Mai cosa simile fu fatta

TESORI DEL DESERTO

Di Patrizia Burlini

Nella seconda uscita della rubrica MAI COSA SIMILE FU FATTA, abbiamo letto che il deserto del Sahara era un tempo un magnifico Eden, ricco di vegetazione e laghi. Studi pluridisciplinari hanno potuto confermare che l’area era molto diversa da come appare oggi.

Il progetto archeologico NKOS (North Kharga Oasis Survey), co-diretto da Salima Ikram e Corinna Rossi, dell’Università Americana del Cairo, studia evidenti resti archeologici nell’area settentrionale dell’Oasi di Kharga, che si trova a circa 175 km a ovest di Luxor nel deserto occidentale dell’Egitto.

Nell’ambito di questo progetto, nel 2007 sono state scoperte alcune cave di frantumazione della pietra.

Seguendo un percorso costellato di selce grezza su una terrazza alluvionale del Pleistocene diretta verso la scarpata nord della depressione di Kharga, Per Storemyr è riuscito a scoprire la cava.

Alla ricerca della cava perduta

“Improvvisamente mi sono ritrovato in una meravigliosa cava di pietra frantumata – in arenaria silicificata – piena di smerigliatrici inferiori ovali e pietre da tenere in mano – così come frammenti delle nostre care pietre di selce a martello che erano state usate come strumenti!”

Una raccolta di mole superiori ed inferiori presso il sito Umm el-Dabadib a Kharga, appartenenti probabilmente al primo -medio Olocene

La cava sembra piccola, ma mostra segni di lavoro organizzato e potrebbe aver prodotto fino a 10.000 mole, probabilmente nella “fase umida” dell’Olocene, anche se non si può escludere una data successiva.

Un’immagine della cava.

“Le mole nel deserto occidentale dell’Egitto sono normalmente costituite da una pietra inferiore ovale e piatta e da una pietra superiore tondeggiante piuttosto piccola, che può essere spostata con una o due mani – per macinare materiale vegetale, inclusi tuberi e grano selvatico o domestico, ma anche pigmenti minerali.”

Circa 3 km a sud della cava, ecco un’area per gli accampamenti ed arte rupestre, lungo un’importante strada nel deserto (Darb Ain Amur)

Fonti e Link per approfondimento

https://academia.edu/resource/work/8532725

https://per-storemyr.net/…/ten-quarries-of-ancient…/

https://www1.aucegypt.edu/…/northkhargaoasissu…/home.htm

Foto: Per Storemyr

Mai cosa simile fu fatta

L’OASI DI FARAFRA

Di Grazia Musso

Nel 1986 Barbara E. Barich del Dipartimento di Scienze dell’antichità della Sapienza di Roma, ha avviato un progetto di ricerche preistoriche nell’Oasi di Farafra, nel Deserto Occidentale dell’Egitto.

Il progetto è attualmente co-diretto dalla stessa Barbara E. Barich e da Giuliano Lucarini dell’Università da Cambridge, UK, ed è organizzato nell’ambito dell’ISMEO con finanziamenti del MAE e dell’Università di Cambridge.

Farafra, con Bahariya, Dakhla e Kharga , è una delle oasi del Deserto Occidentale Egiziano.

Le 20 missioni a Farafra hanno studiato la trasformazione da un modello di caccia-raccolta verso prime forme di agricoltura, orticoltura e di domesticazione da parte delle società nilotiche durante le fasi culturali di Badari e Naqada ( V – IV Millennio a. C.)

Tra il VII e il VI millennio a. C. si formò nel Deserto Occidentale una vera cultura delle Oasi, di cui Farafra restituisce oggi lo scenario più completo e articolato.

I villaggi di Hidden Valley e di Sheikh el Obeiyid testimoniano la nascita di una cultura neolitica caratterizzata dal passaggio da un insediamento semi-sedentario al villaggio, in cui emerge una maggiore complessità sociale unitamente ad una tecnologia di lavorazione della pietra di standard elevato

Nascono le prime forme di allevamento delle capre, importate verso la fine del VII Millennio a. C. dal vicino Oriente, che integrano la raccolta intensiva delle graminacee spontanee che crescevano localmente, tra cui il sorgo.

In questo contesto, con le prime forme di agricoltura e allevamento, le incisioni e le pitture parietali della grotta di Wadi el Obeiyid, a soli due chilometri a nord del villaggio di Hidden Valley., testimoniano il mondo simbolico degli abitanti neolitico di Farafra.

Questa grotta rappresenta un significativo luogo rituale e di culto per i gruppi che transitavano nell’area .

In breve, la regione di Farafra si delinea come sede di un processo prevalentemente autonomo di attività agro-pastorali che nel corso delle fasi più aride dell’Olocene ( 5200 a. C.), vennero trasferite alla Valle del Nilo, influenzando così lo sviluppo delle successive culture neolitiche pre-Dinastiche.

https://www.ismeo.eu/…/missione-archeologica-italiana…/

C'era una volta l'Egitto

L’EGITTO PREISTORICO

Di Piero Cargnino

INTRODUZIONE

C’era una volta l’Egitto, o meglio, l’Egitto c’è ancora, ci mancherebbe, ma non è di quello attuale che voglio parlare ma di quello che non c’è più, l’Egitto che nasce dalla preistoria e via via si sviluppa fino a diventare quella meravigliosa civiltà che noi oggi, in parte, conosciamo. L’Egitto dei Faraoni, dei grandi templi, delle piramidi. In altri articoli sto trattando il periodo delle piramidi ma da parecchi amici mi è stato chiesto di parlare della nascita della civiltà egizia. “Nulla è più difficile per uno storico tracciare il graduale sorgere di una civiltà” ebbe a scrivere l’egittologo Alan Gardiner nella sua opera “La civiltà egizia”. Se lo era per lui immaginatevi per me, e la cosa è ovvia in quanto mancano testimonianze, tanto meno scritte, che possano aiutarci e quelle poche che sono giunte sino a noi vanno interpretate con cautela cercando di carpire quel poco di verità che si nasconde nei miti e nelle leggende.

Certo che i fatti risalenti ai primordi della civiltà egizia spesso vengono un po’ trascurati, vuoi per la scarsità di informazioni, vuoi perché sono meno appariscenti ed avvincenti, di conseguenza attirano meno l’attenzione dei lettori ma anche perché il loro studio, e la conseguente divulgazione, rischia di annoiare i meno appassionati. Personalmente lo studio dell’antichità egizia mi ha sempre affascinato, forse più delle epoche successive, trovo sia un periodo molto avvincente durante il quale, con alterne vicende, sorge l’uomo che in futuro andrà a formare quello che sarà il Regno delle Due Terre.

Mi immergo dunque in questo viaggio per raccontarvi la storia egizia dalle origini, di conseguenza approfondirò lo studio delle varie fonti disponibili, opera di tanti studiosi che hanno dedicato la loro vita alla scoperta di questa civiltà. Non sarà un viaggio facile, viaggeremo nel tempo e nello spazio attraverso i meravigliosi deserti e le lussureggianti valli, sarà un percorso affascinante. Iniziamo quindi dalla lontanissima preistoria. Cercherò di condensare millenni di storia in un tracciato che segua le origini della presenza umana in quella zona dell’Africa del nord, il grande deserto del Sahara, in modo particolare la parte orientale dove sorgerà poi la fantastica civiltà egizia.

Come in ogni introduzione che si rispetti è per me doveroso rivolgere un ringraziamento al Prof. Maurizio Damiano, egittologo, storico e accademico italiano, per la consulenza, soprattutto fotografica che gentilmente mi ha fornito, fonte più autorevole non avrei potuto trovare.

L’EGITTO PREISTORICO

Iniziamo dapprima a parlare della zona che ci interessa, non l’Egitto, che è ancora lungi dal divenire, ma l’intero nord Africa, nella fattispecie il grande deserto del Sahara, 9,2 milioni di chilometri quadrati di sabbia.

Non solo le foto satellitari ne mettono in evidenza l’estensione ma addirittura dalla sonda in orbita attorno alla Luna, il Lunar Reconnaissance Orbiter, è evidente la sua vastità.

Come evidenziato nelle foto oggi si tratta di un immenso mare di sabbia cotta dal sole. Ma non fu sempre così, nel susseguirsi delle ere geologiche che hanno caratterizzato la nostra Terra ci fu un tempo in cui il Sahara non era un deserto, intorno ai 30-40.000 anni fa il territorio era una savana feconda, con le sue montagne coperte di foreste, fiumi, laghi, una vegetazione rigogliosa ed una fauna ricca di varietà, abbondante quindi la cacciagione che forniva la seconda fonte di sostentamento agli uomini nel Paleolitico.

I pochi abitanti che si aggiravano in quel magnifico paesaggio erano dapprima gli Homo abilis, umani preistorici che, a differenza degli altri “ominidi”  (esseri umani ma anche scimmie antropomorfe, scimpanzé, oranghi e gorilla) erano già in grado di costruire utensili coi quali cacciare, erano i primi cacciatori-raccoglitori, non ancora stanziali ma dediti al nomadismo. Arriviamo dunque al neolitico, è il momento in cui l’uomo non è più in balia della natura ma inizia a forzarla, piegandola alle proprie esigenze.

Questo è il periodo in cui l’Homo erectus inizia ad evolversi, compare l’Homo sapiens che dispone di un cervello più sviluppato, apprende ad addomesticare gli animali e a coltivare la terra aumentando le proprie risorse. Impara a lavorare i metalli, inventa l’arco che gli permette di cacciare specie prima irraggiungibili. Nascono i primi nuclei abitativi che ingrandendosi via via diventano villaggi, che si evolveranno nelle future città. Dovrà però ancora passare molto tempo prima che si formi una civiltà che sappia dare la propria impronta.

Esistono numerose pitture e incisioni rupestri risalenti alla preistoria che forniscono interessanti testimonianze sulla fauna e sulle genti che un tempo stanziavano in quei luoghi. Sono stati anche rinvenuti numerosi oggetti di fattura litica risalenti oltre che al periodo Neolitico anche al Paleolitico Superiore. Grazie alle numerose foto che il Prof. Damiano mi ha messo a disposizione ci si può fare un’idea della situazione di cui stiamo parlando.

Ma tutte queste testimonianze sono tipiche del periodo e non differiscono di molto da quelle riscontrate in Europa o nel resto del mondo, tanto meno risultano tipicamente egizie. Mi spiego, quando si parla di preistoria occorre tener presente che i paleontologi nel definire un periodo paleolitico o neolitico non si riferiscono nella fattispecie a date, anche approssimative, ma a determinati stadi dell’evoluzione umana. Certe opere degli aborigeni dell’Australia centrale possono considerarsi ancora oggi come appartenenti all’età della pietra antica o Paleolitico, i Maori, con una cultura molto superiore, solo due secoli fa si potevano considerare ancora nell’età neolitica.

Le foto ci mostrano i primi manufatti preistorici, i primi rozzi utensili risalenti al Paleolitico Basale dell’Homo abilis per poi evolversi con l’avvento dell’Homo erectus e dell’Homo Sapiens. Possiamo vedere manufatti  in forme amigdaloidi simili a mandorle non ancora perfezionati.


E’ ancora troppo presto per poter parlare di popoli egizi, va tenuto presente che nel periodo in cui il Sahara si presentava come un territorio fertile e ricco, a occidente il percorso del Nilo era di fatto poco abitabile, il fiume, privo di un vero e proprio alveo, scorreva libero in un immenso territorio senza alcun controllo, l’attuale valle non si era ancora formata e le sue piene annuali sommergevano un territorio molto più vasto impedendo di fatto la formazione di stanziamenti fissi, cosa che invece era possibile la dove oggi c’è il deserto.

Nel corso dei millenni le condizioni climatiche nell’Africa del nord mutarono, la dove cresceva rigogliosa la vegetazione, e uomini e animali vivevano nell’abbondanza, iniziò un progressivo ed inarrestabile periodo di siccità, il deserto prese il sopravvento e le popolazioni si dovettero ritirare sempre più verso occidente dove il grande fiume Nilo aveva da tempo iniziato a scavarsi la valle molto più in basso del piano alluvionale di allora trasportando enormi quantità di detriti che andavano via via riempiendo il golfo del Mediterraneo nel quale si formerà in seguito il Grande Delta. Inesorabile il deserto continuava la sua avanzata, ovunque la sabbia rovente cancellava ogni possibilità di vita.

Gli studi condotti da Standford e Arkell sui movimenti geologici dell’intera Valle del Nilo, ma soprattutto nel Delta, portarono a concludere che la maggior parte dei resti del Paleolitico Superiore e del Mesolitico siano rimasti sepolti sotto una spessa coltre di sedimenti mentre più in superficie si trovano selci lavorate, tra queste le cosiddette Sebiliane, dal nome del villaggio di Sebil presso Kom Ombo. Studi condotti presso il Fayyum e nell’oasi di Karga da Thompson e Gardner hanno potuto stabilire che la cultura Sebiliana finì intorno all’8.000 a.C. A quel tempo gran parte dell’Europa era ancora stretta nella morsa dei ghiacci mentre nelle zone già libere scorrazzava l’uomo di Neanderthal le cui condizioni di vita era ancora quelle di cacciatore-raccoglitore.

Nei tratti di deserto che precedono la Valle del Nilo, più precisamente a Kaw el-Kebir, sono stati rinvenuti resti umani fossilizzati i quali inducono a pensare che gli uomini di allora non fossero molto diversi da quelli che abitavano in quei luoghi fino all’epoca dinastica. Gli abitanti, gruppi sparuti riuniti in tribù spesso in conflitto tra di loro per accaparrarsi una parte di territorio ospitale che ormai diventava sempre più piccolo, si vennero a trovare sempre più spesso in contatto. Le rivalità e le scaramucce tra le tribù divengono ormai all’ordine del giorno e mentre il deserto avanza la loro ritirata termina inevitabilmente nell’unica zona divenuta ora abitabile, la Valle del Nilo che ormai scorre nel suo alveo.

Ed è qui che si riscontra il miracolo del Nilo, quello che portò Erodoto ad affermare che “L’Egitto è un dono del Nilo”. Le grandi piogge che ogni anno, per circa sei mesi, si alternano nella foresta tropicale con forti temporali, riversano enormi quantità di acqua nel fiume e nei suoi affluenti. Nel loro percorso “lavano” il sottobosco trasportando con se i resti putrefatti della vegetazione che si sono accumulati durante i sei mesi di siccità. Il Nilo in piena scende impetuoso a valle dove tracima inondando l’intera pianura.

Le piene annuali erano l’elemento più importante in quanto, una volta ritiratesi depositavano sul terreno grandi quantità di  limo che rendeva il terreno sempre più fertile; questo favoriva la coltivazione permettendo di aumentarne la resa.

L’uomo impara a coltivare il terreno, traendo beneficio dalle varie specie di graminacee che sorgono spontaneamente un po’ dovunque, in particolare i cereali che sono commestibili e danno sostentamento. Questo cambiamento nella dieta dell’uomo primitivo ha inizio intorno a 10.000 anni fa ma non avviene in modo repentino, occorreranno molti anni prima di affermarsi in modo definitivo, un periodo di tempo abbastanza lungo dal punto di vista evolutivo durante il quale l’uomo si adegua a passare da una dieta basata su caccia e raccolta ad una dove prevale il contenuto di cereali. Ha così inizio quello stadio evolutivo più avanzato dell’umanità chiamato Neolitico.

Andremo ora a visitare alcune tra le più antiche località, per lo più situate nel nord del paese, località prettamente neolitiche nelle quali non è stata rinvenuta alcuna traccia dell’impiego di metalli.

La più grande è Merimda Beni Salama, un importante insediamento neolitico situato sul margine occidentale del Delta, a circa 60 km a nord-ovest del Cairo. Dal sito di Merimda emergono le prime prove documentate di insediamenti nella Valle del Nilo, nella regione del Delta. I primi abitanti del sito, cacciatori raccoglitori che si erano convertiti ad una vita stanziale, pur continuando a praticare la caccia e la pesca, si erano già adeguati alla coltivazione di colture come l’orzo, il grano e il lino. Con l’addomesticamento degli animali si erano dotati di una fonte di provviste per la sopravvivenza. La vita si svolgeva in semplici capanne costruite con pali coperti di canne. In seguito le costruzioni diventarono più forti, case ovali con muri ricoperti di fango in cui un focolare e una lastra di pietra per macinare il grano erano le caratteristiche principali.

Durante gli scavi di H. Junker dal 1928 al 1939 e di un’altra squadra tedesca negli anni ’80, è emerso che il sito è costituito da cinque livelli, che mostrano tre fasi di occupazione databili dal 5000 al 4000 circa a.C. 

Il primo livello è caratterizzato da una vasta gamma di ceramiche non temprate levigate e lucidate, a volte decorate con un design a spina di pesce. 

Il secondo livello rivela strutture più complesse di legno e basalto, ceramiche temprate a paglia e molte sepolture. Gli strumenti utilizzati erano di selce lavorata a mano ed inserita in manici di legno, venivano utilizzati anche ossa animali e avorio.

Il terzo livello consisteva in un grande villaggio di capanne di fango e spazi di lavoro in gruppi organizzati di edifici che erano disposti lungo una serie di strade. Le fasi successive suggeriscono che la popolazione consistesse di gruppi familiari economicamente indipendenti in una vita di villaggio formalizzata. Tra le case c’erano molte tombe a pozzo ovali poco profonde in cui il defunto era sepolto su una stuoia di cannucce e rivolto verso est, ma con pochissimi resti di beni tombali. La maggior parte delle sepolture trovate tra le case dell’insediamento contenevano corpi di bambini o adolescenti, la mortalità infantile doveva raggiungere livelli oggi impensabili; mentre si pensa che la popolazione adulta venisse sepolta altrove in cimiteri ancora sconosciuti. Troviamo altre tracce archeologiche di insediamenti neolitici, cronologicamente corrispondenti a quello di Merimda, nella zona del Fayyum e ad el-Omari presso Heluan, a sud-est del Cairo.

Col tempo gli uomini perfezionano le loro conoscenze in fatto di coltivazioni, soprattutto imparando ad usare in modo corretto l’acqua che il Nilo fornisce in quantità. Si seminava al termine delle inondazioni e conseguentemente si iniziava ad eseguire le prime opere idrauliche per incanalare ed accumulare l’acqua  dosandone la distribuzione al fine di garantire il costante approvvigionamento, sia per l’irrigazione che per il sostentamento umano e per quello del bestiame . In tal modo l’uomo riesce ad aumentarne la resa ottenendo anche più raccolti all’anno.

Questa prima parvenza di benessere portò ad un incremento della popolazione che, come abbiamo detto iniziò a distribuirsi lungo l’intera Valle del Nilo. La Valle del Nilo divenne dunque l’unico spazio vitale verso la prima metà del terzo millennio a.C. favorendo un processo di colonizzazione che vide una progressiva fusione di varie culture che adesso possiamo chiamare “egizie” nonostante le differenze che ancora caratterizzano le varie concentrazioni di popoli ciascuno con la propria cultura.

Abbiamo visitato Merimda ora passiamo ad un altro insediamento che si sviluppò dall’inizio fino ad oltre metà del IV millennio a.C., stiamo parlando della cultura di Maadi il cui nome deriva dal sito archeologico situato a sud-est de il Cairo e più precisamente a Kom el-Khelgan nella provincia di Dakahliya nel Delta nord-orientale.

Gli scavi effettuati anche recentemente hanno portato alla luce un vasto insediamento abitativo con ben due grandi necropoli. Dagli oggetti ritrovati si è riscontrato che la civiltà che vi abitava era già venuta a conoscenza dei metalli, cosa molto significativa, soprattutto per l’epoca, il neolitico. Sono stati rinvenuti piccoli oggetti di rame di uso quotidiano come aghi, lame e asce in luogo degli analoghi attrezzi di osso o di pietra tipici del periodo. La cosa ci induce a pensare che fosse già in atto una sorta di scambi commerciali coi paesi vicini, principalmente Palestina e Mesopotamia. Testimonianza di scambi con la Mesopotamia la riscontriamo nel ritrovamento di alcuni cunei in argilla del tutto simili a quelli usati nello stesso periodo per la decorazione dei santuari a Uruk. Si trovano anche testimonianze di scambi con l’Alto Egitto nelle ceramiche e tavolette di scisto emerse dagli scavi.

Considerando il tutto viene da pensare che Maadi rappresentasse per la sua epoca un punto di incontro per scambi commerciali tra l’Asia anteriore e la valle del Nilo. Tracce della cultura di Maadi sono state rinvenute anche negli scavi a Buto dove si riscontra una cultura corrispondente a quella di Maadi.

Delle oltre 100 sepolture individuate dalla missione egiziana diretta da Sayed el-Talhawy le 68 più antiche risalgono alla cultura neolitica di Buto-Maadi (3900-3500 a.C.).

Il defunto veniva avvolto in stuoie di canne e papiro o pelli animali, adagiato in posa rannicchiata sul fianco sinistro con le mani a coprire il viso, quindi sepolto in buche ovali non molto profonde con alcuni oggetti, principalmente vasi in ceramica per corredo funebre.

Interessante il ritrovamento in una tomba di un vaso sferico contenente i resti di un feto. Le altre sepolture sono più recenti e risalgono al II Periodo Intermedio (1650-1550 circa). Tra le tombe gli archeologi hanno trovato anche forni e strutture in mattoni crudi.

Scendiamo ora più a sud e nel tratto di valle fra Asyut e Akhmim  incontriamo due località poco lontane tra di loro Deir Tasa e Badari. Le culture che ivi stanziarono non si differenziano molto tra di loro se non che mentre quella Tasiana risulta completamente priva di tracce di metalli e la stessa lavorazione dell’argilla, vasi ed altri oggetti è assai più primitiva, quella Badariana presenta una perfezione artigianale mai più eguagliata nella Valle del Nilo.

I vasi si presentano estremamente sottili con una decorazione a linee ondulate in rilievo, cucchiai e pettini d’avorio di una raffinatezza del tutto insolita per il periodo. Il ritrovamento di rame (alcuni grani ed un punteruolo) fanno pensare ad un periodo già successivo al neolitico, il “Calcolitico” (o eneolitico), periodo cioè dove rame e selce furono impiegati contemporaneamente. Non mi dilungherei troppo per non rischiare di tediare il lettore, vorrei solo precisare che sono stati individuati dagli studiosi tre periodi cronologici che si sono susseguiti nel tempo, il Badariano, l’Amratiano e il Gerzeano, periodi che, oltre a riferirsi a tempi diversi sono caratteristici spesso anche di differenti aree di diffusione.

Per quanto riguarda la cronologia questa è assai evidente nella zona di Hammamiya, presso Badari, dove sono stati rinvenuti i tre strati sovrapposti. Gardiner tende a sottolineare che fra i tre periodi non si nota un netto distacco cronologico ma, pur se i mutamenti sono notevoli, si può affermare che c’è stata una continuità dell’evoluzione senza negare che ogni progresso sia stato stimolato da agenti esterni.

A riprova della continuità culturale possiamo citare le ben conosciute tavolette di pietra sedimentaria, scisto, grovacca, ardesia, ecc. usate per la preparazione dei trucchi o semplicemente ad uso votivo (famosa la Tavoletta di Narmer di cui parleremo in seguito).

Fra questi splendidi esemplari, non certo il più bello ma uno dei più significativi è la Tavoletta in ardesia di Tjehnu. Su un lato riporta sette rettangoli con contrafforti che rappresenterebbero altrettante città conquistate, i geroglifici, ancora abbozzati, indicherebbero il nome delle città. Sull’altro lato sono rappresentati buoi, asini e arieti disposti su tre registri mentre nell’ultimo registro compaiono alberi, presumibilmente ulivi con un monogramma che l’egittologo tedesco Kurt Heinrich Sethe interpreta come Tjehnu, paese dei libici Tjehnyu, sicuramente la rappresentazione di un bottino di guerra.

Fonti e bibliografia:

  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia. Là dove nacque l’Egitto”, Archeologia Viva n. 104, Marzo/Aprile 2004
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia, II. Lontani misteri di un deserto”, Archeologia Viva n. 113, Settembre/Ottobre 2005
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961, Einaudi, Torino 1997)
  • Mattia Mancini, Articolo del 27 aprile 2021 su Djed Medo, Blog di egittologia
  • Anna Maria Donadoni Roveri e Francesco Tiradritti, “Kemet, Alle sorgenti del tempo”, Electa, 1998
  • Stephan Seidlmayer, “Egitto, terra dei faraoni”, Könemann Verlagsgesellschaft mbH, Milano, 1999
Mai cosa simile fu fatta

LE PUNTE DI FRECCIA

Di Andrea Petta

Una breve carrellata sulle punte di freccia citate da Grazia Musso nelle origini dell’arte egizia.

Come vedrete, la maggior parte delle punte sono in selce a base concava e sono spesso dette “tipo Fayyum” perché la maggior parte di esse è stata ritrovata in quella zona, che abbiamo già “conosciuto” per i ritratti dell’epoca romana.

La selce, che può sembrare un materiale “povero” rispetto al metallo, ha in realtà una serie di vantaggi:

  • si trovava abbastanza facilmente ed era facile da lavorare
  • era leggera da trasportare
  • la punta si spezzava facilmente a contatto con la preda, causando ferite più gravi

Il bordo laterale di queste punte può essere dritto o arrotondato, indifferentemente, ed è spesso seghettato. Compaiono dall’inizio del Neolitico e dureranno fino al periodo romano per la caccia, mentre per l’uso bellico verranno rimpiazzate dalle punte in metallo.

Alcune sono state ritrovate nel sito predinastico di Ieracompoli, che ci sta illustrando Ivo Prezioso nella sua rubrica dedicata ai siti predinastici.

Una curiosità: le punte di freccia del Museum of Fine Arts di Boston sono state acquistate per il Museo da Lythgoe (per 4 sterline e 12 scellini, nota di cronaca) e provengono da quel Mohamed Mohassib che fu anche il “ricettatore” coinvolto nel Tesoro delle Tre Mogli Straniere di Thutmosis III, abilmente acquistato da Howard Carter.

Punta a base cava. Neolitico 7,000-4,500 BCE. Selce, zona del Fayyum. Ritrovata durante gli scavi della British School of Archaeology in Egitto, 1926. Metropolitan Museum di New York.

Punte con codolo, Neolitico, 5,200-4,000 BCE. Provenienti dalla zona del Fayyum, . Collezione privata.

Punta a base concava, Neolitico, 5,200-4,000 BCE. Selce marrone chiaro; Base profonda con intaglio a U, bordi seghettati, lavorazione su entrambi i lati. Proveniente dalla zona del Fayyum. Museum of Fine Arts di Boston

Punta a base concava, Neolitico, ca 5,000 BCE. Anch’essa proviene dal Fayyum ed è conservata al Museum of Fine Arts di Boston

Punta a base concava, Neolitico, ca 5,000 BCE. Selce marrone chiaro. Anch’essa proviene dal Fayyum ed è conservata al Museum of Fine Arts di Boston

Collezione di punte di freccia provenienti dalla struttura 07 di Ieracompoli. La punta centrale della fila superiore, che misura quasi 10 cm di lunghezza, potrebbe essere una punta di lancia oppure usata a scopi rituali

Punta con codolo del neolitico, circa 5,000-3,900 BCE. Dono personale di Herbert Winlock, che la acquistò nel 1909, al Metropolitan Museum di New York

Selce marrone, periodo predinastico, circa 3,500 BCE. Punta a base concava. Bordo seghettato, l’ala sinistra spezzata in fondo. Proveniente dalla collezione di De Barri Crawshay, proprietario di un’acciaieria gallese del XIX secolo appassionato di oggetti in selce, ora in collezione privata

Punta a base concava. Selce, probabilmente periodo predinastico o tardo neolitico. Questa grossa punta di freccia a base concava è stata accuratamente ritoccata su entrambi i lati e munita di denti affilati lungo i bordi. Queste punte sono caratteristiche soprattutto del Neolitico nella zona del Fayyum (V millennio BCE), ma sono comuni anche nel periodo predinastico (soprattutto il Badariano). Museo Egizio del Cairo

Una raccolta di 34 oggetti in selce del IV millennio BCE comprendente 19 punte di freccia e lancia (lunghezza della più grande: 13 cm). Da una collezione privata svizzera, andati all’asta da Christie’s nel 2015 per 2,000 £

Teologia

LA DEA ANOUKET

Di Francesca Benelli

Dea della prima cataratta: da Elefantina al Louvre Questa graziosa testina di terracotta blu, sebbene assomigli fortemente a una rappresentazione di Hathor, è in realtà nell’immagine della Dea Anouket (Anoukis).

Anouket è: “una delle divinità della regione Elefantina, dell’Isola di Sehel in particolare”, ci dice Isabelle Franco. Quanto a Jean-Pierre Corteggiani, ricorda che uno dei suoi titoli è: “Padrona della Nubia”; a volte viene chiamata la Nubiana, anche se nulla prova che sia veramente originaria di questa regione, una delle sue funzioni è quella di sorvegliare il confine meridionale dell’Egitto “.

Dal tempio di Satet, Elefantina. La Dea con la sua barca processionale. Legno di persea dorato .XIX dinastia. Museo del Louvre Paris.

Ma il suo ruolo più importante resta quello legato alle piene del Nilo, o forse più precisamente al ritiro delle acque che devono seguirlo: “spetta a lei ridurre la portata e consentire così, dopo il ritiro delle piene, i semi a germogliare e la vegetazione a crescere sui terreni liberati dall’acqua “. Un ruolo capitale dunque, da cui dipende il cibo e la sussistenza di un intero popolo, ciò forse spiega perché il suo culto si sia diffuso più a nord: troviamo, infatti, in particolare rappresentazioni della dea a Deir el-Medineh ma è anche possibile che sia stato introdotto lì “dagli operai che lavoravano nelle cave di granito di Assuan”.

Associato a Khnum e Satis, Anouket è la terza divinità della triade della Prima Cataratta. Viene generalmente presentata come “la figlia della coppia divina” o, talvolta, “la moglie del dio”.

Sull’isola Elefantina fu eretto un tempio per adorare la triade divina. Poi, il sito fu dimenticato, sepolto sotto il sebbakh. Fu riscoperto e studiato alla fine del 1906 dall’IFAO. Fu Charles Simon Clermont-Ganneau, orientalista, diplomatico e professore al Collège de France che intraprese i primi scavi lì. “Jean Clédat, uno dei suoi ex studenti si è unito a lui e grazie alla generosità del barone Edmond de Rothschild gli sono arrivati ​​nuovi sussidi”. La missione svoltasi l’anno successivo diede luogo ad un bellissimo ritrovamento: “Presso le fondamenta di un tempio adiacente alla necropoli, un ‘nascondiglio’ conteneva oggetti di ogni genere e di varie epoche, attestanti l’età del santuario: frammenti di stele e statue, oggetti di terracotta e legno sono stati offerti per la condivisione al Museo del Louvre “.

Testa della dea Anouket – Terracotta blu (smaltata) Scoperto nel “nascondiglio” di Elefantina, durante gli scavi 1907-1908 condotti da Charles Simon Clermont-Ganneau e Jean Clédat (IFAO) Dipartimento di antichità egizie al Museo del Louvre – E 12696 –
foto © Musée du Louvre / C. Decamps

È così che questo affascinante manufatto è entrato nelle collezioni del museo parigino dove è stato registrato con la referenza E 12696. Alta 18 cm, la testa di fritta blu satinata è resa viva, vivace, espressiva, da tutti i dettagli dipinti in un nero profondo, che generano anche un contrasto suggestivo. Anche se il suo stato di conservazione non è ottimo, anzi incompleto, addirittura incollato, ci affascina letteralmente con il suo aspetto! Il viso è mostrato di fronte, è di forma leggermente triangolare ma le guance sono piene. Gli occhi sono grandi, delineati di nero, le sopracciglia inarcate. Il naso è leggermente allungato. La parrucca, opulenta e dritta, è ben realizzata. Gli stoppini sono materializzati da linee nere ed è ornato da nastri orizzontali con motivi circolari. In “A Century of French Excavations in Egypt 1880 1980” possiamo leggere questa descrizione molto interessante: “L’emblema della dea Anouket evoca la forma di un sistro (strumento musicale) con un viso umano triangolare piatto, dotato di orecchie di bovide, incorniciato da una grande parrucca e dal collo ornato dalla collana ousekh, qui frammentaria. Il modius dà origine a cinque alte piume del copricapo della dea, al posto del ‘naos’ secondo la tipologia del sistrum hathoric ” La corona di piume alte è infatti l’attributo, tanto riconoscibile quanto originale, della dea Anouket.

Quanto alle domande sul ruolo di questo manufatto, restano senza risposta fino ad ora: “Forse questo emblema era un oggetto liturgico, o più semplicemente un ex voto, in ogni caso è un oggetto originale per sua natura. Figurazione e tecnica ”

Antico Regno, IV Dinastia, Piramidi, Sarcofagi

IL SARCOFAGO DELLA PIRAMIDE DI CHEFREN

Di Nico Pollone

Premetto che le notizie su questo sarcofago non sono univoche. A detta delle trascrizioni si tratta di un sarcofago in granito nero ciò che dalle foto non sembra. Unico sarcofago in questa stanza, è stato costruito per essere affondato nel piano rialzato del pavimento. A detta di ciò che viene riportato nei trafiletti delle fotografie, Il coperchio è stato trovato in due pezzi nelle vicinanze.

Non si comprende se quello che si vede in tutte le foto circolanti è l’originale restaurato

Questi non è più in posizione chiusa, ma è appoggiato lateralmente al sarcofago antistante la parete ovest, in posizione semi aperta.

La particolarità di questo oggetto sta nella ingegnosa fase costruttiva che lo rende inviolabile senza dover ricorrere alle maniere forti, cioè alla rottura.

L’apertura del coperchio non è possibile con il solo sollevamento o spostamento.

Infatti su tre lati, sia coperchio che sarcofago è munito di guide che oggi definiremmo a coda di rondine, queste rendono impossibile la separazione senza seguire il corretto scorrimento.

A sarcofago chiuso, due perni “ciechi”, a semplice caduta, bloccavano definitivamente l’apertura del coperchio. Per comprensione allego un disegno che ho trovato in rete non firmato, e che ho corretto, perché a mio avviso c’era una incongruenza.

Foto e disegni dalla rete. Mie le correzioni ai disegni presentati.

Arte militare, Ramses II

IL POEMA DI PENTAUR

Di Francesco Alba

Ramses II combatte contro gli Ittiti sulle rive dell’Oronte, a Qadesh.

Ora benché pregassi nella terra lontana, la mia voce risuonò nel meridione di On.

mi porse la sua mano ed io fui pieno di gioia.

Mi chiamò alle spalle, come fosse vicino:

“Avanti, sono insieme a te,

Io, tuo padre, la mia mano è con te,

prevalgo su centomila uomini,

Io sono il signore della vittoria, amante del valore!”

Ritrovai il mio cuore saldo, il mio petto pieno di gioia,

riuscivo in tutto quello che facevo, ero come Mont.

Scagliavo dardi alla mia destra, aggrappato con la mia sinistra,

ero davanti a loro come Seth nella sua ora cruciale.

Mi accorsi della massa di carri in mezzo alla quale mi trovavo,

si disperdevano davanti ai miei cavalli;

nessuno di loro trovava la propria mano per combattere,

i loro cuori non reggevano nei loro corpi per la paura di me.

Le loro braccia erano come rallentate, non potevano scagliare,

non avevano il coraggio di afferrare le proprie lance;

Li ho fatti precipitare in acqua come si tuffano i coccodrilli,

Caddero sulle loro facce, uno sull’altro.

Portai il massacro fra loro a mio piacimento,

nessuno guardò dietro di sé, nessuno si voltò,

chi cadde, mai più si rialzò. . .

Il testo del Poema di Pentaur, riportato sui monumenti di Tebe, Karnak e Abido e nei Papiri Sallier, descrive la Battaglia di Qadesh e le prodezze di Ramses Il grande. Pentaur fu probabilmente uno scriba vissuto ai tempi di Merenptah, figlio e successore di Ramses. È estremamente probabile che egli abbia copiato il testo da una versione più antica. Non si tratta in effetti di un vero e proprio poema; l’opera tratta diversi episodi della campagna contro gli Ittiti culminata con lo scontro presso le rive dell’Oronte. Ulteriori dettagli sono contenuti in bollettini militari e nei rilievi monumentali.

Ramses il Grande (1290 – 1224 a.C., XIX Dinastia), nel quinto anno del suo regno si scontrò con gli Ittiti guidati dal re Muwatallis, a Qadesh (odierna Siria), presso il fiume Oronte. Entrambe le parti reclamarono la vittoria dopo una serie di scontri, inclusi spionaggio e imboscate; infine Egizi e Ittiti riconobbero di trovarsi in una situazione di stallo. La battaglia di Qadesh è ben documentata nei bassorilievi ramessidi e sulle tavolette ittite in linguaggio cuneiforme accadico. Dopo alcuni anni di conflitti, ambedue le potenze si accordarono sulla stipula di un trattato di pace che fu sigillato dallo sposalizio di Ramses con una principessa ittita, la figlia di Hattusilis III e della regina Pedukhipa.

La riproduzione pittorica è di Émile Prisse d’Avennes, egittologo francese (1807 – 1879):

Ramses, ritratto come l’unico eroe della battaglia, conduce il carro mediante delle redini legate alla vita e scaglia frecce verso gli Ittiti. Il fiume Oronte, prossimo al campo di battaglia, è visibile sul fondo della scena, ma la fortezza di Qadesh (che non fu presa) è stata tralasciata. L’abito, l’imbracatura e l’equipaggiamento del carro sono stati riprodotti con dettagli elaborati e nei loro completi e originali colori. La scena proviene dal Secondo Pilone del Ramesseum, a Tebe.

Arte militare, Ramses II

IL TRATTATO DI PACE CON GLI HITTITI

Di Ivo Prezioso

Si tratta del primo trattato conosciuto dalla storia e fu redatto in babilonese, la lingua diplomatica dell’epoca. Dal tipo di espressioni utilizzate, sembrerebbe che sia stato opera di giuristi del re Hattusili, ma alla stesura avevano contribuito anche tre eminenti uomini di legge egiziani delegati da Ramses II. I membri di questa commissione mista, presero la volta dell’Egitto, attraversando la Siria sui carri protetti da una scorta armata e facendo tappa nelle località che anni prima erano state devastate dai continui conflitti tra i due paesi. Arrivarono a Pi-Ramses, nell’anno 21 di regno del faraone, circa trenta giorni dopo la partenza da Hattusa (l’odierna città turca di Boghazkoy), e giunsero alla reggia il ventunesimo giorno del primo mese invernale (presumibilmente tra novembre e dicembre del 1259 a.C.) . Usermaatra Setpenra Ramessw Meriamon, aveva quarantasei anni. I delegati recavano una grande tavola d’argento, lucidissima sulle cui facce erano incisi caratteri cuneiformi. Al centro spiccava il grande sigillo dello stato Ittita. Sul verso era,in rilievo, l’immagine di Seth che stringe un’effigie del Gran Principe di Hatti, circondata da un’iscrizione che recita: “ Il sigillo di Seth, sovrano del cielo, il sigillo del trattato fatto da Hattusili, il grande signore di Hatti, il potente figlio di Mursili”. Sul verso un rilievo con la dea di Hatti che stringe una figura femminile che rappresenta la grande sovrana del paese. La relativa iscrizione dice: Il sigillo della dea-sole Arinna, la sovrana del paese, il sigillo di Pudukhepa, grande sovrana di Hatti, figlia di Kizzuwadna, sacerdotessa della città di Arinna”.

Ramses, circondato dai consiglieri fece chiamare lo scriba interprete, perché il testo gli fosse tradotto immediatamente al fine di confrontarlo con la versione egiziana, già redatta. Dopo lievi modifiche apportate al testo babilonese, le copie su papiro furono depositate presso quello che oggi chiameremmo Ministero degli Affari Esteri. La versione definitiva, in babilonese, fu incisa su tavolette di argilla ed affidata alla delegazione incaricata di consegnarla ad Hattusili.Questi fece deporre il testo egiziano sotto i piedi del dio Teshub , mentre ad Eliopoli la tavoletta ittita fu posta ai piedi di una statua del dio Horakhty. Inoltre Ramses, ordinò che il testo fosse inciso in geroglifici sui muri di Karnak, dove fu decifrato per la prima volta da Champollion, che non conosceva l’esistenza degli ittiti, ed anche nel Ramesseum, accanto alla rappresentazione della battaglia di Kadesh. E’ probabile che una copia fosse stata incisa anche a Pi-Ramses.

La versione ittita del trattato Museo Archeologico di Istanbul

IL CONTENUTO DEL TRATTATO

La redazione di questo trattato ha suscitato l’interesse di giuristi che hanno constatato come il testo sia sorprendentemente moderno. Uno degli studi più autorevoli è stato pubblicato dal giudice Ch.-P.Loubière, “Les chroniques égyptiennes: le traité de paix égypto-hittite, une negociation vieille de 3200 ans”. L’autore si esprime in questi termini:

<<il trattato è così un atto soggetto al diritto internazionale….che si afferma veramente come tale quando mette la guerra “fuorilegge”. Questo principio fondamentale ci ricorda la Carta dell’ONU, che vieta di ricorrere alla forza come modo di regolare le differenze fra gli stati; la guerra ormai concepita come illecita, cede il posto ai procedimenti pacifici di negoziazione>>.

Il trattato proponeva prima di tutto “bella fraternità e pace”. In sostanza un patto reciproco di non aggressione con norme sull’estradizione, sul trattamento umano degli estradati e sulla mutua assistenza contro eventuali aggressori. Si parla, inoltre dell’alleanza fra le famiglie regnanti . Il suo contenuto sorprende per la modernità di alcuni elementi di diritto internazionale, che son ancora oggi in vigore. Una nota curiosa innanzitutto: ciascuno dei due sovrani afferma essere stato l’altro a prendere l’iniziativa verso il grande passo. Nonostante le due versioni mostrino qualche lieve differenza, esse sono in sostanza sovrapponibili nella parte conservata che hanno in comune. Si tratta di una ventina di paragrafi concordanti sui punti essenziali in cui viene citato più volte l’accordo stretto tra i due paesi al tempo in cui Suppilluliuma, contemporaneo dei faraoni dell’epoca amarniana, regnava su Hatti. Quel primo accordo fu gravemente minacciato allorquando il principe Zannanza (il figlio di Supilluliuma), che la vedova di Tutankhamon, Ankhesenamon, aveva chiesto in sposo, fu assassinato, mentre si recava in Egitto, probabilmente per ordine di Horemheb. Ma veniamo ad illustrare alcuni elementi fondamentali di quel trattato.

Estradizione di semplici rifugiati:

Se uno o più uomini senza importanza fuggono e si rifugiano nel paese di Hatti per servire un altro padrone, non devono restare nel paese di Hatti. Bisogna ricondurli a Ramses-Meriamon, il grande sovrano d’Egitto.”

Amnistia per i rifugiati:

Se un egiziano o anche due o tre fuggono dall’Egitto e arrivano nel grande paese di Hatti….in questo caso il grande signore di Hatti li catturerà e li manderà a Ramses, grande sovrano d’Egitto. Non gli sarà rimproverato il loro errore, la loro casa non sarà distrutta, le loro donne e i loro figli avranno salva la vita, non saranno messi a morte. Non gli saranno inflitte ferite, né agli occhi né alle orecchie né alla bocca né alle gambe. Nessun reato gli sarà imputato.”

Segue la clausola di reciprocità da parte ittita esposta esattamente con le stesse modalità.

Divinità dei due paese chiamate a testimoni del trattato:

Per quanto riguarda le parole del trattato che il grande signore di Hatti ha scambiato con il grande re d’Egitto Ramses-Meriamon, esse sono incise su questa tavola d’argento. Mille dei e mille dee del paese di Hatti, e mille forme maschili e femminili le hanno intese e ne sono testimoni: il sole maschio signore del cielo e il sole femmina della città di Arinna. Seth del paese di Hatti, Seth della città di Arinna, Seth della città di Pittiyarik, Seth della città di Hissaspa, Seth della città di Saressa, Seth della città di Haleb (Aleppo), Seth della città di Luczina, Seth della città di Nerik, Seth della città di Nushashe, Seth della città di Shapina, Astarte della terra di Hatti……la dea di Karana, la dea del campo di battaglia, la dea di Ninive….la dea del cielo, gli dei signori del giuramento …la sovrana delle montagne dei fiumi del paese di Hatti, gli dei del paese di Kizzuwadna; Amon Ra e Seth, le forme divine maschili e femminili, le montagne e i fiumi d’Egitto, il cielo, la terra, il grande mare, i venti, le nubi, la tempesta.

La salvaguardia del trattato:

Per quanto riguarda le parole incise su questa tavola d’argento della terra di Hatti e della terra d’Egitto, le mille forme divine della terra di Hatti e le mille forme divine della terra d’Egitto distruggeranno la casa, la terra e i servi di colui che non le rispetterà. Quanto a colui che rispetterà le parole incise su questa tavola d’argento, ittita o egiziano, e che ne terrà conto, le mille forme divine della terra di Hatti e le mille forme divine della terra d’Egitto, assicureranno prosperità e vita a lui, alla sua casa, al suo paese, ai suoi servi.

Ci fu tra i due paesi uno scambio di felicitazioni e doni. La regina Pudukhepa scrisse a Nefertari (Naptera, in babilonese), ignorando Isinofret, l’altra grande sposa reale di Ramses. Le esprimeva la sua soddisfazione per la pace fraterna che da quel momento avrebbe unito i due paesi . Nefertari, si affidò ad uno degli interpreti che trascrisse la sua risposta in caratteri cuneiformi.

Allora Naptera, la grande regina d’Egitto, disse: << Per Pudukhepa, la grande regina di Hatti, mia sorella, io parlo così. Per me, sorella mia,, tutto va bene, per il mio paese tutto va bene. Per te sorella mia (auguro) che tutto vada bene. Vedi, ora ho apprezzato che tu sorella mi abbia scritto a proposito dei rapporti di buona pace e fraternità in cui sono entrati il grande re, sovrano d’Egitto, e suo fratello il grande re, sovrano di Hatti. Possano il dio sole e il dio della tempesta (Seth) apportarti la gioia; possa il dio sole fare che la pace sia buona e accordi la fratellanza al grande re, sovrano d’Egitto, e a suo fratello il grande re, sovrano di Hatti, per sempre.”

Fonti:

Christiane Desroches-Noblecourt: “Ramsès II, le Véritable Histoire”, (It. Ramsete II figlio del Sole, Trad. Maria Magrini).

Ch.-P. Loubière: “Les chroniques égyptiennes: le traité de paix égypto-hittite, une negociation vieille de 3200 ans”, Journal du Tribunal de Grande Instance de Paris, 1993.

Arte militare, Ramses II

LA BATTAGLIA DI QADESH

di Giuseppe Esposito

Chissà quante volte avete sentito parlare della Battaglia di Qadesh (ma anche Kadesh, o Qades) e anche in questo stesso sito/gruppo esiste qualcosa di quella che Ramses II, il Grande, “contrabbandò” per una folgorante vittoria quando al massimo, calcisticamente parlando, si trattò di un pareggio. Ma, si sa, la pubblicità è l’anima del commercio, e in politica la pubblicità, e la visibilità, sono elementi utili per il mantenimento del potere come, purtroppo, hanno scoperto tanti dei nostri politici nostrani compulsivamente attirati dai social. Sperando di non ripetere troppo cose già dette e ridette, a mia volta vi parlerò di una delle battaglie più famose della storia egizia e, forse, della storia in senso lato. Direi che, per chi segue con assiduità questo sito/gruppo, questo articolo farà il paio con quello che, nel novembre 2021, pubblicai su Thutmosi III e la Battaglia di Megiddo.

E ora, armiamoci e gettiamoci nella mischia… buona lettura!

La freccia lasciò l’arco e con una traiettoria leggermente curva volò sopra il campo, quasi si fermò alla sommità della parabola, poi precipitò verso il suo bersaglio accelerando impercettibilmente. Un leggero vento trasversale tentò di deviarla dalla sua corsa, ma la rossa impennatura, la mantenne stabile nell’aria finché incontrò il bronzo della corazza del Generale hittita.

Se il campo fosse stato più silenzioso, se non ci fossero state le urla dei combattenti e quelle dei moribondi, se il rumore delle ruote falcate dei carri hittiti e di quelle dei leggeri carri della terra di Kemi non avesse monopolizzato l’aria, si sarebbe allora sentito nettamente lo stridio del legno che attraversava il bronzo, poi il tonfo sulla leggera cotta imbottita che, non reggendo all’impatto, avrebbe consentito alla punta in metallo di penetrare profondamente nella carne traendone un risucchiante rumore che sovrastò definitivamente la vita del Generale.

Quasi sbigottito, questi guardò il legno che gli sporgeva dal torace e l’ultima cosa che vide fu l’impennaggio rosso, poi precipitò dal carro lanciato a folle velocità, si ritrovò sotto le ruote di quello che lo seguiva dappresso; né il cielo, né il Grande Re Khattusil, ne’ Qadesh, ne’ la terra di Kheta, ebbero più importanza!

MENNA

Là, nella piana, sta accadendo qualcosa, ma non si sa quale sia l’esito della battaglia… dalle spesse mura merlate di Qadesh si vede solo un’impenetrabile nuvola di polvere in cui, a stento, si scorgono i possenti carri da guerra, con i loro equipaggi di tre uomini, correre in tutte le direzioni. Tra quei carri così massicci, vanto dell’esercito confederato, si muove, a velocità doppia, un carro leggerissimo; ha ruote a sei raggi e un pianale che splende ai pochi raggi di sole che riescono a colpirlo in quella baraonda infernale.

Forse non conosciamo il nome dei grandi generali di entrambi gli schieramenti, ma di quel carro conosciamo il nome del conducente, si chiama Menna e, probabilmente, porta le redini legate alla vita per aiutare l’unico altro combattente che, accanto a lui sullo stretto pianale di vimini e giunchi che corre all’impazzata sul campo di battaglia, scaglia frecce, le uniche con impennaggio rosso, che trovano sempre, mortalmente, un bersaglio.

VITTORIA IN TEBE e MUT E’ SODDISFATTA

Ancor più incredibile è che di quel carro conosciamo anche il nome dei cavalli che, bava alla bocca e groppa grondante sudore, lo fanno quasi volare tra gli oltre duemilacinquecento carri nemici[1]: “Vittoria in Tebe”, l’uno, “Mut è soddisfatta”, l’altro.

I pennacchi che ne ornano le teste sono imbrattati di polvere e di sangue, e rendono quel carro decisamente un bersaglio per tutti i carri nemici: come la strana pietra nera che attrae il metallo delle stelle, tutti convergono su quei pennacchi, e tutti sanno che, catturare, colpire o uccidere quel carrista può portare inimmaginabili onori, gloria, titoli, ricchezza, perché solo lui, il Re nemico in persona, può spavaldamente sfoggiarli.

Vittoria in Tebe”, “Mut è soddisfatta”, strani nomi, direte voi, e ancor più strano sarà che il combattente di quel carro, al termine della battaglia dichiarerà, facendolo addirittura scolpire nella pietra[2], che ogni giorno, quando sarà a Palazzo, assisterà al pasto di quegli animali così coraggiosi[3] unici, assieme all’auriga Menna, a essere con lui nella mischia mentre Principi, Ufficiali e lo stesso Esercito, troppo impauriti, neppure lo hanno seguito[4].

Davanti al rilievo che ricorda quella cruenta battaglia nella piana di Qadesh[5], User-Maat-Ra Setpenra Ramses[6], secondo di questo nome, l’amato di Amon, il Grande Re delle Due Terre, Colui che regna sul Giunco e sull’Ape, risente ancora nelle orecchie quelle urla e, involontariamente, le dita della mano destra si atteggiano a stringere la cocca e la corda del suo possente arco… in quella, il primo raggio del sole improvvisamente esplode all’interno delle scure profondità ed illumina i quattro dei che lo attendono sul fondo del tempio[7] e che simboleggiano il mondo delle Due Terre: Ptah il “creatore”, in onore dell’antica Mennefer[8], Amon per Niwt, Ra-Horakti per On, e lo stesso Ramses che simboleggia l’intera Terra di Kemi.

 Figlio di Sethy I, iniziatore della XIX Dinastia, sarà uno dei Faraoni più longevi che si conoscano (morirà infatti ad oltre 80 anni) ed il suo regno durerà per oltre 60 anni. Si dice inoltre che abbia avuto 100 tra figli e figlie (e la tomba KV5[9], ritrovata nella Valle dei Re, parrebbe confermarlo viste le dimensioni) e che abbia iniziato la costruzione di una grande città che da lui prese il nome.

Quell’uomo, quel Dio, è conosciuto anche come Ramses il Grande, ed è solo il secondo a portare questo prestigioso nome giacché, dopo di lui, ne seguiranno altri nove.

Ma ora che abbiamo presentato i protagonisti di questa storia, direi che è il momento di sapere come mai Ramses si trova in quella piana sconfinata e, soprattutto, perché è solo contro tutti quei nemici agguerriti. Da sempre gli Hittiti, che vivevano nell’area attualmente occupata dalla Turchia, erano una spina nel fianco dell’Egitto che si era, in qualche modo, protetto alleandosi con nazioni vicine che dovevano fungere da “zone cuscinetto” contro i frequenti tentativi di invasione.

Ovvio che un’alleanza internazionale di questo tipo deve basarsi su un corrispettivo e questo, oltre a consistenti aiuti economici, è la protezione proprio dagli attacchi e dalle scorrerie degli Hittiti.

Già in precedenza, nella battaglia di Megiddo combattuta da Thutmosi III (e chi ha letto l’articolo precedente in questo stesso sito sa di cosa sto parlando) erano apparsi, e da allora sono ormai trascorsi oltre 200 anni, ma quegli attaccabrighe degli Hittiti sono sempre lì con le loro incursioni ed ora il “vile Principe di Kheta” (come lo chiama Ramses) è addirittura riuscito a raccogliere attorno a se una coalizione davvero enorme di Re e Principi[10].

Ovvio che se non vuole essere aggredito da un esercito di oltre 40.000 uomini e 3.700 carri (ognuno con tre uomini a bordo) Ramses deve prendere l’iniziativa e così, nel V anno del suo regno, il giorno 9 del mese della stagione estiva, muove con quattro Divisioni che portano il nome degli Dei protettori di ciascuna: la Amon, la Ra, la Seth e la Ptah.

Ogni Divisione ha una forza di 4.000 fanti e 1.000 tra aurighi e combattenti montati su 500 carri.

Si tratta, perciò, di 16.000 fanti e 2.000 carri veloci. Una curiosità riguarda la composizione dell’esercito in cui, spicca, unico ad essere menzionato negli atti ufficiali della guerra, un contingente di Sherdan[11] in cui molti studiosi hanno visto i coraggiosi guerrieri “Sardi”. Ma anche nello schieramento Hittita c’è una curiosità giacché, secondo gli studiosi, uno dei popoli confederati, quello degli Arwna, potrebbe indicare gli abitanti di Ilio, ovvero Troia.

Ma torniamo al campo di battaglia: l’esercito egiziano è in marcia e le Divisioni, giunte al guado dell’Oronte, sono disposte in colonna: in testa la Amon, che passa il fiume e pone il campo, mentre la Ra si trova ancora ad un “iterw” di distanza (ovvero a circa 2,5 Km).

La Ptah si trova dietro la Ra e la Seth è addirittura ancora in marcia.

Qui ci vengono in aiuto i “bollettini” di guerra che il Re farà incidere su alcuni dei suoi monumenti più importanti come il Ramesseo, o il tempio di Abu Simbel; i “servizi segreti” del Re, infatti, catturano ben presto due “shasu”, ovvero due beduini che opportunamente interrogati (e possiamo immaginare con quali metodi), confessano che l’esercito Hittita, capeggiato da Re Muwatalli, si trova addirittura ad Aleppo, ovvero alla frontiera opposta dell’Impero.

Ovviamente si tratta di un tranello, l’esercito confederato Hittita è infatti schierato alle spalle della città, ma Ramses “abbocca” e si rilassa nel campo intanto eretto, in attesa dell’arrivo e del consolidamento delle altre tre Divisioni.  Muwatalli, Re Hittita, scatena allora i suoi carri da guerra che attraversano l’Oronte (fig. 1, n.ro 1), attaccano la Divisione Ra che sta sopraggiungendo (fig. 1, n.ro 2) e proseguono nell’attacco verso l’accampamento della Amon dove si trova Ramses (fig. 1, n.ro 3).

La Ptah, come abbiamo sopra detto, è ancora ben lontana dal campo di battaglia e lo è ancor di più la Seth.

Potrebbe essere la disfatta, ed i soldati della Amon, colti completamente di sorpresa, si sbandano mentre il Re con la forza della disperazione raccoglie quanti può (a sentir lui nessuno) e coraggiosamente contrattacca più volte (fig. 2, n.ri 1, 2 e 3) mettendo in fuga i carri Hittiti che riattraversano l’Oronte e si rifugiano a Qadesh subendo considerevoli perdite, specie nei Comandanti. Da sud, intanto, sta sopraggiungendo la Ptah (fig. 2, n.ro 4) e da nord, insperatamente, una quinta Divisione di rinforzo, pure prevista ma di cui non si avevano notizie (fig. 2, 5),proveniente da Naharina (uno degli stati cuscinetto di cui si è sopra accennato) che subito si getta nella mischia.

I carri Hittiti, con numerosissime perdite, si sono ormai ritirati e le forze in campo, sfumata la sorpresa, sono ormai pari; è vero che le Divisioni Amon e Ra hanno subito a loro volta perdite considerevoli, ma è anche vero che si sono ormai attestate nella piana tre Divisioni fresche: la Ptah, la Seth e la divisione di rincalzo proveniente da Naharina che conservano intatta la vera forza di sfondamento costituita dai carri.

Dall’altra parte, gli Hittiti hanno due Divisioni fresche, ma la vera forza d’assalto, costituita anche in questo caso dai carri, è molto mal ridotta. E’ ancora vero che i carri egizi portano un solo combattente, escluso l’auriga, a fronte dell’equipaggio composto da due unità combattenti degli Hittiti, ma questi ultimi sono anche più pesanti, meno maneggevoli e molto malridotti dagli scontri precedenti. 

La situazione è decisamente di stallo: da una parte gli egizi si apprestano a iniziare l’assedio della città, dall’altra Muwatalli, che ha perso nel combattimento due fratelli, il Comandante della sua Guardia personale, svariati comandanti carristi e Generali, comprende che una guerra di logoramento non potrà che aggravare la sua posizione politica che, in questo momento, è ancora stabile. Vengono perciò inviati messi a Ramses con una proposta di pace. Ramses, non sentendosi a sua volta forse troppo sicuro della possibilità di vincere, forse appagato nell’onore dalla vittoria tattica riportata, accetta e fa ripiegare il suo esercito di fatto non concludendo la guerra, ma semplicemente rimandando il problema Hittita.

E’ verosimile che tale decisione sia stata presa anche per la scarsa fiducia che il Re aveva ormai nella sua classe dirigente militare che non tralascerà di criticare apertamente nelle trascrizioni della battaglia[12] [13](vedi anche nota 3).

Tornato in patria, Ramses II spaccerà la battaglia di Qadesh per una vittoria sfolgorante quando, di fatto, calcisticamente parlando, al massimo si potrebbe parlare di un pareggio. Le sue “gesta”, potenza della propaganda, verranno perciò scolpite, secondo la sua interpretazione s’intende, sui suoi monumenti più importanti a Luxor, a Karnak, ad Abydos e saranno poi trascritte innumerevoli volte dagli scribi tanto che ce ne restano, oggi, addirittura sette esemplari. Di uno di questi conosciamo anche il nome dello scriba che lo redasse; si trova oggi al British Museum ed è, infatti, noto come “Poema di Pentaur”.

Passano gli anni, Ramses II è ancora sul trono (non dimentichiamo che regnò per oltre 60 anni e che quando combatté la battaglia di Qadesh non doveva averne che poco più di venti), mentre Muwatalli è stato sostituito dal figlio Khattusil III, e gli Hittiti continuano ad essere i soliti turbolenti alle frontiere. Ma nel 1258 a.C. circa, le due Super-Potenze del mondo antico decidono di firmare, finalmente, un trattato di pace duratura che costituisce il primo trattato internazionale paritetico che si conosca.

Si legge, tra l’altro[14]:

…Ecco, l’ha stabilito Khattusil, il grande principe di Kheta, con il grande principe dell’Egitto [Ramses], per far che, da oggi in poi esista fra loro la pace e una buona fraternità, per sempre. [Ramses] fraternizzerà con me e sarà in pace con me, io fraternizzerò con lui e sarò in pace con lui, per sempre. …

Di questo trattato, inciso sulle mura dei templi di Karnak e nel Ramesseum nonché su lastra d’argento, restano anche tre copie di provenienza Hittita su tavolette in terra cotta; una di queste è quella riportata qui sotto di cui, data proprio l’importanza a livello di politica internazionale, esiste una copia nell’atrio del Palazzo di Vetro dell’ONU (la foto è stata da me scattata presso il Museo Archeologico di Istanbul, se volete potete tranquillamente usarla, ma citando la fonte, grazie).

Il trattato tra Ramses II e Khattusil III (foto dell’autore)

[1]   «…Trovai coraggioso il mio cuore, mentre il mio animo era gioioso.

Divenni come Monthu: lanciai frecce a destra, catturai prigionieri a sinistra; ero come Seth nella sua ora, davanti a loro. 

Le duemilacinquecento pariglie in mezzo alle quali mi trovavo, erano ammucchiate davanti ai miei cavalli. Non uno trovava fra loro coraggio per combattere.  I loro animi erano sciolti nel loro corpo, le loro braccia deboli, e non riuscivano a lanciar frecce. Non trovavano il coraggio per impugnare le loro lance. Li feci allora cadere nell’acqua come cadono i coccodrilli, uno sull’altro.

Feci strage fra loro a mio piacere, e non uno guardò dietro a sé, ne’ un altro riuscí ad andarsene.  Ogni caduto fra loro non si rialzava più…»

(Tutti i brani riportati nelle note sono tratti dal “Poema di Pentaur”, nella versione di Edda Bresciani in  “Letteratura e Poesia dell’Antico Egitto”, ed. Einaudi, p.286 e sgg.)

[2]   Del cosiddetto “bollettino di Qadesh”, esistono varie versioni egizie scolpite sui muri dei templi di Abidos (muro di cinta), Luxor (lato nord del pilone e mura dell’avancorte), Karnak (angolo nord-ovest della corte detta “della cachette”; faccia occidentale del muro ovest della corte del nono pilone; muro esterno meridionale della sala ipostila) e nel Ramesseum. La più famosa è, tuttavia, quella sul muro nord del tempio di Abu Simbel. Esistono, inoltre, versioni su papiro così come trascritte, in ieratico, dallo scriba Pentawer, o Pentaur (di qui il nome con cui è maggiormente conosciuta di “poema di Pentaur”). Il Poema c’è giunto in due frammenti, uno si trova oggi presso il British Museum di Londra (papiro Sellier III), l’altro presso il Louvre di Parigi (papiro Rifèh): si tratta di complessive 112 righe risalenti all’anno VII di regno “di Ramses Meri-Amon dispensatore di vita come suo padre Ra, dal capo bibliotecario degli archivi reali, lo scriba Pentaur”.  

[3]   «…Ho vinto milioni di paesi da solo, con Vittoria in Tebe e Mut è soddisfatta, i miei grandi cavalli.

     Solo loro mi hanno aiutato a combattere quando ero da solo contro paesi numerosi. Darò disposizioni per farli mangiare io stesso, quando sarò a Palazzo, ogni giorno in mia presenza: solo loro ho trovato in mezzo ai nemici, con l’auriga Menna mio scudiero…»

[4]   «…Non c’è un principe con me, non c’è auriga, non c’è un soldato, non un ufficiale. Mi ha lasciato il mio esercito, la mia cavalleria si è in ritirata davanti a loro, non si è fermato uno di loro per combattere…»

[5]   Kinza, in lingua Hittita, ubicata nell’attuale Siria, a circa 25 km da Homs e verosimilmente identificabile nei resti di Tell Nebi Mend.

[6]   Nome di Horus: Kanakht-Merimaat (Toro possente, amato da Maat); titolo le Due Signore: Mek-kemet-uaf-khasut (Protettore d’Egitto, Dominatore dei Paesi Stranieri); Horus d’Oro: Userrenput-Aanekhtu (Ricco di Anni, Grande di Vittorie); Nesw-Bity (Colui che regna sul Giunco e sull’ape): User-maat-ra Setepenra (Potente è la Maat di Ra, Eletto di Ra); Sa-Ra (Figlio di Ra): Ramses Meri-Amon (Ra lo ha Generato, Amato da Amon).

[7]   Il tempio di Abu Simbel era orientato in modo che, in due date ben prestabilite (verosimilmente il 21 febbraio e il 21 ottobre), il sole sorgente illuminasse l’interno del sacrario e, in particolare, proprio la statua di Ramses assisa tra gli altri Dei. Tale fenomeno si ritiene servisse a rigenerare il vigore e la forza del Re. Con la costruzione della diga di Aswan, negli anni ’60 del secolo scorso, e lo spostamento dell’intero tempio di 210 m più indietro e 65 m più in alto della precedente posizione, il fenomeno, pur mantenendo l’orientamento originale, si spostò al 22 febbraio e al 22 ottobre.

[8]   Mennefer = Menfi; Niwt = Tebe; On = Heliopolis.

[9]   Nota fin dall’antichità, era considerata non recuperabile per la gran quantità di detriti e fango che la riempiva anche a causa delle molte alluvioni succedutesi nei millenni (almeno 11). Nel periodo 1960-1990, inoltre, proprio sopra la tomba si trovava il parcheggio dei pullman turistici, il che causò numerosi altri crolli. Nel 1825 molto verosimilmente la KV5 era stata visitata dall’egittologo inglese James Haliburton (cognome poi variato in Burton) (1788-1862) che però, a causa dei detriti, poté penetrare solo per pochi metri; fu poi la volta, nel 1902, di Howard Carter che, pure, non riuscì ad andare molto oltre l’ingresso. Abbandonata del tutto, della tomba si persero quasi le tracce finché non venne “ri-scoperta”, nel 1984-85, dall’egittologo statunitense Kent R. Weeks (1941-vivente) che iniziò lavori sistematici di scavo e recupero che, a oggi, hanno consentito di individuare oltre 150 locali.

[10] «…il vile principe, il caduto di Kheta, aveva riunito a sé tutte le terre straniere, dai confini del mare alla terra di Kheta, che  erano venute al completo, Naharina, Arzawa, Derden, Qesheqesh, Mesa, Pidasa, Arwna, Qarkesc, Luka, Qagiuaden, Karkemish, Ugarit, Qedi, la terra di Nugas al completo, Mushanet, Qadesh…»

[11] «…Sua Maestà aveva preparato il suo esercito, la sua cavalleria, gli Sherdan… forniti di tutti i loro attrezzi di guerra…»

[12] «…Tutte le terre straniere si sono unite contro di me. 

     Io sono solo, non c’è nessuno con me, mi ha abbandonato il mio esercito numeroso. 

     Non uno ha guardato verso di me fra i miei carristi, se io grido, non uno di loro mi sente. Ma io grido ugualmente e trovo forza in Amon, più di milioni di soldati, più che centinaia di migliaia di cavalieri, piú che decine di migliaia di fratelli e di figli…»

[13] «…Oh, la bella impresa del titolare di molti monumenti a Tebe, la città di Amon, e l’impresa vergognosa compiuta dal mio esercito e dalla mia cavalleria, troppo grande per essere detta!…»

[14] traduzione tratta da “Letteratura e poesia dell’antico Egitto”, E.Bresciani, ed. Einaudi, p. 286

Mai una cosa simile fu fatta

LE ORIGINI

di Grazia Musso e del Prof. Maurizio Damiano

Il deserto, una infinita distesa di sabbia e rocce che si espande verso orizzonti infiniti: deserto, o piuttosto così appare oggi, ai nostri occhi.

Ma decine, centinaia di migliaia di anni fa queste distese furono savane, vegetazione, fauna, furono l’Eden.

Molto lontano da questo antico paradiso, vicino al Nilo, solo millenni più tardi sorgeranno le maestose piramidi.

Ma nei tempi remoti in cui delle piramidi non poteva esistere neppure il più pallido pensiero, la cultura umana non si sviluppava vicino al grande fiume, bensì nel cuore del Sahara egiziano, dominato da aree che oggi chiamiamo Grande Mare di Sabbia (Great Sand Sea, GSS), Ghilf Kebir, Gebel Awenat…qui si trovano le radici della cultura, dell’arte e del pensiero egizio.

Qui si trovano i più importanti siti archeologici che rappresentano il Paleolitico inferiore e medio, i siti del Paleolitico terminale e quelli del Neolitico.

Qui arrivarono le più antiche tracce culturali dell’umanità nate nel Triangolo dell’Afar, sulle sponde del Lago Tukana e nel Gran Rif Africano: i rozzi ciottoli scheggiati dall’Homo habilis, quelli più perfezionati dall’Homo erectus e poi dall’Homo sapiens.

I più antichi manufatti ritrovati e identificati con certezza, sono quelli rinvenuti dalla spedizione Damiano nel 1970, proprio sulla piana di Giza, presso le piramidi: si tratta di chopper e chopping tool della Pebbe culture (Olduvanol) risalenti a 2.500.000 – 750.000 anni fa circa e appartengono al Paleolitico basale.

In questo caso non si tratta di industria litica rinvenuta in un insediamento, bensì di ritrovamenti occasionali e rarissimi (pochi manufatti), ascrivibili piuttosto al passaggio di alcuni esemplari del Homo habilis.

Tuttavia, ritrovamenti importanti perché testimoniano del passaggio di quegli ominidi lungo la via (il “corridoio nilotico”) che dal cuore dell’Africa Orientale conduce verso il Delta, il Sinai, e l’Asia.

Dobbiamo quindi spostarci nuovamente nelle distese sahariane d’Egitto per trovare importanti tracce di presenza umana continuativa nell’arco di millenni.

Così appaiono ricchissimi siti del Paleolitico inferiore, il cui tratto comune e abbondantissimo sono le amigdale , ossia asce a mano litiche, a forma di mandorla.

Questa amigdala acheuleana (Paleolitico inferiore), rinvenuta nel Gran Mare di Sabbia egiziano (GSS), è un manufatto multiuso.
Ma al di là dell’utilità vi si osserva una simmetria che è segno del nascente senso estetico nello spirito umano.
Circa 250.000 – 90.000 anni fa; quartzite da arenaria metamorfosata ; Parigi, collezione privata.

Quelle del Paleolitico inferiore presentano un’industria più arcaica (Acheuleano arcaico, detto anche Abbevilliano o Chelleano) in cui le pietre di forma amigdaloidi sono sbozzate fino ad ottenere una punta e lati taglienti, anche se sono irregolari nella forma.

L’industria successiva, sempre del Paleolitico inferiore, appartiene all’ Acheuleano più evoluto, che si sviluppa in fasi denominate “acheuleano medio”, “evoluto” e “superiore”, sino all’ “acheuleano finale” (nel Paleolitico medio).

Queste amigdale hanno forme più regolari e si trovano soprattutto nel Sahara, con grandi concentrazioni ( veri e propri villaggi e atelier) nel Gran Mare di Sabbia; da queste aree si spingeranno sino alle oasi e da qui alla Valle del Nilo dal Cairo sino all’alta Nubia.

Sarà comunque nel Deserto Occidentale che si troveranno i segni più antichi di interi villaggi, con laboratori, i cui numerosi reperti si differenziano dai precedenti per la pura forma simmetrica che non è solo fra le due facce ma anche fra le due metà del manufatto, non vi è alcuna necessità pratica per questa simmetria, per questa forma perfetta.

E tutto questo non riflette solo un fine utilitaristico, ma qualcosa di più complesso, di più profondo: in quel momento di più di 250 millenni di anni fa, accade qualcosa di fondamentale nella storia dell’umanità : l’ Homo sapiens sentì sorgere in sé una necessità prima sconosciuta: quella di creare qualcosa che non fosse solo di immediata utilità pratica, ma che si armonizzasse alla praticità per altri fini.

Fini che probabilmente non erano del tutto coscienti o almeno non razionalizzabili; un “qualcosa” di interiore che rispondeva a una spinta inesplicabile: questo qualcosa possiamo vederlo con i nostri occhi, su quelle pietre: é la simmetria.

Non più orientata solo ad avere una punta o una parte tagliente, già realizzate in passato nella asimmetria, qualcosa che fosse simmetrico e armonioso, una vera ricerca della perfezione delle linee, di un disegno puro.

L’uomo scoprì di poter creare la simmetria.

Ciò corrispondeva nella sua mente a un criterio di “bellezza”?

Non possiamo saperlo, ovviamente; ma possiamo sapere che la maggiore e delicatissima lavorazione in più, necessaria alla creazione di quella simmetria, doveva soddisfare una spinta interiore così forte da spingere a tali attente e complesse lavorazioni; un qualcosa che forse, per epoca, ma per il gusto di oggi possiamo chiamare “bellezza”, e qui inizia certamente la ricerca estetica, il dialogo fra l’io interiore, e le sue mani creatrici e esecutive di quel riflesso divino che è l’anima del creatore (come più tardi avrebbero detto gli Egizi nel concetto del ka).

Da quella pietra simmetrica e pura, sino alla fine dell’epoca faraonica furono moltissime le creazioni dell’uomo egizio, non nate dal nulla, ma con passaggi graduali di un’evoluzione di pensiero e arte che portarono da quelle prime pietre agli oggetti oggi famosi, passi che sono testimoniati da reperti modesti o spettacolari, ma che sono tutte tessere di un grande mosaico dello spirito artistico egizio.

Cominciamo subito con il chiarire un punto fondamentale : i vocaboli.

Possiamo ricordare che, se un tempo I termini di Paleolitico e Neolitico si riferivano alla lavorazione della pietra ( “antica” e “nuova”), poi alla comparsa della ceramica, oggi queste terminologie hanno definizioni diverse, basate sullo stile di vita.

Semplificando molto, possiamo dire che si basa sulla sussistenza: giornaliera e basata su raccolta e caccia nel Paleolitico, a lungo termine e basata su agricoltura e allevamento nel Neolitico.

Fra i due periodi troviamo il Mesolitico, cui accenniamo più avanti.

Con il Paleolitico medio ( che in Egitto copre l’arco di tempo compreso fra 90.000 e 30.000 anni fa circa) l’industria litica si è specializzata e raffinata, arrivando a produrre i così detti microliti:punte di frecce, ami, aghi e schegge per strumenti compositi, ovviamente continua ad essere preponderante l’industria sul nucleo ( come quella dell’amigdale).

Nel Paleolitico superiore è terminale ( fra il 40.000 e il 9.000 a. C.) compaiono i primi santuari preistorici come il cerchio di pietre presso una serie di tumulti a emiciclo oltre il Gran Mare di Sabbia, scoperto nel 1993 dalla spedizione Negro-Damiano.

Nella spedizione Negro-Damiano del 1993 oltre il Grande Mare di Sabbia è stato scoperto un sito in cui una serie di tumulti è disposta a semicerchio; la disposizione è chiusa verso est dal cerchio di pietre della foto; anche il cerchio è a sua volta chiuso ad est da una pietra più alta delle altre infissa in verticale.
I manufatti rinvenuti fanno datare il sito al Paleolitico superiore (40.000 – 9.000 a. C.) ; la struttura ipoteticamente può essere interpretata come un santuario solare per la disposizione verso est dei suoi elementi ; in questo caso sarebbe uno dei più antichi santuari oggi noti in Egitto

La funzione di questa installazione preistorica è ancora oggetto di studio, e ovviamente non sarà mai certa, ma la sua posizione, a Est dell’Emiciclo dei tumulti , in corrispondenza del centro esterno della curva, nonché la presenza di una pietra più grande eretta nel punto del centro corrisponde all’Est nel solstizio fa pensare ad un’installazione connessa con il percorso solare.

Al Paleolitico terminale in altre aree del pianeta segue il Mesolitico, caratterizzato da uno stile di vita intermedio fra Paleolitico e Neolitico, con caratteristiche intermedie e cangianti a seconda delle aree del pianeta ; per esempio, troviamo un Mesolitico di Khartou in Sudan, ma nell’area sahariana d’Egitto esso è assente, si preferisce parlare (proprio per lo stile di vita) di Neolitizzazione e di Epipaleolitico, con comparsa di ceramica e stile di vita intermedio ma differenziato dal Mesolitico.

I reperti archeologici rinvenuti a Nabta Playa indicano che l’occupazione umana nella regione risale ad almeno il X/VIII Millennio a. C. Fred Wendorf e l’etno-linguista Christopher Ehret hanno suggerito che le persone che occupavano questa zona a quel tempo erano pastori, utilizzavano pettini in osso di pesce e creavano ceramiche elaborate, ornate da soggetti dipinti e complicati, che appartengono ad una lavorazione fortemente associata a quella utilizzata nella parte meridionale del Sahara; la prima ceramica a Nabta Paya è datata tra il 9.800 e l’8.000 a. C., almeno 1.500 anni prima della comparsa della coltivazione e il conseguente sedentarismo. A Nabta sono state rinvenute piatti, strutture tombali ed un certo numero di lastre e megaliti rovesciati disposti su di una circonferenza.

Ma fermiamoci qui perché il tema è l’arte.

L’arco di tempo che copre la Neolitizzazione e poi il Neolitico si può datare fra la fine dell’ultima glaciazione (11.000 a. C.), e inizio di un vero Neolitico egiziano (6.000 a. C.).

In questo arco di tempo la paleoclimatologia registra le normali fluttuazioni climatiche con la fine della terza fase umida (14.500 – 6.500 a. C.), un Epipaleolitico e Neolitico con una fase semiarida (6.000 – 5.000 a. C.), è il Neolitico con la quarta fase umida (6.000 – 5.000 a. C.), dopo inizierà l’attuale fase arida.

In queste lunghe fasi umide l’attuale Sahara era abituato da popolazioni nomadi che si spostavano su un ampio territorio tra l’africa del nord ( dall’Atlantico al Mar Rosso) e l’Asia (tramite il “ponte” del Sinai).

In questo periodo, l’attuale deserto del Sahara era completamente diverso : un’immensa savana con vegetazione rigogliosa e popolata da una ricca fauna, e un ricco sistema fluviale è con grandi laghi di dimensioni superiori all’odierno lago Vittoria (68.800 km quadrati, la Sicilia ha una superficie inferiore ai 26.000 km quadrati).

Il Nilo era ancora un fiume ampio molti chilometri e la vita si svolgeva lontano dalle sue rive, sfruttando piuttosto i più gestibili rami secondari; il Delta non era abitabile, poiché era ancora un’immensa palude.

Gli habitat più favorevoli erano quelli del Sahara, come pure il Deserto Orientale d’Egitto e il Sudan.

In questi ambienti si muovevano le prime comunità raccoglitrici ( erano infatti e sopratutto donne) e cacciatori, che iniziarono con il catturare e successivamente addomesticare gli animali, e a sfruttare le granaglie selvatiche le quali nel tempo iniziarono ad essere coltivate.

Nascevano così l’allevamento e l’agricoltura, determinando il passaggio dal Paleolitico al Neolitico.

Il clima è la natura favorirono l’evoluzione delle comunità : aumentano gli spostamenti, venivano scambiate e materie prime e idee, ciò che portò anche a nuove espressioni artistiche.

Qui per Paleolitico, Neolitizzazione e Neolitico, possiamo accennare alle nuove forme di strumenti litici (punte di freccia sopratutto) dalle tipologie ormai diversissime, e allo sviluppo ed evoluzione delle ceramiche, ma soprattutto delle pitture rupestri del Sahara egiziano, che saranno il tema della prossima uscita.