Pictures

Inner and outer coffin of Queen Ahmose-Meritatum

By Jacqueline Engel

Egyptian Museum Caïro

Ahmose-Meritamun (or Ahmose-Meritamon) was a Queen of Egypt during the early Eighteenth dynasty of Egypt.

She was both the sister and the wife of Pharaoh Amenhotep I.

She died fairly young and was buried in tomb TT358 in Deir el-Bahari.

Ahmose-Meritamun was the royal daughter of Ahmose I and Ahmose Nefertari, and became the Great Royal Wife of her brother Amenhotep I, pharaoh of Ancient Egypt in the eighteenth dynasty.

Meritamun took over the role of God’s Wife of Amun from her mother Ahmose Nefertari.

Other titles recorded for Meritamun include:

  • lady of the two lands (nbt-t3wy),
  • (Great) King’s Wife (hmt-niswt(-wrt)),
  • mistress of the entire two lands (hnwt-t3wy-tm),
  • god’s wife (hmt-ntr), united with the white crown (khnmt-nfr-hdjt),
  • king’s daughter (s3t-niswt), and king’s sister (snt-niswt).

The title king’s mother (mwt-niswt) is also recorded in later sources, even though she was never the mother of a king.

Mai cosa simile fu fatta, XVIII Dinastia

STATUA DI MAYA E MERIT

Di Grazia Musso

Sakkara, tomba di Maya
Calcare, altezza 158 cm.
Leida, Rijsmuseum van Oudheden – AST 3

Maya era Sovrintendente del Tesoro e Sovrintendente dei lavori durante il regno di Tutankhamon.

Questo lo rese responsabile degli affari interni dell’Egitto Nell’epoca instabile che seguì la morte di Akhenaton.

Alla morte di Tutankhamon, Maya era responsabile della sepoltura regale.

Successivamente si perdono le sue tracce, ma fu sicuramente di nuovo in carica nel momento in cui Horemheb divenne il nuovo faraone.

Maya sembra essere morto intorno all’anno 9 del regno di Horemheb.

Sua moglie, Merit morì prima di lui.

Questo gruppo statuario raffigura Maya e Merit come destinatari delle offerte.

Le figure rappresentano quindi il principio vitale o il Ka

Se sono spariti i manierismi amarniani, in questa splendida opera spira ancora il vento del naturalismo, i volti, gli abiti, le elaborate parrucche e l’eleganza degli abiti, che aveva caratterizzato l’arte del periodo amarniano.

Questa statua ha una sola scritta, in verticale al centro del gonnellino. Nella immagine trascrizione e testo (a cura di Nico Pollone)

Fonte

  • medium.com
  • https:/mmedium.com > maya-e-merit
  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Fotografie

  • Giusi Antonacci
  • Marina Celegon
  • Francesco Alba

Mai cosa simile fu fatta, XVIII Dinastia

LA SPOSA DI NAKHTMIN

Di Patrizia Burlini

Una delle più belle donne dell’Antico Egitto mai ritratte.

Il suo nome è incerto, ma era la moglie del generalissimo Nakhtmin.

Secondo molti studiosi, Nakhtmin A (definito in una statua “principe ereditario” e “figlio del re”) era figlio di Ay e sembra essere stato il successore prescelto di Ay.

Fu un alto funzionario durante il regno di Tutankhamon e dedicò al faraone 5 bellissimi ushabti.

Non va confuso con Nakhtmin B, un funzionario sacerdotale che probabilmente sposò Mutemnub, la sorella della moglie di Ay, Tey. (Secondo Dodson, però, era la moglie di Nakhtmin A).

Nel tumulto che seguì il dopo-Amarna, Nakhtmin scomparve improvvisamente e il nuovo faraone divenne il generalissimo Horemheb.

La sua tomba e quella della moglie non sono ancora state ritrovate e si può supporre che siano state usurpate.

Come mostra questa bella statua, Nakhtmin e sua moglie furono entrambi sottoposti a un’estesa damnatio memoriae, con le loro statue devitalizzate (naso, orecchie e bocca danneggiati).

La parte posteriore e la relativa trascrizione del testo in colonne geroglifiche (immagine di Nico Pollone).

Ora si trova al museo di Sharm al- Sheik.

Questa è una ricostruzione digitale della statua spesso spacciata per la statua originale. Attenti alle bufale!

FONTI:

Foto: autore sconosciuto

Mai cosa simile fu fatta, XVIII Dinastia

STATUA DI NAKHTMIN

Di Grazia Musso

Calcare, altezza cm 34
Provenienza ignota, acquistata nel 1897
Fine della XVIII Dinastia
Museo Egizio del Cairo – JE 31630=CG 779 A

Il frammento di questa testa faceva parte di un gruppo statuario che ritraeva Nakhtmin insieme alla moglie.

Le due figure erano state realizzate in un unico blocco di pietra, unite da una lastra dorsale con la sommità centinata.

Il viso di Nakhtmin è incorniciato da una parrucca con treccine ondulate, realizzate con sottili incisioni.

Il viso è giovanile con occhi a mandorla con la pupilla e il profilo dipinti, incorniciati da sopracciglia notevolmente arcuate.

Il naso, la bocca e il mento sono stati scalpellati.

Il volto è stato volutamente danneggiato, sono infatti scalpellati il naso la bocca per impedire alla statua di “respirare”.

I lobi delle orecchie sono forato.

Lungo la parte destra della parrucca sono visibili i resti di un ventaglio composto da una piuma di struzzo innestata su un manico che termina a fiore di papiro.

La piuma si dispone lungo la curva che avvolge la parrucca e si contrappone alla linea data deal bordo delle trecce.

Il gioco di contrappunto geometrico è peraltro rilevabile nella forma dell’ovale del viso che si sviluppa specularmente rispetto alla forma trapezoidale della parrucca che lo incornicia.

Tutto questo denota un’accurata ricerca della perfezione formale e sono elementi che permettono di datare l’opera agli ultimi regni della XVIII Dinastia.

La statuina è infatti la chiara manifestazione del tentativo di ripristinare il discorso interrotto da Akhenaton e riecheggia perciò soluzioni che richiamano lo stile ricercato del Regno di Amenofi III.

L’iscrizione geroglifica , riportata sui resti della lastra dorsale dietro l’effige della miglie, attribuisce a Nakhtmin i titoli di nobile, scriba reale e generale supremo.

Altre fonti riportano che Nakhtmin è figlio di una cantatrice di Iside, la connessione con questa dea e la menzione del dio Mi nel nome di Nakhtmin rendono assai verosimile un’origine di questo funzionario dalla città di Coptos o da Akbmim.

La seconda località è anche il luogo di origine di Tiye, moglie di Amenofi III ed è perciò assai probabile che Nakhtmin provenisse da qui e avesse assunto alte cariche all’interno dello Stato egizio proprio grazie ai suoi legami con l’aristocrazia cittadina che, in questo periodo, detiene un ruolo di primo piano nella gestione degli affari politici di tutto il Paese.

Prossima uscita la statua della moglie di Nakhtmin.

Fonti:

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.

Tesori egizi Nell collezione del Museo Egizio del Cairo.- F. Tiradritti – fotografie di Araldo De Luca – Edizioni White Star

E' un male contro cui lotterò

UN (QUASI) FALSO

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Molti di voi avranno visto la prima immagine qui sotto, descritta come una prova della perizia degli antichi dentisti egizi. Raffigura un ponte inferiore completo, con due incisivi legati agli altri denti da fili d’oro simili a quelli mostrati in questa rubrica giovedì scorso. Gira da anni sui social network ed è finita anche su pubblicazioni ufficiali, anche di un certo rilievo.

Il reperto spacciato come egizio

Si tratta invece di un FALSO clamoroso: è il lavoro di un dentista italiano di inizio ‘900, Vincenzo Guerini; il “modello” di Guerini è conservato al National Museum of Dentistry di Baltimora, da dove proviene la seconda foto.

Il lavoro di Guerini esposto a Baltimora

ATTENZIONE, PERÒ: il lavoro di Guerini era stato creato per dimostrare che i ponti ritrovati a Sidone, di cui abbiamo parlato QUI, erano fattibili con le tecnologie dell’epoca. Quindi, un…quasi falso, o un “falso d’autore”…

Questo, invece, è il ponte originale ritrovato a Sidone, conosciuto come “Reperto Ford” o “Reperto Torrey”. Risale al V secolo BCE e si ipotizza sia il lavoro di un dentista egizio. È stato sicuramente utilizzato in vita per bloccare i due incisivi centrali inferiori, forse persi per un trauma
Il reperto Torrey con i due incisivi inferiori tolti
C'era una volta l'Egitto, II Periodo Intermedio

LA XVI DINASTIA

Di Piero Cargnino

Contemporaneamente alla XV dinastia Hyksos che regnava da Avaris, si formò a Tebe la XVI dinastia la cui giurisdizione era limitata all’Alto Egitto.

Di questa dinastia che regnò per circa settant’anni, come in parte anche della XV, si sa pochissimo in quanto i re del Nuovo Regno fecero cancellare quasi tutte le tracce di quello che fu considerato un periodo oscuro e disonorevole per l’Egitto. Quel poco che si conosce ci proviene dal solito Canone Reale dove, in un frammento molto danneggiato, sono elencati circa 15 personaggi del tutto enigmatici. L’individuazione di questi pseudo regnanti e la loro collocazione cronologica crea un vero rompicapo per gli studiosi in quanto sono difficilmente reperibili notizie di interesse storico e archeologico. Non compaiono in nessuna lista reale se non in piccoli scarabei o iscrizioni con i loro cartigli spesso danneggiati e di difficile interpretazione.

La maggior parte degli studiosi ritiene che fossero vassalli degli Hyksos e li chiama “Piccoli Hyksos” per distinguerli dai “Grandi Hyksos”, cioè la XV dinastia di Avaris. Gli epitomi di Manetone, Sesto Giulio Africano ed il bizantino Giorgio Sincello li citano con l’espressione dello stesso Manetone che scrive: <<……la XVI dinastia furono ancora Re-pastori (Hyksos), 32 di numero, essi regnarono per 518 anni……>>. (Manetone: Aegyptiaca, fr. 45[17]).

Trascurando l’ormai risaputa inesattezza nel computo degli anni adottata dallo storico greco, ciò che traspare è il fatto che i regnanti di questa dinastia fossero “re stranieri”, se non del tutto, comunque mescolati alle popolazioni semite che invasero il Delta.

Dallo studio dei vari frammenti danneggiati del Canone Reale, l’egittologo Ryholt prima, poi Bourriau, identificarono diversi sovrani della XVI dinastia, altri studiosi non concordano con le ipotesi di Ryholt e Bourriau ritenendole “discutibili e impegnative” constatando la scarsità delle prove presentate.

Un’analisi storica ci porterebbe a pensare che la XVI dinastia si trovasse in una situazione assai difficile, pressata a sud dai regnati di Kush i quali, approfittando della debolezza dei faraoni della XIII dinastia, erano già entrati nell’Alto Egitto occupando la regione meridionale giungendo fino ad Elefantina e Kurgus, ed a nord dagli stessi Hyksos. Il loro dominio era dunque limitato ai territori intorno a Tebe e, pare anche alla regione tra Hu-Het e Edfu.

La XVI dinastia dovette attraversare periodi molto duri prima di potersi stabilizzare come vassalli degli Hyksos. Si trovò ad affrontare la dura carestia che si era già presentata alla fine della precedente dinastia e che infierì duramente sulla regione in particolar modo durante il breve regno di Neferhotep III. Si trovò poi ad affrontare l’assedio dei re Hyksos della XV dinastia che espugnarono la città conquistandola. Come riuscirono poi a riprendersi la propria capitale e i territori sopra Abido si può spiegare solo col fatto che, grazie alla stipula di un trattato di pace, regnarono come vassalli dei loro vincitori.

Secondo l’egittologo Kim Ryholt sarebbe stato il re Dedumose I ad aver invocato la tregua anche se pare che la tregua fosse già stata richiesta dal suo predecessore, Nebirau, fatto sta che riuscirono ad ottenere un periodo di relativa pace.

Nonostante accurate ricerche non è stata scoperta alcuna tomba dei sovrani della XVI dinastia, si pensa comunque che il luogo dove si fecero seppellire si trovasse nei pressi di Dra Abu el-Naga che in seguito diventerà poi la necropoli dei faraoni della XVII dinastia.

In questa località l’egittologo italiano Joseph Passalacqua, che condusse scavi archeologici dal 1821 al 1826 in vari siti, principalmente presso la necropoli tebana, il 4 dicembre 1823, scoprì una camera sepolcrale intatta che descrisse in dettaglio in un catalogo pubblicato nel 1826. Si trattava della sepoltura della “Grande Sposa Reale” Mentuhotep, moglie del faraone Sekhemra Sementaui Djeuti (1650 a.C.) che alcuni identificano come secondo sovrano della XVI dinastia. Il suo sarcofago riportava formule poi confluite nel “Libro dei morti”, questo starebbe ad indicare che i tebani vollero disporre di nuovi testi per i riti funerari non potendo ricorrere agli archivi di Menfi che si trovava sotto il dominio Hyksos.

Parliamo ora dei sovrani che hanno regnato durante questa dinastia, esistono varie ipotesi circa le liste di questi re, sono ipotesi che rispecchiano linee di pensiero diverse. Egittologi quali von Beckerath, Helck e Grimal ritengono che i governanti della XVI dinastia siano stati meri vassalli dei re Hyksos, secondo altri egittologi invece questi re governarono Tebe come un regno indipendente, ultimo baluardo della cultura egizia. Stando alla ricostruzione del Canone Reale, effettuata da Ryholt risulterebbe invece che 15 sovrani di Tebe potrebbero essere associati alla dinastia, molti dei quali attestati da fonti contemporanee, nel contempo afferma che costoro pagassero veramente tributi ad Avaris.

L’egittologo Alan Gardiner è stato molto scettico nel giudicare la “regalità” di gran parte di questi sovrani della XVI dinastia. La maggior parte di essi è presente solo su sigilli scarabei trovati nei luoghi più disparati, la Palestina, Kerma in Nubia ed altri. Alcuni di essi hanno nomi tipicamente di origine asiatica; i nomi di Yacob-her e Sheshi compaiono inseriti in cartigli, altri, come Yamu e lo stesso Sheshi si valsero dell’epiteto di “Figlio di Ra”. Di questi regnanti il loro nome non è presente su alcun monumento nè impresso su rocce a testimoniarne una grandezza che loro in effetti non ebbero mai.

Secondo Franco Cimmino, egittologo italiano, i sovrani della XVI dinastia sono meno che fittizi, “…….un insieme piuttosto disordinato, rissoso e non organico…….” di capi locali sotto il controllo degli Hyksos. L’elenco di questi regnanti, che non esamineremo singolarmente in quanto sono incerti sia i nomi che la sequenza, differisce pure a seconda dello studioso che l’ha compilato. Tra le più autorevoli possiamo citare la lista di Jurgen von Beckerath e quella di Wolfgang Helck, che già è leggermente diversa. Ciascuna lista proposta è largamente dibattuta, di sicuro va detto che non è neppure certa l’attribuzione di alcuni regnanti che potrebbero addirittura essere ascritti alla XIV dinastia o, in alternativa, potrebbero addirittura appartenere a prìncipi che regnarono su città come Abydos, Nekhen o Edfu.

A proposito di Abydos, nel Canone Reale, non compare, secondo Ryholt, il re Upuautemsaf ricordato su di una stele rinvenuta  nella tomba del faraone Woseribra Senebkay sita in una località nei pressi di Abydos che gli antichi egizi chiamavano “Montagna di Anubi”. Il regno di Nebirau I potrebbe essersi esteso a settentrione fino a Hu/Het (la Diospoli Parva dei greci) ed a sud fino a Edfu. A questo punto non possiamo che prendere atto che, con l’estinzione della XVI dinastia subentrano altri principi di Tebe i quali, almeno all’inizio, furono ancora tributari degli Hyksos della XV dinastia, ma di essi ne parleremo in seguito.  

Fonti e bibliografia:

  • Kim Ryholt, “The Political Situation in Egypt during the Second Intermediate Period”, Copenhagen, Museum Tusculanum Press, 1997
  • Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997   
  • Edda Brasciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini 2005
  • Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore 1994
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Mursia 2005
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori 1995
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani 2003
  • Kemet, “La voce dell’Antico Egitto, “Gli Hyksos, il popolo invasore”, Web  2017 Joseph Passalacqua, “Catalogue raisonné et historique des antiquités: découvertes en Égypte”, Paris Galerie D’Antiquités Égyptiennes, 1826
Mai cosa simile fu fatta, XVIII Dinastia

STATUA DI HATHOR

Di Grazia Musso

Granito rosa, altezza 1,03 – base cm 74,5 x 70,5
Roma, area dell’Iseo Campense, 1881
Firenze, Museo Egizio, inventario n. 5419.

Statua di Hathor in forma di vacca che allatta il faraone Horemheb

La statua raffigura la dea Hathor, in forma di vacca, in atto di allattare il faraone Horemheb.

Dell’animale è conservata solo la parte posteriore, poggiata su una base a forma di parallelepipedo.

Il faraone è raffigurato di profilo sul lato destro della vacca, inginocchiato sulla gamba sinistra.

Con la mano destra porta alla bocca la mammella della dea e sulla testa Indossa il copricapo nemes.

Intorno alla base é incisa un’iscrizione geroglifica frammentaria, con i resti di un cartiglio con il nome del faraone Horemheb.

L’atteggiamento in cui è raffigurato il faraone è molto raro nella statuaria egizia, mentre è più frequente nei rilievi che adornano nei templi, le cappelle dedicate al culto di Hathor, dove sono presenti immagini della dea in atto di allattare il faraone : il latte aveva infatti per gli egizi un importante rituale di purificazione e resurrezione.

Questa statua fu rinvenuta durante gli Scavi eseguiti nel 1881 a Roma nel luogo dove sorgeva l’antico Iseo, detto Iseo Campense, presso la chiesa di S. Maria sopra Minerva, e fu acquistato dal Ministero della Pubblica Istruzione per il Museo Egizio di Firenze.

Fonte:

I Faraoni – a cura di Christiane Ziegler – Bompiani

Mai cosa simile fu fatta, XVIII Dinastia

LA FINE DELLA XVIII DINASTIA

Di Grazia Musso

L’abbandono delle forme esasperate, caratteristiche dei primi anni del periodo amarniano, avvenne già nella seconda parte del regno di Akhenaton.

Gli artisti operanti ad Amarna passarono da una prima fase di sperimentazione alla creazione di un paradigma privo di qualunque esagerazione, ma aderente al nuovo clima sociale.

L’equilibrio raggiunto si mantenne anche nel corso degli anni successivi alla morte di Akhenaton e si ritrova riflesso nei tratti delicati delle effigie di Tutankhamon.

Al breve regno del giovane sovrano fecero seguito quelli del sacerdote Ay e del generale Horemheb che diede inizio a una vera e propria persecuzione contro le manifestazioni del culto atoniano.

Nonostante il completo smantellamento dei santuari dedicati all’Aton la sopravvivenza di alcune caratteristiche di quest’arte è percepibile in opere di statuaria privata, come dimostrano le statue mutile di Nakhtmin e della sua sposa.

La sposa di Nakhtmin
Calcare, altezza cm 85
Museo Egizio del Cairo – 1897, JE 31629=CG 779 B.

La XVIII Dinastia si chiude non solo con il ritorno dell’ortodossia, la riapertura e il restauro dei Templi, ma in un rinnovato potere del clero di Amon.

Nell’arte vediamo riapparire il dio nell’iconografia e il canone cerca di riportare ai parametri pre-amarniani ma senza riuscirvi: le innovazioni, la libertà, la sperimentazione del periodo di Amarna hanno lasciato un segno ben visibile nell’arte dei regni di Tutankhamon, Ay e Horemheb.

Per un ritorno ai canoni pre-amarniani bisognerà aspettare la XIX Dinastia e Ramses II.

Gruppo statuario di Maya e Merit, da Sakkara, tomba di Maya
Calcare, altezza 158 cm
Leida, Rijsmuseum van Oudheden – AST 3.

Una svolta decisiva per tutta la cultura dell’epoca venne data dal 1291 a. C. dall’ascesa al trono di una famiglia proveniente dal Delta, il cui capostipite, Pramessu, era stato compagno di armi di Horemheb.

Pramessu sali’ al trono con il nome di Rameses I, e fu dunque il fondatore di una nuova Dinastia, la XIX.

Fonte

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – F. Tiradritti – fotografie Arnaldo de Luca – Edizioni White Star

Arte militare, Tutankhamon

GLI ARCHI DI TUTANKHAMMON

Di Luisa Bovitutti

All’interno della tomba di Tutankhamon sono stati trovati moltissimi archi di due differenti tipologie, ora esposti al museo del Cairo.

Alcuni archi di Tut

Il primo modello è l’arco di legno cosiddetto “semplice”, ottenuto con un’asta priva di giunte e dotato di un’unica curva realizzata con una tecnica di piegatura a caldo, che diventava ancora più accentuata quando veniva teso; l’impugnatura e l’estremità dei flettenti era decorata con lamine d’oro.

Il secondo è l’arco composito “angolare” (cosiddetto per la sua forma), anch’esso in legno di acacia ma dalle migliori prestazioni; esso infatti, pur essendo di dimensioni ridotte ed adatto ad essere utilizzato su di un carro in corsa, aveva grande flessibilità, potenza e precisione.

Gli archi compositi venivano realizzati secondo una tecnica sviluppata in Mesopotamia ed introdotta in Egitto attorno al XVII secolo a. C., che prevedeva che l’asta di legno venisse rinforzata all’interno con corno per resistere alla compressione ed all’esterno con tendine per sopportare la trazione; le estremità dei flettenti avevano sedi su cui infilare i cappi terminali di una corda fatta con strisce di budello o di lino attorcigliate.

La corda e modalità di ancoraggio all’arco

La forma era simile a quella dei moderni archi ricurvi, ma la venatura del legno e le tracce della corda testimoniano che essi erano concepiti per essere incordati dalla parte opposta, ottenendo un profilo che ricorda la lettera beta.

Ramses III raffigurato a Medinet Habu con l’arco senza corda

L’uso di questo tipo di arco è documentato dai rilievi e dalle pitture egizie dei secoli successivi, in particolare nelle raffigurazioni di Ramses III che combatte i popoli del mare, nel tempio di Medinet Habu.

Ramses II raffigurato ad Abu Simbel, mentre sta scoccando una freccia nel corso della battaglia di Kadesh

LA FARETRA E L’ARCO COMPOSITO “LIMITED EDITION”

Gli egizi usavano l’arco per la caccia e la guerra e a far tempo dalla XVIII dinastia lo trasportavano insieme alle frecce in faretre di legno che potevano essere appese ai carri.

Questa magnifica faretra in legno placcato in oro e l’arco composito raffigurati nelle fotografie provengono dalla tomba di Tutankhamon; la faretra è decorata con scene che lo raffigurano in forma di sfinge ed a caccia con il carro; anche l’arco è finemente decorato e reca i suoi cartigli e il disegno di un piccolo cavallo.

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Outer coffin of Sepi III

By Jacqueline Engel

Wood.
Deir el -Bersha, Tomb of Sepi III.
12th Dyn – Egyptian Museum Caïro

This is one of the most magnificent inscribed and painted sarcophagi from the Middle Kingdom.
It is made for the General Sepi of the fifteenth nome of Upper Egypt.

Detail of the inside head panel of the rectangular outer coffin of general Sepi, Spells concerning the mythical roads of Mehen, nine elliptical roads which the deceased had to go through to approach the god Osiris, who is unusually seen facing the viewer. Egypt. Ancient Egyptian. Middle Kingdom,12th Dynasty c 1900BC. Bersha, Khemenu cemetery.
Picture by El Gamelyan

The exterior sides of the wooden sarcophagus are decorated with painted hieroglyphs depicting the names, titles, and offering formula.

Two Udjat eyes are located at the top of the false door that is depicted on the side, to which the mask of the anthropoid coffin is turned.

The interior decoration is entirely painted and contains a series of spells in cursive hieroglyphs taken from the Coffin Texts and from the Book of the Two Ways that contained a map of the underworld.