Ay, successore di Tutankhamon con il nome di Kheperkheperura fu un funzionario di considerevole rilievo durante il regno di Akhenaton, nel corso del quale ebbe i titoli di Portatore di flabello alla destra di sua maestà, Capo di tutti i cavalli del re, Primo degli scribi di sua maestà e Padre del Dio.
Non si sa se fosse di stirpe reale. Alcuni studiosi sostengono che fosse il padre di Nefertiti e di Mutnodjemet, moglie di Horemheb, altri che fosse figlio di Yuya e Tuya e quindi fratello o fratellastro di Tiye, Grande Sposa Reale di Amenofi III, e quindi zio di Akhenaton. In realtà avrebbe ben potuto essere sia il fratello di Tiye che il padre di Nefertiti e Mutnodjemet, e tali legami spiegherebbe il suo prestigio a corte e la sua nomina a componente del Consiglio di Reggenza che diresse ed amministrò l’Egitto quando Tutankamon era in età minorile. Certamente sua moglie Tyie fu la balia di Nefertiti.
Alla morte del sovrano Ay, che doveva avere un’età compresa tra i sessanta e settant’anni, salì al trono, forse approfittando dell’assenza di Horemheb impegnato in una campagna contro gli Ittiti e regnò per circa quattro anni. Si fece carico di organizzare le esequie di Tutankhamon, tant’è che appare dipinto sulla parete della sua tomba mentre esegue la cerimonia di apertura della bocca e forse ( ma come si è già detto non è certo) sposò la sua vedova Ankhenamon per rafforzare suo diritto al trono.
Particolare della tomba di Tutankhamon, dove è raffigurato Ay che compie il rito dell’apertura della bocca sul faraone.
L’ascesa al trono di Ay ha avuto diverse interpretazioni da parte degli egittologi. In passato alcuni studiosi pensavano che la brama di potere l’avesse spinto a compiere atti sanguinosi, come l’assassinio di Tutankhamon, della sua regina, di una serie di fedeli cortigiani e del Principe Zannanza, figlio del Re Suppiuliuma inviato in Egitto su richiesta di Ankhenamon per diventare successore di Tutankamon.
L’eminenza grigia del regno di Tutankhamon fu quindi un usurpatore e un assassino? In realtà la sua posizione va analizzata con attenzione. Gli omicidi di cui era incolpato sono smentiti dalle prove storiche, archeologiche e scientifiche. Si è propensi a pensare quindi che Ay fu un servitore fedele, che non tradì mai la famiglia reale e che, al contrario, cercò in tutti i modi di salvare la corte, consigliando al giovanissimo Tutankhamon di restaurare i templi e di riavvicinarsi al clero di Amon. La figura di Ay è circondata da un unico alone di sospetto: potrebbe aver preso parte a un piano per impedire che il figlio del re straniero salisse al trono. Purtroppo non possiamo conoscere con precisione come si svolsero i fatti. Durante il suo regno portò avanti il programma politico già suggerito a Tutankamon, continuando l’opera restaurazione del culto degli antichi dei e cercando di riavvicinare la corte al popolo. Fece erigere a Karnak un tempio dedicato al suo predecessore; l’edificio venne realizzato con la tecnica dei talatat e presenta pitture con scene di guerra contro gli Asiatici, sebbene in quel periodo gli Egizi non avessero combattuto contro gli antichi rivali.
Amuleti in faience turchese, riportanti la titolatura reale del faraone Ay ,un’usanza che risale al Medio Regno. Furono rinvenuti nel tempio funerario di Ay, a Medinet Habu. ( Museo di Brooklyn)
Altri templi sorsero, per ordine di Ay, a El Salamunu nei pressi di Akhmin e a nord di Medinet Habu, dove iniziò la costruzione del proprio tempio funerario. Egli era, probabilmente, il padre o il nonno di Nakhtmin, che fu generalissimo durante il regno di Tutankhamon e che avrebbe dovuto essere suo successore se non fosse deceduto prima di lui.
Il faraone morì in un periodo storico che non è stato ancora identificato con certezza, tra il 1318 e il 1314 a. C. oppure tra il 1329 e il 1325 a. C. Il luogo esatto della sua sepoltura rimane un mistero ; egli fece costruire una prima tomba ad Amarna che non fu mai utilizzata e che conserva una delle varianti più complete dell’Inno all’Aton, e probabilmente fu sepolto nella KV23, posta nella Valle delle Scimmie ( denominata pure WV23 perché sita nella West Valley). Secondo alcuni storici, il suo sonno eterno e la sua tomba vennero profanato dal suo successore Horemheb, mentre altri studiosi sostengono che la sua mummia sia stata in realtà seppellita ad Akmin, sua città d’origine.
Fonte:
Enciclopedia Egitto, volume secondo – L’impero – a cura del professor Maurizio Damiano – Fabbri Editori.
Ay: il faraone successore di Tutankamon di Giampiero Lovelli
Le informazioni certe sulla vita di Ankhesenemon sono pochissime a causa della damnatio memoriae che colpì la famiglia amarniana.
Ella era la terza figlia di Akhenaton e di Nefertiti, nacque ad Amarna attorno al 1348 a. C. e le fu imposto il nome di Ankhesenaton; con le sorelle Meritaton e Meketaten divenne “Principessa Senior” e come tale doveva adempiere a molti doveri ufficiali, sia civili che religiosi.
Forse fu data un sposa al proprio padre, e poi, a tredici anni di età, a Tutankhamon, che aveva appena otto anni, la loro unione non fu allietata dalla nascita di figli, anzi, nella tomba del giovane re furono trovati i feti di due bambine, probabilmente figlie della coppia.
Secondo alcuni studiosi ella sposò Ay, successore di Tutankhamon, per legittimare la sua ascesa al trono e rinforzare la sua posizione prendendo in moglie la regina restauratrice dell’antico culto; questa ipotesi tuttavia è stata ritenuta come poco verosimile in quanto nella sua tomba l’anziano faraone è rappresentato affiancato dalla moglie, che può essere solo la sua consorte principale Teye, in quanto il cartiglio nel quale era scritto il nome della regina, oggi illeggibile, risulta troppo piccolo per contenere il nome di Ankhesenemon, mentre conterrebbe perfettamente quello di Teye
Il matrimonio fra Ay e Ankhesenemon, inoltre, non ha riscontri al di fuori di un anello custodito a Berlino, sul quale i loro nomi sono affiancati, e la cui autenticità è oggetto di discussioni.
In Ankhesenemon alcuni individuano la regina egizia, chiamata dagli ittiti Dakhamunzu che, rimasta vedova, scrisse al re degli Ittiti Suppiluliuma I una lettera con cui chiedeva al sovrano straniero di inviarle uno dei suoi figli per sposarlo e renderlo re dell’Egitto. Eccone il passo principale :
” Mio marito è morto” scrive la regina, ” non ho figli. Si dice che tu ne abbia parecchi, se me ne mandi uno, ne farò mio sposo. Non sceglierei mai uno dei miei servitori come marito“.
Una copia della lettera è stata trovata in un archivio reale, nei pressi della moderna cittadina turca di Bigazkoy ( nel sito dell’antica capitale ittita Hattusa) in quelli che sono noti come gli Annali di Mursili II ( TA. VII – KBO2003), dal titolo: Gesta di Suppiluliuma narrate dal figlio Mursili).
Suppiluliuma pensò ad un tranello e mandò in Egitto un ambasciatore, Hattusa Zitis e la regina vedova confermò la sua richiesta :
“Perché hai Tu pensato ch’io Ti volessi ingannare? Se avessi avuto un figlio, sarei forse io ricorsa, a Mia vergogna, a un Paese straniero? Non ho scritto ad altri, solo a Te, dammi uno dei Tuoi figli, per me sarà solo un marito, ma per l’Egitto sarà Re“.
Il prescelto fu il principe Zannanzas che, però non giunse mai a destinazione, venendo, forse, assassinato durante il viaggio. L’identità della regina che scrisse queste lettere è incerta: oltre ad Ankhesenemon, sono state proposte come possibili autrici anche Nefertiti e Merytaton.
Non essendo giunto a destinazione il principe ittita, avrebbe preso il potere Ay, dopo aver organizzato le cerimonie funebri di Tutankhamon.
Nelle pitture parietali della camera sepolcrale di Tutankhamon, Ay è rappresentato come un sacerdote officiante il rito funebre mentre esegue la cerimonia dell’apertura della bocca per infondere nella mummia l’uso dei sensi; egli indossa già la corona blu kepresh, segno indiscutibile della sua ascesa al trono.
Non si conosce il destino di Ankhesenemon dopo il suo possibile matrimonio con l’anziano faraone Ay in quanto il suo nome scompare dalla storia; si può ipotizzare che sia morta, poco più che ventenne, durante il quadriennio di regno di Ay ( 1324 – 1319).
La sua tomba non è stata mai trovata, anche se da tempo il prof. Hawass la sta cercando a Tebe Ovest, nella Valle delle Scimmie.
Anche la tomba designata come KV63 e posta poco lontano da quella di Tutankhamon è stata individuata come possibile ultima dimora della giovane regina, il problema principale di quel sito è che non ha mummie, quindi il test del DNA è impossibile
Ma la tomba ha molti altri reperti che potrebbero portare alla conclusione che la regina Ankhesenemon fosse effettivamente sepolta lì.
La tomba contiene un sarcofago certamente appartenuto ad una donna, abiti tradizionali femminili, gioielli e frammenti di ceramica con l’iscrizione “Paaten”, l’unico personaggio reale conosciuto che portava quel nome era la sposa di Tutankhamon, il cui nome di nascita era Ankhesenpaaten
Un esame del DNA, annunciato nel 2010, ha portato inoltre ad ipotizzare che una delle mummie reali femminili individuata con il codice KV21A appartenesse alla regina Ankhesenemon.
La regina è ritratta in molti oggetti trovati nella tomba del marito, sempre in atteggiamenti affettuosi che sottolineano la sua importanza come Grande Sposa Reale.
Le scene in cui compare non sono semplici dimostrazioni del suo fascino: i testi geroglifici la definiscono ” la grande maga” che, con i suoi atti rituali, trasmette al sovrano l’energia necessaria per regnare
L’attività sportiva, e in particolare il tiro con l’arco, rappresenta uno dei topoi del repertorio di immagini dei monumenti regali del Nuovo Regno. Questo esempio proviene da un lato del cofanetto di Tutankhamon e ritrae la regina Ankhesenamon ai piedi del faraone che si appresta a scoccare una freccia. (Museo Egizio del Cairo)
Le regine dell’antico Egitto a cura di Rosanna Pirelli
Le donne dei faraoni di Christian Jacq.
IL PICCOLO SACRARIO D’ORO
Legno, gesso, lamina d’oro, argento Altezza cm 50,5, larghezza cm 26,5, profondità cm 32. Carter 108
Il sacrario ha una forma rettangolare, con un tettuccio digradante dalla parte anteriore a quella posteriore.
È fatto di pannelli di legno coperti da uno spesso strato di gesso, nel quale sono modellate numerose figure e complesse scene, il tutto ricoperto da una finissima lamina d’oro.
Nella parte frontale si trovano due ante che si aprono verso l’esterno, chiuse da due chiavistelli che passano attraverso alcuni anelli metallici. Il sacrario poggia su una slitta in legno rivestita d’argento.
L’aspetto più interessante è la sua decorazione, si tratta di una meravigliosa testimonianza del profondo amore che univa Tutankhamon alla moglie Ankhesenamon.I pannelli del sacrario ospitano raffigurazioni della coppia reale, ritratta con vestiti di diverse fogge e in varie situazioni.
In alcune scene i due sposi sono rappresentanti mentre si prendono cura l’uno dell’altra, mentre in altre il re è raffigurato mentre compie varie attività in compagnia della regina.
Molte di queste raffigurazioni hanno una sfumatura di carattere sessuale: le anatre nelle paludi, per esempio, sono simboli erotici, così come i fiori di loto, gli oli, le collane che la regina offre al consorte.
La sessualità si legava profondamente ai concetti di rigenerazione e resurrezione, così che il sacrario diventava uno strumento per garantire ad Tutankamon e Ankhesenamon la vita eterna.
Fonte : Tutankhamon, I tesori della tomba – Zahi Hawass – fotografie di Sandro Vannini – Einaudi
LE IMMAGINI DELLA COPPIA REALE
A cura di Patrizia Burlini
Tutankhamon e Ankhesenamon sullo schienale del trono. Museo egizio del Cairo
Tutankhamon e Ankhesenamon rappresentati sul coperchio di un cofanetto in avorio. Museo egizio del Cairo
Le statue di Tutankhamon e Ankhesenamon a Luxor, rappresentati come Amon-Ra e Mut.
Ankhesenamon e Tutankhamon nel naos d’oro appartenente al corredo funerario di Tutankhamon
Tutankhamon e Ankhesenamon nel naos d’oro
Altro ritratto della coppia reale
Ankhesenamon e Tutankhamon
Si ritiene che questa testa, conservata al Brooklyn Museum , appartenga a Ankhesenamon o Tutankhamon
Il naos dorato che presenta vari ritratti della coppia reale
Merytaton è la primogenita delle sei figlie nate da Akhenaton e Nefertiti. Nacque, probabilmente nel terzo o quarto anno del regno di suo padre, circa nel 1354 a. C..
Fu sicuramente la figlia prediletta del re, è sempre raffigurata insieme alla coppia reale e in proporzioni maggiori, rispetto alle sorelle, in quanto essendo la primogenita.
La si vede sulle stele confinarie di Akhenaton, nonché sulle pareti della reale tomba amarniana e in tutti i graffiti che ritraggono la famiglia reale.
Il suo nome significa amata dall’ Aton. Si pensa abbia sposato il padre, all’età di undici anni, diventando Grande Sposa Reale, l’opinione diffusa è però che ella non sia mai stata partner sessuale del padre, ma che abbia avuto un ruolo di rappresentanza alle cerimonie.
Sulla figura di questa principessa si addensano interrogativi, privi per ora, di risposte certe, che riguardano il suo ruolo negli ultimi anni di regno di suo padre.
Potrebbe essere stata coreggente con Akhenaton, aver regnato da sola alla sua morte, per poi sposare Smenkhare, effimero e misterioso personaggio sul quale non si hanno notizie certe, lo avrebbe sposato per legittimarlo al trono.
Il suo regno fu di breve durata e presto fu necessario ricorrere al l’investitura del giovane Tutankhamon. A proposito della posizione di Merytaton a palazzo, all’epoca in cui sembrerebbe “scomparsa” Nefertiti, conviene ricordare una lettera di Amarna, spedita in Egitto alla corte di Abymilki re di Tiro.
Questa missiva, la E 155, vede Merytaton-Mayati destinataria di un ossequio profondo tanto da porla alla pari del re e da far dubitare chi fosse effettivamente il sovrano d’Egitto. Qualcuno ha sostenuto che ci fosse coreggenza tra Akhenaton e sua figlia ma che fosse, in effetti, lei a governare. Intorno al 1333 a. C., si reputa, che abbia regnato da sola dopo la morte prematura di Smenkhare, col nome di Ankhtkhepetura Nefernrferuaton, con questo nome, infatti sono stati rinvenuti vari cartigli reali.
È anche possibile che abbia affiancato anche il piccolo Tutankhamon, prima che questi prendesse il trono d’Egitto.Non si conosce il suo luogo di sepoltura, ma oggetti riferibili a lei sono stati rinvenuti sia nella tomba di Tutkhamon sia nella KV55.
Nella tomba di Tutkhamon è stata rinvenuta una veste di lino decorata con 49 margherite d’oro, sono affiancati i nomi di Smenkhare e Merytaton, mentre uno scialle reca i cartigli di Smenkhare e di Ankhtkhepetura, sotto questo nome si cela, forse Merytaton stessa.
Fonte :
Forum Egittophilia
Valerie Angenot, Università del Quebec
LA PALETTA DA SCRIBA DI MERYTATON
Si tratta di una paletta da scriba di dimensioni ridotte.
Apparentemente un giocattolo, tuttavia pienamente funzionante, come conferma il Corredo composto da inchiostri, vasetto per l’acqua e lo stilo, nonché l’usura.
L’oggetto in questione è di pregevole fattura, tutto lavorato usando l’avorio, manici degli stilo compresi.
Per lo più questi oggetti, anche se appartenenti a scribi piuttosto quotati, erano ottenuti dal legno.
Gli esemplari in avorio, rinvenuti, appartenevano a sovrani, ed avevano dimensioni maggiori.
L’iscrizione che vi compare non lascia dubbi circa la sua proprietaria : Merytaton.
Sull’oggetto, tuttavia, compare anche un altro nome, quello della madre, Nefertiti.
Al contrario del nome della regina, il nome di Merytaton non è iscritto in un cartiglio, dettaglio che conferma che non avesse ancora assunto il titolo di Sposa Reale.
Un precoce interesse al “gioco dello scriba” che, forse, Nefertiti volle incentivare, onorando il desiderio della figlia verso quella che era ritenuta, a tutti gli effetti, una prerogativa maschile.
La paletta dello scriba ( Burton), Carter N. 262 Cairo, Egyptian Museum JE 62079 La paletta appartenuta a Merytaton è quella orizzontale. Le altre riportano solo il nome di Tutkhamon.
La paletta si trovava proprio tra le zampe di Anubi. Tomba di Tutankhamon
Questa raffigurazione della coppia regale riassume in sé alcuni concetti della filosofia amarniana: Akhenaton e Nefertiti si tengono per mano, un’intimità volutamente sottolineata come le rotondità del corpo; come principio di fecondità i due sovrani mettono l’accento sulle stesse caratteristiche somatiche delle antiche dee madri.
L’amore della famiglia reale e la fecondità per l’intero popolo erano fra i concetti sottolineati dalla filosofia regale di Amarna.
Gruppi come questo erano tenuti in apposite nicchie nelle case private del faraone e sottolineano unione, fecondità e rinascita.
Da Amarna, XVIII Dinastia. Calcare dipinto, altezza 22.5 cm. Parigi, Museo del Louvre, E15593.
Fonte :Antico Egitto, di Maurizio Damiano, Electa.
Questo torso di statua femminile appartenente, probabilmente, ad una statua di Nefertiti
La veste finemente plissettata non nasconde ma al contrario mette in rilievo le forme della donna in tutta la loro femminilità, sottolineandone la fecondità.
Da Amarna? XVIII Dinastia – Arenaria silicizzata Altezza 29,5 cm.
Parigi, Museo del Louvre, E25409.
Fonte : Antico Egitto, Electa – Maurizio Damiano.
Nella diciassettesima dinastia il carro sostituì la portantina come mezzo di locomozione più prestigioso dell’élite; esso poteva raggiungere una velocità di circa 38 km/h., mentre fino ad allora viaggiando a piedi, in portantina o a dorso d’asino garantiva soltanto i 4-6 km/h. Nella maggior parte delle fonti sono gli uomini che vengono rappresentati sui carri, ma ci sono prove testuali e pittoriche, risalenti soprattutto al regno di Akhenaton, che attestano l’utilizzo del carro anche da parte delle donne.
Le rappresentazioni della regina Nefertiti sono tuttavia i più antichi esempi di una donna da sola alla guida di un carro.
La famiglia reale
Per Akhenaton l’incarnazione dell’armonia familiare è anche essenza dell’equilibrio universale, in quanto tale i sentimenti sono mostrati pubblicamente senza veli, come di vede in questa stele, il padre bacia la figlia Meritaton, mentre in braccio alla madre si vedono Maketaton e Ankhsenpaaton.
Stele come questa si trovavano nelle ville dei nobili amarniani, su piccoli altari dedicati al culto reale.
XVIII Dinastia, calcare Altezza 32,5 cm. Larghezza 39 cm. Berlino, Agyptisches Museum. Acquisizionr 1898 ( al Cairo), n. 14145.
Nuovo Regno, XVIII Dinastia. Faience. Altezza cm. 3,5, Diametro cm. 4,2 Copenhagen, Ny Carlsberg Glypotek, AEIN 1791; acquisizione 1989.
Questo oggetto è insolito sotto più di un aspetto. Foggiato come una perla, è innanzitutto di dimensioni troppo grandi per essere stato utilizzato come elemento di una collana. C’è chi ha avanzato l’ipotesi che fosse infilato su una manica e che appartenesse a un oggetto composito di uso cerimoniale. Il fondo gibboso, quasi a suggerire il tremolio dell’acqua, denota un’abilità eccezionale. Sulla circonferenza della “perla” vi sono due barche contenenti un disco solare, alle spalle del quale siede un personaggio con le braccia levate in segno di adorazione, identificabile come un sovrano dell’Alto Egitto per via della corona bianca. Il personaggio ad esso simmetrico, porta invece il copricapo preferito dalla regina Nefertiti. Sull’identità della coppia non sussistono dubbi, per via dei cartigli iscritti sulla faccia superiore dell’oggetto .Il copricapo di Nefertiti, di forma assai simile a quella della corona rossa, pare qui si utilizzati come controparte della corona bianca di Akhenaton. In epoca armaniana, la coppia reale era considerata un’entità unica, concepita ad immagine dei figli del sole creatore, Shu e Tefnut. Come i gemelli divini, anche il re e la regina erano tenuti a restituire al genitore solare l’energia che questi donava loro. Alcuni fiori di loto separano i due battelli ed arricchiscono la simbologia dell’insieme, mentre il colore turchese richiama l’ambiente liquido da cui emerge l’astro nascente.
Secondo Reeves sarebbe un dono del Faraone ad un alto funzionario, probabilmente da apporre su un “bastone del comando”
Fonte : I Faraoni a cura di Cristiane Ziegler – Bompiani.
NEFERTITI ABBATTE I NEMICI
A cura di Luisa Bovitutti
Questo rilievo prova l’importanza da lei assunta a fianco del Faraone, tanto da essere raffigurata in atteggiamenti che tradizionalmente erano riservati al sovrano. La regina si trova a bordo di un’imbarcazione, sotto una pergola (praticamente un naos) situata a poppa e sotto i raggi vivificanti di Aton sta abbattendo simbolicamente i nemici dell’Egitto.
Anche i remi usati per le manovre sono decorati all’estremità con una scultura che la rappresenta.
Nelle immagini trovate il rilievo completo, custodito al Museum of fine arts di Boston, ed i particolari ingranditi.
Frammento di altare domestico.
Nuovo Regno, XVIII Dinastia. Calcare, Altezza cm. 12
Provenienza sconosciuta, acquisito nel 1900
Berlino, Agyptisches Museum und Papyrussammlung, inv. 14511
Il fregio di urei e la presenza di un cornicione permettono di attribuire il frammento di rilievo a un piccolo altare domestico a forma di cappella. Nelle case di Amarna la coppia regale veniva venerata nelle immagini di questi altari.
Nefertiti è vicinissima al suo consorte Akhenaton e gli infila una collana. Il dio Aton, che spunta dal geroglifico del cielo sfiora con i suoi raggi la coppia, un’immagine di armonia tra divino e umano, inserita nello sfondo di una natura intatta, come è raffigurata nelle piante di papiro sul margine sinistro del reperto.
Fonte: I Faraoni a cura di Christiane Zeigler – Bompiani.( Bibliografia : Settgast 1989, pp. 90-92 ( cat. 46) D. W.)
Il famoso Busto di Nefertiti, ritrovato nello studio dello scultore Thutmose, durante gli scavi della missione tedesca a Tell El-Amarna nel 1912, sotto la supervisione del professore Ludwig Borchardt.
La regina indossa la corona classica.
La policromia intatta, questo Busto sprigiona nobiltà e una bellezza che cattura anche il senso estetico dei nostri giorni.
Da Amarna, XVIII Dinastia. Calcare, altezza cm. 50.
Berlino, Agyptisches Museum, n. 21 300.
Fonte:
Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa
Le regine dell’antico Egitto a cura di Rosanna Pirelli – EdizioniWitestar
I templi di Akhenaton furono demoliti dopo la sua morte, le pietre vennero riutilizzate nella costruzione di altri monumenti e oggi riappaiono dagli Scavi mostrandoci piccoli dettagli dell’epoca. Nella foto si vede un rilievo con la testa della regina Nefertiti come offerente; la sua mano stringe il sistro, strumento musicale sacro che la sovrana offre probabilmente all’ Aton durante una celebrazione.
XVIII DinastiaArenaria,Luxor, Museo d’arte dell’antico Egitto, J 267
Fonte : Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa
La lastra lavorata a bassorilievo, mostra Akhenaton, insieme a Nefertiti e alle figlie, che presenta offerte al dio Aton.
Museo Egizio del Cairo
Fonte: Le regine dell’antico Egitto a cura di Rosanna Pirelli.
Nefertiti che venera l’Aton, con il titolo di Signora delle Due Terre. Frammento di colonna in calcare, raffigurante la regina Nefertiti che offre un bouquet ad Aton. Di seguito c’è la principessa Meritaton che suona un sistro
Palazzo Reale, Tell el-Amarna A 1893. 1-41 ( 71)
Ashmolean Museum, Oxford. Fotografia di Jon Bosworth di pubblico dominio
Naturalmente gli studiosi si sono chiesti se il celebre busto di Berlino fotografi in modo fedele il suo aspetto, oppure se il suo viso sia stato trasfigurato ed idealizzato dall’artista in ossequio a precisi canoni artistici.
A me piace pensare che Nefertiti fosse proprio così, ma non dobbiamo farci condizionare da romantici sentimentalismi; per questo ho fatto una piccola ricerca e vi sottopongo una serie di post che illustrano il punto di vista di vari studiosi e l’analisi iconografica pubblicata sulla sua pagina Facebook dal prof. Maurizio Damiano, che gentilmente mi ha autorizzata a condividere da noi.
Gli egittologi tedeschi Dorothea Arnold (ex curatrice del settore egizio del Metropolitan Museum di New York) e Rolf Krauss sono convinti che il viso di Nefertiti che noi conosciamo attraverso il busto di Berlino, simmetricamente perfetto, sia un ritratto ideale, un prototipo costruito su base numerica; il prof. Krauss ha infatti accertato che le proporzioni del viso della regina sono state stabilite in modo matematicamente esatto, sulla base di un’inedita unità di misura pari ad un dito, ossia 1,875 cm., mentre fino ad allora era stato utilizzato il palmo, ossia 7,5 cm).
Nell’immagine, la griglia predisposta dal prof. Krauss, che dimostra che la perfetta simmetria del volto della regina è stata realizzata artificiosamente – da Rolf Krauss – “Nefertiti – A Drawing-Board Beauty? The ‘most lifelike work of Egyptian art’ is Simply the Embodiment of Numerical Order”, Amarna Letters.
Molti studiosi affermano che non vi è ragione di credere che Nefertiti, nota per la sua bellezza, non assomigliasse al ritratto del busto, anche se è possibile che lo scultore ne avesse ingentilito i lineamenti; l’arte amarniana infatti si caratterizzava per il superamento degli antichi canoni artistici e la nascita di un nuovo stile, che dava grande attenzione al dato naturalistico ed esprimeva amore per la vita, descrivendola con realismo nella sua essenza più intima e individuale.
Il prof. Marc Gabolde, studioso dell’epoca amarniana, riconosce la perfetta e matematica regolarità del viso di Berlino e quindi il carattere idealizzato del ritratto della regina, che corrisponderebbe ai canoni di bellezza celebrati dalla poesia amorosa del Nuovo Regno, tuttavia evidenzia che i tratti sono distintivi e la fisionomia del viso è quella di Nefertiti:
« Bisogna paragonare questo ritratto alle copertine delle riviste femminili, dove, si sa, le modelle sono ben riconoscibili ma sono state largamente migliorate grazie a photoshop. Thutmosis era un po’ il photoshop dell’epoca ».
Una TAC eseguita nel 2006 da Alexander Huppertz, direttore dell’Istituto di scienza per immagini di Berlino, i cui risultati sono stati pubblicati su Radiology dell’aprile 2009, ha rivelato infatti che la statua di calcare originaria era stata ritoccata dall’autore mediante l’apposizione di strati di stucco di spessore variabile che hanno eliminato le lievi rughe ai lati della bocca e agli occhi e la piccolissima gobba alla radice del naso che caratterizzavano il ritratto originario, forse per adeguare l’immagine della regina agli ideali estetici dell’epoca (ecco il link per l’articolo completo: https://pubs.rsna.org/doi/pdf/10.1148/radiol.2511081175).
Quindi i lineamenti della vera Nefertiti, sebbene molto belli, sarebbero stati meno perfetti di quanto si è creduto fino ad ora.
Nelle immagini: sopra a sinistra ed al centro il viso interno in calcare, nel quale cono visibili le rughe ai lati della bocca e vicino agli occhi, e a destra il volto come appare esternamente, dopo i ritocchi di stucco.
Sotto altre immagini della TAC; in quella a destra si nota la piccola gobba alla radice del naso.
FONTI:
National Geographic: Die Schöne vom Nil. Archiviato il 23 aprile 2015 in Internet Archive. 2001.
Dorothea Arnold: The Royal Women of Amarna. Images of Beauty from Ancient Egypt.
Rolf Krauss – “Nefertiti – A Drawing-Board Beauty? The ‘most lifelike work of Egyptian art’ is Simply the Embodiment of Numerical Order”, Amarna Letters
LA TESTA IN QUARZITE DEL CAIRO –FORSE NON FU OPERA DI THUTMOSE
La testa incompiuta del Cairo è unanimemente attribuita alla regina anche se nel momento in cui venne rinvenuta si pensò potesse raffigurare una delle principesse.
Questo capolavoro viene da molti attribuito alla mano di Thutmose, come il famoso busto di Berlino, rinvenuto il 6 dicembre 1912 nel magazzino del laboratorio del capo scultore (edificio P 47), durante gli scavi condotti ad Amarna dalla Società Orientale Tedesca diretti da Ludwig Borchardt.
In effetti le analogie stilistiche tra le due opere sono notevoli, ma come ci ha riferito il nostro prof. questa paternità non è assolutamente scontata, tenuto conto che la testa incompiuta venne rinvenuta ben vent’anni dopo il busto, nel corso della campagna di scavi condotta per conto della Egypt Exploration Society da John Devitt Stringfellow Pendlebury, e soprattutto non nell’atelier di Thutmose, come taluni scrivono, ma in una zona differente di Amarna.
Durante questa missione l’archeologo fu affiancato da Sir Hilary Waddington del Dipartimento delle Antichità della Palestina e da sua moglie (anch’ella archeologa) che investigarono una piccola area stranamente rimasta vergine tra la casa di Ramose e la zona precedentemente scavata da Petrie.
Come riferisce Pendlebury, mentre passeggiava in quest’area la signora Waddington sollevò un mattone e un coccio su una delle pareti dell’originario abitato già portato alla luce e scoprì parte di una testa di gesso; gli scavi effettuati permisero di scoprire altre pietre scolpite e di capire che l’area era stata anticamente sede della bottega di uno scultore.
La questione è stata analizzata dal Prof. Damiano in una serie di post tratti dal suo volume su Amarna, che esaminano e comparano diverse rappresentazioni scultoree della regina.
Per risolvere l’interrogativo, scrive l’egittologo,
“occorre comparare la testa più celebre di Berlino con altre, in primo luogo con quella in quarzite bruna; alt. 35,5 cm; scavi dell’Egypt Exploration Society (1932). Museo Egizio del Cairo, JE 59286. In effetti, poiché quest’opera non è frutto della stessa mano di Djehutymose ma è opera di un altro scultore, ciò ci permette di riflettere sulla fedeltà del ritratto, perché pur essendo opera di altro artista, la somiglianza è stupefacente. Infatti, a fronte dell’opera di Berlino, che è quasi completa, colpisce come questa, pur incompleta, sia simile. Qui siamo di fronte alla Testa incompiuta di Nefertiti trovata ad Amarna, nel laboratorio di uno scultore (rimasto ahimè anonimo); questa testa è uno dei più splendidi ritratti della regina, ancorché incompiuto”.
Un altro manufatto significativo per individuare i tratti della regina, secondo il prof. Damiano, è “la Testa di Nefertiti; anni 14-17. Quarzite gialla, pigmento rosso sulle labbra; pigmento nero sulle sopracciglia, intorno agli occhi, su nuca, orecchie, collo; riparazioni con gesso sul tenone; h. 30 cm; da Amarna, casa dello scultore Djehutymose, P 47,2, stanza 19. Ägyptische Museum und Papyrussammlung, Berlin (inv. N. 21220)”.
Qui la Bella viene raffigurata molto giovane, con tratti adolescenziali, in particolare il naso che non ha ancora raggiunto l’aspetto definitivo dell’età adulta.
Fondamentale per ricostruire i tratti della regina è questo “Calco in gesso del volto di Nefertiti (Ägyptische Museum und Papyrussammlung, Berlino; n. inv. 21 349); trovato nello studio di Djehutymose, potrebbe essere il modello da cui lo scultore ha tratto il celebre busto di calcare dipinto, ugualmente a Berlino.
La morbidezza delle labbra, ben visibile in questo calco, sarebbe stata moderata per una maggiore e formale regalità nelle labbra del celebre busto calcareo. Anche se mutilo, il calco permette di vedere come le fattezze della regina fossero davvero di straordinaria bellezza; inoltre permette di poter comparare i tratti con altre sculture e rilevarne l’evidente somiglianza”.
Stupefacente anche la somiglianza di questa testa con il busto:
“Testa incompiuta di Nefertiti, in calcare (eseguita prima degli anni di regno 8-12). Molto probabilmente fu realizzata come modello per una testa in quarzite per una statua composita; sono evidenti le dentellature per incastrare la corona, come il foro rettangolare per il tenone; l’incompiutezza permette di apprezzare la finezza del lavoro in ogni fase, nonché la tecnica, che fece abbozzare con grande precisione i tratti, su cui fase dopo fase venivano nuovamente disegnati i tratti (qui sopracciglia e occhi); analogamente, le macchie di colore non sono casuali ma volute dallo scultore per segnalare i punti da sbozzare ulteriormente.
Può darsi che, come nella più celebre testa, lo scultore intendesse ricoprire la scultura litica con uno strato di gesso, che ne avrebbe permesso una raffinata modellazione finale e la colorazione più realistica; stilisticamente, sembra essere attribuibile al primo periodo di Djehutymose; da Amarna, casa dello scultore Djehutymose, P 47,2, stanza 19; h. 29,8 cm. Ägyptische Museum und Papyrussammlung, Berlin (inv. N. 21 352)”.
Questo testo è stato pubblicato con l’autorizzazione dell’autore.
Abbiamo visto il ruolo significativo rivestito dalla regina Tiye nella singolare storia del regno di suo figlio Amenhotep IV; il sovrano fu affiancato e sostenuto efficacemente anche da Nefertiti, che fu la sua Grande Sposa Reale e che venne spesso ritratta insieme a lui ed alle figlie nate dalla loro unione non solo in occasione di eventi speciali, ma anche nell’intimità della vita familiare.
Non si conosce molto delle origini di Nefertiti; in passato alcuni studiosi, argomentando dal suo nome (Neferet-Ity), che significa “La bella è arrivata” ritennero che fosse una principessa mitannica andata in sposa al sovrano delle Due Terre; oggi tutti gli studiosi più accreditati sono concordi nell’affermare che ella fosse egizia e che il suo nome si riferisca alla sua funzione divina di portare felicità al faraone d’Egitto.
La Bella, infatti, sarebbe l’incarnazione della Dea Lontana del famoso mito, la quale dopo avere abbandonato il Sole suo padre e l’Egitto trasferendosi nel deserto della Nubia e condannando le Due Terre alla sterilità e alla desolazione, fa ritorno grazie all’intervento degli dei, per restituire la felicità alla natura e a tutti gli esseri viventi.
Pur non avendo ascendenza reali, la famiglia di Nefertiti probabilmente era molto vicina al trono e rivestiva una posizione di responsabilità e di privilegi a corte fin dall’epoca di Amenhotep III; questa circostanza fece sì che ella conoscesse fin dall’infanzia il futuro marito e che ricevesse un’ottima educazione, circostanza che la rese una candidata ideale al matrimonio, che venne celebrato quando aveva intorno ai dodici, tredici anni. L’Egittologo Nicolas Grimal sostiene che ella fosse nipote di Yuya e Tuya, genitori della regina Tye, quindi figlia di Ay e Tuya II che l’allevarono e educarono e sorella di Mutnegemet, moglie di Horemheb : quindi Amenhotep III sarebbe stato suo zio, Akhenaton suo cugino di primo grado oltre che marito ed Horemheb suo cognato. Tale ascendenza non è affatto certa, ma è possibile, in quanto nell’antico Egitto era prassi comune che i parenti di personaggi reali la cui origine fosse fuori dalla famiglia regnante tacessero tale vincolo in quanto la sposa reale era compenetrata dalla divina essenza non poteva essere toccata da legami umani: abbiamo visto a questo proposito che la citazione dei suoceri Yuia e Tuya sullo scarabeo del matrimonio da parte di Amenhotep III Costituiva un vero e proprio unicum.
Uno dei pochi ritratti rimasti di Ay e Tiy
Forse Nefertiti alla nascita aveva un altro nome ed assunse quello più noto nel corso del rituale che la rese sposa di Amenhotep IV – Akhenaton, erede al trono, ma anche questo particolare non trova concordi gli studiosi e non ha riscontro nelle fonti.
NEFERTITI ED AKHENATON: FU VERO AMORE?
L’iconografia della coppia fa pensare ad un reale rapporto d’amore tra Akhenaton e Nefertiti, confermato addirittura da una poesia composta dal sovrano per la sua sposa:
… È l’ereditiera, Grande nel Palazzo, Fiera nel viso, Adornata con le doppie piume, Signora della felicità, Dotata di favori, a sentire la cui voce il re gioisce, la Grande Sposa Reale, la sua amata, la Signora delle Due Terre, Neferneferuaten-Nefertiti, possa lei vivere per sempre e sempre…
La sua presenza è costante accanto al sovrano nell’iconografia ufficiale, ed ella è raffigurata della stessa dimensione, particolare che ha indotto alcuni studiosi ad affermare che potesse essere stata anche coreggente negli ultimi anni del regno del consorte; oltre ai bassorilievi e ai gruppi statuari che la ritraggono insieme al marito, inoltre, ella è rappresentata da sola in numerose sculture a tutto tondo, tra le quali le splendide teste rinvenute dagli archeologi nello studio dello scultore di corte Thutmosi a Tell el-Amarna ed oggi conservate al museo di Berlino, che sono un indice importante della grande considerazione nella quale era tenuta da Akhenaton.
La regina diede al Faraone sei figlie: la primogenita Meritamon nacque intorno all’anno quinto del regno del padre, la seconda Maketaton, solo un anno dopo, seguita poi da Ankhesepaaton (ndivenuta poi Ankesenamon, futura moglie di Tutankamon) ; tra l’ottavo e undicesimo anno di regno videro la luce Neferneferuaron-ta-sherit, Neferneferure e Setepenre.
Queste principesse, riconoscibili dalla treccia laterale dell’infanzia, poco a poco la nascita vennero rappresentate accanto ai genitori non solo nei culti, ma anche in idilliache scene di vita quotidiana, delle quali si parlerà in seguito.
Nefertiti fu certamente una regina e sposa felice a giudicare dai documenti, ma bisogna chiedersi se le immagini che ancora oggi vediamo non fossero meramente propagandistiche e finalizzate ad abbagliare il popolo; in realtà di lei conosciamo solo l’immagine pubblica, quello che la coppia reale ha voluto far vedere di sé, proponendosi come il tramite attraverso il quale la “luce” di Aton poteva arrivare a tutta la popolazione.
Ella fu certamente la sovrana che più di ogni altra si trovò sullo stesso piano del faraone : si ipotizza una sua notevole influenza nell’incoraggiare il culto di Aton e la filosofia atoniana del marito, deteneva la posizione regale di sacerdote di Aton, del tutto inedita per una donna, e poteva officiate I riti in onore del dio; inoltre la si trova raffigurata sui monumenti assieme allo sposo in tutte le cerimonie ufficiali di carattere religioso e civile.
Questa testa di Nefertiti è una delle più belle della regina, avrebbe dovuto far parte di una statua composita, ma rimase a uno stadio in cui è ancora possibile vedere le linee preparatorie disegnate da Thutmosi.. Rivela la sensibilità e l’abilità dello scultore. Da Amarna, XVIII Dinastia, quartzite. Altezza cm. 33 Il Cairo, Museo Egizio. JE 59286.
Akhenaton riconobbe alla sua regina anche un ruolo politico, forse influenzato dall’esempio di sua madre Tiye che come abbiamo visto esercitò un potere senza precedenti per una grande sposa reale: un viale di Karnak era affiancato da sfingi che avevano alternativamente la testa del re e la sua.Un rilievo la mostra mentre massacra i nemici, nell’ iconografia riservata generalmente solo al sovrano in quanto simbolo della vittoria dell’ordine sul caos; un altro la ritrae alla “finestra delle apparizioni” in atto di mostrarsi alla folla e di conferire onorificenze ed investiture.
Altre raffigurazioni la mostrano in vari aspetti della vita di corte sul carro insieme alla piccola Meritaton mentre abbraccia affettuosamente il suo sposo, da sola sul carro personale ( una concessione eccezionale per una regina), o, ancora nella vita intima con il marito e le figlie che siedono in braccio ai genitori in atteggiamento giocoso, o a pranzo con la suocera Tiye: è chiaro che Akhenaton e Nefertiti vogliono dare piena evidenza al fatto che sono una famiglia felice e radiosa grazie al l’energia che procura ogni giorno il dio Aton.
GLI ULTIMI MISTERIOSI ANNI DI VITA
La regina fu un personaggio influente e di primo piano fino al dodicesimo anno di regno di Akhenaton, quando sparì dalla scena pubblica e dall’iconografia e sua figlia Meritaton la sostituì nelle cerimonie ufficiali come Grande Sposa Reale.
I numerosi oggetti recanti il suo nome trovati nel ” Palazzo Nord” ad Amarna hanno fatto pensare ad un suo ritiro a vita privata, forse perché duramente provata dalla morte prematura della figlia Maketaton e forse delle due più piccole Setepenre e Nefernefeura, a loro volta scomparse.
La regina viene rappresentata nella sua dimensione più umana sulle pareti della tomba ove venne inumata la ragazza, straziata dal dolore davanti al corpo di Maketaton, ed è perfettamente comprensibile che questi lutti ravvicinati l’avessero prostata al punto da indurla a chiudersi in sé stessa e forse a dubitare del favore di Aton.
Alcuni studiosi, tra i quali Jacobus Van Dijk, responsabile per la sezione di Amarna della Oxford History of A client Egypt, ed Harco Willem, professore della cattedra di egittologia all’Università di Lovanio hanno ipotizzato che Nefertiti non si sia ritirata ma abbia semplicemente cambiato nome e mansioni.
Ella sarebbe diventata correggete del sovrano con il nome di Neferneferuaton, cedendo il ruolo di Grande Sposa Reale alla figlia maggiore Meritaton e poi, dopo la morte di Akhenaton, sarebbe addirittura salita al trono per evitare la crisi politica, adottando il nome di Akheperura Neferneferuaton ( che certamente era portato da una donna, in quanto significa ” efficace per suo marito”).Il professore Willems e l’archeologo Nicholas Reeves dell’Università della California addirittura pensano che ella abbia regnato fino all’avvento di Tutankhamon, assumendo anche il nome di Smenkhkare, e che per qualche anno sia stata una sorta di regina madre per il giovanissimo re.
Frammenti del corredo funerario della regina recanti il titolo di ” Grande Sposa Reale” sembrano indicare, però, che Nefertiti sia morta quando era ancora consorte di Akhenaton, e cioè prima di quest’ultimo; molti studiosi, quindi, tra i quali Marc Gaboldr, dell’Università Paul Valery di Montpellier, studioso della XVIII Dinastia ed in particolare del periodo amarniano, pensano che ella sia deceduta un anno prima del marito a causa di una pandemia che aveva decimato la famiglia reale, e ritengono che a succedere al trono sia stata la figlia Meritaton, il cui corredo funerario venne poi recuperato per l’inumazione di Tutkhamon. Le teorie che vedevano Nefertiti caduta in disgrazia o addirittura defunta nel dodicesimo anno del regno di Akhenaton, peraltro, sono definitivamente tramontate nel 2012 in seguito ad un sensazionale ritrovamento ad opera di Athena Van Der Pierre, ricercatrice dell’Università di Lovanio; in una cava di arenaria a nord di Amarna, infatti, la studiosa ha rinvenuto un’iscrizione risalente al sedicesimo e penultimo anno di regno di Akhenaton che la nomina ancora come Grande Sposa del re ( ” grande sposa reale, sua amata, signora delle due terre, Neferneferuatn Nefertiti”), segno che era ancora in vita, che aveva cambiato nome e che godeva del favore del consorte.
A riprova del forte legame che ancora aveva con il marito vi è la circostanza che costui fece rappresentare sui quattro angoli del suo sarcofago informa di divinità affinché proteggesse la sua mummia, in un ruolo tradizionalmente affidato a Iside, Nefti, Selket e Neith.
LA TOMBA E L’INCERTA IDENTIFICAZIONE DELLA MUMMIA
Non esistono certezze neppure sulla sepoltura della sovrana: probabilmente ella era destinata a trovare il suo riposo eterno in una camera dell’ampia tomba che Akhenaton aveva fatto scavare per sé e per le figlie, scoperte nel ” Wadi Reale” di Amarna nel 1880, ma non esistono prove del fatto che effettivamente vi fosse stata inumato, dato che la tomba fu rinvenuta gravemente danneggiata dai saccheggiato, che avevano ridotto in pezzi il sarcofago in pietra e la cassa canopica del sovrano e che avevano asportato quasi tutti i manufatti che erano deposti in essa.
Il già citato egittologo Marc Gabolde ne è convinto egli ritiene che Nefertiti sia morta pochi mesi prima di Akhenaton e che fu seppellita ad Amarna nella camera sepolcrale ancora incompiuta, e che fu traslata a Tebe.
L’archeologo Barry Kemp dell’Università di Cambridge, direttore dell’Amarna Project, osservando che nella tomba non è stato trovato nulla che suggerisca che fosse ivi stato deposto il Corredo funebre della regina, esclude che ella possa esservi stata sepolta, propendendo, piuttosto, per Tebe, o per la necropoli di Gurob, ora completamente depredata, o ancora per la sua città natale di Akhmim.
Nel 2003 l’archeologia americana Joann Fletcher, che fu violentemente smentita dai colleghi, affermò che Nefertiti dovesse essere identificata nella mummia chiamata Younger Lady, Ritrovata Nella KV35 accanto a quella della regina Tiye; ella basò la sua identificazione, tra l’altro, sul ritrovamento, accanto alla mummia, di una parrucca di Foggia nubiana indossata solo dai reali durante il periodo in cui regnava Nefertiti e sull’osservazione che essa aveva un doppio foro alle orecchie pratica rara attribuita anche alla Bella.
La mummia KV35 “Younger Lady”
Nel 2010 Zahi Hawass pubblicò un articolo sul National Geographic nel quale rese noti i risultati delle analisi del DNA compiuto sulla mummia, dalle quali emergeva che si trattava invece, di una figlia di Amenhotep III e conseguentemente di una sorella di Akhenaton, e della madre di Tutankamon.
Tre anni dopo il prof Gabolde, in uno studio sul DNA della famiglia reale, contestava la corretta lettura dei predetti risultati, ribadendo che sua convinzione che la Younger Lady fosse Nefertiti.
Ad oggi, quindi, ancora molti studiosi stanno cercando la mummia di Nefertiti, che dopo quasi tremilacinquecento anni mantiene intatto tutto il suo fascino misterioso.
Fonti:
Le Regine dell’antico Egitto a cura di Rosanna Pirelli.
Dizionario Enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà Nubia e a cura di Maurizio Damiano.
Storia dell’antico Egitto, Roma, ultima edizione di Nicolas Grimal.
WWW.VANILLAMAGAZINE IT – La sparizione di Nefertiti, il mistero della sovrana del ilo, di Annalisa Lo Monaco
Sedia in legno dorato regalata a Yuya e Tuya dalla loro nipote Sitamon, figlia di Amenhotep III. Il gesso modellato e la decorazione dorata sul pannello posteriore della sedia sono costituiti da un disco solare alato con il toponimo Edfu (capitale del nome Horus dell’Alto Egitto, circa 65 miglia a nord di Aswan) su entrambi i lati. Al di sotto è presente una scena che mostra una doppia immagine di Sitamon che riceve in dono delle collane d’oro.
L’iscrizione che accompagna la principessa seduta la nomina come: “La primogenita amata dal re, Sitamon”. Il testo scritto sopra le ancelle descrive l’offerta dell’oro come proveniente dalle “terre del sud”.
Nel suo libro “Tombe, templi e arte antica” , Joseph Lindon Smith racconta un aneddoto secondo cui l’Imperatrice Eugenia, consorte di Napoleone III, mentre visitava la tomba KV 46 dopo la sua scoperta, abbia fatto inorridire gli archeologici sedendosi su questo trono. Incredibilmente, il legno vecchio di tremila anni si rivelò abbastanza forte da sostenere il peso dell’anziana imperatrice, e nessun danno fu arrecato a questa inestimabile opera dell’epoca di Amenhotep III.
Nelle foto di dettaglio, sono mostrati il fianco di un bracciolo, in cui appare una scena con il Dio Bes rappresentato mentre danza, suona e tiene in mano due coltelli, e un ritratto della principessa.
Tesoro della tomba di Yuya e Tuya, Museo Egizio del Cairo
Questo raffinato bauletto portagioie è uno dei pezzi più belli del corredo funebre di Tuya.
Esso è in legno, alto 41 cm, largo 26,8 cm e foderato di lino rosa, e può essere chiuso avvolgendo una catena a due bottoni dorati, uno posto sul bordo del coperchio, l’altro sotto il cornicione dorato.
La circostanza che non rechi il nome della defunta ma i cartigli di Amenhotep III e di sua moglie Tiye hanno indotto il prof. Tiradritti (“Le meraviglie del Museo egizio del Cairo”) ad ipotizzare che in origine fosse stato realizzato per la regina, la quale in un secondo momento, forse in occasione del funerale di sua madre, l’avrebbe deposto nella sua tomba come ultimo gesto di amore filiale.
Esso è a forma di naos, è sorretto da quattro gambe sottili ed è profilato da un mosaico composto da rettangoli in terracotta rosa e blu alternati a tasselli di ebano; il registro superiore reca i cartigli dorati e in rilievo di Amenhotep III e di Tiye mentre quello inferiore è costituito da un fregio dorato composto da una successione di simboli augurali di vita e potere: due scettri “ouas” che racchiudono una croce “ankh” e che poggiano sul segno “neb”.
Il coperchio dipinto di un azzurro intenso poggia su di un’elegante cornice dorata; il suo perimetro è delimitato dal fregio “a mosaico” che si ripete anche al centro ed è suddiviso in quattro pannelli che riproducono specularmente identici elementi decorativi.
Nei due pannelli superiori si trovano i cartigli dei due sovrani sormontati da due grandi piume con il disco solare alla base; sopra i cartigli vi è un altro disco solare circondato da due cobra; i due inferiori sono decorati con i segni dell’eternità (i geroglifici dorati “ouas”, “djed”, “ankh”) e con l’immagine di Heh, il dio dell’eternità, il quale, inginocchiato sul geroglifico “neb”, augura una lunga vita e un lungo regno al sovrano tenendo in ciascuna mano un grande ramo di palma simbolo degli anni.
IL SECONDO BAULETTO PORTAGIOIE DI TUYA
Anche questo elegante portagioie in ebano venne ritrovato nella tomba di Yuya e Tuya.
Esso è alto 51 cm, lungo 53 cm e largo 42 cm, ha quattro gambe sottili e a sezione quadrata, un corpo poco profondo sormontato da una cornice e da un coperchio costituito da due ante uguali, ciascuna munita di un bottone in legno recante i nomi di Amenhotep dipinti di giallo sui quali si arrotolava una cordicella o una catena per assicurarne la chiusura.
La decorazione di ogni anta, realizzata in foglia d’oro e in faïence blu è perfettamente simmetrica. I cartigli di Amenhotep III si fronteggiano e poggiano sul dio Hey, inginocchiato sul segno dell’oro.
Il corpo del cofanetto e costituito da quattro pannelli composti da un fregio di quadrati di faïence smaltati di blu e decorati con bassorilievi in gesso dorato dei segni geroglifici ankh djed ouas (vita, stabilità e potenza). Nell’immagine in bianco e nero il coperchio.
Anen fu sepolto nella tomba che si era fatto preparare nella Necropoli di Tebe (TT120); essa fu restaurata ed aperta al pubblico nei primi anni 2000.
Composta da una sala principale e da una camera sepolcrale interna, la pianta ha la forma di T tipica della XVIII dinastia. Il rilievo più significativo rappresenta Amenhotep III e la regina Tiye (i cui busti sono stati scalpellati nell’antichità) che ricevono tributi.
Le figure sotto i troni rappresentano i Nove Archi, ossia i popoli stranieri all’epoca dominati dall’Egitto: Minoici, Babilonesi, Libici, Beduini, Mitanni, Kushiti, Nubiani, Nomadi della Nubia e Mentu-nu-setet (popoli della costa ad Est).
Il rilievo è ricco di simbolismo: un gatto tiene un’anatra al collo sotto il trono della regina e una scimmia e nemici stranieri giacciono sul cuscino del faraone, schiacciati sotto i suoi piedi.
Per ricostruire fedelmente le parti danneggiate, i restauratori si sono rifatti ad un dipinto realizzato nel 1929 da una spedizione del Metropolitan Museum di New York; le ricostruzioni si differenziano dal dipinto originale perché sono solo disegnate.
Yuya è stato un nobile egizio durante la XVIII Dinastia.
Di non nobili origini, sposò la nobile egizia Tuya, imparentato con la famiglia reale, che ricopriva varie importanti posizioni nella vita pubblica e religiosa.
La loro figlia Tiye divenne Grande Sposa reale del faraone Amenofi III.
Yuya proveniva dalla città di Akhmim, nell’alto Egitto, ove probabilmente era possidente terriero e un ricco membro della nobiltà locale. Il Biographical Dictionary of Ancient Egypt suggerisce un’origine straniera, ipotizzando una ascendenza mitannica, collegando la conoscenza dei cavalli propria dei Mitanni, il ruolo di Yuya di Capo della cavalleria è l’ipotesi della sua origine straniera.
Fu uno dei principali consiglieri del genero Amenofi III, ed esercitò le funzioni di Ufficiale del Re e Direttore delle scuderie, Maestro dei cavalli.
Il suo titolo onorifico di Padre di Dio gli derivò dal fatto di essere suocero di Amenofi III.
Fu profeta di Min ed esercitò le funzioni di Sovrintendente delle mandrie, per il culto della divinità.Tuya fu sposa del nobile Yuya e madre della regina Tiye.
Si pensa che fosse discendente della regina Ahmose Nefertari.
Anche Tuya ebbe vari incarichi religiosi, fra cui il titolo di Cantrice di Hathor e quello importante di Sovrintendente degli harem di Min ad Akmim e di Amon a Tebe.
Oltre la regina Tiye, la nobile coppia ebbe inoltre un figlio di nome Anen che fu Cancelliere del Basso Egitto ed ereditò le titolature sacerdotali del padre compresa quella di Padre del Dio.
ANEN
A cura di Luisa Bovitutti
Anen era fratello della regina Tiye, quindi zio materno di Akhenaton, prozio di Tutankhamon e cognato di Amenhotep III sotto il quale prestò servizio. Probabilmente egli fu ufficiale nell’esercito prima di diventare sacerdote e fu Cancelliere del Basso Egitto, “Secondo Profeta di Amon” e sacerdote-sem di Eliopoli, oltre ad acquisire il titolo di “Padre del dio”.
Anen, Sacerdote e Astronomo di corte, Sacerdote – sem, riconoscibile dalla pelle di leopardo
Questa statua in granodiorite, trovata a Tebe da Drovetti nel 1824 lo raffigura come sacerdote. Le iscrizioni al centro del gonnellino e sul pilastro dorsale enumerano i suoi numerosi onori, mentre alla cintura è appeso un cartiglio con il praenomen di Amenofi III, “Nebmaatra”. La pelle di pantera che Anen indossa, fittamente ricoperta di stelle, lo identifica come sacerdote-astronomo.
Yuya è sua moglie furono sepolti nella Valle dei Re, nella loro tomba privata (KV46), che fu scoperta il 5 febbraio 1905 da James Edward Quibell per conto di Theodore Davis.
Nonostante dei razziatori di tombe siano indubbiamente penetrati nella sepoltura e abbiano asportato gli oggetti preziosi, furono sicuramente disturbati poiché non giunsero ai sarcofagi con le salme, così, il valore dei preziosi ritrovati fu sensazionale.
La tomba è costituita da un corridoio scalinata cui ne segue un altro in forte pendenza a sua volta seguito da altre scale che danno accesso alla camera funeraria.
La porta d’accesso era murata da pietre e da mattoni di fango recanti il segillo della necropoli, alcuni danni nella parte alta dimostravano che la tomba era stata violata.
Una seconda porta, al termine del corridoio, presentava i sigilli della necropoli e tracce di risistemazione.
Le mummie di Yuya e Tuya sono annoverate tra quelle meglio conservate della valle dei re. Particolarmente ben conservato il corpo di Yuya, considerato uno dei migliori esempi di imbalsamazione rinvenuto.
I due coniugi morirono a distanza l’uno dell’altro, come evidenziabile dallo stesso corredo funebre di ciascuno e, segnatamente, dei vasi canopici, e vennero sepolti in due differenti occasioni. Non è stato possibile, tuttavia, stabilire chi dei due sia morto per primo. La loro sepoltura è la meglio conservata fra quelle scoperte prima della tomba di Tutankhamon.
Le mummie di Yuya e Tuya
Fonte:
Le regine dell’antico Egitto – Rosanna Pirelli
Wikipedia.
IL CORREDO FUNERARIO
Il corpo di Yuya era contenuto in quattro sarcofagi, il più esterno dei quali era però costituito da una sorta di scatola parallelepipeda in legno, ricoperto di pece e con fasce dorate iscritte, priva di fondo che Costituiva, perciò una sorta di di coperchio dei sottostanti tre sarcofagi antropomorfi, il secondo sarcofago era pure ricoperto di pece lucida con bande dorate iscritte, il terzo era simile al secondo, ma le bande erano d’argento. Il quarto era completamente dorato con geroglifici incastonati in pasta vitrea, questo sarcofago aveva l’interno argentato e conteneva la mummia di Yuya.
Il sarcofago di Tuya
I vasi canopico di Tuya, al contrario di quelli di Yuya che apparivano molto più semplici, contenevano gli organi interni avvolti in bende sagomate così da assomigliare a piccole mummie umane; sulla testa di tali simulacri, erano appostati piccole maschere in gesso dorato.
Il Corredo funerario recuperato comprendeva:
Il sarcofago di legno di Yuya su una slitta, coperto di pece e recante linee di iscrizioni.
La mummia di Yuya dentro 3 sarcofagi.
Il sarcofago di legno di Tuya, su una slitta con un testo che menziona suo figlio, Anen.
Due bare, inclusa quella della mummia di Tuya.
Due maschere dorate, una per ogni occupante.
Due scrigni canopici, ognuno diviso in quattro scomparti, in cui erano i quattro vasi canopi contenenti le viscere del morto.
Molti ushabti in teche di legno.
Il bastone e il manico della frusta di Yuya.
Il manico del sistro di Tuya.
Vasi in alabastro.
Finti vasi in legno.
Una statua in legno con un testo tratto dal Libro dei morti, un’apologia della vita del defunto che, fra le altre cose, comprendeva scongiuri per assisterlo nel suo viaggio attraverso il regno sotterraneo dei morti.
Tre sedie in legno di differente misura.
Un portagioie di Amenhotep III.
Due letti.
Uno scrigno appartenente ad Amenhotep III e a Tye.
Un vaso di alabastro appartenente al re e alla regina.
Un tubetto di kajal.
Vasellame.
Sigilli di Terracotta.
La collana di Yuya composta di grani d’oro e lapislazzuli.
Articoli da toeletta di vario genere.
Provvista di carne mumificata.
Un canestro per parrucca in papiro, oltre a una parrucca.
Paia di sandali di due diverse misure, di lunghezza che varia a dai 18 ai 30 cm.
Un papiro, lungo una ventina di metri, contenente capitoli del Libro dei Morti.
Un cocchio in perfette condizioni: all’epoca il secondo cocchio sopravvissuto dall’antico Egitto ritrovato.