Mai cosa simile fu fatta, Statue, Tutankhamon, XVIII Dinastia

TESTA DI TUTANKHAMON COME AMON

RIVENDICATA DALL’EGITTO E VENDUTA DA CHRISTIE’S

Di Luisa Bovitutti

La testa di Christie’s

Questa testa di quarzite scura alta circa 29 centimetri raffigurante Tutankhamon come Amon è stata venduta all’asta il 4 luglio 2019 da Christie’s nonostante le proteste dell’Egitto che ne chiedeva a gran voce la restituzione.

Il dott. Zahi Hawass, infatti, sosteneva che essa fosse stata trafugata negli anni Settanta dal Tempio di Karnak, ed il dott. Mustafa Waziri, Segretario Generale del Supreme Counseil of Antiquities, l’ente governativo responsabile della conservazione e della valorizzazione dei reperti e degli scavi archeologici in Egitto si era battuto per fermare la vendita fino a che non fosse stata controllata l’origine legittima della statua.

La Casa d’aste londinese evidentemente l’ha dimostrata.

Essa in origine era stata eretta in un non meglio identificato complesso templare dedicato ad Amon ed al momento della vendita apparteneva alla Resandro Collection, una delle collezioni private di arte egizia più famose al mondo; fu acquistata nel 1985 da Heinz Herzer, un antiquario di Monaco di Baviera, ed in precedenza apparteneva a Joseph Messina, un gallerista austriaco che l’aveva comprata nel 1974 dal principe Wilhelm von Thurn und Taxis che la custodiva nella sua collezione dal 1960.

I tratti del viso della scultura sono quelli tipici di Tutankhamon e della tarda arte amarniana: il viso tondo e preadolescenziale, gli occhi a mandorla, la depressione ricurva della cresta sopracciliare arrotondata, le labbra carnose e delicatamente scolpite.

Essi sono analoghi a quelli rappresentati nelle statue del giovane faraone che furono scolpite per il tempio di Karnak, probabilmente per ricordare la restaurazione degli antichi culti dopo la riforma di Akhenaton.

La statua di Karnak prima e dopo il restauro del CFEETK (Foto ©CFEETK/E. Saubestre). Essa è scolpita in arenaria rossastra e sorge all’altezza del sesto pilone, nella Sala degli Annali di Tuthmosis III e nei pressi dei due pilastri araldici di granito che un tempo sostenevano il tetto. Accanto ad essa sorge un’altra statua della dea Amaunet, commissionata da Tutankhamon, il cui nome fu poi scalpellato e sostituito da quello del suo successore Horemheb.

Si vedano a questo proposito la testa di Tutankhamon come Amon oggi custodita al MET di New York e le due statue del giovane sovrano come Amon: una di esse si trova ancora oggi al tempio di Karnak ed è stata restaurata nel 2021 dal Centre Franco – Egiptien d’Etude des Temples de Karnak (CFEETK), l’altra, scoperta nella cachette del tempio di Karnak nel 1904, è esposta al museo di Luxor.

La testa del MET di New York, in granodiorite
La statua in calcare del Museo di Luxor

FONTI del testo e delle immagini:

https://www.ilmattino.it/…/tukankhamon_asta_statua…

https://news.sky.com/…/tutankhamun-sculpture-sold-for-4…

https://www.metmuseum.org/art/collection/search/544691

https://www.ancient-egypt.co.uk/…/tutankhamun%20as…

https://www.thenotsoinnocentsabroad.com/blog/tag/seti+i

http://www.cfeetk.cnrs.fr/…/restauration-statue-amon…/ee

Mai cosa simile fu fatta, Sarcofagi, XVIII Dinastia

SARCOFAGI DI AHMES MERITAMON

Di Grazia Musso

PRIMO SARCOFAGO (ESTERNO)

Legno di cedro; lunghezza cm. 313,5, larghezza cm. 87
Deir el-Bahari, tomba rupestre ( TT 358)
Scavi del Servizio delle Antichità Egiziane e del Metropolitan Museum of Art 1929
Museo Egizio del Cairo – JE 53140

L’imponente sarcofago ligneo, che per la ricercatezza di forme ed eleganza stilistica può essere considerato un emblematico monumento scultoreo della XVIII Dinastia, appartenente alla regina Ahmes Meritamon, da alcuni identificata come la moglie di Amenhotep I, da altri come moglie di Amenhotep II.

La defunta, raffigurata con le braccia congiunte sul petto, presenta un volto dall’espressione ieratica, impreziosito da intarsi di pasta vitrea, e incorniciato da una sontuosa parrucca solcata da alveoli dipinti di blu

Al di sotto della collana, la superficie è ricoperta da un motivo geometrico inciso che avvolge il petto e le braccia, lasciando scoperte soltanto le mani, che impugnano due scettri papiroformi, emblema di giovinezza.

Il resto del sarcofago è decorato da lunghe piume incise nel legno, a imitazione delle ali della dea Iside, che proteggono il corpo della defunta.

Questo tipo di decorazione, convenzionalmente definita rishi , dalla parola araba che significa “piumato”, si diffuse a Tebe dal Secondo Periodo Intermedio.

Vedi anche: https://laciviltaegizia.org/…/inner-and-outer-coffin…/

Al centro del coperchio c’è una colonna di geroglifici, un tempo intarsiati di pasta vitrea, contenenti la formula di offerta a beneficio della regina.

Fonte: I tesori dell’antico Egitto nella collezione del museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

SECONDO SARCOFAGO (INTERNO)

Un volto dai lineamenti delicati, incorniciato da un’ampia parrucca hathorica, ornata sulla fronte da un ureo con disco solare.

SI TROVA AL NMC

Fonte : Le regine dell’antico Egitto a cura di Rosanna Pirelli – Edizioni W Hite Star.

Mai cosa simile fu fatta, Sarcofagi, XVIII Dinastia

SARCOFAGO DI AHMES NEFERTARI

Di Grazia Musso

Legno e tela, lunghezza totale cm 378
Tebe Ovest, Cachette di Deir el-Bahari
Scoperta ufficiale del Servizio delle Antichità Egiziano 1881
Museo Egizio del Cairo – CG 61003

L’enorme sarcofago di Ahmes Nefertari fu rinvenuto nella tomba di Unhapy, consorte del sovrano Ahmes, che fu utilizzata nella XXI Dinastia come nascondiglio in cui porre al riparo dai saccheggi i sarcofagi di alcuni faraoni, membri della famiglia reale e alti sacerdoti.

Ahmad Pasha Kamal e l’enorme sarcofago della regina Ahmes-Nefertari,

Ahmes Nefertari, madre di Amenhotep I, fu la prima regina a ricoprire l’alta carica religiosa di Sposa Divina, diventando poi oggetto di culto nell’area tebana sino agli inizi del I millennio a. C..

Il suo sarcofago ligneo mummiforme era originariamente ricoperto di foglia d’oro, che fu asportato dai ladri già Nell’antichità e sostituita da una vernice color ocra nel corso del restauro effettuato al momento del trasferimento nel nascondiglio.

Il volto dai grandi occhi dipinti, è cinto da una massiccia parrucca sormontata da una corona svasata su cui svettano due alte piume.

La superficie della capigliatura è dell’elaborato copricapo è caratterizzata da alveoli incisi nel legno e campiti di stucco blu.

Un motivo analogo ricopre il busto della Defunta, che sembra cinto da uno stretto scialle scollato.

Le mani, incrociate sul petto, impugna o due grandi croci ankh, emblema di Vita, e i polsi sono cinto da alti bracciali strati, simili alla collana intorno al collo.

Sulla restante superficie del sarcofago sono rappresentate lunghe piume d’uccelo che evocano le ali della dea Iside, secondo una tradizione Tebans diffusa i nel Secondo Periodo Intermedio.

Una lunga colonna di geroglifici, incisa nella parte centrale del coperchio, contiene la consueta formula d’offerta hetep-di-nesut, con cui si invoca ano offerte per il ka di Ahmes Nefertari.

Fonte

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Edizioni White Star

Gioielli, Mai cosa simile fu fatta, XVIII Dinastia

ORECCHINO dalla tomba di Horemheb

Di Grazia Musso

Oro e paste vitree, diametro cm. 3,9, peso 17,8 g
Saqqara, tomba di Horemheb
Scavi della spedizione anglo-olandese diretta da G. Martin 1977
Probabilmente regno di Akhenaton
Museo Egizio del Cairo – JE 97864

L’orecchino qui illustrato è stato trovato a Saqqara, nella tomba che il generale Horemheb si fece costruire prima di diventare faraone.

Il gioiello, d’oro massiccio, reca al centro un’immagine finemente cesellata di un sovrano sotto forma di sfinge con la corona azzurra ornata da ureo, la barba posticcia è un largo collare usekh.

Due bande circolari, decorate con un motivo a “V”, che alterna oro e pasta vitrea azzurra, conservata solo in parte, circondano la sfinge.

Sui bordi dell’orecchio sono applicati piccoli anelli granulati fra i quali originariamente erano inseriti elementi cilindrici in pasta vitrea ; probabilmente i cinque anelli inferiori sostenevano dei pendagli.

Sulla cima del gioiello è saldata una lamina d’oro a forma di collare-usekh.

L’orecchino veniva fissato facendo passare, attraverso il lobo forato, una piccola vite infilata in due anelli di cui uno solo si è conservato.

Il profilo della sfinge evoca l’effige di Akhenaton ed è probabile che il gioiello risalga al suo regno o ai primi anni del regno di Tutankhamon.

Fonte

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.

Mai cosa simile fu fatta, XVIII Dinastia

STELE E CAPPELLA DI MAIA

Di Grazia Musso

Nel 1906, appena intrapresi i lavori di scavo nella necropoli di Deir el-Medina, Schiaparelli portò alla luce un’importante monumento appartenuto a un pittore che visse all’interno del villaggio nella seconda metà della XVIII Dinastia.

Cappella: Pittura a Tempera su intonaco di gesso e fondo di paglia e fango. Misure interne: lunghezza 220 cm, larghezza 145 cm, altezza 181 cm.
S. 7886
Scavi di E. Schiaparelli a Deir el-Medina

Si tratta della cappella funeraria di Maia, il cui titolo completo era “scriba-disegnatore di Amon nella Sede della Verità”.

L’ambiente culturale, sormontato in origine da una piccola piramide di mattoni crudi, sorgeva sopra la tomba alla quale era collegato tramite un pozzo.

Le pareti della cappella sono realizzate in mattoni di fango fresco e paglia, successivamente coperte da Intonaco.

La pittura a Tempera è applicata a secco e i colori sono ottenuti da prodotti minerali e vegetali ( ocra per il rosso e il giallo, carbone per il nero, carbonato di calcio per il bianco, malachite per il blu e verde), mescolati con acqua ed un legante, la gomma d’acacia.

I dipinti di questa cappella, eccezionalmente conservati, anche se solo parzialmente, sono stati raccolti e trasportati in Italia dal restauratore Fabrizio Lucarini nel 1906

Egli riuscì a distaccare l’intonaco dipinto che copriva le pareti e la volta, usandola tecnica a “strappo”, che prevede l’incollaggio di tele sulla superficie dipinta per mantenerla insieme durante la rimozione.

Si usavano poi dei solventi per distaccare le tele dalla pittura.

Questo procedimento , anche se esige grande abilità, permette di non sezionare l’intonaco e di preservare al massimo il dipinto.

Le pareti, decorate con vivaci pitture, eseguite sulle pareti sono state eseguite, probabilmente, dallo stesso Maia.

La cappella di Maia e Tamit, presumibilmente contemporanei di Kha, è decorata da pitture articolate in tre registri, con il corteo funebre protetto da amuleti, il trasporto degli arredi funebri, il viaggio rituale.

Sulla parte in fondo della cappella si vedono i genitori di Maia; i riti funebri con l’incensi e le libagioni sono officiati da due dei figli di Maia.

Le scene si snodano su vari registri, che raffigurano Maia e la moglie, oltre a membri della loro famiglia, portatori di offerte, donne in lutto imbarcazioni rituali per il simbolico viaggio.

Le dimensioni della cappella sono simili a quelle della cappella di Kha.

Stele: Calcare stuccato è dipinto
Altezza cm. 67
C. 1579 – Co9 Dro3

La stele funeraria, che nel 1824 fu portata al Museo Egizio di Torino.

Nel registro superiore della stele la coppia è raffigurata con vesti bianche, nell’atto di lodare Osiride e Hathor, mentre nel registro inferiore i coniugi appaiono seduti davanti a una tavola per offerte mentre ricevono le vivande presentate dai loro nove figli, nominati uno per uno; il decimo figlio, più piccolo, è in puedi vicino alla sedia dei genitori.

Su di essa sono raffigurati Maia e la moglie mentre rendono omaggio agli dei Osiride e Hathor e mentre ricevono offerte da parte dei figli.

Fonte

Fotografie: Museo Egizio di Torino

Mai cosa simile fu fatta, XVIII Dinastia

STATUINA DI NEFERETMAU

Di Grazia Musso

Legno con tracce di doratura, Altezza cm. 20,5
Museo Egizio di Torino
Collezione Drovetti – C. 3107

L’arte Egizia ha prodotto una notevole quantità di opere raffiguranti i bambini, sia che essi fossero discendenti della casa reale, sia che appartenessero a semplici famiglie di artigiani.

I bambini sono stati effigiato in statue, rilievi e pitture dove mostrano spesso alcuni elementi stereotipati tipici dell’infanzia.

Una delle più raffinate immagini di questo tipo è costituita dalla statuina lignea di una bambina di nome Nefertmaau, proveniente dalla necropoli tebana.

La fanciulla accenna a un piccolo passo in avanti che sembra nascondere la timidezza e il pudore tipici della sua giovane età.

Il corpo, ben modellato nel legno, è impreziosito da alcune parti dorate e la piccola cintura intorno ai fianchi, che sottolinea il consueto ornamento delle bambine.

I corredi funerari femminili hanno restituito diversi esemplari di cinture, alcune delle quali provenienti da contesti principeschi e di raffinata fattura, usate per scopo puramente ornamentale.

Il modello indossato da Nefertmaau scende leggermente sulle natiche e doveva essere piuttosto semplice.

Una particolare attenzione è stata rivolta anche alla resa del volto e dell’acconciatura.

Gli occhi, dipinti di nero, conferiscono vivacità allo sguardo, mentre i capelli, parzialmente rasati sul retro, sono caratterizzati da una frangia a ciocche e dalla treccia laterale, tipico emblema dei bambini Egizi.

La statuina è fissata su una base su cui sono riportate due brevi trascrizioni contenenti il nome della madre e il nome di questa fanciulla ritratta da un anonimo artigiano che così l’ha resa immortale.

Fonte

I Grandi Musei – Il Museo Egizio di Torino -Electa

Foto: Museo Egizio di Torino

Mai cosa simile fu fatta, XVIII Dinastia

USHABTI DEL LUOGOTENENTE HAT

Di Grazia Musso

Calcare dipinto, altezza cm 20.2
Tuna el-Gebel, acquistato nel 1907
Museo Egizio del Cairo – JE 39590

Questo ushabti proviene da scavi clandestini effettuati nella necropoli di Tuna el- Gebel, sulla riva occidentale del Nilo, di fronte a Tell el-Amarna, dove probabilmente Hat, luogotenente delle truppe su carro, possedeva una tomba.

Il reperto è in calcare giallo e presenta segni di policromia; le labbra rosse, la parrucca che conserva tracce di blu, mentre gli occhi, le sopracciglia e gli angoli della bocca sono delineati in nero.

Le orecchie hanno i lobi forti, elemento tipico dell’iconografia amarniana.

La statuetta ha le braccia conserte e in ciascuna mano impugna una zappa, mentre un cesto pende oltre la spalla sinistra.

Gli ushabty con attrezzi agricoli come zappe, sacco, ceste appese alle estremità di un bilanciere compaiono proprio durante la XVIII Dinastia, ma nel periodo amarniano sono molto rari, soprattutto per i privati, poiché le pratiche e le credenze di ispirazione osiriana erano state abbandonate.

In alcuni casi, però, la religione tradizionale e quella atoniana convissero senza dicotomia, come dimostra la presenza, su questa statuetta, di un inno ad Aton accanto a brani del Capitolo 6 del Libro dei Morti, senza alcuna allusione però ai lavori nell’aldilà.

Sul corpo mummiforme di Hat sono iscritte 9 linee di testi contenenti una formula d’offerta ad Aton in favore del ka del defunto.

Fonte

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

Mai cosa simile fu fatta, XVIII Dinastia

USHABTI DI AMENHOTEP

Di Grazia Musso

Calcare dipinto, altezza cm 29
Tebe Ovest, Sheikh Abd El-Qurna
Scavi del Metropolitan Museum of Art 1936
Museo Egizio del Cairo – JE 66247

La statuina appartiene al defunto Amenhotep, come ricorda il geroglifico della colonna centrale.

Il testo della colonna di destra “da parte di suo fratello Senu, il quale fa vivere il suo nome” si ricollega al fatto che il culto funerario di Amenhotep era affidato alle mani del fratello, grazie al quale si sarebbe conservata la sua memoria dopo la morte.

L’ANALISI DELLE ISCRIZIONI A CURA DI LIVIO SECCO

Il corpo dell’ushabty, come simboleggia il colore bianco utilizzato, è completamente avvolto nelle bende di lino, da cui fuoriescono soltanto le mani incrociate sul petto.

La barba posticcia e la parrucca striata sono in azzurro, gli occhi, molto espressivi contornati sono di colore nero come le sopracciglia.

Fonte

I tesori dell’Antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

Mai cosa simile fu fatta, XVIII Dinastia

HOREMHEB ED ATUM

Di Grazia Musso e Nico Pollone

Questo magnifico gruppo statuario fa parte del l’eccezionale rinvenimento nella Cachette del tempio di Luxor, che conteneva opere che vanno dalla XVIII alla XXV Dinastia.

Il faraone Horemheb inginocchiato ai piedi del dio Atum, che siede in trono.

Horemheb tiene in mano due vasi sferici (probabili contenitori di vino). Indossa il copricapo Nemes, l’ureo, la barba reale, lo shendyt-kilt e i sandali. Atum è seduto su un trono e indossa la doppia corona, una lunga parrucca e una barba ricurva. La sua mano sinistra regge un Ankh. Ogni lato del trono è decorato con due divinità del Nilo che rappresentano l’unificazione dell’alto e del basso Egitto, il giglio a destra e il papiro a sinistra.

Sul retro di Atum un’iscrizione recita: parole pronunciate da Atum, signore delle due terre: l’amato figlio, signore delle due terre, Djeser-Khepru-Re Horemheb-Mry-en-Amun….

Con Horemheb si completa il processo di ritorno all’ortodosdia e si moltiplicano i gruppi statuari del re accompagnato da varie divinità.

Dal tempio di Luxor

Corte di Amenhotep III

Cachette

Luxor, Museo d’arte dell’antico Egitto.

XVIII Dinastia

NAKHTMIN

Lo sfortunato principe ereditario d’Egitto

Di Luisa Bovitutti

Questo illustre personaggio (chiamato anche MinNakht) rivestì un ruolo di estremo rilievo alla corte di Tutankhamon e di Ay e scomparve nelle nebbie del tempo proprio quando si trovava ad un passo dal trono.

Il generale supremo e principe ereditario Nakhtmin non deve essere confuso con l’omonimo contemporaneo che sposò Mutemnub, sorella della moglie di Ay, ed il cui figlio, chiamato Ay come l’illustre cognato, divenne Secondo profeta di Amon e Ministro ufficiale del culto di Mut.

Statua di Nakhtmin e di sua moglie – Museo del Cairo – Foto di Circe Subara

Quanto al “nostro” Nakhtmin, non abbiamo notizie certe in merito alle sue origini, anche se qualcuno ipotizza che fosse figlio naturale o adottivo di Ay e della sua prima moglie Tuy, cantante di Iside ed adoratrice di Min e probabile madre (o nutrice) di Nefertiti e di Mutnodjemet; si sa comunque che egli nacque ad Akhmim dove sono state rinvenute stele con il suo nome, e che fu comandante delle forze armate egizie già nell’ultima fase del periodo amarniano.

Egli, inoltre, insieme all’allora Capo delle forze armate Horemheb, all’ormai anziano Ay ed al tesoriere Maya fece parte del Consiglio di Reggenza che indirizzò Tutankhamon nei primi anni del suo regno, di fatto governando l’Egitto in suo nome e per suo conto.

La statua di Nakhtmin, al Museo di Luxor – foto di Heidi Kontkanen

Le sue nobili origini, i suoi saldi legami con la famiglia reale e le sue qualità personali gli fecero acquisire rapidamente prestigiosi titoli: “il vero servitore che è benefico per il suo signore” “lo scriba del re”, “il servo amato dal suo signore”, “il portatore di ventaglio alla destra del re” e “il servo che fa vivere il nome del suo signore”, documentati da cinque ushabti trovati nella tomba del re ed offertigli dallo stesso Nakhtmin quali doni funerari.

Sebbene Tutankhamon avesse designato come erede Horemheb, alla morte del giovane re salì al trono Ay, il quale, probabilmente per arginare il potere del Generale che aveva scavalcato, nominò Nakhtmin non solo come “Generalissimo” ma anche come erede al trono, in quanto sulla statua molto danneggiata che si trova al Museo del Cairo e che lo raffigurava con la moglie è definito “Principe ereditario” e “Il figlio del re”.

Purtroppo Nakhtmin morì prima di Ay (alcuni ipotizzano per intrighi di palazzo, ma non vi sono prove in tal senso), in quanto ad un certo punto del regno di quest’ultimo il suo nome scompare dalle fonti, ed alla fine il trono venne conquistato da Horemheb, autentico self-made man, figlio di un modesto funzionario di provincia, che aveva fatto carriera nell’esercito grazie ai propri meriti ed alla sua fedeltà alla dinastia regnante e che legittimò la sua successione sposando Mutnodjemet, figlia del Faraone defunto.

Uno dei cinque ushabti trovati nella tomba di Tutankhamon, donati da Nakhtmin al suo re defunto: sotto i piedi delle statuette è inciso il breve testo: ‘Fatto dal servo, amato dal suo signore, il generale Nakhtmin, giustificato’.

Le statue di Nakhtmin e della moglie e le stele erette a suo nome nella sua città natale sembrano essere state deliberatamente danneggiate, a quanto pare da Horemheb, che cercò di cancellare dalla storia i sovrani Amarniani, usurpò i loro monumenti, rase al suolo Akhetaton e probabilmente travolse con la stessa furia iconoclasta anche tutti coloro che li appoggiarono, soprattutto Nakhtmin, il nemico che per anni aveva costituito un ostacolo che sembrava insormontabile sulla strada verso il potere supremo.

FONTI: