Donne di potere

TIYE

Di Grazia Musso

I primi anni di vita ed il matrimonio: Tiye diventa regina

Se I primi due terzi della XVIII Dinastia sono caratterizzati da un certo numero di regine dalla forte personalità, l’ultimo terzo, comprendente, tra gli altri, i regni di Amenhotep III e di suo figlio Amenhotep IV, sono letteralmente affollati da figure femminili che affiancano costantemente il faraone in tutte le sue apparizioni e attività: in particolare Amenhotep III fa di Tiye, una donna di sangue non reale e originaria di Akhmin in Medio Egitto, la sua ” Grande sposa reale”.

Tiye era figlia del facoltoso funzionario Yuya, sacerdote del dio Min e sovrintendente ai cavalli del re, e della nobile Tuya, imparentata con gli Ahmosidi, sovrintendente degli harem di Min e Amon, probabilmente crebbe a Menfi nel palazzo reale, dove vivevano anche i suoi genitori in ragione del loro elevato status sociale, e quando aveva undici o dodici anni sposò il coetaneo Amenhotep III al suo secondo anno di regno, riuscendo ad integrarsi perfettamente nel suo ruolo, ed anzi, acquisendo nel tempo la stima e la fiducia del marito sul quale aveva un indubbio ascendente e che le attribuì un ruolo importante nella gestione del potere, prima inserendo i suoi genitori nel consiglio di reggenza e poi associando a sé ed al suo stesso livello in numerose occasioni ufficiali, coinvolgendo negli affari di stato.

Amenhotep III

Oltre ai tradizionali titoli di una regina (Principessa Ereditaria, Nobile signora, Grande favorita, Grande di lodi, Dolcezza d’amore, Signora delle Due Terre, Sposa di Re, Grande Sposa Reale, Beneamata sposa del Re, Colei che riempie il palazzo d’amore, Madre del Re, Madre del Dio), Tiye era anche conosciuta come Padrona dell’Alto e Basso Egitto e Padrona delle Due Terre, e l’altra considerazione di cui godeva emerge anche dai documenti ufficiali, dove spesso ritroviamo una formula che sembra alludere ad una associazione al trono, probabilmente quando la salute del sovrano cominciò a declinare: ” Sotto la maestà del Re dell’Alto e Basso Egitto, Amenhotep III e della Grande Sposa reale, Tiye”.

L’amore è la considerazione di Amenhotep per la sua sposa trova ampia conferma nelle fonti: ella venne ritratta in forma di sfinge, il suo nome fu iscritto in un cartiglio come quello del sovrano e citato in una serie di scarabei commemorativi che periodicamente quest’ultimo emetteva e distribuiva in tutto l’Egitto e all’estero per celebrare gli eventi più significativi del suo regno.

I primi 12 anni del lungo regno di Amenhotep III sono stati caratterizzati dall’emissione di cinque serie di scarabei, ognuna delle quali commemora a un evento particolare. L’emissione del secondo anno, cui appartiene questo scarabeo in scisto smaltato, ricorda il “Matrimonio” del faraone con la regina Tiye.

Museo del Louvre, Parigi

In più di un’occasione gli scarabei furono dedicati ad episodi legati a Tiye, a partire da quello che annunciava il loro matrimonio e riportava anche i nomi dei genitori della sposa nonostante le loro origini non reali, e quello emesso nell’11 anno di regno, che dava notizia di un lago scavato in onore di Tiye nei pressi di Akhmin, sua città natale.

Tiye rappresentata come sfinge

Il giorno dell’inaugurazione i sovrani ne solcarono le acque con una nave dal significativo nome di “Aten splendente. La barca sacra è la stessa regina venivano dunque messi in relazione con una divinità, il disco solare, che sarà centrale nel corso del regno del successore di Amenhotep III.Tiye era nominata anche nello scarabeo che annunciava il matrimonio di Amenhotep con la principessa Gilukhipa, figlia di Shuttarna II di Mitanni e in quello che celebrava una caccia straordinaria, che vide l’uccisione da parte del sovrano di un numero esorbitante di tori selvatici.

Il prestigio di cui godette la sovrana è in ogni caso testimoniato dell’evidenza monumentale: in un gruppo statuario di dimensioni “ciclopiche”, alto circa sette metri, proveniente da Medinet Habu ora al museo del Cairo, che ritrae la regina seduta seduta accanto al faraone, i due sono rappresentanti delle stesse dimensioni, mentre in passato nella diade che rappresentava la coppia reale il sovrano era notevolmente più alto per simboleggiare il suo maggiore potere e prestigio.

Per sottolineare il ruolo regale e divino della coppia, inoltre, il faraone fece costruire a Soleb, in Alta Nubia un tempio dedicato al proprio culto personale e, nella vicina Sedeinga, uno dedicato alla moglie come personificazione della dea Hathor e chiamato “Tempio di Tye” che prefigurano quello di Abu Simbel di Rameses II e Nefertari; il è il più importante monumento egizio che si sia conservato in Alta Nubia e il secondo, purtroppo è crollato.

L’ascesa al trono di Amenhotep IV: Tiye diventa MADRE DEL RE

Amenhotep III garantì pace e prosperità e l’Egitto raggiunse l’apice della sua potenza, edificò grandi monumenti, templi, parchi pubblici ed infrastrutture ( lo stesso lago artificiale costruito per Tiye aveva anche la finalità di convogliare le acque da una serie di canali e permettere una più efficiente irrigazione dell’area circostante), trasferì la corte in un grande palazzo che fece costruire a Malkata, dietro Medinet Habu, sulla riva occidentale del Nilo.

Grazie alla politica matrimoniale consolidò i confini, espanse la propria influenza sulla Siria ed i trattenne rapporti con i Mitanni, che divennero ancora più stretti dopo che ivi ascese al potere di Tushratta, così come testimoniano le note “lettere di Amarna”, documenti che descrivono le relazioni politiche dell’epoca. Anche Tiye trattenne rapporti diplomatici personali con i governanti stranieri come si desume dalle iscrizioni e dalla citata corrispondenza, in particolare la lettera EA 26, in cui Tushratta risponde direttamente a lei che, a quanto pare desiderava accertarsi del mantenimento dei buoni rapporti fra i loro regni a seguito della morte del faraone : “Tu sai che io (Tushratta) ho sempre avuto amicizia per tuo marito e che tuo marito ebbe sempre amicizia per me…. Tu sei quella che conosce meglio tutto ciò che ci siamo detti l’uno all’altro. Nessun altro conosce”.

La Grande Sposa Reale trascorreva gran parte del suo tempo nel suo palazzo, dove disponeva di un complesso chiamato ” la Casa della Regina”, composto da servizi medici, magazzini, botteghe e laboratori di orefici, falegnami, panettieri, birrai e addirittura di un tesoro, gestito da maggiordomo tra i quali Kheruef.Tiye diede ad Amenhotep III cinque femmine ( Sitamon, Henuttaneb, Isis, Nebeta e Beketaten) e due maschi ( Tutmosis, morto giovane e Amenhotep).

Quando Amenhotep III mori, Tiye fece incidere una serie di scarabei commemorativi: “La Grande Sposa Reale Tiye ha modellato questo oggetto che le appartiene, per il suo amato fratello, il Faraone”, assunse il titolo di Madre di Re e divenne coreggente per il figlio Amenhotep IV, continuando a mantenere i contatti diplomatici con Tushratta ; il nuovo faraone inizialmente governò da Malkata e si pose nel solco tracciato dal padre, ma, nel quinto anno del suo regno, introdusse la riforma religiosa basata sull’ adorazione di Aton, modificò il suo nome in Akhenaton e si trasferì con i suoi fedelissimi ad Akhetaton , la città che aveva costruito dal nulla nel deserto.

Anche se non vi è prova che Tiye condividesse le nuove idee religiose del figlio, sembra che lo abbia sostenuto nella sua riforma, probabilmente perché si rendeva conto che arginava pesantemente il potere del clero di Amon, che nel corso del tempo era aumentato a dismisura e Costituiva un pericolo per la monarchia.

La lastra frammentaria in quartzite proviene dal Tempio di Milioni di Anni di Amenhotep III, a Tebe Ovest e ritrae la sua sposa, la regina Tiye, in bassorilievo nell’incavo.

Il modellato del volto e la forma allungata degli occhi preannunciano l’arte amarniana

Agyptisches Museum, Berlino.

Fonte : Le regine dell’antico Egitto a cura di Rosanna Pirelli.

STATUA DI TIYE COME ISIDE-HATHOR.

Basalto. Altezza 153 cm. C. 694 collezione Donati.

Il botanico Padovano Vitaliano Donati nel corso del suo viaggio in Egitto e vicino Oriente su incarico dei Savoia si procurò, oltre a centinaia di oggetti minori, tre bellissime statue che inviò a Torino, dove furono esposte nel cortile dell’università.

Fu qui che Champollion, nel 1824, ebbe modo di ammirarle prima che venissero infine trasportate, nel 1832, nel palazzo sede del Museo Egizio per essere unite alla collezione Drovetti. Una delle statue di Donati raffigura Tiye, moglie del sovrano Amenhotep III e madre di Amenhotep IV. La regina è effigiata con sembianze di una dea, molto probabilmente Iside, come indica il disco solare che porta sul capo, inserito tra le corna bovine liriformi. La statua, pur nella sua frammentarietà, risulta estremamente elegante: il volto, dai tratti raffinati, è cinto da una parrucca striata su cui svetta l’ureo frontale, mentre il corpo, ben modellato, è avvolto da un abito a bretelle aderente che ne esalta le forme. Tiye tiene nella mano destra lo scettro uas, simbolo di potere, e nella sinistra l’ankh, emblema di vita. Questa statua, proveniente da Coptos, faceva parte di un gruppo di immagini divine fatte innalzare dal sovrano in varie località d’Egitto per celebrare il suo giubileo, festa sed.

Fonte: I grandi musei – Il Museo Egizio di Torino – Electra.

La regina figura sulle pareti della tomba del suo maggiordomo Huya ad Amarna, e almeno fino all’ottavo anno di regno di Amenhotep IV è presente anche sui monumenti della nuova capitale, il che induce a pensare che dopo la morte del suo consorte abbia vissuto spostandosi tra il suo palazzo a Medinet el-Ghourab, nel Fayum, e quello che il figlio le aveva fatto costruire ad Akhetaton.

LA MORTE: TIYE VIENE DIVINIZZATA

Dopo la morte di Akhenaton, i suoi successori abrogarono le sue riforme religiose cancellando il periodo amarniano dalla storia, ed è questo il motivo che la data di morte di Tiye è persino il suo luogo di sepoltura iniziale sono oggetto di dibattito.

Si ritiene che ella sia morta a poco più di sessant’anni nel 1337 a. C., in quanto è citata per l’ultima volta in un’iscrizione datata 13 novembre del 12 anno del regno di Akhenaton, proprio quando una grave epidemia sconvolse l’Egitto cagionando lutti anche nella famiglia reale.

La scomparsa di Tiye ed il disinteresse di Akhenaton nei confronti degli affari di Stato ebbero gravi ripercussioni politiche: l’Egitto perse il suo prestigio internazionale e alcuni territori a lungo detenuti dalla corona, e si assistette parallelamente alla crescita degli Ittiti a nord, non più controllati dagli egizi.

Sulla sepoltura della regina sappiamo ben poco: suoi ushabty furono rinvenuti nella tomba di Amenhotep III, mentre un sarcofago regale a suo nome proviene da una tomba di Tell el-Amarna e un sacrario dorato furono trovati nella Tomba 55 della Valle dei Re.

Sulla base di alcune iscrizioni incomplete e controverse alcuni egittologi ritengono che ella fu seppellita inizialmente nella tomba di Akhenaton ad Amarna ed in seguito trasferita in quella di Amenhotep III, dove sono stati trovati i suoi ushabti.

La sua mummia fu scoperta nel 1898 da Victor Loret nella tomba di Amenofi II adagiata al suolo accanto ad altri corpi deposti in un secondo momento; la sua rimase a lungo sconosciuta, tanto che per anni venne chiamata The Elder Lady, per distinguerla dalla mummia di una donna più giovane che giaceva insieme a lei, chiamata The Younger Lady.

Nel 1922 nella tomba di Tutankhamon venne ritrovato un piccolo sarcofago recante il nome di Tiye che custodiva una ciocca di capelli color rame quasi perfettamente conservati, costituenti un ricordo della nonna del giovane faraone o una reliquia della regina, divinizzata insieme al suo augusto consorte; solo nel 2010, tuttavia nell’ambito del “Family of King Tutankamun Projet”, è stato possibile identificare formalmente ” The Elder lady” come La regina Tiye (attualmente al Museo Egizio del Cairo), comparando il DNA estratto dalla mummia con quello ricavato dalla ciocca di capelli.

Fonte :

Donne di potere, Hatshepsut, Templi

DJESER-DJESERU – IL SANTUARIO SUPERIORE DI ANUBI

Di Andrea Petta

Nella parete nord del piano superiore del tempio è ubicata invece una piccola cappella composta da due stanze chiamata Cappella Superiore di Anubi o Cappella di Tuthmosis I. Vi si accede dal piccolo tempio solare a cielo aperto recentemente restaurato.

Questa cappella è stata parzialmente scavata nella roccia ed è composta da due stanze, la decorazione è simile a quella delle stanze della Cappella Inferiore di Anubi.

La cappella è lunga 5,26 m, ma larga solo 1,57 m, quindi è molto stretta. Sebbene le decorazioni di entrambe le stanze della cappella siano state distrutte nell’antichità, i resti che sono stati conservati sono di alta qualità, soprattutto nella colorazione delle iscrizioni.

Sulle pareti della cappella, oltre alle raffigurazioni scolpite della regina, si potevano vedere suo padre Tuthmosis I e di sua madre Seniseneb (sulla parete nord della seconda stanza). Anche tutte le pareti laterali della cappella erano decorate a colori.

Secondo gli studiosi le raffigurazioni di Hatshepsut distrutte sarebbero state di rituali con diverse divinità: la Regina offre incenso ad Amon-Ra, natron ed olio consacrato ad Anubi, svolge riti di purificazione con Osiride e Sokar, dedica un santuario a Ptah e riceve vita da una Dea (Hathor?) non meglio identificata.

Donne di potere, Hatshepsut, Templi

DJESER-DJESERU – IL SANTUARIO INFERIORE DI ANUBI

Di Andrea Petta

Venne realizzato all’estremità settentrionale del porticato intermedio a Deir El Bahari.

È formato da una sala ipostila a 12 colonne che conduce al santuario vero e proprio con due sale ed una nicchia disposte ad angolo retto l’una rispetto all’altra, secondo il principio che doveva celare ai profani i misteri del Dio. Solo la sala ipostila è accessibile ai visitatori.

Le immagini di Hatshepsut sono tutte mutilate a causa della damnatio memoriae, ma le raffigurazioni delle divinità e delle offerte sono rimaste pressoché intatte con colori che sono ancora freschi e brillanti.

La sala ipostila è lunga circa 11 metri e larga poco meno di 7 metri mentre il soffitto, a quasi 6 metri di altezza, è decorato con un cielo stellato.

Sulla parete sinistra Hatshepsut viene raffigurata con diverse divinità, con Anubi, con Nekhbet (a cui evidentemente la Regina era molto legata) e Ra-Horakhty. La munificenza di Hatshepsut è rappresentata da enormi tavole di offerte, organizzate in ben otto registri. Sulla parte destra è invece Tuthmosis III ad offrire del vino a Sokar, una cui statua era probabilmente contenuta nella nicchia della parete (quella opposta dedicata ad Amon), mentre Hatshepsut ed Anubi sono mostrati di fronte ad un’altra divinità a testa di canide.

Presumibilmente doveva essere dedicata ai riti funebri collegati alla mummificazione ed al “ba” della Regina

Donne di potere, Hatshepsut, Templi

LA CAPPELLA ROSSA DI HATSHEPSUT

A cura di Luisa Bovitutti

La Cappella Rossa di Hatshepsut, il cui nome originario è “Luogo dell’amore di Amon”, risale alla XVIII dinastia; probabilmente sorgeva nei pressi del quinto pilone e serviva da luogo di sosta per la barca sacra di Amon; alla morte della sovrana fu completata da Thutmosis III, che aggiunse probabilmente le ultime due file di blocchi nei quali è rappresentato da solo e che in seguito decise di smantellarla e di sostituirla con una cappella propria.

I blocchi furono utilizzati da Amenhotep III come materiale di riempimento del terzo pilone e per ristrutturazioni interne; la cappella è stata ricostruita riassemblando quelli rinvenuti ed integrandoli con altri moderni del medesimo materiale.

Essa è realizzata in quarzite rossa salvo il basamento e le porte che sono in granodiorite grigia; è lunga m. 17,54, larga m. 6,17 ed alta m. 5,64, termina con modanatura a gola egizia ed è composta da un vestibolo a cielo aperto nel quale è posta una vasca, in origine parte di un piedistallo per la barca sacra e da un santuario anch’esso a cielo aperto con due piedistalli, accessibili tramite brevi rampe su entrambi i lati e comunicanti grazie ad una porta interna.

L’esterno della Cappella. Foto: Olaf Tausch

E’ probabilmente il primo “prefabbricato” in pietra della storia, in quanto i blocchi misurano tutti un cubito di altezza ed erano assemblati mediante tacche e tenuti insieme con code di rondine; inoltre, ognuno di essi era concepito come un elemento decorativo indipendente, che presenta uno o più scene complete ed è stato decorato prima del montaggio.

Nelle immagini, l’interno del monumento ed uno schizzo di H. Chevrier che illustra il montaggio e l’ancoraggio dei singoli blocchi

UN’ANALISI ICONOGRAFICA

La base in granodiorite della cappella rossa di Hatshepsut reca un fregio di divinità simili ad Hapi e di fanciulle che portano offerte ad Amon dai distretti dell’Egitto (la cosiddetta “passeggiata geografica”, foto a sinistra in basso).

I rilievi sui lati esterni mostrano l’innalzamento degli obelischi della regina nel tempio di Karnak (foto al centro in basso), la corsa rituale e le danze in occasione della festa del suo giubileo (foto in alto), la processione della bella festa della valle e della festa di Opet (in basso a destra).

Foto: kairoinfo4u
Foto: kairoinfo4u

LA BELLA FESTA DELLA VALLE E LA FESTA DI OPET

I rilievi sui lati esterni della cappella rossa mostrano, come già sottolineato, la processione della bella festa della valle e della festa di Opet: più in particolare sono rappresentati la regina e Thutmosis III che compiono le celebrazioni ed i sacerdoti che trasportano su piattaforme sostenute da lunghi pali il tabernacolo nel quale era custodita la statua del dio.

Esso era a forma di piccola barca, caratterizzata da una polena sia a prua che a poppa; la barca di Amon aveva teste di ariete, Mut la testa di una donna con la doppia corona e Khonsu la testa di falco con mezzaluna e dischi lunari.

In svariati punti l’immagine di Hatshepsut è stata scalpellata (si veda, ad esempio, l’immagine in basso): alcuni sostengono che Thutmosis III abbia voluto condannare all’oblio la regina che lo aveva vessato per anni; altri pensano semplicemente che abbia voluto usurpare la cappella cercando di sostituire la propria immagine a quella della matrigna, senza riuscire nell’intento a causa della durezza della quarzite, che non ha consentito di ottenere un nuovo rilievo là dove era stato abraso quello preesistente. Nella pagina dedicata ad Hatshepsut nella rubrica “Donne di potere sulle rive del Nilo”, cercheremo di capire se damnatio memoriae vi fu e perché.

Donne di potere, Hatshepsut, Sarcofagi

I SARCOFAGI DI HATSHEPSUT

A cura di Nico Pollone

Dalla sequenza dei sarcofagi reali dell’inizio della XVIII dinastia stabilita da Hayes.

Il primo sarcofago di Hatshepsut è stato denominato “A”. Si tratta di una contenitore rettangolare con i lati lunghi divisi in tre pannelli, tutti privi di immagini, tranne che per gli occhi geroglifici udjat incisi sul lato sinistro. Quattro bande trasversali verticali di testo decorano i lati lunghi, e due, alle estremità della testa e dei piedi. Un cartiglio è inciso sulla parte superiore del coperchio, circondando una colonna verticale di testo. Con l’eccezione di una rappresentazione della dea del cielo Nut sulla parte superiore del coperchio, non ci sono figure sulle pareti sarcofago.

Il sarcofago “A”, al Cairo

Dopo essere stata incoronata faraone, Hatshepsut avvertì la necessità di avere una nuova tomba reale, questa volta, come si addice a un faraone, nella Valle dei Re. La tomba precedente fu abbandonata, e iniziarono i lavori di scavo per creare quella che oggi è conosciuta come la tomba KV20 nella Valle dei Re. Questo imponente sepolcro fu scavato per oltre 960 m sotto la superficie, sullo stesso asse del tempio mortuario della regina di Deir el Bahari.

Sfortunatamente, la scarsa qualità della pietra costrinse i costruttori a modificare il tracciato. Nessuna decorazione sopravvive oggi sulle pareti, anche se vi sono stati trovati quindici blocchi di rivestimento con testi religiosi.

La nuova tomba fu dotata di un nuovo sarcofago di quarzite per il “re donna”. Questo sarcofago, il secondo di Hatshepsut, è il sarcofago di Boston, ora noto nella sequenza di Hayes come sarcofago “C”. Questo pezzo fu tagliato, decorato, iscritto e completamente preparato per Hatshepsut.

La situazione avrebbe dovuto essere risolta qui. Ma molti cambiamenti di piano dovevano ancora seguire.

All’inizio del regno, Hatshepsut potrebbe aver avuto difficoltà a legittimare la sua pretesa al trono. Mentre un grande sentimento verso suo padre, il da tempo defunto Thutmose I, rende possibile un’interpretazione romantica degli eventi che seguirono, è più probabile che sia stata una pura motivazione propagandistica a causare un cambiamento dei piani mortuari di Hatshepsut. Abbiamo già menzionato di sfuggita le scene di nascita divina di Hatshepsut nel suo tempio mortuario a Deir el-Bahari, e la rappresentazione politicamente motivata della benedizione di Thutmose I che la annuncia come “prossimo” faraone (ignorando convenientemente il regno intermedio di Thutmose II).

Probabilmente tra gli anni 4 e 7 Hatshepsut decise di espandere la sua associazione con il suo defunto padre. Ordinò la rimozione del corpo di Thutmose I dalla, nella Valle dei Re (tomba KV 38), e la sua risepoltura accanto al suo sarcofago nella sua seconda tomba (KV 20), ancora in costruzione. Forse la risepoltura fu accompagnata da una “seconda” processione funebre per suo padre, intesa a riaffermare pubblicamente il legame di legittimità politica tra padre e figlia.

Il sarcofago “C”, a Boston

Ella “regalò” il suo secondo sarcofago (il sarcofago “C” di Boston) a Thutmose I, e ordinò che fosse riallestito per ospitare il suo corpo mummificato e la sua originale bara antropoide di legno. Come vedremo, questo richiese un completo ridimensionamento e ridisegno del pezzo. Ora si hanno due sarcofagi, ma ancora per Hatshepsut manca quello per la propria eventuale mummificazione e sepoltura.Hatshepsut ordinò allora un terzo sarcofago per sé, ora noto come sarcofago “D” (fig. 8), un pezzo simile, anche se più grande ed elaborato del sarcofago di Boston.

Il sarcofago “D”, al Cairo

Alla fine, lo scavo della tomba di Hatshepsut KV 20 fu abbastanza profondo da permettere a entrambi i faraoni, Hatshepsut e Thutmose I, di essere sepolti nella camera più interna. Entrambi i sarcofagi potrebbero essere stati posti nella tomba nello stesso momento (le scale della tomba mostrano gradini solo su un lato, per permettere la discesa scorrevole dei sarcofagi. Ma a un certo punto, durante il reinserimento della mummia di Thutmose I, si scoprì improvvisamente che la sua bara originale in legno antropoide era troppo grande per entrare nel nuovo sarcofago “C” di Hatshepsut. Con apparente fretta, le estremità interne della testa e dei piedi del sarcofago furono allargate, cancellando la decorazione aggiunta per Thutmose I e danneggiando i testi sulla parte superiore delle pareti del sarcofago, anch’essi recentemente modificati da Hatshepsut a beneficio di Thutmose I. La decorazione fu frettolosamente riapplicata alle estremità superiori della testa e dei piedi, la bara di legno del re fu posta all’interno e il coperchio fu chiuso sopra di lui.

In tempi moderni, la tomba KV 20, la seconda tomba (reale) di Hatshepsut, fu esaminata per la prima volta da James Burton nel 1824. Poi, nel 1903, Howard Carter, lavorando nella Valle dei Re per conto dell’avvocato e imprenditore di Newport, Rhode Island, Theodore M. Davis, ha ripulito la tomba di Hatshepsut.

I maggiori ritrovamenti furono i due sarcofagi reali in quarzite “C” e “D”, e il contenitore canopo della regina. Il sarcofago “C” era stato ribaltato e giaceva sul lato est contro uno dei tre pilastri della camera, mentre il suo coperchio era stato accuratamente lasciato appoggiato al muro. Il sarcofago più grande “D” era capovolto, con il suo coperchio rovesciato sulla schiena sul pavimento a diversi metri di distanza. Entrambi i sarcofagi erano vuoti, ed entrambi furono rimossi da Carter dalla tomba. Mentre il terzo e ultimo sarcofago “D” di Hatshepsut andò al Museo del Cairo, il direttore del Servizio Egiziano delle Antichità, Gaston Maspero, propose il sarcofago “C” di Thutmose I a Davis. Egli a sua volta lo donò nel 1904 al Museum of Fine Art di Boston, insieme a numerosi reperti di un’altra stagione di lavoro nella tomba KV 43, la tomba di Thutmose IV. Il sarcofago fu spedito a Boston, e da allora è rimasto in mostra al Museum of Fine Arts della città.

P.S.: per un facile riconoscimento. a parte il primo (A) che non ha sostegni ai quattro angoli per il coperchio, si riconosce quello del Cairo (D) da quello di Boston (C) dai vetri di protezione presenti.

Donne di potere, Hatshepsut

IL PORTICO DI PUNT

LA STORIA DI UNA GRANDE IMPRESA

INTRODUZIONE

L’argomento della spedizione commerciale a Punt organizzata da Hatshepsut nell’anno nono del suo regno è già stato magistralmente affrontato da Nico Pollone, che ci ha regalato anche la traduzione del testo geroglifico che accompagna il ciclo di rilievi che la rievocano e che si trova sulla parete del portico sito sulla parte sinistra della seconda terrazza del tempio di Deir el-Bahari: potrete trovare l’articolo nel nostro sito web alla voce “testi”.

Il mio contributo è molto meno specialistico, e vuole essere un’analisi dei rilievi stessi, così come ricostruiti sulla base dei disegni eseguiti all’epoca della loro scoperta, prima che la maggior parte di essi venisse rubata subito dopo l’apertura del sito da parte di Mariette, avvenuta nel 1858.

Fonti epigrafiche e documentali certificano che già nell’Antico Regno Cheope e Pepi II intrattennero proficui scambi commerciali con il leggendario Paese di Punt, la cui esatta localizzazione è ancora oggi controversa anche se è certo che dovesse trovarsi a sud della valle del Nilo, nella zona indicata dalla cartina; tali contatti proseguirono anche nel Medio regno con Mentuhotep III e ripresero 500 anni dopo nel Nuovo Regno, prima con Hatshepsut e poi con Thutmosis III ed Amenhotep III; Amenhotep II, Ramses II e Ramses III inoltre ebbero relazioni diplomatiche con quelle genti, ricevendo le loro delegazioni.

LA DISLOCAZIONE DEI RILIEVI NEL TEMPIO

Le rappresentazioni della spedizione della grande sovrana iniziano sul registro inferiore posto sul lato meridionale della parete e continuano sulla parte inferiore del muretto meridionale e nei registri superiori della parete posteriore; il seguente diagramma, tratto da un articolo di Karl H. Leser trovato in rete, mostra la disposizione delle scene nel portico, ormai poco visibili e molto lacunose.

  • 1 – la flotta arriva a Punt
  • 2 – la spedizione è accolta a Punt
  • 3 – Scambio di doni; sopra al n. 3 uomini trasportano alberi comprese le radici
  • 4 – le navi vengono caricate con il “tributo” di Punt
  • 5 – il ritorno della spedizione
  • 6 – doni per il Signore di Punt
  • 7 – Hatshepsut presenta ad Amon i doni portati da Punt
    • 7a – Hatshepsut
    • 7b – tre grandi alberi
  • 8 – Pesatura e conteggio dei beni
    • 8a – mucchi di mirra tra i registri 8 e 9 c’è solo testo
  • 9 – il successo della spedizione a Punt è annunciato davanti ad Amon
    • 9a – Thutmosis III offre incenso ad Amon
    • 9b – Hatshepsut in piedi davanti ad Amon
    • 9c – Amon in trono
  • 10 – il successo della spedizione è annunciato alla corte reale

Nelle immagini, pianta del sito di Deir El-Bahari elaborata da Golvin, ove il portico di Punt è indicato da una freccia da me apposta

L’ORDINE DI AMON A SUA FIGLIA HATSHEPSUT

Dalle iscrizioni del portico si apprende che lo stesso Amon aveva dato ad Hatshepsut l’ordine di organizzare il viaggio garantendole il successo nell’impresa che avrebbe confermato la benevolenza divina nei suoi confronti.

“Detto da Amon, Signore dei troni delle Due Terre: “Vieni, vieni in pace, figlia mia, la bella, che sei nel mio cuore, Faraone Maatkare… io ti darò Punt, tutta quanta… Guiderò [i tuoi soldati] per terra e per mare, sulle rive misteriose che conducono ai porti dell’incenso, il territorio sacro della terra divina, la mia dimora di delizie…”

La spedizione era finalizzata a procurarsi beni pregiati come olibano, mirra, incenso, ebano, oro, avorio, e pelli di ghepardo scambiandoli con prodotti egizi, ed il tesoriere Nehesj aveva avuto l’ordine di importare anche alberi completi di radici da ripiantare e coltivare in patria: a Deir el-Bahari, infatti, sul lato destro e sinistro della prima rampa che porta alla terrazza centrale sono stati trovati bacini all’interno dei quali vi sono dei ceppi che si suppone possano essere i resti degli alberi portati da Punt.

“Prenderanno quanto incenso vorranno. Caricheranno le loro navi di alberi di incenso ancora verde [cioè fresco] e di tutte le cose buone di quella terra fino a soddisfare pienamente i loro cuori”.

Nelle immagini, uno dei ceppi ritrovati a Deir el-Bahari e l’albero dell’incenso (boswellia sacra).

 LA PREPARAZIONE DELLE NAVI ED IL VIAGGIO

La regina fece quindi allestire cinque grandi navi a vela, rappresentate con la prua rivolta a sud, nell’atto di partire:

“Partenza dei soldati del Signore delle Due Terre che attraverseranno il Grande Mare sulla Giusta Via verso la Terra degli Dei, in obbedienza del volere del re degli Dei, Amon di Tebe. Egli comandò che gli venissero portati i meravigliosi prodotti della Terra di Punt, per questo egli ama la Regina Hatshepsut più di tutti gli altri re che hanno governato queste terre”.

Le imbarcazioni erano dotate di un solo albero alto circa otto metri, di una singola vela quadra e di due pennoni a cui legarla; erano lunghe circa 20 – 25 metri, con poppa e prua molto alte sopra l’acqua ed erano prive di cabina; a poppa ed a prua una piattaforma rialzata protetta da una balaustra serviva da postazione di vedetta e probabilmente sotto di essa era previsto un riparo per gli ufficiali.

Esse non avevano ponti, in quanto i rematori, quindici per lato, erano posizionati in coperta; il timone, formato da due lunghi remi fissati ad un supporto sulla piattaforma posteriore, era manovrato da due timonieri con un lungo bastone curvo; l’equipaggio era completato da quattro addetti a tenere il ritmo di vogata, un pilota, un sorvegliante dei rematori, un capitano ed una scorta armata composta da otto o dieci soldati e da un ufficiale.

La spedizione consisteva quindi di circa 210 persone distribuite su cinque navi: il rilievo mostra i rematori ai remi; i capivoga in piedi alle loro spalle sulla piattaforma di prua; il timoniere a poppa; il capitano, riconoscibile dal bastone del comando, in piedi sulla piattaforma a prua che guarda nella direzione verso cui è diretta la nave.

Il testo esplicativo non contiene informazioni sul viaggio ma si limita a registrare il felice approdo a Punt; la rotta seguita dagli egizi, anch’essa controversa, sarà oggetto di un distinto post, che ci verrà regalato dal nostro esperto di navigazione Sandro Barucci.

Nelle immagini, la nave: il rilievo originale e il disegno a suo tempo eseguito da Naville, che documentò alla fine del 1800 tutto il sito.

Il Porto di imbarco

A cura di Sandro Barucci

Come ho scritto nel post sui porti del Mar Rosso, il luogo di partenza e di arrivo al ritorno, ben documentato fino dalla XII dinastia, è Mersa/Wadi Gawasis, che si trova alla latitudine della città di Tebe , ben raggiungibile attraverso la pista nel Deserto orientale. Vi è consenso fra gli studiosi che da qui sia partita anche la “nostra” spedizione, con trionfale ritorno nella Capitale. La Mèta del Viaggio.Qui è importante fare una premessa. Spesso quando iniziamo un discorso “gli Egizi pensavano che …” , dimentichiamo l’estensione temporale di questa Civiltà ed il mutare delle situazioni. Anche nel caso della “Terra di Punt” dobbiamo tenere ben presente che fra il primo viaggio documentato sotto il faraone Sahura ed il viaggio di Hatshepsut è trascorso un millennio, durante il quale si sono evolute le conoscenze tecniche generali e le capacità di navigazione in particolare. E’ dunque oggi considerato verosimile che il concetto di “Punt” si sia modificato nel tempo; inizialmente era quello di una terra favolosa raggiungibile verso Sud , probabilmente poteva essere il Sudan meridionale (n.1 nella mappa) , per poi divenire una meta più lontana con l’aumento delle conoscenze, fino a raggiungere lo stretto di Bab el Mandeb (n.2), e poi forse andare oltre. La convinzione prevalente oggi è che tutte le mete di cui si è discusso largamente come alternative, siano in realtà state raggiunte tutte in tempi diversi, sotto il nome generale di “Punt”. Bab el Mandeb si trova approssimativamente a 1900 Km da Mersa/Wadi Gawasis, può sembrare una distanza enorme; ricordiamo però che quelli di Hatshepsut sono vascelli con ampi equipaggi di professionisti e che la storia della navigazione riporta distanze ben superiori compiute anche solo a remi. Vediamo anche la mappa della zona più meridionale del Mar Rosso. Si sarebbero trovati tre arcipelaghi principali dove fare tappa ed anche vedere con chiarezza la vicina costa dello Yemen (n.3), facile da raggiungere (anzi con ogni probabilità visitata). Non sappiamo quanto altro ancora una spedizione potesse proseguire oltre lo Stretto, in Oceano Indiano . Ricordo solo, senza alcuna pretesa di prova storico-scientifica , che l’attuale Stato del Puntland si trova sulla costa sud-orientale del Corno d’Africa (n.4) e fa parte della Repubblica federale di Somalia

L’ARRIVO A PUNT

Il rilievo mostra gli Egizi che arrivano a Punt, raggiungono un villaggio di palafitte coniche che sorge sulle rive di un corso d’acqua ricco di pesci di specie ben identificabili (c’è anche una tartaruga, a malapena visibile sotto la capanna posta più a sinistra).Le capanne sono accessibili tramite una scala a pioli esterna, ed una di esse è sorvegliata da un cane da guardia; tutto l’agglomerato è immerso in un bosco di palme da dattero molto alte e alberi di ebano e mirra, con bovini al pascolo, pantere o leopardi ed uccelli.

Nelle fotografie il villaggio nella terra di Punt nel suo complesso, particolare di una capanna e di parte del bosco dove pascola una mandria.

LA COLLOCAZIONE GEOGRAFICA DEL VILLAGGIO

Si è ipotizzato che il paesaggio nel quale si colloca il villaggio rappresenti un tratto delle coste del Mar Rosso, ma Maspero sostenne che potesse riferirsi alle sponde di un fiume diverso dal Nilo che gli Egizi avrebbero imboccato via mare dalla foce, in quanto nel rilievo originale l’acqua era dipinta di verde, colore che indicava l’acqua salata od un fiume soggetto alla marea; inoltre alcuni esemplari di flora ivi raffigurati non crescono in riva al mare (es. il sicomoro odoroso, ritratto nella fotografia in basso) né alcuni animali presenti erano tipici del Nilo.

LA DELEGAZIONE EGIZIA SI PREPARA AD INCONTRARE I PRINCIPI DI PUNT

Dopo lo sbarco Nehesi depose su di un tavolo “tutte le buone cose della Sua Maestà, che abbia vita, salute e forza, destinati ad Hathor, Signora di Punt” (collane di perline di vetro – produzione artigianale nella quale l’Egitto eccelleva e che erano molto apprezzate anche all’estero – braccialetti probabilmente d’oro in quanto dipinti di giallo, un’ascia e una daga da cerimonia) e si prepara ad incontrare il capo locale.

Il tesoriere indossa abiti civili ma porta il bastone di comando ed è accompagnato da una scorta: i soldati con lancia, ascia e scudo rotondo, l’ufficiale senza scudo ma con un arco oltre all’equipaggiamento comune.

Il fatto che buona parte dei partecipanti alla spedizione fossero soldati induce a ritenere che gli Egizi temessero di non essere accolti amichevolmente dalla popolazione di Punt, con la quale non avevano contatti diretti da oltre 500 anni, ed alcuni studiosi hanno addirittura ipotizzato che la pacifica spedizione commerciale sia stata quasi una scorreria, vista la magnificenza dei beni che vennero riportati in Egitto e la modestia dei doni che Hatshepsut aveva mandato al signore locale.

L’INCONTRO CON I PRINCIPI DI PUNT

Nehesi viene accolto amichevolmente e con deferenza dal principe Parahu, dalla moglie e dai figli, che si avvicinano con le braccia levate verso l’alto in segno di omaggio, seguiti da un asino sellato (“il grande asino che porta sua moglie”, dice l’iscrizione) e da tre servitori con corti bastoni e con la barba a punta ricurva.

La sovrapposta iscrizione geroglifica rassicura in merito alla deferenza mostrata dal principe non tanto nei confronti della sovrana, quanto delle sue truppe, e ne rileva lo stupore nel vedere Egizi spintisi fin nella sua terra:

“qui vennero i Grandi di Punt, le loro schiene piegate, le loro teste piegate, a ricevere i soldati della Sua Maestà”. “Come siete arrivati in questa terra sconosciuta agli uomini dell’Egitto? Provenite dalle strade del cielo? O avete navigato il mare di Ta-nuter? Dovete aver seguito il percorso del sole. Per quanto riguarda il Re dell’Egitto, non ci sono strade che siano inaccessibili alla Sua Maestà; noi viviamo dell’aria che egli ci fornisce”.

Il capo del villaggio, che un’iscrizione definisce “il Grande di Punt, Parihu” ed i suoi congiunti (“i suoi figli”, “sua figlia” e “sua moglie, Ati”) hanno la carnagione di color rosso mattone ed i capelli neri come gli Egizi, e Parihu porta una collana di grandi perle, una piccola daga alla cintura e indossa un gonnellino analogo a quello dei suoi visitatori, ma ha una barba a pizzetto curva verso l’alto (evidentemente di moda a Punt, mentre in Egitto era tipica del solo Faraone) e anelli alle gambe che lo identificano come straniero.

La sua regina è obesa ed indossa un vestito giallo, bracciali, cavigliere, una collana di perline, una catenina ed una fascia sulla fronte ed ha due linee tatuate ai lati della bocca. Alcuni studiosi, tra i quali Maspero, hanno attribuito la sua obesità a qualche patologia; altri, invece, hanno ritenuto che l’artista egizio avesse voluto rappresentare nella moglie del capo la tipica bellezza locale, in quanto in alcune zone dell’Africa centrale erano molto apprezzate le donne grasse ed anche la giovane figlia di Parihu appare già un po’ sovrappeso.

L’immagine è una riproduzione fedele esposta presso il Royal Ontario Museum di Toronto (Canada), in quanto quella originale è andata perduta e ne sopravvivono solo i disegni di Naville; l’incontro è raffigurato nel registro inferiore (in faccia alla famiglia reale si nota il tavolo con le offerte di Nehesi). Il registro superiore si riferisce ad un’altra fase del racconto.

LO SCAMBIO DI DONI E IL CARICO DELLE NAVI EGIZIE

I doni di Hatshepsut sono offerti al Principe di Punt, il quale in cambio fa portare sulla riva i prodotti della sua terra che vengono caricati sulle navi e portati in patria.

“le navi furono caricate con le meraviglie della Terra di Punt, e con tutti i tronchi di ebano; con cumuli di mirra e piante della stessa; con ebano e puro avorio; con oro e verdi agate trovate nella Terra di Amu… e con i nativi di Punt, le loro donne e i figli. Nessun re, sin dall’inizio del mondo, aveva portato simili meraviglie”.

I marinai egizi trasportano mediante lunghe stanghe alcuni alberelli che le scritte identificano come sicomori odoriferi, ossia alberi della mirra; per proteggerne le radici utilizzano dei canestri di vimini riempiti di terra; i nativi invece caricano tronchi di ebano, alcune scimmie, una giraffa, un elefante ed un cavallo; in altri punti del rilievo si vedono gli alberi completamente cresciuti che presentano tra il tronco e i rami delle piccole protuberanze di gomma resinosa stillata attraverso le spaccature.

Mentre le navi vengono caricate, gli Egizi offrono un ricevimento ufficiale al Principe ed alla sua famiglia nella tenda allestita per l’occasione:

“Nel porto dell’incenso di Punt, per l’inviato del re e i suoi soldati fu allestita sulla riva del mare la tenda in cui potesse ricevere i capi di questo paese e offrire loro pane, birra, vino, carne, frutta e tutte le cose buone della terra d’Egitto, secondo quanto era stato ordinato dal faraone [vita, forza, salute] “

 I DONI DI COMMIATO

Parihu e la famiglia si accomiatano dagli Egizi con ricchissimi doni. A destra del corteo reale si notano un enorme cumulo di mirra, due vassoi carichi di anelli d’oro e una pila di zanne di elefante; uno dei figli del principe porta una ciotola colma di polvere d’oro, mentre i tre personaggi in fila dietro di lui recano in spalla due casse dal contenuto non individuabile ed un grande vaso.

La coppia di sovrani non ha più l’atteggiamento deferente mostrato all’arrivo della delegazione…. chissà, forse sono sollevati nel vederla partire…

LO SBARCO A TEBE E LA PRESENTAZIONE DEI DONI ALLA SOVRANA E AD AMON

I successivi registri mostrano l’arrivo e lo scarico delle navi di fronte ad Hatshepsut e la sovrana che, in presenza di Nehesj e Senenmut, offre con orgoglio a suo “padre” Amon la parte più preziosa delle merci importate.

Le figure di Hatshepsut, Nehesj e Senenmut, nonché una parte importante dei testi erano già state scalpellati nell’antichità, e sostituite da Thutmosis III con indosso la corona Khepresh che offre due vasi di mirra ad Amon.

La presentazione del viaggio a Punt si conclude con l’annuncio del felice ritorno della spedizione davanti alla corte, ad Hatshepsut (completamente scalpellata) seduta sul trono sorretto da due leoni e dal simbolo sema tawy ed al suo Ka, rappresentato in dimensioni ridotte dietro di lei.

Nelle immagini, i soldati sfilano orgogliosi dopo essere sbarcati dalle navi raffigurate sopra di essi; una belva ed un elefante portati in dono ad Hatshepsut; uno dei due leoni che reggono il trono della regina; un funzionario che misura la mirra importata.

FONTI di tutta la serie di post sul portico di Punt:

Donne di potere, Hatshepsut

AMENHOTEP IL DIRETTORE DEI LAVORI, VETERANO DEL RE

A cura di Grazia Musso

Amenhotep, titolare della tomba TT73, fu un funzionario attivo principalmente sotto il regno di Hatshepsut.

Non si hanno notizie della sua famiglia, salvo il nome della moglie Amenemopet.

Nella sua tomba a Sheikh el-Qurna, il suo nome fu accuratamente cancellato durante il regno di Akhenaton, ma le due iscrizioni grafite sull’isola di Sehel hanno permesso di ricostruirlo, mediante il suo ruolo proclamato su questi documenti ” Sovrintendente dei lavori per i due grandi obelischi”.

Il primo è composto da tre righe: ” Unico confidente del Re il suo amato, Sovrintendente dei lavori per i due grandi obelischi, Sacerdote di Khnum, Satis e Anukis, Amenhotep”.

Sempre nella stessa località, Amenhotep è rappresentato su un secondo graffito: l’immagine lo mostra in piedi, indossante una pelle felina, come Sommo Sacerdote di Anukis, responsabile del lavoro nella grande casa del granito rosso, Amenhotep e sua moglie Amenemopet. Il titolo si riferisce alla triade Khnum, Satis e Anukis, divinità protettrici della regione.

Il grande traguardo della sua carriera, di cui era particolarmente orgoglioso, è stato il lavoro dei due grandi obelischi per la regina. Sia ad Assuan e a Tebe, egli stesso si descrive come ” il capo responsabile dei lavori per i due grandi obelischi”. Questi sono stati posti nella “Casa di Amon”, nel tempio di Amon a Karnak, come è stato espressamente indicato nella tomba. I due obelischi furono posti tra i piloni 4 e 5.

Dalla sua tomba si rileva che, oltre al compito di sovrintendente per gli obelischi, abbia avuto anche il compito da parte di Hatshepsut, di costruire una cappella a Elefantina, con le immagini delle divinità locali.

Donne di potere, Hatshepsut

DYEHUTY

A cura di Grazia Musso

Dyehuty servì Hatshepsut e poi anche Tuthmosis III, proveniva probabilmente dalla zona di Tebe, forse Hermopolis, e iniziò la sua carriera come esattore delle tasse per poi raggiungere le più alte cariche della corte.

Djehuty è succeduto a Ineni (sepolto nella tomba n. 81 a Tebe) come supervisore del tesoro. Era lui che controllava tutte le pietre preziose del tempio di Karnak e che era incaricato di riempirlo con tutti i tipi di prodotti.. Inoltre, era incaricato di registrare i diversi prodotti che provenivano da terre straniere come tributo annuale, nonché ciò che gli davano i governanti locali dell’Egitto.C ontava i prodotti che provenivano da tutte le terre straniere e le meraviglie che venivano da Punt. Era incaricato di registrare i prodotti degli Shasu, popolazioni semi-nomadi della regione della Palestina, e l’oro degli Aamu (Semiti). Inoltre, ha anche ricoperto la carica di ” supervisore del lavoro” in numerose costruzioni. È stato responsabile dei lavori sulla barca sul Nilo “User-hat-Amon” e di vari lavori a Deir el-Bahari a Kernak. Nel primo di questi templi è da segnalare la costruzione di una grande cappella in onore della regina Hatshepsut, in ebano nubiano, forse quella trovata da M. Naville, in questo tempio. A Karnak ha eseguito lavori su diverse porte, obelischi, altari e cappelle.

Djehuty era, senza dubbio, un personaggio importante, con un grande peso all’interno del governo di Hatshepsut. Infatti, nella sua autobiografia, si definisce ” un capo di palazzo”. È probabile che fosse un fedele sostenitore di Hatshepsut, quindi come alcuni dei suoi monumenti sembrano indicare, potrebbe aver subito una qualche forma di persecuzione o emarginazione dopo la morte della regina. Così, nella sua tomba, il nome della regina fu completamente cancellato e persino, in diverse occasioni, il nome dello stesso Djehuty.

La “dannatio memoriae” di Djehuty è avvenuta non solo sulla sua tomba, ma anche a Deir el-Bahati. Nei rilievi relativi alla spedizione a Punt è stata volutamente cancellata una figura che registra i prodotti arrivati da questo paese, ma che può essere identificata attraverso il nome e il titolo che l’accompagnano: ” lo scriba e maggiordomo Djehuty”. Sempre a Deir el-Bahari nella scena in cui Hatshepsut viene informata del successo della spedizione a Punt, davanti alla regina compaiono tre personaggi le cui figure sono state cancellate: il primo sarebbe quello di Nehedi, il secondo quello di Senemut e il terzo dovrebbe essere di Djhuty. Questi tre nobili appartenevano al gruppo di ufficiali che avevano il maggior peso e Influenza durante il regno di Hatshepsut.

Sembra che dopo la sua morte abbiano subito una sorte di persecuzione nei loro monumenti, proprio a causa dello stretto legame con lei.

Fu sepolto nella tomba tebana TT11, nella necropoli di Dra Abu el-Naga. Dalla sua tomba sono conservate due stele, una delle quali con iscrizioni delle sue attività di costruzione del tempio di Karnak.

La pianta della tomba
Parte orientale della cappella
Nut nella stanza della tomba, scoperta nel 2009ngresso
All’ingresso della tomba di Djehuty, hanno trovato 5 orecchini d’oro e 2 anelli d’oro che risalgono all’inizio della XVIII Dinastia e che probabilmente Appartenevano a Djehuty o a un membro della sua famiglia.
Camera funeraria TT11
Rituale del “girotondo” intorno alla tomba
“strangolamento” di un prigioniero nubiano
Donne di potere, Hatshepsut

HAPUSENEB

A cura di Grazia Musso

Fu un importantissimo dignitario durante il regno della regina Hatshepsut.

Era il figlio di Hapu, terzo sacerdote lettore di Amon .Fu il Primo Profeta di Amon dall’anno 2 all’anno 16 del regno della regina, principe ereditario e Conte, Tesoriere del Re dell’Alto e Basso Egitto, Supervisore dei Sacerdoti dell’Alto e Basso Egitto e Supervisore di tutti i lavori del Re.

Unitamente a Senenmut si occupò della realizzazione dei grandi progetti della regina, quali la costruzione della sua tomba e del tempio di Deir El-Bahari, l’ampliamento del tempio di Amon a Karnak, la spedizione nella terra di Punt.

A causa dello scarso numero di documenti è difficile descrivere il corso della sua carriera con una certa sicurezza. Primo Sacerdote di Amon, forni’ ad Ahtshepsut il supporto alla sua legittimazione come faraone, per questo fu concepito il mito religioso più bello mai conosciuto nella storia d’Egitto: il Mito della teogamia, cioè il divino matrimonio tra un essere mortale e un Dio, dichiarando Hatshepsut figlia del dio Amon e della regina Ahmes.

Egli venne sepolto nella necropoli d’élite di Tebe, nella tomba TT67.In un ‘iscrizione nella sua tomba è rappresentato nella importante spedizione per la terra di Punt, di quella spedizione fu senz’altro, il più vicino consigliere della regina, il principale organizzatore della spedizione e, come responsabile del dominio di Amon, il principale beneficiario.

Una iscrizione nella sua tomba elogia il sommo sacerdote e fa luce su alcuni tratti della sua personalità, sottolineando la sua importanza:” iI nobile, il principe, che si avvicina al corpo divino, i cui favori sono stabili e grande amore che ispira, che lo fa eminente al palazzo reale, il dotto iniziato ai misteri della Enneade divina, superiore dei segreti dei due urei, il direttore delle più alte cariche, il sommo sacerdote di Amon, Hapuseneb “.La tomba è stata per lungo tempo in preda al degrado, usata come stalla e la decorazione originale quasi distrutta. Rimangono le scene del trapianto degli alberi, di lavori artigianali e di Hapuseneb di fronte al tavolo delle offerte.

Cono funerario che decorava la facciata della tomba di Hapuseneb.
Metropolitan Museum of Art, New York.
Tomba di Hapuseneb, la tomba TT67 sul pendio di Sheik Abd El – Qurna

Parte anteriore della TT67 che mostra l’ingresso
Parte anteriore le finestre…

Sulla parete posteriore della sala trasversale, Davies (1961) identificò una scena di Punt che mostra come gli alberi di incenso fossero stati abbattuti a Punt. Sul lato sinistro è raffigurata una figura che sorveglia l’abbattimento degli alberi. Questo è un disegno di Davies.

Secondo Davies la scena mostra artigiani evidentemente costruttori di carri che intagliato e piegano il legno o il cuoio, probabilmente controllati da un sorvegliante, in piedi sulla destra.

Donne di potere, Hatshepsut, XVIII Dinastia

LA STELE DI HATSHEPSUT DEI MUSEI VATICANI

A cura di Ivo Prezioso

Particolare della stele che la regina Hatshepsut fece erigere per commemorare un restauro fatto eseguire a Tebe Ovest.

In alto c’è il disco solare alato simbolo di Amon-Ra che abbraccia una scritta piuttosto convenzionale che si ripete letta prima da sinistra a destra e poi viceversa: Bhdty ntchr ‘3 nb pt (quello di Behedt,[cioè Horus] grande signore del cielo). La scena vera e propria è invece molto interessante e vede come protagonisti quattro personaggi riconoscibili dal loro abbigliamento e dal fatto che sopra ognuno di loro è scritto il proprio nome.

Da sinistra a destra abbiamo: Amon-Ra, con il suo alto diadema e la dicitura corrispondente ‘Imn R’ nb nswt t3awy (Amon Ra signore dei troni delle due terre). Regge con una mano lo scettro “was” e nell’altra, non visibile nell’illustrazione, il segno della vita “‘nkh”

Di fronte a lui sta Hatshepsut che gli porge un offerta rituale. Indossa la corona Keperesh e veste abiti maschili. Che si tratti di lei ce lo dice il cartiglio col suo nome di intronizzazione Maatkara seguito dalla dicitura dì ‘nkh mi R’ (dotata di vita come Ra).

Dietro di lei segue Tuthmosis III con la corona bianca dell’Alto Egitto ed il relativo cartiglio col suo nome di intronizzazione (quindi siamo in piena co-reggenza) Menkheperra seguito dalla formula dì ‘nkh (dotato di vita).

L’ultima figura è la personificazione, di Khefet-her nebes, definita dall’iscrizione sulla sua destra, w3st khftt hr nb s (Tebe, la necropoli – letteralmente, colei che è di fronte al suo signore). Illustrata a grandi linee la scena raffigurata, lo spunto di riflessione viene dai presunti pessimi rapporti tra la regina ed il nipote, futuro faraone.

E’ vero che spesso i nomi Hatshepsut sono stati cancellati, (però questa stele, ad esempio è perfettamente integra), ma molto tempo dopo e neanche si può accettare con leggerezza che la tanto strombazzata “damnatio memoriae” sia tutta dovuta alle ire del nipote per troppo tempo tenuto a freno, come molti egittologi hanno sostenuto. In realtà, la cancellazione non è stata così sistematica come quella subita da Akhenaton (in quel caso, si può evocare la damnatio); è avvenuta tempo dopo, per la maggior parte, anche molto dopo il regno di Tuthmosis III, e probabilmente alla base ci sono motivi che ancora non trovano una spiegazione soddisfacente. Ma poi di questo, si parlerà più diffusamente nel prosieguo della rubrica. La mia opinione(del tutto personale e, conseguentemente, da considerare come tale), è che il regno di una donna, sebbene non una novità, costituisse un’eccezione soprattutto di tipo ideologico (Faraone= Horus incarnato in terra). e quindi visto come elemento di disturbo nei confronti di una tradizione ormai quasi due volte millenaria. Inoltre, non è da escludere che l’appoggio richiesto al clero di Ammone per favorirne l’intronizzazione, non sia stato proprio (diremmo oggi ) a gratis. Questo vide accrescere enormemente il potere di quella classe sacerdotale e fu forse una delle concause che portò allo scisma amarniano. Io credo che sarebbe molto più prudente attenersi alle evidenze nude e crude, e trarre le conclusioni solo in presenza di prove inequivocabili. Oltretutto andrebbe tenuta presente la mentalità egizia completamente differente dalla nostra. Spesso i faraoni usurpavano monumenti dei loro predecessori, cancellandone le tracce, addirittura smontandoli e ricostruendoli e sostituendo i loro cartigli. Come spiegare, per esempio le sovrapposizioni operate ad Abydos da Ramses II, nel tempio eretto dall’amatissimo padre? Sovrapposizioni che in parte sono venute giù ed hanno lasciato delle curiose commistioni di simboli che hanno scatenato la fantasia di pseudo-studiosi cui non è sembrato vero di annunciare al mondo che gli egizi possedevano elicotteri, carri armati, astronavi!!!!!! Ma questa è un’altra storia che esula completamente dalle finalità del nostro gruppo.