Donne di potere, Hatshepsut, Templi

LA CAPPELLA ROSSA DI HATSHEPSUT

A cura di Luisa Bovitutti

La Cappella Rossa di Hatshepsut, il cui nome originario è “Luogo dell’amore di Amon”, risale alla XVIII dinastia; probabilmente sorgeva nei pressi del quinto pilone e serviva da luogo di sosta per la barca sacra di Amon; alla morte della sovrana fu completata da Thutmosis III, che aggiunse probabilmente le ultime due file di blocchi nei quali è rappresentato da solo e che in seguito decise di smantellarla e di sostituirla con una cappella propria.

I blocchi furono utilizzati da Amenhotep III come materiale di riempimento del terzo pilone e per ristrutturazioni interne; la cappella è stata ricostruita riassemblando quelli rinvenuti ed integrandoli con altri moderni del medesimo materiale.

Essa è realizzata in quarzite rossa salvo il basamento e le porte che sono in granodiorite grigia; è lunga m. 17,54, larga m. 6,17 ed alta m. 5,64, termina con modanatura a gola egizia ed è composta da un vestibolo a cielo aperto nel quale è posta una vasca, in origine parte di un piedistallo per la barca sacra e da un santuario anch’esso a cielo aperto con due piedistalli, accessibili tramite brevi rampe su entrambi i lati e comunicanti grazie ad una porta interna.

L’esterno della Cappella. Foto: Olaf Tausch

E’ probabilmente il primo “prefabbricato” in pietra della storia, in quanto i blocchi misurano tutti un cubito di altezza ed erano assemblati mediante tacche e tenuti insieme con code di rondine; inoltre, ognuno di essi era concepito come un elemento decorativo indipendente, che presenta uno o più scene complete ed è stato decorato prima del montaggio.

Nelle immagini, l’interno del monumento ed uno schizzo di H. Chevrier che illustra il montaggio e l’ancoraggio dei singoli blocchi

UN’ANALISI ICONOGRAFICA

La base in granodiorite della cappella rossa di Hatshepsut reca un fregio di divinità simili ad Hapi e di fanciulle che portano offerte ad Amon dai distretti dell’Egitto (la cosiddetta “passeggiata geografica”, foto a sinistra in basso).

I rilievi sui lati esterni mostrano l’innalzamento degli obelischi della regina nel tempio di Karnak (foto al centro in basso), la corsa rituale e le danze in occasione della festa del suo giubileo (foto in alto), la processione della bella festa della valle e della festa di Opet (in basso a destra).

Foto: kairoinfo4u
Foto: kairoinfo4u

LA BELLA FESTA DELLA VALLE E LA FESTA DI OPET

I rilievi sui lati esterni della cappella rossa mostrano, come già sottolineato, la processione della bella festa della valle e della festa di Opet: più in particolare sono rappresentati la regina e Thutmosis III che compiono le celebrazioni ed i sacerdoti che trasportano su piattaforme sostenute da lunghi pali il tabernacolo nel quale era custodita la statua del dio.

Esso era a forma di piccola barca, caratterizzata da una polena sia a prua che a poppa; la barca di Amon aveva teste di ariete, Mut la testa di una donna con la doppia corona e Khonsu la testa di falco con mezzaluna e dischi lunari.

In svariati punti l’immagine di Hatshepsut è stata scalpellata (si veda, ad esempio, l’immagine in basso): alcuni sostengono che Thutmosis III abbia voluto condannare all’oblio la regina che lo aveva vessato per anni; altri pensano semplicemente che abbia voluto usurpare la cappella cercando di sostituire la propria immagine a quella della matrigna, senza riuscire nell’intento a causa della durezza della quarzite, che non ha consentito di ottenere un nuovo rilievo là dove era stato abraso quello preesistente. Nella pagina dedicata ad Hatshepsut nella rubrica “Donne di potere sulle rive del Nilo”, cercheremo di capire se damnatio memoriae vi fu e perché.

Donne di potere, Hatshepsut, Sarcofagi

I SARCOFAGI DI HATSHEPSUT

A cura di Nico Pollone

Dalla sequenza dei sarcofagi reali dell’inizio della XVIII dinastia stabilita da Hayes.

Il primo sarcofago di Hatshepsut è stato denominato “A”. Si tratta di una contenitore rettangolare con i lati lunghi divisi in tre pannelli, tutti privi di immagini, tranne che per gli occhi geroglifici udjat incisi sul lato sinistro. Quattro bande trasversali verticali di testo decorano i lati lunghi, e due, alle estremità della testa e dei piedi. Un cartiglio è inciso sulla parte superiore del coperchio, circondando una colonna verticale di testo. Con l’eccezione di una rappresentazione della dea del cielo Nut sulla parte superiore del coperchio, non ci sono figure sulle pareti sarcofago.

Il sarcofago “A”, al Cairo

Dopo essere stata incoronata faraone, Hatshepsut avvertì la necessità di avere una nuova tomba reale, questa volta, come si addice a un faraone, nella Valle dei Re. La tomba precedente fu abbandonata, e iniziarono i lavori di scavo per creare quella che oggi è conosciuta come la tomba KV20 nella Valle dei Re. Questo imponente sepolcro fu scavato per oltre 960 m sotto la superficie, sullo stesso asse del tempio mortuario della regina di Deir el Bahari.

Sfortunatamente, la scarsa qualità della pietra costrinse i costruttori a modificare il tracciato. Nessuna decorazione sopravvive oggi sulle pareti, anche se vi sono stati trovati quindici blocchi di rivestimento con testi religiosi.

La nuova tomba fu dotata di un nuovo sarcofago di quarzite per il “re donna”. Questo sarcofago, il secondo di Hatshepsut, è il sarcofago di Boston, ora noto nella sequenza di Hayes come sarcofago “C”. Questo pezzo fu tagliato, decorato, iscritto e completamente preparato per Hatshepsut.

La situazione avrebbe dovuto essere risolta qui. Ma molti cambiamenti di piano dovevano ancora seguire.

All’inizio del regno, Hatshepsut potrebbe aver avuto difficoltà a legittimare la sua pretesa al trono. Mentre un grande sentimento verso suo padre, il da tempo defunto Thutmose I, rende possibile un’interpretazione romantica degli eventi che seguirono, è più probabile che sia stata una pura motivazione propagandistica a causare un cambiamento dei piani mortuari di Hatshepsut. Abbiamo già menzionato di sfuggita le scene di nascita divina di Hatshepsut nel suo tempio mortuario a Deir el-Bahari, e la rappresentazione politicamente motivata della benedizione di Thutmose I che la annuncia come “prossimo” faraone (ignorando convenientemente il regno intermedio di Thutmose II).

Probabilmente tra gli anni 4 e 7 Hatshepsut decise di espandere la sua associazione con il suo defunto padre. Ordinò la rimozione del corpo di Thutmose I dalla, nella Valle dei Re (tomba KV 38), e la sua risepoltura accanto al suo sarcofago nella sua seconda tomba (KV 20), ancora in costruzione. Forse la risepoltura fu accompagnata da una “seconda” processione funebre per suo padre, intesa a riaffermare pubblicamente il legame di legittimità politica tra padre e figlia.

Il sarcofago “C”, a Boston

Ella “regalò” il suo secondo sarcofago (il sarcofago “C” di Boston) a Thutmose I, e ordinò che fosse riallestito per ospitare il suo corpo mummificato e la sua originale bara antropoide di legno. Come vedremo, questo richiese un completo ridimensionamento e ridisegno del pezzo. Ora si hanno due sarcofagi, ma ancora per Hatshepsut manca quello per la propria eventuale mummificazione e sepoltura.Hatshepsut ordinò allora un terzo sarcofago per sé, ora noto come sarcofago “D” (fig. 8), un pezzo simile, anche se più grande ed elaborato del sarcofago di Boston.

Il sarcofago “D”, al Cairo

Alla fine, lo scavo della tomba di Hatshepsut KV 20 fu abbastanza profondo da permettere a entrambi i faraoni, Hatshepsut e Thutmose I, di essere sepolti nella camera più interna. Entrambi i sarcofagi potrebbero essere stati posti nella tomba nello stesso momento (le scale della tomba mostrano gradini solo su un lato, per permettere la discesa scorrevole dei sarcofagi. Ma a un certo punto, durante il reinserimento della mummia di Thutmose I, si scoprì improvvisamente che la sua bara originale in legno antropoide era troppo grande per entrare nel nuovo sarcofago “C” di Hatshepsut. Con apparente fretta, le estremità interne della testa e dei piedi del sarcofago furono allargate, cancellando la decorazione aggiunta per Thutmose I e danneggiando i testi sulla parte superiore delle pareti del sarcofago, anch’essi recentemente modificati da Hatshepsut a beneficio di Thutmose I. La decorazione fu frettolosamente riapplicata alle estremità superiori della testa e dei piedi, la bara di legno del re fu posta all’interno e il coperchio fu chiuso sopra di lui.

In tempi moderni, la tomba KV 20, la seconda tomba (reale) di Hatshepsut, fu esaminata per la prima volta da James Burton nel 1824. Poi, nel 1903, Howard Carter, lavorando nella Valle dei Re per conto dell’avvocato e imprenditore di Newport, Rhode Island, Theodore M. Davis, ha ripulito la tomba di Hatshepsut.

I maggiori ritrovamenti furono i due sarcofagi reali in quarzite “C” e “D”, e il contenitore canopo della regina. Il sarcofago “C” era stato ribaltato e giaceva sul lato est contro uno dei tre pilastri della camera, mentre il suo coperchio era stato accuratamente lasciato appoggiato al muro. Il sarcofago più grande “D” era capovolto, con il suo coperchio rovesciato sulla schiena sul pavimento a diversi metri di distanza. Entrambi i sarcofagi erano vuoti, ed entrambi furono rimossi da Carter dalla tomba. Mentre il terzo e ultimo sarcofago “D” di Hatshepsut andò al Museo del Cairo, il direttore del Servizio Egiziano delle Antichità, Gaston Maspero, propose il sarcofago “C” di Thutmose I a Davis. Egli a sua volta lo donò nel 1904 al Museum of Fine Art di Boston, insieme a numerosi reperti di un’altra stagione di lavoro nella tomba KV 43, la tomba di Thutmose IV. Il sarcofago fu spedito a Boston, e da allora è rimasto in mostra al Museum of Fine Arts della città.

P.S.: per un facile riconoscimento. a parte il primo (A) che non ha sostegni ai quattro angoli per il coperchio, si riconosce quello del Cairo (D) da quello di Boston (C) dai vetri di protezione presenti.

Donne di potere, Hatshepsut

IL PORTICO DI PUNT

LA STORIA DI UNA GRANDE IMPRESA

INTRODUZIONE

L’argomento della spedizione commerciale a Punt organizzata da Hatshepsut nell’anno nono del suo regno è già stato magistralmente affrontato da Nico Pollone, che ci ha regalato anche la traduzione del testo geroglifico che accompagna il ciclo di rilievi che la rievocano e che si trova sulla parete del portico sito sulla parte sinistra della seconda terrazza del tempio di Deir el-Bahari: potrete trovare l’articolo nel nostro sito web alla voce “testi”.

Il mio contributo è molto meno specialistico, e vuole essere un’analisi dei rilievi stessi, così come ricostruiti sulla base dei disegni eseguiti all’epoca della loro scoperta, prima che la maggior parte di essi venisse rubata subito dopo l’apertura del sito da parte di Mariette, avvenuta nel 1858.

Fonti epigrafiche e documentali certificano che già nell’Antico Regno Cheope e Pepi II intrattennero proficui scambi commerciali con il leggendario Paese di Punt, la cui esatta localizzazione è ancora oggi controversa anche se è certo che dovesse trovarsi a sud della valle del Nilo, nella zona indicata dalla cartina; tali contatti proseguirono anche nel Medio regno con Mentuhotep III e ripresero 500 anni dopo nel Nuovo Regno, prima con Hatshepsut e poi con Thutmosis III ed Amenhotep III; Amenhotep II, Ramses II e Ramses III inoltre ebbero relazioni diplomatiche con quelle genti, ricevendo le loro delegazioni.

LA DISLOCAZIONE DEI RILIEVI NEL TEMPIO

Le rappresentazioni della spedizione della grande sovrana iniziano sul registro inferiore posto sul lato meridionale della parete e continuano sulla parte inferiore del muretto meridionale e nei registri superiori della parete posteriore; il seguente diagramma, tratto da un articolo di Karl H. Leser trovato in rete, mostra la disposizione delle scene nel portico, ormai poco visibili e molto lacunose.

  • 1 – la flotta arriva a Punt
  • 2 – la spedizione è accolta a Punt
  • 3 – Scambio di doni; sopra al n. 3 uomini trasportano alberi comprese le radici
  • 4 – le navi vengono caricate con il “tributo” di Punt
  • 5 – il ritorno della spedizione
  • 6 – doni per il Signore di Punt
  • 7 – Hatshepsut presenta ad Amon i doni portati da Punt
    • 7a – Hatshepsut
    • 7b – tre grandi alberi
  • 8 – Pesatura e conteggio dei beni
    • 8a – mucchi di mirra tra i registri 8 e 9 c’è solo testo
  • 9 – il successo della spedizione a Punt è annunciato davanti ad Amon
    • 9a – Thutmosis III offre incenso ad Amon
    • 9b – Hatshepsut in piedi davanti ad Amon
    • 9c – Amon in trono
  • 10 – il successo della spedizione è annunciato alla corte reale

Nelle immagini, pianta del sito di Deir El-Bahari elaborata da Golvin, ove il portico di Punt è indicato da una freccia da me apposta

L’ORDINE DI AMON A SUA FIGLIA HATSHEPSUT

Dalle iscrizioni del portico si apprende che lo stesso Amon aveva dato ad Hatshepsut l’ordine di organizzare il viaggio garantendole il successo nell’impresa che avrebbe confermato la benevolenza divina nei suoi confronti.

“Detto da Amon, Signore dei troni delle Due Terre: “Vieni, vieni in pace, figlia mia, la bella, che sei nel mio cuore, Faraone Maatkare… io ti darò Punt, tutta quanta… Guiderò [i tuoi soldati] per terra e per mare, sulle rive misteriose che conducono ai porti dell’incenso, il territorio sacro della terra divina, la mia dimora di delizie…”

La spedizione era finalizzata a procurarsi beni pregiati come olibano, mirra, incenso, ebano, oro, avorio, e pelli di ghepardo scambiandoli con prodotti egizi, ed il tesoriere Nehesj aveva avuto l’ordine di importare anche alberi completi di radici da ripiantare e coltivare in patria: a Deir el-Bahari, infatti, sul lato destro e sinistro della prima rampa che porta alla terrazza centrale sono stati trovati bacini all’interno dei quali vi sono dei ceppi che si suppone possano essere i resti degli alberi portati da Punt.

“Prenderanno quanto incenso vorranno. Caricheranno le loro navi di alberi di incenso ancora verde [cioè fresco] e di tutte le cose buone di quella terra fino a soddisfare pienamente i loro cuori”.

Nelle immagini, uno dei ceppi ritrovati a Deir el-Bahari e l’albero dell’incenso (boswellia sacra).

 LA PREPARAZIONE DELLE NAVI ED IL VIAGGIO

La regina fece quindi allestire cinque grandi navi a vela, rappresentate con la prua rivolta a sud, nell’atto di partire:

“Partenza dei soldati del Signore delle Due Terre che attraverseranno il Grande Mare sulla Giusta Via verso la Terra degli Dei, in obbedienza del volere del re degli Dei, Amon di Tebe. Egli comandò che gli venissero portati i meravigliosi prodotti della Terra di Punt, per questo egli ama la Regina Hatshepsut più di tutti gli altri re che hanno governato queste terre”.

Le imbarcazioni erano dotate di un solo albero alto circa otto metri, di una singola vela quadra e di due pennoni a cui legarla; erano lunghe circa 20 – 25 metri, con poppa e prua molto alte sopra l’acqua ed erano prive di cabina; a poppa ed a prua una piattaforma rialzata protetta da una balaustra serviva da postazione di vedetta e probabilmente sotto di essa era previsto un riparo per gli ufficiali.

Esse non avevano ponti, in quanto i rematori, quindici per lato, erano posizionati in coperta; il timone, formato da due lunghi remi fissati ad un supporto sulla piattaforma posteriore, era manovrato da due timonieri con un lungo bastone curvo; l’equipaggio era completato da quattro addetti a tenere il ritmo di vogata, un pilota, un sorvegliante dei rematori, un capitano ed una scorta armata composta da otto o dieci soldati e da un ufficiale.

La spedizione consisteva quindi di circa 210 persone distribuite su cinque navi: il rilievo mostra i rematori ai remi; i capivoga in piedi alle loro spalle sulla piattaforma di prua; il timoniere a poppa; il capitano, riconoscibile dal bastone del comando, in piedi sulla piattaforma a prua che guarda nella direzione verso cui è diretta la nave.

Il testo esplicativo non contiene informazioni sul viaggio ma si limita a registrare il felice approdo a Punt; la rotta seguita dagli egizi, anch’essa controversa, sarà oggetto di un distinto post, che ci verrà regalato dal nostro esperto di navigazione Sandro Barucci.

Nelle immagini, la nave: il rilievo originale e il disegno a suo tempo eseguito da Naville, che documentò alla fine del 1800 tutto il sito.

Il Porto di imbarco

A cura di Sandro Barucci

Come ho scritto nel post sui porti del Mar Rosso, il luogo di partenza e di arrivo al ritorno, ben documentato fino dalla XII dinastia, è Mersa/Wadi Gawasis, che si trova alla latitudine della città di Tebe , ben raggiungibile attraverso la pista nel Deserto orientale. Vi è consenso fra gli studiosi che da qui sia partita anche la “nostra” spedizione, con trionfale ritorno nella Capitale. La Mèta del Viaggio.Qui è importante fare una premessa. Spesso quando iniziamo un discorso “gli Egizi pensavano che …” , dimentichiamo l’estensione temporale di questa Civiltà ed il mutare delle situazioni. Anche nel caso della “Terra di Punt” dobbiamo tenere ben presente che fra il primo viaggio documentato sotto il faraone Sahura ed il viaggio di Hatshepsut è trascorso un millennio, durante il quale si sono evolute le conoscenze tecniche generali e le capacità di navigazione in particolare. E’ dunque oggi considerato verosimile che il concetto di “Punt” si sia modificato nel tempo; inizialmente era quello di una terra favolosa raggiungibile verso Sud , probabilmente poteva essere il Sudan meridionale (n.1 nella mappa) , per poi divenire una meta più lontana con l’aumento delle conoscenze, fino a raggiungere lo stretto di Bab el Mandeb (n.2), e poi forse andare oltre. La convinzione prevalente oggi è che tutte le mete di cui si è discusso largamente come alternative, siano in realtà state raggiunte tutte in tempi diversi, sotto il nome generale di “Punt”. Bab el Mandeb si trova approssimativamente a 1900 Km da Mersa/Wadi Gawasis, può sembrare una distanza enorme; ricordiamo però che quelli di Hatshepsut sono vascelli con ampi equipaggi di professionisti e che la storia della navigazione riporta distanze ben superiori compiute anche solo a remi. Vediamo anche la mappa della zona più meridionale del Mar Rosso. Si sarebbero trovati tre arcipelaghi principali dove fare tappa ed anche vedere con chiarezza la vicina costa dello Yemen (n.3), facile da raggiungere (anzi con ogni probabilità visitata). Non sappiamo quanto altro ancora una spedizione potesse proseguire oltre lo Stretto, in Oceano Indiano . Ricordo solo, senza alcuna pretesa di prova storico-scientifica , che l’attuale Stato del Puntland si trova sulla costa sud-orientale del Corno d’Africa (n.4) e fa parte della Repubblica federale di Somalia

L’ARRIVO A PUNT

Il rilievo mostra gli Egizi che arrivano a Punt, raggiungono un villaggio di palafitte coniche che sorge sulle rive di un corso d’acqua ricco di pesci di specie ben identificabili (c’è anche una tartaruga, a malapena visibile sotto la capanna posta più a sinistra).Le capanne sono accessibili tramite una scala a pioli esterna, ed una di esse è sorvegliata da un cane da guardia; tutto l’agglomerato è immerso in un bosco di palme da dattero molto alte e alberi di ebano e mirra, con bovini al pascolo, pantere o leopardi ed uccelli.

Nelle fotografie il villaggio nella terra di Punt nel suo complesso, particolare di una capanna e di parte del bosco dove pascola una mandria.

LA COLLOCAZIONE GEOGRAFICA DEL VILLAGGIO

Si è ipotizzato che il paesaggio nel quale si colloca il villaggio rappresenti un tratto delle coste del Mar Rosso, ma Maspero sostenne che potesse riferirsi alle sponde di un fiume diverso dal Nilo che gli Egizi avrebbero imboccato via mare dalla foce, in quanto nel rilievo originale l’acqua era dipinta di verde, colore che indicava l’acqua salata od un fiume soggetto alla marea; inoltre alcuni esemplari di flora ivi raffigurati non crescono in riva al mare (es. il sicomoro odoroso, ritratto nella fotografia in basso) né alcuni animali presenti erano tipici del Nilo.

LA DELEGAZIONE EGIZIA SI PREPARA AD INCONTRARE I PRINCIPI DI PUNT

Dopo lo sbarco Nehesi depose su di un tavolo “tutte le buone cose della Sua Maestà, che abbia vita, salute e forza, destinati ad Hathor, Signora di Punt” (collane di perline di vetro – produzione artigianale nella quale l’Egitto eccelleva e che erano molto apprezzate anche all’estero – braccialetti probabilmente d’oro in quanto dipinti di giallo, un’ascia e una daga da cerimonia) e si prepara ad incontrare il capo locale.

Il tesoriere indossa abiti civili ma porta il bastone di comando ed è accompagnato da una scorta: i soldati con lancia, ascia e scudo rotondo, l’ufficiale senza scudo ma con un arco oltre all’equipaggiamento comune.

Il fatto che buona parte dei partecipanti alla spedizione fossero soldati induce a ritenere che gli Egizi temessero di non essere accolti amichevolmente dalla popolazione di Punt, con la quale non avevano contatti diretti da oltre 500 anni, ed alcuni studiosi hanno addirittura ipotizzato che la pacifica spedizione commerciale sia stata quasi una scorreria, vista la magnificenza dei beni che vennero riportati in Egitto e la modestia dei doni che Hatshepsut aveva mandato al signore locale.

L’INCONTRO CON I PRINCIPI DI PUNT

Nehesi viene accolto amichevolmente e con deferenza dal principe Parahu, dalla moglie e dai figli, che si avvicinano con le braccia levate verso l’alto in segno di omaggio, seguiti da un asino sellato (“il grande asino che porta sua moglie”, dice l’iscrizione) e da tre servitori con corti bastoni e con la barba a punta ricurva.

La sovrapposta iscrizione geroglifica rassicura in merito alla deferenza mostrata dal principe non tanto nei confronti della sovrana, quanto delle sue truppe, e ne rileva lo stupore nel vedere Egizi spintisi fin nella sua terra:

“qui vennero i Grandi di Punt, le loro schiene piegate, le loro teste piegate, a ricevere i soldati della Sua Maestà”. “Come siete arrivati in questa terra sconosciuta agli uomini dell’Egitto? Provenite dalle strade del cielo? O avete navigato il mare di Ta-nuter? Dovete aver seguito il percorso del sole. Per quanto riguarda il Re dell’Egitto, non ci sono strade che siano inaccessibili alla Sua Maestà; noi viviamo dell’aria che egli ci fornisce”.

Il capo del villaggio, che un’iscrizione definisce “il Grande di Punt, Parihu” ed i suoi congiunti (“i suoi figli”, “sua figlia” e “sua moglie, Ati”) hanno la carnagione di color rosso mattone ed i capelli neri come gli Egizi, e Parihu porta una collana di grandi perle, una piccola daga alla cintura e indossa un gonnellino analogo a quello dei suoi visitatori, ma ha una barba a pizzetto curva verso l’alto (evidentemente di moda a Punt, mentre in Egitto era tipica del solo Faraone) e anelli alle gambe che lo identificano come straniero.

La sua regina è obesa ed indossa un vestito giallo, bracciali, cavigliere, una collana di perline, una catenina ed una fascia sulla fronte ed ha due linee tatuate ai lati della bocca. Alcuni studiosi, tra i quali Maspero, hanno attribuito la sua obesità a qualche patologia; altri, invece, hanno ritenuto che l’artista egizio avesse voluto rappresentare nella moglie del capo la tipica bellezza locale, in quanto in alcune zone dell’Africa centrale erano molto apprezzate le donne grasse ed anche la giovane figlia di Parihu appare già un po’ sovrappeso.

L’immagine è una riproduzione fedele esposta presso il Royal Ontario Museum di Toronto (Canada), in quanto quella originale è andata perduta e ne sopravvivono solo i disegni di Naville; l’incontro è raffigurato nel registro inferiore (in faccia alla famiglia reale si nota il tavolo con le offerte di Nehesi). Il registro superiore si riferisce ad un’altra fase del racconto.

LO SCAMBIO DI DONI E IL CARICO DELLE NAVI EGIZIE

I doni di Hatshepsut sono offerti al Principe di Punt, il quale in cambio fa portare sulla riva i prodotti della sua terra che vengono caricati sulle navi e portati in patria.

“le navi furono caricate con le meraviglie della Terra di Punt, e con tutti i tronchi di ebano; con cumuli di mirra e piante della stessa; con ebano e puro avorio; con oro e verdi agate trovate nella Terra di Amu… e con i nativi di Punt, le loro donne e i figli. Nessun re, sin dall’inizio del mondo, aveva portato simili meraviglie”.

I marinai egizi trasportano mediante lunghe stanghe alcuni alberelli che le scritte identificano come sicomori odoriferi, ossia alberi della mirra; per proteggerne le radici utilizzano dei canestri di vimini riempiti di terra; i nativi invece caricano tronchi di ebano, alcune scimmie, una giraffa, un elefante ed un cavallo; in altri punti del rilievo si vedono gli alberi completamente cresciuti che presentano tra il tronco e i rami delle piccole protuberanze di gomma resinosa stillata attraverso le spaccature.

Mentre le navi vengono caricate, gli Egizi offrono un ricevimento ufficiale al Principe ed alla sua famiglia nella tenda allestita per l’occasione:

“Nel porto dell’incenso di Punt, per l’inviato del re e i suoi soldati fu allestita sulla riva del mare la tenda in cui potesse ricevere i capi di questo paese e offrire loro pane, birra, vino, carne, frutta e tutte le cose buone della terra d’Egitto, secondo quanto era stato ordinato dal faraone [vita, forza, salute] “

 I DONI DI COMMIATO

Parihu e la famiglia si accomiatano dagli Egizi con ricchissimi doni. A destra del corteo reale si notano un enorme cumulo di mirra, due vassoi carichi di anelli d’oro e una pila di zanne di elefante; uno dei figli del principe porta una ciotola colma di polvere d’oro, mentre i tre personaggi in fila dietro di lui recano in spalla due casse dal contenuto non individuabile ed un grande vaso.

La coppia di sovrani non ha più l’atteggiamento deferente mostrato all’arrivo della delegazione…. chissà, forse sono sollevati nel vederla partire…

LO SBARCO A TEBE E LA PRESENTAZIONE DEI DONI ALLA SOVRANA E AD AMON

I successivi registri mostrano l’arrivo e lo scarico delle navi di fronte ad Hatshepsut e la sovrana che, in presenza di Nehesj e Senenmut, offre con orgoglio a suo “padre” Amon la parte più preziosa delle merci importate.

Le figure di Hatshepsut, Nehesj e Senenmut, nonché una parte importante dei testi erano già state scalpellati nell’antichità, e sostituite da Thutmosis III con indosso la corona Khepresh che offre due vasi di mirra ad Amon.

La presentazione del viaggio a Punt si conclude con l’annuncio del felice ritorno della spedizione davanti alla corte, ad Hatshepsut (completamente scalpellata) seduta sul trono sorretto da due leoni e dal simbolo sema tawy ed al suo Ka, rappresentato in dimensioni ridotte dietro di lei.

Nelle immagini, i soldati sfilano orgogliosi dopo essere sbarcati dalle navi raffigurate sopra di essi; una belva ed un elefante portati in dono ad Hatshepsut; uno dei due leoni che reggono il trono della regina; un funzionario che misura la mirra importata.

FONTI di tutta la serie di post sul portico di Punt:

Donne di potere, Hatshepsut

AMENHOTEP IL DIRETTORE DEI LAVORI, VETERANO DEL RE

A cura di Grazia Musso

Amenhotep, titolare della tomba TT73, fu un funzionario attivo principalmente sotto il regno di Hatshepsut.

Non si hanno notizie della sua famiglia, salvo il nome della moglie Amenemopet.

Nella sua tomba a Sheikh el-Qurna, il suo nome fu accuratamente cancellato durante il regno di Akhenaton, ma le due iscrizioni grafite sull’isola di Sehel hanno permesso di ricostruirlo, mediante il suo ruolo proclamato su questi documenti ” Sovrintendente dei lavori per i due grandi obelischi”.

Il primo è composto da tre righe: ” Unico confidente del Re il suo amato, Sovrintendente dei lavori per i due grandi obelischi, Sacerdote di Khnum, Satis e Anukis, Amenhotep”.

Sempre nella stessa località, Amenhotep è rappresentato su un secondo graffito: l’immagine lo mostra in piedi, indossante una pelle felina, come Sommo Sacerdote di Anukis, responsabile del lavoro nella grande casa del granito rosso, Amenhotep e sua moglie Amenemopet. Il titolo si riferisce alla triade Khnum, Satis e Anukis, divinità protettrici della regione.

Il grande traguardo della sua carriera, di cui era particolarmente orgoglioso, è stato il lavoro dei due grandi obelischi per la regina. Sia ad Assuan e a Tebe, egli stesso si descrive come ” il capo responsabile dei lavori per i due grandi obelischi”. Questi sono stati posti nella “Casa di Amon”, nel tempio di Amon a Karnak, come è stato espressamente indicato nella tomba. I due obelischi furono posti tra i piloni 4 e 5.

Dalla sua tomba si rileva che, oltre al compito di sovrintendente per gli obelischi, abbia avuto anche il compito da parte di Hatshepsut, di costruire una cappella a Elefantina, con le immagini delle divinità locali.

Donne di potere, Hatshepsut

DYEHUTY

A cura di Grazia Musso

Dyehuty servì Hatshepsut e poi anche Tuthmosis III, proveniva probabilmente dalla zona di Tebe, forse Hermopolis, e iniziò la sua carriera come esattore delle tasse per poi raggiungere le più alte cariche della corte.

Djehuty è succeduto a Ineni (sepolto nella tomba n. 81 a Tebe) come supervisore del tesoro. Era lui che controllava tutte le pietre preziose del tempio di Karnak e che era incaricato di riempirlo con tutti i tipi di prodotti.. Inoltre, era incaricato di registrare i diversi prodotti che provenivano da terre straniere come tributo annuale, nonché ciò che gli davano i governanti locali dell’Egitto.C ontava i prodotti che provenivano da tutte le terre straniere e le meraviglie che venivano da Punt. Era incaricato di registrare i prodotti degli Shasu, popolazioni semi-nomadi della regione della Palestina, e l’oro degli Aamu (Semiti). Inoltre, ha anche ricoperto la carica di ” supervisore del lavoro” in numerose costruzioni. È stato responsabile dei lavori sulla barca sul Nilo “User-hat-Amon” e di vari lavori a Deir el-Bahari a Kernak. Nel primo di questi templi è da segnalare la costruzione di una grande cappella in onore della regina Hatshepsut, in ebano nubiano, forse quella trovata da M. Naville, in questo tempio. A Karnak ha eseguito lavori su diverse porte, obelischi, altari e cappelle.

Djehuty era, senza dubbio, un personaggio importante, con un grande peso all’interno del governo di Hatshepsut. Infatti, nella sua autobiografia, si definisce ” un capo di palazzo”. È probabile che fosse un fedele sostenitore di Hatshepsut, quindi come alcuni dei suoi monumenti sembrano indicare, potrebbe aver subito una qualche forma di persecuzione o emarginazione dopo la morte della regina. Così, nella sua tomba, il nome della regina fu completamente cancellato e persino, in diverse occasioni, il nome dello stesso Djehuty.

La “dannatio memoriae” di Djehuty è avvenuta non solo sulla sua tomba, ma anche a Deir el-Bahati. Nei rilievi relativi alla spedizione a Punt è stata volutamente cancellata una figura che registra i prodotti arrivati da questo paese, ma che può essere identificata attraverso il nome e il titolo che l’accompagnano: ” lo scriba e maggiordomo Djehuty”. Sempre a Deir el-Bahari nella scena in cui Hatshepsut viene informata del successo della spedizione a Punt, davanti alla regina compaiono tre personaggi le cui figure sono state cancellate: il primo sarebbe quello di Nehedi, il secondo quello di Senemut e il terzo dovrebbe essere di Djhuty. Questi tre nobili appartenevano al gruppo di ufficiali che avevano il maggior peso e Influenza durante il regno di Hatshepsut.

Sembra che dopo la sua morte abbiano subito una sorte di persecuzione nei loro monumenti, proprio a causa dello stretto legame con lei.

Fu sepolto nella tomba tebana TT11, nella necropoli di Dra Abu el-Naga. Dalla sua tomba sono conservate due stele, una delle quali con iscrizioni delle sue attività di costruzione del tempio di Karnak.

La pianta della tomba
Parte orientale della cappella
Nut nella stanza della tomba, scoperta nel 2009ngresso
All’ingresso della tomba di Djehuty, hanno trovato 5 orecchini d’oro e 2 anelli d’oro che risalgono all’inizio della XVIII Dinastia e che probabilmente Appartenevano a Djehuty o a un membro della sua famiglia.
Camera funeraria TT11
Rituale del “girotondo” intorno alla tomba
“strangolamento” di un prigioniero nubiano
Donne di potere, Hatshepsut

HAPUSENEB

A cura di Grazia Musso

Fu un importantissimo dignitario durante il regno della regina Hatshepsut.

Era il figlio di Hapu, terzo sacerdote lettore di Amon .Fu il Primo Profeta di Amon dall’anno 2 all’anno 16 del regno della regina, principe ereditario e Conte, Tesoriere del Re dell’Alto e Basso Egitto, Supervisore dei Sacerdoti dell’Alto e Basso Egitto e Supervisore di tutti i lavori del Re.

Unitamente a Senenmut si occupò della realizzazione dei grandi progetti della regina, quali la costruzione della sua tomba e del tempio di Deir El-Bahari, l’ampliamento del tempio di Amon a Karnak, la spedizione nella terra di Punt.

A causa dello scarso numero di documenti è difficile descrivere il corso della sua carriera con una certa sicurezza. Primo Sacerdote di Amon, forni’ ad Ahtshepsut il supporto alla sua legittimazione come faraone, per questo fu concepito il mito religioso più bello mai conosciuto nella storia d’Egitto: il Mito della teogamia, cioè il divino matrimonio tra un essere mortale e un Dio, dichiarando Hatshepsut figlia del dio Amon e della regina Ahmes.

Egli venne sepolto nella necropoli d’élite di Tebe, nella tomba TT67.In un ‘iscrizione nella sua tomba è rappresentato nella importante spedizione per la terra di Punt, di quella spedizione fu senz’altro, il più vicino consigliere della regina, il principale organizzatore della spedizione e, come responsabile del dominio di Amon, il principale beneficiario.

Una iscrizione nella sua tomba elogia il sommo sacerdote e fa luce su alcuni tratti della sua personalità, sottolineando la sua importanza:” iI nobile, il principe, che si avvicina al corpo divino, i cui favori sono stabili e grande amore che ispira, che lo fa eminente al palazzo reale, il dotto iniziato ai misteri della Enneade divina, superiore dei segreti dei due urei, il direttore delle più alte cariche, il sommo sacerdote di Amon, Hapuseneb “.La tomba è stata per lungo tempo in preda al degrado, usata come stalla e la decorazione originale quasi distrutta. Rimangono le scene del trapianto degli alberi, di lavori artigianali e di Hapuseneb di fronte al tavolo delle offerte.

Cono funerario che decorava la facciata della tomba di Hapuseneb.
Metropolitan Museum of Art, New York.
Tomba di Hapuseneb, la tomba TT67 sul pendio di Sheik Abd El – Qurna

Parte anteriore della TT67 che mostra l’ingresso
Parte anteriore le finestre…

Sulla parete posteriore della sala trasversale, Davies (1961) identificò una scena di Punt che mostra come gli alberi di incenso fossero stati abbattuti a Punt. Sul lato sinistro è raffigurata una figura che sorveglia l’abbattimento degli alberi. Questo è un disegno di Davies.

Secondo Davies la scena mostra artigiani evidentemente costruttori di carri che intagliato e piegano il legno o il cuoio, probabilmente controllati da un sorvegliante, in piedi sulla destra.

Donne di potere, Hatshepsut, XVIII Dinastia

LA STELE DI HATSHEPSUT DEI MUSEI VATICANI

A cura di Ivo Prezioso

Particolare della stele che la regina Hatshepsut fece erigere per commemorare un restauro fatto eseguire a Tebe Ovest.

In alto c’è il disco solare alato simbolo di Amon-Ra che abbraccia una scritta piuttosto convenzionale che si ripete letta prima da sinistra a destra e poi viceversa: Bhdty ntchr ‘3 nb pt (quello di Behedt,[cioè Horus] grande signore del cielo). La scena vera e propria è invece molto interessante e vede come protagonisti quattro personaggi riconoscibili dal loro abbigliamento e dal fatto che sopra ognuno di loro è scritto il proprio nome.

Da sinistra a destra abbiamo: Amon-Ra, con il suo alto diadema e la dicitura corrispondente ‘Imn R’ nb nswt t3awy (Amon Ra signore dei troni delle due terre). Regge con una mano lo scettro “was” e nell’altra, non visibile nell’illustrazione, il segno della vita “‘nkh”

Di fronte a lui sta Hatshepsut che gli porge un offerta rituale. Indossa la corona Keperesh e veste abiti maschili. Che si tratti di lei ce lo dice il cartiglio col suo nome di intronizzazione Maatkara seguito dalla dicitura dì ‘nkh mi R’ (dotata di vita come Ra).

Dietro di lei segue Tuthmosis III con la corona bianca dell’Alto Egitto ed il relativo cartiglio col suo nome di intronizzazione (quindi siamo in piena co-reggenza) Menkheperra seguito dalla formula dì ‘nkh (dotato di vita).

L’ultima figura è la personificazione, di Khefet-her nebes, definita dall’iscrizione sulla sua destra, w3st khftt hr nb s (Tebe, la necropoli – letteralmente, colei che è di fronte al suo signore). Illustrata a grandi linee la scena raffigurata, lo spunto di riflessione viene dai presunti pessimi rapporti tra la regina ed il nipote, futuro faraone.

E’ vero che spesso i nomi Hatshepsut sono stati cancellati, (però questa stele, ad esempio è perfettamente integra), ma molto tempo dopo e neanche si può accettare con leggerezza che la tanto strombazzata “damnatio memoriae” sia tutta dovuta alle ire del nipote per troppo tempo tenuto a freno, come molti egittologi hanno sostenuto. In realtà, la cancellazione non è stata così sistematica come quella subita da Akhenaton (in quel caso, si può evocare la damnatio); è avvenuta tempo dopo, per la maggior parte, anche molto dopo il regno di Tuthmosis III, e probabilmente alla base ci sono motivi che ancora non trovano una spiegazione soddisfacente. Ma poi di questo, si parlerà più diffusamente nel prosieguo della rubrica. La mia opinione(del tutto personale e, conseguentemente, da considerare come tale), è che il regno di una donna, sebbene non una novità, costituisse un’eccezione soprattutto di tipo ideologico (Faraone= Horus incarnato in terra). e quindi visto come elemento di disturbo nei confronti di una tradizione ormai quasi due volte millenaria. Inoltre, non è da escludere che l’appoggio richiesto al clero di Ammone per favorirne l’intronizzazione, non sia stato proprio (diremmo oggi ) a gratis. Questo vide accrescere enormemente il potere di quella classe sacerdotale e fu forse una delle concause che portò allo scisma amarniano. Io credo che sarebbe molto più prudente attenersi alle evidenze nude e crude, e trarre le conclusioni solo in presenza di prove inequivocabili. Oltretutto andrebbe tenuta presente la mentalità egizia completamente differente dalla nostra. Spesso i faraoni usurpavano monumenti dei loro predecessori, cancellandone le tracce, addirittura smontandoli e ricostruendoli e sostituendo i loro cartigli. Come spiegare, per esempio le sovrapposizioni operate ad Abydos da Ramses II, nel tempio eretto dall’amatissimo padre? Sovrapposizioni che in parte sono venute giù ed hanno lasciato delle curiose commistioni di simboli che hanno scatenato la fantasia di pseudo-studiosi cui non è sembrato vero di annunciare al mondo che gli egizi possedevano elicotteri, carri armati, astronavi!!!!!! Ma questa è un’altra storia che esula completamente dalle finalità del nostro gruppo.

Donne di potere, Templi

IL TEMPIO DI KARNAK

A cura di Grazia Musso

Già Kamose, alla fine della XVII Dinastia, pose nel tempio di Amon una stele in cui racconta la sua guerra di liberazione contro gli Hyksos e conferma il ruolo primario di Amon.

Cappella d’alabastro di Amenhotep I

Di Amenhotep I rimane una cappella di alabastro che oggi è ricostruita nel Museo all’aperto di Karnak; Thutmosis I creò una nuova cinta muraria intorno al complesso esistente e pose due nuovi piloni preceduti da due obelischi. Thutmosis II aggiunse una nuova ” corte delle feste”. Chi rivoluziono’ Karnak fu però Hatshepsut, che fece edificare nel cuore del tempio il “palazzo di Maat”, un complesso di sale dedicate alla dea dell’ordine cosmico e ad Amon; di fronte si trovava l’eccezionale “Cappella Rossa”, oggi restaurata nel Museo all’aperto, i cui blocchi ci raccontano la storia di quel periodo; fece inoltre erigere due obelischi (uno è ancora al suo posto e la punta dell’altro è presso il lago sacro). La regina inaugurò l’asse monumentale nord-sud, con la costruzione dell’ottavo pilone.

Tutmosis III fu colui che più di tutti intervenne sul complesso di Amon: circondò tutto il tempio con una nuova cinta muraria interamente decorata, che ancor oggi è al suo posto, fece costruire il settimo pilone; sull’asse principale, verso est, una monumentale sala delle feste, Akh-menu, a cui era connesso tutto un complesso di camere dedicate al giubileo del re. Egli eresse anche il sesto pilone, il vestibolo tra il quarto e il quinto pilone e costruì un piccolo santuario, accessibile a tutti, al centro del quale collocò come oggetto di culto un obelisco unico che è oggi a Roma davanti a San Giovanni in Laterano.

Tuthmosis IV intervenne con piccole aggiunte nella corte delle feste di Tuthmosis II. Amenhotep III introdusse a Karnak il colonnato centrale dell’ipostila, terzo e decimo pilone.

Fonte: Antico Egitto di Maurizio Damiano


Il contributo architettonico di Hatshepsut al complesso templare di Karnak

A cura di Grazia Musso e Luisa Bovitutti

Parte prima – introduzione

Il complesso templare di Karnak fu fondato da Sesostris I, sovrano della XII Dinastia; da allora e fino alla fine della XXX Dinastia ( si parla di ben 1600 anni) ogni monarca vi ha apportato migliorie, aggiungendo costruzioni, modificando quelle preesistenti, appropriandosi di quelle dei suoi predecessori o addirittura smantellandole per riutilizzare in proprio i materiali lapidei.

Il piccolo tempio originario risalente al Medio Regno ed oggi scomparso era circondato da un muro che cingeva anche un’ampia spianata antistante; Tuthmosis I, padre di Hatshepsut, chiuse l’ingresso di questa spianata con due piloni posti uno davanti all’altro (il IV e il V attuali), tra i cui alti muri aveva ricavato una sala ipostila a una fila di colonne e davanti alla quale aveva eretto due obelischi.

Sua figlia lasciò una traccia importante di sé in questa zona, facendo costruire nella parte sinistra della seconda metà del cortile ed all’altezza del IV pilone costruito dal padre, un complesso di camere per offerte e un tempio deposito per la barca sacra del dio ( probabilmente la cappella rossa della quale si è già parlato) ; eresse altri due obelischi vicino a quelli di Tuthmosis I (anch’essi già trattati) e sul viale sud realizzò L’VIII pilone, uno dei più antichi sopravvissuti fino ad oggi, che venne successivamente usurpato da Tuthmosis III, il quale ne completò la decorazione facendovi rappresentare se stesso.

Nella pianta dell’area templare redatta da Porter & Moss (trovata in rete), abbiamo visualizzato con un circoletto rosso la cappella di Hatshepsut (a sinistra) e l’ottavo pilone (a destra), dei quali forniremo documentazione fotografica nei prossimi post.

PARTE SECONDA – L’OTTAVO PILONE

All’epoca l’ottavo pilone realizzato da Hatshepsut a a Karnak era il monumentale ingresso del tempio ( l’odierno pilone di accesso è il più recente di tutti ed ancora non esisteva) e Costituiva un’evidente celebrazione dei Thutmosi di in quanto era fronteggiano da sei statue colossali di Thutmosi III, Amenhotep I e Thutmosi II in trono, oggi solo in parte conservate (l’unica in discreto stato è quella di Amenhotep I, all’estrema sinistra del pilone), che insieme ai numerosi pennoni con bandiere colorate conferivano alla facciata una grandissima solennità. Il tetto del pilone era raggiungibile attraverso una scala interna accessibile attraverso una porta collocata sul lato corto della struttura, le cui architravi furono decorate da Thutmosis III, i rilievi della facciata del pilone sono successivi, in quanto raffigurano le imprese belliche di Amenhotep II, figlio di Thutmosis III.

Fotografie tratte da http://www.khekeru.ch

IMMAGINI DELL’OTTAVO PILONE

Nella fotografia a sinistra il lato est del pilone, nel quale si apre la porta che permette di accedere all’interno della struttura e poi sul tetto; l’architrave è decorata con il bellissimo rilievo pubblicato nel post precedente.

Nelle immagini a destra il pilone nella sua interezza e visto di lato, con l’unico colosso ancora quasi intatto che raffigura Amenhotep I.

Parte terza – La cappella di Hatshepsut.

Volendo onorare suo padre Thutmosis I, Hatshepsut arricchì la parte del santuario da lui edificata erigendo, oltre ai noti obelischi, anche ” il palazzo di Maat”, un complesso di camere dedicate alla dea dell’ordine cosmico ed ad Amon, destinate anche ad ospitare le ricche offerte elargite al tempio. Queste cappelle sono in parte sopravvissute; una in particolare è ben conservata e si trova nella parte più antica del tempio principale, alla sinistra dell’obelisco della regina ed all’altezza del IV pilone di Thutmosis I; la parete nord della cappella ha mantenuto bellissimi rilievi con vividi colori, consegnando all’eternità il ricordo della sovrana sebbene la sua immagine sia stata impietosamente scalpellata dopo la sua morte.

Nella parete superiore la regina Hatshepsut (scalpellata) è condotta da Montu ed Atum al cospetto di Amon, mentre nel registro inferiore la regina, della quale rimane solo la sagoma in quanto il rilievo è stato abraso con grande scrupolo, viene purificata da Horus e Thot, i quali, posti uno alla sua sinistra e l’altro alla sua destra, versano su di lei, da un vaso heset, libagioni di acqua primordiale rappresentata da tanti ankh. Anche i cartigli della regina sono stati parzialmente martellati, si percepisce ancora a sinistra il suo nome di re dell’Alto e Basso Egitto “Maat è il ka di Ra’ e a destra il nome di figlio di Ra” La prima delle nobili signore, Colei che è unita ad Amon”.

Ancora più in basso una scena molto deteriorata descrive Hatshepsut (scomparsa) che consacra offerte di cibo ad Amon, disposte su un vassoio comprendenti quattro bovini, oche, cosce e costole di bovini.

Nel dettaglio i rilievi superstiti della cappella: sono davvero molto belli, con colori ancora freschissimi! Sopra abbiamo Horus e Thot che purificano la sovrana con libagioni di acqua lustrale, rappresentata dai segni ankh; sotto due immagini di Amon, una delle quali itifallica, ed i cartigli della regina in parte scalpellati.

Donne di potere, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

LO SPEOS ARTEMIDOS

A cura di Grazia Musso

A sud della necropoli di Beni Hassan, nella cosiddetta Valle del Coltello, poco distante dalla città di Minya, si trova lo Speos Artemidos o Grotto di Artemide, dall’arabo Stabl Antar cioè “scuderia di Antar”, fu edificato dalla regina Hatshepsut, unitamente al reggente Tuthmosis III, sulle rovine di un precedente monumento andato in rovina, probabilmente ad opera degli Hyksos.

Il tempio fu dedicato dalla sovrana alla dea Pakhet, un connubio tra la dea gatta Bastet e la dea leonessa Sekhmet, in realtà uno dei molteplici aspetti della dea Hator. In suo onore fu chiamato dalla regina “Dimora divina della Valle”.

In epoca successiva il santuario fu decorato, seppur in maniera incompleta, dal faraone Sethi I che vi sostituì il nome della sovrana con il proprio.

Nel V secolo AD lo Speos fu trasformato in una cappella copto-cristiana come si evidenzia dalle notevoli iscrizioni copte esistenti sulla parete sud.

Le iscrizioni contenute nel monumento furono scoperte e pubblicate a fine Ottocento per la prima volta dall’egittologo russo Vladimir S. Gilenischeff.

Si tratta di un monumento semplice, ma di grande importanza, dal momento che fu il primo dei santuari rupestri del Nuovo Regno.

Fonte:

Articolo di Mario Menichetti, che si trova su www.egittologia.net

Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà Nubia e di Maurizio Damiano – Appia.

Donne di potere, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

IL SOFFITTO ASTRONOMICO DELLA TOMBA DI SENENMUT

A cura di Grazia Musso

Il soffitto della sala, appartenente alla tomba TT 353, è rettangolare, suddiviso in due parti suddivise dal colmo del tetto.

Tutto il soffitto è circondato da una cornice di stelle. Mentre una delle parti rappresenta l’universo con le costellazioni note e con riferimenti di tipo astronomico, l’altra è costituita da una serie di dodici cerchi rappresentanti i dodici mesi dell’anno identificati con le relative tre stagioni di appartenenza: Akhet, Peret e Shemu, ciascuno dei quali suddiviso in ventiquattro settori.

I cerchi/mesi sono a loro volta separati tra loro, da un triangolo isoscele molto acuto, a costituire due gruppi: uno formato da quattro cerchi, l’altro da otto. Il triangolo collega il punto di osservazione terrestre a un punto della volta celeste che si trova sulla sua verticale; qui una divinità indica una stella componente la costellazione egizia della “coscia di toro” corrispondente all’Orsa Maggiore ad indicare il passaggio dalla seconda alla terza stagione dell’anno ( da Akhet, ” dell’innondazione “, a Peret ” comparsa delle terre” al ritirarsi delle acque).Altra area del soffitto rappresenta invece il riapparire della stella Rigel, o Beta Orionis, della costellazione di Orione associata al dio Osiride.

Altri riferimenti legati alla figura del dio e indicazioni di costellazioni recate da altre divinità, pure rappresentate, indicano l’inizio della terza stagione, Shemu, ” della semina”.

La tomba TT 353 è sito dell’UNESCO per le rappresentazioni astronomiche riprodotte.

È stato possibile rilevare i principali pianeti e costellazioni in particolare, in uno dei dettagli viene riprodotta la Cintura di Orione. Il fatto che la stella centrale della costellazione sia circondata da tre anelli ( che nella pittografia babilonese indicano acqua e vita) ha dato via ad infinite ipotesi sull’origine delle conoscenze astronomiche degli Egizi.

FONTE: Andrea Petta – WIKIPEDIA.