del sarcofago di Merenptah/Psusennes una dea il cui nome è andato perso allunga le sue mani a circondare la testa del defunto
L’interno del coperchio del sarcofago di Merenptah/Psusennes: Nut si distende sopra il corpo del Faraone a proteggerlo

Il sarcofago di Merenptah ne contiene un secondo, in granito nero. È anch’esso della XIX Dinastia, ma non era stato preparato per un membro della famiglia reale. Aperto anche quest’ultimo, appare una bara in argento massiccio, di valore inestimabile.

Il secondo sarcofago, in granito nero

Le fasi della scoperta della terza bara

Sua maestà Akheperra Setepenamon Pasebakenniut Meriamon – alias Psusennes I
La maschera d’oro di Psusennes appena liberata dal sarcofago, appoggiata su un letto negli edifici della spedizione francese

Ma non è finita.

Aprendo il sarcofago d’argento, appare una meravigliosa maschera in oro massiccio. È paragonabile a quella di Tutankhamon, anche se l’artista che l’ha modellata non ha raggiunto il livello di espressività del suo collega di tre secoli prima. Pierre Montet non ha trovato l’Arca dell’Alleanza, ma uno dei tesori più grandi dell’Antico Egitto. Il corredo funerario è ricchissimo di oggetti in oro; data l’umidità della zona tutti i reperti in legno ed i documenti in papiro sono invece distrutti.

Montet non riesce però a sfruttare la scoperta come fecero Carter e Lord Carnarvon. Siamo in guerra e nessun giornale del mondo si prende la briga di seguire le vicende archeologiche. Anche in Francia solo scarni trafiletti sui giornali lo menzionano.

La zona di Tanis diventa pericolosa. Montet annota che “individui sospetti si aggirano qui intorno e sbarazzarsi delle guardie sarebbe stato un gioco semplice per uomini determinati”. Richiede la protezione dell’esercito egiziano, senza ottenere granché nel clima bellico dell’epoca.

Di fianco alla sepoltura di Psusennes I, Montet fa appena in tempo ad esplorare un’altra tomba. In principio era destinata alla moglie di Psusennes, Mutnodjemed, ma la regina non c’è. La sua tomba è stata usurpata dal figlio, Amenemope, – o più probabilmente il sarcofago di Amenemope, intatto, era stato traslato nella tomba della madre dopo un saccheggio in tempi antichi.

L’umidità non ha avuto pietà neanche della mummia di Psusennes, ridotta ad uno scheletro

Anche Amenemope ha una maschera in oro massiccio, meno pregiata di quella del padre, ed è stato possibile ricostruire la parte superiore della sua bara, anch’essa in oro. Il corpo di Mutnodjemed è invece andato perso, a tutt’oggi non si hanno tracce di lei.

Dopo aver svuotato la tomba di Amenemope, è tempo per la spedizione di rientrare in Francia dove la guerra è arrivata sul serio.

Ciò che restava della bara di Amenemope, ormai distrutta dall’umidità: sopravvive la parte superiore, in oro, che racchiudeva a sua volta una maschera anch’essa in oro
 

Solo nel 1945 Montet può rientrare in Egitto. Il mondo si sta leccando le ferite ed anche la scoperta della tomba del generale Undjebundjed, un funzionario evidentemente con una enorme considerazione a corte, tanto da meritarsi la sepoltura vicino al suo sovrano, passa sotto silenzio. Ma nel frattempo è successo anche qualcos’altro.

Montet non aveva avuto torto nelle sue note e nella sua richiesta di protezione: nel 1943 qualcuno ha fatto irruzione nella sua abitazione vicino a Tanis ed ha svaligiato per buona misura anche una cassaforte del Museo del Cairo – probabilmente una soffiata di qualche addetto alla sicurezza. Per fortuna quasi tutto era già stato catalogato; solo qualche parte delle collane è andato perso.

Fino alla sua morte, avvenuta nel 1966, Pierre Montet continuerà a pubblicare libri e articoli dedicati agli scavi nel Delta, ma invano: la sua avventura resterà materia per gli addetti ai lavori e gli appassionati, senza mai suscitare sensazione nel vasto pubblico. Persino nel Museo Egizio del Cairo, i pregevoli tesori rimangono per decenni modestamente relegati in una stanzetta attigua a quelle che ospitano lo sgargiante corredo funebre di Tutankhamon, sul quale si focalizza tutta l’attenzione dei visitatori. Addirittura, la stanza dei tesori di Tanis fu utilizzata come laboratorio fotografico per il nuovo inventario del Museo Egizio all’inizio del secolo – le luci spente, i reperti mischiati alle attrezzature fotografiche.

Curioso destino, che ha portato gli egittologi a definire la vicenda come “La maledizione di Tanis”.

Montet viene chiamato ad insegnare a Parigi, al Collège de France nel 1948; presiederà poi la Académie Des Inscriptions Et Belles-Lettres fino al 1963 prima di ritirarsi. Nonostante la “grandeur” francese, non verrà mai particolarmente esaltato od apprezzato.

Morirà nel 1966 convinto di aver scoperto Pi-Ramses. Solo qualche anno dopo Manfred Bietak, un archeologo austriaco, determinerà la posizione esatta di Pi-Ramses circa 30 chilometri più a sud.

Pierre Montet, un po’ come Cristoforo Colombo, ha cercato per lungo tempo qualcosa che lo ha condotto ad altre, meravigliose scoperte. Forse più fortunato che bravo, ma sarebbe ingeneroso negare i suoi meriti; ha già pagato fin troppo la “maledizione di Tanis”. E nei prossimi post vedremo le sue “cose meravigliose” cercando di rendere giustizia a lui ed ai protagonisti dell’epopea di Tanis.

“Tu risplendi di luce, Ra ti illumina, maestro dei diademi d’oro, Psusensne, sovrano dei sovrani, che vivrà per sempre”

FONTI:

  • Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
  • Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
  • Pierre Montet, Les constructions et le tombeau d’Osorkon II à Tanis (1947)
  • Nozomu Kawai, Royal Tombs Of The Third Intermediate And Late Periods: Some Considerations (1998)
  • Cassandre Hartenstein. La période strasbourgeoise de Pierre Montet (1919-1948). Archimède: archéologie et histoire ancienne, UMR7044 – 2020
Cose meravigliose, Tutankhamon

DI FRONTE AL FARAONE

A cura di Andrea Petta

L’immagine della maschera funebre di Tutankhamon che emerge dalla terza bara ha lasciato Carter senza parole, come lascerà attoniti milioni di persone per la sua stordente bellezza. Le fasce dorate che chiudono il bendaggio riportano il benvenuto di Nut e di Geb nell’aldilà, sormontate dalla figura del “ba” del Faraone che tiene tra le zampe due simboli “shen” di potere. Per la prima volta, una mummia faraonica intatta.

Il pettorale al Museo del Cairo

Finora si parlava di oggetti: magnifici, spirituali, esoterici, oppure di tutti i giorni, intimi, privati. Ma oggetti. Ora si parla della salma di un ragazzo morto 3200 anni prima. Carter ha già profondamente riflettuto su questo momento: da una parte la scienza e la conoscenza, dall’altra il rispetto per un defunto. Potrebbe fermarsi qui, e lasciare Tutankhamon al suo riposo.

Il pettorale e le fasce in oro di chiusura del bendaggio

Ma l’esperienza con la tomba di Amenhotep II lo ha profondamente colpito: richiusa la tomba con la mummia del Faraone all’interno, la stessa è stata profanata poco dopo, gli oggetti rubati, la mummia dilaniata dai tombaroli moderni. Non esita: troppo forte la paura di lasciare i tesori presumibilmente nascosti sulla mummia ai predoni; troppo urgente la voglia di conoscenza. Sa che non si presenterà più per lui una possibilità del genere.   

Forse Carter pensa anche di essere arrivato al traguardo, che potrà finalmente dedicarsi con calma all’esame della mummia del Faraone fanciullo.

Si sbaglia di grosso.

Le resine usate dagli imbalsamatori del sovrano sono colate ovunque. Impregnano lo spazio tra la seconda e la terza bara, e imprigionano impietosamente il corpo del re. L’idea di Carter è di ripetere l’operazione con cui ha “sfilato” la prima bara dalle altre, ma nonostante tutti i suoi tentativi deve abbandonarla. Troppo tenace la presa di quelle resine. Carter annota che lo strato esterno del bendaggio “è come se fosse carbonizzato”.

Il 31 ottobre vengono tolti tutti gli oggetti esterni, le bande in oro che chiudono il bendaggio, gli amuleti, i collari. Si spera che il calore del sole possa sciogliere quella massa resinosa. Curiosamente Carter annota i passaggi della Bibbia in cui si fa riferimento agli unguenti funebri, forse un parallelo con le usanze ebraiche.

La mummia di Tutankhamon all’apertura della terza bara e durante l’esame della mummia, con ancora la maschera funebre sulla testa

Il giorno dopo, con l’aiuto di dieci manovali, il gruppo seconda/terza cassa con la mummia dentro viene portata al laboratorio e lasciata qualche ora sotto il sole, inutilmente. Viene anche estratta la prima cassa rimasta nel sarcofago, in cui rimane un solo, stupefacente oggetto: un basso letto funerario decorato con teste di leone, che ha sopportato il peso dei tre sarcofagi (calcolato da Carter come superiore ad una tonnellata) per più di tre millenni.

Il cataletto che ha sorretto il peso delle tre bare per più di tremila anni. Le due teste di leone riprendono quelle del letto funerario ritrovato nell’Anticamera

Finalmente l’11 novembre, con l’ausilio del prof. Derry dell’Università del Cairo, si decide di esaminare la mummia direttamente all’interno della terza bara. La salma del Faraone viene spruzzata con un leggero strato di paraffina e vengono incise le bende. Man mano vengono raccolti tutti gli amuleti funerari sul corpo di Tutankhamon, prontamente catalogati da Carter ed affidati alle cure di Lucas per la conservazione.

All’epoca furono diffuse solo due foto della testa del Faraone, avvolta in un drappo bianco a nascondere il fatto che era stata spiccata dal corpo nel tentativo di staccare la maschera funebre

Vengono annotati ben sedici strati di bende e di amuleti che avvolgono il corpo; alla fine la conta degli oggetti posti sulla mummia di Tutankhamon arriva a 143. Da soli riempirebbero un museo.

Ci vogliono sei giorni per liberare il corpo del re e staccare la maschera funebre, usando dei coltelli arroventati per riuscirci; anche se non viene annotato da Carter, è certo che alcuni danni alla mummia siano stati inferti proprio in questa fase. Le foto di Burton mostreranno già la testa spiccata dal corpo negli sforzi per liberarla dalla maschera.

I danni sul retro della maschera, con parte del decoro in pasta vitrea blu andato perso

Finalmente il 17 novembre il volto di Tutankhamon appare agli archeologi. Carter annota: “

appare estremamente raffinato e colto. Il viso ha lineamenti belli e ben formati. La testa mostra una forte somiglianza strutturale con Akh-en-Aten (nota: lo scheletro della KV55 ritenuto all’epoca Akhenaton)…una somiglianza che fa propendere per un legame di sangue”.

Faccia a faccia con Tutankhamon

L’esame preliminare della mummia è concluso ed il corpo viene ricomposto in una cassa di legno grezzo in attesa di decidere cosa fare; rimane il problema delle bare incollate tra di loro.

Il corpo ricomposto del Faraone, in una scatola di legno ben diversa dalla bara d’oro massiccio che lo aveva protetto per così tanti secoli

Usare degli acidi è impensabile: la soluzione migliore appare il calore. Carter e Lucas decidono di inserire dei fogli di zinco a protezione della terza bara (lo zinco fonde a 500 °C, fungeva anche da termometro di sicurezza) e le capovolgono a testa in giù, scaldando da sotto con delle stufe a cherosene mentre la seconda bara è ricoperta da panni bagnati per proteggerla. Dopo più di tre ore, la terza bara inizia a scivolare giù, le lampade vengono spente e dopo un’ulteriore ora pian piano si stacca.

Lo stesso processo ha scaldato e staccato anche la maschera dalla terza bara, pagando però un caro prezzo: buona parte del decoro sulla parte posteriore si è staccato e spezzato. Frammenti di vetro e di pietre dure rimangono nella resina e vengono staccati uno ad uno per tentare di ricomporre il, decoro. I danni sono tuttora visibili sulla parte posteriore della maschera.

Ci vogliono più di cinque mesi per catalogare, pulire e restaurare tutti gli oggetti trovati sul corpo del Faraone. Finalmente, il 6 maggio 1926, sono pronti per il trasporto al Cairo.

Ci vorranno altri quattro anni per svuotare del tutto la tomba, con l’usuale precisione e meticolosità, ma lo zenit è stato raggiunto, Carter ha incontrato il suo destino. L’Egitto gli ha portato via l’amore, forse, ma ha donato anche a lui l’immortalità che Tutankhamon e gli Egizi anelavano.

La stagione di scavi è conclusa, ma Carter la “chiude” con una nota strana sul suo giornale degli scavi: pochi giorni prima di partire, dalla sua casa di Tebe ha visto una coppia di sciacalli sulle colline. Uno è una femmina normale.

Ma l’altro è un enorme sciacallo nero, una cosa che Carter in 35 anni non aveva mai visto. Forse Anubi è tornato per dare un ultimo saluto al suo protetto, che aveva vegliato per millenni nel buio della tomba.

Io vedo le tue bellezze, o Osiride, re Nebkheperure

La tua anima vive! Le tue vene sono salde!

La tua fermezza è sulla bocca di tutti i viventi

O Osiride, re Tutankhamon

Il tuo cuore è nel tuo corpo per l’eternità

Cose meravigliose, Tutankhamon

UN AMICO TRADITO, UN RE RITROVATO

A cura di Andrea Petta

Dopo il suo “sciopero” e l’allontanamento dalla tomba, nell’estate del 1924 Carter attraversa Stati Uniti e Canada in un giro di conferenze organizzato dal Met Museum. Si scopre oratore meticoloso, preciso, perfino umile; gli yankee impazziscono per lui. Per loro, per cui qualcosa “vecchio” di 100 anni è antico, qualcosa che risale a più di tre millenni prima è quasi fantascienza.

Howard Carter a Chicago durante il suo tour di conferenze

Ma Carter mostra una sola faccia al pubblico: nell’animo rigurgita rabbia per quella che considera un’immensa ingiustizia nei suoi confronti. Ogni tanto questa rabbia viene a galla, quando se la prende con gli autisti del pullman perché “non saprebbero guidare un carretto a cavalli” o con i camerieri mai abbastanza pronti e cortesi.

SI trattiene a stento quando incontra il presidente Coolidge che, ingannato dagli articoli dei giornali statunitensi sulla scoperta della tomba, gli ricorda le sue “origini americane”. A stento riesce a mormorare “Santo cielo, no, sono inglese!”

Carter alla Casa Bianca ricevuto dal presidente Coolidge.
“So che lei è nato in America, anche se vive in Inghilterra”
“Santo cielo, no…Sono inglese!”

Nessuno sa che, in segreto, ha fatto stampare a Londra un libello, “La tomba di Tut-Ankh-Amon. Dichiarazione e documenti sugli avvenimenti accaduti in Egitto nell’inverno 1923-1924 che portarono alla successiva rottura con il governo egiziano”.

Non è un libro in vendita, lo vuole distribuire a “pochi eletti”, amici e professionisti del settore, tra cui Lythgoe, Lacau e ovviamente Herbert Winlock del Met Museum che lo ha sempre sostenuto in un rapporto di mutuo beneficio.

È un errore colossale. Nell’appendice del libello, Carter ha pubblicato i telegrammi in codice scambiati con Winlock riguardo il caso della testa che emerge dal fiore di loto di cui abbiamo parlato qui:

https://laciviltaegizia.org/2021/11/19/il-mistero-della-testa-del-faraone-bambino/

Winlock si inc…si arrabbia profondamente. Si sente tradito, Carter ha messo in piazza un favore personale che lui gli aveva fatto per tirarlo fuori da una situazione incresciosa, mettendo a rischio la sua stessa carriera. Affronta a muso duro Carter, gli dice che per il suo ego sta buttando via una vita di ricerche.

Carter ne esce profondamente turbato e cambierà definitivamente il suo atteggiamento. Scrive la rinuncia ad ogni pretesa sugli oggetti e sui diritti relativi alla tomba e la invia a Lacau. Rimarrà da sistemare la questione della “spartizione” dei reperti con gli esecutori testamentari di Lord Carnarvon (Lady Almina vuole solo il risarcimento delle spese e non vuole più sentir parlare dell’Egitto), che verrà risolta con una somma di 36,000 sterline ed una vaga promessa sui “doppioni” che non sottraggano nulla al Museo Egizio.

Ma la chiave di volta non è una diatriba archeologica. Il 19 novembre 1924 viene assassinato Sir Lee Stack, comandante dell’esercito egiziano e Governatore della Nubia per conto di Sua Maestà. Gli Inglesi ne approfittano per reclamare pieni poteri e nel “pacchetto” ci finisce anche la tomba di Tutankhamon.

La prima bara all’interno del sarcofago in quarzite, pronta a rivelare i suoi segreti

Il 13 gennaio 1925 viene quindi firmata la nuova concessione (prudentemente di un anno, rinnovabile); il 25 gennaio vengono restituite a Carter le chiavi della tomba e del laboratorio. Sembra che sia tutto a posto e Carter si congratula con Lacau, poi scopre che il drappo funebre che copriva il secondo sacrario è stato lasciato all’aria aperta e si è letteralmente disintegrato al sole – e per fortuna non abbiamo nota di ciò che proferì alla vista…Non è l’unico danno: senza la “Banda Carter” il lavoro di spedizione è stato approssimativo: le ruote di un cocchio hanno danneggiato il cassone di un altro.

La prima bara. Apparve meravigliosa a Carter ed al suo staff, ma fu subito superata in bellezza dalle altre due. Foto ricolorata dal New York Times

Quello che rimane della stagione viene utilizzato per conservazione e restauro degli oggetti “lasciati in sospeso”, soprattutto quelli trovati nella camera sepolcrale ed il letto funebre raffigurante Ammut.

In autunno tutto è pronto. Finalmente il 13 ottobre Carter può aprire la prima bara. Riesce ad utilizzare le maniglie originali in bronzo per sollevare il coperchio, e scopre la seconda bara coperta da un sottile telo di lino e ghirlande di fiori.

Le bare appoggiate sul sarcofago in attesa di essere traslate per continuare il lavoro. Per la prima volta dopo più di tre millenni il Faraone è al di fuori del sarcofago

Annoterà Carter che “probabilmente è stata la regina Ankhesenamon a porre quei fiori” con un tono riverente e commosso.

Andare avanti non è facile: non c’è spazio tra le bare, che oltretutto pesano “in maniera sorprendente”. L’unica soluzione è sollevare il tutto e “sfilare” la prima bara da sotto. Vengono piantate delle viti ad occhiello nello spessore del legno della prima bara per sollevare il tutto ed estrarlo dal sarcofago. Nello spazio ristretto tra il sarcofago stesso ed il soffitto della camera sepolcrale è già un’impresa, con il timore di rovinare tutto.

Carter si accorge subito che la seconda bara è diversa dalla prima, ma al momento gli sembra solo “una rappresentazione più giovanile del Faraone”. Solo più tardi esprimerà il dubbio che non fosse predisposta per Tutankhamon ma appartenesse ad un altro membro della famiglia reale.

Sfilare la parte inferiore della prima bara non è facile. Carter corre un rischio pazzesco, solleva di poco il coperchio della seconda bara e fissa dei ganci metallici a quello che spunta dei chiodi originali di fissaggio per tenerla sollevata. Per sua e nostra fortuna gli artigiani egizi sapevano il fatto loro, ed i chiodi tengono.

Le operazioni di pulitura della seconda bara

Il 23 ottobre è possibile aprire la seconda bara, e finalmente si scopre il motivo del peso incredibile delle bare: la terza bara è in oro massiccio. Ed è anche incollata alla seconda per un trafilaggio degli unguenti usati per l’imbalsamazione del re, “una sorta di pece”, come dice Carter, durissima e tenace. Impossibile trattarla in situ, “ci vorrebbe il calore o degli acidi” per scioglierla.

Si decide allora di aprire la terza bara ancora incastrata nel guscio della seconda.

La terza bara in oro massiccio appena scoperta e dopo aver tolto le pesanti ghirlande di fiori e foglie che coprivano il petto

Il guscio della seconda e la terza bara ancora unite insieme, esaminate da Carter. Si vede bene l’eccesso delle sostanze usate per l’imbalsamazione del Faraone che ricopre parte della bara

Il 28 ottobre 1925, finalmente Carter apre la terza bara e si trova a tu per tu con il Faraone fanciullo. O meglio, davanti alla maschera d’oro che lo raffigura eternamente giovane, il reperto che diventerà il più famoso ed iconico di tutta la storia dell’Antico Egitto racchiudendone l’arte, il misticismo e la ricchezza.

Faccia a faccia con il volto dell’eternità

In quegli istanti” scrive Carter “le parole vengono a mancare…Il tempo misurato nel breve attimo di una vita umana perde la sua nozione di fronte a questo spettacolo che rievocava vivamente i i solenni riti religiosi di una civiltà scomparsa per sempre”

Cose meravigliose, Tutankhamon

HO VISTO IL PASSATO; CONOSCO IL FUTURO

A cura di Andrea Petta

La morte di Carnarvon non priva Carter solo del suo mecenate, ma anche del “grimaldello” per aprire molte porte. Già la consegna dei primi reperti al Museo Egizio nel giugno del ’23 diventa un’impresa. Per evitare danni durante il trasporto, Callender ha l’idea di usare un trasporto su binari. Per arrivare al Nilo, servono nove chilometri di binari; la Sovrintendenza ne manda meno di tre. Gli operai montano i binari arrivati, il convoglio fa un tratto poi smontano e rimontano i binari più avanti. Un lavoro pazzesco, sotto più di 40 gradi. Carter impazzisce di rabbia, ma una volta completato tutto senza danni, il resto del lavoro sembra una passeggiata un po’ a tutti. Il Times intanto dimezza il compenso per l’esclusiva a Carter, “tanto l’interesse diminuirà”. Come no.

Lo stesso Carter dichiara durante la pausa estiva (nella Valle si toccano i 60 gradi quell’anno) che “basteranno quattro settimane per arrivare alla mummia del Faraone”. Ci metterà due anni.

A inizio ottobre rientra in Egitto. Tre giorni dopo, ha già litigato con tutta la Sovrintendenza alle Antichità, con la stampa di mezzo mondo e con tutto il mondo politico egiziano su afflusso di turisti, esclusiva al Times e permessi di visita alle autorità. Soprattutto la questione della stampa e l’ovvia pretesa della Sovrintendenza di poter controllare quanto avveniva nella Valle portano ad una situazione di stallo.

Nella Valle si naviga a vista. I sacrari sono molto più fragili del previsto: la doratura si sta staccando dal legno ormai secco dopo più di tremila anni.

NOTA: i sacrari meritano una descrizione dettagliata; troppo spesso sono “trascurati” a favore delle bare o della maschera di Tutankhamon, ma sono oggetti meravigliosi, carichi di significati esoterici. Li vedremo prossimamente

Carter, Callender e due operai impegnati nello spostamento del tetto del primo sacrario, l’impresa forse più complicata della tomba

L’intera parete sud della camera del sarcofago viene smontata per poter lavorare e l’estrazione del primo sacrario risulta eccezionalmente complicato. Il primo sacrario è enorme, più di 5 metri per 3,35; lascia liberi meno di 70 centimetri per lato. Un ragazzino deve sgusciare sul tetto del sacrario per permettere l’aggancio di un piccolo paranco preparato da Callender allo scopo.

La struttura di sostegno del drappo funebre ci fa capire la sua importanza

Tra il primo ed il secondo sacrario spunta una struttura in legno che sorregge un enorme drappo funebre decorato con rosette di bronzo; il cielo stellato sopra l’anima del Faraone defunto. È fragilissimo, e viene avvolto su un rullo e nuovamente riaperto all’esterno per tentarne il restauro.

Nel frattempo, Lacau è tra l’incudine del governo egiziano ed il martello di Carter. Prova allora a far allontanare spontaneamente Carter: in una sorta di moderno “mobbing” fa approvare al governo una serie di norme per cui la Sovrintendenza avrà il pieno potere sugli scavi di lì in avanti.

Carter e Mace al lavoro per avvolgere il drappo funebre

All’inizio di gennaio si può finalmente rompere il sigillo del secondo sacrario: ne appare un terzo e poi un quarto. Su quest’ultimo il Prof. Newberry traduce una scritta che lascia tutti attoniti: “Ho visto il passato, conosco il futuro”.

Carter apre il secondo sacrario dopo aver tagliato il sigillo con un bisturi

Il quarto sacrario rivela il sarcofago in arenaria ed un braccio scolpito della dea Neith che sembra protendersi a voler proteggere il corpo del Faraone. La squadra si ferma, in riverente silenzio, e si prepara a smontare “a cipolla” i sacrari e tutti gli oggetti che vengono rinvenuti. È un colpo di fortuna, perché il coperchio del sarcofago è gravemente danneggiato, rotto in due probabilmente dall’imperizia degli antichi operai. Andare avanti avrebbe rischiato di compromettere tutto.

Il coperchio del sarcofago (con la linea di rottura al centro) è in granito, un materiale diverso dal sarcofago stesso, che è in arenaria. Alcuni studiosi hanno visto un parallelo con il sarcofago distrutto di Akhenaton, anch’esso con il coperchio in granito, a suggerire un “distacco” non ancora completato dal periodo di Amarna.

Mentre il lavoro nella tomba procede a ritmo incessante, con la preoccupazione di manovrare oggetti così preziosi e fragili in uno spazio così angusto, arriva la “bomba”: Lacau, oltre a ribadire il diritto della Sovrintendenza di controllare ogni aspetto del lavoro di scavo, dichiara “tutti gli oggetti ritrovati quale parte del Patrimonio Pubblico”. In parole povere, viene negata ogni spartizione degli oggetti ritrovati come previsto nella concessione originale di Lord Carnarvon. Viene minacciata l’esclusione di Carter dai lavori. Alle proteste di Carter, viene fuori un documento da lui firmato 8 anni prima per una concessione secondaria (rivelatasi infruttuosa), in cui veniva specificato che una “tomba inviolata” era da intendersi anche come

una tomba violata nell’antichità ma che presentasse una collezione di oggetti in buone condizioni di rilevante interesse, come nel caso della tomba dei genitori della Regina Tiye”.

Per Carter è una pugnalata alle spalle. Per il Met Museum sfuma la possibilità di acquisire parte degli oggetti di Tut. Carter si rivolge in primis all’avvocato che cura gli interessi della vedova Carnarvon, poi mette in moto la comunità scientifica con una lettera firmata da Breasted, Gardiner, Newberry e Lythgoe (praticamente i quattro maggiori egittologi dell’epoca) riuscendo almeno a proseguire il lavoro in attesa di dipanare la questione.

A sinistra: lo schema disegnato da Carter della camera funeraria, con i sacrari, il sarcofago al centro e la posizione degli oggetti magici. A destra: la riproduzione dei sacrari in mostra a Parigi ci fornisce meglio l’idea delle loro dimensioni

Il 12 febbraio 1924 finalmente riesce a sollevare il coperchio del sarcofago di arenaria. Nello stupore dei presenti, sollevati i drappi in lino che lo coprivano, compare la prima bara in legno dorato. La tomba di Tutankhamon sta per rivelare i suoi tesori più preziosi, ma la tensione tra Carter e le autorità rimane altissima.

Il casus belli è la proibizione da parte del Ministro dei Lavori Pubblici egiziano, Morcos Bey, della visita da parte delle donne della tomba, comprese le mogli dei ricercatori all’opera. Carter denuncia pubblicamente la cosa e si rifiuta di portare avanti i lavori, ma il Ministro lo anticipa ed il 20 febbraio soldati armati entrano nella tomba riabbassando il coperchio del sarcofago che era rimasto inopinatamente sollevato, dichiarando nulla la concessione di Lord Carnarvon.

Inizia una battaglia legale, con Carter, il Met e i legali di Lady Carnarvon da una parte, e Lacau con il Ministro Morcos Bey dall’altra. Carter è costretto a firmare una rinuncia a qualunque oggetto proveniente dalla tomba, ma non basta.

Il 31 marzo la corte di Alessandria conferma la revoca della concessione. Subito dopo Lacau scopre in un’ispezione al laboratorio della tomba la testa che emerge dal fiore di loto di cui abbiamo parlato qui peggiorando ulteriormente le cose.

Il 12 aprile, due mesi dopo l’apertura del sarcofago, Howard Carter parte per un giro di conferenze negli Stati Uniti. Non sa nemmeno se gli sarà permesso tornare in Egitto, figuriamoci continuare i lavori nella Valle dei Re.

Tutankhamon rimane abbandonato nella tomba, tutti i maggiori egittologi si rifiutano di portare avanti il lavoro di Carter. Qualcosa verrà perso per sempre. Qualcuno dovrà cedere.

Cose meravigliose, Tutankhamon

MORTE E MALEDIZIONE

A cura di Andrea Petta

La fine della prima stagione di scavi della tomba di Tutankhamon non fu proprio “liscia” come lo immaginiamo: prima ancora che la tomba sia ri-sepolta per sicurezza, Carter e Lord Carnarvon litigano furiosamente. Lo raccontò in seguito Breasted, che parlò di toni “estremamente accesi” (tradotto dall’inglese di inizio secolo: hanno rischiato di mettersi le mani addosso ed hanno messo in dubbio l’onorabilità delle rispettive mamme).

Il motivo della lite ci è ignoto, ma come al solito ci viene in aiuto Carnarvon stesso, che due giorni dopo scrive a Carter e, scusandosi per il suo comportamento, fa riferimento a “quando Evelyn mi ha detto tutto”. Per molti è la conferma che Carter ed Evelyn avessero dei…progetti extra-archeologici. È possibile che Evelyn abbia raccontato al padre della sua infatuazione? E cosa avrà detto durante l’alterco a Carter?

La lettera di Carnarvon in cui “ho visto Evelyn e mi ha detto tutto”

Non lo sapremo mai. Carnarvon chiude la lettera chiedendo a Carter di incontrarsi da soli. Non succederà, non come Carnarvon vorrebbe.

Per tirare il fiato, Carnarvon ed Evelyn partono per Assuan, visitano Abu Simbel, poi tornano a Luxor. C’è un pranzo formale con Carter ed alcune autorità, poi riparte per il Cairo il 13 marzo.Il 18 marzo Evelyn scrive a Carter che suo padre sta male: la puntura di un insetto nella Valle si è infettata ed ha la febbre alta. Dopo qualche giorno di alti e bassi, il 26 la situazione precipita. Il 5 aprile, Lord Carnarvon muore, e contemporaneamente nasce la “maledizione di Tutankhamon”.

Lady Evelyn ad Abu Simbel, l’ultimo viaggio con suo padre

Nella situazione di esclusiva delle notizie sulla tomba data al “Times”, gli altri giornalisti prendono spunto da qualsiasi cosa per poter scrivere qualcosa di prima mano. E con la morte di Lord Carnarvon vanno a nozze.

Si narra che le luci al Cairo si spengano nel momento della morte del Conte, nonostante siano alimentate da 6 centrali elettriche diverse. Susie, la cagnetta di George Herbert, muore in Inghilterra poche ore dopo il suo padrone, e verrà seppellita con lui.

Qualcuno si ricorda che il canarino portato da Carter ad inizio stagione è stato trovato morto da Callender mentre Carter era al Cairo a procurarsi i materiali. A detta di Callender, ha trovato un cobra nella gabbia che divorava l’uccellino (non sono mai riuscito a capire come fosse entrato nella gabbia, ma tant’è…).Associare il cobra del canarino all’ureo sulla fronte dei Faraoni è un attimo: lo spirito di Tutankhamon ha “punito” l’uccellino che aveva portato fortuna nello scoprire la tomba.

Già diversi turisti europei, vestiti di tutto punto, erano svenuti all’uscita della tomba, oppressi dal caldo mal combattuto dal loro abbigliamento – ed erano nate le prime fantasie di una “maledizione”.

Alla morte di Carnarvon inizia il delirio. Le voci si rincorrono, si amplificano in una sorta di telefono senza fili. In prima fila c’è il New York Times, che ha mal digerito l’esclusiva concessa agli odiati rivali britannici, e che già aveva pubblicato la storia del canarino ucciso dalla vendetta di Tutankhamon. Si parla di una ferita che Lord Carnarvon si sarebbe procurato con una punta di freccia nella tomba, imbevuta di chissà quale veleno. Il giorno della morte di Carnarvon ha già pubblicato un articolo parlando di “vendetta” del Faraone.

Viene rispolverata una novella di Louisa May Alcott (l’autrice anche di “Piccole donne”) che nel 1869 aveva pubblicato “Persi nella piramide, ovvero la maledizione della mummia”, che ovviamente non c’entra nulla ma è molto suggestiva.

Sir Arthur Conan Doyle. Il suo interesse per l’occulto fornì materiale per i seguaci della “maledizione”

Marie Corelli (al secolo Mary MacKay), una popolarissima scrittrice inglese di inizio secolo e la cui fama era in declino, ritorna agli onori della cronaca pubblicando una presunta lettera in cui avrebbe avvertito Lord Carnarvon dei terribili veleni lasciati nelle tombe egizie. Anche Sir Arthur Conan Doyle, l’autore di Sherlock Holmes, getta benzina sul fuoco parlando di un “elementale” generato nella tomba dai riti funebri in onore del Faraone.

Carter riceve decine di lettere da stramboidi di varia natura. La più bella è sicuramente quella firmata da una certa Marta RI “La legittima Sovrana, Imperatrice, Regina d’Inghilterra, Gran Bretagna, Impero Britannico e dei nostri dominii, Regina della Terra, del Dominio Mondiale e del Potere”.

Carter viene informato che “mi oppongo coscienziosamente al tuo progetto di cercare le tombe dei re e delle regine egiziane che sono passate da questa vita alla loro vita spirituale” da tale Martha RI, nientepopodimeno che “La legittima Sovrana, Imperatrice, Regina d’Inghilterra, Gran Bretagna, Impero Britannico e dei nostri dominii, Regina della Terra, del Dominio Mondiale e del Potere”.
Una certa Margit Labouchere afferma di essere “la sola a sapere il segreto” ed intima che “nessuno è autorizzato ad aprire il sarcofago!”

Il clamore è tale che la prestigiosa rivista scientifica “The Lancet” pubblica un articolo in cui conclude che il Conte sia stato ucciso da una polmonite, conseguenza di un’erisipela da streptococco aggravata dalla sifilide che Lord Carnarvon aveva dalla giovinezza e dall’incidente in auto che lo aveva quasi ucciso anni prima. Non basta.

Sir Bruce Ingham, un amico di Carter, riceve in dono un fermacarte ricavato da una mano mummificata e qualche giorno dopo perde la casa in un incendio; ovviamente la colpa è di Tut. La leggenda vuole che la mano avesse un braccialetto con su scritto: “Maledetto sia chi muove il mio corpo. A lui verranno fuoco, acqua e pestilenza”. Un finanziere americano, George Gould visita la tomba e subito dopo contrae una polmonite, morendo il 16 maggio 1923.

Un professore canadese muore per un’insolazione il giorno dopo aver visitato la tomba. Un radiologo, invitato a raggiungere il Cairo per radiografare la mummia, muore prima di arrivare in Egitto per una malattia misteriosa. Muore il fratellastro di Carnarvon ed un onorevole britannico che aveva assistito all’apertura del sarcofago.

Il caso più curioso è quello di Richard Bethell, segretario di Carter, che muore probabilmente di infarto nel suo letto a 46 anni nel 1927. Alla notizia, il padre si getta dalla finestra dal settimo piano; il suo carro funebre investe un ragazzo durante il funerale. Cosa avesse Tutankhamon contro quel povero ragazzo non ci è dato di sapere.

Un reporter, sempre del NYT, riporta la scritta del mattone magico trovato alle zampe di Anubi

Io sono colui che impedisce alla sabbia di soffocare la camera segreta, colui che respinge con la fiamma del deserto chi vorrebbe respingerlo. Io ho incendiato il deserto, ho confuso le strade. Io sono qui a proteggere l’Osiride, Nebkheperure, il Signore dell’Eternità”)

ma ci aggiunge

io ucciderò chiunque oltrepassi il sacro recinto del Re, che vive in eterno

Peccato che se lo sia completamente inventato.

Chi non si ricorda de “La mummia”, con Boris Karloff a dare vita alle paure di una maledizione?

Che i componenti della squadra di Carter godano di buona salute non importa a nessuno. Il solo Mace, a furia di inalare sostanze chimiche, morirà qualche anno dopo per le conseguenze di una pleurite che aveva da molto prima della scoperta. Lo stesso Carter morirà solo 17 anni dopo la scoperta della tomba (e ricordiamoci che era andato in Egitto proprio per problemi di salute). Impazziscono invece gli studiosi del British Museum, che si vedono recapitare migliaia di oggetti egizi da parte di persone che non vogliono più avere nulla a che fare con l’Egitto.

Nel 1934 muore Lythgoe, il referente del Met Museum in Egitto a cui Carter si era rivolto per l’aiuto professionale, ed i centralini dell’ospedale in cui era ricoverato saltano in aria per tutte le chiamate relative alla “maledizione”. Winlock, esasperato, pubblica un “bollettino” sulla salute della squadra di Carter: solo Lord Carnarvon e Mace sono morti nei dodici anni successivi alla scoperta, con pandemie varie in mezzo compresa la Spagnola. Una maledizione davvero scarsa…

La smentita di Winlock sui “numerosi decessi”, pubblicata dopo la morte di Lythgoe

Il figlio di Carnarvon dichiara invece negli anni ’70 che “non sa se una maledizione esista, ma non entrerei nella tomba neanche per un milione di sterline”. Meno male che non ci crede… L’attuale Lady Carnarvon sostiene che la maschera d’oro del Faraone sia più sottile proprio nel punto in cui fu punto George Herbert.

Disponibile su Amazon Prime Video…ancora oggi l’argomento “tira”

Per quanto possa sembrare incredibile, si è arrivati ad uno studio retrospettivo pubblicato nel 2002 sul British Medical Journal, in cui è stato dimostrato che la sopravvivenza per chi avesse avuto a che fare direttamente con il sepolcro del Faraone dopo una presunta “esposizione” alla maledizione (apertura della tomba, apertura della camera del sarcofago, apertura del sarcofago interno) non è stata diversa rispetto agli altri occidentali che non avevano visitato la tomba stessa. Tanto per cambiare, l’unico elemento statisticamente significativo è risultato appartenere al “gentil sesso”: 38 anni di sopravvivenza contro i 21 dei maschietti – e a dare una grande mano a questa statistica è stata proprio Lady Evelyn, serenamente spirata a 78 anni. Ma anche Mr. Adamson, il fedele guardiano che ha dormito nei pressi o dentro la tomba per ben sette anni fino al completo svuotamento, è sopravvissuto 60 anni prima di morire nel suo letto.

A Carter, nell’aprile del ’23 tutto questo non importa. L’unica cosa che conta è che lui è solo. Lord Carnarvon è morto. Lady Evelyn ha condotto in patria la salma del padre e non tornerà mai più in Egitto. Carter le farà visita a maggio, annotando solo un laconico “Visto Lady E”. Evelyn sposerà a ottobre Bograve Beauchamp, un politico del Suffolk, ponendo fine ai sogni.

Il matrimonio di Lady Evelyn. Una frettolosa voglia di “chiudere” e dimenticare?

Da solo, senza il suo munifico protettore, sotto gli occhi di tutto il mondo, contro la burocrazia egiziana e con il compito più straordinario che un archeologo abbia mai dovuto affrontare.

Cose meravigliose, Tutankhamon

TESORI, ONORI ED ONERI

A cura di Andrea Petta

Il giorno successivo all’incursione notturna della “Banda dei Quattro”, fervono i preparativi. Al mattino del 27 novembre Pecky Callender prepara l’allacciamento ed installa l’illuminazione elettrica. Non osano riempire il foro nella parete, Carter avrà l’idea di sottolinearlo invece come prova della violazione della tomba e favorire la spartizione dei reperti.

In realtà, la comunicazione inviata al Capo Ispettore sul contenuto del sito è stata mandata scientemente molto tardi il giorno prima; l’ineffabile Engelbach non vuole o non può muoversi in tempo e manda un Ispettore locale, Ibrahim Effendi, che viene abilmente circuito e non si accorge di nulla. L’ispezione evidenzia lo stato dell’Anticamera e dell’Annesso, e viene mostrato a Ibrahim Effendi che c’è casualmente un foro nella parete tra le due statue del Faraone “abbastanza grande da permettere il passaggio di un uomo”. Nel diario degli scavi Carter scrive:

Evidentemente la tomba al di là (del muro) era stata violata – dai ladri! Chissà? Ma c’erano prove sufficienti a dire che qualcuno era entrato”.

Chissà chi era stato, effettivamente…

Viene organizzata un’apertura “ufficiale” della tomba per il 29 novembre, con tutte le autorità presenti. C’è anche la moglie dell’Alto Commissario Britannico per l’Egitto, Lady Allenby, e, bontà sua, anche Engelbach. Lacau arriva invece il 30 e si mostra entusiasta della tomba.

Iniziano i preparativi: serve un cancello in ferro per proteggere i tesori, procurarsi il materiale per proteggere e restaurare i reperti estratti, bende, cotone, materiale fotografico ed un’automobile. Carter si procura il tutto al Cairo e ne attende la consegna, mentre Lord Carnarvon ed Evelyn ripartono per l’Inghilterra per passare le festività di Natale in Patria.

L’auto utilizzata da Carter e Carnarvon per i loro spostamenti ed un insolito garage per parcheggiarla…

Nel frattempo Carter pensa febbrilmente. Non ha a disposizione personale qualificato per affrontare ciò che hanno visto nella tomba. Fa un elenco mentale: 1) Fotografare; 2) Descrivere; 3) Proteggere; 4) Restaurare; 5) Tradurre; 6) Trasportare. Sa di essere qualificato per descrivere ed in parte per proteggere, ma per il resto?

Carter fa una scelta estremamente intelligente: non vuole fare tutto da solo. Telegrafa allora ad Albert Lythgoe, il referente del Met Museum per gli scavi a Deir El Bahari che aveva ereditato lo staff di Davis: “Scoperta colossale, necessito ogni assistenza” e gli chiede “in prestito” Harry Burton per le fotografie. Lythgoe replica immediatamente l’8 Dicembre: “Solo troppo felice di aiutare in ogni modo possibile. La prego di chiamare Burton e qualsiasi altro membro del nostro staff”. La disponibilità di Lythgoe sembrerebbe un esempio di collaborazione scientifica disinteressata; in realtà grazie a Carter (che intasca la sua commissione) il Met ha già acquisito i 225 pezzi del “Tesoro delle 3 Principesse” e “punta” ad acquistare parte della spartizione che Carnarvon si aspetta da Lacau.

L’allampanato Henry Burton con i suoi preziosissimi “ferri del mestiere”. Burton utilizzava mezzi all’avanguardia per l’epoca, soprattutto una fotocamera Sinclair “Una” a banco ottico. Nelle fotocamere a banco ottico, due standarte (anteriore e posteriore) sono collegate da un soffietto che permette di correggere le distorsioni prospettiche (come gli obiettivi “Tilt&Shift” Canon moderni), una caratteristica importantissima nella fotografia architettonica. La standarta anteriore ospita l’obiettivo mentre quella posteriore mostra l’immagine capovolta su una lastra di vetro, davanti alla quale veniva poi inserita una seconda lastra di vetro ricoperta dal materiale fotosensibile 

A sinistra: la Sinclair “Una” usata da Burton. A dir la verità ne possedeva una anche Lord Carnarvon, che però usava con risultati disastrosi, pare. Montava di solito un obiettivo Carl Zeiss da 13.5 mm f:4.5 e poteva accogliere lastre da 13×18 cm o le cosiddette “imperiali” da 4.5×6.5 pollici. La resa di negativi così grandi fu eccezionale nelle mani di Burton. A destra: una curiosità: questa è invece la Kodak Graflex appartenuta ad Howard Carter, dalla collezione Kodak al National Media Museum di Bradford. Usava lastre da 5×4 pollici ed aveva un signor otturatore già in grado di arrivare ad 1/1000

Insieme a Burton, dalla spedizione del Met si unisce a Carter anche Arthur Mace, un archeologo che aveva lavorato con Petrie e che sarà il fido aiuto di Carter. La collaborazione di Lythgoe sarà anche politico/diplomatica, ma lo vedremo più avanti.

Alan Gardiner, amico personale di Lord Carnarvon, si occuperà saltuariamente delle traduzioni. È stato chiamato di corsa da Carnarvon dopo aver scambiato rotoli di tessuto nelle casse dell’Anticamera per papiri; in realtà in tutta la tomba non se ne troverà neanche uno, e l’attività di Gardiner sarà abbastanza limitata, ma l’accenno ai papiri nelle prime note scatenerà la solita ridda di ipotesi complottesche su presunte sparizioni e furti.

Dal Dipartimento delle Antichità arriva invece Alfred Lucas, un chimico che si era trasferito in Egitto per curare la tubercolosi ed “arruolato” sia per la conservazione degli oggetti sia per la sua passione per la medicina forense (veniva definito dall’Egyptian Gazette lo Sherlock Holmes egiziano, ed in effetti sarà lui ad accorgersi dell’effrazione “moderna”) in previsione di ritrovare una mummia intatta.

La “Banda di Carter”, da sinistra a destra: Arthur Callender, Arthur Mace, Harry Burton, Howard Carter, Alan Gardiner e Alfred Lucas

Il 27 Dicembre, dopo il lavoro preliminare, esce il primo oggetto dalla tomba. È una splendida cassa in legno trovata appoggiata per terra davanti al muro che conduce alla camera sepolcrale. Di lì in avanti, la squadra di Carter lavora come una macchina da guerra. Burton fotografa in situ, evidenziando la posizione di ogni oggetto, Carter descrive, Lucas provvede a “stabilizzare” i reperti, spesso con paraffina, Alan Gardiner traduce se necessario, Callender organizza il trasporto in sicurezza, di nuovo Burton fotografa i singoli oggetti e Mace con Lucas completa il primo restauro.

Carter riesce a farsi affidare da Lacau la KV55 di Smenkhare/Akhenaton), vista la sua vicinanza alla tomba, come laboratorio fotografico per Burton (tanto, più danni di quelli di Davis non avrebbe potuto fare) e la KV15 come deposito e laboratorio di conservazione. Per paura dei ladri, appone anche alla KV15 un doppio cancello blindato. Il solito Weigall, avvelenato per essere stato escluso dalla squadra, dirà che “Carter ha blindato la sua scoperta meglio della Banca d’Inghilterra”.

L’autorizzazione di Lacau per l’utilizzo della tomba KV15 di Seti II come deposito ed ulteriore camera oscura per Burton
Lucas e Carter di fronte alla “Banca d’Inghilterra”, ossia al deposito della KV15 abbondantemente sprangata da Carter

I reperti escono uno dopo l’altro dalla tomba: durante l’estate vedremo con calma gli oggetti più significativi, che altrimenti verrebbero sviliti in questa narrazione.

Curiosi e giornalisti sciamano nella Valle e Carter ne è immensamente infastidito. Ogni volta che un oggetto esce dalla tomba è mitragliato dalle macchine fotografiche come se fosse una celebrità del neonato cinema. Carnarvon decide allora di firmare un contratto con il Times per l’esclusiva sulle notizie dietro un compenso di 5,000 sterline e il 75% del ricavato della vendita dei servizi ad altre testate. Sembra un bel colpo finanziario, sarà un terribile boomerang per il veleno che spargeranno gli “esclusi”, con il New York Times in testa.

A sinistra: uno dei telegrammi in cui fu discussa tra Carter e Carnarvon l’esclusiva dei diritti giornalistici al Times. C’era in ballo anche un’offerta per i diritti cinematografici, un’idea che piaceva immensamente a Carnarvon. A destra: Arthur Merton, il giornalista del Times che avrà il privilegio di raccontare in anteprima ed in esclusiva tutte le fasi della scoperta

L’atteggiamento irremovibile di Carter, che rifiuta anche le visite alla tomba autorizzate da Lacau, viene considerato un affronto alle autorità locali, un colonialismo che si scontra frontalmente con la nuova indipendenza politica dell’Egitto.

Il cosiddetto “manichino” fu volutamente lasciato scoperto da Carter nell’uscita dalla tomba ed il trasporto al deposito. Portato così da un caposquadra, sembrò che il Faraone in persona emergesse dalla tomba a raccogliere l’omaggio dei suoi sudditi.

Carter tira dritto per ora, e svuota l’Anticamera. A metà febbraio è pronto per l’apertura “ufficiale” della porta che conduce alla Camera del Sarcofago, un evento che diventa di risonanza mondiale. Il 16 febbraio ci sono tutti: ci sono Lacau, Engelbach e Ibrahim Effendi per il Servizio delle Antichità, le autorità locali e tutto lo staff di Carter, oltre ovviamente a Lord Carnarvon, che ride sotto i baffi sapendo già cosa c’è oltre la porta, ed Evelyn.

16 febbraio 1923: Carter e Carnarvon scoprono il “muro d’oro”, che emerge tra le due statue del Ka di Tutankhamon, lasciate in situ a bella posta per aumentare l’impatto visivo dell’evento

Piano piano Carter e Callender smontano dall’alto il muro. Dietro di esso, compare un altro muro, il muro d’oro del primo sacrario che lascia tutti attoniti. Da quel momento si scatena il caos: Carter scrive sul diario che “si deve arrendere ai visitatori”. Per dieci giorni illustri ospiti e tutti gli archeologi presenti in Egitto (alcuni con millantato credito) visitano la tomba. Il visitatore più illustre è la Regina del Belgio (che tornerà anche in marzo a visitare il laboratorio della KV15).

Il 26 febbraio Carter ricopre la tomba: il caldo impedisce di proseguire oltre. Continua invece il prezioso lavoro del laboratorio.

Lord Carnarvon ed Evelyn partono per Assuan per vedere il tempio di Ramses II, poi si sposteranno al Cairo, non prima di aver pianificato con Carter la successiva stagione di scavi.

George Herbert, V Conte di Carnarvon non sa che non rivedrà mai più la Valle dei Re.

Cose meravigliose

L’ULTIMA CHANCE

A cura di Andrea Petta

Quando Howard Carter giunge in Egitto a fine ottobre 1922, sa che deve giocarsi il tutto per tutto. È l’ultima stagione che Carnarvon può supportare, e lo sa. Decide quindi che abbatterà a malincuore le capanne degli operai che avevano lavorato alla tomba di Ramses VI, l’ultima zona di quel famoso “triangolo” che non aveva ancora scavato a fondo.

Le baracche degli operai davanti alla tomba di Ramses VI fotografate da Carter prima della demolizione (da “Tutankhamon”, Howard Carter)

A sinistra: la tomba KV9 di Ramses VI scavata nella parete della Valle; alla destra l’ingresso della KV62 di Tutankhamon. Pochissimi metri le dividono, incredibile che non fosse stata scoperta prima. A destra: per intenderci, la KV62 di Tutankhamon si sviluppa SOTTO l’ingresso della KV9 come si vede molto bene in questa proiezione

Contatta subito Arthur “Pecky” Callender, un ingegnere ferroviario in pensione con cui aveva lavorato anche negli anni precedenti per la ferrovia a scartamento ridotto che gli serve per portare via il materiale di scavo. Callender è un uomo di azione, un tuttofare abilissimo a trovare il materiale per costruire praticamente qualunque cosa. Sarà utilissimo.

Pierre Lacau con Howard Carter. Non sarà un rapporto pacifico

Il 1° novembre telegrafa a Lacau, subentrato a Maspero come Sovrintendente alle Antichità per chiedere il permesso di scavo. È una richiesta di solito solo formale, vista la concessione in essere per la Valle dei Re. Lacau risponderà solo 10 giorni dopo con una sibillina riserva del Comitato di Egittologia. Prime avvisaglie di un temporale che non tarderà ad arrivare.

La comunicazione/richiesta di Carter del 1° novembre
L’autorizzazione “con riserva” di Lacau dell’11 novembre. La riserva è un fatto inusuale, la concessione era valida e non c’era nessun motivo di dubitare che gli scavi non fossero effettuati con la massima perizia possibile.

Il 4 novembre, stanco di aspettare, Carter procede a demolire le capanne, e quasi subito scopre il primo gradino di una scala interrata. Sul suo diario scrive “Trovati primi gradini di una tomba” (“First steps of tomb found”). Cinque parole, con il paradiso dietro.

Diario di Carter, 4 novembre 1922. Cinque parole, scritte in trasversale, a segnare l’inizio di un’avventura che aveva sognato mille volte di vivere

Nel diario degli scavi, Carter scrive in maniera più dettagliata:
“Verso le 10 ho scoperto sotto quasi la prima capanna demolita le prime tracce dell’ingresso della tomba (Tut.ankh.Amen) Questo comprendeva il primo gradino dell’angolo NE (della scala scavata). È bastato poco tempo per dimostrare che si trattava dell’inizio di una ripida rampa scavata nel letto di roccia, circa quattro metri sotto l’ingresso della tomba di Ramses VI, e a una profondità simile al di sotto dell’attuale livello della Valle. E che era della natura di una scala d’ingresso di una tomba del tipo della XVIII dinastia, ma oltre a ciò non si poteva dire nulla fino a quando tutti i detriti sovrastanti non fossero stati rimossi.”

Il 5 la scalinata è quasi tutta libera e Carter si trova davanti una porta con segni di effrazione ma anche nuovamente murata e con i sigilli della Necropoli Reale. Non va avanti: sarebbe fare un torto a chi ha pagato gli scavi. Avesse scavato qualche centimetro in più avrebbe trovato i sigilli di Tutankhamon, ma è tardi e gli indizi rimangono confusi. Così telegrafa a Carnarvon “Finalmente fatta incredibile scoperta nella Valle – magnifica tomba con sigilli intatti – ricoperta in attesa vostro arrivo – Congratulazioni”. In quel momento, Carter esagera un po’; non può sapere se ci sia una tomba dietro a quella porta, figuriamoci se “magnifica”. Col senno di poi diventerà una descrizione riduttiva, ma intanto alimenterà i primi dubbi sulla correttezza delle procedure.

La tomba viene nuovamente riseppellita. Inizia un’agonia che dura due settimane. Il 23 finalmente Lord Carnarvon arriva nella Valle.

La scala ricoperta in attesa dell’arrivo di Lord Carnarvon e Evelyn

Lady Evelyn, Lord Carnarvon, Howard Carter e Perky Callender all’ingresso della tomba e la prima porta murata al termine della scalinata

Il 24 arriva anche Evelyn e si può procedere. Callender fa sgombrare del tutto la scala in presenza del Capo Ispettore Reginald Engelbach, inviato da Lacau a sovrintendere i lavori. Carter è perplesso: oltre alle due effrazioni – che fa notare ad Engelbach; è in ballo la clausola della “tomba intatta” della concessione a Lord Carnarvon – trova oggetti con i cartigli di Akhenaton, Smenkhare e Tutankhamon, insieme ad uno scarabeo di Thutmosis III ed il frammento di un altro scarabeo di Amenhotep III.

I sigilli sulla prima porta furono fotografati direttamente da Lord Carnarvon con pessimi risultati (come ammesso dallo stesso Carter nel suo diario degli scavi), dimostrando ulteriormente, come nel caso di Schiaparelli e della tomba di Nefertari, l’importanza di avere persone competenti in ogni ruolo negli scavi. Per fortuna i blocchi asportati furono poi fotografati da Burton

A questo punto è convinto che si tratti di un nascondiglio della fine della XVIII Dinastia, forse un deposito di oggetti dell’età amarniana, già saccheggiato nell’antichità.

Il 25 viene aperta la prima porta. Dietro c’è un corridoio ingombro di detriti. Engelbach dall’alto della sua esperienza con Petrie ed ansioso di svilire un “dilettante” come viene considerato Carter, sentenzia che sia un nascondiglio vuoto e se ne va, collezionando una delle figure di m… più spettacolari della storia. Non ha neanche visto che alla fine del corridoio c’è una seconda porta, con segni di effrazione e sigilli della Necropoli Reale proprio come sulla prima. Carter, da parte sua, si guarda bene dal farglielo notare.

Reginald “Rex” Engelbach. Rispedito al Cairo tre anni dopo, impiegò anni del suo tempo al Museo per etichettare in tre lingue i reperti del piano terra. Speriamo che almeno in questo fosse competente.

Il 26 novembre finalmente, viene praticato un foro nella seconda porta. Ci sono solo Carter, Lord Carnarvon con Evelyn, Callender ed i capi squadra di Carter. Alla luce tremolante di una candela, utilizzata per scoprire eventuali gas tossici in una stanza chiusa 3300 anni prima, Carter guarda dentro. L’impaziente Carnarvon gli chiede se riesca a vedere qualcosa. E, come sappiamo, Carter risponde:Sì, cose meravigliose.

Sì, cose meravigliose”
Questa è la visione diretta dalla seconda porta verso l’Anticamera, la prima immagine che ne ebbero Carter e gli altri scopritori

Tutti buttano uno sguardo dentro. Vedono il luccichio dell’oro, i letti funerari, gli oggetti in alabastro, i carri dorati, le statue di guardia ad un’ulteriore porta sigillata.

Sono tutti sotto shock. Richiudono la tomba, l’Ispettore Capo va avvisato nuovamente dicendogli con tutta la cortesia possibile che ha preso una cantonata formidabile.

La sera del 26 non dorme nessuno nella Valle. Il giorno dopo arriverà l’Ispettore, inizierà il lunghissimo lavoro di catalogazione, conservazione, restauro, decifrazione. Carter è un archeologo estremamente corretto, nel suo periodo nella Valle non aveva accettato compromessi con i predoni che campavano degli oggetti ritrovati. Ma quello che hanno intravisto è al di là di qualsiasi immaginazione, di qualunque fantasia.

Non sappiamo chi sia stato il primo a lanciare l’idea; è molto probabile che sia stata Lady Evelyn nel suo entusiasmo giovanile, o forse suo padre che finalmente vedeva il frutto di tutti i denari spesi. Fatto sta che nella notte si torna nella tomba, solo Carter. Lord Carnarvon, Evelyn e Callender.

Carter e Callender aprono un piccolo varco nella seconda porta, Evelyn entra per prima (è la più minuta) poi aiuta Carter, suo padre e Callender ad entrare. Finiscono in paradiso: l’Anticamera è ingombra di oggetti, d’oro, di straordinarie opere d’arte. Carter nota un pertugio nel muro di nord-ovest: porta all’Annesso, in cui gli oggetti sono in un disordine che suggerisce fosse la zona dove i tombaroli hanno esaminato gli oggetti – e dove probabilmente sono stati scoperti nell’antichità.

La parete nord dell’Anticamera fotografata da Burton prima dell’inventario e dello spostamento dei reperti. Al centro della parete, le canne ed il cesto di vimini posizionato a coprire la moderna effrazione prima dell’apertura ufficiale della tomba

E poi ci sono quelle due statue del Faraone colorate in nero che fanno la guardia ad un’altra porta sigillata. È assolutamente irresistibile per i quattro. Un nuovo varco viene aperto da Carter; oltre vede solo un corridoio ed una parete bianca. Teme che la stanza più segreta sia stata svuotata di tutto, febbrilmente apre un ulteriore varco ed entra, piedi in avanti nella camera sepolcrale. Il pavimento è più in basso rispetto all’Anticamera, svanisce alla vista dei suoi compagni. E scopre che quello che ha visto non era un corridoio, ma lo spazio tra la parete ed un sacrario di legno dorato che occupa quasi tutta la stanza. Entrano anche Evelyn e Lord Carnarvon; Callender non riesce a passare e rimane nell’Anticamera. La scena deve essere stata oltre ogni immaginazione hollywoodiana: tre persone alla luce delle torce dentro la stanza del sarcofago di un Faraone egizio che si guardano intorno scoprendo tesori ad ogni sguardo. C’è la statua di Anubi che li scruta dalla stanza del Tesoro, come aveva scrutato i predoni dell’antichità.

Il primo sacrario ha il sigillo infranto sulla porta; troppo impellente la necessità di aprirla. Carter lo apre e scopre un velo funebre decorato con delle rosette in oro.

I tre si fermano, troppo pericoloso andare avanti. Piano piano escono dalla stanza del sarcofago. Delle canne ed il coperchio di una cesta di vimini dell’Anticamera vengono messi a celare il varco aperto nel muro che la separa dalla stanza del sarcofago, poi sgusciano via alle prime luci dell’alba, con ancora l’ultima immagine del sepolcro impressa nella mente.

Sotto il velo, la porta del secondo sacrario con il sigillo intatto.

Tutankhamon è lì.

Per la prima volta la sepoltura di un Faraone egizio intatta.

Porta e sigillo sul secondo sacrario come lo videro Carter, Carnarvon ed Evelyn, ed il particolare del sigillo sulla porta del secondo sacrario, intatto. La prova che nessuno aveva più aperto quella porta dopo il funerale del Faraone, 3300 anni prima

Cose meravigliose, Nefertari

LA TOMBA DI NEFERTARI – I DIPINTI, IL DEGRADO ED IL RESTAURO

A cura di Andrea Petta

I DIPINTI

La roccia calcarea in cui è stata scavata la tomba presenta diverse fratture e depositi di materiale salino. È stato perciò necessario per gli artigiani dell’epoca intonacare le pareti della tomba con argilla mista a paglia sminuzzata e polvere di calcare. Lo strato non è però uniforme (più spesso nella Sala del Sarcofago ad esempio, dove le pareti erano più irregolari). Le figure sono in altorilievo e dipinte a tempera, i cui pigmenti sono “legati” prevalentemente con gomma arabica estratta dall’acacia. Un sottilissimo strato di bianco funge da base, sul quale veniva applicato un primo strato molto grossolano e successivamente i dettagli – con un contorno finale in tempera rossa o nera.

Nell’immagine di Nefertari sulla seconda scalinata si vede bene l’altorilievo delle figure e la discrepanza tra la “bozza” appena accennata ed il dipinto finale della parrucca della Regina, più spostata al centro

Alcuni colori, soprattutto il rosso ed il giallo, sono stati rifiniti per renderli più brillanti, probabilmente con resina ed albume SI è pensato per molto tempo che venisse utilizzata la cera d’api, mentre le analisi effettuate durante il restauro hanno invece evidenziato l’uso di gomma arabica estratta dall’acacia.

A volte anche i migliori sbagliano: nella Sala del Sarcofago alcuni geroglifici non sono stati terminati e colorati appropriatamente

Gli artisti hanno anche tentato di riprodurre ombre e rilievi mescolando i colori primari o applicando diversi strati di tempera. Un “trucco” particolare consisteva nel dare una prima mano di nero per rendere i colori come blu e verde particolarmente profondi.

Il cielo stellato è stato realizzato con un fondo di nero a cui è stato sovrapposto il blu egiziano, ottenendo un effetto patchwork

Tutti i colori seguono il concetto “iwen” che rende il colore parte integrante dell’oggetto o persona rappresentata, come ad esempio il verde per le raffigurazioni di Osiride e Ptah in quanto colore della rinascita.

Il verde è un pigmento sintetico, il Verde Egiziano, contenente anidrite, calcite, feldspato e quarzo.

Anche il blu è sintetico, il Blu Egiziano (cuprorivaite). Entrambi contengono silice, calcio, rame, ferro, sodio, magnesio ed alluminio. Il rosso è ossido ferrico (Fe2O3), con un’alta percentuale di arsenico. Il giallo è un ocra, anch’essa ricca in arsenico, mentre il bianco ed il nero sono gesso e carbone come al solito.

Una curiosità: nei lavori di restauro è “riemersa” una nota in ieratico sul ricevimento nella tomba di un carico di intonaco per “entrambe le squadre”, sottintendendo che ci fossero più squadre al lavoro contemporaneamente

IL DEGRADO

Quando Schiaparelli scoprì la tomba nel 1904, oltre all’evidente saccheggio da parte degli antichi tombaroli, che aveva lasciato pochi resti, apparve chiaro che alcuni dei dipinti erano già deteriorati.

Stranamente, il fotografo ufficiale di Schiaparelli era un religioso, Don Michele Pizzio. Don Pizzio, parroco per gli emigranti italiani in Brasile, e Schiaparelli si erano conosciuti grazie all’impegno di quest’ultimo a sostegno dei missionari. Le 132 fotografie di Don Pizzio su lastra di vetro sono state importanti per il lavoro di restauro illustrando le condizioni dei dipinti alla scoperta della tomba, ma erano di qualità enormemente inferiore rispetto a quelle che fece Harry Burton negli anni ’20 per il Metropolitan Museum di New York.

Nefertari sulla parete sud dell’Anticamera ripresa da Burton. La qualità dei dettagli è eccellente, anche a confronto con un’immagine moderna in alta risoluzione

Nel 1906 fu organizzato un primo intervento di messa in sicurezza, affidato a Fabrizio Lucarini, restauratore toscano probabilmente conosciuto da Schiaparelli negli anni della sua direzione presso il Museo Egizio di Firenze.

NOTA: Lucarini diventerà famoso qualche anno dopo, nel 1913, quando gli verrà affidato il restauro della Gioconda di Leonardo, recuperata dopo il celebre furto del 1911

Desquamazione e degrado del colore sono stati tra i principali “nemici” dei dipinti

Nonostante questo, la tomba rimase aperta ai visitatori fino agli anni ’20, quando si manifestarono ulteriori danni dovuti al caldo ed all’umidità. L’uso di lumi a petrolio in questi anni ha aggravato la situazione aggiungendo una patina grigiastra ed oleosa ai dipinti.

La Sala del Sarcofago è quella che ha subito maggiormente danni dalla scoperta di Schiaparelli ai giorni nostri. Il confronto tra le immagini del 1904 e quelle del 1989 è impietosa, qui la parete sud-est, dove inizia l’attraversamento dei 10 portali del capitolo 144 del Libro dei Morti. Aver lasciato deteriorare così alcune tra le immagini più belle che l’Antico Egitto ci aveva tramandato è, a tutti gli effetti, un crimine.

Nelle immagini si può vedere come, oltre al deterioramento dei colori, larghi pezzi di intonaco si siano staccati rovinando per sempre alcuni dipinti. Il sale presente nella tomba, evaporando con l’umidità si è ri-cristallizzato sulle pareti aggravando la situazione di molti dipinti.

Un altro esempio del deterioramento moderno, tra la tavola originale di Schiaparelli e l’attuale stato di conservazione. Il muso del Guardiano è andato perso, come una parte dei geroglifici in alto a sinistra ed in basso a destra

IL RESTAURO

A metà degli anni ’80 venne quindi varato un progetto di restauro della tomba da parte del Getty Conservation Institute in collaborazione con la Sovrintendenza alle Antichità Egiziana. A capo del progetto di restauro due italiani, i professori Paolo e Laura Mora, precedentemente impegnati per quasi quaranta anni all’Istituto Centrale del Restauro di Roma.

Paolo e Laura Mora, responsabili del restauro dei dipinti della QV66. Un lavoro pazzesco, svolto con enorme maestria. Un ringraziamento imperituro a loro ed a tutto lo staff.

Un primo restauro di emergenza è intervenuto sui decori sollevati dall’intonaco ed in pericolo di staccarsi. Strisce di carta a grana fine di corteccia di gelso giapponese sono state posizionate su ciascuno dei frammenti sollevati e fissate con cura al muro utilizzando una resina acrilica.

L’applicazione di strisce di carta di gelso fissata con resina acrilica per impedire il distacco di altre parti dei dipinti. Sono state usate più di diecimila striscioline di carta di gelso per fissare le parti più esposte dei dipinti

Il piede di Osiride, Sala del Sarcofago (scena dell’incontro con Nefertari, parete nord) prima e dopo il restauro. A partire da un pezzo di intonaco quasi completamente staccato, sono stati rimossi i depositi salini sottostanti con un bisturi, eliminati i residui con l’aria compressa, iniettato una malta composta da acqua, sabbia finissima, gesso e resina acrilica, pressato il frammento nella sua posizione originale, e successivamente ripulito. Il tutto con la paura di perdere definitivamente il dipinto originale

Dopo una pulizia preliminare (anche di precedenti tentativi di restauro), è stato consolidato l’intonaco per prevenire ulteriori danni con l’iniezione di una sorta di malta (ottenuta con sabbia, gesso ed una resina acrilica come collante) nei punti sollevati dei dipinti, e sono stati re-incollati i frammenti recuperati. Alcuni materiali dei restauri passati sono stati particolarmente difficili da rimuovere avendo anche “invaso” l’area dei dipinti.

I danni dei precedenti restauri, con il materiale di riempimento che aveva coperto parte dei dipinti, sempre scena dell’incontro con Osiride, parete nord della Sala del Sarcofago
Un altro esempio di cattivo restauro del passato è il soffitto della seconda scalinata, in alto scendendo dall’Anticamera. La zona notevolmente più chiara a sinistra nella foto è l’effetto dell’uso di un solvente troppo aggressivo che ha distrutto la colorazione blu/nero del cielo

È stato necessario rimuovere con l’acetone uno strato di fuliggine causato dai lumi a petrolio usati durante i lavori di Schiaparelli e le successive visite alla tomba, nonché un bel numero di manate sporche.

Un ulteriore esempio di restauro conservativo (Pilastro 3 della Sala del Sarcofago): un intero pezzo del dipinto con l’intonaco sottostante si era staccato ed andato perso. Si è deciso di riempire lo spazio lasciato vuoto con un nuovo intonaco in colore neutro portandolo al livello del dipinto in altorilievo segnandone il contorno, ma di non ricreare il disegno od i colori del frammento mancante. Scelta corretta? Avremmo preferito un restauro ricreativo, riproducendo il frammento mancante rendendolo più “completo” ma meno “originale”?

L’immagine di Osiride davanti alle offerte di Nefertari nell’Annesso orientale ha causato un dilemma particolare in quanto restaurato malamente negli anni ’50. Dopo lunghe discussioni, è stato deciso di ricoprire il restauro maldestro, che sarebbe però facilmente “recuperabile” togliendo lo strato di intonaco messo sopra.

L’Osiride del dilemma: in alto a sinistra la tavola originale di Schiaparelli; il alto a destra come appariva negli anni ’20. In basso a sinistra dopo il maldestro restauro negli anni ’50: colori sbagliati, disegno del trono di Osiride completamente diverso dall’originale. Si è deciso di coprire l’area restaurata con intonaco neutro, facilmente rimovibile però se si volesse ripristinare la figura come negli anni ’50.

Da notare che il lavoro di restauro non ha aggiunto nessun colore ai dipinti della tomba, quindi quelli che vediamo sono i colori originali usati dagli artisti egizi.

La famosa foto che ritrae Lorenza D’Alessandro, una delle restauratrici del gruppo di Paolo e Laura Mora, a tu per tu con Nefertari, a cui sta ridonando l’antico splendore. Ricordiamoci che dietro ad ogni scoperta, ad ogni recupero dei reperti ci sono delle persone, dei professionisti che usano tutte le loro capacità e tutto il loro talento per permetterci di continuare ad apprezzare questa straordinaria civiltà

Riferimenti:

John K. McDonald, House of Eternity: The Tomb of Nefertari.Los Angeles, 1996

Miguel Angel Corzo e Mahasti Afshar, Art and Eternity: The Nefertari Wall Paintings Conservation Project, 1986-1992 Los Angeles, 1993

Ernesto Schiaparelli (1904), “La Tomba di Nofretari Mirinmut,” Relazione sui lavori della missione archeologica italiana in Egitto, Volume 1 (Torino, G. Chiantore, 1923)

Rose, Bone-Muller, Ferrero Il passato rivelato White Star Edizioni, 2012

Cose meravigliose

TANTI PETTEGOLEZZI E TANTI SCAVI PRIMA DEL SUCCESSO

A cura di Andrea Petta

George Herbert, V Conte di Carnarvon, è in Egitto quasi per caso.

Appassionato di cavalli e di macchine da corsa, dopo una serie di multe per eccesso di velocità ha avuto un incidente a Schwalbach, in Germania, alla guida di una Panhard Levasseurs. Cappottatosi nel fossato per evitare un carro si è rotto diverse costole e danneggiato un polmone, motivo per cui i medici gli suggeriscono di passare l’inverno in un clima più secco di quello inglese.Questa la versione ufficiale.

In realtà George Herbert in Egitto c’era già stato alla fine del XIX secolo, condotto dal suo migliore amico con cui aveva condiviso gli anni di Eton, il principe indiano Victor Duleep Singh, figlioccio della regina Vittoria e figlio dell’ultimo Maharajah di Lahore. Si dice che Singh abbia iniziato al sesso il giovane Conte con una prostituta del Cairo e che il Conte ne abbia riportato in Inghilterra una splendida malattia venerea che condizionò di lì in avanti la sua vita sessuale. In compenso Singh si installò a casa dei Carnarvon fino al suo matrimonio con Lady Coventry.

Il principe Victor Duleep Singh in costume tradizionale indiano. Fece scalpore all’epoca il suo matrimonio con Lady Anne Coventry, una figlia del IX conte di Coventry, che aveva otto anni meno di lui: era la prima volta che un principe indiano sposava una nobildonna inglese, e il matrimonio fu reso possibile soprattutto grazie all’intervento diretto del principe di Galles (poi Re Edoardo VII)

“Casa” è però un termine riduttivo. La dimora di famiglia dei Carnarvon è una delle più antiche in Inghilterra, quell’Highclere Castle reso famosissimo ai giorni nostri dalla serie TV “Downtown Abbey”. Gestire una residenza del genere ed avere gusti dispendiosi avevano però gettato la famiglia Carnarvon praticamente sul lastrico. La soluzione, molto comune all’epoca, è un matrimonio di convenienza con Lady Almina Wombwell, figlia illegittima di Alfred de Rothschild – “quei” Rothschild – che porta in dote una colossale montagna di soldi.

Highclere Castle, la casetta di famiglia dei Carnarvon

Il matrimonio è cordiale, ma freddo. Una storia che ricorda in piccolo quella di Lady D. Forse la malattia del Conte lo influenza, forse la presenza di Victor Singh in casa. Tant’è che quando Almina è incinta del primo figlio, il futuro Conte Henry Herbert, affitta ben due case a Londra per il parto – di cui una segreta nel caso il neonato fosse di colore…sbagliato. Il matrimonio di Victor Singh lo stesso anno fortunatamente toglie una presenza imbarazzante da Highclere, ma i rapporti con suo marito resteranno sempre molto distaccati.

Una delle tante multe inflitte al Conte, che evidentemente amava fin troppo la velocità, e una Panhard Levasseur del 1904, simile a quella con cui Lord Carnarvon rischiò di perdere la vita in Germania. 15 cavalli di potenza ed una linea all’avanguardia per l’epoca

Comunque sia, quando George Herbert approda per la seconda volta in Egitto nel 1907 rimane come molti suoi contemporanei affascinato da ciò che la sabbia nasconde ancora. A differenza di quei “molti” però, lui ha ora una favolosa fortuna che può impiegare negli scavi. Chiede una prima concessione che gli porta poco o nulla, e per l’anno successivo chiede consiglio a Maspero nella sua veste di Direttore del Servizio Antichità che, come abbiamo visto, gli consiglia quell’Howard Carter che era stato alle sue dipendenze.

I due non potrebbero essere più diversi. Lord Carnarvon nobile, istruito, esuberante e libertino (raccoglierà migliaia di foto di nudi femminili che farà distruggere dopo la sua morte); Howard Carter plebeo, senza istruzione, povero al limite della sopravvivenza, rigido e stoico nel suo modo di vivere. Eppure i contrari si attraggono ed inizia un’avventura lunga 16 anni.

La Valle dei Re però è off-limits, vincolata fino al 1914 a Theodore Davis da una concessione che rimarrà una macchia sulla storia di Maspero che l’aveva concessa.

Davis nei primi anni trova tombe una dietro l’altra: Thutmosis IV, Hatshepsut, Siptah, Yuya e Tuya, Horemheb e la “famigerata” KV55 di Akhenaton/Smenkhare in cui fece più disastri dei predoni. Ma all’appello continua a mancare Tutankhamon, di cui all’epoca si sa poco o nulla e diventa l’ossessione di Carter, che sceglie di scavare a Dra Abu El Naga, la zona delle tome dei nobili tebani, per rimanere vicino alla Valle dei Re.

Per sette anni tra scavi ed acquisto di pezzi dai commercianti della zona (più da questi ultimi, a dirla tutta…) accumula un discreto bottino per Lord Carnarvon (finirà poi quasi tutto – 1,200 pezzi – al Met Museum di New York quasi per dispetto al British Museum che considerava molto poco quei “due dilettanti”). Una curiosità: nel 1910 Lord Carnarvon manda dei veri “mattoni inglesi” in Egitto e Carter si costruisce una dimora sul sito degli scavi che chiamerà ironicamente “Carter Castle”, così lontano da quell’Highclere dei suo finanziatore…

Castle Carter, la residenza egiziana di Howard costruita rigorosamente con mattoni inglesi. Disegno dell’architetto Howard Carter, ovviamente

Nel 1914 finalmente Davis “molla” la Valle dei Re, uscendosene con un improvvido “la Valle ha ormai rivelato tutti i suoi segreti…non c’è altro da scoprire” di belzoniana memoria. Carnarvon e Carter riescono a farsela assegnare da un Maspero stanco e malato (morirà poco dopo il suo rientro in Francia) nel momento più sbagliato del mondo.

La I Guerra Mondiale imperversa e miete milioni di vittime in Europa. Anche le imponenti risorse dei Carnarvon vacillano. Lady Almina ha allestito un ospedale a Highclere per i reduci del fronte; uno di questi reduci le sarà “fatale”, ma questa è un’altra storia.

Carter intanto ha individuato subito una zona promettente in un triangolo costituito dalle tombe di Ramses II, Ramses VI e Merenptah. La mappa che disegna nel 1917 come zona di scavi è praticamente sopra la tomba che cerca ma diversi fattori lo ritardano, non ultimo il flusso di visitatori verso la tomba di Ramses VI (pregevolmente decorata) che lo spinge ad iniziare gli scavi dal lato “sbagliato” (col senno di poi) del triangolo e lasciare in piedi alcuna capanne degli operai che avevano lavorato alla tomba di Ramses VI. Anche i detriti lascati da Davis sono un enorme problema, tanto da far costruire a ferrovia a scartamento ridotto, tipo Decauville, per sgombrare tali detriti.

Le stagioni si susseguono senza grossi risultati. Due fatti però rallegrano Carter:

  • Nel 1920 Lord Carnarvon porta per la prima volta in Egitto la figlia Evelyn. Anche se doveva conoscere bene Carter per le sue visite in Inghilterra, Evelyn, all’epoca 19enne, nell’ambiente esotico del Nilo ne fu contemporaneamente attratta e messa in soggezione. Probabilmente Carter accarezzò per anni il sogno proibito di diventare il genero del suo finanziatore
  • Nel 1921 finalmente qualcuno si degna di esaminare i reperti che Davis ha mandato al Met Museum e scopre che gli oggetti trovati nel pozzo dal duo Davis/Ayrton sono i resti del banchetto funebre per Tutankhamon. Quel qualcuno è Arthur Winlock, un egittologo americano amico di Carter che ritroveremo più avanti.
Evelyn con suo padre durante la prima visita in Egitto nel 1920

Nel 1921 Carter ci va veramente vicinissimo. Scrive sul giornale degli scavi: “3 gennaio 1921. Gli scavi sono proseguiti fino a mettere a nudo la roccia. Non potendo continuare davanti alla tomba di Ramses VI a causa dei turisti e della visita imminente del Sultano, spostati gli uomini in un’altra parte della valle, ovvero la parte che conduce alla tomba di Thothmes III”.

Praticamente a pochi metri dal traguardo.

Potrebbe essere un rinvio fatale, perché Lady Almina non ne può più di buttare soldi mentre ha in progetto una casa di salute a Londra e anche Lord Carnarvon è sfiduciato. Carter a malapena strappa ai due le risorse per un ultimo anno di scavi.

A fine ottobre arriva a Luxor con una novità: un canarino giallo, probabilmente un Gloucester, che verrà chiamato “l’uccellino d’oro”.

Porterà fortuna.

Cose meravigliose

LA GRANDE BELLEZZA

A cura di Andrea Petta

La Grande Bellezza, la Brutta Politica e la Pessima Comunicazione (Ernesto Schiaparelli e Nefertari)

Agli albori del XX secolo il mondo archeologico egiziano sta cambiando. L’epoca dei saccheggi, anche travestiti da presunti scavi archeologici, sta tramontando. Si seguono regole via via più precise e stringenti, servono permessi ed autorizzazioni. C’è concorrenza tra le diverse spedizioni europee per farseli assegnare. La neonata Missione Archeologica Italiana (M.A.I.) sgomita un po’ a Giza nel 1903 con le corrispettive missioni inglesi e tedesche, poi ripiega a Tebe. Ma la Valle dei Re è off-limits per i sabaudi, è stata assegnata loro la Valle delle Regine, l’antica Ta Set Neferu, il Luogo delle Bellezze. Le speranze sono comunque grandi per l’uomo a capo della spedizione, pensa che tra le tombe dei nobili si possa trovare qualcosa di grande valore archeologico.

Ernesto Schiaparelli non sa che sta per scoprire la tomba probabilmente più bella di tutto l’Antico Egitto.

Sì, cose meravigliose vennero alla luce con Schiaparelli…

Figlio di un professore di Storia dell’Università di Torino, era nato 48 anni prima in un paesino del Biellese, Occhieppo Inferiore, che le cronache dell’epoca descrivono come “diversamente fortunato”: terreno poco fertile, clima freddo, niente pascoli montani e niente castagneti, che fornivano l’alimento per la sopravvivenza invernale. Gli Schiaparelli sono però benestanti da quando un lontano antenato ha iniziato a conciare le pelli e possono far studiare i figli. Ernesto studia lettere a Torino, poi può permettersi di andare un anno alla Sorbona a Parigi, e quell’anno gli cambia la vita. Segue le lezioni di Maspero in quel periodo e la sua strada prende la direzione del Nilo. Dirige la Sezione Egiziana del Museo Archeologico di Firenze, poi direttamente il Regio Museo d’Antichità ed Egizio di Torino. In quel ruolo potrebbe limitarsi a gestire acquisizioni ed esposizione, ma Ernesto è “figlio” della scuola francese ed è convinto dell’importanza del lavoro sul campo. È già stato un paio di volte in Egitto, ed ha partecipato alla scoperta della tomba di Harkhuf, un nomarca della VI Dinastia, che gli ha confermato quanto sia importante operare in prima persona.

La lettera originale di Schiaparelli al Ministro della Pubblica Istruzione con la richiesta di istituzione della Missione Archeologica Italiana.

Furbescamente non menzionò mai se una missione archeologica fosse più o meno dispendiosa dell’acquisizione diretta di reperti e menzionò una lettera di “invito agli scavi” di Maspero che in realtà non esisteva…

Nel 1903 riesce quindi a farsi assegnare un budget da Vittorio Emanuele III ed i permessi dal suo vecchio insegnante, Maspero. Il budget è in realtà irrisorio: l’equivalente di più o meno 90,000 euro attuali all’anno per soli quattro anni. Schiaparelli risparmierà peggio di un genovese negli scavi; lui stesso sfrutterà sempre l’accoglienza dei missionari invece degli alberghi (supporterà sempre l’opera delle missioni religiose). E la concorrenza per le concessioni è spietata. I francesi fanno ancora la parte del leone; poi ci sono gli inglesi con Petrie che è una specie di macchina da guerra archeologica, gli statunitensi con Reisner (che porterà a Boston un mare di reperti) e stanno arrivando i tedeschi con Borchardt, che farà il “botto” ad Amarna. A stento, e apparentemente solo per la loro vecchia conoscenza, ha strappato a Maspero la concessione per la Valle delle Regine e le necropoli tebane. In realtà c’è un sottile gioco politico dietro, con un’alleanza italo-francese nell’area del Mediterraneo per limitare l’espansione britannica.

L’autorizzazione originale di Maspero agli scavi della M.A.I. nella Valle delle Regine

Per dare un’idea dell’affollamento a Giza nel 1903:
Seguendo le istruzioni del Maspero, Direttore Generale delle Antichità per il Governo Egiziano, si spartì l’area cemeteriale come segue:
1) agli Italiani era assegnata, del Cimitero Occidentale di Cheope diviso in tre striscie (sic) E-W, la striscia sud, inoltre del Cimitero Orientale di Cheope, diviso in due parti dal prolungamento della mediana E-W della piramide di Cheope, la parte sud;
2) ai Tedeschi, del Cimitero Occidentale di Cheope la striscia centrale, il Cimitero Meridionale di Cheope, il Cimitero Orientale di Chefren;
3) agli Americani, del Cimitero Occidentale di Cheope la striscia nord, del Cimitero Orientale di Cheope la parte nord, nonché il Cimitero Orientale di Micerino

E così, nel 1904 scopre tra le altre l’ingresso della tomba di Nefertari. La tomba è stata completamente saccheggiata ma ebbe a scrivere Schiaparelli “Sebbene i corredi funerari rinvenuti fossero pochissimi, (noi) ci siamo comunque rallegrati del ritrovamento, poiché oltre ad essere la tomba di una delle più famose regine egizie, era anche di una singolare bellezza”. Rallegràti? Singolare bellezza? Se avesse trovato il busto di Nefertiti cosa avrebbe detto? “Bella statuetta”? In realtà la tomba verrà descritta come “la Cappella Sistina egizia” e la vedremo nel dettaglio con tutto il suo splendore.

Stereografia (all’epoca andavano di moda) dell’ingresso della tomba di Nefertari. Schiaparelli è tutto a destra, con il cappello. L’arco appena costruito (con allegata porta in ferro) è quello menzionato da Carter nelle relazioni annuali dei lavori svolti

Schiaparelli però non la sfrutta; il lavoro nelle tombe della Valle delle Regine dura solo un anno ed incredibilmente al termine di quell’anno Schiaparelli è in enorme difficoltà. I reperti disponibili per Torino sono pochi, paradossalmente Nefertari si rivela una cocente delusione in termini di oggetti da mostrare. Mettiamoci anche che Schiaparelli non è proprio un fulmine di guerra nelle comunicazioni – Belzoni probabilmente lo avrebbe preso a ceffoni al riguardo, e se li sarebbe meritati tutti – tanto da scrivere qualcosa sulle spedizioni della M.A.I. (nomen omen) solo vent’anni dopo. La cosa avrà gravi ripercussioni.

La missione italiana, senza pubblicazioni eclatanti, politicamente conta veramente poco nel panorama dell’epoca. Negli Annali del Servizio delle Antichità Egizie il loro lavoro viene completamente ignorato. La nota di Howard Carter (!) del 1904 è: “Per le tombe recentemente scoperte di Nefertari-Meri-Mut e Seth-hi-khopesh-ef, sono stati costruiti archi sopra gli ingressi per proteggerli dall’acqua piovana o dalla caduta di pietre; si stanno realizzando porte placcate in ferro, e spero di farle riparare prima della fine dell’anno. Ho fatto qui l’esperimento di un nuovo progetto di porta di ferro fino ad ora utilizzata per le tombe”. Tutto qui. Più importanti le porte delle decorazioni.Maspero addirittura si limita a “[gli italiani] hanno svuotato le tombe scoperte l’anno scorso e ce le hanno consegnate” manco fossero i corrieri di Amazon (1904); “[Schiaparelli] ha sgomberato diverse tombe nella Valle delle Regine senza trovare nulla di valore” (1905). Con tanti saluti a Nefertari ed agli artisti che hanno lavorato alla sua tomba, sic transit gloria mundi.

Rilievi nella QV66

E così il finanziamento del Re sta per scadere; per mesi gli operai continuano a imbattersi in tombe dove i saccheggiatori hanno già fatto man bassa di oggetti preziosi. Lo “salva” il sito (considerato fino a quel momento secondario) di Deir el Medina, dove in sua assenza notano una struttura a piramide che racchiude una cappella dipinta di grande bellezza. Verso la metà di febbraio 1906, una porta in legno al fondo di un angusto corridoio sotterraneo svela una delle più grandi scoperte dell’egittologia mondiale: la tomba intatta di Kha e della sua sposa Merit, un magnifico corredo intatto di oltre 500 oggetti rimasti sepolti per oltre 3000 anni. Degli oltre 30mila reperti che dal 1903 al 1920 giungono a Torino grazie alla Missione Archeologica Italiana, questo tesoro rimane tra i capolavori più ammirati del museo Egizio.

Non pubblicando nulla, il “giudizio” del solito Maspero è lapidario: “[Schiaparelli] portò alla luce, a Déîr-el-Médinéh, tre o quattro tombe danneggiate della XX e XXI dinastia (…) Schiaparelli oltrepassò le rive del Nilo quasi senza fermarsi lì, e i pochi colpi di piccone che diede sui luoghi concessi al governo italiano furono di poco frutto; “L’Italia, che ha molte località interessanti, ne ha utilizzate solo due”.

La “Stele di Kha e Meryt” era già a Torino (collezione Drovetti), come era nota la cappella piramidale che fece comunque da “guida” per gli scavi

Sull’onda dei reperti di Kha, il governo sabaudo prolungherà il finanziamento alla M.A.I. fino al 1920. Schiaparelli diventerà anche Senatore del Regno, più per motivi umanitari legati alle missioni francescane ed al supporto agli emigranti italiani.

Schiaparelli non è stato il primo egittologo italiano in Egitto (Belzoni e Drovetti negli anni Venti dell’Ottocento peraltro furono collezionisti e non egittologi), ma il primo a cercare per conto dell’Italia come stato-nazione – nel bene e nel male. Ebbe dei meriti pionieristici e delle lacune anche caratteriali.Nei prossimi post cercherò di rendere onore alle sue principali scoperte, a partire dall’ultima dimora della Regina “attraverso il cui splendore brilla il Sole”.

Riferimenti:

  • Silvio Curto, Gli Scavi Italiani A El-Ghiza (1903). Roma, 1963
  • Enrica Parlamento, Ernesto Schiaparelli: insigne uomo di scienza e di fede dalle origini occhieppesi. Occhieppo, 2006
  • Ernesto Schiaparelli, Una Tomba Egiziana Inedita Della VI Dinastia- Accademia deio Lincei, 1892
  • Jarsaillon, Carole, “Schiaparelli et les archéologues italiens aux bords du Nil : égyptologie et rivalités diplomatiques entre 1882 et 1922”, Rivista del Museo Egizio (2017)