Bubastis, Luoghi

BUBASTIS ED IL GRANDE TEMPIO DI BASTET


Mappa del sito di Bubastis, Tell-Basta.

“Bubastis” così chiamata dai greci, era una città del antico Egitto che ai tempi di Chefren era conosciuta come “Per-Bast” che tradotto significa “Casa di Bastet”, la divinità principale della città.

Per onorare questa dea le fu costruito un tempio al centro della città, non si conosce il sovrano che ordinò la sua costruzione, e nemmeno quando precisamente. Tuttavia, i templi “Ka” di Teti e di Pepi I, entrambi costruiti vicino al tempio di questa dea, sono un chiaro indizio che il culto di Bastet aveva già un grande numero di fedeli a suo seguito. Tanto da spingere questi sovrani a voler costruire i propri edifici nei pressi del luogo di adorazione di questa dea.

Degli scavi fatti nei pressi del tempo Ka di Pepi I, hanno riportato alla luce un frammento in calcare di una porta, dove si vede questo sovrano accompagnato dal suo cartiglio reale insieme alla dea Bastet.

Bubastis non era solo un importante centro di culto, ma era anche un importante snodo commerciale e difensivo, infatti si trova all’incrocio delle rotte commerciali tra Menfi e il Sinai.

Durante l’epoca ramesside, la città di Bubastis visse una vera e propria età dell’oro.

La vicinanza con la nuova capitale Pi-Ramesse, trasformò la città in un centro nevralgico per il commercio nel Delta. Il protagonista assoluto di questa rinascita fu Ramses II, che investì molto nel migliorare il Tempio di Bastet: il faraone fece trasportare blocchi di granito rosso provenienti da Assuan per ricostruire ciò che i fanatici del culto di Aton fecero al tempio.

Era un vero gioiello architettonico: i colossi monumentali, colonne Hathoriche e papiroformi e corti decorate con iscrizioni che celebravano la sua gloria e quella della sua famiglia, inclusa sua figlia e sposa reale Meritamun.

Non fu solo una questione di architettura, ma anche di immensa ricchezza materiale. I reperti archeologici, come i celebri bracciali e le coppe d’oro di epoca ramesside, ci restituiscono l’immagine di una città opulenta e strettamente legata al potere politico. In questo clima di prosperità, il culto della dea Bastet crebbe d’importanza, attirando migliaia di pellegrini e rendendo Bubastis uno dei poli religiosi più influenti dell’intero Egitto.

I sovrani successivi scelsero di mantenere lo stesso stile che Ramses II aveva scelto, quello che fecero fù ampliarlo e migliorarlo.

Su un frammento delle pareti del santuario del Sed-Festival di Osorkon II possiamo leggere:

“Ho restaurato la tua casa divina nelle sale dei festival-Sed, che erano in rovina prima del mio tempo… per il desiderio di tutti i tuoi dèi… [l’ho ricostruita] con oro, argento e pietre, come era prima.”

Osorkon II si sta rivolgendo direttamente ad Amon-Ra, per vari motivi: la totale devozione ad esso, non è un caso se Osorkon II governò l’Egitto da Tanis, e da Tebe tramite Horsaset, figlio di Sheshonq C che fù nominato nuovamente come “Primo Profeta di Amon”. La seconda ragione è che nel panteon egizio lui è il dio creatore, di cui Bastet è figlia.

Durante la 22° Dinastia, Bubastis divenne la capitale d’Egitto insieme a Tanis. Il tempio di Bastet subì diversi ampliamenti, che iniziarono dal faraone libico Osorkon I durante il suo regno. Egli fece costruire i piloni d’ingresso, il recinto esterno del tempio ed la prima corte colonnata.

Non è chiaro se i canali artificiali che correvano intorno al tempio siano opera di Osorkon I o se erano già presenti prima delle modifiche da esso apportate.

Successivamente il faraone Osorkon II continuò ad ampliare il tempio, fece costruire altri piloni che conducono in un piccolo cortile dove celebrò la sua festa “Heb-Seb”. Da questo cortile si prosegue verso la porta monumentale di Osorkon II, raffiguante il sovrano durante tutte le fasi della sua festa “Sed”, venne descritta da Edward Naville nel 1887.

Rendering grafico della porta del Sed-Festival di Osorkon II di Édward Navile, inserita con altri elementi architettonici presenti nella mia ricostruzione digitale del grande tempio di Bastet a Bubastis.

Le raffigurazioni parietali sono a scopo riempitivo, tranne quelle sulla porta, che sono tali è quali a quelle scoperte da Édward Naville tra il 1887 e il 1889.
Subito superata la porta monumentale di Osorkon II, ci si trovava in una sala con colonne dai capitelli Hathorici, una filaper lato (cinque colonne per fila).
Le colonne (quello che rimane) sono ancora presenti nella vasta distesa di blocchi dove prima sorgeva il tempio di questa dea.
Osservando i vari frammenti di queste colonne si può riuscire a capire come dovevano essere in origine, questo rendering è ispirato proprio a da questi frammenti tutt’oggi visitabili.

Superata la porta monumentale del faraone, si arriva all’Interno di una sala con colonne Hathoriche, sui lati di questa stanza ci sono delle porte per raggiungere il cortile, proseguendo dritto invece arriviamo al santuario.

In questo punto fu rinvenuto un frammento parietale che riporta il seguente testo:

“Ho celebrato il primo festival-Sed del mio regno in coincidenza con i grandi festival di Tatenen.”

Tatenen si riferisce ad una forma del dio Ptah di Menfi, informandoci che il Sed-Festival di Osorkon II e avvenuto nello stesso periodo in cui Ramses III festeggiò il suo Sed-Festival. Doveva essere un periodo del calendario specifico dedicato alla festa di Tatenen.

Il santuario e composto da una fila di colonne Hathoriche che sorreggono un soffitto più alto, mentre le colonne papiriformi sorreggono il soffitto più basso del santuario, procedendo dritto si arriva al Pre-Naos.

Numero Identificativo: E 10590.
Oggetto: Capitello Hathorico.
Materiali: Granito Rosa.
Dimensioni: Altezza: 200 cm; Grandezza: 150 cm; Profondità: 115 cm; Peso: 7300 kg.
Datazione: Ousermaâtrê Osorkon II (contesto di fouilles) (-865 – -830).
Descrizione: Capitello Egizio raffigurante il volto della dea Hathor (con Ureo) su tutte le facciate del capitello, lavorato con la tecnica altorilievo.
Mittente: Naville, Henri Édouard.
Tenuto da: Museo del Louvre, Dipartimento delle Antichità Egizie.
Posizione attuale: Sully, [AE] Salle 324 – Le Temple, Hors vitrine.
Fonte: Museo Louvre archivio Online. 

Il Pre-Naos è una stanza non avente il soffitto, hai lati ci sono colonne papiriformi che sorreggono una tettoia, al centro della stanza vi erano grandi colonne Hathoriche dove da una colonna all’altra erano appesi veli, tessuti di vario colore. Dal Pre-Naos era possibile raggiungere altre aree del tempio, ed esempio il piccolo tempio di Mahes posto nel cortile esterno.

Numero Identificativo: E 10589.
Oggetto: Colonna Papiriforme.
Dimensioni: Altezza: 200 cm; Grandezza: 150 cm; Profondità: 115 cm; Peso: 7300 kg.
Materiale: granito rosa.
Datazione: Ousermaâtrê Osorkon II (contesto di fouilles) (-865 – -830).
Data di acquisizione: 15/11/1889.
Mittente: Naville, Henri Édouard.
Tenuto da: Museo del Louvre, Dipartimento delle Antichità Egizia.
Posizione attuale: Sully, [AE] Salle 324 – Le Temple, Hors vitrine.
Fonte: Museo Louvre archivio Online

Colonna di granito rosso con capitello a forma di palma e geroglifici in rilievo che riportano i nomi e i titoli di Ramses II; i cartigli sono stati in parte usurpati da Osorkon II.

  • Culture/periodi: XIX dinastia; usurpato durante la 22a dinastia
    Datazione: 1250 a.C. (circa)
    Scavato da: Egypt Exploration Fund
    Luogo di scavo/ritrovamento: Tell Basta (Bubastis), Tempio di Bastet.
    Africa: Egitto: Sharqiya, el- (Governatorato – Egitto): Tell Basta (Bubastis).
  • Materiali: granito.
  • Dimensioni: altezza: 632 centimetri (max).
  • Iscrizioni:
    • Tipo di iscrizione: iscrizione.
    • Scrittura dell’iscrizione: geroglifica.
    • Nota sull’iscrizione: geroglifici in rilievo.

Commenti del curatore:

Il signor Naville ha ricevuto una lettera dal signor Brimmer di Boston in cui si diceva che il Museo di Boston sarebbe stato molto lieto di ricevere una colonna da erigere nel cortile. Ora, poiché la grande colonna è destinata al British Museum, abbiamo pensato che un monolite più piccolo con capitello a foglia di palma, che abbiamo trovato e che è in buone condizioni, potrebbe essere rimosso per essere inviato aBoston. Il signor Naville ha scritto oggi a Londra e ha fatto in modo che io riceva una risposta via telegrafo.


Estratto da una lettera del conte d’Hulst ad Amelia Edwards Cairo, 22 aprile 1888 (Archivio EES III.k.105) [Il conte d’Hulst fu incaricato da Naville di rimuovere i monumenti dall’area del tempio e trasportarli al Cairo]:

Ho avuto il piacere di fare la conoscenza del signor Budge durante il suo viaggio a Bagdad e deduco da lui che il British Museum sarebbe lieto di ottenere una colonna. Mi viene in mente che potremmo riuscirci perché il signor Grébaut ha provvisoriamenteL’anno scorso abbiamo chiesto il bel pilastro che abbiamo trovato per collocarlo nei Giardini del Palazzo Gezirah nel caso in cui il Museo di Bulaq dovesse essere trasferito lì. Ora che questo progetto è stato abbandonato o quantomeno rinviato all’infinito, penso che si potrebbe ottenere il permesso di rimuoverlo altrove.

Posizione: In esposizione (G4/B3).

  • Condizione: buona
    Nomi associati: Ramses II; Osorkon II.
  • Donato da: Egypt Exploration Fund, 1889.
  • Dipartimento: Egitto e Sudan.
  • BM cat. EA1065.
  • Numero di registrazione: 1889,0413.3
  • Fonte testo ed immagine: https://share.google/JAMguSckYGVid6oFK

Durante la XXX Dinastia, Nectanebo II ultimò i lavori al tempio, portò a termine il Naos, la zona più importante di un tempio. Qui vi era la statua della dea Bastet posta in una stanza centrale. Nel naos potevano entrare soltanto i sacerdoti o il faraone in carica, venivano offerti cibo, bevande di vario tipo alla statua della divinità per assicurarsi la sua protezione divina.

In varie occasioni, la statua di Bastet veniva portata su una barca sacra, che navigava attraverso i canali sacri artificiali creati attorno al tempio.

Nel Febbraio-Marzo 2002, il team di archeologici di Tell-Basta durante la 13° spedizione Egiziana-Tedesca, ha rinvenuto un frammento di architrave (G/6.2 = Naville 1891: pl. 54) decorata su due lati. Un lato mostra un disco solare alato accompagnato da un fregio, un falco con doppia corona e un cobra con una corona bianca del’ Alto Egitto sotto l’ala sinistra. Un Altro falco con una corona composita e un cobra che indossa la corona rossa del Basso Egitto sono raffigurati sull’altro lato, accompagnati da geroglifici.

Numero Identificativo: E 10592.
Oggetto: Blocco murario.
Materiale: Granito Rosa.
Dimensioni:Altezza: 125 cm; Larghezza: 163 cm; Spessore: 55 cm; Peso: 2460 kg.
Descrizione:scena della festa di Sed; re (2, corona bianca, mantello cerimoniale, con flagello, scettro heka); serie di divinità; Ra (dio con testa di falco); Atum; Shu; Tefnut; Geb; Nut; Osiride; Horus (dio con testa di falco); Seth; Iside; Nefti; Bastet (dea con testa di leone); personificazione del ka reale; uomo (in piedi, pelle di pantera, con vessillo divino) (8 uomini in piedi in cima).
Nomi e Titoli: Osorkon II; Atum; Tefnut; Geb; Set; Osiride; Horus; Iside; Nefti; Bastet.
Data: Usermaâtrê Osorkon II (anno 22) (menzione del regno) (-865 – -830).
Ritrovamento: Egitto, Zagazig, Tell-Basta, Grande Tempio di Bastet.
Mittente: Naville, Henri Édouard.
Data di Donazione: 15/11/1889.
Tenuto da: Museo del Louvre, Dipartimento delle Antichità Egizia.
Posizione attuale: Sully, [AE] Salle 324 – Le Temple, Hors vitrine.
Fonte: Museo Louvre archivio Online. 

Bastet era una divinità della religione egiziana spesso rappresentata con la testa di gatto ed il corpo da donna.

Originariamente veniva chiamata Bast ed era la dea della guerra nel Basso Egitto, prima dell’unificazione delle due terre. Nei testi delle piramidi (V o VI Dinastia) Bast era immaginata sia come madre protettiva che come terribile vendicatrice e protettrice delle due terre d’Egitto. Bast è spesso rappresentata mentre sconfigge Apopi, il dio delle tenebre e il caos.

Nell’Alto Egitto, la dea-leonessa Sekhmet ne fu la corrispettiva divinità leonina della guerra. Diversamente da molte divinità fuse in un’unica entità con l’unione delle Due Terre, Bast non fu mai fusa con Sekhmet perché era una delle più importanti e venerate divinità dell’Antico Egitto, che nei secoli diventò dea della casa, dei gatti, delle donne, della fertilità e delle nascite.

Nel Nuovo Regno gli scribi cominciarono ad aggiungere il suffisso femminile al suo nome, passando dalla grafia Bast a Bastet. Probabilmente apportarono questa modifica per evidenziare la t finale, propria appunto dei nomi femminili, che spesso non veniva pronunciata.

L’emergere di divinità simili portò a una certa confusione teologica: alcuni documenti conferiscono a Bastet l’epiteto di Signora del sistro (più pertinente con la dea Hathor), altri la presentano come un aspetto di Iside (anche Mut fu assimilata a Iside), spesso associata alla dea Uadjet, la principale patrona del Basso Egitto. Assunse il nome di Uadjet-Bast, in parallelo con l’accostamento fra Sekhmet e Nekhbet, patrona principale dell’Alto Egitto (la dea Sekhmet-Nekhbet).

Nel panteon egizio, Bastet è figlia di Ra ed Iside (questo fa di Bastet una dea solare), ed e sposata con Phta, il dio creatore, che insieme ebbero come figlio Mahes.

Fonte Immagini: Museo del Louvre archivio Online.

Fonte Ricostruzione & Mappa digitale: Francesco Volpe

Fonte testo:

  • Old Kingdom Temple And Cemetery at Bubastis (PDF) di Eva Lange.
  • The Nekhtorheb Temple (PDF) di Daniela Rosenow.
  • Bubastis 1887-1889 (PDF) di Edward Neville.
  • The Sacred Landscape of Bubastis (PDF) di Eva Lange & Tobias Ulmann.

Fonte testo (Bastet):

Nella parte occidentale dei tumuli di Tell-Basta si trovava un cimitero di soli animali, per lo più gatti, che come persone avevano diritto ad una sepoltura dignitosa poiché potessero raggiungere i loro padroni nell’aldilà.

Questo cimitero era composto da piccole fosse l’una vicino all’altra e si estendeva per diversi acri quando Edward Neville condusse la sua spedizione sul campo iniziata nel 1887. Egli descrive queste fosse come le celle degli alveari, e che all’interno si vedessero cumuli di ossa di gatto. I fellah svuotarono in parte alcune fosse trovando numerosi gatti di bronzo e statuette di divinità incoronate con fiori di loto, da cui spuntano due piume, il dio Nefertum, figlio di Bastet.

Edward Neville svuotò alcune di queste fosse con la supervisione del Dott. Goddard, che prese parte agli scavi durante l’inverno del 1889.

Insieme riuscirono a scavare più in profondità alcune fosse, cosa che i fellah non fecero, scoprirono alcuni: gatti seduti, teste, la cui parte interna è vuota; un buon esemplare rappresenta Bast in piedi sotto forma di una donna dal corpo snello e dalla testa di gatto, che indossa un lungo abito e tiene tra le mani un sistro e un cesto, e ha ai suoi piedi quattro gattini accovacciati.

L’acqua di vecchie inondazioni raggiunse I livelli più bassi, i bronzi trovati erano in pessimo stato di conservazione, le ossa che erano ammucchiate ricoprivano le fosse sotterrane, le cui pareti e il fondo sono fatti di mattoni o argilla indurita. Vicino a ciascuna, nella fossa si vede la fornace in cui venivano bruciati i corpi degli animali; i suoi mattoni rossi o anneriti indicano chiaramente l’azione del fuoco, il che è confermato dal fatto che le ossa spesso formano un conglomerato, con cenere e carbone. Questo spiega la difficoltà che abbiamo avuto nel trovare ossa integre o teschi completi, ne svuotarono una contenente oltre 200 metri cubi di ossa. Questo dà un’idea della quantità di gatti necessaria per riempirla.

Su richiesta del professor Virchow, alcuni teschi in grado di resistere ad un trasporto vennero inviati all’illustre naturalista di Berlino. Rimase colpito nel notare che diversi crani fossero troppo grandi per essere di gatto, secondo le ricerche del professor Virchow, questi crani appartenevano a icneumoni, che venivano sepolti con i gatti perché anch’essi erano animali sacri. Per quanto riguarda i gatti, furono interessanti le discussioni che ebbero avuto luogo presso la Società Antropologica di Berlino.

Edward Neville nel suo libro racconta che furono in grado di risalire a quale razza specifica appartenessero i resti di gatto ritrovati a Bubastis. Le ossa non erano di gatto domestico, che probabilmente gli egiziani non avevano, ma appartengono al tipo africano chiamato Felis Maniculata, il Dott. Hartmann affermò che è il ceppo originario del nostro gatto domestico e che abbonda in Etiopia e nell’Alto Nilo.

Gli Antichi Egizi sono riusciti in parte ad addomesticare questa razza del gatto perché si erano accorti che fosse un predatore in grado di scacciare i roditori, di cui le città erano piene, insetti e addirittura serpenti. L’addomesticazione completa del gatto risale solo in tempi più moderni e non al tempo in cui venivano raffigurati nei templi o nelle tombe.

Oltre alle ossa di animali e sculture di gatti e qualche frammento ligneo di qualche sarcofago? però non vi fu trovato altro all’interno delle fosse.

Edward Neville ipotizzo che se ci fossero state delle mummie di gatto avrebbero preso sicuramente fuoco e diventate cenere misto carbone, questo spiegherebbe l’assenza di mummie nelle fosse.

Moltissimi gatti mummificati in tutto l’Egitto sono stati rinvenuti fino ad oggi, il più antico mai trovato risale al 500 a.C. e il motivo è legato soprattutto alla religione Egizia. I gatti secondo il National Geographic, erano la reincarnazione terrena di Bastet, e molti di essi venivano dati in offerta alla dea perché egli si ricongiungessero con essa, oppure per far si che potessero raggiungere i padroni a cui appartenevano nell’aldilà.

Questi cimiteri risalgono inizialmente dall’antico regno, fino in epoca romana.

Fonte: Dal libro: Bubastis 1887-1889, e il sito National Geographic: https://share.google/0bnouJb2tGOGMz9lm

British Museum, inv. EA25565

Figura in bronzo di Bastet: questa solida figura fusa della dea Bastet la rappresenta come una donna con la testa di gatto che indossa una lunga veste riccamente decorata. I suoi occhi hanno intarsi d’oro e le sue orecchie sono forate per gli orecchini. Di tutte le dee leone con criniera venerate per la loro ferocia, Bastet è l’unica a essere in seguito trasformata nella meno terribile gatta. La gatta era particolarmente nota per la sua fecondità, e quindi Bastet era adorata come dea della fertilità e, con una logica meno ovvia, della festa e dell’ebbrezza.

A testimonianza della sua fecondità, non meno di quattro gattini siedono ai suoi piedi. Un altro è appollaiato all’interno del sistro, o sonaglio egizio, che porta in mano a simboleggiare l’altro aspetto della sua personalità, poiché è uno strumento musicale legato all’allegria. In origine, all’interno del cerchio c’erano due aste orizzontali con dischi metallici che producevano un suono stridente quando lo strumento veniva scosso. Il volto della dea Hathor, anch’essa legata alla musica, appare sull’impugnatura del sistro.

Sul petto Bastet porta un’egida o un ampio collare, sormontato da una testa di dea leonessa con un disco solare, forse a rappresentare Bastet stessa nella sua originaria manifestazione feroce. L’”egida” è probabilmente da interpretare come la parte superiore del contrappeso di un collare di perline “menyet”, un altro strumento musicale legato alla festa; quando venivano scosse, le perline sbattevano tra loro. Lungo i bordi del plinto è presente un testo geroglifico, in gran parte eroso o cancellato.

  • Periodo: Periodo tardo.
  • Data di produzione: 900 a.C.-600 a.C. (circa) (circa).
  • Scoperto da: Egypt Exploration Fund.
  • Punto di ritrovamento: Tell Basta (Bubastis) – Governatorato di el-Sharqiya
  • Materiali: bronzo, oro.
  • Tecnica: Inciso, intarsiato.
  • Dimensioni: altezza 27 centimetri, larghezza: 8,26 centimetri, profondità: 10,80 centimetri.
  • Donato da: Egypt Exploration Fund.
  • Data di acquisizione: 1894.
  • Numero di registrazione: 1894,1208.3

Fonte immagini: British Museum, Collezione Online.

Mai una cosa simile fu fatta

MAI UNA COSA SIMILE FU FATTA – PRESENTAZIONE

di Grazia Musso

Esiste un’arte egizia?

Se con il termine arte intendiamo il concetto di derivazione greca che prevede la creazione di una rappresentazione della realtà che ha come scopo la riproduzione in sé e il derivante piacere estetico, che formerà poi il gusto, ne deriverà che ciò che noi chiamiamo arte in Egitto non esisteva, eccome, ma come poggiando su tutt’altro basi e strutture mentali e culturali.

Nella visione egiziana la creazione (letteralmente “nascita”) dell’opera era il il frutto dell’opera di uomini che non guardavano a sé stessi come ad artisti nel senso occidentale del termine ( che non esisteva) ma come ad artigiani ; beninteso, se il vocabolo era uno solo ( per i nostri “artisti” e “artigiani”) gli egizi erano ben consci delle abissali differenze fra un umile artigiano di provincia e un abile artigiano di corte che noi chiameremo artista.

Ed erano questi uomini che con indiscutibile genio creativo e immense abilità affinare in tradizioni millenarie, erano in grado di dare vita a quelle opere i cui fini noi oggi identificheremmo come “religiosi, culturali, politici”, ma così facendo dimenticheremmo che tali definizioni, ben definite e separate, sono molto tarde, e frutto della mentalità dei Greci ; e all’opposto della concezione egizia, in cui questi termini, e molti altri, erano inestricabilmente connessi; dire “religione” e “Stato”, per gli Egizi non avrebbe senso : sono una cosa sola, il faraone è emanazione della legge divina e custode del gregge di Dio (umanità) per volere del pantheon cosmico.

Concludendo, possiamo dunque dire che ciò che noi definiamo arte, nell’antico Egitto era una creazione che prendeva realmente vita ( nel mondo divino) aveva dunque un fine pratico, ossia diveniva parte integrante dei rituali religiosi, delle pratiche funerarie, delle celebrazioni regali e molto altro; tutte parti diverse in uno stesso mondo che funzionava grazie al l’armonia delle interconnessioni.

Attraverso un percorso storico che si dipana seguendo la cronologia dei grandi periodi che compongono la storia dell’Egitto, si partirà dalle origini fino al periodo romanoUn lungo percorso, che io e Franca Loi, faremo insieme a voi.

Le considerazioni sull’arte egizia del presente e futuri post, sono fondamentalmente tratte dai lavori di Maurizio Damiano, in particolare il volume Antico Egitto – Electa, ringrazio il professore Maurizio Damiano per la cortese supervisione e revisione e per la sua grande disponibilità.

Nota del Prof. Damiano

Grazia Musso e Franca Loi hanno pubblicato la loro introduzione al nostro lavoro sull’arte egizia (mi permetto il “nostro” poiché si basa sul mio volume dedicato al tema). Nel ricordarlo ho voluto creare un’immagine simbolica che qui vi offro volentieri.

Dalle profondità del tempo sorse la prima scintilla: quel bisogno umano di simmetria, di bellezza che vediamo nell’amigdala. Il meraviglioso volto aureo di Tutankhamon sembra pensare agli abissi del passato e della mente umana, che sa creare mondi di meraviglia e di sublimi altezze.

Mai cosa simile fu fatta

INTRODUZIONE ALL’ARTE EGIZIA

RIFLESSIONE SUI CONCETTI DI “ARTE” DEL PROF. MAURIZIO DAMIANO

Grazia Musso e Franca Loi mi hanno chiesto un’introduzione per l’impresa che si apprestano a compiere: parlare di arte egizia.

Ora, poiché si baseranno sui concetti da me esposti molti anni fa nel mio volume sul tema (“Egitto”, della Electa) e successivamente sviluppati negli anni, presento volentieri questa difficile impresa.

Perché “difficile”? Perché addirittura “impresa”?

Perché dalle origini dell’Egittologia, all’alba del XIX secolo, sino a tempi recenti, lo studio dell’arte egizia, come tutti gli studi, le discipline, e l’intero mondo del pensiero, tutto è cambiato col cambiare dei flussi culturali e sociali.

Questo è un fenomeno normale, che fa parte della storia del pensiero e della stessa essenza dell’umanità.

Buona lettura.

Immagine 1. Poiché questo è l’anno di Tutankhamon, mi piace iniziare con una sua immagine, e proseguire inserendone alcune altre, come omaggio al faraone e all’argomento dell’arte. Qui vediamo il 1° sarcofago (quello più interno, in cui riposava il corpo), d’oro massiccio. Già da questa meravigliosa opera potremmo trarre mille spunti per il discorso sul significato, sull’essere di queste opere per gli Egizi: il sarcofago è ricettacolo per il corpo, ma anche sua riproduzione, perché sia vivo e giovane per l’eternità; ed è molto di più: le immagini delle dee tutelari che proteggono il corpo con le braccia alate gli ridanno il soffio vitale nell’oltretomba; la “decorazione” di fiori di loto assicura la resurrezione nell’aldilà, e così via. Forme, immagini, simboli… tutto parla, tutto è linguaggio divino, estensione dei medw netjer, e dunque creazione permanente (Museo del Cairo © Archivio CRE/Maurizio Damiano)

IL PROCESSO DI APPRENDIMENTO

Dicevo che lo studio dell’arte egizia è cambiato nel tempo.

Prima di accennare al “come” vediamo il “perché” in una estrema semplificazione.

Ogni essere vivente, sia esso un virus, un vegetale o animale, sino all’essere umano, reagisce a stimoli, con un processo che va dall’elementare reazione, alla più evoluta elaborazione del pensiero.

Di questo meccanismo basilare fa parte una delle sue più complesse evoluzioni: il processo di apprendimento. Noi lo connettiamo automaticamente alla cultura. Ma esso implica un tutto globale. L’apprendimento è l’assimilazione degli input che pervengono alle nostre percezioni, con successiva elaborazioni. Ergo, il processo inizia in utero, e il feto avrà reazioni diverse (e differenti corsi di sviluppi alla nascita) a seconda delle percezioni ricevute: se sono i suoni ovattati di armonie classiche e luci soffuse le reazioni neurali – e le relative nuove connessioni – saranno diverse da chi riceve traumi diretti o indiretti (materni). E così dalla nascita in poi: la famiglia, poi la scuola, gli amici e il resto del mondo; e lo stesso ambiente, naturale e artificiale, influirà sulla formazione delle vie neurali (le “strade e autostrade” del pensiero.

Da tutto ciò deriva il fatto che ciò che noi amiamo considerare “pensiero libero e del tutto indipendente” non esiste. Il nostro pensiero è sempre influenza dagli input. Tutto ciò che abbiamo detto, cui si aggiunge la nostra storia personale.

Ciò che ho schematizzato si riflette dunque in ogni campo della vita, della cultura e dunque della società.

Inevitabilmente, chi scrive una storia dell’arte (o qualsiasi altra cosa) sarà influenzato dalla propria storia e dunque dalle idee correnti della sua epoca.

In egittologia ciò lo si vede in ogni campo: dalla religione, all’interpretazione della storia, sino alla visione dell’arte, che cambia nel tempo.

Qui ricorderò solo che (per fare un esempio) le visioni romantiche del Winkelmann (1717-1768), con i suoi dogmi sulla purezza dell’arte greca, che risplendeva del biancore del marmo pario di templi e statue hanno condizionato intere generazioni… sino a scoprire che era tutto errato, poiché quei monumenti erano coperti da colori sfavillanti.

Così la storia dell’arte egizia, descritta anche in lavori magistrali, sublimi per la profondità e bellezza delle descrizioni e delle interpretazioni della stessa storia dell’arte, ha imperato sino ai nostri giorni, dominata dalla visione eurocentrica. Il giudizio sull’arte era incentrato al metro di paragone della nostra civiltà e cultura.

Anni fa ho voluto intraprendere un percorso diverso. Perché diverse sono state la mia formazione e le esperienze lavorative. Non solo archeologia e storia; ma anche antropologia culturale (sul campo), psicologia e molto altro; programmi che richiedevano preparazione, visioni e applicazioni olistiche (progetto di Ecologia Umana applicata alla Regione Nord del Sudan e al Darfur; Ministero degli Esteri Italiano, ONU).

Il risultato è stato il diverso approccio alla visione delle cose: il distacco che permette di osservarle da un punto esterno a sé stessi.

E qui arriviamo dunque all’arte egizia. Circondato, nei miei anni di studi d’egittologia, da volumi che descrivono mirabilmente l’arte egizia con occhi occidentali, era lampante che quegli splendidi concetti fossero del tutto estranei agli Egizi, nella loro totalità, ma soprattutto a partire da una parola.

Arte.

Come tutti i concetti, anche quello di arte è una convenzione sociale, culturale, dunque frutto di imput, di apprendimento, sistema sociale e culturale.

Vediamo cosa fu questo concetto per gli Egizi; qui non userò parole nuove per parlarne, ma quelle usate nell’introduzione al mio volume, citato prima. Sono passati gli anni, e accumulati studi ed esperienza, ma quelle mie riflessioni si vedono confermate.Ed eccole dunque per voi.

Immagine 2. Gruppo statuario dell’Antico Regno (Museo Archeologico di Alessandria); il significato delle statue era totalmente diverso da quello che noi diamo nel nostro concetto di arte; le statue erano una derivazione del potere magico della parole, una parola concretizzata in 3 dimensioni; i defunti, una volta svolta la cerimonia dell’apertura della bocca sulle statue, potevano passare fra le dimensioni (quella nostra, dei viventi, e quella di defunti e dèi) grazie alla magia religiosa della loro immagine, parola concretizzata in forma (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

ARTE. ARTE?

Arte egizia.

Queste due parole evocano immagini da sogno: maschere auree, piramidi immense, profili eleganti che riempiono oscure pareti di tombe sepolte. Percorrere l’evoluzione dell’arte, esplorare i tesori lasciatici dal popolo dai faraoni vuol dire intraprendere un viaggio nell’anima degli antichi egizi. Imparare a comprenderne il pensiero, la spiritualità, la religiosità. Ma in un lavoro sull’arte egizia va chiarita una cosa innanzi tutto. La definizione di arte.

Arte.

Una piccola, semplice parola; eppure di grande complessità. Cos’è l’arte? Prima di azzardare una risposta, dobbiamo andare indietro rispetto al problema: perché ci poniamo questa domanda? In effetti quella di porre delle etichette è la caratteristiche della civiltà occidentale. Altri popoli vivono determinate cose senza porsi il “problema” (solo nostro!) dell’etichetta da apporre. Così è per l’arte: cosa essa sia è una domanda della nostra cultura, che da secoli ha la tendenza, quasi il bisogno viscerale, di porre etichette “precise” su tutto (frutto della visione analitica greca).

Ma se proprio una risposta dobbiamo dare, per questa esigenza imposta dalla cultura occidentale, vediamo che non ve n’è una, ma molte, e diverse. Purtroppo spesso si osserva nella nostra mentalità un grande dispendio di energie nella critica, nello studio di un’opera; in altre civilizzazioni, ove tali critiche dell’arte erano sconosciute, le energie furono riversate unicamente nello sforzo creativo. E questo è proprio il caso dell’antico Egitto, i cui artisti non badavano alle etichette ma alla sostanza delle cose poiché alla base di tutto questo c’era la parola.

Immagine 3. Tutankhamon a caccia di uccelli nella palude (la sconfitta del male), accompagnato dalla moglie, che incarna la Dea. A destra, il faraone, pronto al cammino nell’aldilà, ancora debole sul percorso della rinascita, viene amorevolmente sostenuto e accompagnato dalla moglie, a un tempo vedova umana, regale, e Dea, verso l’ingresso dell’aldilà, per il percorso di rigenerazione; Museo del Cairo (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

PAROLA

Cos’è la parola? Nella nostra mente occidentale purtroppo è sempre di più un vuoto insieme di suoni che trasforma il pensiero in rumore intelligibile; la tendenza è quella di farne un contenitore – dall’aspetto più o meno bello – sempre più inconsistente.

Il piacere edonistico della parola la svuota del suo potere iniziale, simbolico, che rinvia a un più complesso mondo interiore. Il suo valore, sempre nella nostra mentalità, varia molto a seconda del paese, dell’educazione, della cultura locale e dei singoli individui.

Ma anche nei casi migliori, in cui si dia un significato enorme alla parola, esso non si avvicinerà mai al valore che aveva per gli Egizi. In effetti, per il popolo dei faraoni la parola e quanto le era connesso avevano il potere più grande: quello della creazione. Lo stesso demiurgo menfita, Ptah, crea con la parola l’intero universo (“e in principio fu il Verbo” è un concetto egizio).Il nome di una cosa evoca, crea, è la cosa nominata; solo pronunciare il nome di una cosa vuol dire crearla. La vita degli egizi è permeata da questi concetti; concetti che per estensione sono trasposti nell’immagine (che è parola scritta o disegnata) dando un potere creatore tanto alla scrittura geroglifica quanto alle raffigurazioni tombali o templari. Così la scrittura, gli stessi singoli segni geroglifici, erano medw-netjer, “parole divina”. Essi possedevano in sé la forza della parola, erano il seme in cui era racchiusa la piena potenza della creazione. Possederne la chiave voleva dire avere accesso alle più complesse possibilità del mondo divino: la parola, scritta o letta, poteva creare l’offerta del semplice pane per il defunto o la resurrezione e la rinascita alla vita eterna.

Per questo fine nacque e si sviluppò la scrittura, che inizialmente serviva solo per le iscrizioni celebrative. La stretta connessione fra scrittura e immagine è provata dal fatto che in antico egizio, benché il ricchissimo lessico avesse molti vocaboli per entrambe le parole, generalmente si impiegava una sola parola per “scrittura” e “disegno”.

PAROLA E “ARTE”

Una logica estensione di queste idee è l’applicazione della parola, del segno scritto, all’arte. In realtà gli stessi geroglifici sono nati prima come disegni che come sistema scrittorio; il nucleo era il medesimo: la parola, espressione del pensiero creatore, si fa tangibile nei tratti del disegno, del rilievo, della scultura (che è disegno tridimensionale); e quando nascono le prime immagini, le più antiche rappresentazioni (su graffiti rupestri, pitture vascolari, palette, placche, o come decorazioni di utensili, tombe o tessuti), esse sono già espressione di racconto, di parola figurata, di magica realizzazione dell’eternizzare l’evento compiuto e commemorato.

Pertanto, pittura e scultura avevano significato solo rispetto alla magia religiosa, non per sé stesse. Lo scultore si chiamava: “colui che provoca la vita”, e la scultura era “dare la nascita”. Le immagini non erano mere copie della vita, ma erano imbevute di vita, preservavano l’esistenza della persona, della cosa o dell’azione per un periodo senza fine.

Se la mummia era danneggiata o persa il suo ka (il doppio spirituale, l’energia della vita, l’energia cosmica che legava ai ka del passato, presente e futuro) poteva trovare rifugio nella statua.

Le statue poste nei templi come offerte votive servivano affinché il donatore potesse partecipare ai rituali di donazione di vita. Le pitture tombali servivano a perpetuare le proprietà del defunto per l’eternità. Ciò che gli Occidentali di oggi chiamano simbolo era per gli Egizi realtà.

SCELTE STILISTICHE E DIVINA PERFEZIONE

Le immagini divine contenevano in sé il potere della realtà. Erano condizionate da questa filosofia anche le scelte stilistiche; la loro ragion d’essere risiede nella filosofia artistica egizia legata alla religione: la statua nasce dal dialogo dell’uomo con l’aldilà; è ricettacolo dell’anima divina quando si tratti della statua di divinità, sostituto del corpo ove sia destinato a ricevere l’anima del defunto in caso di deterioramento del vero corpo mummificato e, come quest’ultimo, la statua veniva “svegliata” con il rituale dell’Apertura della Bocca; inoltre, nel conservare la staticità del blocco originale da cui la statua è ricavata si attribuiscono al soggetto riprodotto le qualità del blocco stesso, di eternità e staticità. Il geroglifico, che è insieme disegno, rilievo e pittura, integra sempre la composizione: la scrittura e l’immagine si completano a vicenda per consentire a quella che noi chiamiamo arte di svolgere la funzione, magica, che gli egiziani le attribuivano.

Quanto all’evoluzione stilistica, che si parli di templi grandiosi o di umili tombe rupestri, di palazzi reali, di statue orgogliose o di dipinti policromi, tutto ciò che oggi possiamo osservare dell’antico Egitto ci parla di una civiltà in cui, al di là degli indissolubili legami con la magia religiosa, con la spiritualità, la ricerca del bello si accompagnò sempre ad una ricerca dell’armonia e delle regole auree che a quell’armonia portavano. L’apparente immobilismo dell’arte egizia deriva in parte dall’uso del canone, ossia lo schema fisso utilizzato per ottenere le armoniche proporzioni di figure umane, tanto nelle statue quanto nelle pitture o nel rilievo. Similmente si osserva nell’architettura la medesima ripetizione di schemi, elementi, decorazioni. Questo perché all’inizio dei tempi il mondo, sortito dalla mente e dalla parola degli dei, non poteva che essere perfetto come ogni divina creazione; dunque tale perfezione andava garantita, conservata nei millenni. In questo volume ho volutamente scelto di lasciare spazio alle immagini, circoscrivendo i commenti delle mia mente occidentale, per fornire una semplice guida ai lettori; ho scelto di lasciar parlare gli Egizi, con le loro opere, con le loro idee. Bisognerà, per comprendere quell’antico mondo, abbandonare le proprie idee preconcette, il proprio senso critico da Occidentali, e lasciarli andare, svuotare la mente permettendo all’arte egizia, allo spirito dei faraoni, di penetrare in noi senza preconcetti, in un’anima tornata vergine; permettere alle opere di parlarci con le loro forme, con i loro colori, perché quei medw-netjer, quelle parole divine trasposte in arte possano ancora essere accolte in noi e trasmetterci un messaggio che viene dall’eternità dello spirito umano e, chissà, forse divino.

Amuleti, Oggetti rituali

L’AMULETO DELLE DUE DITA

A cura di Stefano Argelli

Nell’enorme varietà di amuleti utilizzati dagli Egizi, da tempo mi aveva incuriosito quello delle due dita, poco conosciuto e poco pubblicato nel nostro gruppo.(ne avevo pubblicato un esemplare tempo fa in ossidiana, con qualche informazione su questo bellissimo materiale.).

L’amuleto “a due dita” mostra l’indice e il medio, con le unghie e le articolazioni chiaramente indicate. Sono stati posti sulla mummia vicino all’incisione mediantela quale sono stati rimossi gli organi interni prima dell’imbalsamazione. Ciò potrebbe suggerire che l’amuleto avesse lo scopo di riaffermare il processo di imbalsamazione, le dita rappresentano quelle di Anubi, il dio dell’imbalsamazione. Tuttavia, l’amuleto avrebbe potuto anche essere destinato a “trattenere” l’incisione sigillata, per impedire l’ingresso di forze maligne nel corpo, come le placche a volte poste sopra la ferita.
A differenza di questo esempio di vetro, gli amuleti “a due dita” erano solitamente realizzati con una pietra dura scura come basalto, ossidiana (vetro vulcanico) o steatite. Il nero era associato agli Inferi. Le pietre nere venivano spesso utilizzate per realizzare statue di Osiride e per sarcofagi e altri oggetti che dovevano essere collocati all’interno delle tombe. Dei diversi tipi di amuleti posti sulla mummia, l’amuleto “a due dita” era un arrivo tardivo, evidente per la prima volta solo dopo il 600 a.C circa.

Fonte: metmuseum.org – In vetro periodo tardo, dinastia 26-30, 664-332 a.C. – Mis: 8,2×2,8 sp1 cm.

Utilizzato dal periodo tardo; circa dal 600a.C, ma cercando nel web ne risulta anche un esemplare risalente alla XVIII dinastia 🤫. Ma la maggioranza dei reperti, sembra confermare la datazione tarda.

A volte gli amuleti erano dorati e su questo esempio sono presenti deboli tracce di doratura.

Per quanto riguarda il significato di questo amuleto non c’è molta chiarezza, aspetto anche vostri gentili chiarimenti 😉.

Una prima versione è che questo amuleto fosse destinato a rappresentare le due dita, l’indice e il medio, che il dio Horus usò nell’aiutare suo padre Osiride su per la scala del paradiso.

Secondo un’altra versione rievocava anche il rituale dell’apertura della bocca, con l’aiuto di diversi strumenti e di due dita, l’indice e il medio.

Un’altra versione del significato la troverete nelle foto del post.

Concludo con il colore dell’amuleto che era quasi sempre di colore scuro o nero a volte anche con doratura superficiale.

Nell’antico Egitto, il colore (Iwen) era parte integrante di ogni aspetto della vita quotidiana. Era, infatti, un indizio della sostanza di ogni cosa o del significato di una questione.

Il nero (km) simboleggiava l’Egitto stesso, in quanto ricordava il colore del limo del Nilo: infatti, per indicare la regione, spesso si utilizzava il termine Kemet, ovvero “terra nera”. Era inoltre collegato ai concetti di rigenerazione e fertilità, ma anche alla notte e al mondo dell’Oltretomba: per questo motivo le divinità connesse a questa accezione venivano dipinte con il nero.

Fonti: aton.ra.com, cultorweb.com, google.com

Immagini

IL TEMPO CHE FU

Raccolta di immagini antiche a cura di Enzo Marchese

Vita quotidiana

IL POLLO NELL’ANTICO EGITTO

A cura di Franca Loi

Nel 1913 Peters era dell’avviso che né l’antico Egitto né l’Egitto dei Tolomei ebbero la fortuna di conoscere il pollo. Coltherd, nel 1965, raccoglieva in un esauriente articolo tutto ciò che nel frattempo l’archeologia era andata lentamente raggranellando, offrendo un panorama meno lacunoso di quello di Peters.

Senz’altro lungo la valle del Nilo i polli si stanziarono definitivamente sotto l’influenza greca e persiana. La loro presenza in Egitto e a Creta molti secoli prima di quest’influsso, fu solo espressione di un commercio di creature esotiche e non di un allevamento locale. Lowe fissò la sua attenzione su un sigillo in steatite di Creta, datato 1500 aC, in cui è chiaramente rappresentato un gallo domestico.

Creta – il cui centro attualmente più popoloso è Iráklion, che i Veneziani nel XIII sec. italianizzarono dall’arabo in Candia – è un’isola dalla felice posizione geografica: infatti sbarrando a sud il Mare Egeo, era tappa obbligata delle principali rotte commerciali mediterranee. Ciò favorì senza dubbio le sue relazioni con aree culturalmente più progredite, contribuendo fin da età antichissima al sorgere di una raffinata civiltà che, nella sua fase finale, molto influì anche sull’affinamento culturale dei suoi conquistatori provenienti dal continente greco. Nel 3° millennio aC, come ha chiarito la moderna ricerca archeologica, Creta era già un’importante potenza marittima, interessata ai mercati egiziani ed egeo-anatolici attraverso una fitta rete di traffici commerciali.

In Egitto è stata rinvenuta un’evidente e sicura raffigurazione di pollo in un graffito eseguito su blocchi di pietra di un tempio a Medamoud – presso Tebe, 1840 aC – i quali recano il nome di Sesostri III (1878-1840 aC), della XII dinastia. Ciò è reso oltretutto plausibile dal fatto che intorno al 1850 aC l’Egitto era collegato alla Mesopotamia e all’India da importanti scambi di import-export.

A questo documento di Medamoud segue un periodo di silenzio, fino all’emergere del genio militare di Tutmosi III (1490-1436 aC) della XVIII dinastia, che allargò i confini dell’Egitto sino all’Eufrate e giù fino alla quarta cateratta del Nilo (deserto di Nubia in Sudan – lat 18° 49’ N – long 32° 10’ E).

La spiegazione di un così lungo silenzio può essere facilmente ricondotta all’invasione dell’Egitto da parte degli Hyksos con interruzione dei normali scambi commerciali. Tutmosi III riceveva un’infinita quantità di tributi da tutti i Paesi sottomessi nonché da alcuni Paesi al di fuori della sua portata, come Assiria e Babilonia.

Negli Annali Reali incisi sulla pietra delle mura del Grande Tempio di Karnak, nella sezione che racconta il passaggio dell’Eufrate da parte delle truppe egiziane, sta scritta una frase, incompleta e ricostruita dagli specialisti, che dice:

quattro uccelli di questa terra; essi [depongono] ogni giorno“.

Dagli Annali Reali del Grande tempio di Karnak: 4 uccelli di questa terra; essi … ogni giorno.
(da The domestic fowl in ancient Egypt – J.B. Coltherd, Ibis 108, 1966)

Sfortunatamente manca il resto della frase, dalla quale sarebbe possibile sapere quale fosse la patria d’origine degli uccelli. Ma gli studiosi sono dell’avviso che si trovasse fra Siria e Babilonia: Arapha (Kirkuk) a est del Tigri.

E non lontano da Arapha sono stati rinvenuti sigilli provenienti da Mohenjo-Daro e da Harappa, e di converso oggetti sumerici sono stati trovati nella Valle dell’Indo. Tutto ciò depone per i già citati scambi commerciali che si svolgevano preferibilmente via mare – ma anche via terra seppure più pericolosi – fra Valle dell’Indo e Mesopotamia, dai quali hanno tratto profitto un po’ tutti i popoli occidentali.

Di maggiore importanza sono tre documenti pittorici, tutti sicuramente datati e raffiguranti un pollo senza dubbio alcuno: la testa di un gallo domestico in un murale della tomba di Rekhmara – Tebe, 1450 aC – ministro di Tutmosi III. Il murale, rapidamente deterioratosi, raffigurava una processione di 50 persone appartenenti a razze diverse che recavano al Faraone un tributo costituito da scimmie, leoni, leopardi, giraffe e antilopi, e tra tutti questi animali si trovava l’immagine dorata della testa di un gallo. Secondo Crawford la sua cresta è del tipo a pisello in un soggetto eterozigote e i tratti della faccia sono molto simili a quelli degli attuali ceppi Asiatici.

Raffigurazione del pollo nell’antico Egitto
Sx: Testa di gallo domestico della tomba di Rekhmara a Tebe (1450 aC)
Dx: Gallo domestico dipinto su òstrakon della tomba di Tutankamen (1338 aC)

Crawford afferma giustamente che, se questa sua interpretazione è corretta, allora la mutazione cresta a pisello deve essere parecchio antica, e che le caratteristiche degli Asiatici debbono essersi sviluppate ben presto, molto presto, appena dopo l’addomesticamento del Gallo della giungla. Ecco le sue precise parole:

«If this interpretation is correct, then the pea comb mutation must be a very ancient one, and Asiatic breed characteristics must have developed soon after domestication of junglefowl.» (Poultry Breeding and Genetics, pag. 12)

Questo punto di vista di Crawford non fa altro che rincuorare coloro che stanno bivaccando in parete, in attesa che si verifichi il tanto sospirato disgelo del mondo scientifico il quale, un giorno o l’altro, si deciderà ad ammettere l’origine polifiletica delle nostre razze domestiche.

L’altro dipinto è anch’esso un gallo domestico su òstrakon proveniente dalla tomba di Tutankamen, e forse contemporaneo al funerale del Faraone avvenuto nel 1338 aC, molto somigliante al Gallus gallus; il terzo reperto consiste in una coppa d’argento del regno di Seti II (1200-1194 aC) con incisa la figura di un gallo domestico del tutto simile a quello dell’ostrakon.

L’ostracon della tomba di Tutankhamon (1338 a.C.)
Particolare della coppa d’argento del regno di Seti II (1200-1194 aC)
rinvenuta a Tell Basta – circa 80 km a NE del Cairo

Gli esperti sono dell’avviso che la scena è ambientata ai margini del deserto: il gallo – con le caratteristiche fenotipiche del Gallus gallus – sta in piedi presso una palma ed è in compagnia di due suoi pulciotti che si trovano alle sue spalle, ma uno solo è visibile nella foto.

Gli esperti sono dell’avviso che la scena è ambientata ai margini del deserto: il gallo – con le caratteristiche fenotipiche del Gallus gallus – sta in piedi presso una palma ed è in compagnia di due suoi pulciotti che si trovano alle sue spalle, ma uno solo è visibile nella foto.

I cinque secoli che separano la morte di Seti II dalla XXVI dinastia dei Saiti – iniziata nel 663 aC – furono gravati da un declino politico e commerciale e, per la mancanza di tracce di pollo in questo lasso di tempo, si può supporre che l’allevamento non si svolse in modo regolare. Tutti i reperti archeologici che abbiamo appena citato possono attualmente essere interpretati come dovuti a scambi di prodotti commerciali esotici.

Non v’è dubbio che polli del Sudest Asiatico e del Subcontinente Indiano, sia domestici che selvatici, facessero parte integrante degli scambi commerciali con l’area mediterranea. Quando l’Egitto conobbe il declino politico e la recessione economica, per l’arco di cinque secoli non lasciò tracce di polli, che solo nel 600 aC riapparvero negli scritti e nei dipinti giunti sino a noi.

Quando verso la fine del 1200 aC gli Ebrei guidati da Mosè lasciarono l’Egitto per la Terra Promessa, gli Egizi avevano polli addomesticati, in parte rappresentati da combattenti, mentre i figli d’Israele durante la peregrinazione nel deserto e anche più tardi non li possedevano, come non possedevano api.

È interessante approfondire un brano della storia egizia ed ebraica: Il primo re egiziano che la Bibbia chiama col suo nome è Sheshonq I della XXII dinastia – seconda metà del X secolo aC – quando: “Nel quinto anno del regno di Roboamo [intorno al 925 aC], Shishaq [= Sesac = Sheshonq I], re d’Egitto, salì a Gerusalemme, prese i tesori della casa di Jahvè e i tesori del palazzo del re: prese tutto. Prese tutti gli scudi d’oro che Salomone aveva fatti.” (I Re, 14: 25-26)Fu una vittoria molto lucrativa, tant’è che per quasi due secoli l’Egitto visse col bottino della Palestina. A partire dal secolo VIII aC, di fronte alla minaccia ogni giorno crescente dei re d’Assiria e di Babilonia, i re di Giuda e d’Israele si rivolgono all’Egitto e pongono la loro fiducia nei Faraoni. Ma anche la stabilità politica ed economica dell’Egitto vacilla e non è possibile ai Faraoni offrire sufficiente protezione ai popoli simpatizzanti. Intervengono Shabaka e Taharqa a fondare, intorno al 700 aC, la XXV dinastia (secondo altri studiosi fondata da Piankhi) e a risollevare temporaneamente le sorti della nazione. Si pensa che fu Taharqa a favorire l’avicoltura, che si trasformò in fonte di reddito nazionale. A questo periodo risalgono i famosi megaincubatoi.

Raffigurazione di gallo domestico su papiro del periodo Tolemaico
databile intorno al III secolo aC.
Le caratteristiche fenotipiche di questo gallo rispecchiano ancora quelle del Gallus gallus dei reperti di un millennio prima, per cui si può presumere che nel III sec. aC in Egitto non fosse ancora presente qualche strano e accattivante fenotipo, come il collo nudo, capace di attrarre l’attenzione e l’estro dei disegnatori. Salvo che qualche nuovo reperto archeologico smentisca presto o tardi questa ipotesi. 

Coltherd è più dell’avviso che i primi veri tentativi di un allevamento intensivo del pollo nella Valle del Nilo vadano datati ai tempi dei Saiti (quando Sais, situata sul ramo di Rosetta del Delta del Nilo, fu capitale del regno dal 663 al 525 aC durante la XXVI dinastia, detta appunto saita o saitica) o, più probabilmente, che vadano datati ai tempi dei Tolomei. Gli stretti legami tra Grecia ed Egitto durante la XXVI dinastia (663-525) rendono in parte ragione della frequenza del gallo nell’arte del delta del Nilo.

Un piccolo sigillo in diaspro del VII secolo aC proveniente da Tharros, nel golfo di Oristano, porta incise due figure di uomini in abbigliamento egiziano, con una pianta di loto e un gallo; il gallo fu il soggetto favorito dagli artisti in terrecotte sia Greci che Fenici operanti nella zona del Delta intorno al 500 aC.

Fonte:

SUMMA Gallicana Volume 1-VIII.2.3.

Abiti, Vita quotidiana

I SANDALI DEI CORREDI FUNERARI

A cura di Luisa Bovitutti

Visto che avete apprezzato i sandali delle tre spose di Tuthmosis III proposti da Grazia, ecco qui altri esemplari analoghi, trovati ai piedi di mummie eccellenti; essi riproducono quelli effettivamente utilizzati nella vita di tutti i giorni ed erano realizzati perché il defunto potesse averli nell’aldilà.

Questi che vedete erano riservati ad un sovrano, perché avevano la punta girata in su, e più precisamente quelli con il fiocchetto appartennero a Tutankhamon, quelli con la tomaia che copre il collo del piede a Psusennes I della XXI dinastia, i più semplici a Shoshenk II della XXII dinastia.

Si trovano tutti al Cairo

FONTI:

Abiti, Vita quotidiana

LE CALZATURE

A cura di Grazia Musso

Le calzature avevano per gli egizi un significato speciale.

Il materiale di cui erano fatte le calzature indicava la ricchezza del proprietario.

I sandali erano conosciuti già dall’Antico Regno, ma vennero usati soprattutto a partire dal Nuovo Regno.

Il disegno era semplice, con la pianta piana più una lista che usciva tra le dita e altre due collocate attorno alla caviglia.la maggior parte delle persone fabbrica a da sé le proprie calzature.

I sandali degli alti funzionari erano fatti di cuoio, la suola aveva due liste che uscivano dalla caviglia e si univa o sul collo del piede con un’altra che passava tra le dita.

I sandali di cuoio sono documentati già dall’antica Regno, ma solo per gente agiata, poiché non era un materiale comune.

Le rive del Nilo erano ricche di giunchi e di piante che costituivano la base della fabbricazione dei mobili e delle calzature.

Le persone meno abbienti fabbricavano i propri sandali con liste fatte di papiro e di paglia: partendo da strisce intrecciate e da giunchi realizzavano le calzature.

Nel corredo funerario di ogni egizio erano presenti vesti e calzature.

I faraoni, nel loro corredo funerario, avevano sandali d’oro, che erano rituali, e di cuoio, con i nove archi dipinti sulla suola come simbolo di potere.

A partire dal Periodo Tolemaico per il defunto venivano raffigurati sandali dorati ai piedi del sarcofago.

Fonte: EGITTO, cibo e vestiti – De Agostini – pag 45

Cose meravigliose, Tanis

IL PETTORALE CON SCARABEO ALATO DI SHESHONQ II

A cura di Andrea Petta

Oro, pasta vitrea e pietre dure; 16.5 x 18 cm, Museo Egizio del Cairo JE 72170

Questo pettorale, che ricorda la forma di un naos o di un piccolo tempio, è formato da una spessa lamina d’oro con un castone al centro che ospita uno scarabeo in pietra dura, di colore verde a sottolineare il significato di rinascita.

Intorno ad esso, sulla parte frontale sono cesellate due ali piumate sorrette da Iside (a destra) e Nephti (a sinistra).Lo scarabeo “spinge” davanti a sé un cartiglio con il prenomen di Sheshonq II (Hekakheperre Setepenre) verso un disco solare alato con due urei, e trascina con le zampe posteriori un secondo cartiglio con il nomen (Sheshonq Meriamon).

Il pettorale sulla mummia, subito sotto il pettorale a forma di avvoltoio che abbiamo già visto

Questa scena centrale è inserita all’interno di una cornice formata dall’alternanza di riquadri d’oro e pasta vitrea scura, al di sopra della quale un cornicione a cavetto è decorato con la figura di un secondo disco solare alato simile al primo.

La parte posteriore della placca è completamente d’oro ed è incisa con la stessa decorazione visibile sulla parte anteriore dell’amuleto.

Il pettorale è agganciato ad una collana d’oro per mezzo di due anelli fissati sul retro della cornice superiore.

Le figure in oro delle due dee Iside e Nephti, il disco solare e i cartigli sono stati realizzati separatamente e saldati alla piastra. La decorazione è stata eseguita con la tecnica del cloisonné egiziano, con sottili fili d’oro che formano piccole “celle”, riempite con pasta vitrea verde scuro, per creare le ali piumate dello scarabeo e dei due dischi solari.

Nephti e Iside (particolare)

Sulla base dello scarabeo è inciso il capitolo 30B del Libro dei Morti in cui il defunto spera che il suo cuore non testimonierà contro di lui durante il giudizio finale alla presenza di Osiride.

Parole dette dal re Osiride Sheshonq, amato da Amon: “Oh mio cuore, cuore di mia madre (bis), cuore delle mie trasformazioni, non insorgere contro di me come testimone. Non sopraffarmi nel tribunale divino. Non essere separato da me di fronte alla bilancia (nota: riferimento alla psicostasia). Tu sei il mio Ka che è nel mio grembo; il Khnum che ha reso il mio corpo completo. Possa tu arrivare al bene dove ci dirigiamo. Assicuriamoci che il nostro nome non sia sgradito (letteralmente: non puzzi di pesce) a corte. Le azioni degli uomini sono ricchezza. Se doniamo del bene, ci sarà del bene per chi ascolta e gioia per i giudici. Non ricordare i miei inganni e sarai esaltato, sarai trionfante” (traduzione di Pierre Montet).

Il retro del pettorale con il testo inciso sullo scarabeo nella foto originale di Montet

La base del pettorale, formata da una seconda lamina incernierata alla prima, è decorata con nove nodi di Iside “tyet” (vita) e nove pilastri di Osiride “djed” (stabilità) alternati.

Fonti:

  • Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951)
  • Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
  • Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987
  • Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti
Cose meravigliose, Tanis

IL BRACCIALE CON SCARABEO DI SHESHONQ II

A cura di Andrea Petta

Oro, lapislazzuli e pasta vitrea, diametro esterno 6,7 cm, Museo Egizio del Cairo JE 72189

La mummia di Shehshonq II indossava sette magnifici bracciali, tre al braccio destro e quattro al braccio sinistro. Il loro valore simbolico è particolarmente importante, legato a garantire l’immortalità del defunto (abbiamo già visto quelli con l’udjat).

Uno dei più rilevanti è questo bracciale in oro massiccio con scarabeo in lapislazzuli.

Il corpo del bracciale è realizzato piatto all’interno e leggermente bombato all’esterno: raffigura un gambo di papiro che termina con due corolle aperte, cesellate ed intarsiate con pasta vitrea nera, blu e rossa. Le sommità piatte delle corolle racchiudono un magnifico scarabeo in lapislazzuli, incastonato in una struttura a “nido d’ape” in oro ornata da un doppio motivo a treccia che ruota su un perno fissato alle due corolle.

La lavorazione dello scarabeo è stata effettuata con notevole precisione e maestria.

Come sappiamo, la simbologia dello scarabeo, legato al divenire ed alla eterna rinascita del sole al mattino, era particolarmente importante nelle pratiche funerarie egizie

Fonti:

  • Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951)
  • Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
  • Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987
  • Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti