Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LE TESTE DI RISERVA

Di Patrizia Burlini e Grazia Musso

Questa testa, rappresentante secondo alcuni studiosi una donna ma secondo altri un uomo, per la permanenza di tracce di colore rosso -tradizionalmente riservato ai ritratti maschili – su un orecchio, potrebbe essere una testa di riserva.

La funzione di queste teste resta ancora enigmatica e sono state formulate diverse ipotesi sul loro scopo.

Le teste di questo tipo ritrovate sono poco più di una trentina ed appartengono tutte all’Antico Regno.

Agli inizi del secolo scorso un archeologo austriaco, H. Junker, ipotizzò che queste teste servissero ad essere rimpiazzate nel caso in cui la testa del defunto risultasse danneggiata, dato che il Ka per reincarnarsi doveva trovare un corpo o figura integra. Da allora vengono chiamate teste di riserva.

Secondo altri archeologi, tra cui A.L. Kelley e N.B. Millet, queste teste servivano da modello o stampo per altre sculture (l’assenza di orecchie e la cavità presente sulla nuca sarebbero una conseguenza della lavorazione per delineare il calco sul viso) oppure, dato che molte di loro, tra cui la presente, mostrano segni di mutilazione volontaria, svolgevano una funzione magica durante le cerimonie di sepoltura (Roland Tefnin). Secondo Tefnin queste teste riproducevano in realtà i tratti dei defunti nemici del sovrano, e venivano colpite in modo mirato da sacerdoti esperti, tramite il taglio della gola e la mutilazione delle orecchie, per impedire loro di poter parlare e sentire nell’Aldilà.

Secondo altri le teste erano proprio dei ritratti del defunto e servivano per un rituale di esecrazione perché “nell’antico Egitto, a prescindere dalle funzioni svolte in vita e dalla propria condizione sociale, il modo in cui un individuo moriva poteva renderlo potenzialmente pericoloso. Questa ad esempio era la sorte di coloro che annegavano nel Nilo, chi moriva di morte violenta oppure in uno dei giorni considerati infausti.”

Comunque sia, rimasero in voga per un breve periodo e furono rimpiazzate dalle maschere funerarie in gesso d cartonnage.

Fonti:

  • MFA, Boston
  • Cecilia Fiorentini, Le Misteriose “Teste di Riserva” nelle Tombe dell’Antico Regno in Egitto,Vanilla Magazine
  • Paolo Bondielli, Le teste di riserva. Un antico rito di esecrazione?,
  • Mediterraneo Antico . 14.12.2017.
  • Massimiliano Nuzzolo, ritratti di Riserva, Pharaon Magazine, nr. 2/3 2008
Giza, cimitero ovest, Mastaba G 4640
IV Dinastia, Regno di Khafre
Calcare, Altezza cm 25,5
Museo Egizio del Cairo, JE 46216 = CG 6005

Quest’ opera offre tutte le caratteristiche descritte nel post di Patrizia Burlini, compresa l’eliminazione delle orecchie, che in questo caso arriva alla cancellazione completa.

Le commessure labili donano all’opera un lieve sorriso che, unito allo sguardo leggermente rivolto verso l’altro, la proiettano verso la visione della vita eterna.

Giza, cimitero ovest mastaba G 4540 A
IV Dinastia, Regno di Khufu
Calcare, Altezza 36,3 cm
Harvard University, Boston Museum of Fine Arts
Scavi Reisner 1913_1914, 21.328

Ha eleganti tratti, raffinati e sottili, fanno attribuire generalmente questa testa a una donna, benché in realtà nulla né provi il sesso.

L’opera presenta alcuni caratteri peculiari, come la mancanza della pur sottile linea dei capelli e la particolare lavorazione delle sopracciglia, che danno, con i gioco di luci, un’espressione corrucciata.

Fonte

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Antico Regno, IV Dinastia, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LE STATUETTE INCOMPIUTE DI MICERINO

Di Luisa Bovitutti

Nell’ambito della statuaria dell’Antico Regno queste tre statuette in gneiss sono molto interessanti per capire le modalità operative seguite dagli scultori dell’epoca.

Esse sono state rinvenute nel 1908 a Giza, nel Tempio a Valle di Micerino, da una spedizione dell’Università di Harvard – MFA di Boston e sono ora custodite al Museo delle Belle Arti di Boston (accession numbers 11730 – 11731 – 11.732) al quale furono assegnate dal Governo Egiziano.

In origine erano collocate su di una sporgenza del tempio, il che significa che ricevettero offerte dai sacerdoti destinati al culto del sovrano come se fossero state complete.

Esse fanno parte di un gruppo di quindici statuette (h. 35.2 x l. 18.5 cm) ognuna delle quali rappresenta una fase del processo di realizzazione e provano che nell’Antico Regno esso era stato perfezionato e codificato garantendo il raggiungimento delle proporzioni ideali a prescindere dalla grandezza del blocco da scolpire.

Probabilmente servivano come modelli per statue simili di dimensioni maggiori, per cui non erano destinate ad essere completate; la statuetta centrale, specialmente nell’area della testa, mostra i resti di linee rosse che indicavano dove tagliare per ottenere le proporzioni corrette; nel Medio Regno i pochi segni si espansero in una griglia completa.

Utilizzando martelli di pietra più dura gli artisti tagliavano un blocco delle dimensioni della statua finita, e rifinivano gradualmente i dettagli della testa e degli arti con l’aiuto di scalpelli di rame, quindi con pietre e polveri abrasive lucidavano la superficie e realizzavano l’iscrizione che identificava il proprietario ed i titoli che aveva rivestito.

Le tre statuette qui raffigurate illustrano le fasi di pre-lucidatura iniziale, intermedia e finale; lo gneiss con il quale esse sono realizzate è una pietra molto dura proveniente da una cava vicino a Abu Simbel, ed è probabile che esse siano state realizzate riutilizzando la pietra di una statua più grande, in quanto il fondo di una di esse è lucidato a specchio, mentre di solito non sarebbe stato rifinito in quanto non era destinato ad essere visto.

FONTI:

Anche le immagini sono tratte dal sito del MFA di Boston.

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LA STATUA DI KAAPER

Di Grazia Musso

Legno di sicomoro. Altezza cm 112
Saqqara, nei pressi della piramide di Userkaf, Mastaba C 8
Scavi di Auguste Mariette, 1860
V Dinastia, Regno di Userkaf
CG 34

A partire dalla IV Dinastia, accanto alla grande statutaria di pietra, comincia ad affermarsi anche la scultura in legno, materiale più duttile, ma assai deperibile.

Opere come questa statua del sacerdote-lettore Kaaper, così in buone condizioni, sono rari esempi di un genere comunque diffuso.

La statua era in origine ricoperta da una leggera patina di gesso dipinto, di cui restano lievi tracce, e ritrae con estremo realismo l’opulenza di un uomo benestante.

L’alto funzionario è raffigurato in un atteggiamento inusuale per una statua egizia: Kaaper è incedente, con la gamba sinistra avanzata, ma a differenza delle sculture convenzionali, il peso della figura appoggia sul piede anteriore, mentre il posteriore è reso in movimento.

Le braccia sono scolpite a parte e successivamente fissate al corpo.

Il braccio destro ricade lungo il corpo , mentre il sinistro è piegato in avanti, la mano tiene una canna (oggi sostituita da una copia), cui Kaaper sembra appoggiarsi.

Tutta la figura è massiccia : il capo tondo, il corpo opulento, le gambe robuste.

Kaaper ha una capigliatura rasa, appena delineata da un’incisione intorno al viso, la fronte è alta e interrotta dalle sopracciglia appena rilevate che coprono vividi occhi incastonati da bordi di rame, che rendono la linea del trucco.

Il naso è piccolo, bocca ben delineata.

Il ventre prominente è avvolto in una “gonna” lunga fino alle ginocchia, ed è annodata in vita con un ampio lembo che ricade al di fuori della cintola.

A differenza della statua in pietra, in cui la figura non viene mai completamente liberata dalla materia in cui è tagliata, quella lignea è più autonoma, svincolata dai sostegni dorsali e dagli spazi pieni delle intercapedini fra gli arti, che sono invece lavorati separatamente e poi applicati.

La Realizzazione di quest’opera s’inserisce nella corrente artistica detta ” verista”, per la personalizzazione dei lineamenti del soggetto, in opposizione a quella “idealizzante”.

La fisionomia di Kaaper è così naturalistica, che gli operai di Mariette, quando la scoprirono, videro la rassomiglianza con il capo del loro villaggio, in arabo sheikh el-balad, è con questo appellativo la scultura è nota ancora oggi.

Formidabile esempio della scultura privata della V Dinastia, questa statua è meritatamente una delle opere dell’Antico Regno tra le più apprezzate e citate.

Fonti

  • I tesori dell’Antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.
  • Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo, a cura di F. Tiradritti, fotografie di Arnaldo De Luca – Edizioni White Star

Il primo piano della statua è una fotografia di Giusy Antonacci

Antico Regno, IV Dinastia, Statue

I PIEDI DI CHEOPE

Di Francesco Alba

Antico Regno, Quarta Dinastia, Regno di Cheope (2585-2560 a.C.) – (Accession Number: 13.348. Non in esposizione)

Come è noto, di Cheope/Khufu, costruttore della Grande Piramide, non rimangono raffigurazioni integre, fatta eccezione per una statuetta in avorio del re assiso su un trono dal basso schienale, trovata da Flinders Petrie nel corso dei suoi scavi all’interno del complesso templare del Khentimentiu, in Abido (1903). L’attribuzione (e la relativa collocazione cronologica alla Quarta Dinastia) fu fatta in base alla presenza del nome Horus del re (Medjedu), iscritto sul lato destro del trono.

La datazione è stata, in tempi recenti, confutata da Zahi Hawass (Z. Hawass. The Khufu Statuette: Is it an Old Kingdom sculpture? In Mélanges, Vol. 1. Institut Français d’Archeologie Orientale du Caire – 1985) il quale sostiene che le caratteristiche stilistiche della piccola scultura non sono raffrontabili con quelle di opere coeve della Quarta Dinastia, bensì con quelle della Ventiseiesima Dinastia (detta anche Neo-Menfita).

È evidente che sulle raffigurazioni di Cheope (il pensiero va alle statue che dovevano essere presenti nel suo tempio a valle) si abbattè una vera e propria furia iconoclasta, probabilmente durante i tumulti che fecero seguito alla fine dell’Antico Regno e all’inizio del Primo Periodo Intermedio. Oggi di quelle opere scultoree non rimangono che pochi frammenti, quasi reliquie preziose di un personaggio e di un’era: uno fra i più significativi è custodito presso il Museum of Fine Arts di Boston.

Si tratta di una base sulla quale poggiano dei piedi e sulla quale è presente la parte inferiore del cartiglio del sovrano, riportante gli ideogrammi “f” (GSL I9) e “w” (GSL G43), appartenenti al nome KHUFU.

Il cartiglio di Khufu

I piedi uniti fanno pensare che la scultura originale raffigurasse Cheope intronizzato.

Il frammento in alabastro, di piccole dimensioni (8,9 cm di larghezza), fu rintracciato da George Reisner nel 1913 insieme a numerosi detriti superficiali, nella mastaba G 2391 (Giza, Necropoli Ovest), appartenente a Irenakhet, sacerdote funerario vissuto durante la Sesta Dinastia.

Riferimenti:

Antico Regno, IV Dinastia, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LA STATUA IN DIORITE DI CHEFREN

Di Grazia Musso

IV Dinastia
Diorite nera, altezza 168 cm, larghezza 57 cm
Museo Egizio del Cairo – CG 14

Il re Chefren fece ornare il suo tempio in valle con ventitré statue, di cui questa è la più bella.

La statua raffigura il sovrano con i tratti a un tempo idealizzato nello sguardo lontano e ieratico dell’eterna giovinezza, e realistici nelle fattezze umane, questa impostazione incarna a un tempo il re e la regalità stessa.

Il faraone è ritratto in tutta la sua maestà, con il tipico copricapo nemes e il gonnellino plisettato, seduto su un trono cubico interamente scolpito con i simboli della regalità : zampe e protoni leonine sul davanti e il simbolo del sema-tauy, sui lati emblema dell’. “unire le due terre”, Alto e Basso Egitto rappresentate rispettivamente dalle piante del papiro e del loto annodate tra loro intorno al geroglifico della trachea.

È l’autorità universale del sovrano che viene qui legittimata e celebrata come garante della stabilità e dell’unità del paese.

Il concetto è rafforzato dalla presenza del falco, Horo, che protegge con le sue ali il capo del re, sottolineando la perfetta simbiosi tra l’uomo e il dio.

La statua supera i limiti formali della semplice scultura per farsi essa stessa messaggio.

Lo scultore ha saputo tradurre in capolavoro un’opera dal complesso contenuto ideologico.

La scelta della pietra è determinante al successo dell:esecuzione, in questo caso, una pietra pregiata come la diorite , dura e compatta, si è rivelata il supporto ideale per creare volumi pieni ma non pesanti, dal modellato reso morbido dall’accurata pulitura delle superfici.

La figura del sovrano sembra così riflettere la luce della sua essenza divina, un effetto sapientemente valorizzato dal colore verde scuro della diorite

Giza, tempio in valle di Chefren

Fonti:

  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa
  • I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star
Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

IL PRINCIPE ANKH

Di Grazia Musso

La statua di Ankh ha le caratteristiche dell’arte menfita: massiccia, nel corpo ricorda il blocco di pietra e le luci sfruttano le masse originarie, mentre i tratti del viso sono più curati.

Le iscrizioni sono sulle gambe, e va sottolineata sia la rara posizione delle mani che la poco comune collana shenu.

Da Bet Khallah (?)

III Dinastia

Granito porfiroide grigio

Altezza cm 62,5

Museo del Louvre

N 40

Fonte: Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa

Kemet, Protodinastico, Statue

LA DAMA DI LAPISLAZZULI

Di Ivo Prezioso

Testo originale di Liam McNamara, Curatore dell’Antico Egitto e del Sudan, Ashmolean Museum, e Direttore dell’Istituto Griffith, Università di Oxford.

Questa straordinaria statuetta è scolpita in un bellissimo lapislazzuli blu (Immagine n. 1). 

Statuina di donna stante con le mani incrociate

Naqada III – inizio I dinastia (ca. 3300-3000 a.C. )

Provenienza: Hierakonpolis, Deposito principale (corpo: scavi dell’Egyptian Research Account, 1898 [Quibell e Green]; testa: scavi University of Liverpool, 1906 [Garstang e Jones]).

Lapislazzuli

Altezza 8,9 cm

Ashmolean Museum of Art and Archaeology, Oxford, Dono di Harold Jones [head] (AN1S96-1908.E.1057 [corpo], 1057a [testa])

Fu rinvenuta nel Deposito Principale del recinto del tempio di Hierakonpolis, nel corso degli scavi condotti da Quibell e Green (finanziati dall’Universita di Oxford) nel 1898. Da questo importantissimo sito archeologico provengono anche la celeberrima Tavolozza di Narmer, teste di mazza dello stesso re e del re protodinastico chiamato Scorpione, oltre che statuette votive in faïence, ceramiche e manufatti litici raffiguranti esseri umani, babbuini, scorpioni, cani, rane e uccelli e, non ultimi per l’importanza che ebbero per la ricostruzione della storia di quell’antico periodo, una serie di avori decorati e scolpiti con iscrizioni di Narmer e di Den.

La fonte di approvvigionamento più vicina all’Egitto per questa bellissima pietra semipreziosa è il Badakhshan in Afghanistan, il che la rende uno dei materiali più pregiati ed esotici utilizzati dagli antichi Egizi. In epoca dinastica era associata al divino tanto che i capelli degli dei venivano descritti come “fatti di puro lapislazzuli”. Tuttavia la sua presenza nel Paese delle Due Terre cominciò ad essere relativamente frequente già a partire dal periodo predinastico (Naqada IIC), allorquando cominciò ad essere utilizzata per creare oggetti di prestigio, tra cui perline e intarsi. Ad oggi è il più grande reperto noto realizzato in lapislazzuli lavorato relativo a quell’epoca.

Un disegno nel taccuino di scavo di F.W. Green (Immagine n. 2) mostra un piccolo piolo di legno sul collo per fissare la testa che, sorprendentemente, fu ritrovata nel 1906 durante ulteriori scavi nella stessa area intrapresi da John Garstang e Harold Jones dell’Università di Liverpool.

Pagina del taccuino di scavo di F.W. Green, che mostra il corpo così come è stato scoperto nel 1898 © Dept. of Dept. of Manuscripts and University Archives, Cambridge University Library

Mentre la pietra utilizzata per il corpo ha un aspetto screziato (con macchie bianche e dorate dovute ad intrusioni di calcite e pirite), la testa è della varietà più rara e pura, di un colore blu intenso. Non è chiaro se questa differenza sia stata intenzionale o se sia il risultato di un danneggiamento che ha richiesto la sostituzione della testa. Alcuni suggeriscono addirittura che il corpo sia stato realizzato fuori dall’Egitto, forse nella regione del Golfo Persico, e che la testa sia stata aggiunta solo dopo il suo arrivo in Egitto.

Il volto della figura è dominato da grandi occhi profondamente incassati evidentemente per accogliere l’intarsio di un altro materiale (Immagine n. 3). 

Particolare della statuina di lapislazzuli, da cui si evidenzia, come la testa sia stata modellata separatamente e poi aggiunta al corpo

Le braccia sono ripiegate sui gomiti e le mani sono intrecciate sull’addome. Il corpo, nudo, è scolpito in modo piuttosto sommario, tranne che per la zona pubica, indicata da una serie di piccole depressioni circolari. Le gambe, leggermente piegate alle ginocchia, terminano con un taglio netto appena sopra le caviglie (Immagine n. 4). 

La statuetta statuetta in lapislazzuli, con testa e corpo scolpiti separatamente e fissati insieme vista da diverse angolazioni. (© Ashmolean Museum, University of Oxford)

Un foro praticato sul lato inferiore (anch’esso presente nel disegno di Green) potrebbe essere servito a fissare la figura ad una base oppure per inserire dei piedi modellati separatamente. Tra le altre ipotesi, una molto curiosa vorrebbe che la statuetta potesse essere il manico di un cucchiaio. Il dibattito sull’identità e l’origine della figura è, comunque, ancora in corso. Quibell fu il primo a sottolinearne l’aspetto “non egizio”, paragonandolo a marmi cicladici datati intorno al 2500 a.C., quindi molte centinaia di anni dopo la data attribuita. I capelli corti e strettamente arricciati della figura, così come la posizione delle mani e delle braccia, sono unici tra le statuette rinvenute a Hierakonpolis (la maggior parte scolpite in avorio) e trovano pochi paralleli nella prima arte egizia. Tuttavia, una simile acconciatura arricciata è presente, ad esempio, sulla Paletta del Campo di Battaglia (Immagine n. 5), il che avvalora l’ipotesi che la statuetta sia stata scolpita in Egitto.

I capelli arricciati di un prigioniero sulla tavolozza del campo di battaglia (Ashmolean AN1892.1171) (©Ashmolean Museum, University of Oxford)

In ogni caso, l’oggetto – sia esso già modellato realizzato o come blocco di materiale grezzo – ha percorso una distanza considerevole (circa 3.600 Km) prima di giungere all’antica Nekhen e fornisce una preziosa prova della posizione dell’Egitto primitivo in un contesto di scambi commerciali anche con paesi molto lontani.

Fonti: 

  • Liam McNamara, Nekhen News Vol. 18, Inverno 2016 p. 18
  • Marina Celegon, “Un’antica figura femminile in lapislazzuli” dal sito Auditorium.info
Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LA STATUA DI HOTEPDJEF

Di Grazia Musso

La scultura raffigura una figura maschile inginocchiato con le mani posate sulle cosce

L’uomo porta una parrucca corta e riccia, resa con incisioni orizzontali intersecate da segmenti verticali, che gli incornicia il volto dai lineamenti marcati: grandi occhi, naso diritto, zigomi alti, guance piene, bocca dalle labbra sporgenti.

In contrasto con la cura del volto è la realizzazione del corpo che risulta piccolo e tozzo, appena sbozzato, cinto da un gonnellino corto riconoscibile solo sul retro della statua, dove l’indumento é evidenziato in rilievo all’altezza della vita.

Sulla base è iscritto in bassorilievo il nome dell’uomo “Hotepdjef”, probabilmente un sacerdote dedito al culto dei primi tre sovrani della II Dinastia, i cui nomi sono incisi sulla spalla destra: Hotepsekhemuy, Raneb e Nynetjer.

La statua va messa in relazione a un gruppo di circa venti sculture, cosiddette “arcaiche”, con le quali condivide alcune caratteristiche tipologie e stilistiche : realizzate tutte in pietra dura presentano i corpi appena abbozzati, collo corto e largo, testa grande e molto curata rispetto al busto.

È molto probabile che la maggior parte di esse provenga dalla tomba del titolare della statua, ma per questa di Hetepdief si potrebbe suggerire anche la collocazione in un luogo dedicato al culto dei sovrani nominati dalle iscrizioni incise sulla spalla.

Statua di Hotepdjef

Granito rosso

Altezza cm. 39

Menfi 1888

III Dinastia 2649-2575 a. C.

Museo Egizio del Cairo

JE 34557 = CG 1

IL CONTESTO STORICO

A cura di Francesco Alba

Il nome di Nebra (Raneb, secondo una precedente lettura erronea che non teneva conto della cosiddetta metatesi onorifica per la quale il disco solare, riferito a Ra, precede graficamente gli altri geroglifici e che taluni interpretano come “il mio Signore è Ra”, oppure “il Signore del Sole”) si riferisce a un sovrano che regnò sull’Egitto durante la Seconda Dinastia, nel periodo protodinastico (… – 2890 a.C.) – VEDI ANCHE https://laciviltaegizia.org/2022/03/05/il-faraone-raneb-o-nebra-kakau/.

Manetone gli attribuisce 39 anni di regno, un dato che sembra confermato dalla Pietra di Palermo, anche se parzialmente leggibile. Molti studiosi tuttavia, pensano che il regno di Nebra non sia durato più di dieci anni.

Se torniamo indietro nel tempo, possiamo affermare che egli fu il primo monarca a includere Ra, la divinità solare, nel suo nome e in effetti il suo regno impresse una svolta fondamentale verso il culto di quella che diventerà la figura divina più importante del pantheon egizio.

Si ipotizza che sia stato figlio o fratello del suo predecessore Hotepsekhemui, ma non esiste una assoluta evidenza che fra i due vi fosse una relazione di parentela. Non conosciamo il nome della sposa di Nebra, ma un individuo di nome Paneb viene indicato come “figlio del re” in una tomba che potrebbe appartenergli (ma potrebbe anche essere quella di Hotepsekhemui. . .).

Questa piccola statua in granito del sacerdote funerario Hotepdjef, riporta i nomi di Hotepsekhemui, Nebra e Ninetjer, suggerendo una regolare continuità nella successione al trono, all’inizio della Seconda Dinastia. Il suo nome compare anche su vasellame in pietra (scisto, alabastro, marmo), trovato ad Abido, Giza e Saqqara. Sigilli pertinenti al regno di Nebra sono stati ritrovati nei pressi della piramide di Unas e una stele in granito col suo nome racchiuso nel “serekh” fu scoperta ad Abido. Non si conosce con esattezza il suo luogo di sepoltura.

Fonte:

Tesori Egizi del Museo del Cairo – Francesco Tiradritti – fotografie di Arnaldo De Luca – Edizione White Star

Foto Museo Egizio del Cairo e dal web

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LA STATUA DI REDIT

Di Grazia Musso

Questa statua, proveniente con molta probabilità da Menfi, raffigura una principessa della terza Dinastia.

È un’eccezionale attestazione dei primordi della produzione scultore egizia, di cui si conoscono pochi esemplari.

Redit, il cui nome è la titolatura sono iscritti in geroglifici sulla base della statua, è rappresentata seduta su un piccolo seggio dallo schienale basso.

Il braccio destro è appoggiato sulla coscia mentre il sinistro è appoggiato sul petto al di sotto del seno, che traspare dal suo abito aderente, che la ricopre fino alle caviglie.

Il volto tondeggiante, incorniciato da una pesante parrucca tripartita, sembra tradire una ricerca di realismo assente invece nel resto del corpo, dove prevale una composizione fatta di volumi massicci, geometrici e stilizzati che denotano un senso di razionalità e purezza tipico del pensiero egizio.

La statua di Redit, contemporanea al periodo in cui in Egitto venne costruito il primo complesso monumentale in pietra per il faraone Djoser a Saqqara, assomma in sé quelli che resteranno per millenni alcuni dei canoni della statutaria sia regale sia privata come la posizione delle braccia, la parrucca tripartita e il corpo ammantato , che proprio qui vedono una delle loro prime schematiche realizzazioni.

Statua di Redit

Basanite

Altezza 83 cm.

C. 3065

Collezione Drovetti

Museo Egizio di Torino

Fonte:

I grandi musei : Il Museo Egizio di Torino – Electa

Foto dal web

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LE STATUE DI SEPA E NEDA

Di Grazia Musso

L’uomo, Sepa, fu raffigurato in due statue quasi identiche, e la moglie Nesa in un’altra statua.

Le tre statue furono poste nel serdab della mastaba del defunto a formare un gruppo (nelle epoche posteriori ciò sarà fatto in un unico blocco).

In queste opere si nota ancora lo schema su due assi: quello verticale dato dalla figura stante e dal braccio disteso, quello orizzontale dato dalle vesti e dal braccio sinistro piegato.

Il bastone e lo scettro di Sepa sono incisi contro il corpo per non distaccarsi dalla massa, cosa che avviene comunemente con la scultura in legno.

Da Sakkara

III Dinastia

Calcare dipinto

Altezza (da destra verso sinistra).165, 169, 154 cm.

Parigi Museo del Louvre, 1837, collezione Mimaut

N 37 N 38 N 39

( ,= A 36, 37, 38)

Fonte: Antico Egitto di Maurizio Damiano-Electa

Foto dal web