E' un male contro cui lotterò

CONTRACCEZIONE ED ABORTO

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Contrariamente a quanto possiamo pensare vedendo le immagini del famoso “preservativo di Tutankhamon”, la contraccezione nell’Antico Egitto riguardava solamente le donne – e se era sicuramente importante la fertilità e la maternità, non risulta che la contraccezione e l’aborto fossero biasimati o condannati sia a livello sociale che religioso come è invece avvenuto (ed avviene) in altre civiltà, compresa quella cristiana.

Il “preservativo” in lino di Tutankhamon, probabilmente una guaina per le medicazioni ad un dito (steccaggio frattura?) oppure una protezione da insetti e parassiti

Il “preservativo” era tale…solo per proteggere le parti intime dell’uomo – ed anche questo uso non è del tutto certo.

Quello di Tutankhamon era costituito da una guaina di lino molto fine, imbevuta di un olio vegetale, attaccata ad un laccio che permetteva di legarlo alla vita. Potrebbe essere stata una guaina per lo steccaggio di un dito fratturato, oppure una protezione da indossare sotto il gonnellino contro gli insetti ed i parassiti (ricordate la bilharziosi e la conseguente ematuria? Gli “uomini mestruati”? https://laciviltaegizia.org/2022/12/02/maledetti-parassiti/), magari usato solo come elemento rituale. Di sicuro non sarebbe stato molto efficace come contraccettivo.

Il “preservativo” nella foto originale di Burton. Carter lo identifica come “guaina per dito”; dalla sua scheda è lungo 7 cm ed ha una larghezza massima di 3.

Tutti i preparati usati come contraccettivi nei papiri medici hanno invece un’applicazione locale, con un’azione smile al diaframma unito agli spermicidi.

Il Papiro Ebers indica chiaramente come rendere una donna non fertile per almeno un anno: foglie di acacia, coloquintide, carrube e datteri tritati, mescolati ad un henu di miele (450 ml circa), formando un composto con cui impregnare un tampone di lino da inserire in vagina (Ebers 783).

Sia il Papiro Kahun che il Papiro Ramesseum IV specificano che il tampone va inserito “alla bocca dell’utero” e propongono altre formulazioni, che comprendono lo sterco di coccodrillo o il latte acido.

Nonostante il comprensibile sorriso che tali formulazioni ci possono far venire, c’è una ragione scientifica alla loro base: il pH vaginale. Normalmente tale pH è acido, intorno a 4.0-4.2, mentre lo sperma è leggermente alcalino (7.5-8.0), tamponando il pH vaginale per qualche ora e mantenendo gli spermatozoi vitali. Se il pH vaginale viene acidificato, gli spermatozoi vengono rapidamente inattivati, prevenendo il concepimento – è il principio alla base delle creme spermicide moderne.

Tutti i componenti di queste “ricette” anticoncezionali comprendono ingredienti acidi: l’acacia, lo sterco di coccodrillo, il latte acido e persino il miele, che ha un pH intorno a 3.9 ed ha proprietà antibatterica ed antibiotica. Lo sterco di coccodrillo potrebbe anche essere associato a Sobek, il dio-coccodrillo che portava fecondità con le inondazioni del Nilo; fecondità non voluta in questo caso.

Sobek, il dio-coccodrillo. Forse la grande fecondità delle femmine di coccodrillo, capaci di deporre fino a 100 uova per volta, lo ha reso una delle divinità legate alla procreazione – in questo caso non voluta.

Esistevano anche ricette per procurare l’aborto, sia per via orale (pianta di senape (?) fresca e miele) che con applicazioni locali (sale del Basso Egitto e farro insieme ad una pianta sconosciuta, oppure bacche di ginepro, mentuccia e resina di conifera).

La stessa prescrizione che abbiamo visto prima (Ebers 783) potrebbe avere anche effetto abortivo vista la presenza della coloquintide, che ancora oggi è utilizzata per questo scopo nell’Africa sub-sahariana e nei Paesi Arabi.

Il frutto della coloquintide o cetriolo amaro, uno degli ingredienti delle ricette anticoncezionali ed abortive egizie

Non esistono invece prove di aborti causati chirurgicamente.

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FERTILITÀ, TEST DI GRAVIDANZA E SESSO DEL NASCITURO

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Come in tutte le civiltà antiche, anche in quella egizia la fertilità della donna – ma, attenzione!, era conosciuta anche la sterilità maschile – era un fattore di grande importanza sociale e a cui prestare particolare attenzione. Oltre ai motivi naturali di sterilità si aggiungevano infatti le credenze su divinità/demoni che potessero causarla, come anche sugli spiriti delle donne morte di parto. Normale quindi che ci si rivolgesse alle divinità per invocare la fertilità e proteggere mamma e figli.

Vaso risalente al Primo Periodo Intermedio recanti le invocazioni di un figlio al padre defunto perché conceda alla moglie di rimanere incinta, sospettando due sue ancelle di avere gettato un incantesimo su di lei (Haskell Oriental Museum in Chicago)

Iside era la principale divinità coinvolta. Madre di Horus, concepito miracolosamente, era ovviamente la dea della fertilità. Aveva anche un ruolo come nume tutelare del parto e del neonato, a cui però sovrintendeva solitamente Hathor – tanto che spesso le due dee si sovrappongono nella mitologia. Renenutet, dea del raccolto e della prosperità, era la terza divinità principale invocata – spesso raffigurata mentre allatta i figli del Faraone.

Iside in forma di uccello vola sul corpo di Osiride e miracolosamente rimane incinta, dando luce ad Horus (tempio di Dendera. Foto MacRae Thomson)

Tornando…sulle rive del Nilo, il miele ed il fieno greco (trigonella) erano usati per combattere la sterilità femminile, mentre il ginepro, le carrube e le angurie erano usate per la sterilità maschile – insieme ovviamente alla lattuga, sacra al dio Min, ed alla radice di mandragora. Da notare che la lattuga non era considerata “afrodisiaca”, ma mangiarla era considerato piuttosto come un rituale per invocare la benevolenza della divinità.

Hathor allatta il giovane Amenhotep II (XVIII Dinastia, ca. 1427 – 1401 BCE). Bassorilievo in calcare policromo. Museo Egizio del Cairo, foto Bridgeman

Diversi “test” sono descritti per verificare la fertilità della donna; il più “gettonato” consisteva nel farle bere un miscuglio di latte umano e succo di anguria – se lo avesse vomitato sarebbe stata fertile, mentre un fantozziano rutto avrebbe sancito la fine delle speranze di procreare.

Renenutet allatta il figlio Neper, tempio di Amenemhat III a Medinet

Altri metodi consistevano nel lasciare per tutta la notte una cipolla nella vagina della sventurata e verificarne l’alito il mattino seguente (se avesse saputo di cipolla sarebbe stata fertile), oppure fumigarla con sterco di ippopotamo (se avesse urinato o defecato sarebbe stata fertile). Non è sempre facile però distinguere se si trattasse d test della fertilità o test di gravidanza, ma tutti questi test vennero “riciclati” da Ippocrate secoli dopo.

Min (a sinistra) con Qadesh e Reshep. Dietro al dio, rappresentato come sempre itifallico, due piante di lattuga, a lui sacre. Stele di Qeh, dal villaggio degli artigiani di Deir el-Medina, XIX Dinastia

Famosissimo – e già riportato anche in questo Gruppo – il test di gravidanza che comportava innaffiare con l’urina della donna semi di farro o orzo (se fosse cresciuto prima l’orzo sarebbe stata incinta di un maschietto, se fosse cresciuto prima il farro sarebbe stata incinta di una femmina, se non fosse cresciuto niente non sarebbe stata incinta). Il test è stato “verificato” negli anni ’60: è stato dimostrato che effettivamente l’urina di una donna non incinta (o di un uomo) non provocava la germinazione, mentre in 28 casi su 40 quella di una donna incinta è riuscita a provocarla. Imbarazzante però l’esito del test sul sesso del nascituro, corretto solo in sette casi su 24…

Tuttavia, lo stesso test – a volte con il grano al posto del farro – fu ripreso da Galeno (e ci può stare), e sopravvisse fino al Dreckapotheke di Paulini nel 1714 – e questo è francamente incredibile.

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GINECOLOGIA

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Il campo della ginecologia in epoca faraonica è affascinante e snervante allo stesso tempo. Abbiamo visto come il Papiro Kahun sia in pratica dedicato esclusivamente alla ginecologia (si veda https://laciviltaegizia.org/2022/07/15/il-papiro-kahun/) – ma ci sono ampie parti anche nei Papiri di Berlino e nel papiro Carlsberg – eppure non ci è noto alcun nome di medico “specializzato”, né sappiamo con certezze se esistessero ostetriche o levatrici prima dell’Età Tarda, intorno al 700 BCE.

Ci è pervenuto il nome di Agnodice, una donna che avrebbe finto di essere uomo per studiare ad Alessandria con Erofilo di Calcedonia in epoca tolemaica, e si sarebbe occupata successivamente solo di pazienti di sesso femminile, ma siamo al limite della leggenda.

Erofilo di Calcedonia, da noi già incontrato in quanto “sospettato” di praticare la dissezione dei cadaveri. Avrà davvero avuto una allieva di nome Agnodice?

È probabile quindi che tutto ciò che circonda la nascita fosse avvolto in buona parte dalla “heka”, la magia, e che per questo fosse una sorta di mondo a parte dalla medicina “ufficiale”. Non solo: la gravidanza e la nascita erano eventi naturali, e si ritiene che non fossero necessari uomini – medici o levatrici – al momento del parto, quanto gli dèi e le dee che avrebbero definito il fato del nascituro.

Non mancano però riferimenti mitologici alla nascita come creazione di un essere nuovo e distinto, sia esso divino o umano. Nei diversi miti Atum crea gli altri dèi e gli uomini auto-fecondandosi (una goccia del suo seme entra nella sua bocca e genera Shu e Tefnut, l’aria e l’umidità); Ra genera l’umanità dal suo occhio; Khnum modella gli uomini su un tornio dall’argilla (suona familiare?), ordinando al sangue di coprire le ossa e alla pelle di racchiudere il corpo.

Atum creatore riceve l’omaggio di Sethi I, Tempio di Abydos
Khnum modella l’uomo sul suo tornio, Tempio di Dendera

Le conoscenze sulle funzioni dell’apparato riproduttivo femminile, come abbiamo visto, erano limitate. Il simbolo che indica l’utero femminile, Gardiner F45, comprende due “corna” laterali che rappresentano le ovaie, anche se la funzione di queste ultime non fu mai scoperta. L’utero era il nido, il ricettacolo per il seme che, da solo, generava il nascituro.

Il simbolo Gardiner F45, raffigurante l’utero e le due ovaie

Da notare che il seme maschile veniva generato secondo gli Egizi nel cuore e nel midollo spinale, viaggiando poi tramite i “metu” fino ai testicoli (“ci sono due metu che conducono ai testicoli; è da lì che proviene lo sperma”, Ebers 854i).

Il ruolo fondamentale dell’utero veniva riconosciuto e protetto, con terminologie che sono, come al solito nella lingua egizia, molto evocative. L’utero era quindi definito “aperto” durante le mestruazioni, nell’accogliere il seme maschile e nel parto, ed era invece “chiuso” al termine delle mestruazioni stesse e nella protezione del feto che cresce al suo interno.

Suona nuovamente familiare? Diventa ancora una volta tutto parte di un ciclo di eterna morte e rinascita, come Ra che al mattino nasce dall’utero della madre celeste ed alla sera invecchia e muore, iniziando il suo viaggio ultraterreno che lo porterà a rinascere il giorno successivo.

Va detto anche che il celeberrimo simbolo “ankh”, simbolo di vita, potrebbe essere una rappresentazione del grembo materno: l’ansa corrisponderebbe all’utero, le due braccia laterali alle ovaie ed il braccio inferiore al canale vaginale.

L’ankh come rappresentazione del grembo materno. Ricordiamoci sempre che si tratta di ipotesi, e che gli studiosi non sono concordi

LE MESTRUAZIONI: MALATTIA O IMPURITÀ?

Non è completamente chiaro se le donne durante il periodo mestruale fossero considerate “impure” o no; è possibile che il mestruo stesso fosse visto come una sorta di purificazione periodica del corpo.

Venivano usati dei tamponi assorbenti (lo sappiamo dai rendiconti delle lavandaie del villaggio degli artigiani di Deir el Medina che ne citano il numero). Lo stesso Nodo di Iside (“Tyet”), di solito di colore rosso, potrebbe esserne un esempio, visto che è chiamato “il sangue di Iside”.

Il “Nodo di Iside” (“Tyet”) in diaspro rosso ad indicare il colore del sangue. XVIII Dinastia, Brooklyn Museum
Il Nodo di Iside (“Tyet”) dal papiro di Ani

Apparentemente anche nell’Antico Egitto le mestruazioni potevano essere molto dolorose ed invalidanti: l’ostrakon BM 5634 conservato al British Museum riporta le motivazioni per l’assenza dal lavoro sempre nel villaggio degli artigiani della Valle dei Re. In circa un quarto dei casi, la motivazione sono le mestruazioni di moglie e figlia.

L’ostrakon BM 5634 del British Museum con le cause di assenze dal lavoro

Per maggiori informazioni sul “registro delle assenze” vedi anche QUI.

Anche l’ostrakon Gardiner 167 riporta che lo scriba Qenhikhopshef deve rimanere a casa “avendo la moglie le (sue) mestruazioni”.

In realtà, da alcuni altri ostrakon si ipotizza che le donne mestruate si allontanassero dalla propria abitazione per uno o due giorni in un edificio separato – anche se è in parte una teoria speculativa derivata dalle tradizioni rurali ed ebraiche che considerano il sangue mestruale impuro, ma ci sono riferimenti frammentari a qualcosa del genere nell’Egitto faraonico – un “edificio con tre pareti”, ma il documento è fortemente danneggiato (ostrakon 13512). Forse solo un rituale? Sembrerebbe confermarlo il Papiro Jumilhac, di Epoca Tarda e conservato al Louvre, che riporta una lista di 20 cose “proibite” di cui la terza è “la donna con le mestruazioni”.

L’ostrakon 13512, il cui testo danneggiato riporta: “Anno 9, quarto mese della stagione dell’Inondazione, giorno 13, il giorno in cui queste otto donne uscirono da […] luogo delle donne mentre erano mestruate. Esse arrivarono fino al retro della casa che […] le tre pareti…”. (Wilfong 1999)
Il Papiro Jumilhac del Louvre, con la sua lista di 20 cose “proibite” tra cui “le donne con le mestruazioni”

Ma, d’altra parte, sappiamo anche che alcuni addetti delle lavanderie erano uomini; è molto improbabile che potesse succedere se il sangue mestruale fosse considerato impuro.

Il sangue mestruale era anche utilizzato in alcune prescrizioni mediche, come le applicazioni sul seno di una donna perché non produca troppo latte e non diventasse cadente.

Veniva ampiamente usata la cipolla come emmenagogo per regolarizzare il flusso mestruale e come antispastico, un’indicazione che Ippocrate riprenderà tal quale aggiungendo anche i porri.

Il rimedio per l’ipermenorrea consisteva invece in un impacco di cipolle ed aglio triturate ed impastate con del vino da applicare per quattro giorni di fila per via vaginale.

FERTILITÀ, GRAVIDANZA E SESSO DEL NASCITURO

Come in tutte le civiltà antiche, anche in quella egizia la fertilità della donna – ma, attenzione!, era conosciuta anche la sterilità maschile – era un fattore di grande importanza sociale e a cui prestare particolare attenzione. Oltre ai motivi naturali di sterilità si aggiungevano infatti le credenze su divinità/demoni che potessero causarla, come anche sugli spiriti delle donne morte di parto. Normale quindi che ci si rivolgesse alle divinità per invocare la fertilità e proteggere mamma e figli.

Vaso risalente al Primo Periodo Intermedio recanti le invocazioni di un figlio al padre defunto perché conceda alla moglie di rimanere incinta, sospettando due sue ancelle di avere gettato un incantesimo su di lei (Haskell Oriental Museum in Chicago)

Iside era la principale divinità coinvolta. Madre di Horus, concepito miracolosamente, era ovviamente la dea della fertilità. Aveva anche un ruolo come nume tutelare del parto e del neonato, a cui però sovrintendeva solitamente Hathor – tanto che spesso le due dee si sovrappongono nella mitologia. Renenutet, dea del raccolto e della prosperità, era la terza divinità principale invocata – spesso raffigurata mentre allatta i figli del Faraone.

Iside in forma di uccello vola sul corpo di Osiride e miracolosamente rimane incinta, dando luce ad Horus (tempio di Dendera. Foto MacRae Thomson)

Tornando…sulle rive del Nilo, il miele ed il fieno greco (trigonella) erano usati per combattere la sterilità femminile, mentre il ginepro, le carrube e le angurie erano usate per la sterilità maschile – insieme ovviamente alla lattuga, sacra al dio Min, ed alla radice di mandragora. Da notare che la lattuga non era considerata “afrodisiaca”, ma mangiarla era considerato piuttosto come un rituale per invocare la benevolenza della divinità.

Hathor allatta il giovane Amenhotep II (XVIII Dinastia, ca. 1427 – 1401 BCE). Bassorilievo in calcare policromo. Museo Egizio del Cairo, foto Bridgeman

Diversi “test” sono descritti per verificare la fertilità della donna; il più “gettonato” consisteva nel farle bere un miscuglio di latte umano e succo di anguria – se lo avesse vomitato sarebbe stata fertile, mentre un fantozziano rutto avrebbe sancito la fine delle speranze di procreare.

Renenutet allatta il figlio Neper, tempio di Amenemhat III a Medinet

Altri metodi consistevano nel lasciare per tutta la notte una cipolla nella vagina della sventurata e verificarne l’alito il mattino seguente (se avesse saputo di cipolla sarebbe stata fertile), oppure fumigarla con sterco di ippopotamo (se avesse urinato o defecato sarebbe stata fertile). Non è sempre facile però distinguere se si trattasse d test della fertilità o test di gravidanza, ma tutti questi test vennero “riciclati” da Ippocrate secoli dopo.

Min (a sinistra) con Qadesh e Reshep. Dietro al dio, rappresentato come sempre itifallico, due piante di lattuga, a lui sacre. Stele di Qeh, dal villaggio degli artigiani di Deir el-Medina, XIX Dinastia

Famosissimo – e già riportato anche in questo Gruppo – il test di gravidanza che comportava innaffiare con l’urina della donna semi di farro o orzo (se fosse cresciuto prima l’orzo sarebbe stata incinta di un maschietto, se fosse cresciuto prima il farro sarebbe stata incinta di una femmina, se non fosse cresciuto niente non sarebbe stata incinta). Il test è stato “verificato” negli anni ’60: è stato dimostrato che effettivamente l’urina di una donna non incinta (o di un uomo) non provocava la germinazione, mentre in 28 casi su 40 quella di una donna incinta è riuscita a provocarla. Imbarazzante però l’esito del test sul sesso del nascituro, corretto solo in sette casi su 24…

Tuttavia, lo stesso test – a volte con il grano al posto del farro – fu ripreso da Galeno (e ci può stare), e sopravvisse fino al Dreckapotheke di Paulini nel 1714 – e questo è francamente incredibile.

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PATOLOGIE GASTROINTESTINALI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Abbiamo visto come i “metu”, i vasi del nostro corpo, nella medicina egizia si irradiavano dal cuore e convergevano verso l’ano, da cui dovevano essere eliminate tutte le sostanze nocive per il nostro organismo – compresi i demoni – prima di tornare al cuore.

Si capisce quindi come i papiri medici facciano particolare attenzione al tratto gastrointestinale, a partire dallo stomaco – la “bocca del cuore” – a cui è dedicato tutto un capitolo del Papiro Ebers, il “Libro dello Stomaco”, tanto che Erodoto menzionò come gli Egizi fossero “ossessionati dal loro intestino”. Non per niente ben 3 dei 4 vasi canopi tradizionali erano dedicati all’apparato digerente:

– Duamutef, a testa di sciacallo, conteneva lo stomaco sotto la protezione di Neith

Un bellissimo vaso canopico in alabastro della XXVI Dinastia (ca 600 BCE) raffigurante Duamutef e destinato a contenere lo stomaco del defunto. Smithsonian Institute

– Imseti, a testa umana, conteneva il fegato sotto la protezione di Iside

Vaso canopico destinato a contenere il fegato del defunto con la testa di Imsety e l’invocazione ad Iside, ad esso correlata (Metropolitan Museum di New York, Collezione Davis)

– Qebehsenuf, a testa di falco, conteneva l’intestino sotto la protezione di Selqet

Qebehsenuf a testa di falco, vaso canopo contenente gli intestini del defunto risalente al Nuovo Regno – proveniente da Abydos ed ora al Met Museum di New York

Come anche per i polmoni, la conservazione nei vasi canopi non facilita l’esame dei resti pervenuti fino a noi. Da qualche anno è però partito il progetto “Canopic Jar” capitanato da Frank Rühli (che abbiamo incrociato nell’analisi della mummia di Tutankhamon) che ci permetterà nuove scoperte in questo campo. È già stato possibile dimostrare la presenza di Escherichia coli in un bambino morto durante il regno di Amenhotep II (XVIII Dinastia) probabilmente di setticemia causata da questo batterio.

Come appare ai moderni paleopatologi il contenuto di un vaso canopo. Le difficoltà per esaminarne il contenuto sono enormi

Apparentemente il terrore dei medici egizi era il blocco delle funzioni a qualunque livello: la parola che ricorre di più nel Papiro Ebers è “shena” (ostruzione, blocco), con indicazioni per il medico su come riconoscere le contrazioni peristaltiche, la stenosi pilorica (ostruzione del flusso in uscita dallo stomaco) e, per la prima volta nella storia della medicina, come effettuare un esame delle feci.

La stenosi ipertrofica del piloro colpisce soprattutto i lattanti; era già diagnosticata nell’Antico Egitto e viene curata chirurgicamente al giorno d’oggi

Veniva intuita un’origine diversa per alcune patologie (“Se l’addome è caldo e c’è un’ostruzione dello stomaco, allora dirai: <è una malattia del fegato>”), ma, come sempre, con le limitazioni di una mancata conoscenze della fisiologia e dell’eziologia delle malattie.

Una “ostruzione” era anche l’ingestione di cibi avariati: “Il suo stomaco emette dei rumori; l’addome è prominente e le feci pallide; il cuore batte forte ed è caldo: il paziente soffre di un gonfiore profondo dovuto alla carne mangiata”. I rimedi erano per via orale, in questo caso birra dolce in cui venivano macerati frutti di sicomoro e bevuta per i soliti quattro giorni.

Rarissimi apparentemente i calcoli biliari, ritrovati da Elliot Smith e Dawson in un solo caso su più di 30,000 mummie analizzate

A livello intestinale, oltre ai parassiti già visti, la costipazione era quindi la patologia più trattata; il rimedio più utilizzato comprendeva latte, miele e frutto del sicomoro, bolliti, filtrati e somministrati sempre per quattro giorni. Viene descritto anche l’uso dell’olio di ricino. È invece difficile da credere che i medici egizi non affrontassero problemi di diarrea, ma non ci sono indicazioni particolari né c’è accordo tra gli studiosi per i termini utilizzati. Curiosamente, i papiri medici non menzionano mai l’uso di clisteri, ma solo rimedi per via orale.

Si pensa infine che i metu specifici dell’ano siano un riferimento alle emorroidi, su cui venivano applicati impacchi di grasso bovino e foglie di acacia, sfruttando le proprietà lenitive dell’acacia. Da notare che l’acacia è utilizzata tuttora dalla medicina tradizionale anche nel trattamento del prolasso uterino e di quello rettale.

Le foglie di acacia, usate negli impacchi contro le emorroidi e tuttora sfruttate dalla medicina tradizionale
E' un male contro cui lotterò

UN (QUASI) FALSO

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Molti di voi avranno visto la prima immagine qui sotto, descritta come una prova della perizia degli antichi dentisti egizi. Raffigura un ponte inferiore completo, con due incisivi legati agli altri denti da fili d’oro simili a quelli mostrati in questa rubrica giovedì scorso. Gira da anni sui social network ed è finita anche su pubblicazioni ufficiali, anche di un certo rilievo.

Il reperto spacciato come egizio

Si tratta invece di un FALSO clamoroso: è il lavoro di un dentista italiano di inizio ‘900, Vincenzo Guerini; il “modello” di Guerini è conservato al National Museum of Dentistry di Baltimora, da dove proviene la seconda foto.

Il lavoro di Guerini esposto a Baltimora

ATTENZIONE, PERÒ: il lavoro di Guerini era stato creato per dimostrare che i ponti ritrovati a Sidone, di cui abbiamo parlato QUI, erano fattibili con le tecnologie dell’epoca. Quindi, un…quasi falso, o un “falso d’autore”…

Questo, invece, è il ponte originale ritrovato a Sidone, conosciuto come “Reperto Ford” o “Reperto Torrey”. Risale al V secolo BCE e si ipotizza sia il lavoro di un dentista egizio. È stato sicuramente utilizzato in vita per bloccare i due incisivi centrali inferiori, forse persi per un trauma
Il reperto Torrey con i due incisivi inferiori tolti
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PATOLOGIE DENTALI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

ANTICHI DENTISTI

Come per gli oculisti, anche i dentisti costituivano una specializzazione molto antica, testimoniata già dall’Antico Regno. Il primo di cui abbiamo notizia è Hesy-Ra (https://laciviltaegizia.org/2022/11/10/hesy-ra/) della III Dinastia (2650 BCE circa), ed anche i dentisti avevano una loro gerarchia a testimoniarne l’importanza.

Il pannello in cui Hesy-Ra è definito “Capo dei dentisti e dei medici” (Museo del Cairo, JE 28504). Foto Carol Andrews

L’enorme estensione temporale della civiltà egizia, andando fino al periodo predinastico, è riuscita a dimostrare una riduzione delle dimensioni dei denti e della muscolatura per la masticazione (circa l’1% ogni 1,000 anni). L’evoluzione da cacciatori-raccoglitori a coltivatori-pastori con il conseguente aumento dei carboidrati nella dieta ha favorito lo sviluppo di denti più piccoli e maggiormente resistenti alle carie. L’arricchimento successivo della dieta peggiorò notevolmente la situazione.

Per una volta, la paleopatologia ci può aiutare, in quanto i denti sono tra i materiali che si deteriorano meno e ci possono raccontare tante storie antiche; vediamone alcune.

USURA DENTALE

La macinatura del grano, anche casalinga, lasciava un numero considerevole di detriti sabbiosi nella farina che intaccavano profondamente lo smalto. Museo di Manchester

La più comune di queste “storie” è il consumo da attrito del dente. L’utilizzo di macine in pietra relativamente tenera per macinare il grano (i cui frammenti finivano a contaminare la farina) e la sabbia onnipresente hanno provocato l’erosione dello smalto praticamente in tutte le mummie esaminate finora, con la tendenza a diminuire dopo il 1000 BCE, presumibilmente per l’uso di macine migliori. Il fenomeno era talmente diffuso che i moderni paleopatologi hanno dovuto “inventare” una scala di riferimento per descrivere il grado di usura dei denti ritrovati.

Esempio di arcata mascellare con i denti consumati fino all’esposizione della polpa su un teschio risalente alla XVII Dinastia
Un altro esempio di lesioni da attrito fino alla polpa del dente su una mummia nubiana
La stessa mummia presenta anche una lesione alla radice di un dente probabilmente dovuta ad un ascesso

CARIE

Al contrario, la percentuale di mummie ritrovate con dei denti cariati è abbastanza bassa. Il “merito” è presumibilmente della mancanza dello zucchero nella dieta egizia. L’unico dolcificante presente all’epoca era il miele, ma era estremamente raro e costoso, inarrivabile per le persone comuni. Da notare che anche la tetraciclina presente in alcuni alimenti (soprattutto nella birra) come contaminante da streptomiceti potrebbe aver avuto un ruolo in queste percentuali molto basse rispetto ad oggi.

Diverse carie ed una grande cavità associata alla solita usura dentale

Come per l’usura, anche la percentuale delle mummie con denti cariati varia nel tempo, da un 3% circa dell’Antico Regno al 9% dal Nuovo Regno in avanti, fino ad un 20% circa in Età Tolemaica (anche se le percentuali variano molto negli studi pubblicati)

ASCESSI

La mancanza di metodiche adeguate per trattare le carie e le infezioni del cavo orale hanno fatto sì che la presenza di ascessi fosse relativamente alta.

Una delle vittime illustri fu Amenhotep III, il padre di Akhenaton, che indulgendo ad uno stile di vita molto “ricco” divenne prematuramente obeso e la cui bocca è un atlante di patologie dentali. Si sa che i regni alleati, tra cui Mitanni, inviarono offerte ed amuleti per cercare di alleviare i suoi malanni e si dice che abbia costruito il famoso viale delle sfingi per invocare l’aiuto delle divinità…apparentemente senza un grande successo.

Le testa della mummia identificata come Amenhotep III, con evidenti problemi dentali

IL DENTE PIÙ FAMOSO

Sicuramente il dente egizio più famoso è quello che ha consentito il riconoscimento della mummia di Hatshepsut, un riconoscimento però ancora molto contestato. Un molare ritrovato in un cofanetto con il nome di Hatshepsut nella cachette DB320 risulterebbe combaciante con la mummia KV60A (si veda: https://laciviltaegizia.org/2020/12/24/hatshepsut/).

Il famoso dente che ha (forse) permesso l’identificazione di Hatshepsut e l’arcata dentaria da cui mancava un dente

CURE DENTALI

Come abbiamo visto, il maggior problema dei dentisti egizi, su cui potevano fare purtroppo ben poco, era costituito dall’usura dentale da attrito.

Se il dente consumato si scheggiava e feriva la lingua o l’interno della guancia, il Papiro Ebers consiglia di applicare una mistura di cumino, incenso e polpa di carruba macinata.

Lo stesso papiro consiglia anche per l’alitosi che ne derivava di utilizzare delle pastiglie formate da incenso, mirra e corteccia di cannella, bolliti con del miele.  

Da notare anche l’invenzione del collutorio, costituito da chicchi di orzo o di farro, birra dolce e l’estratto di una pianta chiamata “piuma di Nemti” con cui sciacquare la bocca prima di sputarlo.

I denti traballanti venivano fissati con un impasto di farina, ocra e miele, oppure con una sorta di cemento ottenuto tritando finemente la pietra di una macina, sempre impastata con ocra e miele. Da notare che l’ocra ha effetto astringente ed antisettico, tuttora utilizzata in alcune popolazioni come medicina alternativa.

Il rimedio contro gli ascessi indicato sempre nel Papiro Ebers consiste in una mistura di frutto di sicomoro, miele, resina di terebinto e due piante non ancora identificate a formare una sorta di gomma da masticare

TRATTAMENTO DELLE CARIE

Le evidenze di cura delle carie dentali con riempimenti costituiti da lino impregnato di resina risalgono solo all’Età Tolemaica. In realtà non si tratta di terapie “moderne”, ma in pratica si riempiva lo spazio della carie con del Lino (probabilmente) intriso di sostanze lenitive/protettive.

La mandibola di una mummia dell’Età Tolemaica mostra il riempimento di una cavità tra il secondo premolare ed il primo molare destro, probabilmente con del lino impregnato di una qualche resina per proteggere il nervo scoperto

Un riempimento simile, sempre in una mummia dell’Età Tolemaica. Tra le ipotesi, il fatto che questa “otturazione” fosse impregnata con qualche medicazione

ESTRAZIONE DEI DENTI

L’estrazione dei denti traballanti era facile da effettuare; per quelli doloranti ma fermi sarebbero stati necessari strumenti come pinze o forcipi che non ci sono pervenuti. L’esame delle mummie rinvenute però fa ritenere che tale pratica fosse conosciuta ed applicata.

Una delle prove di estrazione chirurgica di un dente: manca il primo molare su questa arcata mandibolare senza segni di altre patologie parodontali e con una ricrescita ossea nel punto di estrazione

TRATTAMENTO DEGLI ASCESSI

La presenza di piccoli fori sull’osso mascellare o mandibolare di alcune mummie ha fatto pensare a trapanature per drenare il pus dagli ascessi dentali. A parte l’estrema dolorosità di tale operazione, gli studiosi dibattono se siano effettivamente i segni di antiche trapanature o perdite naturali di materiale osseo

Due fori sull’osso mascellare di una mummia conservata a Cambridge – forse il segno di un trattamento per un ascesso dentale

PROTESI

Esistono almeno un paio di testimonianze di protesi (forse) effettuate in vita e (forse) non per motivi estetici sul defunto. Un secondo e terzo molare uniti da un filo d’oro risalenti al 2500 BCE sono stati ritrovati a Giza e costituivano forse il tentativo di bloccare il terzo molare, che aveva perso le radici per un’infiammazione, al secondo molare (“Ponte di Giza”).

Il cosiddetto “Ponte di Giza”, due molari uniti da un filo d’oro trovati a Giza e risalenti probabilmente alla IV Dinastia, un impianto forse effettuato in vita e non per motivi estetici sul cadavere

Un impianto simile, che legava un canino agli incisivi, di cui almeno uno mancante, è stato ritrovato invece ad el-Quatta tra i resti di un cranio distrutto. Un terzo impianto, sicuramente effettuato in vita e risalente all’epoca tolemaica, potrebbe essere stato effettuato in Egitto ma ci sono molti dubbi al riguardo. In tutti i casi, gli studiosi discutono (animatamente) se siano effettivamente protesi o amuleti.

Il “Ponte di El-Quatta”, destinato a fissare presumibilmente due o più incisivi ai canini (?)

Altri due ponti dentali, risalenti al V-IV secolo BCE, sono stati ritrovati intorno a Sidone ma in tombe contenenti oggetti egizi, per cui esiste la possibilità che fossero stati creati in Egitto o comunque da dentisti egizi.

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PATOLOGIE OCULARI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Horus, seguito da Iside, ha sconfitto Seth, rappresentato come un ippopotamo. Tempio di Edfu, Età Tolemaica

ANTICHI OCULISTI

“Non voltarmi le spalle; non sto bene. Non smetto di lamentarmi, poiché sono nelle oscurità e il mio Signore Amon mi [ha voltato] le spalle. Puoi portare del miele per i miei occhi, e anche dell’ocra per fare altri mattoni, ed il trucco nero per gli occhi? Presto! Guardami! Non sono tuo padre? Ora, sono mutilato; cerco la mia vista e non c’è” (ostrakon di Per-hameb, artigiano della Valle dei Re, XIX Dinastia).

Non si può parlare dell’oculistica egizia senza ricordare l’importanza dell’occhio di Horus nella mitologia. L’occhio destro di Horus, strappatogli da Seth, recuperato e guarito da Thot dopo le accorate preghiere di Iside venne utilizzato infatti così simbolo di protezione e cura. L’udjat divenne uno degli amuleti più utilizzati dagli Egizi (si veda https://laciviltaegizia.org/2021/09/30/ludjat/).

Uno degli udjat più belli e famosi, trovato nella tomba di Tutankhamon

La suddivisione mitologica dell’occhio di Horus in 7 parti diede origine inoltre alle frazioni, usate estensivamente per indicare le proporzioni delle prescrizioni mediche.

L’udjat utilizzato come frazionatore

A sentire Erodoto, un oculista egizio fu anche all’origine di una guerra: la vendetta di un medico inviato alla corte di Ciro il Grande da parte di Ahmose II (XXVI Dinastia) e soppiantato a Corte da un rivale determinò per ripicca l’invasione dell’Egitto da parte dei Persiani. Non sappiamo se sia vero, ma è una testimonianza del prestigio degli specialisti egizi all’epoca.

Dal momento che gli occhi venivano normalmente tolti dai corpi nel processo di mummificazione e sostituiti con occhi finti, la paleopatologia ci è nuovamente di poco aiuto in questo caso. Vivere in un ambiente molto arido e sabbioso però non era sicuramente favorevole per gli occhi: a testimoniarlo le numerose rappresentazioni di musici non vedenti, il numero di termini e prescrizioni riguardanti gli occhi ed infine il riconoscimento dell’oculista come medico specializzato. Nella descrizione dei metu, i vasi interni del corpo, viene specificato che “quattro vasi portano i liquidi agli occhi” ed erano considerati molto pericolosi perché erano “aperti agli occhi ed all’esterno”, riconoscendo la pericolosità degli agenti esterni nell’insorgenza delle patologie oculari.

L’arpista cieco forse più famoso, dalla tomba di Nakht (XVIII Dinastia)
Ostrakon con lo schizzo di un arpista cieco utilizzato per la tomba di Nespekashuty (periodo saitico, ca 630 BCE) Met Museum di New York

Una delle prescrizioni comuni descritte nei papiri medici per le patologie oculari è la protezione immediata degli occhi dal riflesso solare. Purtroppo niente Ray-Ban all’epoca, ma applicazione di una tintura nera o verde sulle palpebre e sugli zigomi, simile a quanto fanno oggi i giocatori di football americano per proteggersi dal riflesso del sole o delle luci dello stadio e distinguere meglio luci ed ombre. Inoltre, gli ingredienti per preparare tali tinture comprendono la galena (solfuro di piombo) per la tintura nera e la malachite (idrossido carbonato di rame) per quella verde, componenti con azione battericida.

Gli “occhi neri” (black eyes) utilizzati dai giocatori di football americano. In determinate condizioni di luce (ad esempio controsole), distinguere al volo tra giocatori della propria squadra ed avversari è fondamentale

La terminologia egizia nelle patologie oculari è, tanto per cambiare, estremamente complicata. Ci manca un atlante di anatomia egizio, e dobbiamo sempre ricordarci che la medicina egizia cura i sintomi, ma non identifica le cause. Possiamo quindi dedurre che la “torbidità degli occhi” o la “vista nuvolosa” facciano riferimento alla cataratta, che nei casi peggiori diventa “oscurità”, mentre per altri termini, come per il tracoma (congiuntivite da clamidia) è stata sfruttata la diretta discendenza del termine greco per identificarlo.

PATOLOGIE OCULARI

CORPI ESTRANEI

È estremamente probabile che una delle attività più comuni per gli oculisti egizi fosse l’estrazione di corpi estranei. La celeberrima immagine tratta dalla tomba di Ipwi, in cui un medico tratta l’occhio di un paziente con uno strumento appuntito, viene oggi ritenuta l’asportazione di un corpo estraneo durante un lavoro di edilizia e non un intervento chirurgico.

Riproduzione della decorazione della tomba di Ipwi con un medico che estrae un corpo estraneo dall’occhio di un lavoratore edile.

Si sa dal Papiro Ebers che venivano usati, oltre agli strumenti in metallo, anche il talamo ed il rachide delle penne degli avvoltoi sia per instillare i colliri prescritti che per drenare l’eccessiva lacrimazione. Comodo e pratico

Penne di avvoltoio egiziano; il calamo particolarmente lungo e sottile le rendeva adatte all’uso per i colliri e per il drenaggio oculare

MIOPIA E IPOVISIONE NOTTURNA

Non esistono riferimenti diretti alla miopia (niente lenti correttive all’epoca) ma un generico riferimento ad una “cecità” in qualche modo trattabile con dei rimedi (di dubbia efficacia, come il liquido estratto dall’occhio di un maiale introdotto però attraverso l’orecchio– i “metu” di occhi ed orecchie sono collegati nella fisiologia egizia) ed alla difficoltà di visione.

Mai come in questo caso gli studiosi sono stati però tratti in inganno dalla loro “modernità”: il rimedio prescritto per una patologia chiamata “sharu” è infatti il fegato d’asino crudo; dal momento che l’unico componente attivo correlabile con le patologie oculari è la vitamina A contenuta, ne hanno dedotto che la malattia “sharu” sia l’ipovisione notturna da forte miopia. Purtroppo, senza ulteriori conferme rimane per ora solo una teoria.

Il fegato d’asino, ricco di Vitamina A

CATARATTA

Se per i medici greci l’opacizzazione del cristallino derivava dalla caduta di un velo di liquido torbido dal cervello attraverso il nervo oculare (kataráktēs), per quelli egizi il liquido saliva dal basso (“l’acqua che sale negli occhi”), come la piena annuale del Nilo – ma gli effetti erano gli stessi. Il rimedio principale era costituito da malachite, galena e faience finemente triturati e mescolati a polpa di melone e miele, da applicare all’interno della palpebra; il Papiro Ebers ne riporta altri, sempre di alcuna efficacia.

Si discute ormai da decenni se fosse praticata nell’Antico Egitto una forma di chirurgia oculare per la cataratta spingendo il cristallino verso il fondo dell’occhio, come verrà poi fatto in Grecia e a Roma, ma non ci sono evidenze concrete. Flinders Petrie ritrovò ad Abydos nella tomba del faraone Khasekhemwy (c. 2700 BCE) una serie di aghi in rame senza occhielli compatibili con l’uso medico e oftalmico, ma in mancanza di altre prove anche questa rimane solo un’ipotesi.

Gli aghi in rame senza occhielli ritrovati da Flinders Petrie nella tomba di Khasekhemwy e conservati oggi al museo di Liverpool

Curiosamente, l’origine di queste “ipotesi” venne dallo stesso Ebers che scrisse un romanzo, “La principessa egiziana” (“Eine Aegyptische Konigstochter”) in cui descrisse il nome della procedura, (“taglio della pelle che copre la pupilla dell’occhio”); il nome del primo e del secondo paziente curato e il nome dell’inventore della procedura, tale “Nebenchari” che la avrebbe descritta in un papiro chiamato “Trattamento delle malattie degli occhi, del Grande Dio, Toth, appena scoperto dall’oculista Nebenchari”. Sarebbe questo Nebenchari il medico responsabile dell’invasione dell’Egitto da parte dei persiani. Peccato che fosse tutto inventato, e che fior di studiosi ci abbiano ricamato su per decenni…

Il frontespizio del romanzo di Georg Ebers che fu scambiato per verità storica

Il romanzo di Ebers “ispirò” – ma solo per i nomi – anche un’operetta comica, messa in scena nel 1906 a Londra con grande successo (più di 200 repliche ed un tour in tutto il Regno Unito), di cui vediamo a sinistra l’improbabile Faraone Amasis IX interpretato da Rutland Barrington – un attore piuttosto famoso all’epoca – e a destra la soprano Ruth Vincent nei panni della principessa egizia Amasis

Da notare che nel corso degli anni gli studiosi hanno formulato ipotesi sulla presunta cataratta od altre patologie come il glaucoma dei personaggi i cui ritratti sono arrivati fino a noi, compreso il celeberrimo busto di Nefertiti, il cui occhio sinistro è rimasto bianco (estremamente improbabile), e la statua del sacerdote Ka’aper, il cui occhio destro è ritratto con una parte bianca.

L’occhio sinistro del busto di Nefertiti; tra le tante ipotesi, anche quella di una rappresentazione di cataratta o di glaucoma
La statua di Ka’aper mostra un riflesso biancastro nell’occhio sinistro: casuale o intenzionale?

TRACOMA

La congiuntivite da Clamidia era endemica nell’Antico Egitto e rappresentava il pericolo maggiore per la vista. Il tracoma è molto contagioso nelle sue prime fasi e viene trasmesso per contatto da occhio a occhio, da mano a occhio e dagli insetti che si posano sugli occhi.

Numerosi piccoli follicoli e un’infiammazione intensa nella congiuntiva dovuta al tracoma (foto Western Ophtalmic Center)

I suoi sintomi principali comprendono la palpebra rivolta all’interno che si salda alla congiuntiva, le ciglia rivolte all’interno dell’occhio e l’alterata chiusura delle palpebre cui seguono cicatrici sulla cornea più o meno estese, fino alla sua opacizzazione completa (si forma un panno corneale e, quindi, l’occhio diventa biancastro).

Il tracoma può causare cicatrizzazione della congiuntiva, ciglia rivolte verso l’interno e cicatrizzazione della cornea, portando alla cecità come nella persona nella foto.

I rimedi come al solito vedevano tra gli ingredienti vegetali e minerali quelli con capacità antiinfiammatoria e antibiotica (foglie di acacia, carrube e, curiosamente, bile di tartaruga)

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LE MALATTIE RESPIRATORIE

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Un caso di mummificazione spontanea con i polmoni ancora in situ

Come sappiamo, i polmoni erano tra gli organi che venivano estratti nel processo di mummificazione e conservati nei vasi canopi; nello specifico venivano messi sotto la protezione di Hapy, uno dei figli di Horus spesso raffigurato con testa di babbuino, ed affidati a Nephtys.

Il vaso canopo dedicato ai polmoni con Hapy a testa di babbuino di Psusennes I
La rappresentazione di Nephtys più famosa, a guardia del sacrario dei vasi canopi di Tutankhamon

Tale procedimento non ha sicuramente favorito la conservazione dei polmoni stessi, ridotti dopo millenni ad una poltiglia densa difficilmente studiabile. Al di là delle evidenze di tubercolosi emerse dagli scheletri pervenutici (vedi https://laciviltaegizia.org/2023/01/21/virus-e-batteri/) anche il buon Ruffer, che abbiamo conosciuto come uno dei massimi esperti nello studio delle mummie all’inizio del XX secolo, trovò infatti una marea di difficoltà a fornire informazioni affidabili. Credette di aver ritrovato tracce di polmonite, ma tale interpretazione è ancora molto discussa.

In anni più recenti è stato invece possibile identificare con relativa certezza i segni di silicosi dovuta alla sabbia ed alla polvere di roccia, frequente negli scalpellini ancora oggi, e di antracosi dovuta all’inalazione del fumo di carbone – probabilmente frequente nei lavoratori delle necropoli o comunque dovuta ai fuochi mantenuti accesi nei luoghi chiusi – oltre a tracce molecolari di diversi virus respiratori. In epoca Covid qualche studioso aveva proposto anche di studiare i coronavirus rintracciati nelle mummie egizie per studiarne l’evoluzione.

Radiografia di un paziente moderno affetto da silicosi. I cerchi blu evidenziano la presenza dei granulomi silicotici.
Depositi di fuliggine sul tetto a volta del tempio di Seti I ad Abydos. La stessa fuliggine doveva essere inalata dai lavoratori del tempio

Da quanto emerge dai papiri medici, raffreddori ed influenze affliggevano già gli Egizi: “quando i suoi occhi sono infiammati ed il naso cola…tu dirai: è frutto della putrefazione del suo muco…”; per i medici egizi però il catarro proveniva dallo stomaco, e la patologia dipendeva dal fatto che non scendesse nell’intestino per essere espulso.

Fibrosi massiva e progressiva nel polmone di un minatore affetto da antracosi

Il rimedio per raffreddori/influenze prevedeva una pagnotta di grano selvatico con molto assenzio, cipolla, aglio, carne grassa di bovino ed impastata con la birra; la pagnotta andava mangiata dal paziente accompagnata da “birra per le offerte” (un altro legame con la magia?) fino alla scomparsa dei sintomi.

Le aree scure al centro sono depositi di pigmento da depositi di carbone all’interno dei polmoni di una mummia del periodo tolemaico

Sicuramente la tosse derivante dalle infiammazioni ai polmoni era fonte di numerose chiamate per i medici di allora: ben 20 paragrafi del Papiro Ebers sono infatti dedicati ai rimedi per la tosse. La maggior parte contiene polpa di carrube mescolata ad acqua e bevuta per quattro giorni (il 4 sembra essere una sorta di prescrizione standard per la medicina egizia) – ancora una volta i medici egizi avevano scoperto empiricamente le qualità antiinfiammatorie della pianta.

Le carrube: il loro alto contenuto di flavonoidi ha effetti antiinfiammatori e vengono tuttora utilizzate nella medicina naturale

Alcuni rimedi sono abbastanza complessi; uno prevede l’uso di fichi, un frutto chiamato “balsamo egiziano”, uva, cumino, foglia di acacia, ocra, mentuccia, un’altra pianta sconosciuta chiamata gngnt fatti macerare in birra dolce e somministrati (ovviamente) per quattro giorni.

Altri rimedi sono francamente incomprensibili: si suggerisce di tritare finemente un dente di maiale e mescolarlo all’impasto di quattro tortine, da consumare una al giorno. In questi casi si scopre la dimensione ancora a metà tra scienza e magia della medicina egizia.

Ed infine, tra i rimedi sbuca proprio “quello della nonna”: latte e miele. A dir la verità, nella versione egizia prevede di usare la panna al posto del latte, di essere molto denso e di essere buttato giù con dosi abbondanti di birra raffinata. Ditelo alle vostre nonne: magari la tosse non passa ma si affronta con tutt’altro stato d’animo…

Il caro, vecchio latte e miele della nonna – la quale però non ci diceva di berci sopra un bel po’ di birra, mannaggia mannaggia…
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LE MALATTIE CARDIOVASCOLARI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

I SINTOMI

Entriamo ora in uno dei campi più controversi e complicati della medicina egizia: le malattie cardiovascolari.

Sappiamo infatti che gli Egizi non compresero mai appieno il sistema circolatorio, anche se sapevano che “il cuore (“haty”) parla al corpo” attraverso i “metu” (vasi) – vedi https://laciviltaegizia.org/…/come-il-cuore-parla-al…/ – ma sappiamo anche l’importanza che il cuore aveva nel pensiero egizio.

Al cuore veniva data la massima importanza, sia in questa che nell’altra vita come ben sappiamo. Qui la descrizione della psicostasia dal Papiro dei Morti di Hunefer

Anche se il cuore normalmente veniva reinserito nel corpo mummificato, purtroppo i reperti giunti fino a noi sono stati poco utili per definire l’incidenza di tali patologie, e come al solito i termini tecnici usati nei papiri medici rimangono spesso oscuri – e forse erano oscuri anche per i medici del Nuovo Regno, tanto che un intero capitolo del Papiro Ebers, l’855, spiega a cosa si riferiscono dei vocaboli evidentemente antichi. Infatti, mediante l’osservazione ed il loro tipico modo di “raccontare” gli eventi, scopriamo che i medici egizi fin dall’Antico Regno avevano individuato diverse patologie cardiovascolari.

Sappiamo così ad esempio che “wegeg” è la debolezza del cuore dovuta all’età, e “amed” è la mancanza di pulsazioni.

L’enorme rischio di errore consiste nel “modernizzare” la medicina egizia e dare per scontate cose che per gli antichi medici non lo erano affatto. Nonostante questo, arrischiamoci a vedere le corrispondenze più significative.

ARITMIA CARDIACA

Il “cuore che danza” (Ebers 855n) potrebbe essere un modo di definire l’aritmia cardiaca (battito troppo lento, troppo veloce o irregolare); quello che non coincide è però la spiegazione nel Papiro Ebers: “il cuore si muove dalla parte sinistra del petto”, cioè il battito si sposterebbe dalla posizione normale.

Il “cuore che danza”, un’aritmia con extrasistole in un moderno ECG

FIBRILLAZIONE VENTRICOLARE

La fibrillazione ventricolare avviene quando il segnale elettrico che fa contrarre i ventricoli si irradia in maniera scoordinata a casuale. Gli Egizi lo descrivono così: “Quando il cuore è malato, svolge male il suo lavoro; i vasi che si irradiano dal cuore diventano talmente deboli che non puoi sentirli…Se il cuore trema, ha poca forza e cede, la malattia avanza”.

Il ritmo normale (sopra) a paragone con la fibrillazione ventricolare (sotto): “il cuore svolge male il suo lavoro; i vasi che si irradiano dal cuore diventano talmente deboli che non puoi sentirli…”

INSUFFICIENZA CARDIACA CONGESTIZIA

La debolezza del battito che conduce all’accumulo di sangue nelle vene e nei polmoni viene descritto come “Il cuore è invaso dai liquidi…allagato dal sangue che lo comprime” (Ebers 854k e 855b). Un’altra espressione collegata, “c’è del liquido in bocca” è stata associata all’edema polmonare con un essudato nei polmoni. La difficoltà del battito viene espressa in un modo straordinario: “il cuore è smemorato come chi pensa ad altro” (Ebers 855z)

INSUFFICIENZA CORONARICA

“Il cuore è debole. Un vaso chiamato “il ricevente” è quello che lo provoca. È questo vaso che dà acqua al cuore” (Ebers 855c). Il vaso che fornisce “acqua” sembrerebbe riferito alle coronarie, che per un’occlusione non forniscono più nutrimento al muscolo cardiaco.

Una moderna TAC cardiaca che evidenzia perfettamente le coronarie, il “vaso ricevente” dei medici egizi
“Il cuore è debole…” Restringimento su una coronaria discendente anteriore, al giorno d’oggi trattata in angioplastica

INFARTO

“Se esamini un uomo per una malattia al cuore e ha dolori alle braccia, al petto e a un lato del cuore…è la malattia “wadj”. Qualcosa è entrato nella sua bocca. La morte si avvicina.” A parte l’errore nella “causa”, è difficile qui non vedere alcuni tra i sintomi più comuni dell’infarto del miocardio. L’irradiazione del dolore al braccio sinistro era sempre sottolineato, tanto che gli Egizi chiamavano l’anulare sinistro “il dito del cuore”.

Infarto emorragico della parete posteriore del ventricolo sinistro con la rottura della parete stessa e morte sopravvenuta per emopericardio. Sicuramente in questo caso “la morte si è avvicinata” molto velocemente

CARDIOMIOPATIA DILATATIVA

“La debolezza è sorta nel suo cuore. Ciò significa che si inarca fino ai confini del polmone e del fegato. Lì accade che i suoi vasi diventino sordi, caduti a causa del loro calore” (Ebers 855d). L’immagine del cuore che si estende oltre il normale richiama immediatamente la cardiomiopatia dilatativa, quando la cavità cardiaca si allarga per la perdita di forza di contrazione del muscolo cardiaco, riducendo così in maniera sensibile la capacità che ha il cuore di pompare il sangue (“i vasi diventano sordi”, ossia non pulsano più).

In questa immagine però altri studiosi hanno individuato i sintomi degli aneurismi aortici

“(il cuore) si inarca fino ai confini del polmone e del fegato. Lì accade che i suoi vasi diventino sordi…” L’ingrossamento del cuore ma con l’assottigliamento delle pareti del ventricolo sinistro nella cardiomiopatia dilatativa

LE EVIDENZE

La testa di Ramses II, che secondo Cyril Bryan (il medico dell’Universiyty College di Londra che tradusse in inglese il papiro Ebers dalla versione in tedesco originale) mostra evidenze di arterie calcificate. La mummia di Ramses è stata una delle più studiate sia per la sua importanza storica che per l’ottimo stato di conservazione.

Fare supposizioni sull’incidenza di una patologia nelle antiche civiltà è molto speculativo, visto che i reperti sono sempre limitati, spesso danneggiati dalla decomposizione e rappresentano solo una parte della popolazione. Con gli Egizi il clima e la mummificazione aiutano un po’, ma si è dovuto aspettare lo sviluppo della microscopia elettronica e dell’istochimica per avere dati più certi. Anche se le prime scoperte risalgono addirittura al 1850 con Johann Czermach, che effettuò l’autopsia sulla mummia di un’anziana donna conservata a Vienna, fu infatti Marc Ruffer ad essere un pioniere in questo campo intorno al 1910, studiando una grande quantità di mummie prevalentemente del Nuovo Regno e del III Periodo Intermedio.

Sezione dell’arteria peroneale posteriore di una donna vissuta durante la XXI Dinastia (colorazione Van Gieson) con evidenziati (“b”) le placche calcificate. Dal lavoro originale di Ruffer (“On arterial lesions found in Egyptian mummies (1580 BC—525 AD).” The Journal of Pathology and Bacteriology 15.4 (1911): 453-462.”)
Sezione dell’arteria ulnare di una donna vissuta durante la XXI Dinastia (colorazione Van Gieson) con evidenziati (“a” e “d”) le placche calcificate e con “b” il rivestimento muscolare anch’esso calcificato. Dal lavoro originale di Ruffer (“On arterial lesions found in Egyptian mummies (1580 BC—525 AD).” The Journal of Pathology and Bacteriology 15.4 (1911): 453-462.”)

Grazie anche al suo lavoro sappiamo quindi che anche gli Egizi – o almeno le persone più abbienti – soffrivano di aterosclerosi. Se non ci stupisce che Ramses II alla sua veneranda età avesse le arterie con significative calcificazioni e che suo figlio Merenptah avesse un’aorta che era ormai rigida come il legno, ci potrà sorprendere che Lady Teye, una donna vissuta all’epoca della XXI Dinastia e morta all’età di 50 anni, ritrovata a Deir-el Bahari, avesse la valvola mitralica già calcificata, le coronarie occluse e l’aorta con ateromi nodulari. 

Calcificazioni a livello delle arterie poplitee nelle gambe di Ramses II

Sezione dell’aorta di Merenptah, con le lamelle muscolari dell’intima media inframezzate da depositi di fosfato di calcio, nel disegno originale di Shattock del 1909 (A Report upon the Pathological Condition of the Aorta of King Menephtah, traditionally regarded as the Pharaoh of the Exodus. Proc R Soc Med. 1909;2(Pathol Sect):122-7

In tempi più moderni diversi istituti, tra cui il Manchester Project e il Pennsylvania Museum, hanno lanciato progetti di ricerca paleopatologica sulle mummie egizie. Lo stesso Museo Egizio del Cairo si è dotato di una TAC per esaminare le mummie custodite (a volte con esiti molto controversi, come abbiamo visto per Tutankhamon).

La TAC allestita nei pressi del Museo Egizio del Cairo, in questo caso durante l’esame di Esankh, un sacerdote vissuto nel III Periodo Intermedio (1070-712 BCE9 e deceduto intorno ai 35 anni di età
Placca ateromatosa calcificata sull’aorta addominale di Tjanefer, un altro sacerdote del III Periodo Intermedio

Nel 2010 lo “Studio Horus”, esaminando 42 mummie conservate al Museo Egizio del Cairo e vissute dal Medio Regno alla dominazione romana, ha trovato una percentuale sorprendentemente elevata di lesioni cardiovascolari (20/42, quasi il 50%); da notare però che l’età media alla morte di queste persone era superiore rispetto a quelle apparentemente sane da questo punto di vista. È probabile quindi che lo status sociale delle prime garantisse comunque una aspettativa di vita più lunga.

Placca ateromatosa calcificata sull’aorta addominale di Tjanefer, un altro sacerdote del III Periodo Intermedio
La stessa persona mostra anche una grave compromissione di entrambe le carotidi
A sinistra: calcificazione completa a livello della valvola mitralica nel cuore di una donna vissuta nel Nuovo Regno e morta a circa 45 anni a confronto con quella di una paziente moderna, a destra

Con le moderne tecnologie la percentuale di persone dell’Antico Egitto con problemi cardiovascolari sembra quindi essere inaspettatamente elevata. La dieta non doveva favorire tali patologie, se non nelle classi più abbienti (e molte mummie appartengono a queste classi sociali); gli studiosi stanno ipotizzando che il ruolo delle infiammazioni dovute ai parassiti o alle infezioni croniche (come tubercolosi e malaria) possa essere stato fondamentale.

Lady Rai, una dama di corte della regina Ahmose Nefertari e probabilmente tutrice di Amenhotep I, vissuta all’inizio della XVIII Dinastia e morta a circa 45 anni di età
L’arco aortico di Lady Ray mostra una placca ateromatosa calcificata, una dimostrazione che la vita di corte – con possibilità alimentari molto ricche e lo stress della corte faraonica – potesse avere un impatto negativo sulla salute anche delle donne.
Il cuore di Lady Rai, rimesso al suo posto nel processo di mummificazione, mostra i probabili segni di un infarto del miocardio sulla parete posteriore.

I RIMEDI

Un’intera sezione del Papiro Ebers (854-856) è dedicata al cuore ed ai “metu”, i vasi che dal cuore si irradiano per tutto il corpo e si ricongiungono nella medicina egizia a livello dell’ano. La sezione è talmente importante da essere definita “la conoscenza segreta del medico” come abbiamo visto qui: https://laciviltaegizia.org/2022/10/13/il-cuore/. È qui che si trovano descritte tutte le condizioni patologiche del cuore ma, curiosamente, non vi è descritto alcun rimedio per la maggior parte di esse, né medico né chirurgico.

La cipolla: ipoglicemizzante, diuretica, stimolante, fibrinolitica, battericida, antielmintica ed antispastica. La medicina egizia ne faceva un grande uso.

Le prescrizioni sono invece sparse nelle altre sezioni del papiro, spesso con difficoltà ad identificare gli ingredienti; è però interessante sapere come l’osservazione empirica aveva portato ad utilizzare spesso principi naturali corretti e tuttora in uso. Il rimedio più comune per ogni patologia del cuore è formato da miele, latte ed acqua (probabilmente il miele forniva l’energia dagli zuccheri che contiene per sostenere comunque il paziente). Nei casi più ostinati si ricorreva a cipolle, sedano, birra dolce, datteri ed una misteriosa pianta “jbw”.

Le patologie cardiache più gravi, indicate come “il cuore che danza”, “il cuore che dimentica” ed il dolore acuto al petto prevedevano invece:

  • Fichi (1/8)
  • Piante “jeneset” (1/8)
  • Frutto “sese” (1/8)
  • Sedano (1/16)
  • Ocra (1/16)
  • Miele (1/32)
  • Acqua

Mentre per l’infarto, oltre a tre piante sconosciute si usava il timo e grani rossi di semi di senape, bolliti in olio – sfruttando l’effetto vasodilatatore, con l’avvertenza di non ripetere mai la somministrazione al paziente.

Noi suggeriremmo di rivolgersi al pronto soccorso più vicino, ma se volete provare, non ci assumiamo responsabilità…

In generale il fico (anticoagulante), la cipolla (diuretica e antiaggregante), il sedano (diuretico), il coriandolo (stimolante ed antispastico), il cumino (stimolante), l’ocra e l’uva sono gli ingredienti più ricorrenti per i rimedi legati al cuore ed ai “metu”. Soprattutto sedano, cipolla ed uva sono tra i diuretici naturali noti, e probabilmente era dovuta a questa attività il loro beneficio terapeutico.

Il fico; la ficina contenuta è un anticoagulante naturale, digerendo la protrombinasi

Per le infiammazioni che si estendono dal cuore (“il petto brucia”) la cura prevista è formata da:

– Datteri freschi

– Frutto del sicomoro

– Foglie della pianta “kaka” (che ignoriamo quale sia)

mescolati con acqua a formare una poltiglia, da cui strizzare il succo e farlo bere al paziente per quattro giorni.

Il frutto del sicomoro, l’albero sacro a Iside.

Mentre se sono coinvolti i vasi delle gambe (“dolore attraverso le cosce e le gambe tremano”) il papiro suggerisce una miscela di latte fresco, assenzio e natron, da far bollire e far bere al paziente sempre per quattro giorni. Da notare che secondo alcuni studiosi questo passaggio si riferirebbe alle vene varicose.

Il sedano, diuretico grazie all’acido glicolico contenuto

Se invece il dolore è intorno alle spalle e le dita tremano, secondo il papiro è “una secrezione” (o “ghiandole ingrossate”) da combattere facendo vomitare il paziente con “pesce nella birra” e con carne o pianta “djs” (sconosciuta anch’essa finora) legando le sue dita con i viticci della cosiddetta zucca-bottiglia (Lagenaria siceraria), dopo di che “il paziente starà meglio”.

La zucca-bottiglia, i cui viticci dovevano essere utilizzati per legare le dita dei pazienti affetti da tremore alle mani dovuta ai “metu” delle braccia – chissà poi perché…

Se da un lato ci può far sorridere l’approccio medico, è sorprendente come fossero già riconosciute le proprietà terapeutiche di alcune sostanze e la loro applicazione. Vedremo invece nelle pratiche chirurgiche il trattamento degli aneurismi.

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TUMORI: “IL MALE CHE DIVORA”

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Ci sono poche evidenze di tumori maligni negli Antichi Egizi, con un progressivo aumento apparente dall’Età Predinastica al Nuovo Regno.

Le possibili cause di questa discrepanza con la medicina moderna sono probabilmente dovute ad una aspettativa di vita molto più corta (si calcola che in età ramesside l’aspettativa di vita fosse intorno ai 39 anni), una dieta ovviamente molto diversa da quella moderna (si veda https://laciviltaegizia.org/…/il-cibo-nellantico-egitto/) e fattori ambientali decisamente differenti (non c’era molto inquinamento industriale all’epoca…)

Impressionante osteolisi del cranio di una donna, interpretata come conseguenza di metastasi ossee. Nuovo Regno, necropoli occidentale di Tebe.

Eppure, nella storia trimillenaria dell’Egitto faraonico c’è il tempo per “toccare” anche l’evoluzione delle patologie. Curiosamente, infatti, le evidenze di neoplasie maligne sono state riscontrate su mummie del Nuovo Regno, mentre sono assenti nei resti di epoche precedenti. Migliori condizioni di vita, interscambio con altri territori e culture, cibi (e vizi) diversi hanno preteso il loro prezzo in termini di salute. Anche senza coca cola.

Le evidenze più frequenti (e più facili da riscontrare) sono quelle di tumori ossei, prevalentemente osteocondromi (neoplasie benigne soprattutto delle ossa lunghe che appaiono come noduli duri che sporgono dalla superficie di un osso).

Moderna risonanza magnetica di un osteocondroma della parte distale del femore una ragazzina di 9 anni

Le moderne tecniche di indagine stanno via via attribuendo però diverse lesioni ossee come indizio di metastasi di tumori maligni. Probabilmente ne sapremo di più man mano che i progetti di ricerca avanzano, cosa che avviene più lentamente in questo campo per la mancanza di reperti “scintillanti” e la modesta eco mediatica di queste ricerche (con conseguente minori risorse).

Osteocondroma su una mummia dell’Antico Regno (Smith e Dawson, 1924)

Osteolisi (perdita di tessuto osseo) multipla su una vertebra con relativa TC, indizio di metastasi ossee di un sarcoma dei tessuti molli. Nuovo Regno, necropoli occidentale di Tebe.

È da notare che tutte queste patologie non hanno un riscontro diretto accertato nei papiri medici ma…

Gli studiosi dibattono da tempo se il termine bnwt nel Papiro Edwin Smith (casi 39 e 45) sia riferito ai tumori o alle ulcere gangrenose: il bnwt con “una testa che sporge dal petto” dovrà infatti esser trattato con il coltello arroventato per asportarlo.

Una prescrizione del Papiro Ebers (Ebers 813) fa riferimento ad “un male che mangia (o distrugge) l’utero della donna”; secondo alcuni studiosi sarebbe un riferimento al carcinoma uterino ma ci sono molti dubbi al proposito. Il termine usato, “wenemet”, indica di norma “mangiare” ed è senza dubbio un modo molto efficace per “raffigurare” un tumore.

Il cranio 12-5046 proveniente da Naga ed-Der (attualmente all’Hearst Museum, Berkeley Univ., California) mostra una distruzione praticamente totale della parte frontale da parte di un carcinoma esofaringeo (VI-XII Dinastia)

Anche nel Papiro Kahun si fa riferimento ad una patologia uterina chiamata “nemsu” che potrebbe far riferimento al carcinoma uterino, ma dipende più che altro dal fatto che è un termine trovato solo in questo contesto.

Il rimedio peraltro non sembra particolarmente efficace: una mistura di datteri freschi, una pianta “hekenu” sconosciuta e sabbia di fiume – oppure cervello di maiale e un’altra pianta chiamata “kesenty” – a formare un impacco da inserire per via vaginale.

Teschio maschile proveniente dalla tomba TT9 caratterizzato da una serie di fori di dimensioni variabili con l’aspetto tipico di metastasi diffuse da una sede primaria in altre parti del corpo. Relativamente pochi tumori si diffondono dai tessuti molli alle ossa e in un maschio adulto la fonte di origine più probabile è un carcinoma polmonare. L’incidenza basale del carcinoma polmonare è relativamente bassa ed è solo con l’abitudine diffusadel fumo di sigaretta che la malattia è diventata “importante” nel mondo moderno; un caso nell’antichità, sebbene non unico, è comunque di notevole importanza

Non ci sono tracce di tumori maligni al seno, ma sempre nel Papiro Ebers ci sono riferimenti e prescrizioni per il “seno che duole”, una “malattia che divora il seno” con “un gonfiore delle ghiandole” che potrebbero indicare il carcinoma della mammella.

Metastasi ossea sull’area occipitale del cranio di un individuo sepolto nella tomba di Monthemhat (TT34), XXV Dinastia

Da notare che la più grande raccolta di resti catalogati ed esaminati, provenienti dalla zona dove sarebbe stata costruita la diga di Assuan, è stata distrutta da un bombardamento durante la II Guerra Mondiale, privandoci della possibilità di riesaminare i resti alla luce delle nuove tecnologie.

Osteolisi di un corpo vertebrale di un uomo deceduto tra i 50 ed i 60 anni, un’età elevata per l’epoca; dai paleopatologi è considerato una conseguenza di un mieloma multiplo. Nuovo Regno, necropoli occidentale di Tebe