Un piccolo capolavoro racchiuso in 19 x 8 cm ritrovato sulla mummia di Shashonq II.
Oro, lapislazzuli e pasta vitrea, Museo Egizio del Cairo JE 72171 – Foto Christoph Gerigk
Sotto una striscia in lapislazzuli che rappresenta il cielo (Gardiner N1 “pt”) ed ornata da 14 stelle in oro (una purtroppo andata persa) una barca solare in oro attraversa il mondo ultraterreno.
Due falchi reali con la doppia corona dell’Alto e Basso Egitto, realizzati da una spessa lamina d’oro massiccio, sormontano il cielo e forniscono l’aggancio alla collana.
Uno stelo di loto (a sinistra) ed uno di papiro (a destra), entrambi in oro, fanno sbocciare i propri fiori in pasta vitrea blu e rossa, e contemporaneamente sostengono il cielo sopra di loro.
La barca solare al centro, in oro, reca un disco solare in lapislazzuli protetto ai lati da Hathor e Ma’at con le ali spiegate e da due composizioni dei simboli “udjat”, “nefer” e “neb”, tutti intarsiati di lapislazzuli.
Il disco solare stesso è cesellato in rilievo con una scena in cui è rappresentata la dea Ma’at in piedi di fronte ad Amon-Rê-Horakhty, seduto sul trono celeste. Maat, custode dell’ordine cosmico, alza le mani in segno di adorazione al dio. Indossando due piume di struzzo, tiene la croce ‘ankh‘ in una mano e lo scettro ‘was‘ nell’altra.
Il particolare della barca solare al centro
La barca “naviga” su un mare primordiale in lapislazzuli in cui le strisce a zig-zag in oro simboleggiano le onde; al di sotto un fiore di papiro con petali in oro e lapislazzuli ed un bocciolo di loto in oro e turchese erano ripetuti cinque volte – ma i due di sinistra sono andati persi.
Le estremità della barca poggiano su due placche d’oro con un’iscrizione che recita:
“Amon-Rê Horakhty percorre ogni giorno il cielo per proteggere il grande capo dei Me (shouesh), il grande dei grandi Sheshonq, giustificato, figlio del grande capo dei Me (shouesh) Nimlot.” (Nota: su questa iscrizione si basano alcune delle congetture sulla genealogia di Sheshonq II che abbiamo visto).
Il pettorale apparterrebbe quindi a Sheshonq I e sarebbe un cimelio di famiglia che ha accompagnato Sheshonq II nel suo eterno viaggio.
La foto originale di Montet. In questo caso il bianco e nero aiuta a decifrare il decoro centrale sul disco solare
Fonti:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951)
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987
Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti
Il National Museum of Egyptian Civilization presso il Cairo, dopo un laborioso restauro, espone il carro del Faraone Thutmose IV.
Ritrovato nella sua tomba in pessime condizioni, in legno , gesso e lino.
È come sfogliare un libro perché racconta delle sue battaglie e dei suoi nemici con immagini ricche di particolari. Le immagini provengono dal museo. Dinastia XVIII. La sua tomba è la KV 43. Scavata nel 1904. Sir Howard Carter la conosce bene!!
In questa foto si vede il dettaglio di Thutmose IV che insegue i nemici. Al suo fianco si intravede il dio Montu dalla testa di falco, che indossa sul capo piume e un disco solare.
Davanti al sovrano appare la descrizione “ Amato da Montu”. Il sovrano è protetto dal dio
In questa foto si vede il dettaglio di Thutmose IV che insegue i nemici. Al suo fianco si intravede il dio Montu dalla testa di falco, che indossa sul capo piume e un disco solare. Thutmose indossa la corona blu di guerra, il khepresh. Nessuna corona è mai stata trovata tra i vari corredi funerari giunti a noi
Visibile il cartiglio del sovrano: mn xprw ra “stabili le forme dì Ra”.
Sopra il giunco e l’Ape: Re dell’alto r basso Egitto
Ancora il cartiglio del sovrano sopra Montu, dio-falco dell Guerra
Ancora il cartiglio del sovrano sopra Montu, dio-falco dell Guerra
I 9 archi rappresentanti i popoli nemici dell’Egitto
Qui si vede una sfinge, forse il sovrano. I sovrani venivano frequentemente rappresentati con le sembianze di sfingi che calpestano i nemici
La mastaba di Ptahhotep è un articolato complesso funerario eretto per i due Ptahhotep e Akkhtihotep, figlio di Ptahhotep I e padre di Ptahhotep II. I tre furono responsabili della giustizia e visir alla fine della V Dinastia. Nell’immagine si vedono i pilastri che sorreggono le architravi del sepolcro di Akhtihotep.
Il rilievo ci mostra il defunto Ptahhotep mentre riceve le offerte. Nel registro inferiore in basso a destra è visibile il vaso heset che tanto ha infiammato la fantasia degli ufologi.
Ptahhotep fu amministratore e visir durante il regno di Djedkara Isesi (V Dinastia).
E’ noto per essere considerato l’autore dell’ Insegnamento che reca il suo nome, un testo di letteratura sapienziale che vuol essere una guida al bel parlare e al comportamento corretto in ogni circostanza. Il testo, ci è pervenuto in quattro manoscritti, tre papiri e una tavoletta di provenienza tebana, il più antico dei quali (e il solo completo) è il papiro Prisse (conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi) databile all’ XI-XII Dinastia. Come Hergedef, Ptahotep è nominato, nel papiro Chester Beatty IV (al British Museum), tra gli otto scrittori celebri e sapienti dell’Antico Egitto.
Ptahhotep (Ptah è soddisfatto), uno dei più grandi nobili della fine della V Dinastia, è ritratto in questo bassorilievo nella sua mastaba a Saqqara. Un ampio collare ed una lunga collana con un amuleto decorano il torso dell’uomo. Il suo nome è indicato dai sei geroglifici posti di fronte al suo volto.
Nelle ultime mastabe dell’Antico Regno sono rappresentate lunghe teorie di portatori recanti cibo ed altre offerte. I due uomini ritratti nella tomba di Ptahhotep portano fiori di loto, steli di papiro un vitello ed un vaso rituale “heset”
L’insegnamento, come ci informa il testo stesso, fu composto da Ptahhotep quando già era molto avanti con l’età. L’onestà che l’autore insegna è di tipo sociale, un’etica che non deve sovvertire l’ordine stabilito, la Ma’at, che dio ha posto nel mondo e che è anche l’ordine dello stato di cui il re è garante. Il fine è quello di far sì che si perpetui il ricordo di chi ha sempre tenuto una condotta buona ed amabile.
La sua tomba si trova in una mastaba di Saqqara Nord ed è costituita da un complesso funerario dedicato anche al figlio Akhtihotep, ed al figlio di quest’ultimo Ptahhotep II.
Ptahhotep II, figlio primogenito di Akhtihotep è occupato a registrare le offerte giunte dalle sue proprietà per officiare il culto postumo del padre. Il rilievo può essere ammirato sulla parete est nel vano di ingresso della tomba di Akhtihotep.
Concludo questa breve descrizione con una delle perle di saggezza tratte dal suo Insegnamento.
“Non essere orgoglioso del tuo sapere, ma consigliati con l’ignorante come con il sapiente: non si raggiunge il confine dell’arte, non c’è artista fornito della sua perfezione. Una bella parola è più nascosta del feldspato verde, ma la si può trovare presso la serva alla macina”
Un complesso intreccio di scene è rappresentato in sette registri sul muro orientale della cappella di culto.
Il quarto registro offre raffigurazioni di caccia nel deserto, sorprendenti per lo spietato dinamismo. Gli animali selvatici combattono e si accoppiano, rievocando alcune scene rappresentate nei templi solari della V Dinastia.
A chiudere la scena descritta è un cacciatore che blocca con un lazo un toro selvatico accanto ad un altro toro e ad un’antilope. Nello stesso registro sono mirabilmente rappresentati due istrici, uno dei quali lascia la tana per divorare una locusta.
Fonte di didascalie e immagini: Karol Myśliwiec, Tombe della V e VI Dinastia a Saqqara, pp.8-286-290-302-306-309. Dal Volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass.
Ci occupiamo, in questo secondo excursus tra le fantasie divulgate sulla civiltà del Nilo, ancora una volta di…alieni. Nel precedente episodio eravamo partiti da un imprecisato tempio Kushita approdando a Saqqara per svelare l’arcano. Restiamo in questo importantissimo sito, sorto come necropoli di Menfi, capitale del regno già a partire dalla I Dinastia, per incontrare un altro esemplare di…extra-terrestre.
A metà strada tra la Piramide a Gradoni di Djoser e il Serapeo si trova la mastaba di Ptahotep, visir durante il regno del faraone Djerkara Isesi della V Dinastia (2420-2380 a.C. circa). Nelle camere sepolcrali si possono osservare degli splendidi rilievi dipinti. In una scena di offerte al defunto, tra gli officianti, compare una strana figura che, a suo tempo, fece drizzare le antenne ai sostenitori degli incontri ravvicinati del III tipo intercorsi con gli abitanti della Valle del Nilo.
Indicata dalla freccia si intravede una figura che per gli ufologi presentava senza ombra di dubbio le caratteristiche degli Omini Grigi, una delle categorie più gettonate del campionario alieno: testa grosso modo triangolare, grandi occhi scuri obliqui ed inespressivi. E’ la prova di antiche visite di extraterrestri in terra d’Egitto?
Beh, se aumentiamo la risoluzione dell’immagine, possiamo capire di cosa si tratta. Ci troviamo di fronte ad una scena di offerta funeraria. Un officiante sulla destra reca un volatile ed al centro compare … l’alieno che, osservato con attenzione, altro non è che un contenitore da cui spunta un fiore di loto che presenta due boccioli ai lati. Più precisamente si tratta di una complessa variante di un vaso “heset”, con beccuccio, usato per libagioni e spesso associato a quella pianta.
La composizione fa parte delle numerose offerte al defunto nell’ambito del banchetto rituale e si ritrova anche in altri punti della mastaba di Ptah-Hotep.
Mistero svelato senza neanche dover ricorrere al parere di esperti egittologi ed anche in questo caso ai cultori delle ipotesi alieni non resta che battere in ritirata.
Mi piace concludere proprio con le considerazioni del Centro Ufologico Ferrarese
<< L’enigma è definitivamente risolto, con grave danno di immagine per noi ufologi e con l’ennesimo punto a favori di ottimi studiosi di egittologia e culture antiche…>>.
Viene detta “Stele della Vittoria” o, impropriamente ormai (come vedremo), “Stele di Israele”.
È una lastra in granito nero di 318 x 163 x 32 cm. Fu fatta scolpire inizialmente da Amenofi III, ma Merenptah, il 13° figlio di Ramses II ed il primo in linea di successione alla morte del novantenne padre, nel suo quinto anno di regno (1209-1208) la requisisce, la gira contro il muro del suo tempio a Karnak e sull’altra faccia fa incidere la descrizione di una vittoriosa spedizione contro le tribù libiche dei Libu e dei Meshwesh.
Il Tempio di Merenptah a Karnak
Riporta la data del “quinto anno, terzo mese di Shemu, terzo giorno”Nelle ultime tre righe fa riferimento ad un’altra campagna militare verso la terra di Canaan e tra i nemici sconfitti dal figlio di Ramses II alla riga 27 viene annoverato anche “ysrἰȝr” che Petrie, con l’aiuto del filologo tedesco Spiegelberg, traduce in “Israele” (“Israele è desolato, non c’è più il suo seme”).
È la prima volta che il nome di Israele compare in un documento storico (forse, vedi nota 3), ed è l’unica volta che lo farà in un documento egizio. La successiva menzione di Israele in un documento extra-biblico sarà quella di Šulmānu-ašarēdu di Assiria, che registrò la partecipazione di un certo “Ahab l’Israelita” nella battaglia di Qarqar, Siria, nel 853 a.C.
La linea 27 con il nome di Israele. Il determinativo è composto di due elementi qui: • il “bastone” o “mazza” (Gardiner T 14), che classifica l’oggetto come “straniero”, • il segno di donna e uomo seduti accompagnato dall’indicazione di pluralità (le tre piccole righe verticali – Gardiner A1b), che classifica l’oggetto come “pluralità di persone”. Insieme quindi i due elementi determinano “Israele” come “popolazione straniera non urbana” mancando il determinativo di “città”
L’importanza storica del documento è stata ovviamente sfruttata politicamente, soprattutto nel secondo dopoguerra, creando anche diversi mal di testa agli studiosi biblici ed una scia di interpretazioni e datazioni non sempre rigorosissime.
La traduzione “classica” completa delle ultime tre righe:
“I principi sono prostrati, chiedendo ‘Pace!’ Nessuno alza la testa tra i nove archi. C’è desolazione per Tjehenu (Libia); Hatti è pacificata; Pa-Canaan è stata saccheggiata di tutto il male; Ashkelon è stata spazzata via; Gezer è sottomessa; Yanoam non esiste più; Israele è una terra desolata il cui seme non germoglia più; Kharru è diventata vedova a causa dell’Egitto. Tutte le terre insieme sono pacificate. Tutti coloro che erano ribelli sono stati catturati.”
Ashkelon, Gezer, Yanoam erano città stato e sulla stele hanno determinativi corrispondenti a popoli urbani (l’ideogramma con tre montagne stilizzate). Israele, invece, ha il determinativo per un popolo non urbano (semplicemente un uomo e una donna), in linea con ciò che la Bibbia ci dice circa lo status dell’Israele a quel tempo: una società tribale senza una struttura politica formale.
I rilievi di Karnak similmente ritraggono quattro scene di nemici sconfitti. Tre di essi mostrano il re che attacca città fortificate, una delle quali identificata come Ashkelon. Gli altri due nomi mancano, ma erano presumibilmente Gezer e Yenoam. Sfortunatamente, solo la porzione di fondo della quarta scena è sopravvissuta.
Basandosi sulle corrispondenze con la stele, ad ogni modo, molti studiosi sostengono che rappresenti Israele
Nota 1: da sempre, se la chiamate “Stele di Israele” in Egitto vi guardano malissimo ma a maggior ragione negli ultimi anni: nel 2017 c’è stata una cerimonia al Museo Egizio per il cambio ufficiale del nome in “Stele della Vittoria di Merenptah” dopo “aver trovato un errore nella descrizione”. A me è venuta in mente una battuta dei tempi di Arbore e Boncompagni alla radio, a parti invertite: “nave egiziana danneggia gravemente siluro israeliano…”
Nota 2: uno storico biblico, Davidovits, interpreta i geroglifici come “iisii-r-iar” indicandoli come “coloro che sono stati mandati in esilio per i loro peccati” intendendo i seguaci di Akhenaton. Interpretazione rigettata da quasi tutti gli specialisti.
Nota 3: recentemente tre studiosi tedeschi capitanati da Manfred Görg hanno trovato su una stele di granito grigio (facente parte del basamento di una statua databile al 1400 BCE) acquistata da Ludwig Borchardt nel 1913 e conservata al Museo di Berlino un frammento su cui, a fianco dei nomi di Ashkelon e Canaan POTREBBE esserci Israele. Sarebbe una “datazione” di Israele antecedente di quasi due secoli, ma la questione è estremamente dubbia perché metà del nome è andato perso e la grafia sarebbe diversa. In attesa di ulteriori scoperte…
A sinistra: il frammento conservato al Museo di Berlino. Da sinistra: Ashklelon, Canaan e…? A destra: La ricostruzione del terzo nome del frammento secondo Görg/Van Der Veen/Theis. La grafia diversa alimenta i dubbi interpretativi
Riferimenti:
Bresciani E., Letteratura e Poesia dell’Antico Egitto, Torino 1969
William M. Flinders Petrie, Six Temples at Thebes. 1896, London 1897
Herschel Shanks, When Did Ancient Israel Begin? in Ancient Israel in Egypt and the Exodus, BAS 2012
Si tratta probabilmente della rappresentazione di una barca funeraria con il defunto in posizione fetale, appartenente forse al periodo Naqada I (circa 4000 – 3500 a.C.) e proveniente da Assiut.
Yvonne Buskens-Frenken dell’Università di Manchester fornisce questa spiegazione:
“Nell’antico Egitto, la barca funeraria trasportava una mummia nella sua ultima dimora o, se sepolta con il defunto, portava l’anima del defunto nel suo eterno viaggio: l’uso di un oggetto magico per realizzare gli ideali. Si tratta di un modello in terracotta di una delle prime rappresentazioni di una barca funeraria (Naqada I). Un’altra bella caratteristica di questo modello (particolare nella foto a destra) è che sulla prua e sulla poppa di questo modello c’è una raffigurazione di una rana (metà). In tempi successivi la rana è associata a Heket, la dea del parto e della fertilità nell’antico Egitto. La barca è talvolta associata a un grembo materno, la figura morta che giace in posizione fetale”.
Datazione: Naqada I?
Provenienza: Assiut
Materiale: Creta lavorata a mano 8.8 cm x 11.3 cm x 25.3 cm
Rijksmuseum van Oudehen, Leiden Numero dì inventario: F 1962/12.1
Sono stati ritrovati addossati alla parete sud della tomba di Sheshonq II anche i contenitori in alabastro dei vasi canopi.
I quattro contenitori in alabastro per i vasi canopi; a destra, altri due canopi senza iscrizioni, probabilmente appartenenti agli altri due scheletri trovato nella tomba
Duamutef, a testa di sciacallo (foto Montet)Qebeshenuf, a testa di falco (particolare)
Nella fase di re-inumazione di Sheshonq II ci deve essere stata però un po’ di confusione perché i contenitori non erano raggruppati e le teste dei vasi erano mescolate, non corrispondenti alle iscrizioni dei vasi stessi.
Uno dei canopi in argento ancora all’interno del suo contenitore in alabastro, foto di Pierre Montet
Ogni contenitore aveva all’interno una piccola bara antropomorfa in argento (simili a quelle che abbiamo visto con Tutankhamon).
I quattro vasi canopi fotografati da Montet. In due casi il piede della piccola bara d’argento era spezzato ed è stato ritrovato in un altro contenitore di alabastro
Pierre Montet esamina uno dei canopi in argento appena ritrovato
La “foto di famiglia” del Museo Egizio del Cairo
Se esisteva un naos per contenere i vasi canopi, questo è andato purtroppo perso nell’antichità.
Poteva forse assomigliare a questo (appartenente a Sheshonq I) il naos per i vasi canopi
Fonti:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951)
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
BROEKMAN, GERARD P. F. “FALCON-HEADED COFFINS AND CARTONNAGES.” The Journal of Egyptian Archaeology, vol. 95, [Egypt Exploration Society, Sage Publications, Ltd.], 2009
Foto: Aidan McRae Thomson, Hans Ollermann, Merja Attia
Museo Egizio del Cairo, JE 72163Oro; altezza 26 cm, larghezza 23 cm
Sulla mummia di Sheshonq II è stata ritrovata una maschera funeraria, modellata su una spessa lamina d’oro. Possiamo immaginare che questo fosse il volto del Faraone, ritratto in una posa serena, quasi sorridente. Gli occhi quasi orientaleggianti, la bocca splendidamente modellata piegata in un sorriso ironico, quasi a sfidare la morte.
La maschera ha perso gli occhi e le sopracciglia, probabilmente in ossidiana e pasta vitrea, di cui rimangono gli spazi vuoti. Probabilmente una parte del danno è avvenuta dopo il ritrovamento, a giudicare dalle foto dell’epoca in cui l’occhio destra ed il sopracciglio sinistro mostrano parte della decorazione originale.
La maschera come fu ritrovata, sui resti dello scheletro del Faraone
Qui si vede chiaramente che gli occhi – soprattutto il destro – ed il sopracciglio sinistro avevano ancora parte della decorazione originale al momento della scoperta
La maschera era fissata probabilmente ad un nemes, simile a quello di Tutankhamon, in legno (una bara intermedia andata persa per l’umidità secondo Brunton) oppure in tessuto – e quindi andato comunque perduto – con cinque perni, tre sulla fronte e due vicino alle orecchie. Secondo alcuni studiosi (Ikram; Dodson), la maschera era direttamente agganciata alla mummia, ed il fatto che non porti insegne reali (né avvoltoio ed ureo né barba cerimoniale) indicherebbe che risalga a quando Sheshonq non era ancora salito al trono.
Ad ogni modo, è probabilmente la maschera funeraria più espressiva ritrovata nella necropoli di Tanis
Quasi una foto, Sheshonq sorride al suo destino
Fonti:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951)
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
BROEKMAN, GERARD P. F. “FALCON-HEADED COFFINS AND CARTONNAGES.” The Journal of Egyptian Archaeology, vol. 95, [Egypt Exploration Society, Sage Publications, Ltd.], 2009
Foto: Aidan McRae Thomson, Hans Ollermann, Merja Attia
Oro ed intarsi, cat. Montet 216, Museo Egizio del Cairo JE 72154 (gruppo)
Di tutti i sovrani sepolti a Tanis solo Sheshonq II aveva un ampio collare a forma di avvoltoio con le ali spiegate posizionato sul torace della mummia.
Le ali dell’avvoltoio circondavano il collo del defunto e si toccavano sulla schiena, dove era inserito un contrappeso.
Foto originale di Montet
La parte posteriore del collare con la “chiusura” delle ali
Il collare è realizzato con una lamina d’oro sulla quale è stata inserita una seconda lamina con intarsi a cloisonné, purtroppo in gran parte persi, ed i dettagli (testa, zampe, e bordo superiore dell’ala) in oro massiccio. Tra gli artigli stringe due simboli “shen” realizzati anch’essi in oro ed originariamente con intarsi in pasta vitrea rossi e blu deteriorati dal tempo.
L’avvoltoio, simbolo e personificazione della dea Nekhbet, era uno degli emblemi reali associato all’ureo. Mentre il cobra dell’ureo difendeva lo spazio sacro del Faraone respingendo gli estranei (esclusione), l’avvoltoio ed in generale le divinità alate santificano lo spazio all’interno dell’abbraccio delle loro ali (inclusione).
Come confronto, il pettorale di Tutankhamon. Consideriamo che intercorrono circa 450 anni tra i due oggetti, quasi la stessa “distanza” tra noi e Michelangelo.
Fonti:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951)
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987
Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti
La foto “ufficiale” di Montet che mostra il meccanismo di apertura
Oro, lapislazzuli, cornalina e pasta vitrea, diametro esterno 7 cm, altezza 4 cm, Museo Egizio del Cairo JE 72184
Questa meravigliosa coppia di bracciali, anch’essi rinvenuti sulla mummia di Sheshonq II, apparteneva invece a Sheshonq I, un’altra testimonianza secondo diversi studiosi della diretta discendenza di Sheshonq II dal suo predecessore.
Ogni bracciale è composto da due lamine curve in oro massiccio decorate con pasta di vetro e pietre dure. Le lamine sono unite da due cerniere munite di un perno che permette l’apertura del bracciale.
I due bracciali sono identici tranne la rappresentazione dell’occhio udjat da destra su un bracciale e da sinistra sull’altro. Ogni occhio udjat è appoggiato su una cesta “neb” (potere) a simboleggiare eterna protezione per il re.
Lo splendore dell’oro e la brillantezza di lapislazzuli e pasta di vetro rendono questi bracciali tra i più iconici della gioielleria egizia
All’interno dei bracciali sono visibili i cartigli del re, mentre all’esterno corrono lungo la superficie strisce verticali, realizzate in oro e lapislazzuli. L’occhio è formato da lapislazzuli, con una pupilla di pietra nera.
Il disegno pubblicato su “Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis” di Montet mostra l’iscrizione all’interno del bracciale
L’iscrizione all’interno recita:
“Il re dell’Alto e Basso Egitto, il Signore delle Due Terre, Hedjikheperure Setepenre, Figlio di Ra, Signore dei diademi, Sheshonq, amato da Amon, gli sia concessa vita eterna”
Fonti:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951)
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987
Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti
C. Andrews, Gioielli dell’Antico Egitto, (Londra, 1990), 33