C'era una volta l'Egitto, Medio Regno, XII Dinastia

IL FARAONE AMENEMHAT I

Di Piero Cargnino

Secondo molti studiosi è solo con Amenemhat I che ha inizio la XII dinastia e con essa si può dire che inizi il vero Medio Regno.

Le azioni intraprese dai sovrani della XI dinastia hanno ricostruito un Egitto unito ed in pace. Alla morte di Mentuhotep IV a succedergli al trono sale Amenemhat I, forse lo stesso che aveva ricoperto la carica di visir al suo servizio e che, probabilmente, fu anche adottato dallo stesso.

Senza alcuna particolare legittimazione ne rivendicazione da parte di altri possibili eredi, Amenemhat sale al trono inaugurando la XII dinastia che viene anche sottolineata dal Canone Reale di Torino riportando alla riga 5.19 :… ẖnw it t3.wy”, (Re), della residenza di Ity Tawy” (Ity Tawy si trova nel Fayyum e divenne la nuova capitale del regno di Amenemhat, il Canone elenca inoltre tutti i faraoni della XII dinastia.

Con l’avvento della XII dinastia assistiamo ad un rilancio dell’economia messa a dura prova dalla carestia nonché dalla lunga crisi politica. Amenemhat mise subito in mostra la sua ferrea volontà di mantenere un Egitto unito ed in pace per evitare di tornare ai tempi in cui ciascun nomarca si comportava a suo piacere. Subito si mostrò drastico sia nella famiglia reale che nel governo, per dare un segnale forte di rottura con il passato. 

Per confermare che i tempi erano mutati, come detto sopra, spostò la capitale da Tebe a Ity Tawy, (“Dominatrice delle Due Terre”) odierna El-Lisht, nel Fayyum, appena a sud di Memphis. Il suo regno caratterizzò a tal punto la XII dinastia che possiamo senz’altro definirla la più stabile che abbia mai governato l’antico Egitto.

Sette generazioni della stessa famiglia si succedettero con otto sovrani che regnarono complessivamente per quasi 180 anni, dal 1940 al 1760 a.C. circa controllando fermamente il destino delle Due Terre.  Dovendo provvedere a risolvere una situazione così critica dell’economia, i faraoni della XII dinastia si impegnarono per dare un rilancio al paese, vennero intraprese grandi opere di bonifica, particolarmente nella zona del Fayyum, ampi territori vennero utilizzati per ampliare le terre coltivate mediante la costruzione di nuove dighe e canali che permettessero un miglior controllo delle piene del Nilo.

Vengono rilanciati gli scambi commerciali, sia all’interno del paese che con i paesi delle aree vicine. Dal punto di vista militare si provvide alla riconquista dell’alta Nubia e della zona che porta al Mar Rosso onde permettere una maggiore protezione delle piste carovaniere dirette al paese di Punt e, verso nord, per garantirsi l’accesso al Sinai da dove provenivano le materie prime per l’artigianato. Amenemhat I, ed i suoi successori, provvidero anche ad abbellire ed a valorizzazione il territorio costruendo palazzi e sfarzose residenze senza trascurare la protezione dei confini che vennero difesi costruendo fortezze  e torri di avvistamento nei luoghi più a rischio. In quell’epoca assistiamo ad una fioritura della letteratura ed ancor oggi possiamo apprezzare le grandi opere classiche che in quel tempo furono composte.

Di particolare rilevanza è il testo risalente al regno di Amenemhat I, dai “Papiri Sapienziali”:

<< L’insegnamento di Amenemhat per il figlio Sesostri >>.

Il breve testo ha forma di testamento politico, è l’Insegnamento di un re al figlio e successore. Il testo è ovviamente postumo, in quanto Amenemhat I, cadde vittima di un attentato tramato in seno all’Harem nel suo stesso palazzo approfittando del fatto che suo figlio Sesostri si trovava impegnato in una campagna militare contro le popolazioni libiche, cosa che fa pensare che all’interno stesso della famiglia reale ci siano stati oppositori alla stabilizzazione della nuova dinastia.

Nell’Insegnamento infatti Amenemhat I raccomanda al figlio diffidenza verso gli inferiori e gli amici:

<<…….Non c’è un (uomo) valoroso di notte, non c’è chi combatta solo……>>.

Dalle raccomandazioni che il sovrano fa al figlio emerge un diffuso pessimismo e una sorta di misantropia:

<< …….Figlio mio diffida dei tuoi sottoposti……. non aver fiducia in un fratello, non conoscere un amico, non crearti degli intimi….…, l’uomo non ha amici nel giorno della disgrazia……. >>.

L’egittologo Alan Gardiner avanza l’ipotesi, che l’Insegnamento originariamente fosse stato inciso nel tempio funerario di Amenemhat I a Lisht; si spiegherebbe così perché il re, ucciso nell’attentato, parli in prima persona. Il testo si conclude con la dimostrazione dell’affetto del sovrano verso il figlio cui lascerà il regno:

<< ……mentre i miei piedi sono in cammino, tu sei nel mio cuore, i miei occhi ti guardano, figlio nato dalla gioia, mentre il popolo ti acclama………ho costruito il passato e disposto il futuro, ti ho dato ciò che contiene il mio cuore. Tu porti la bianca corona del figlio di un dio…….>>.

A questo punto pare logico credere che il finale del testo sia stato fatto comporre dal figlio e successore Sesostri I, dopo la morte del padre, al fine di usarlo come strumento di propaganda contro gli avversari, (o i suoi rivali al trono). Tornando al periodo in cui regnò Amenemhat I, l’influenza egizia si estese dal Mar Egeo all’Anatolia fino al cuore della Nubia.

Nel 20° anno di regno associò al trono suo figlio Sesostri, (Senwosret), come coreggente istituendo così una pratica che diventerà la regola per l’intera dinastia ed anche oltre. La politica estera di Amenemhat I si indirizzò nelle tre direzioni tradizionali, verso la Nubia dove portò il confine fino alla seconda cateratta, verso la Libia e verso il Sinai. Con lo spostamento della capitale Amenemhat I abbandonò anche la sua tomba rupestre che rimase incompiuta. Scelse di far costruire il suo nuovo complesso piramidale presso le mura della nuova capitale e ad esso assegnò il nome di “I luoghi (di culto) dello splendore di AmenemhatI”.

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Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961, Einaudi, Torino 1997 
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Roma-Bari, Biblioteca Storica Laterza, 2011
  • Elio Moschetti, Mario Tosi, “Amenemhat I e Senuseret I”, Torino, Ananke, 2007
  • Miriam Lichtheim, “Letteratura egiziana antica”, University of California Press, 1980 
  • Adolf Erman, “Gli antichi egizi: un libro delle fonti dei loro scritti”, Harper & Row, 1966
  • Florence Maruéjol, “L’amore al tempo dei faraoni”, Gremese, 2012
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton editori, 1997
  • Mark Lehner, “The Complete Pyramids”, London: Thames and Hudson Ltd. 1997 Riccardo Manzini, “Complessi Piramidali Egizi – Abu Roash, El-Lisht, Mazguneh”, Ananke, 2011
C'era una volta l'Egitto, Medio Regno

MENTUHOTEP IV (HORO NEBTAWY)

Di Piero Cargnino

Non abbiamo la certezza assoluta che Mentuhotep IV fosse figlio di Mentuhotep III; il suo nome non compare nella lista di Abydos e neppure nel Canone Reale di Torino, dove però si trova un vuoto di sette anni che completa la lunghezza della XI dinastia; lo troviamo solo nella Sala degli Antenati di Thutmose III.

Rilievo di Lepsius di Montuhotep IV davanti al dio Min

Nulla lo prova, ma alcuni studiosi sono propensi a credere che il suo regno sia frutto di usurpazione. L’ascesa al trono di Mentuhotep IV Nebtawy si presenta molto complessa e poco chiara. Sappiamo che nella Nubia occupata dagli egizi si alternarono praticamente in contemporanea almeno tre personaggi con pretese di successione e che tutti e tre adottarono la titolatura regale completa.

Già nel secondo anno di regno Mentuhotep IV ordinò una spedizione alle cave dello Wadi Hammamat per procurarsi arenaria ed a guidarla pose il suo visir Amenemhat (che si presume sia colui che gli succederà sul trono inaugurando così la XII dinastia). Nelle iscrizioni rinvenute nello Wadi, di cui abbiamo già parlato a proposito di Mentuhotep III, viene citato come “Figlio di Imi”, questo, secondo alcuni significherebbe che sia stato il figlio di una sposa secondaria di Mentuhotep III, Imi appunto.

Pare sia stato lui a far costruire la fortezza di El-Gezira, tra la prima e la seconda cateratta, per proteggere la pista carovaniera che portava alle miniere d’oro di Berenice Pancrisia. Altre iscrizioni in cui appare il nome di Mentuhotep IV sono state rinvenute nello Wadi el-Hudi mentre un’altra iscrizione rilevante è stata trovata ad Ain Sukhna, entrambe le località erano porti dove sostavano le navi dirette in Sinai.

Curioso il fatto che su di un frammento di ciotola di ardesia rinvenuta a Lisht North comparissero i titoli ufficiali di Mentuhotep IV iscritti all’esterno mentre all’interno comparivano quelli di Amenemhat I, suo successore. L’egittologa tedesca Dorothea Arnold, specializzata nella ceramica egizia, esaminando lo stile di scrittura dei due nomi notò che era diverso, da ciò dedusse che il nome di Amenemhat sia stato aggiunto su di un vaso precedente che già recava il nome di Mentuhotep IV. Secondo l’egittologo austriaco Peter Janosi quello sulla ciotola non sarebbe il nome di Mentuhotep IV, il titolo che compare si adatterebbe di più a quello di Mentuhotep II. Infine Mentuhotep IV esce di scena, non si sa se a causa del fatto che Amenemhat abbia usurpato il trono o semplicemente per la sua morte in seguito alla quale, in assenza di figli, Amenemhat abbia assunto il potere.

Siamo così giunti alla fine della XI dinastia che se un merito può vantare è quello di aver riunificato l’Egitto sotto un unico sovrano. Di Mentuhotep IV si perde ogni traccia, il suo luogo di sepoltura e di conseguenza la sua mummia non sono mai stati ritrovati. Con Amenemhat I ha così inizio la XII dinastia.

Fonti e bibliografia:

  • Alfredo e Angelo Castiglioni, “Nubia. Magica terra millenaria”, Giunti, 2006
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005 
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke, 2013
  • Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Torino, Einaudi, 2012
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’Antico Egitto”, Roma-Bari, Biblioteca Storica Laterza, 2011
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 1999 Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, Istituto Geografico De Agostini, 1993
Arte militare

QADESH – L’attendamento della divisione Amon

Di Livio Secco

Come dettaglio nel mio testo, e come ho già descritto nel post relativo all’interrogatorio degli esploratori ittiti catturati, Ramesse avanzò in territorio nemico distanziando di un itrw [iteru] le quattro divisioni di cui disponeva. In ordine sequenziale erano la Amon (comandata da Ramesse stesso), la Ra, la Ptah e la Seth.

Come si vede dalla prima diapositiva, la distanza di un iteru, cioè 10 km circa, che separava una divisione dall’altra era necessaria perché l’esercito egizio doveva esplorare, marciando, la maggior parte di territorio disponibile, non sapendo la corretta ubicazione del nemico.
Contemporaneamente, però, lo spazio era eccessivo qualora una divisione fosse stata attaccata all’improvviso impedendo di essere rapidamente soccorsa dalle altre. Ciò è dimostrato dal fatto che infatti la Ra fu distrutta e la divisione Seth arrivò sul campo di battaglia addirittura il giorno seguente ad eventi compiuti.

In ogni caso, l’attenzione vostra la vorrei focalizzare su come Ramesse si salvò dalla completa disfatta di una battaglia iniziata davvero male con la perdita della Ra sorpresa in ordine di marcia e completamente indifesa e, giocoforza, abbandonata.

Ciò che salvò il faraone fu il corretto studio orografico del territorio con la conseguente perfetta decisione di dove attendare la divisione Amon.

Come si può vedere dalla seconda diapositiva, la migliore ubicazione era esattamente lo spazio tra i due torrenti Nahr es-Sih e Nahr Iskargi avendo alle spalle le paludi formate dall’Oronte.
In questo modo l’anello del campo visivo delle sentinelle era notevolmente ampio e permetteva un ampio margine di allarme. Contemporaneamente l’orografia del territorio realizzava una virtuale recinzione dell’accampamento proteggendolo da ogni lato.
Ricordo che l’accampamento egizio non era assolutamente un “castrum” romano né tantomeno possedeva le sue qualità di difesa passiva.

Il lato meridionale, in realtà, era aperto ed accessibile per la (ri)concentrazione delle forze egizie e per la movimentazione dell’Amon stessa.
È altresì interessante notare che ciò non creava un grave problema in caso di un attacco del nemico che sarebbe risultato concentrato in un unico punto assolutamente prevedibile e facilmente difendibile.

Infatti le cose andarono proprio in questo modo e Ramesse riuscì a salvare sé stesso e una notevole parte del suo esercito.

Le diapositive proposte illustrano sia la conferenza relativa che il libro. Per chi è interessato all’evento bellico il testo è reperibile qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/storia-e…/624937/qadesh/

Mai cosa simile fu fatta, Statue, XVIII Dinastia

STATUE DI PTAH

Di Grazia Musso

Granolite, dimensioni 207 x 62 x 76 cm
XVII Dinastia, Tebe, Karnak
Drovetti Cat. 86

Il viso delle statue divine è modellato su quello delle statue del sovrano regnante.

Qui si riconosce il ritratto di Amenhotep III: il viso rotondo è giovanile con guance piene, labbra carnose.

Particolarmente caratteristici sono i grandi occhi a mandorla molto accentuati dal trucco, e il contorno delle labbra delineato a rilievo.

Fonte

https://collezioni.museoegizio.it


Calcare, altezza 102 cm
Collezione Drovetti C. 87

Ptah era, secondo una delle diverse teorie relative alla creazione, il demiurgo che aveva dato vita all’universo usando semplicemente il pensiero e la parola.

Il suo culto, che aveva come centro principale la città di Menfi si era diffuso in tutto L’Egitto dove il dio era considerato il patrono delle arti e degli artigiani.

È qui raffigurato secondo l’iconografia tradizionale, con il capo cinto da una stretta calotta e il corpo avvolto da un abito aderente dal quale fuoriescono le mani all’altezza del ventre.

La testa è di epoca ottocentesca, frutto di un periodo nel quale il restauro e la conservazione dei reperti antichi erano abbastanza opinabili

Il dio è raffigurato seduto su un trono, ma altre sculture analoghe lo mostrano in piedi, nell’atto di impugnare alcune insegne divine: lo scettro uas e il pilastro djed.

Il primo è il noto simbolo di potere, spesso associato anche al faraone, mentre il secondo è l’emblema della stabilità.

Le due insegne, che nella realtà avevano la forma di rigide aste modellate, qui seguono in modo innaturale il profilo del corpo seduto..

Sulla parte anteriore del trono, ai lati delle gambe di Ptah, furono incisi i cartiglio contenenti i due nomi di Amenofi III, il faraone che commissionò la realizzazione di questa scultura.

Sulla parete anteriore del basamento a sostegno della statua si trova una decorazione che riproduce due uccelli con braccia umane posti sopra un segno geroglifico.

I due uccelli detti rekhyt simboleggiano la totalità del popolo egizio, qui metaforicamente in atto di adorare l’emblema della vita affiancato da due stelle.

La testa costituisce però una riproduzione ottocentesca, secondo la consuetudine dell’epoca di completare opere d’arte frammentarie con integrazioni artistiche.

Fonte

I Grandi Musei: Torino Museo egizio – Electa

C'era una volta l'Egitto, Medio Regno

SANKHKARE MENTUHOTEP III 

(HORO SANKTAUEF)

Di Piero Cargnino

Alla morte di Mentuhotep II sale al trono il figlio Mentuhotep III, figlio della “Grande Sposa Reale” Tem la quale si fregiava del titolo di “Madre del doppio Re”. Dopo il lungo regno del padre (51 anni) si ritiene che il nuovo sovrano si trovasse già in età avanzata e che il suo regno sia durato circa 12 anni (sei o sette secondo alcuni) durante i quali la vita tornò a svolgersi pacificamente nel rispetto della Maat. Cambiò due volte il suo praenomen, dapprima si chiamò Sankhkare e, successivamente Nebtawyre  “Colui che abbellisce l’Anima di Ra”.

Sono poche le notizie che conosciamo del suo breve regno, tra queste si sa che fece riaprire la pista carovaniera diretta al Mar Rosso e promosse la ripresa dei commerci con la terra di Punt, località presumibilmente situata sulle sponde somale di cui non si conosce l’esatta localizzazione. Iscrizioni rinvenute nello Wadi Hammamat citano la fine della guerra con Hieracleopolis e la riunificazione delle Due Terre grazie a questo faraone.

Confermano inoltre che Mentuhotep III, intorno all’ottavo anno di regno, disponendo ora anche della forza degli uomini del Delta, inviò verso la terra di Punt una spedizione composta da 3000 uomini forti agli ordini dell’amministratore Henenu. La spedizione partita da Coptos diretta verso il Mar Rosso durante il tragitto scavò 12 pozzi per favorire eventuali altre spedizioni e, soprattutto debellò la regione dai ribelli che la infestavano. Giunsero fino a Punt dove fecero provvista di incenso, gomme e profumi, al ritorno fecero tappa nello Wadi Hammamat per estrarre e trasportare il blocco per il sarcofago del sovrano.

Lo Uadi assunse in seguito grande importanza sia per le numerose cave presenti che per le sue miniere, gli egizi lo chiamarono “Valle di Rohanu” e costituì una delle principali vie verso il Mar Rosso e la mitica terra di Punt.

La composizione della sua famiglia costituisce per lo più un mistero, si ritiene, pur senza averne la certezza, che sia stato il padre del suo successore Mentuhotep IV. Su questo c’è ancora oggetto di dibattito;  si sa che la madre di Mentuhotep IV fu la regina Imi, quello che non si sa con certezza e se la regina Imi sia stata una moglie dell’harem di Mentuhotep III.

Nonostante la breve durata del suo regno fu promotore di diversi progetti di costruzione tra i quali il suo tempio a Deir el-Bahari nei pressi di quello di suo padre, che però non fu mai completato. Sankhkare Mentuhotep III fece erigere anche un tempio a Thoth Hill dedicato al dio Montu-Ra, il tempio, in mattoni di fango, fu costruito su un più antico tempio arcaico. Le rovine del tempio furono scoperte solo nel 1904 da George Sweinfurth. In seguito ci lavorò Petrie nel 1909 ma solo per pochi giorni. Tra il 1995 e il 1998 si interessò al sito, in modo sistematico, una spedizione ungherese guidata da Gyozo Voros per l’Università Eotvos Lorand di Budapest.

Il tempio arcaico, sottostante quello di Mentuhotep III,  potrebbe risalire al 3000 a.C. circa e sarebbe il più antico tempio costruito sulla riva occidentale del Nilo a Luxor, questo era sconosciuto già prima degli scavi di Voros. La collina dove sorgono i templi è circondata da burroni desertici e l’antico percorso che porta al tempio è difficile da salire.

Per quanto riguarda il suo complesso funerario non è stato trovato alcun riferimento. Da alcune iscrizioni parrebbe che Mentuhotep III sia stato sepolto in una camera scavata nella roccia. Suscita un notevole interesse una raffigurazione nello Wadi Hammamat dove Mentuhotep III è rappresentato nell’atto di offrire bevande al dio itifallico Min di Coptos. La didascalia racconta che un giorno, in presenza del sovrano, una gazzella con il suo cucciolo si fermò improvvisamente di fronte ad una grande roccia e la osservò con notevole interesse. Mentuhotep III interpretò il fatto come un segno divino, ordinò dunque che da quella roccia, indicata dalla gazzella, venisse scolpito il suo sarcofago.

Fonti e bibliografia:

  • Guy Racket, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 1994
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005 
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori, 1995
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke, 2013
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’Antico Egitto”, Ananke, Torino, 2006
  • Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Torino, Einaudi, 2012
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’Antico Egitto”, Roma-Bari, Biblioteca Storica Laterza, 2011
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, (Einaudi, Torino, 1997), Oxford University Press, 1961
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 1999
  • Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, Istituto Geografico De Agostini, 1993
  • Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Mursia, 2012 Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi” Newton & Compton editori, 2002
C'era una volta l'Egitto, Medio Regno

IL FANTASMA DI NEBUSEMEKH

Di Piero Cargnino

In ogni cultura, sotto diversi aspetti, l’uomo è sempre stato attratto dalle storie di fantasmi e spiriti. L’origine di queste storie si perde nella notte dei tempi ed a queste non erano esenti neppure gli antichi egizi.

Dopo aver riunito vari frammenti di ostrakon, oggi conservati in diversi musei sparsi per l’Europa, il Kunsthistorisches Museum di Vienna, il Louvre di Parigi, il Museo Archeologico Nazionale di Firenze con l’ultimo frammento, ritrovato nel 1905 a Deir el-Medina da Ernesto Schiaparelli e conservato al Museo Egizio di Torino, è stato possibile ricostruire, almeno in parte, questa ghost story di oltre 3000 anni fa.

Si racconta che un giorno un uomo si recò dal Sommo Sacerdote di Amon, Khonsuemheb a el-Karnak, e gli raccontò che, avendo trascorso la notte accanto ad una tomba nella Necropoli di Tebe nella Valle dei Re, mentre dormiva  fu svegliato e tormentato da uno spirito che gli chiedeva aiuto. Il Sacerdote riuscì ad evocare lo spirito che si presentò come Nebusemekh, (o Niutbusemekh), figlio di Ankhmen e Tamshas. Spiegò che era morto 800 anni prima e che in vita era stato un ufficiale militare sotto il faraone Rahotep, nonché sovrintendente dei tesori reali. Nel corso dei secoli però la sua tomba era crollata ed ora lui era condannato a vagabondare irrequieto nell’Aldilà. Il testo narra inoltre che Khonsuemheb promette allo spirito di rendergli giustizia e di aiutarlo a trovare la pace. Lo spirito però rimane scettico al riguardo perché il Sommo Sacerdote non è il primo a promettergli tale pace.

A questo punto della storia sorgono alcuni  problemi di traduzione ma tutto lascia supporre che lo spirito non trovi pace e sia irrequieto perché la sua tomba non è più stata ritrovata e quindi più nessuno è andato a portargli offerte e ad onorarlo. Khonsuemheb si offre allora di costruirgli una nuova tomba e di fornire allo spirito una bara dorata con ziziphus, una pianta che cresce sotto forma di cespuglio o albero spinoso, un tentativo per placare la sua irrequietezza e renderlo pacifico. Finita la tomba, il Sacerdote manda dieci dei suoi servitori a fare offerte quotidiane nella nuova tomba. Il fantasma però si lamenta che quest’ultima idea non è di alcuna utilità in quanto quella non è la sua vera tomba.

Khonsuemheb, sconfortato si siede accanto al fantasma, piangendo e volendo condividere lo sfortunato destino dello spettro, invia quindi tre uomini a cercare la tomba. E la storia purtroppo si ferma qui, non sono stati, per ora, ritrovati altri ostrakon che ci rivelino il finale.

Secondo alcuni si può supporre che la tomba del fantasma possa trovarsi  vicino a quella del faraone Montuhotep II, a Deir el-Bahri, sulla sponda occidentale del Nilo, proprio di fronte alla città di Luxor. Infatti l’epoca nella quale Nebusemekh, il fantasma, dice di essere morto, cade proprio nell’estate del XIV anno di regno del faraone Montuhotep II. Si presume quindi che, ritrovata e restaurata la tomba,  Khonsuemheb lo abbia comunicato allo spirito il quale finalmente poté godersi il meritato riposo eterno.

Questa è certamente una storia dell’Antico Egitto come è solamente un’ipotesi il finale scritto migliaia di anni fa. Storica invece è la figura del Sommo Sacerdote, la cui tomba, molto ben conservata, è stata scoperta nel 2014 da una missione giapponese della Waseda University, proprio nella necropoli tebana. L’egittologa inglese Rosalie David spiega che gli antichi Egizi credevano che la personalità umana avesse molte sfaccettature, un concetto probabilmente sviluppato all’inizio del Vecchio Regno. Nell’esistenza terrena, una persona era un’entità completa e, se avesse condotto una vita virtuosa, avrebbe potuto anche accedere a una molteplicità di forme nell’altro mondo ma solo se veniva ricordato in questo. In alcuni casi, queste forme potevano essere utilizzate per aiutare coloro che il defunto desiderava sostenere o, in alternativa, per vendicarsi dei suoi nemici.

Fonte: Web, Archaeus, Storia e antropologia sul fenomeno dei fantasmi

Mai cosa simile fu fatta, Statue, XVIII Dinastia

STATUA DI AANEN

Di Grazia Musso

Foto: Patrizia Burlini

Statua di Aanen, secondo sacerdote di Amon
Granodiorite: Nuovo Regno, XVIII dinastia, regno di Amenhotep III (1390-1353 a.C.). Tebe,
Collezione Drovetti (1824)
Dimensioni: 146 x 38,5 x 57 cm
Museo Egizio di Torino , inv.1377

Questa scultura in pietra dura nera (granodiorite), dal viso pur rovinato, di dimensioni leggermente inferiori, com’è consuetudine per le statue di privati mentre i formati maggiori erano riservati a sovrani e dei, ci mostra un dignitario, Aanen secondo sacerdote di Amon, vestito con parrucca, lunga gonna e la pelle di leopardo che contraddistingue certi sacerdoti.

Aanen era un importante personaggio della famiglia reale, essendo fratello della Regina Tiye, quindi zio di Akhenaton.

Le macchie della pelle del leopardo sono rese come stelle, una trasfigurazione che allude alla particolare specializzazione del personaggio, un sacerdote astronomo, come dice l’iscrizione: “uno che conosce la processione del cielo”, cioè i percorsi delle stelle, da cui la trasfigurazione delle macchie di leopardo, rappresentate come stelle.

Oltre a sacerdote di Amon, Aanen era sacerdote Sem nell’Eliopoli del Sud.

L’iscrizione sulla statua evoca esplicitamente gesti propri del ruolo sacerdotale, in particolare la deposizione delle offerte agli dei e la recitazione di preghiere: Aanen è ” uno che mette le cose a posto”, cioè le offerte nel luogo designato, e ” propizia gli dei con la voce”.

Queste affermazioni sono conformi all’ideologia meritocratica dell’epoca : il personaggio deve il suo successo alle sue capacità

Le iscrizioni sul retro della statua – Foto Anna Ferrari

Aanen è cognato del faraone Amenhotep III, il quale aveva sposato Teye, figlia di una importante famiglia di Akhmim nell’Egitto Meridionale, nomi di questo sovrano sono iscritti sull’ornamento che Aanen porta alla cintura, a sottolineare questo stretto legame.

Da un punto di vista storico-artistico, é caratteristica dell’epoca la particolare parrucca a riccioli, mentre la resa degli occhi grandi e oblunghi con contorno, linee del trucco e sopracciglia a rilievo e leggermente inclinati verso il basso è tipica proprio del regno di Amenhotep III.

A livello stilistico la statua di Aanen costituisce, con i suoi volumi morbidi e l’attenta cura per i dettagli un eccellente esempio della raffinata produzione scultore a della XVIII Dinastia, che raggiunse proprio in quel periodo uno dei momenti di maggiore perfezione artistica.

L’ANALISI DELLE ISCRIZIONI

A cura di Nico Pollone

I testi incisi sulla statua sono composti da una colonna verticale sul davanti situata sul gonnellino sotto alla testa del felino.

Due altre colonne sono situate posteriormente su una stele che fa da schienale alla statua.

Cartigli reali sono collocati in diverse parti, due sulla spalla sinistra e due sul pendaglio appeso alla cintura.

Il testo è una raccolta di titoli e mansioni e lo allego al completo.

Fonti:

Museo Egizio di Torino – Printer Trento Srl – Trento – Franco Cosimo Panini

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Ushebti of the vizier Ptahmose

By Jacqueline Engel

Faience.

Found in Abydos

18th dynasty.

Egyptian Museum Cairo

Ptahmose was a High Priest of Amun and Vizier of southern Egypt-(Upper Egypt), under Amenhotep III (18th Dynasty).

Certain historians place him at the end of the reign in 1378 BC. Others place him in the first part of the reign.

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God Atum as a bowman

By Jacqueline Engel

The god Atum as a bowman.

(Thanks to Robert Steven Bianchi)

Atum is usually depicted as a man wearing either the royal head-cloth or the dual white and red crown of Upper and Lower Egypt, reinforcing his connection with kingship. Sometimes he is also shown as a serpent, the form he returns to at the end of the creative cycle, and also occasionally as a mongoose, lion, bull, lizard, or ape.

Atum is one of the most important and frequently mentioned deities from earliest times, as evidenced by his prominence in the Pyramid Texts, where he is portrayed as both a creator and father to the king. Several writings contradict how Atum was brought into existence. Some state Atum was created by himself by saying his name, while others argue he came out from a blue lotus flower or an egg.

Egyptian Museum Cairo

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