La statuaria della IV Dinastia ha segnato un punto fondamentale nell’evoluzione della scultura egizia, con la V e VI Dinastia si tende a una perfezione formale e a una maggiore libertà artistica.
Con la V e VI Dinastia (parlando delle opere maggiori) si vede come anche i volti rientrino nei canoni matematici, e tendano all’idealizzazione, opere certo magnifiche nella loro perfezione formale rischiano di cadere nella fredda formulazione matematica.
È interessante osservare i rapporti proporzionali che caratterizzato le rappresentazioni di marito e moglie.
I coniugi hanno una grandezza simile, la donna esprime, con gesti o atteggiamenti, il proprio affetto per il marito, cinge digli una spalla o tenendoli un braccio con la mano.
Altre coppie, tenendosi per mano, mostrano invece un atteggiamento che enfatizza la parità.
Nel corso della storia della cultura egizia si sviluppano molte tipologie costantemente riprese e presto trasformati in canone. Nell’Antico Regno erano presenti tre tipologie basilari.
1) La statua stante: gli uomini sono raffigurati nel tipico atteggiamento avanzate, con un piede in avanti ma il peso del corpo che grava in gran parte sulla gamba posteriore.
La posizione è statica suggerisce soltanto l’atto di procedere.
Le donne sono raffigurate con le gambe unite o con un passo appena accennato, le braccia sono tese lungo il corpo.
2) La statua assisa: la persona è raffigurata, uomo o donna, siede su un piccolo blocco rettangolare, le bracce poggiano, piegate, sulle cosce e spesso unamano stringe un nucleo di pietra.
3) La statua accovacciata: la persona è raffigurata, più spesso un uomo, con le gambe incrociate su una stuoia o sul terreno.
Se reca in grembo un rotolo di papiro aperto, è detto “lettore”; se tiene uno stilo in mano, rappresenta uno scriba.
Il personaggio accovacciato i modo asimmetrico, con un ginocchio sollevato da terra è raro è ancora più raro che poggia sui talloni o inginocchiato.
Ciò che noi chiamiamo accovacciarsi corrisponde in realtà al modo in cui gli egizi si sedevano normalmente.
La particolarità dell’Antico Regno erano poi le teste e i busti, che avevano una funzione diversa rispetto alle statue funerarie.
Lo stesso dicasi delle statue dei servitori che comparvero solo nel corso dell’Antico Regno e che venivano rappresentati intenti alla preparazione degli alimenti o alla svolgimento di altri servizi..
Le figure stanti in pietra presentano un pilastro dorsale, i gruppi statutari sono dotati di una lastra dorsale in comune.
Anche le figure sedute possono avere una lastra dorsale, che appare come un altro schienale.
Oltre a statue lavorate a tutto tondo ve ne sono altre direttamente scolpite nella roccia all’interno della sepoltura.
Le braccia e le gambe della statue in pietra sono collocate al corpo per mezzo di archetti.
Nelle opere in pietra calcarea, materiale più morbido, gli arti si staccano talvolta dal corpo, cosa tecnicamente non realizzabile con la pietra dura.
Nel caso della statua lignee, poi, non esisteva alcuna limitazione tecnica in questo senso, gli arti erano solitamente lavorati separatemente e assemblati al corpo in una seconda fase di lavorazione.
Fonte :
Antico Egitto – Maurizio Damiano – Electa
Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Edizioni Konemann
Gruppo statuario del nano Seneb e della sua famiglia. Calcare dipinto, Altezza cm 34, Larghezza c. 22,5 Giza, tomba di Seneb – Scavi di Junker Fine della V Dinastia e inizio VI Dinastia Museo Egizio del Cairo, JE 51280
Il grande senso di armonia che è presente in tutta l’arte egizia, si avverte ancora di più in questo gruppo di famiglia.
Il capofamiglia, responsabile del guardaroba del faraone, è affetto da nanismo ed è qui rappresentato con crudo realismo: la testa grande, il corpo tozzo, gli arti sproporzionatamente piccoli.
L’artista ha inserito tutti i personaggi, evitando che la deformità dell’uomo sbilanciasse l’insieme.
Seneb è ritratto accanto alla moglie, su un seggio parallelepipedo, con braccia incrociate sul petto e le gambe incrociate sul davanti, nella posizione di scriba.
La sposa è seduta nella posizione tradizionale.
Nello spazio che dovevano occupare le gambe di Seneb, lo scultore ha inserito i due figli della coppia, in piedi.
Seneb ha una capigliatura corta e nera, grandi occhi, naso e bocca pronunciati e orecchie piccole.
Indossa un gonnellino bianco.
La moglie, Senetites, indossa una parrucca nera e liscia e una una lunga tunica bianca.
Le braccia circondano, con un gesto affettuoso il marito.
I bambini sono raffigurati nudi, entrambi con il dito in bocca.
Alla base del seggio sono incisi i nomi e i titoli dei quattro personaggi.
La scultura fu rinvenuta all’interno del piccolo naos in calcare nella tomba di Seneb a Giza.
Magnifico busto in calcare dipinto del principe Ankh-Haf (h. 50,5 cm) risalente al regno di Khafre, 2558-2532 a.C., IV dinastia. Giza, tomba G 7510, scavata dalla Harvard University-Boston Museum of Fine Arts. MFA Inv. 27.442
Nell’antico Egitto, gli artisti raramente creavano ritratti realistici ma piuttosto dei ritratti idealizzati. Questo busto di Ankh-Haf infrange questa “regola”. È realizzato in calcare ricoperto da un sottile strato di gesso, e rappresenta il volto di un vero individuo.
Magnifico il modellato e la resa delle fisionomia del principe
Questa scultura dimostra la straordinaria abilità degli artisti dell’Antico Regno che avevano la capacità di realizzare dei ritratti assolutamente realistici quando chiamati a farlo.
Dalle iscrizioni nella sua tomba, sappiamo che Ankh-Haf era il figlio del re Snefru, fratellastro del re Khufu (Cheope), e che servì Khafre (Chefren) come visir e sorvegliante delle opere. In quest’ultima veste, potrebbe aver supervisionato la costruzione della seconda piramide nel complesso di Giza e la scultura della sfinge.
Ricostruzione (un po’ allucinata) del busto di Ankh-Haf con occhi, barba e baffi dipinti
Ankh-Haf è citato infatti nel papiro di Merer, di cui ha parlato il nostro Ivo Prezioso in un’esaustiva presentazione sul sito di Wadi al-Jarf.
Le caratteristiche di Ankh-Haf sono quelle di un uomo maturo. Le sue palpebre si abbassano leggermente sugli occhi originariamente dipinti di bianco con pupille marroni. I solchi diagonali ai lati della bocca conferiscono un aspetto severo. Sembra che originariamente la statua presentasse una barba corta realizzata con un pezzo di gesso separato. La barba, così come le orecchie, è andata persa nell’antichità. Il suo sguardo è quello di un uomo imponente e determinato, qualcuno abituato a dare ordini e ad essere obbedito. Era il modo in cui voleva essere ricordato per l’eternità.
Ricostruzione della collocazione del busto di Ankh Haf da parte di Bolshakov
La mastaba di Ankh-Haf era la più grande della grande necropoli orientale di Giza. Il suo busto era installato in una cappella di mattoni di fango attaccata al lato est della tomba e orientato in modo tale da fronteggiare l’ingresso della cappella. Le pareti della cappella erano coperte da bassorilievi squisitamente modellati. È stato suggerito che le braccia di Ankh-Haf fossero scolpite sul basso piedistallo su cui sedeva, facendolo apparire ancora più realistico. È possibile che le braccia reggessero un tavolo di offerte con più di novanta modelli di cibi e bevande per Ankh-Haf da gustare nell’aldilà. L’esatta funzione del busto non è chiara ed è stato scoperto disteso sul pavimento della cappella di mattoni di fango appena fuori dalla tomba. Questa insolita disposizione è presente anche nella tomba di Visir Idu (sesta dinastia) situata vicino alla G 7510. È possibile che gli scultori di Idu abbiano usato il busto di Ankh-Haf come esempio o prototipo.
Posizione della Mastaba di Ankh-Hafe come fu trovato il busto di Ankh Haf
Ma qual era l’aspetto originario del busto di Ankh-Haf? Ho postato l’immagine del volto ricostruito e la ricostruzione del busto nella sua possibile originaria posizione, così come presentato nel Journal of the Museum of Fine Art, Boston Volume 3 1991 in un articolo scritto dal dott. Andrey Bolshakov (Custode delle antichità egizie all’Hermitage Museum, Leningrado) . Secondo Bolshakov, il busto sarebbe stato posto di fronte ad una falsa porta e ad un tavolo per le offerte, così come appare nella tomba di Idu (G 7102).Il busto sarebbe stato incastrato nella falsa porta, così come appenare nella ricostruzione di Bolshakov allegata al post. L’immagine è una combinazione di una foto del 1927 della tomba di Idu con il busto di Ankh-Haf sovrapposto su di essa.
Ankh-Haf è citato nel cosiddetto Diario di Merer, un testo su papiro ritrovato nel sito portuale di Wadi al-Jarf, sul Mar Rosso, associato al progetto della piramide di Cheope (Akhet Khufu, l’Orizzonte di Khufu).
Fonti:
Arts of Ancient Egypt;2003; MFA Publication
Egypt in the Age of the Pyramids; Markowitz, Haynes and Freed; 2002; MFA Publication
Una recente scoperta (1987-1990), ha aperto nuove prospettive ai rapporti tra la Creta del TM IB[1] e l’Egitto del Nuovo Regno: il c.d. Kouros[2] di Palaikastro[3].
Fig. 1 L’abitato di Palaikastro
Si tratta di una statua maschile alta circa 50 cm. (la più grande[4] scultura minoica mai rinvenuta). All’atto del ritrovamento, in strati di detriti derivanti da un incendio risalente al TM IB, la statua risultava spezzata, fin dall’antichità, in più parti[5] verosimilmente da ladri per asportarne le parti in oro o comunque preziose. Benché danneggiata dall’incendio e dall’opera dei vandali, l’opera è quasi completa giacché è mancante solo di una fascia all’altezza della vita e del volto; la fattura è decisamente di eccellente livello là ove si consideri, ad esempio, la presenza dei rilievi delle vene su entrambe le mani ed i piedi. Alta, come sopra detto, circa 50 cm. presenta nella parte inferiore due prolungamenti che dovevano servire ad incastrarla su una base (persa) forse in legno.
Fig. 2 Il Kouros di Palaikastro
Fig. 3 Kouros di Palaikastro (particolare del piede su cui è possibile notare il rilevamento dei vasi sanguigni)
La figura è stata ricavata da quattro distinti pezzi di avorio d’ippopotamo usando i canini inferiori per il torso e i due larghi incisivi inferiori per le gambe; si tratta di una straordinaria scultura composita, con anima in legno, parti, come sopra visto, d’avorio d’ippopotamo, placcata in oro, con capelli in serpentina, occhi in cristallo di rocca, mentre sandali e perizoma (perduti) dovevano essere in oro.
Aldilà della preziosità artistica del reperto, tuttavia, quel che qui ci interessa è individuare eventuali rimandi all’Egitto: intanto un primo punto di contatto è certamente dato dalle zanne d’avorio d’ippopotamo usate per rivestire l’anima in legno, ma l’attenzione degli studiosi si è appuntata principalmente sulle proporzioni tra le varie parti.
Come noto, infatti, gli egizi lavoravano su griglie che costituivano, di fatto, il canone cui appoggiarsi per le giuste proporzioni statuarie e pittoriche: dalla V alla XXVI dinastia (salvo il periodo dell’eresia amarniana[6]), sappiamo che la griglia compositiva orizzontale era basata su 18 parti uguali[7], e che tale larghezza tra le linee della griglia non poteva, per ovvi motivi, derivare da misure metriche, bensì dalle misure standardizzate di alcune parti anatomiche[8]: le dita principali, le mani e le braccia da cui derivano, conseguentemente, il pollice, i palmi (= 4 dita), il cubito (= 6 palmi) ed il cubito reale (= 7 palmi). Studi in tal senso hanno consentito di indicare che la distanza tra le righe orizzontali della griglia egizia era pari (fatte le debite proporzioni a seconda delle dimensioni del dipinto) a 1 palmo + 1 pollice[9].
Fig. 4 Esempi di griglie compositive di dipinti egizi
Per quanto riguarda il Kouros di Palaikastro, ferma restando una valutazione di estetica sulla parte mancante a livello della vita (valutata in circa 9 mm sul totale di circa 50 cm. della statua), sono state sperimentalmente provate più griglie[10] giungendo ad appuntare l’attenzione sulla perfezione con cui sono state rese dall’antico artista le mani del personaggio ed individuare una griglia basata sulla distanza tra le nocche quasi identica a quella egizia.
In base a tale ipotesi, il Kouros di Palaikastro si basa su una griglia di 21 linee[11] tra la pianta dei piedi e l’attaccatura dei capelli[12]:
Fig. 5 Griglia compositiva da 21 righe sovrapposta al Kouros di Palaikastro
Si è cercato empiricamente di stabilire la posizione dell’ombelico (orientativamente all’altezza della linea orizzontale 13) e tale ipotesi, oltre che la riprova della correttezza della griglia prescelta, è stata suffragata dalla sovrapposizione della griglia da 21 linee all’affresco del pescatore di Thera.
Si è così appurato che le tre righe aggiuntive (da 18 a 21 totali), che danno alla statua minoica uno sviluppo verticale maggiore ed una maggiore eleganza, sono comprese nella fascia tra i capezzoli e la parte superiore delle ginocchia[13].
Fig. 6 Griglia compositiva da 21 righe sovrapposta al pescatore di Thera
Nonostante la differenza nel numero di righe della griglia compositiva, tuttavia, considerando peraltro che si tratta di un’opera tridimensionale in cui la griglia stessa non è visibile durante l’intera lavorazione (come avviene invece nel disegno bidimensionale), è possibile dedurre che i rapporti proporzionali sono gli stessi del canone egizio[14] e chi creò l’opera nel TM IB doveva essere bene a conoscenza dei metodi d’oltremare[15]; tale transfer culturale, specie là ove si consideri anche l’uso dell’avorio d’ippopotamo quasi certamente di importazione egizia, deve essere avvenuto non episodicamente, ma fu verosimilmente il risultato di un lavoro di bottega o di un addestramento tecnico artistico di scuola egizia.
Altre prove del transfer culturale cui si è sopra accennato, derivano da frammenti di dipinti dei palazzi “F” e “G” di Tell el-Dab’a, di ispirazione tipicamente minoica, nonché dall’analisi dei dipinti parietali delle Tombe dei Nobili di Luxor… ma questa è tutta un’altra storia!
Fig. 7 Ipotesi ricostruttiva del Kouros di Palaikastro
[1] TM IB (Tardo Minoico), suddivisione del più vasto periodo Neo-Palaziale (1700-1425 a.C.), dal 1480 al 1425 a.C.
[2] Kouros = ragazzo (pl. kouroi); tale termine in epoca recente ha sostituito quello di “apollino”, che veniva utilizzato con specifico riferimento a statue di culto, per indicare statue che non avevano, di fatto, valenza religiosa.
[3] Località orientale dell’Isola di Creta. Le prime tracce di un piccolo insediamento risalgono al 2900 a.C. Successivamente, intorno al 1900 a.C., l’insediamento divenne un centro abitato di considerevoli dimensioni, urbanisticamente ben strutturato (fig. 4.49), che intratteneva contatti anche con Paesi stranieri tra cui l’Egitto e l’Asia Minore (J.A. Mac Gillivray e L.H. Sackett, 2010). Intorno al 1760 a.C. l’abitato venne distrutto da un terremoto (Mac Gillivray e Sackett, 2010) cui seguì la ricostruzione. Intorno al 1570 (Knappett e Cunningham, 2003) il territorio fu nuovamente colpito, e seriamente danneggiato, da un altro terremoto prima che, a causa dell’eruzione di Thera/Santorini, l’intera regione fosse ricoperta da uno strato di cenere e la città fosse inondata da uno o più tsunami, di almeno 9 m., che ridusse gli edifici alle esclusive fondamenta (Bruins, 2008). Si hanno successivamente ancora evidenze di ulteriori distruzioni dovute ad incendi, forse di natura bellica (TM IB); proprio dagli strati di questa distruzione proviene il kouros che dal centro prende il nome.
[4] Weingarten, “Measure for measure: what the Palaikastro Kouros can tell us about Minoan Society, in Aegaeum n. 12, pp. 249-264”, 1995, Liegi.
[5] Testa, torso, mani e piedi vennero rinvenuti in una strada prospiciente l’edificio B5, mentre le gambe si trovarono, tempo dopo, nella stanza 2 del medesimo edificio B5.
[6] Durante il periodo dell’eresia Amarniana la griglia si basava su 20 unità (Robins 1985 e Robins e Fowler 1994).
[7] Verso la fine del Medio regno e gli inizi della XVIII dinastia, le linee orizzontali della griglia intersecavano la figura maschile (Weingarten, 1995, citato) in:
linea 18: attaccatura dei capelli;
linea 17: base del naso;
linea 16: giunzione tra il collo e le spalle;
linea 14: capezzoli;
linea 11: ombelico;
linea 9: anca;
linea 6: parte superiore del ginocchio;
linea 0: suolo.
Le linee verticali della griglia intersecavano le orizzontali, equidistanti tra loro, partendo da una linea base nella parte anteriore dell’orecchio.
[12] Punti di intersecazione della griglia da 21 linee orizzontali applicata al Kouros (Weingarten, 1995, citato):
linea 21: attaccatura dei capelli;
linea 18: parte superiore delle spalle;
linea 17: capezzoli ed ascelle (i capezzoli sono innaturalmente più in alto);
linea 11: due piccoli fori all’altezza delle anche (forse l’attaccatura di genitali applicati);
linea 10: attaccatura delle gambe;
linea 6: parte superiore del ginocchio;
linea 0: suolo.
[13] Una all’altezza delle cosce (variando così il canone egizio di quest’area da tre a quattro righe); una tra i capezzoli e l’ombelico (da tre a quattro righe) e l’ultima tra l’ombelico e l’attaccatura delle gambe (da due a tre righe).
Statua di Ankhwa, terza dinastia c. 2650 a.C. Granito rosa, altezza 65,5 cm. Provenienza sconosciuta probabilmente da Saqqara. Pervenuta al British Museum (inv. EA 1717) tramite la terza collezione Salt nel 1835.
La scultura a tutto tondo di personaggi non reali è piuttosto rara nell’Antico Egitto prima della Quarta dinastia, ma vi sono alcuni eccezionali esemplari risalenti alla Terza dinastia tra i quali la notevole statua in granito rosa di Ankhwa, conosciuto anche come Bedjmose.
La statua lo rappresenta seduto, con addosso una parrucca ed un corto gonnellino sul quale sono scolpiti i suoi nomi ed i suoi titoli “conoscente del re” e “costruttore di navi”.
La rappresentazione del suo corpo è tipica di queste prime sculture: la figura è leggermente tozza, con la schiena un po’ curva, la testa piuttosto grande dai lineamenti rozzi, le gambe e i piedi massicci. Anche il sedile è tipico di queste statue arcaiche, con i supporti a “U” rovesciata visibili su tre lati.
Ankhwa tiene in mano, appoggiata sulla spalla, un’ascia, senza dubbio simbolo della sua professione, cosa alquanto rara nella statuaria antico egiziana. In questo periodo gli scultori stavano sperimentando nuove forme e modelli, prima di arrivare a quel canone di forme e soggetti che sarà caratteristico della statuaria egiziana già dalla dinastia successiva.
Questa statua, come le poche altre pervenute a noi dalla Terza dinastia, mostra anche come gli artigiani egiziani, che fin dal predinastico e dalle prime dinastie avevano perfezionato le tecniche per produrre splendidi vasi in pietra, avevano esteso la loro abilità nel lavorare la pietra, anche pietre dure come il granito, con la produzione di oggetti di maggiore dimensione come le statue.
Il fatto che Ankhwa abbia avuto accesso al prezioso granito, probabilmente proveniente da Assuan, e ad artigiani in grado di realizzare una statua così importante, mostra come egli fosse non solo uno dei tanti conoscenti del re o un semplice costruttore di navi, bensì un personaggio importante alla corte che godeva ampiamente del favore reale. Infatti oggetti simili erano in genere prodotti dai laboratori reali e costituivano molto spesso doni del sovrano. Se anche non fosse stato così solo il favore del sovrano gli avrebbe consentito di disporre delle risorse necessarie alla realizzazione della statua e della tomba nella quale la stessa era conservata. Questo dono del re assicurò ad Ankhwa l’immortalità dal momento che tanto la statua che le sue iscrizioni avrebbero ospitato il suo spirito nel caso il suo corpo andasse perduto.
Calcare stuccato e dipinto – Altezza cm 43 Necropoli di Sakkara, Tomba del tesoriere Urirn ( n° 62) Scavi di Auguste Mariette 1860 Seconda metà della V Dinastia – CG 119
Kaemked è raffigurato inginocchiato su una base parallelepipeda con le mani incrociate sul grembo.
Indossa una parrucca svasata di media lunghezza, i capelli sono lisci resi da incisioni verticali distribuite con regolarità, caratteristica comune nella statutaria di questo periodo.
Indossa un gonnellino corto, con un lembo sovrapposto plissettato e una cintura annodata.
Il viso, magro, ha lineamenti piuttosto marcati: gli occhi, incastonati, sono decorati da trucco, realizzato con bordi di rame.
Il naso ha una forma tondeggiante alla base, la bocca, dalle labbra carnose, è atteggiata in un sorriso sereno.
Il torso dalle spalle larghe ha i pettorali ben disegnati.
La scultura fu rinvenuta nella tomba del suo Signore, il tesoriere Urirni, di cui Kaemked era sacerdote funerario.
La posa inginocchiata, non molto comune nell’ ‘Antico Regno, ha un precedente nella scultura arcaica di Hetepdief, anch’ egli sacerdote legato al culto funerario di tre sovrani della II Dinastia.
Fonte:
Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – a cura di F. Tiradritti – fotografie di Arnaldo De Luca – Edizioni White Star
Calcare dipinto, altezza cm 57 Saqqara, Mastaba di Nimaatsed ( D 56) – Scavi di Auguste Mariette ( 1860) Seconda metà della V Dinastia – Museo Egizio del Cairo CG 133
La scultura rappresenta una doppia immagine del sacerdote e giudice Nimaatsed, legato al culto di Hathor e di Ra nel Tempio Solare di Neferirkata Kakai.
Titoli e nomi sono indicati nella breve iscrizione incisa in bianco sulla base nera su cui appoggiano le due statue e da cui si innalza la lastra dorsale.
L’unica diversità è la lieve differenza di altezza : la figura a sinistra è un po’ più alta.
In entrambe le statue, Nimaatsed è raffigurato nell’usuale atteggiamento della statua incedente, con braccia distese lungo il corpo.
Porta una parrucca nera svasata, piuttosto ricorrente nella statutaria privata di questo periodo, che gli lascia scoperti i lobi delle orecchie e gli incornicia il volto ovale con grandi occhi dipinti.
La bocca, dalle labbra carnose, è ornata da sottili baffi..
Al collo Indossa una collana a più fili, in cui si alternano il bianco e l’azzurro.
Il torso non è molto ampio ha pettorali ben disegnati e si restringe fino alla vita sottile.
Indossa un gonnellino bianco, che giunge al di sopra delle ginocchia, un lembo , ripiegato sul lato destro, è plissettato e dipinto di giallo.
Un’estremità si inserisce al di sotto della cintura e fuoriesce accanto all’ombelico.
Le gambe, benché sottili, mostrano una muscolatura solida.
La pelle è dipinta di un colore ocra deciso.
Nella Mastaba a Saqqara, furono rinvenute da Mariette diverse statue di Nimaatsed, tra le quali questa, che rappresenta un’interessante documento, unendo all’usuale bellezza delle opere di questo periodo, la vivezza dei colori, raramente così ben conservati.
Fonte:
Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – F. Tiradritti – fotografie di Arnaldo De Luca – Edizioni White Star
Scisto, Altezza cm 45. Abusir, Tempio solare di Userkaf Scavi congiunti dell’Istituto Germanico e dell’Istituto Svizzero al Cairo, 1957 V Dinastia , regno di Userkaf – Museo Egizio del Cairo
Questa testa è un significativo esempio dello spirito accademico che animava gli artisti della corte eliopolitana, eredi della tradizione scultorea di Micerino.
Scegliendo come pietra lo scisto, lo scultore ha privilegiato gli effetti luministici, modulando con equilibrio le luci e le ombre che animano le superfici levigate.
La linea essenziale della corona del Basso Egitto si fonde con i contorni sfumati del volto del sovrano.
I caratteri somatici, per quanto improntati a quelli di Micerino, sono estremamente idealizzati, così come l’espressione convenzionale del volto.
In quest’opera tutto contribuisce a creare un senso di armonia e di compiutezza.
Ogni elemento figurativo segue una distribuzione attentamente bilanciata, unicamente volta alla sublimazione dell’ideale etico ed estetico incarnato dal sovrano.
Se lo scopo dell’arte ufficiale era quello di tradurre in. opere perfette la perfezione della regalità divina, la testa di Userkaf è un capolavoro.
Fonte
I tesori dell’antico Egitto – foto di Araldo De Luca. National Geographic – Edizione White Star
I tre gruppi statuari di Micerino riflettono pienamente l’ideale classico della scultura di corte, in cui la natura umana del sovrano è trasfigurata in una dimensione divina.
Altri due esempi di triadi di Micerino sono oggi conservate nel Museum of Fine Art di Boston.
Si era ipotizzato che i gruppi dovessero essere originariamente trenta, uno per ogni provincia egiziana, ma più recentemente è stata proposta un’interpretazione di queste triadi quali sculture dedicate dal re ad Hathor nelle province dove era più forte la venerazione per la dea.
Particolarmente felice è stata la scelta della pietra, lo Scisto, che a differenza della più dura diorite , ha consentito allo scultore di modellare con estrema precisione e grande forza espressiva le figure.
La prima
Scisto grigio – verde, Altezza cm 93 Giza, Tempio della Valle di Micerino Scavi di George Reisner IV Dinastia Museo Egizio del Cairo JE 40678
In questa triade Micerino è affiancato a destra dalla dea Hathor e a sinistra da una figura maschile molto più piccola, anch’essa incedente , con corona tripartita, una corta barba e sulla testa il simbolo del nomo di Tebe.
A differenza delle altre triadi, le figure sono qui l’una accanto all’altra, ma senza che vi sia un contatto tra loro:
La dea ha le braccia distese lungo il corpo con le mani aperte, il sovrano e l’altra figura hanno le mani chiuse a pugno.
La seconda
Scisto grigio – verde, Altezza cm 95,5 Giza, Tempio della Valle di Micerino Scavi di George Reisner IV Dinastia Museo Egizio del Cairo JE 46499
La triade raffigura Micerino con la corona bianca dell’Alto Egitto e il gonnellino shendyt, alla sua destra la dea Hathor, che gli tiene la mano.
Alla sua sinistra è un’altra figura femminile, quasi delle stesse dimensioni della dea, recante sul campo il simbolo del nomo diospolita, il settimo distretto amministrativo dell’Alto Egitto, la cui capitale era Hu.
Base, lastra dorsale e figure sono ricavate da un unico blocco di scisto.
Accanto ai piedi delle figure, sono incisi testi geroglifici che identificano la dea, le offerte del distretto e l’identità del re, che è designato sia con il titolo di sovrano dell’Alto e Basso Egitto
“Menkaura”, sia con il suo nome di Horus ” Kakhui”.
La terza
Scisto grigio – verde, Altezza cm 92,5 Giza, Tempio della Valle di Micerino Scavi di George Reisner IV Dinastia Museo Egizio del Cairo JE 40679
Il gruppo statuario è raffigurato in piedi su una base e addossato a un’ampia lastra dorsale.
Vi è rappresentato, al centro, il re Micerino, incedente e con la corona bianca dell’Alto Egitto, alla sua destra la dea Hathor è alla sua sinistra da una figura femminile del nomo cinopolita, il diciassettesimo distretto amministrativo dell’Alto Egitto.
Il sovrano porta la barba posticcia e Indossa il gonnellino shendyt plisettato, una larga cintura liscia
Ha le braccia lungo il corpo e impugna due cilindri.
Il volto è rotondo, gli occhi delimitati da profonde incisioni, sono protetti dalle arcate sopracciliari che proseguono nella linea del naso dalla base larga e tondeggiante, le orecchie scoperte sono accostate al piano del corpo.
Il corpo del sovrano è rappresentato con grande cura e perfezione : spalle larghe, torso ampio, muscoli di braccia e gambe ben modellati, esprimono forza e sicurezza.
La dea Hathor anche lei rappresentata incedente , Indossa una parrucca tripartita con ciocche disegnate da incisioni verticali, sormontata dal disco solare tra le corna di vacca.
Indossa una tunica aderente che la ricopre fin sopra le caviglie ed evidenzia la sua figura.
Il braccio destro è disteso lungo il corpo nella mano stringe il segno shen, simbolo di eternità, il braccio sinistro passa dietro le spalle del re: la mano della dea è visibile sul braccio sinistro di lui.
La figura femminile, sul lato opposto è lievemente più bassa di Hathor ed è rappresentata stante.
Indossa una parrucca unica, sulla testa uno stendardo con l’immagine zoomorfa di Anubi, che è l’emblema del nomo cinopolita.
Davanti ai piedi delle tre figure alcune colonne di testo verticali contengono nomi e titoli del sovrano e della dea.
Delle cosiddette triadi ne vengono contate 8 più o meno integre (dato proveniente dalla rete non facilmente controllabile). Quattro furono trovate assieme: Foto al momento dello scavo.
Fonte:
I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.
I tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo a cura di F. Tiradritti, foto di Araldo De Luca – Edizioni White Star