Il sacrario più interno, quello più vicino al sarcofago ed alla salma del Faraone defunto, fa riferimento alle origini ed alle divinità protettrici più importanti, un’estrema barriera a difesa del defunto.
Il quarto sacrario al Museo del Cairo
La riproduzione del sacrario utilizzata in diverse mostre itineranti. Il colore del rame non è quello originale, ma le incisioni sono fedelmente riprodotte.
Lo schema del quarto sacrario, con la volta a botte ed i due cornicioni posti davanti e dietro alla volta
La forma infatti è quella del “Santuario del Nord” pre-dinastico, il cosiddetto “pr-nw” ( o “per-nu”) o “palazzo Reale di Buto”, con il tetto a volta e due battenti o cornicioni davanti e dietro. Realizzato in legno di cedro, misura 2,90 m di lunghezza x 1,48 m di larghezza e 1,90 m di altezza e pesa intorno ai 900 chili complessivi.
Il tetto è decorato con le figure di Iside, Nephtys, Selkis e Neith, alternate a occhi udjat, figure di Anubi sdraiate ed avvoltoi Nekhbet. Gli udjat e le due figure di Anubi sono appoggiati a pilastri simili ai piloni dei grandi templi di Tebe, proprio come la statua di Anubi della Stanza del Tesoro. Le dee sono invece inginocchiate su simboli nbw (oro) una posa che abbiamo già visto nella tomba di Nefertari.
Le decorazioni del tetto (schema di Piankoff)
Come confronto, Iside nella tomba di Nefertari
All’interno del soffitto è raffigurata Nut che spiega le ali sul defunto affiancata da due figure alate di Horus, tutte sopra tre segni nbw, insieme a due figure di Anubi.
L’interno del soffitto con Nut che spiega le ali sul defunto affiancata da due figure alate di Horus, tutte sopra tre segni nbw, insieme a due figure di Anubi. Schema di Piankoff
Il tetto del quarto sacrario, sollevato nella foto originale di Burton, lascia intravedere il sarcofago in quarzite
Sia sulle porte che sul retro un disco solare alato affiancato da due serpenti, uno con la Corona Rossa e l’altro con la Corona Bianca, sormonta Iside e Nephtys con le loro ali spiegate. Sulle porte è inciso il I Incantesimo del Libro dei Morti.
Le magnifiche porte con Iside e Nephtys
Il dettaglio di Iside sull’anta destra della porta
L’anta sinistra con Nephtys
Sul retro del quarto sacrario, nuovamente Iside e Nephtys a proteggere il defunto
Il retro del sacrario fotografato da Burton
Come già specificato, questo sacrario non aveva sigilli.
Le pareti laterali presentano entrambe due figure di Thoth in forma di ibis che sorreggono il cielo, e una processione di dèi: Geb, Duamutef (raffigurato con una testa di falco), Anubi e Imset da un lato, Hapi, Anubi, Qebehsenuf (raffigurato con testa umana) e Horus Vendicatore di Suo Padre.
La prima processione degli dèi protettori: tra due figure di Thot in forma di ibis che sorregge il cielo, sfilano Geb, Duamutef (raffigurato con una testa di falco), Anubi e Imset. Schema di Piankoff
Thot in forma di ibis che sorregge il cielo (riproduzione)Anubi (riproduzione)
La direzione delle processioni è tale da fronteggiare gli dèi raffigurati sulle pareti esterne del terzo sacrario, a formare una “rete” impenetrabile di protezione.
La seconda processione degli dèi protettori: sempre tra le due figure di Thot sfilano Hapi, Anubi, Qebehsenuf (raffigurato con testa umana) e Horus Vendicatore di Suo Padre
Il particolare di Hapi, Anubi e Qebehsenuf (riproduzione)
Le pareti interne sono incise con l’Incantesimo 17 del Libro dei Morti.
Ricordiamoci che l’ordine dei testi parte proprio da questo sacrario: inizia da qui la trasformazione del Faraone defunto, l’Osiride, nel sole vivente, compiendo il ciclo imperituro del tempo. In questo Tutankhamon rende onore al suo prenomen Nebkheperure (Padrone delle Trasformazioni come Ra) in cui la “trasformazione” è proprio il ciclo vitale del sole.
A marzo 2021 è stato trasferito al GEM di Giza, in attesa della sua inaugurazione
La partenza del sacrario per il GEM a marzo 2021
Riferimenti:
Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori 1984
Thomas Hoving, Tutankhamon. Mondadori 1995
Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
Piankoff, Alexandre. “Les chapelles de Tout-ankh-Amon.” (1951).
The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
Il terzo dei sacrari di Tutankhamon ha un disegno simile al secondo (“Santuario del Sud” o “Pr-wr”), con un tetto spiovente ed ovviamente leggermente più piccolo. Misura 3.40 x 1.92 m, con un’altezza di 2.15 m, e pesa 1142 kg. Come gli altri, è gessato e dorato su tutta la sua superficie.
Il sacrario al Museo Egizio del Cairo
Anch’esso era sigillato come il secondo; la foto del sigillo splendidamente conservato del terzo sacrario è una delle immagini più iconiche della tomba.
Questo è il cosiddetto “Sacrario della Protezione”, a causa dei Guardiani raffigurati sulle porte e sul retro. Il confronto con, ad esempio, la tomba di Nefertari ci sottolinea l’importanza dei sacrari per “compensare” la mancanza di pareti per raffigurare le formule che accompagnavano il defunto nell’aldilà.
I lati del sacrario sono invece “attraversati” dal viaggio della barca solare con a bordo il defunto.
Sulle porte sono rappresentati due Araldi e due Guardiani; un Araldo ha la testa di un coccodrillo (sinistra) mentre l’altro ha una testa di leone su cui sono posti due cobra. Entrambi impugnano due coltelli (uno per mano) e sono affiancati da due Guardiani dalla testa di ariete che impugnano un coltello ed una fronda di palma.
Araldo e Guardiano della porta sinistraAraldo e Guardiano della porta destraLe foto originali di Burton
Il particolare del doppio ureo sul Guardiano a testa di leone
Particolari delle porte
La stessa scena si ripete sul retro del sacrario; gli Araldi hanno però uno la testa di antilope e l’altro la testa umana, sempre insieme a due Guardiani dalla testa di ariete.
Il retro del sacrario, schema di Piankoff
Le scene sono accompagnate da estratti dal capitolo 147 del Libro dei Morti. In alto c’è il disco solare alato (chiamato Horus di Behdet).
Il tetto è decorato con 8 figure alate, di cui 4 a testa di avvoltoio, 2 a testa di serpente e due a testa di falco
All’interno, il soffitto è decorato con il disco solare alato e sette avvoltoi con le ali spiegate che reggono il segno Shen. Uno degli avvoltoi ha la testa di un serpente. Sotto di loro c’è la rappresentazione di un falco in volo che simboleggia il re.
Il soffitto interno
All’interno delle ante e sul pannello posteriore, Iside e Nephtys proteggono l’interno del sacrario con le ali spiegate.
Sul pannello interno di destra ci sono due occhi Udjat e una processione di dèi: Hapy, Anubi, Quebehsenewef, Geb e Nut.
Sul pannello interno di sinistra ci sono Nut di fronte ad Amsty, Anubi, Duamutef, Geb e Horus Nedjitef (Vendicatore di suo Padre).
La disposizione degli dèi all’interno è tale da porli di fronte agli dèi rappresentati all’esterno del quarto sacrario (che vedremo) in una sorta di incontro mistico.
Il pannello esterno sinistro
Ai lati del santuario sono incise versioni ridotte della Seconda e della Sesta Ora del Libro di ciò che è negli Inferi (l’Amduat).
Il pannello esterno sinistro, che rappresenta la Seconda Ora dell’Amduat
Il pannello esterno sinistro rappresenta la Seconda Ora dell’Amduat ed è diviso in 3 registri. Partendo da sinistra verso destra sul primo registro possiamo vedere una fila di cinque guardiani che tengono in mano coltelli e seduti su sedie invisibili: sono raffigurati con testa umana, testa di ariete, testa di ibis, testa di babbuino e testa di leone. Impugnano i coltelli per attaccare e distruggere qualsiasi pericolo che possa affrontare il re nell’aldilà.
Questi guardiani sono seguiti da un guardiano umano che tiene in mano uno scettro Kherep al posto del coltello, una a testa di falco sormontato da un ureo e un’altra figura umana sempre con un coltello in mano pronta a colpire un nemico. Dietro di loro ci sono due figure con la testa di babbuino seguite da una figura bifronte: una testa di falco e una testa umana. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che raffiguri Horus e Seth insieme nello stesso corpo, che sarebbe una rappresentazione unica, ma potrebbe trattarsi di uno spirito buono o cattivo a seconda delle circostanze oppure un guardiano abile a fronteggiare in pericoli da qualunque parte possano provenire.
Chiudono il registro delle figure femminili, tra cui due dee con la corona bianca e quella rossa.
La scena principale nel registro centrale è il viaggio notturno del re defunto rappresentato dal sole “morto” dalla testa di ariete “iwf” (che abbiamo visto nel secondo sacrario) in piedi sotto un padiglione. È preceduto e seguito da guardiani e divinità, la più importante delle quali è Hathor con il suo titolo di nbt dpt (signora della barca) davanti a lui.
La scena principale nel registro centrale è il viaggio notturno del re defunto rappresentato dal sole “morto” dalla testa di ariete “iwf” (che abbiamo visto nel secondo sacrario) in piedi sotto un padiglione.
A prua della nave sono rappresentati 2 cobra che potrebbero rappresentare Iside e Nephtys o forse il Nord e il Sud. La barca solare è preceduta da altre quattro di significato misterioso.
La prima è vuota, fatta eccezione per due spighe di grano, la seconda ha la prua e la poppa a forma delle due corone egizie mentre all’interno due scettri Kherep fiancheggiano un coccodrillo o forse Ammut.
La terza barca trasporta un sistro di Hathor ed ha uno scarabeo a prua mentre la poppa ha una testa mummificata con due piume
La quarta ed ultima barca ha a bordo una divinità inginocchiata con una piuma di Maat preceduta dal disco lunare.
Il terzo registro raffigura altre divinità legate alla Seconda Ora dell’Amduat, di cui un’altra bifronte.
Il pannello esterno destro
Il pannello esterno destro con le scene della Sesta Ora
Rappresenta la Sesta Ora del Libro dell’Amduat. Il primo registro da sinistra a destra mostrano alcune delle divinità della sesta ora precedute da un gruppo di 9 scettri – 3 di loro con la corona bianca, 3 con la corona rossa e 3 con un cobra.
Le divinità del primo registro
La scena principale nel registro centrale è nuovamente la barca solare con il re all’interno del suo santuario durante il viaggio notturno. Di fronte a lui la la dea Hathor con il titolo di nbt-dpt (la Signora della Barca) è preceduta da una divinità chiamata “siA” (la Vedetta) e da una divinità chiamata “wp wAwt” (Colei che Guida).
Davanti alla barca, una figura con la testa di babbuino tiene in mano un ibis (due forme del dio Djehwty o Thoth), quindi una figura femminile che regge due giare, quattro figure maschili con la corona bianca, quattro figure maschili senza nulla sulla testa poi quattro figure maschili con la corona rossa (queste figure rappresentano probabilmente il re morto).
Quattro figure maschili senza nulla sulla testa (qui se ne vedono solo tre) poi quattro figure maschili con la corona rossa (queste figure rappresentano probabilmente il re morto).
Nel terzo registro (da sinistra a destra) ci sono due figure con la testa di coccodrillo insieme a 4 coccodrilli più piccoli. Davanti a loro sono sei figure maschili in piedi e due figure femminili sedute. Viene poi rappresentato un enorme serpente con quattro teste umane che penetrano nel suo corpo; queste teste sono probabilmente i quattro figli di Horus che emergono dal serpente “mehen”.
Le figure di coccodrillo dell’ultimo registro
Il 21 Aprile 2021 è stato trasferito al nuovo GEM, in attesa della sua inaugurazione
Riferimenti:
Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori 1984
Thomas Hoving, Tutankhamon. Mondadori 1995
Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
Piankoff, Alexandre. “Les chapelles de Tout-ankh-Amon.” (1951).
The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
Il secondo sacrario è probabilmente il più complesso da un punto di vista storico e religioso.
Innanzitutto, non fu probabilmente costruito per Tutankhamon: lo stesso Carter notò che la doratura era più brillante, in una lega d’oro più gialla e meno rossiccia, nei punti corrispondenti ai cartigli e che il nomen di Tutankhamon era sovrascritto ad un altro, che conteneva il termine “-aten” o “-aton”. Se si trattasse di Akhenaton o del misterioso Faraone Neferu-Neferuaton è al momento oggetto di discussione.
Il secondo sacrario al Museo del Cairo
Il famoso sigillo intatto sul secondo sacrario: di qui in avanti tutto fu ritrovato esattamente come era stato disposto dai sacerdoti 3200 anni prima di Carter
Un emozionato Howard Carter apre la porta del sacrario
Nell’insieme misura 3,83 x 2,53 metri ed è alto 2,25 metri nel punto più alto.
La forma è diversa rispetto al primo sacrario: il tetto è spiovente con la massima altezza sopra le porte anteriori. Per questa forma particolare è un cosiddetto “Sacrario del Sud”, (“Pr-wr”) tipico dell’Alto Egitto e dedicato alla dea-avvoltoio Nekhbet.
La bombatura sopra le porte rappresenta un disco solare alato. Il sacrario nel suo complesso è costituito da 16 sezioni di legno le cui superfici, sia all’interno che all’esterno, sono gessate e ricoperte da uno strato di foglia d’oro; il tetto è ricoperto da una spesso strato di resina nera divisa in riquadri da fasce dorate di iscrizioni incise.
Il soffitto esterno del sacrario, dipinto con resina nera ed intersecato da lamine d’oro
Sulla porta di sinistra, il Faraone, accompagnato da Iside, si presenta al cospetto di Osiride, mentre su quella di destra è Maat che accompagna Tutankhamon di fronte a Ra-Horakhte.
Sulla porta di sinistra, il Faraone, accompagnato da Iside, si presenta al cospetto di Osiride, mentre su quella di destra è Maat che accompagna Tutankhamon di fronte a Ra-Horakhte (foto originali di Burton). A destra: la porta di sinistra (dettaglio)
Lo schema di Piankoff delle porte
Le porte della riproduzione in mostra a Parigi
Le pareti laterali sono estremamente enigmatiche. Una parte del testo è tratto dal Libro dei Morti (incantesimi 1, 17, 26, 27 e 28), ma il resto fa parte di un libro funerario “crittografico” che ha come tema il trionfo della luce.
Il “Lato della Luce”
Questo libro è unico nel suo genere; ha delle somiglianze con il Libro delle Porte ma è molto più criptico. Si ritiene che alluda alla creazione e il “riempimento” del disco solare con il fuoco durante la notte. La natura di questo libro è talmente oscura che non è stato scritto in normali geroglifici; i testi che accompagnano alcune delle illustrazioni sono crittografici (codificati) al fine di preservare la segretezza delle formule. Altri esempi di questi testi criptici sono stati ritrovati nelle tombe di Ramses VI e Ramses IX.
La descrizione di alcune di queste rappresentazioni è direttamente nelle didascalie delle immagini. Alcune delle immagini provengono dalle riproduzioni create per le esibizioni; sono comunque molto fedeli all’originale.
La parete sud è divisa in due parti dalla figura mummiforme del Faraone, la cui testa ed i cui piedi sono circondati da serpenti Uroboro (come descritto da Luisa Bovitutti qui: https://laciviltaegizia.org/2021/09/18/luroboro/) Si tratta della prima rappresentazione nota dell’uroboro.
(schema di Piankoff)
Secondo le interpretazioni più diffuse, questo lato dello scrigno rappresenta l’oscurità, mentre quello sinistro rappresenta la luce.
Da quello che si può intuire, il sole “morto” dopo il tramonto (“iwf”) attraversa il mondo degli inferi ed il corpo degli dei che lo abitano, la cui “energia” viene raccolta e si trasforma in fuoco che ne determina la rinascita all’alba.
Iside e Nephtys intorno alla testa di ariete di Ra, che simboleggia il potere generativo del sole. La grafia dei nomi non è quella usuale. Una possibile interpretazione è “In questo modo sono a protezione della testa che fornisce la luce”
Otto misteriose divinità mummificate rappresentate nel registro superiore (di cui due inusualmente con il volto disegnato di fronte): da sinistra “Colui che ascende”, “Colui a forma di gatto”, “Colui con il viso selvaggio”, “Colui con una faccia”, “Colui con il viso girato”, “Colui dell’ureo”, “Colui dell’occidente” e “Il Misterioso”. Sono indicate come “coloro che vivono nelle caverne del Duat” e vivono nell’oscurità. Secondo Piankoff rappresentano le diverse trasformazioni del sole nel suo viaggio negli Inferi.
Nel registro inferiore, solo 4 divinità sono mummiformi; le altre hanno torace e zampe di scarabeo a simboleggiare il percorso di rinascita completato
Secondo Darnell questa figura sarebbe una fusione di Ra e Osiride; secondo Piankoff invece rappresenterebbe Tutankhamon mummificato. L’uroboro intorno alla testa potrebbe simboleggiare la nascita e la fine del tempo. Al centro del corpo possiamo vedere un disco solare con al suo interno un uccello dalla testa di ariete e braccia umane, che rappresenta il sole tramontato o sole notturno (“iwf”, che letteralmente significa “carne”). Sette divinità in adorazione, forse le ore notturne (si vede la prima, a sinistra) sembrano cercare di estrarre dal corpo mummiforme il disco solare usando una corda, quasi come una “nascita” di un nuovo sole
Il particolare dell’uroboro superiore e del sole morto che sta per essere “tirato” fuori
L’uroboro ai piedi della figura mummificata è ancora più misterioso; le scritte che lo accompagnano non sono ancora state completamente decifrate
La parete nord che rappresenterebbe la luce, la rinascita del sole. Qui il dio sole è raffigurato per mezzo di dischi collegati alle figure davanti a loro mediante raggi di luce (o di fuoco). In questo modo il sole si “ricaricherebbe” di energia durante la notte. Foto Carsten Frenzl da Wkimedia Commons
(schema di Piankoff)
L’ureo di fronte a sei figure mummiformi, ognuna preceduta da un uccello “Ba”: sono due “Colui del Duat”, “Colui che è vestito”, “Colui delle bende”, “L’Incompleto”, “Colui che è legato”. La luce di Ra entra nelle prime figure mummiformi. Viene ripetuto il simbolo per “camminare”, “andare”, indicando un processo in evoluzione. Il primo riceve luce dall’ureo, gli altri da una stella di fronte a loro; è la luce di Ra che entra in loro.
Davanti ad un gatto (“Miwy” o “Miry”) che emerge dalla terra, sette figure senza testa ed inondate di luce sono precedute dai loro volti, rappresentati di fronte ed inseriti tra una stella e un disco solare con raggi. Sono “Testa di Horus”, “Volto di Horus”, “Gola di Horus”, Corpo di Horus” e due di cui non si conosce il nome. I primi due hanno i piedi ancora coperti dalla terra, ad indicare che i corpi stanno emergendo dalla sepoltura. Apparentemente, questa scena si riferisce ad una separazione e alla ricongiunzione della testa e del corpo.
Una divinità mummiforme sdraiata tende una mano mentre un serpente inondato di luce (qui non visibile) scaturisce dai piedi della mummia. Il disco solare da cui si diparte la luce ha un simbolo con le gambe che camminano al di sotto, forse un riferimento al viaggio notturno (“capovolto”) del sole.
Dopo il serpente, ci sono quattro esseri con teste di leone. Non possiamo vedere le loro braccia, e dalle similitudini con l’ora sesta del Libro delle Porte potrebbero trasportare il cadavere del sole. La luce di un disco solare che sormonta un paio di gambe entra nella bocca di queste creature. Foto Carsten Frenzl
Un cobra sputa fuoco (o luce) ad una testa di leone e, a sua volta, viene ri-emesso nuovamente da un cobra accanto ad essa. Questa luce inonda sei figure di Osiride che, ci informa la didascalia, sono “vestite” della luce di Re. I geroglifici delle vele che significano vento o respiro davanti a loro indicano che alle figure di Osiride è stato concesso il respiro.
All’estrema sinistra sono raffigurate 4 paia di braccia (qui ne vediamo a destra un paio) che sostengono due dischi solari, ciascuno con un uccello dalla testa di ariete che rappresenta il sole morto ( iwf ). C’è una teoria che suggerisce che questa scena faccia parte del riassunto simbolico del corso quotidiano del sole, mantenuto in movimento per mezzo delle quattro coppie di braccia. Un toro Negau sostiene una dea adorante, in basso a sinistra un “braccio di Ra” dal significato oscuro
Un leone che, come il gatto “Miwy”, sorge dalla terra; al disotto della superficie è nascosto un serpente. Sei figure mummiformi con teste di ariete, sormontate dai simboli di gambe in movimento, vengono menzionate come “coloro che accudiscono il Re”
Nell’ultima scena del lato nord vediamo sei dee. Ciascuna di loro riceve la luce da un disco e, a sua volta, la riversa dalle mani sulla testa di un serpente chiamato “Malvagio del Volto”
Sul retro del sacrario, Iside e Nephtys, in piedi su un segno nbw (oro, ricchezza) spiegano le loro ali a protezione del defunto
(schema di Piankoff)
All’interno, il tema decorativo di questo santuario è dominato da una figura della dea alata del cielo Nut che sormonta il geroglifico “nbw” (“oro”) ed insieme a cinque avvoltoi Nekhbet ad ali spiegate decora il soffitto. Ai lati della dea sono iscritti gli incantesimi dei Testi delle Piramidi e del Libro dei Morti.
La superficie interna della porta di destra raffigura un araldo dalla testa d’asino e di un guardiano degli inferi con la testa di ariete, mentre quella della porta di sinistra raffigura un altro guardiano degli inferi e una figura a testa umana.
L’interno delle pareti è decorato con l’incantesimo 148 del Libro dei Morti (le sette vacche celesti, il toro del cielo e i quattro timoni del cielo) insieme agli incantesimi 141-142, con testi aggiuntivi dagli incantesimi 130, 133, 134 e 148. Il pannello posteriore del santuario è inscritto in geroglifici finemente delineati con l’incantesimo 17 del Libro dei Morti, relativo alla rinascita del sole.
Il valore esoterico di questo sacrario lo ha reso protagonista di diverse pubblicazioni e tentativi di interpretazioni.
Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori 1984
Thomas Hoving, Tutankhamon. Mondadori 1995
Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
Piankoff, Alexandre. “Les chapelles de Tout-ankh-Amon.” (1951).
John Coleman Darnell, The enigmatic netherworld books of the solar-osirian unity : cryptographic compositions in the tombs of Tutankhamun, Ramesses VI and Ramesses IX. Zurich Open Repository and Archive, University of Zurich 2004
Soliman, R. “The Golden Shrines Of Tutankhamun And Their Intended Burial Place.”. Egyptian Journal of Archaeological and Restoration Studies, 2012
The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
Foto: Museo Egizio del Cairo, Henry James, The Griffith Institute, AKG Images, Merja Attia, Carsten Frenzl
L’immagine della maschera funebre di Tutankhamon che emerge dalla terza bara ha lasciato Carter senza parole, come lascerà attoniti milioni di persone per la sua stordente bellezza. Le fasce dorate che chiudono il bendaggio riportano il benvenuto di Nut e di Geb nell’aldilà, sormontate dalla figura del “ba” del Faraone che tiene tra le zampe due simboli “shen” di potere. Per la prima volta, una mummia faraonica intatta.
Il pettorale al Museo del Cairo
Finora si parlava di oggetti: magnifici, spirituali, esoterici, oppure di tutti i giorni, intimi, privati. Ma oggetti. Ora si parla della salma di un ragazzo morto 3200 anni prima. Carter ha già profondamente riflettuto su questo momento: da una parte la scienza e la conoscenza, dall’altra il rispetto per un defunto. Potrebbe fermarsi qui, e lasciare Tutankhamon al suo riposo.
Il pettorale e le fasce in oro di chiusura del bendaggio
Ma l’esperienza con la tomba di Amenhotep II lo ha profondamente colpito: richiusa la tomba con la mummia del Faraone all’interno, la stessa è stata profanata poco dopo, gli oggetti rubati, la mummia dilaniata dai tombaroli moderni. Non esita: troppo forte la paura di lasciare i tesori presumibilmente nascosti sulla mummia ai predoni; troppo urgente la voglia di conoscenza. Sa che non si presenterà più per lui una possibilità del genere.
Forse Carter pensa anche di essere arrivato al traguardo, che potrà finalmente dedicarsi con calma all’esame della mummia del Faraone fanciullo.
Si sbaglia di grosso.
Le resine usate dagli imbalsamatori del sovrano sono colate ovunque. Impregnano lo spazio tra la seconda e la terza bara, e imprigionano impietosamente il corpo del re. L’idea di Carter è di ripetere l’operazione con cui ha “sfilato” la prima bara dalle altre, ma nonostante tutti i suoi tentativi deve abbandonarla. Troppo tenace la presa di quelle resine. Carter annota che lo strato esterno del bendaggio “è come se fosse carbonizzato”.
Il 31 ottobre vengono tolti tutti gli oggetti esterni, le bande in oro che chiudono il bendaggio, gli amuleti, i collari. Si spera che il calore del sole possa sciogliere quella massa resinosa. Curiosamente Carter annota i passaggi della Bibbia in cui si fa riferimento agli unguenti funebri, forse un parallelo con le usanze ebraiche.
La mummia di Tutankhamon all’apertura della terza bara e durante l’esame della mummia, con ancora la maschera funebre sulla testa
Il giorno dopo, con l’aiuto di dieci manovali, il gruppo seconda/terza cassa con la mummia dentro viene portata al laboratorio e lasciata qualche ora sotto il sole, inutilmente. Viene anche estratta la prima cassa rimasta nel sarcofago, in cui rimane un solo, stupefacente oggetto: un basso letto funerario decorato con teste di leone, che ha sopportato il peso dei tre sarcofagi (calcolato da Carter come superiore ad una tonnellata) per più di tre millenni.
Il cataletto che ha sorretto il peso delle tre bare per più di tremila anni. Le due teste di leone riprendono quelle del letto funerario ritrovato nell’Anticamera
Finalmente l’11 novembre, con l’ausilio del prof. Derry dell’Università del Cairo, si decide di esaminare la mummia direttamente all’interno della terza bara. La salma del Faraone viene spruzzata con un leggero strato di paraffina e vengono incise le bende. Man mano vengono raccolti tutti gli amuleti funerari sul corpo di Tutankhamon, prontamente catalogati da Carter ed affidati alle cure di Lucas per la conservazione.
All’epoca furono diffuse solo due foto della testa del Faraone, avvolta in un drappo bianco a nascondere il fatto che era stata spiccata dal corpo nel tentativo di staccare la maschera funebre
Vengono annotati ben sedici strati di bende e di amuleti che avvolgono il corpo; alla fine la conta degli oggetti posti sulla mummia di Tutankhamon arriva a 143. Da soli riempirebbero un museo.
Ci vogliono sei giorni per liberare il corpo del re e staccare la maschera funebre, usando dei coltelli arroventati per riuscirci; anche se non viene annotato da Carter, è certo che alcuni danni alla mummia siano stati inferti proprio in questa fase. Le foto di Burton mostreranno già la testa spiccata dal corpo negli sforzi per liberarla dalla maschera.
I danni sul retro della maschera, con parte del decoro in pasta vitrea blu andato perso
Finalmente il 17 novembre il volto di Tutankhamon appare agli archeologi. Carter annota: “
…appare estremamente raffinato e colto. Il viso ha lineamenti belli e ben formati. La testa mostra una forte somiglianza strutturale con Akh-en-Aten (nota: lo scheletro della KV55 ritenuto all’epoca Akhenaton)…una somiglianza che fa propendere per un legame di sangue”.
Faccia a faccia con Tutankhamon
L’esame preliminare della mummia è concluso ed il corpo viene ricomposto in una cassa di legno grezzo in attesa di decidere cosa fare; rimane il problema delle bare incollate tra di loro.
Il corpo ricomposto del Faraone, in una scatola di legno ben diversa dalla bara d’oro massiccio che lo aveva protetto per così tanti secoli
Usare degli acidi è impensabile: la soluzione migliore appare il calore. Carter e Lucas decidono di inserire dei fogli di zinco a protezione della terza bara (lo zinco fonde a 500 °C, fungeva anche da termometro di sicurezza) e le capovolgono a testa in giù, scaldando da sotto con delle stufe a cherosene mentre la seconda bara è ricoperta da panni bagnati per proteggerla. Dopo più di tre ore, la terza bara inizia a scivolare giù, le lampade vengono spente e dopo un’ulteriore ora pian piano si stacca.
Lo stesso processo ha scaldato e staccato anche la maschera dalla terza bara, pagando però un caro prezzo: buona parte del decoro sulla parte posteriore si è staccato e spezzato. Frammenti di vetro e di pietre dure rimangono nella resina e vengono staccati uno ad uno per tentare di ricomporre il, decoro. I danni sono tuttora visibili sulla parte posteriore della maschera.
Ci vogliono più di cinque mesi per catalogare, pulire e restaurare tutti gli oggetti trovati sul corpo del Faraone. Finalmente, il 6 maggio 1926, sono pronti per il trasporto al Cairo.
Ci vorranno altri quattro anni per svuotare del tutto la tomba, con l’usuale precisione e meticolosità, ma lo zenit è stato raggiunto, Carter ha incontrato il suo destino. L’Egitto gli ha portato via l’amore, forse, ma ha donato anche a lui l’immortalità che Tutankhamon e gli Egizi anelavano.
La stagione di scavi è conclusa, ma Carter la “chiude” con una nota strana sul suo giornale degli scavi: pochi giorni prima di partire, dalla sua casa di Tebe ha visto una coppia di sciacalli sulle colline. Uno è una femmina normale.
Ma l’altro è un enorme sciacallo nero, una cosa che Carter in 35 anni non aveva mai visto. Forse Anubi è tornato per dare un ultimo saluto al suo protetto, che aveva vegliato per millenni nel buio della tomba.
Io vedo le tue bellezze, o Osiride, re Nebkheperure
“Tali reliquie affascinanti sembrano sfuggire al tempo; molte civiltà sono sorte e sono morte da quando quel ventaglio è stato depositato in questo tesoro. Un oggetto così raro, ma per molti versi familiare, fornisce un collegamento tra noi e quel tremendo passato. Ci aiuta a immaginare che il giovane re doveva essere molto simile a noi”. – Howard Carter
Questo ventaglio di piume di struzzo trovato nella tomba di Tutankhamon, in una delle casse sotto raffigurate nella fotografia scattata all’epoca; esso è lungo 18 cm. ed era destinato ad essere usato personalmente dal Faraone.
Il manico, in avorio, è piegato ad angolo retto, e ruota grazie ad un meccanismo; esso è decorato ad una estremità con un pomello in lapislazzuli arricchito da tre cerchi d’oro, all’altra con la rappresentazione di un fiore di loto sul quale si innesta una placca semicircolare d’avorio, impreziosita da un fregio, al cui interno sono incisi i cartigli del re; il fregio, i cartigli ed il fiore di loto sono realizzati con intarsi di pasta di vetro multicolore.
Dalla parte superiore del semicerchio esce una fila di corte piume scure, quindi si allarga un ampio ventaglio di piume più lunghe e chiare.
Le porte del sacrario di Tutankhamon erano ancora inviolate dopo oltre 3200 anni, ed il blocchetto di argilla che assicurava la corda legata alle maniglie recava il sigillo ufficiale della necropoli reale tebana (lo sciacallo sopra i nove prigionieri) incredibilmente intatto.
Anche l’intonaco della parete che chiudeva l’ingresso dell’ipogeo recava l’identico sigillo, apposto unitamente a quello del faraone al momento della chiusura per garantire che il defunto riposasse indisturbato per l’eternità.
L’abitudine di imprimere sigilli sull’intonaco delle pareti che chiudevano gli ingressi delle tombe e sugli oggetti del corredo funerario si affermò nel Nuovo Regno, ed infatti Carter trovò sulle quattro porte della sepoltura di Tutankhamon le impronte di otto diversi sigilli.
Questi sigilli certificavano ai funzionari che periodicamente effettuavano i controlli che nessuno aveva tentato di introdursi abusivamente nella tomba, ma l’egittologo James Henry Breasted ritenne più in generale che avessero anche la funzione rivestita dei Testi delle Piramidi, formule funerarie che nell’Antico regno venivano scritte sulle pareti interne delle piramidi per proteggere il faraone nel suo viaggio pericoloso nell’Aldilà e per propiziare la sua trasformazione in Osiride.
Il sigillo della necropoli reale raffigurava, come si è detto, uno sciacallo (il dio Anubi, “Signore degli occidentali”, protettore dei cimiteri) accovacciato sopra nove prigionieri legati (i “Nove archi”, ossia i nemici dell’Egitto) e disposti in file di tre o in gruppi alternati (- tre, due e quattro); in alcuni casi sopra lo sciacallo veniva posto il cartiglio del sovrano.
Secondo alcuni studiosi l’immagine simboleggerebbe il faraone defunto (lo sciacallo), che controlla il caos, rappresentato dai prigionieri; secondo altri invece i nove personaggi sarebbero i defunti, sorvegliati da Anubi affinché restassero lontani dai vivi e non ne turbassero la tranquillità.
Nelle immagini il sigillo delle porte del sacrario e gli schizzi di tutti gli altri sigilli trovati nella tomba ed effettuati dallo stesso Carter.
Rawash: La sacralità di alcuni sigilli e la sua relazione con il Dio Thoth, Pubblicato da Journal of the General Union of Arab Archaeologists, Vol. 1 [2016], Iss. 1, Art. 4, in https://digitalcommons.aaru.edu.jo/jguaa/vol1/iss1/4
Il primo sacrario, quello più esterno, misura 5,02 per 3,34 metri ed è alto 2,98 metri nel punto più alto.
Vista laterale del primo sacrario, parete destra (lato nord nella tomba) tratta da Alexandre Piankoff, “Les chapelles de Tout-ankh-Amon.” (1951).
Ha un tetto a doppia inclinazione longitudinale (dai lato corti verso il centro), come il padiglione delle festività “sed” in cui il Faraone celebrava il ringiovanimento e la rinascita. Inclinandosi in questo modo da entrambe le estremità verso il centro creando una depressione tra quelle che sembrano due colline ad emulare il segno Axt (Gardiner N27, “orizzonte”), che rappresenta due colline con il disco solare che sorge nel centro evocando il concetto di rinascita.
Il sacrario come apparve appena abbattuto il muro divisorio tra l’Anticamera e la Camera Funeraria. Si vede la doppia inclinazione del tetto, caratteristico di questo primo sacrario
Il sacrario estratto, stabilizzato e rimontato
È costruito con pesanti pannelli di cedro di più di 3 cm di spessore. Sia l’interno che l’esterno di questi pannelli sono stuccati, dorati e intarsiati con faïence blu brillante. I lati e il pannello posteriore del sacrario sono decorati con il nodo di Iside “tyet” (vita) e simboli “djed” (stabilità) collegati ad Osiride, il tutto su uno sfondo di maiolica blu brillante.
Particolare dei decori con al centro i nodi tyet di Iside alternati ai pilastri djed di Osiride
Al Museo Egizio del Cairo all’interno del primo sacrario è visibile la struttura del sostegno per il drappo funebre. Sul fondo si intravede la Vacca Celeste.
I due occhi udjat sulla parete destra (lato nord della tomba)
Il particolare del cartiglio su uno dei battenti
Due occhi protettivi “udjat” decorano quello il lato nord del santuario.
L’anta destra della porta è decorata con la rappresentazione di un animale senza testa e con le zampe anteriori, prive di estremità, legate insieme. Potrebbe rappresentare il pericolo che il re dovrà superare nell’aldilà. L’anta di sinistra raffigura una divinità seduta con una corona composita ed un segno ankh (vita) nella mano. Secondo Alexander Piankoff si tratterebbe di Osiride (anche se le iscrizioni lo identificano come “Horus il Vendicatore”), l’animale senza testa e senza zampe rappresenterebbe Seth ormai sconfitto e costretto all’impotenza a dimostrazione dell’efficacia delle formule magiche iscritte.
Le due figure rappresentate sulle porte, Horus Vendicatore e Seth ormai sconfitto, da Alexandre Piankoff, “Les chapelles de Tout-ankh-Amon.” (1951)Horus Vendicatore (o Osiride?) sull’anta sinistra della portaSeth sull’anta destra della porta
In contrasto con l’esterno, che presenta prevalentemente simboli, le superfici interne del santuario sono riccamente incise con estratti dal Libro dei Morti, incantesimi 1 (porta di sinistra), 134 (porta di destra) e 141-142, e (parete sinistra e pannello di fondo) dal Libro della Vacca Celeste (la leggenda della distruzione dell’umanità da parte di Hathor/Sekhmet dopo la ribellione degli uomini a Ra) di cui è presente per la prima volta la parte finale (ricordiamoci che i testi erano stati scritti a partire dal sacrario più interno e quindi terminano nel sacrario più esterno).
La Vacca Celeste raffigurata sulla parete interna di fondo
La Vacca Celeste raffigurata sulla parete interna di fondo, tratta da Alexandre Piankoff, “Les chapelles de Tout-ankh-Amon.” (1951)
L’interno del tetto, la cui parte centrale è stata erroneamente capovolta, era interamente dipinto in nero e decorato con due dischi solari alati ai lati e 13 avvoltoi Nekhbet disposti longitudinalmente.
La sezione occidentale del tetto con quattro avvoltoi Nekhbet ed un disco solare alato nell’incavo del bordo
FONTI:
Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori 1984
Thomas Hoving, Tutankhamon. Mondadori 1995
Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
Piankoff, Alexandre. “Les chapelles de Tout-ankh-Amon.” (1951).
Soliman, R. “The Golden Shrines Of Tutankhamun And Their Intended Burial Place.”. Egyptian Journal of Archaeological and Restoration Studies, 2012
The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
Foto: Museo Egizio del Cairo, Henry James, The Griffith Institute, AKG Images, Merja Attia
Come abbiamo visto, il sarcofago e le bare di Tutankhamon erano protetti da ben quattro sacrari, uno dentro l’altro come scatole cinesi, in legno dorato. Sono costruiti in legno gessato e dorato; ognuno di essi ha una doppia porta a battente chiusa da perni in ebano che scorrevano in occhielli d’argento e da una chiusura in corda con sigillo in creta (dal secondo sacrario rimasti intatti). Il quarto sacrario, il più interno, non aveva sigillo.
I quattro sacrari “esplosi” ed il sarcofago contenuto al loro interno
Furono montati nella tomba ovviamente al rovescio, dall’interno verso l’esterno intorno al sarcofago, e in direzione invertita: le porte, che dovevano rivolgersi ad ovest, si aprivano invece verso est. Molti pezzi furono inoltre montati in modo sbagliato: lo sappiamo perché gli artigiani che avevano realizzato i pezzi dei sacrari avevano scritto su di essi le istruzioni su come montarli, istruzioni a volte ignorate dagli operai nella tomba. Il secondo sacrario porta i segni delle martellate date per cercare di incastrare i pezzi “sbagliati”, che hanno danneggiato il decoro esterno. Secondo alcuni studiosi sarebbe la prova di un’usurpazione dei sacrari o che questi avrebbero dovuto essere montati in un’altra tomba, più ampia, ed adattati alla KV62.
L’impresa di estrarli dalla tomba fu titanica, e richiese quasi tre mesi di tempo. Alcuni pezzi pesavano centinaia di chili; il legno, asciugandosi, tendeva a perdere la doratura superficiale. Furono necessari 500 chili di cera di paraffina e due anni di tempo per stabilizzarli e trasportarli al Cairo.
Lungi dall’essere solo “scatole, questi quattro sacrari presentano delle complesse incisioni ed iscrizioni di significato esoterico, non ancora de tutto chiarite. I testi sono scritti a partire dal quarto sacrario, quello più interno e vicino al corpo del defunto Faraone, via via verso il primo, il più esterno.
Sono oggetti meravigliosi nella loro importanza religiosa, che meritano di essere approfonditi
Dopo il suo “sciopero” e l’allontanamento dalla tomba, nell’estate del 1924 Carter attraversa Stati Uniti e Canada in un giro di conferenze organizzato dal Met Museum. Si scopre oratore meticoloso, preciso, perfino umile; gli yankee impazziscono per lui. Per loro, per cui qualcosa “vecchio” di 100 anni è antico, qualcosa che risale a più di tre millenni prima è quasi fantascienza.
Howard Carter a Chicago durante il suo tour di conferenze
Ma Carter mostra una sola faccia al pubblico: nell’animo rigurgita rabbia per quella che considera un’immensa ingiustizia nei suoi confronti. Ogni tanto questa rabbia viene a galla, quando se la prende con gli autisti del pullman perché “non saprebbero guidare un carretto a cavalli” o con i camerieri mai abbastanza pronti e cortesi.
SI trattiene a stento quando incontra il presidente Coolidge che, ingannato dagli articoli dei giornali statunitensi sulla scoperta della tomba, gli ricorda le sue “origini americane”. A stento riesce a mormorare “Santo cielo, no, sono inglese!”
Carter alla Casa Bianca ricevuto dal presidente Coolidge. “So che lei è nato in America, anche se vive in Inghilterra” “Santo cielo, no…Sono inglese!”
Nessuno sa che, in segreto, ha fatto stampare a Londra un libello, “La tomba di Tut-Ankh-Amon. Dichiarazione e documenti sugli avvenimenti accaduti in Egitto nell’inverno 1923-1924 che portarono alla successiva rottura con il governo egiziano”.
Non è un libro in vendita, lo vuole distribuire a “pochi eletti”, amici e professionisti del settore, tra cui Lythgoe, Lacau e ovviamente Herbert Winlock del Met Museum che lo ha sempre sostenuto in un rapporto di mutuo beneficio.
È un errore colossale. Nell’appendice del libello, Carter ha pubblicato i telegrammi in codice scambiati con Winlock riguardo il caso della testa che emerge dal fiore di loto di cui abbiamo parlato qui:
Winlock si inc…si arrabbia profondamente. Si sente tradito, Carter ha messo in piazza un favore personale che lui gli aveva fatto per tirarlo fuori da una situazione incresciosa, mettendo a rischio la sua stessa carriera. Affronta a muso duro Carter, gli dice che per il suo ego sta buttando via una vita di ricerche.
Carter ne esce profondamente turbato e cambierà definitivamente il suo atteggiamento. Scrive la rinuncia ad ogni pretesa sugli oggetti e sui diritti relativi alla tomba e la invia a Lacau. Rimarrà da sistemare la questione della “spartizione” dei reperti con gli esecutori testamentari di Lord Carnarvon (Lady Almina vuole solo il risarcimento delle spese e non vuole più sentir parlare dell’Egitto), che verrà risolta con una somma di 36,000 sterline ed una vaga promessa sui “doppioni” che non sottraggano nulla al Museo Egizio.
Ma la chiave di volta non è una diatriba archeologica. Il 19 novembre 1924 viene assassinato Sir Lee Stack, comandante dell’esercito egiziano e Governatore della Nubia per conto di Sua Maestà. Gli Inglesi ne approfittano per reclamare pieni poteri e nel “pacchetto” ci finisce anche la tomba di Tutankhamon.
La prima bara all’interno del sarcofago in quarzite, pronta a rivelare i suoi segreti
Il 13 gennaio 1925 viene quindi firmata la nuova concessione (prudentemente di un anno, rinnovabile); il 25 gennaio vengono restituite a Carter le chiavi della tomba e del laboratorio. Sembra che sia tutto a posto e Carter si congratula con Lacau, poi scopre che il drappo funebre che copriva il secondo sacrario è stato lasciato all’aria aperta e si è letteralmente disintegrato al sole – e per fortuna non abbiamo nota di ciò che proferì alla vista…Non è l’unico danno: senza la “Banda Carter” il lavoro di spedizione è stato approssimativo: le ruote di un cocchio hanno danneggiato il cassone di un altro.
La prima bara. Apparve meravigliosa a Carter ed al suo staff, ma fu subito superata in bellezza dalle altre due. Foto ricolorata dal New York Times
Quello che rimane della stagione viene utilizzato per conservazione e restauro degli oggetti “lasciati in sospeso”, soprattutto quelli trovati nella camera sepolcrale ed il letto funebre raffigurante Ammut.
In autunno tutto è pronto. Finalmente il 13 ottobre Carter può aprire la prima bara. Riesce ad utilizzare le maniglie originali in bronzo per sollevare il coperchio, e scopre la seconda bara coperta da un sottile telo di lino e ghirlande di fiori.
Le bare appoggiate sul sarcofago in attesa di essere traslate per continuare il lavoro. Per la prima volta dopo più di tre millenni il Faraone è al di fuori del sarcofago
Annoterà Carter che “probabilmente è stata la regina Ankhesenamon a porre quei fiori” con un tono riverente e commosso.
Andare avanti non è facile: non c’è spazio tra le bare, che oltretutto pesano “in maniera sorprendente”. L’unica soluzione è sollevare il tutto e “sfilare” la prima bara da sotto. Vengono piantate delle viti ad occhiello nello spessore del legno della prima bara per sollevare il tutto ed estrarlo dal sarcofago. Nello spazio ristretto tra il sarcofago stesso ed il soffitto della camera sepolcrale è già un’impresa, con il timore di rovinare tutto.
L’imbragatura delle bare per estrarle dal sarcofago. Notare il pochissimo spazio a disposizione
La prima bara appoggiata sulle assi di legno dopo aver “liberato” la seconda. Si vedono le viti ad occhiello usate per sollevare tutto il blocco delle bare
Carter si accorge subito che la seconda bara è diversa dalla prima, ma al momento gli sembra solo “una rappresentazione più giovanile del Faraone”. Solo più tardi esprimerà il dubbio che non fosse predisposta per Tutankhamon ma appartenesse ad un altro membro della famiglia reale.
Sfilare la parte inferiore della prima bara non è facile. Carter corre un rischio pazzesco, solleva di poco il coperchio della seconda bara e fissa dei ganci metallici a quello che spunta dei chiodi originali di fissaggio per tenerla sollevata. Per sua e nostra fortuna gli artigiani egizi sapevano il fatto loro, ed i chiodi tengono.
La seconda bara ancora coperta dal lino e dalle ghirlande, secondo Carter l’ultimo gesto della regina per il suo sposoLa seconda bara: potrebbe non essere stata “destinata” a Tutankhamon? Cercheremo di capirlo
Le operazioni di pulitura della seconda bara
Il 23 ottobre è possibile aprire la seconda bara, e finalmente si scopre il motivo del peso incredibile delle bare: la terza bara è in oro massiccio. Ed è anche incollata alla seconda per un trafilaggio degli unguenti usati per l’imbalsamazione del re, “una sorta di pece”, come dice Carter, durissima e tenace. Impossibile trattarla in situ, “ci vorrebbe il calore o degli acidi” per scioglierla.
Si decide allora di aprire la terza bara ancora incastrata nel guscio della seconda.
La terza bara in oro massiccio appena scoperta e dopo aver tolto le pesanti ghirlande di fiori e foglie che coprivano il petto
Il guscio della seconda e la terza bara ancora unite insieme, esaminate da Carter. Si vede bene l’eccesso delle sostanze usate per l’imbalsamazione del Faraone che ricopre parte della bara
Il 28 ottobre 1925, finalmente Carter apre la terza bara e si trova a tu per tu con il Faraone fanciullo. O meglio, davanti alla maschera d’oro che lo raffigura eternamente giovane, il reperto che diventerà il più famoso ed iconico di tutta la storia dell’Antico Egitto racchiudendone l’arte, il misticismo e la ricchezza.
Faccia a faccia con il volto dell’eternità
“In quegli istanti” scrive Carter “le parole vengono a mancare…Il tempo misurato nel breve attimo di una vita umana perde la sua nozione di fronte a questo spettacolo che rievocava vivamente i i solenni riti religiosi di una civiltà scomparsa per sempre”
I COLLARI FLOREALI DAL DEPOSITO DI IMBALSAMAZIONE DI TUTANKHAMON
Questi collari floreali larghi 40 cm. e straordinariamente conservati provengono dal deposito di imbalsamazione di Tutankhamon; essi sono costituiti da file alternate di petali, fiori, foglie, bacche e perline di maiolica blu cuciti su di un supporto di papiro bordato con un panno rosso e venivano fissati al collo di chi li indossava tramite cordicelle di lino.
Sono state identificate foglie di persea e di ulivo di diverse sfumature di verde e d’argento, fiordalisi, papaveri, petali di loto blu, fiori gialli di picris asplenoides e bacche rosso-arancio di withania somnifera, che dovevano necessariamente essere freschi al momento dell’utilizzo, perché diversamente sarebbe stato impossibile fissarli.
Osservando che i fiori inseriti nei collari sbocciano tra la fine di febbraio e la metà di marzo, l’egittologa e botanica tedesca Renate Germer stabilì che il funerale di Tutankhamon si svolse all’inizio della primavera; Rolf Krauss posticipò di poco tale data, collocandola tra marzo ed aprile; visto che il processo di mummificazione durava circa 70 giorni, il giovane re morì tra metà novembre e metà febbraio.
Winlock ipotizzò che questi collari fossero stati indossati dai partecipanti al banchetto funebre, ma oggi si ritiene più probabile che decorassero i sarcofagi o le statue del re, in quanto un collare simile fu trovato da Carter sulla bara più interna di Tutankhamon.
I COLLARI FLOREALI SUI COPERCHI DEI SARCOFAGI DI TUTANKHAMON
FORSE L’ESTREMO OMAGGIO DELLA SUA GIOVANE VEDOVA?
Sul malridotto sudario di lino che copriva il coperchio del secondo sarcofago del re sono state rinvenute due ghirlande floreali: la più piccola di esse circondava l’ureo ed era costituita da foglie di ulivo e da fiordalisi; le foglie erano fissate su di un supporto di papiro in modo da mostrare le due facce alternate e creare così un motivo verde ed argento.
La seconda era formata da quattro strisce di decorazioni floreali: due di foglie di ulivo e fiordalisi, una di foglie di salice, petali di loto e fiordalisi e una di foglie di salice, di sedano selvatico e fiordalisi.
Anche sopra il tessuto di lino rosso che copriva il terzo sarcofago, quello d’oro massiccio, era disposto un collare costituito da nove file di fiori, foglie e bacche cuciti su di un supporto semicircolare di papiro; la prima, la seconda, la terza e la settima fila erano di foglie di palma da dattero, di anelli di maiolica verde e azzurra e di bacche rosse di withania; la quinta di foglie di salice e di melograno, di petali di loto azzurro e di bacche di withania, la sesta di fiordalisi e di fiori di picris, di foglie di melograno e di bacche di persea.
Le ghirlande potevano anche essere poste sulla testa della mummia: già ho parlato della corona di giustificazione, che simboleggiava il superamento del giudizio di Osiride (a questo link: https://www.facebook.com/…/44998…/posts/1105203936949643)
Nella tomba, contro la parete che portava alla camera funeraria, Carter rinvenne anche mazzi di giunchi e rami di persea, che erano stati portati dai dignitari in processione (nella foto se ne nota uno, appoggiato al muro, di fianco alla statua del re).In occasione del funerale e delle feste celebrate nella necropoli, la più importante delle quali era la Bella Festa della Valle (più informazioni a questo link: https://www.facebook.com/…/449981…/posts/666237224179652), era altresì consuetudine offrire ai defunti dei cuscini di fiori composti su di un asse verticale di steli di papiro chiamati “ankh”, ossia ”vita”, che evocavano una speranza di rinascita.
Nel periodo storico è documentato l’uso di fiori di acacia nilotica, centaurea, dofinella orientale, ninfea azzurra, loto, papavero, picris e sesbania; di foglie di persea, salice, aglio, coloquinta e vite; di rami di sicomoro, persea e mirto, di talee di parmelia e di spighe di grano.
In epoca tolemaica e romana vengono utilizzate specie vegetali differenti, alcune delle quali provenienti dalla Persia ed in passato sconosciute in Egitto, come il loto rosa e la rosa, che per il suo profumo sostituì spesso i fiori nelle composizioni funerarie.
Continuarono ad essere utilizzate le foglie di persea, di vite, di olivo e di salice, e fanno il loro ingresso le fibre di palma da datteri e di gramigna, le canne, i giunchi, i baccelli ed i gambi di sesbania, i frutti del lichene, i gambi del terebinto, i rametti del rosmarino e della maggiorana, le foglie del cedro, del banano e del lauro, i fiori di amaranto, sempreviva, rosa di Gerico, i frutti ed i gambi della ferula, i grani di tassia, la lavanda.