Donne di potere, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

HATSHEPSUT

LA PARABOLA ASCENDENTE DELLA REGINA

Figlia di Thutmosis I e della regina Ahmose ( a sua volta figlia di Amenhotep I), Hatshepsut fu la prima figlia e la preferita di suo padre, il quale, morto il figlio maschio Amenemes, sin dall’inizio del suo regno la portò con sé nei suoi viaggi in Egitto, specie nel Delta e l’associò al trono già nel suo secondo anno di regno. Tuttavia Hatshepsut dovette attendere per regnare veramente, dato che alla morte del padre salì al trono il fratellastro Thutmosis II, che la regina sposò per legittimarlo al trono e dal quale ebbe una figlia di nome Neferura. Thutmosis II morì di malattia verso i trent’anni e lasciò il paese e il suo legittimo erede, Thutmosis III, avuto da una sposa secondaria, nelle mani della moglie, la regina Hatshepsut, che governò in qualità di tutrice del figliastro, il quale aveva solo tre anni e che quindi era troppo giovane per esercitare concretamente il suo ruolo. La situazione è ben descritta nella biografia di Ineni, architetto ed intendete dei granai di Amon, incisa su di una stele collocata sotto il portico della sua tomba rupestre nella necropoli di Sheik Abd el-Gurna:” ( Il re) salì al cielo e si unì agli dei. Suo figlio prese il suo posto come re delle Due Terre, e fu sovrano sul trono di colui che lo aveva generato. Sua sorella, la sposa divina Hatshesut, si occupava degli affari del paese: le Due Terre erano sotto il suo governo e le si pagavano le imposte”.

THUTMOSIS I

La sua ascesa al trono è avvolta nel silenzio: il suo predecessore Amenhotep I, morì giovane, senza lasciare eredi, e Thutmosis I in effetti non sostenne mai di essere suo figlio. Il re menzionò solo la propria madre, una dama di nome Seniseneb che non ha altro titolo che quello di “madre di re”. Da questa dama nacque anche una figlia, chiamata Ahmes, che sposò il regale fratello. Thutmosis I fu considerato dai suoi contemporanei e nella storia successiva come sovrano assolutamente legittimo. Benché il suo regno sia durato solo tredici anno, egli fu capace di estendere i confini dell’Egitto più dei suoi predecessori. Fra le due costruzioni si ricordano quelle di Karnak, che sono le più antiche conservati nel sito. Thutmosis I ebbe da Ahmes, Hatshepsut che divenne regina e poi faraone .Dalla seconda moglie Mutnefert, ebbe Thutmosis II. Resta un mistero la sua sepoltura.

Fonte: Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà Nubiane. Maurizio Damiano – Appia.


Thutmosis III
Raffigurazione della regina Ahmes, incinta

FIGLIA DIVINA DI AMON

Thutmosis III

Dopo la morte di Thutmosis II Hatshepsut si trovò a reggere le sorti del paese per conto del figliastro Thutmosis III ancora troppo giovane per regnare. Mentre il giovane re portava sul suo capo la corona d’Egitto, la sposa reale si occupava degli affari di stato, fino a quando si fece incoronare faraone dando inizio a una co-reggenza con Thutmosis III. Per rafforzare la sua posizione e giustificare il suo potere fece incidere all’interno del tempio funerario di Deir El – Bahari il racconto della teogamia (“divino matrimonio”) tra il dio Amon e la regina Ahmes, grande sposa reale di Tuthmosis I, dal quale sarebbe nata l’erede al trono delle Due Terre.

Amon incorona Hatshepsut. Rilievo nella cappella rossa della regina, al Museo all’Aperto di Karnak
Raffigurazione del parto

Da quell’incredibile ciclo di rilievi parietali del tempio si apprende che durante il regno di Thutmosis I, Amon riunì il consiglio degli dei ed espresse l’intenzione di dare all’Egitto un nuovo re. Thot lo ascoltò con attenzione e gli suggerì come sua sposa mortale, per generare il futuro sovrano, la regina Ahmes, la moglie del re. Il dio Amon prese l’aspetto di Thutmosis I, si introdusse all’interno del palazzo reale e si recò nella camera dove dormiva la regina, che svegliandosi trovò accanto il suo sposo. In seguito Amon si presentò alla regina e le annunciò che sarebbe nata una figlia che avrebbe portato il nome di ” Colei che Amon abbraccia, la prima delle dame venerabili”. Il dio Khnum provvide a plasmare la bimba con il suo tornio, dandole la forma di un giovinetto poiché avrebbe rappresentare un re dalle prerogative maschili. La sovrana partorì assistita dalle divinità del Nord e del Sud; la dea Hathor prese tra le braccia Hatshepsut neonata e la portò al cospetto del dio Amon e del dio Thot che predisse gli anni di regno della futura sovrana. La figlia divina di Amon salì sul trono quando il dio Seth le consegnò la corona dell’Alto Egitto, mentre Horus le affidò quella del Basso Egitto. Divenuta “Signora delle Due Terre”, Hatshepsut assicurò ai suoi sudditi un periodo di pace e splendore e la dea della scrittura Seshat, insieme con il dio Thot, poté scriverne il nome sulle foglie del sacro albero ished, che cresceva nel regno celeste come garanzia di un regno eterno.

Fonte : Enciclopedia Egitto della Fabbri Editori curata da Maurizio Damiano.

THUTMOSIS II

Thutmosis II

Figlio di Thutmosis I e della dama Mutnefert, ebbe un regno estremamente breve, che forse non superò i tre anni.

Egli fece intraprendere molti progetti edilizi: in Nubia vi sono resti del suo regno a Napata, Semma, Kumman in Egitto a Elefantina e specialmente a Karnak , dove fece costruire la monumentale “Corte delle feste”, di fronte al quarto pilone. Molti altri monumenti portano il nome del sovrano, ma spesso si tratta di costruzioni di Hatshepsut che Thutmosis III fece attribuire al padre. Da una sposa secondaria, di nome Aset, ebbe un figlio, il futuro Thutmosis III, che succedette al padre assieme a Hatshepsut.

Non si è identificata con certezza la tomba del re, le candidature sono tre: quella nota con la sigla WN A, a Bab El Mullaq (ai piedi della cima tebana in linea retta a nord-ovest del Ranesseum); la tomba della Valle dei Re KV 42 e quella di Deir El Bahari, DB 358. Oggi si pensa che fosse quest’ultima la sepoltura originale del re, il cui corpo fu trasferito una prima volta, alla fine del Nuovo Regno, nella tomba di Amenhotep I e quindi sotto la XXI Dinastia, nella cachette di Deir El Bahari.

Il tempio funerario a suo nome, scavato presso Medinet Habu, fu in realtà costruito da Thutmosis III in memoria del padre.

Fonte : Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà Nubia e di Maurizio Damiano – Appia.

COLLEGAMENTI:

L’ETA’ DELL’ORO

Grazie alla sua forte personalità e alla sua spiccata saggezza politica, Hatshepsut riuscì a mantenere la pace nei confini del suo impero e a regalare ai suoi sudditi un periodo di prosperità.

Il suo grande senso estetico ed il gusto raffinato la portarono a dare notevole impulso all’architettura: edificò il tempio di Deir el- Bahari, ampliò il tempio di Amon a Karnak, costruì il tempietto a Medinet Habu, ove più avanti sarebbe sorto il ” tempio di milioni di anni” di Rameses III e lo Speos Artemidos, primo tempio rupestre d’Egitto che sorge a due chilometri da Al-Minya e fu dedicato alla dea – leonessa Pakhet.

Inoltre Hatshepsut restaurò i monumenti distrutti o abbandonati nel corso del secondo periodo intermedio ed estese la sua intensa attività costruttiva fino alla Nubia, dove edificò templi a Qasr Ibrim , a Buhen e infine a Sai.

Fonte : Enciclopedia Egitto della Fabbri Editori curata dal professor Maurizio Damiano.

LA SPEDIZIONE A PUNT


  

La tranquillità dei confini e la sicurezza delle rotte commerciali permisero ad Hatshepsut di organizzare, nel nono anno del suo regno, una spedizione nella leggendaria terra di Punt, una regione identificata con quella parte della Somalia che è situata sulla costa orientale dell’Africa, all’altezza del golfo di Aden. Paese di enormi risorse e patria dell’incenso, che fece rappresentare sulle pareti del tempio di Deir El-Bahari, più precisamente nella zona sud del secondo colonnato. Essa venne guidata dal cancelliere Nehesy che fece preparare cinque grandi navi cariche di prodotti della terra del Nilo da offrire come merce di scambio agli abitanti di Punt. Nehesy partì con i suoi uomini dalla città di Tebe, e arrivato al Mar Rosso, navigò sottocosta verso sud. A terra erano ad attenderlo il re di Punt assieme alla moglie. Gli Egizi scambiarono i loro beni e ripartirono dopo aver riempito le stive di ogni ricchezza : preziose essenze di profumi, oro, avorio, ebano, resine, alberi di mirra e addirittura animali esotici.

Questo particolare della spedizione Punt si focalizza sulla poppa di una delle navi egiziane, al momento del loro arrivo.

Sono visibili la terminazione sullo scafo in forma di fiore di papiro, il timone a doppio remo e una parte delle vele manovrate dai marinai.

Fonte : Le regine dell’antico Egitto a cura di Suzanne Mubarak, Dorothea Arnold, Rosanna Pirelli.

LA GRASSA REGINA DI PUNT

I testi ci dicono che il nome del re di Punt era Parehu, e le immagini lo mostrano accompagnato dai due figli e dalla moglie, la regina Ati, una donna piccola di statura e incredibilmente grassa.

Questa deformità, colta dall’immancabile spirito di osservazione degli Egizi, era patologica e non esprime caratteri razziali.

Da Deir El Bahari, prima terrazza, lato sud, “Portico di Punt”, parete ovest. XVIII Dinastia. Calcare dipinto, altezza 49 cm., larghezza 45 cm.Il Cairo, Museo Egizio.

Fonte: Antico Egitto di Maurizio Damiano

  

IL TEMPIO DI DEIR EL-BAHARI o DJESER-DJESERU

Il tempio di Deir El-Bahari è oggi uno dei siti più celebri di Tebe ed è uno dei luoghi più suggestivi che sorge all’interno di un immenso anfiteatro roccioso formato da una parete verticale che s’innalza per 200 metri circa e si apre verso la pianura niolitica.


  

Il celebre tempio di Hatshepsut fu noto agli Egizi come Djeser-Djeseru (Santi tra i santi), termine che indica quanto di più splendido e sacro ci fosse. L’edificio ha tre livelli successivi: un vasto cortile e due terrazze , la seconda più piccola della prima; si passa dal cortile dal cortile della prima terrazza e da questa alla seconda mediante delle rampe. I dislivelli sono occupati da portici che fanno da sfondo sia al cortile sia alla prima terrazza. Fra le splendide raffigurazioni parietali ricordiamo la teogamia che consacra Hatshepsut come figlia di Amon, la “cronaca” della celebre spedizione navale dell’anno 9, diretta al Paese di Punt, il trasporto da Assuan e l’erezione nel tempio di Amon a Tebe degli obelischi in onore del dio.

Eccezionale per la conservazione e gli smaglianti colori sono il santuario dedicato alla dea Hathor, cui il sito di Dei El-Bahari era tradizionalmente sacro ed il santuario del dio Anubis, connesso al rituale funerario.

Ricostruzione del tempio di Hatshepsut, a Deir El Bahari. (Tebe Ovest). In primo piano si vede il grande cortile cintato in fondo al quale si elevano le ampie terrazze e i portici che ospitavano splendidi rilievi e varie cappelle. Alle spalle del tempio si eleva la ripida scarpata della montagna tebana, che forma lo splendido paesaggio in cui il tempio si inserisce armonicamente. I lavori di restauro ne hanno oggi restituito la struttura e gli scavi hanno portato alla luce molte delle statue che ne ornavano corti e viali, nonché rivelato la presenza di piccoli bacini e giardini dedicati al dio Amon che ravvivano l’arido paesaggio desertico.

Militari in festa, da Deir El-Bahari.

Nella fotografia sono raffigurati dei soldati in festa con foglie di palma, armi e stendardi; il dettaglio fa parte di una scena in cui i militari seguono il battello della dea Hathor durante la navigazione in suo onore.

Da Deir el-Bahari, Tempio funerario di Hatshepsut, sala ipostila della cappella di Hathor, parete di nord-est. XVII Dinastia.

Fonti:

  • Antico Egitto di Maurizio Damiano
  • Enciclopedia Egitto della Fabbri Editori curata dal professor Maurizio Damiano.

LO STAFF DI HATSHEPSUT

Nell’assolvimento dei suoi doveri di governo Hatshepsut poté contare non solo sul fedele Senenmut, ma anche sulla collaborazione di personaggi di notevole capacità, tra i quali il sacerdote di Amon Hapuseneb, il tesoriere Djehuty, il capo maggiordomo Amenhotep, il visir Useramon e il Cancelliere Nehesy.

IL DECLINO DI HATSHEPSUT E LA SUA MORTE

Gli ultimi anni del regno di Hatshepsut non furono sereni: la figlia Neferura, che le era stata particolarmente vicina, morì probabilmente diversi anni prima di lei, e Tuthmose III cominciava ad offuscarla con le sue vittoriose imprese militari. Ormai cinquantenne, Hatshepsut sparì dalla scena politica e dalla vita di corte, e morì il ” ventiduesimo anno di regno, il mese di Peret, decimo giorno”, ossia il 16 gennaio 1458 a. C., come attesta la stele rinvenuta ad Ermonti. Alcuni immaginarono per lei una morte violenta, altri ancora una vendetta covata dal figliastro Thutmosi III, desideroso di governare senza ingerenze da parte sua ma probabilmente i fatti che seguirono ebbero un corso assolutamente naturale: la regina, ormai stanca e affaticata, si ritirò a vita privata e Tuthmosi III divenne faraone unico dell’Egitto, mettendo fine alla coreggenza con la matrigna .Nessuna fonte contemporanea menziona la causa della sua morte, l’analisi medica della mummia indica che era obesa e che soffriva di diabete, di artrite, di gravi problemi ai denti e di un tumore osseo metastatizzato che l’avrebbe portata alla morte.

Nel 2011 alcuni studiosi tedeschi hanno ipotizzato che il cancro si fosse sviluppato per l’utilizzo di una lozione o di un unguento, usato per ragioni estetiche o curative, che si trovava in una fiala rinvenuta con Hatshepsut, ma l’incerta datazione del reperto e la sua riferibilita’ alla regina, non consentono di validare con certezza la pur suggestiva ipotesi.

Fonti:

  • Enciclopedia, Egitto della Fabbri Editori curata dal professor Maurizio Damiano.
  • https:/www.greelane.com/it/jumanities/storia-cultura/how-did-hatshepsut – die 3529280
  • htpps://www.aton-ra,com/faraoni-egizi/ ahtshepsut /143-sarcofago-hatshepsut.html

LA TOMBA DELLA GRANDE REGINA

Quando era ancora “Grande sposa reale” di Thutmose II, Hatshepsut aveva intrapreso nel Wadi Sikket El Zaide (as Ovest della Valle dei Re) la costruzione della propria tomba, individuata da Howard Carter nel 1916; salita al trono, tuttavia, ella cominciò ad edificare un nuovo complesso funerario in quanto le dimensioni della vecchia sepoltura non si addicevano ad un faraone.

La tomba KV20 della Valle dei Re, originariamente creata per suo padre, fu quindi rinnovata, ingrandita e fornita una nuova camera sepolcrale perché potesse accogliere anche la mummia della sovrana ed in effetti alla sua morte venne ivi inumata accanto a Thutmose I, il quale durante il regno di Amenhotep II fu traslato nella nuova tomba KV38 e dotato di un nuovo corredo funerario, mentre Hatshepsut fu spostata altrove, il suo sarcofago, trovato vuoto, era stato utilizzato per Thutmose I e i geroglifici di Hatshepsut erano stati cancellati e rimpiazzati con quelli del padre.

Nel 1903 Howard Carter riportò alla luce la tomba KV60, nella quale giacevano le mummie di due donne, una identificata come Sitra, balia di Hatshepsut, e l’altra appartenente ad una donna di mezza età, dalla pessima dentatura, con capelli di colore ramato, alta poco meno di 1 metro e 60 centimetri, mummificata con la tecnica e la postura tipiche dei membri della famiglia reale.In seguito nel famoso Nascondiglio delle mummie reali a Deir El-Bahari venne rinvenuto uno scrigno per vasi canopi, recante il nome della regina e contenente un fegato o una milza mummificato ed un molare con una sola parte di radice

.Nella primavera del 2007 il prof. Zahi Hawass fece trasportare la mummia non identificata al museo del Cairo per analizzarla e scopri che le mancava un dente, perfettamente combaciante col molare trovato nello scrigno canopico di Deir El-Bahari, la parte di radice mancante è ancora nella mascella della mummia, il che ha fugato gli ultimi dubbi sull’identità della mummia: Hatshepsut aveva riposato per millenni accanto alla sua balia.

Fonte:

  • https://www.aton-ra.com/faraoni-egizi/ahtshepsut /143-sarcofago-hatshepsut.html
  • Matteo Rubboli per Vanilla magazine : Hatshepsut, la Regina che divenne faraone.
  • Enciclopedia Egitto della Fabbri Editori curata dal professor Maurizio Damiano.
Donne di potere

LA REGINA AHMOSE-NEFERTARI

La madre della XVIII Dinastia

Di Grazia Musso

Ahmose – Nefertari (anche Ahmes – Nefertari) fu una delle Regine più influenti e venerate; il suo nome significa “Nata dal dio-luna, la più bella delle donne”. Era “grande sposa reale” nonché sorella del faraone Ahmose I: infatti erano entrambi figli del faraone Ta’o e della regina Ahhotep.

Amenhotep I

Poté fregiarsi di numerosi titoli; Principessa Ereditaria, Grande di Grazia, Grande di lodi, Madre del Re, Grande sposa reale, Sposa del dio, Unita alla corona bianca, Figlia del re, cui si aggiunse quello speciale di Dea di Resurrezione, come registra una stele di donazione presso Karnak.

Ahmose – Nefertari ebbe un ruolo di primaria importanza per la religione del suo paese: fu responsabile di tutte le proprietà templari e dei relativi tesori, botteghe e amministrazioni e creò il patrimonio temporale delle “Divine Spose di Amon”, che comprendeva i proventi delle tasse, granai, scribi, artigiani e uno staff amministrativo.

Ahmose Merytamon, sposa di Amenhotep I

Quando il marito Ahmose morì, la regina governò per conto del giovanissimo Amenhotep I ed oltre a guidare il paese si dedicò all’organizzazione del culto ed introdusse l’unicità delle pratiche religiose; fino a quel momento, infatti, i sacerdoti dei vari templi seguivano abitudini e riti differenti.

Alla sua morte fu divinizzata e venne, da allora, venerata a Tebe e al villaggio di Deir El-Medina, dove gli operai tributarono a lei e al figlio un culto speciale, che durò fino alla fine del Nuovo Regno e raggiunse l’apice in epoca ramesside, quando venne vista come la buona madre di tutti i re legittimi e reggente del trono durante la loro infanzia a difesa del loro diritto di successione.Amenhotep I iniziò a Dra Abu El Naga a Tebe Ovest, la costruzione di un tempio a lei dedicato, che fu completato sotto il regno di Tutmosi I, grato alla regina perché aveva favorito la sua ascesa al trono rimasto vacante; tale complesso diventò il cuore del Sacerdozio delle Spose Divine di Amon e meta di pellegrinaggio. Ahmose – Nefertari compare ritratta come una dea, in più di 50 tombe private e 80 monumenti è chiamata “Signora del Cielo e dell’Occidente”. Le statue principali della regina e le pitture la ritraggono di pelle nera e questo ha fatto pensare che la sua carnagione potesse non essere chiara. Il colore nero, invece, esprime l’idea di morte e resurrezione e rafforza l’immortalità di questa regina tanto amata.

La sua tomba, originariamente, doveva essere situata nella necropoli reale di Dra Abu El-Naga, dove si trovano i resti del suo tempio funerario. La sua presunta mummia fu ritrovata nel 1881 nella tomba DB 320, il cosiddetto Nascondiglio di Deir el-Bahati, dove era stata nascosta dai sacerdoti di Amon per preservarla dalle predazioni nella Valle dei Re.

La mummia venne sbendata nel 1885 da Emile Brugsch e dopo alcuni anni riesaminata dall’anatomista G. Elliot Smith, che la descrisse come una donna di età compresa tra i 60/70 anni, alta m. 1,60, mancante della mano destra.

Il sovrintendente Ahmed Kamal posa davanti all’enorme sarcofago della regina Ahmose-Nefertari, trovato nella ” cachette” di Deir El Bahari.

Mariette a quel tempo era già malato e la scoperta delle mummie nascoste sarà portata a termine da Maspero e da Brugsch.

Fonte: Enciclopedia Egitto della Fabbri Editori curata da Maurizio Damiano.

Ahmes – Nefertari è suo figlio Amenhotep I sono ritratti davanti a una tavola di offerte, i due sovrani divinizzati sono protetti dal segno Sa e da una dea avvoltoio.
Le figure sono intagliate nella parete in legno di una portantina o di un trono.
Museo Egizio di Torino. Fonte: Le regine dell’antico Egitto di Rosanna Pirelli.

Questa stele, proveniente da Deir El-Medina, rappresenta uno dei numerosi ex voto dedicati, in epoca ramesside, al faraone Amenhotep I divinizzato e adorato insieme alla madre Ahmose-Nefertari. Il registro inferiore ritrae i dedicanti inginocchiati con le braccia levate in segno di preghiera. Museo Egizio di Torino. Fonte: Le regine dell’antico Egitto a cura di Rosanna Pirelli.

Il re Amenhotep I e la regina Ahmose Nefertari sono seduti su troni-cubo. Sopra al sovrano è collocato un disco solare con urei a entrambi i lati. Davanti al viso dei personaggi il proprio cartiglio. Il testo recita. (Djeserkara) (Ahmose Nefertari), protezione, vita, stabilità e benessere circondino lei come ra ogni giorno. Sotto due personaggi maschili inginocchiati. Testo: Il servitore della sede della verità Amenemope, giustificato. Il figlio, suo servitore nella sede della verità Amennakht, giustificato per l’eternità.

I dati di questa stele: Inv. N°. : 1452 Dimensioni: 30×20×3 cm
Data: 1292–1190 a.C / Periodo: Nuovo Regno / Dinastia: XIX dinastia
Provenienza: Deir el-Medina / Acquisizione: Collezione Drovetti, 1824 /CGT: 50034

Questa stele ha una particolarità non rara, è decorata in entrambe le facce. Tale decorazione è stata effettuata in due periodi diversi. La scena rappresenta un personaggio con in mano un flabello. Il testo di tre colonne fornisce il nome: Flabellifero alla destra del re, Sovrintendente e Visir Hori, giustificato a Tebe. Immagini da scheda del Museo Egizio di Torino.

LE STATUETTE VOTIVE

A cura di Patrizia Burlini

Legno. Nuovo Regno, XIX-XX dinastia (1292-1076 a.C.).
Deir el-Medina.
Collezione Drovetti (1824). a.C. 1369, 1388
Scavi Schiaparelli (1905).
Inv.S. 6128

“Le statuette cultuali rappresentanti la regina Ahmose Nefertari, grande sposa reale e madre del faraone Amenhotep I, sono testimonianza della grande devozione riservata dagli abitanti del villaggio a questa sovrana.

Le iscrizioni sullo zoccolo della statua riportano i nomi dei dedicanti.”

Museo Egizio Torino – Didascalie museo

AHMES NEFERTARI AVEVA LA PELLE NERA? L’ICONOGRAFIA DELLA GRANDE REGINA

Questa valorosa regina nacque a Tebe attorno al 1570/1565 a. C. e visse nel tumultuoso periodo della guerra che la sua famiglia (la XVII dinastia regnante su Tebe) condusse contro gli invasori Hyksos per riconquistare il Delta del Nilo ed il Medio Egitto.

Il padre Seqenenre Tao II ed il suo successore Kamose morirono in battaglia, e suo fratello e marito Ahmose I (primo sovrano della XVIII dinastia), con il suo sostegno portò a compimento la riunificazione delle due terre; in seguito ebbe la reggenza in nome di suo figlio Amenhotep I ed essendo costui deceduto senza eredi, favorì la successione di Thutmosis I evitando pericolosi vuoti di potere.

Dopo la morte fu divinizzata ed il suo culto raggiunse l’apice in epoca ramesside, quando venne celebrata come la protettrice della linea dinastica legittima avendo difeso il diritto di successione di suo figlio Amenhotep anch’egli divinizzato, ed avendo retto il trono durante la sua infanzia senza mai tentare di usurpare il potere.

Ahmes Nefertari divinizzata, in origine rappresentata accanto ad Amenhotep I a Deir el-Medina, nella Tomba di Inerkhau (TT 359), il “Caposquadra del Signore delle Due Terre nel Luogo della Verità” sotto Ramses III e suo figlio Ramses IV. La sovrana ha la pelle nera, indossa un ampio abito a pieghe, legato in vita da un lungo nastro multicolore, bracciali ai polsi ed alla parte superiore delle braccia ed un largo collare. Sul capo ha la tipica corona composta dall’avvoltoio sovrastato da un modio rosso che sostiene Nekhbet, la dea avvoltoio tutelare dell’Alto Egitto e Wadjet, la dea cobra tutelare del Basso Egitto. Tiene in mano lo scettro reale. Questo rilievo attualmente si trova, così come quello di Amenhotep I, al Neues Museum di Berlino. Altezza: ca. 160 cm – larghezza (ciascuno): ca. 82 cm – numero del museo/d’inventario: AM 2060 e 2061

Ahmes-Nefertari fu spesso rappresentata accanto ad una divinità, al figlio oppure ad un sovrano divinizzato; nell’iconografia classica, che si desume dalle numerose pitture sulle pareti delle tombe private, dai rilievi templari e dalle sue statue ella indossa un abito a tubino aderente, esprime i canoni della bellezza femminile dell’epoca ed è rappresentata con gli attributi delle mogli reali (una parrucca tripartita e la corona a forma di avvoltoio al di sopra della quale è posto un modio sovrastato da due piume di struzzo); tiene nella mano destra il segno ankh o un fiore ed ha il braccio sinistro piegato sul petto, che regge l’elegante scettro floreale tipico delle regine della XVIII dinastia (vedi, in proposito, il bel post di Francesco Alba sullo scettro del giglio a questo link: https://www.facebook.com/groups/449981545805222/search/?q=scettro%20regine)

Frammento rettangolare di pittura murale dalla tomba sita a Sheikh Abd el-Qurna (Tebe) ed ora praticamente distrutta appartenuta a Kinebu, vissuto nel corso della XX dinastia (Ramses VIII). Il reperto si trova attualmente al British Museum di Londra – Numero del museo EA37994
Altezza: 53,20 cm. – Larghezza: 20,80 cm.
Acquistato da Robert James Hay nel 1868

Spesso ha la pelle nera, ed alcuni pensano che potesse avere ascendenze nubiane, ma l’esame di quella che si ipotizza essere la sua mummia ha permesso di accertare che si trattava di una donna di razza bianca, alta m. 1,61 e morta più o meno a settant’anni.

Frammento di un dipinto della regina Ahmose-Nefertari, dalla TT 181 detta “dei due scultori” appartenuta a Nebamon ed Ipuki, vissuti durante i regni di Thutmose IV ed Amenhotep III. L’immagine originaria comprendeva anche Amenhotep I, rappresentato con la corona blu e con uno scettro heqa nella mano.
Il nome di Ahmes-Nefertari è rimasto leggibile nel cartiglio sopra la sua testa. Altezza 260 mm, larghezza 160 mm. Foto: Don Hitchcock 2018 Museo August Kestner, Hannover, numero di inventario NO. 1962.70
Per la ricostruzione completa si veda il post di @Jacqueline Engel a questo link: https://www.facebook.com/photo?fbid=2316120465231035&set=pcb.2316120531897695&locale=it_IT

L’ipotesi più accreditata è che i rilievi raffigurassero non la regina ma la sua statua: dai rilievi si apprende che in particolari occasioni esse venivano ricoperte di bitume, che simboleggiava il fertile terreno d’Egitto e la rinascita e venivano portate in processione fuori dal tempio che era stato costruito in suo onore, a spalla o in un naos caricato su di una slitta, lungo un percorso rimasto sconosciuto, che prevedeva anche tratti di navigazione fino al Ramesseum ed al tempio di Amenhotep I a bordo di una barca decorata a poppa e a prua con teste di donne.

Scena dalla cappella tombale della TT 277 nella necropoli di Qurnet Murai, appartenuta al sacerdote Ameneminet, che visse durante la XX dinastia. Il defunto, a sinistra, offre incenso e libagioni di acqua alle statue dei sovrani divinizzati Mentuhotep II ed Ahmose-Nefertari (si noti il piedistallo rettangolare sotto il Faraone, e la carnagione nera della regina), con Hathor in forma di vacca, protettrice delle necropoli di Tebe e dei defunti, che emerge dalla montagna tebana che sorge sulla riva occidentale del Nilo.
In quell’area i due sovrani erano particolarmente venerati, il primo per aver ivi costruito la sua tomba ed il suo tempio funerario (a Deir el Bahari), la seconda in quanto protettrice della comunità di Deir el-Medina insieme al figlio Amenhotep I.

In effetti molte delle statuette votive della regina che sono giunte fino a noi hanno il viso nero come quelle proposte qui sopra.

FONTI:

Nuovo Regno, XVIII Dinastia

STATUA DEL DIO SOBEK CON AMENHOTEP III

A cura di Silvia Bovitutti

Questa statua in alabastro, alta m. 2,56, venne rinvenuta nel 1967 nel tempio di Sobek a Dahmsha (ove si allevavano coccodrilli sacri) da operai che stavano scavando un canale; essa si trovava in un pozzo chiuso da una lastra di arenaria che anticamente era stata fatta scivolare al suo posto tramite due rotelle di bronzo.

Sobek, rappresentato antropomorfo ma con testa di coccodrillo, è assiso su di un trono; sul capo porta una corona composta da un modio, due piume, due corna d’ariete orizzontali e un disco solare e sulla fronte un ureo.

Amenhotep III è in piedi accanto al dio ed è rappresentato in scala minore in segno di deferenza e con tratti giovanili. Indossa il nemes, un gonnellino rigido e la barba posticcia.

Sobek distende il braccio sinistro per proteggerlo e con il destro gli avvicina il simbolo Ankh al volto per vivificarlo.

Nel secolo successivo Ramses II usurpò la statua facendovi apporre i cartigli dei propri nomi.

Oggi custodita al Museo di Luxor

Donne di potere

LA REGINA SEBEKNOFRURA o NEFERUSOBEK

Di Grazia Musso

Regina della XII Dinastia, portò la titolatura completa e fu un vero re, un “Horus – femmina”. Il suo nome significa “Bellezza di Sobrek”, con riferimento al dio coccodrillo, simbolo di fertilità e allo stesso tempo di potenza della luce divina. Regnò, almeno all’inizio, assieme ad Amenemhat IV. Non si conoscono con certezza i legami familiari di Sebeknofrura, ma era quasi certamente figlia di Amenemhat III e sorella o sorellastra di Amenemhat IV.

Amenemhat III

Il suo fu un regno breve, che durò poco più di tre anni. Di lei rimangono vari monumenti, fra cui le statue acefale provenienti dall’area del Fayym. Le statue provenienti da Tell el-Daa recano iscrizioni dedicate a Sobrek del Fayyu, ove forse, si trovavano in origine.

Amenemhat IV

Ritrovamenti nel levante fanno supporre che la regina continuasse a mantenere contatti pacifici con il vicino Oriente. Sebeknofrura estese il complesso funerario di Amenemhat III, oggi conosciuto come labirinto di Meride, è promosse rilevanti costruzioni, come la città di Eracleopoli o Eracleopoli Magna.

Il labirinto si trova a Hawara, presso il lago di Meride nel Fayyum, è una costruzione labirintica, parte integrante del tempio funerario di Amenemhat III, doveva aggirarsi intorno ai 70.000 metri quadrati e comprendeva 3.000 stanze su due piani, uno dei quali sotterranei e 12 cortili Si ignora dove si trovi la sua tomba, potrebbe essere una delle due piramidi i cui resti si trovano a Mazghuna. Le sue caratteristiche principali furono il coraggio e la devozione, che fecero di lei una regina onorevole e rispettata ; non smise mai di usare suffissi femminili per i suoi titoli per mostrare che anche le donne potevano aspirare al livello più alto del potere e diventare faraone classico e venerabile mantenendo le proprie peculiarità.

Di questa regina, per la prima volta non ci sono dubbi sul fatto che sia stata faraone a tutti gli effetti. Questo sigillo ci dà la sua titolatura quasi completa: Mery(t) Sobek (amata da Sobek) poi il titolo di Horo (con la t del femminile), Meret Ra (amata da Ra). Segue il titolo delle Due Signore, Sat Sekhem Nebet Tawi (Figlia della Possente, Signora delle Due Terre), il titolo di Horo d’oro, Djed Kha(w) Stabile nelle apparizioni ed infine il titolo di Re dell’alto e Basso Egitto Nswt Bity, Sobek Neferw (o Neferw Sobek), La bellezza di Sobek. Per cui, a differenza di Nitoqerty, sulla quale ancora tanto si discute, qui siamo nel campo delle certezze. E, a differenza di Hatshepsut, che verrà sei dinastie dopo, lei mantenne le sue prerogative esclusivamente femminili.

Fonti: Pagine del Prof. Maurizio Damiano Enciclopedia Egitto della Fabbri Editori Autore Maurizio Damiano

Per le immagini Luisa Bovitutti e Nico Pollone

Il cartiglio di Neferusobek

Materiali

IL SILICA GLASS

A cura di Stefano Argelli

Un ricercatore della Curtin University, a Bentley, in Australia, avrebbe risolto un annoso enigma scoprendo che il vetro trovato nel Deserto Libico, in Egitto, è stato creato da un impatto di meteoriti in conseguenza di un’esplosione generatasi nell’atmosfera terrestre. La scoperta alimenterebbe gli studi sulle implicazioni di una eventuale minaccia posta dagli asteroidi. Pubblicato sulla rivista della The Geological Society of America, Geology, la ricerca ha esaminato minuscoli granelli di minerale di vetro provenienti dal Deserto Libico che si sono formati 29 milioni di anni or sono e cosparsi su diverse migliaia di chilometri quadrati nell’Egitto occidentale. Silice quasi pura, il vetro giallo canarino, denominato Silica Glass, è famoso perché, con esso é stato realizzato lo scarabeo posto al centro del pettorale del celebre Faraone Tutankhamon. Gli autori dello studio, Aaron Cavosie, dello Space Science and Technology Centre in Curtin’s School of Earth and Planetary Sciences, e Christian Koeberl, direttore del Naturhistorisches Museum Wien (Museo di Storia naturale), ritengono che i cristalli di zirconi nel vetro hanno conservato la presenza di un minerale ad alta pressione denominato reidite che si forma solo durante l’impatto di un meteorite. Cavosie precisa che è ancora oggetto di dibattito in corso il fatto che il vetro si sia formato durante l’impatto dei meteoriti o durante un’esplosione che accade quando gli asteroidi esplodono e depositano energia nell’atmosfera terrestre. Sia gli impatti di meteoriti che le esplosioni possono causare una fusione dei minerali presenti e solo gli impatti dei meteoriti creano onde d’urto che formano minerali ad alta pressione: l’aver rinvenuto tracce di reidite conferma il risultato di un impatto di meteoriti. La tesi che il vetro si sia formato durante una grande esplosione atmosferica, secondo Cavosie, ha guadagnato posizioni scientifiche dopo la drammatica esplosione atmosferica sui cieli della Russia nel 2013 la meteora di Čeljabinsk), che ha causato ingenti danni materiali e diversi feriti tra gli esseri umani, senza, però, causare la fusione dei materiali superficiali. Secondo Cavosie l’asteroide che avrebbe colpito il Deserto Libico circa 29 milioni di anni fa sarebbe classificabile come un grande “100 Mt–class airbursts“, anche se ad oggi non ci sono esempi confermati nella documentazione geologica. Gli impatti delle meteoriti sono eventi catastrofici, ma non sono comuni. Le esplosioni in atmosfera si verificano più frequentemente ma, al momento, secondo Cavosie, è lontana la possibilità di un evento tale da produrre formazione di vetro come quello del Deserto Libico.

NOTA DEL PROF. DAMIANO

Il Libyan Desert Silica Glass (o semplicemente Silica Glass, o LDSG).

Ho già scritto anni fa sull’argomento; lo riprendo qui in merito al vetro, poiché … sono una delle persone che lo ha studiato sul posto per lunghi anni.

Partiamo dal posto, dunque: è il Gran Mare di Sabbia, una delle più straordinarie aree del Sahara, nel Deserto Egiziano. Esplorato da poche spedizioni fra gli anni ’20 e ’50, le esplorazioni sono riprese negli anni ‘90 con le spedizioni da me condotte in qualità di archeologico, con e per il Centro Studi Luigi Negro di Milano (dal 1992 al 1996); fra gli scopi dell’esplorazione vi erano la survey archeologica del territorio e soprattutto risolvere il mistero del Silica Glass. Le spedizioni sono continuate autonomamente da parte del CRE da me diretto dal 1997 al 2011.E vediamo cos’è il LDSG.

Il misterioso materiale vitreo è presente solo in una ristretta area del Deserto Occidentale egiziano, al limitare della zona occidentale del Gran Mare di Sabbia; area che, limitatamente alla presenza del silica glass, ha grosso modo la forma di due anelli concentrici circolari o ellittici, e copre un diametro massimo di 50 km, per il materiale in situ. Per comprenderne la natura procederemo per passi successivi, dalla sua scoperta sino alle analisi più recenti.

L’immensa area del Deserto Occidentale nota come Gran Mare di Sabbia (Great Sand Sea, GSS), ove si trova il LDSG (© e foto archivio CRE/M. Damiano).
Il momento in cui scoprii (1992) un’area con 14 atelier di lavorazione del Silica Glass (© e foto archivio CRE/M. Damiano).

La storia.

La pietra fu nota agli abitanti preistorici dell’area, come testimoniano migliaia di manufatti neolitici eseguiti nel materiale tagliente. In epoca storica esso fu certamente noto agli oasiti, almeno in un’occasione documentata, poiché essi lo resero noto agli antichi egizi, che ne fecero uno scarabeo per un celebre pendente del tesoro di Tutankhamon (ipotizzai che si trattasse di silica proprio al rientro da una delle spedizioni, osservandolo durante una visita al museo; lo segnalai al finanziatore, G. Negro, che coinvolse De Michele; questi ottenne i permessi per analisi non distruttive, provando ciò che avevo visto: era silica). Per avere un cenno su misteriosi frammenti di vetro nella sabbia dobbiamo attendere sino all’epoca moderna: nel 1846 Hussein, una guida che cercava una pista che congiungesse lo Uaddai (un regno del Chad centro-orientale) al Cairo via Libia-oasi egiziane, partì dall’oasi di Khufra, in Libia, seguì per quattro giorni di marcia un’antica pista che poi svaniva sotto la sabbia; Hussein dovette tornare indietro ma, sulla sabbia, notò del vetro, pensando erroneamente che fosse stato lasciato dalle antiche carovane. Il silica glass fu poi scoperto per il mondo scientifico nel corso delle prime esplorazioni dell’area da parte di P.A. Clayton, nel 1932; l’esploratore lo descrisse e gli diede il nome di Libyan Desert Silica Glass; da allora iniziò la ricerca nel tentativo di scoprire il segreto della sua origine.

Descrizione del silica glass

Queste affascinanti pietre verdi, vere gocce di pietra, lucide, trasparenti e pure, mostrano una superficie levigata per l’azione eolica, che presenta le caratteristiche forme erosive delle strutture vitree: concavità e mancanza di piani di frattura o di erosione; ciò è dovuto alla struttura molecolare amorfa, ossia priva di reticolo cristallino. La composizione del LDSG, biossido di silicio purissimo, risulta la seguente: SiO2 al 98%; seguono in ordine Al2O3, Fe2O3 + FeO, TiO2, ZrO2.

I frammenti possono avere vari gradi di purezza e aspetti diversi: i più puri appaiono assolutamente trasparenti, privi di inclusioni e di colore verde, che può andare dal tenue giallo-verdino sino al verde smeraldo; raramente si hanno concentrazioni maggiori e il verde più chiaro può essere attraversato da venature più intense di verde cupo; in qualche raro caso si trovano frammenti di un verde scuro, purissimo, di colore quasi nero. Ci sono poi i frammenti con inclusioni: le più comuni sono quelle di bolle d’aria createsi nelle zone superficiali dell’area in ebollizione; tali bolle d’aria possono apparire come semplici sferule biancastre o trasparenti, isolate o in piccole serie all’interno del silica, oppure come ammassi di diversa consistenza, sino a formare dei blocchi detti di “silica bianco” per il suo aspetto, privo di trasparenza e interamente occupato da piccole bolle gassose. Quanto ad inclusioni estranee, le più comuni sono delle piccole sferule bianche, ben distinguibili dalle bollicine trasparenti; si tratta delle sferule di cristobalite; quest’ultima è una forma del quarzo che si crea a 1470°C, ed è cubica; le fere di cristobalite sono spesso alternate alle sferule trasparenti, formate dal gas al momento della formazione. Da quanto abbiamo visto sopra, deriva il fatto che la sua composizione pura (biossido di silicio al 98%) e la struttura non cristallina ne fanno un tipo di vetro naturale, ovviamente non cristallino, che esiste solo in quest’area del pianeta.

Il mistero delle sue origini e la natura del silica glass

L’origine di questa pietra verde è stato uno dei più grandi misteri di quest’area del Gran Mare di Sabbia e della geologia; le ipotesi proposte negli anni furono diverse:

  1. un’origine terrestre, sedimentaria;
  2. l’impatto di un meteorite sulla sabbia.
  3. fenomeni geologici ancora ignoti;
  4. l’esplosione di una cometa in quota.

Salto tutti gli argomenti pro e contro gli altri e vado alle conclusioni delle analisi fatte da De Michele: l’esplosione di una cometa in quota. Tale ipotesi fu sviluppata sin dal 1992 da Vincenzo de Michele, già direttore della sezione mineralogica e petrografica del Museo di Storia Naturale di Milano. De Michele, specialista in mineralogia e petrografia, negli ultimi vent’anni si è occupato in particolare di tectiti, ossia corpi creati da impatti meteorici o cometari. Negli ultimi anni si è occupato in particolare del problema dell’origine del silica glass; vediamo dunque qual è la differenza fra meteoriti e comete in caso d’impatto: le meteoriti hanno determinate composizioni (in genere di Fe-Ni), che possono variare, ma che hanno la caratteristica di una notevole compattezza; quando queste entrano nell’atmosfera i materiali si infiammano creando le “stelle cadenti” (in genere quelle che vediamo hanno dimensioni minuscole che vanno dal granello di sabbia a pochi centimetri, sufficienti per l’immensa fiammata). La cometa ha composizione ben diversa, essendo sostanzialmente una nube di gas e ghiaccio che circonda un nucleo più denso definibile con la celebre semplificazione di “palla di ghiaccio sporca”. L’impatto cometario è dunque ben diverso, poiché la densità è immensamente minore. Dagli studi di de Michele e dalle analisi fatte effettuare a Pisa (tra cui il bombardamento radioattivo, da cui il silica si è “raffreddato” mesi dopo) si è potuta stabilire la temperatura di fusione, superiore a 4700°C, e la composizione (SiO2 al 98%); dai calcoli di de Michele solo un impatto cometario contro l’atmosfera, e la successiva ondata di calore nell’area sottostante, avrebbero potuto creare questo effetto e questa composizione, in cui il silica è praticamente privo di elementi estranei alla composizione originaria della sabbia. In pratica, l’effetto è quello del pistone (la cometa) nel cilindro (l’atmosfera) e del successivo scoppio, con in più la fusione di ciò che c’era sotto (la sabbia). Un impatto meteorico avrebbe creato un cratere, sparso i materiali per chilometri intorno e soprattutto avrebbe creato materiali di tutt’altra composizione, contenendo sia i minerali del corpo meteorico, sia quelli rocciosi portati in superficie dall’impatto diretto contro il suolo. Nel caso del LDSG invece la purezza del vetro appoggia la teoria di de Michele, rafforzata dalla presenza di rare inclusioni di cristobalite, che da alcuni ricercatori erano state scambiate per presenze di materiale organico, sviando la ricerca verso la teoria sedimentaria. Al di là delle teorie, rimangono alcuni fatti certi: il primo è che il LDSG fu creato per fusione ad una temperatura superiore ai 4700° C; inoltre, le spedizioni Negro/Damiano hanno registrato i giacimenti, pesato i reperti presi su aree ben definite, disegnato i confini delle aree di distribuzione; al termine del lavoro, posizionando sulla carta i siti con presenza di LDSG, la loro distribuzione e la quantità di LDSG in ogni sito, ciò che è apparso sulla carta è un anello di massima concentrazione circondato da un secondo anello di concentrazione minore: sono i resti della periferia dell’antico punto di impatto. De Michele ha dunque ricostruito l’evento come segue: fra i 28 e i 29 milioni di anni fa l’impatto di una cometa contro l’atmosfera, a una quota compresa fra i 9.000 e i 12.000 metri di altezza, provocò un’immensa ondata di calore, dell’ordine delle centinaia di migliaia di gradi, che avrebbe fuso le sabbie sottostanti. Si creò quindi un immenso lago di quarzo fuso che, raffreddandosi rapidamente (entro pochi giorni), dovette creare uno degli spettacoli più incredibili del pianeta: un’area del raggio 50 Km interamente di vetro. Milioni di anni di erosione da parte degli agenti esogeni hanno frammentato l’immensa lastra dando i frammenti odierni che vanno dai più piccoli, di pochi grammi, al più grosso conosciuto, pesante 23 kg. (scoperto da Samir Lama e donato a Theodore Monod, è stato da questi donato al Museo di Storia Naturale di Parigi, ove si trova esposto). Questo materiale, più raro dei diamanti, si trova solo in quest’area del Sahara, e in nessun altro luogo al mondo; campioni ne esistono in pochi musei di Storia Naturale.

Reperti in Silica Glass; le tre gemme in basso sono state tagliate da frammenti grezzi dal petrografo della spedizione a titolo sperimentale (© e foto archivio CRE/M. Damiano).

Archeologia e cartografia

Dal punto di vista archeologico, le spedizioni di cui sopra hanno scoperto decine di laboratori in cui l’uomo neolitico lavorava la pietra verde. Sulla scia delle spedizioni realizzai fra il 1992 e il 1994 la carta dettagliata dell’area, poi perfezionata sino al 2011; essa comprende le formazioni geologiche, la posizione dei siti archeologici e delle dune; la carta, la prima dell’area che non sia schematica e che si spinga verso ovest, che contenga i dettagli e possa essere usata per la navigazione a vista, è stata basata sulle foto da satellite e sui dati raccolti a terra e realizzata da M. Damiano; è stato da questa carta che, completata con la posizione dei siti con silica glass in situ, si è vista apparire la forma del doppio anello d’impatto.

Il celebre scarabeo di Tutankhamon; che era classificato come “calcedonio verde”; di ritorno da una spedizione di due mesi nel GSS, al lavoro sul Silica Glass, guardando il gioiello nella sua vetrina dissi al finanziatore della spedizione, Giancarlo Negro, che mi sembrava Silica Glass; riferitolo a Vincenzo de Michele, petrografo del Museo di Storia Naturale di Milano ed espero della spedizione, chiese i permessi per analisi non invasive che, mesi dopo, confermarono ciò che i miei occhi avevano suggerito: Silica Glass. Ciò prova che le spedizioni degli Egizi (oasiti) si spingevano nel cuore del GSS e oltre, probabilmente sino a Gebel Awenat e il Chad (© e foto archivio CRE/M. Damiano). 

Materiali

IL CALCARE BIANCO DI TEBE

A cura di Stefano Argelli

Tipologia di roccia: sedimentaria

Nome scientifico: calcare micritico

Nome storico: sconosciuto

Durezza scala Rosiwal 4,5

Descrizione macroscopica: Calcare micritico di colore bianco puro con frattura concoide dovuta alla grana finissima. Le macchie scure sono costituite da ossidi di manganese.

Descrizione microscopica: La roccia risulta costituita da sedimento carbonatico a grana fine (micrite)con microfossili (foraminiferi planctonici) di circa 0,2 mm di diametro.

Le cave: Il calcare micritico veniva cavato nella località di Der el-Medina nelle vicinanze di Tebe attuale Luxor.

Inquadramento geologico: Questa roccia appartiene alla Formazione di Tebe di età Eocene Inferiore (56-48 milioni di anni) costituita da depositi carbonatici di mare aperto.

Pricipali impieghi: Usi locali per oggetti di piccole dimensioni come stele ,piccola statuaria e oggetti di vita quotidiana.

Alabastro, Materiali

L’ALABASTRO

A cura di Stefano Argelli

Forse una delle rocce più affascinanti per il suo aspetto traslucido, l’alabastro egiziano o alabastro calcareo orientale. Alcune volte chiamato anche travertino, nelle didascalie di vari oggetti di questo bellissimo materiale. Sono tutte e due rocce di origine sedimentaria, fatto sta che geologicamente l’alabastro egiziano é descritto come travertino a fascia compatta o pietra calcarea stalagmitica. Quindi si sintetizza in travertino. Ne esiste anche una specie di colore bianco, presente in Italia più pregiato di tipo gessoso, nelle zone di Castellina Marittima (PI) e Volterra (PI), quindi il termine alabastro é generico. ma qui si parla di Egitto ed egizi. Tipologia di roccia: Sedimentaria

Nome scientifico: Spoleotema

Nome storico: Alabastro egizio.

Durezza scala di Rosiwal (un evoluzione della scala Mohs, più scientifica) 1,5. Sotto solo il talco (steatite)

Descrizione macroscopica: Roccia calcarea caratterizzata da un aspetto traslucido dovuto alla sua natura cristallina e da una regolare alternanza di bande, da bianche a giallo arancio. Dovuta a variazioni nelle condizioni di precipitazione chimica della calcite in ambiente carsico.

Descrizione microscopica: La roccia é costituita interamente da calcite in cristalli plurimillimetrici allungati organizzati in livelli più limpidi e altri più torbidi per la presenza di numerosissime piccole inclusioni.

Inquadramento geologico: L’alabastro egizio si è formato in vene e sistemi carsici all’interno di calcari ecocenici, in seguito all’intrusione di magmi basaltici durante il Miocene inferiore (23-16 milioni di anni) contemporaneamente all’inizio della formazione del Mar Rosso, si è avuta circolazione di acqua ad alta temperatura che ha portato alla precipitazione della Calcite all’interno di vene e circuiti carsici.

Le cave: L’alabastro veniva cavato principalmente nel deserto orientale, in un area conosciuta come Alabastrites (Wadi-el Garawi), altri siti secondari si trovano lungo il corso del Nilo: Wadi Araba, Wadi Umm Agrub, el Qawatir, Wadi-el Barshawi, Hatnub e Wadi Assiut.

Principali impieghi: A causa del suo aspetto traslucido l’alabastro ha esercitato un attrazione irresistibile sugli antichi egizi, che lo hanno utilizzato in ambito funerario per realizzare vasi cosmetici, canopi e oggetti del corredo, ma anche per altari e pavimenti di templi. L’impiego nella statuaria resta marginale ma costante dall’antico regno all’epoca Tolemaica, soprattutto per statue di piccole dimensioni. Metterò solo tre foto di bellissime statue in Alabastro e alcune della roccia.

Fonte; museo egizio Torino

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LA SERPENTINITE

A cura di Stefano Argelli

Tipologia di roccia: metamorfica

Nome scientifico: Serpentinite

Nome storico: comunemente nota con il nome di “serpentina moschinata” o “verde ranocchia” e dagli Antichi Romani “lapis batrachites” (pietra rana)

Descrizione macroscopica: è una roccia metamorfica ultrabasica caratterizzata da un fondo color verde chiaro su cui si stagliano porzioni di un verde più scuro quasi nero. É costituita da serpentino e magnetite. Questo litotipo deriva da rocce di mantello terrestre (compreso tra la crosta terrestre e il nucleo terrestre con spessore di circa 2900km) metamorfosate in corrispondenza dei fondi oceanici in seguito a circolazione di di fluidi ricchi di acqua.

Descrizione microscopica: costituita da due principali minerali: il serpentino chiaro di aspetto fibroso e la magnetite nera. Si osserva un ex cristallo di olivina sostituito da serpentino con la tipica struttura a maglia.

Inquadramento geologico: la Serpentinite appartiene allo Scudo Cristallino Arabo Nubiano, affiorante nella zona orientale dell’Egitto; deriva da rocce ultramafiche di fondo oceanico metamorfosate in età Precambriana (4600-540 milioni di anni.)

Le cave: i principali affioramenti estrattivi si trovano nel deserto Orientale: Wadi Hammamat, Wadi Atalla e Wadi Umm Esh, tra Quena sul Nilo e Quseir sul Mar Rosso. Le testimonianze di tale attività purtroppo sono andate distrutte verso il 1900 con la riapertura delle cave; attualmente l’estrazione é cessata completamente.

Principali impieghi: utilizzata dal Periodo Predinastico fino al Nuovo Regno nella realizzazione di piccoli vasi, amuleti e oggetti funebri; solo raramente é stata impiegata in ambito architettonico.

Fonte: Museo egizio Torino

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L’ANIDRITE

A cura di Stefano Argelli

Verso la XII-XII Dinastia (medio regno 2055-1790a.C) compaiono oggetti in Anidrite, un minerale di origine sedimentaria, formato da solfato di calcio ( sale di calcio dell’acido solforico) anidro ( privo di acqua-cristallizzazione) si può presentare incolore o con altre varie sfumature. Qui in foto un set per per cosmetici, oli profumati e unguenti proveniente da una sepoltura nella zona Abido o Abydos.

Foto The Metropolitan Museum of art New York.

Frammento di un recipiente di anidrite Medio Regno 1900 a.C.

Il minerale di Anidrite, bellissimo e raro di origine sedimentaria, si forma comunemente in ambienti evaporitici, per precipitazione del solfato di calcio dall’acqua marina; in ambienti evaporitici si ha però più comunemente precipitazione di Gesso, ma se nella soluzione acquosa si ha un eccesso di Sodio o Cloruro di Potassio, e se la temperatura dell’acqua supera i 40°C allora si ha precipitazione di anidrite.

Vaso per unguento a forma di babbuino in Anidrite , Medio Regno 13–17, ca. 1800–1550 a.C., proveniente dall’Alto Egitto H. 13,3 cm x5,9 cm x 8,2 cm diametro..The Met New York.

1580-1550 a.C. XVII dinastia Fine del secondo periodo intermedio La fiaschetta – delicatamente scolpita nel raro materiale lapideo anidrite – ha la forma di una coppia di anatroccoli a capriate poste schiena contro schiena. I loro colli si inarcano lontano dai corpi e le articolazioni delle loro gambe formano quattro piccole nocche affinché la nave possa appoggiarsi. Gli occhi degli uccelli sono intarsiati di rame. L’anatra a traliccio era un’offerta comune ai morti. È quindi possibile che questo vaso, sebbene originariamente senza dubbio contenga una sostanza cosmetica, sia stato realizzato per la tomba e non per essere utilizzato nella vita quotidiana. In passato si pensava che i recipienti di questo materiale risalissero al Medio Regno Regno. Studi più recenti hanno dimostrato che dovrebbero essere collocati nel tardo Secondo Periodo Intermedio. Mis: altezza 7,4x 15,3×9,2 diametro. The Met New York.


Durezza scala Mohs 3-3,5 . L’anidride si presenta in un ampia gamma di colori, che vanno dal grigio, al giallo, arancio e azzurro, gli esemplari di colore azzurro violetto sono sono conosciuti col nome di “Angelite” di cui sono presenti giacimenti in Egitto. Sorvolo su altri giacimenti.

Una particolare varietà di anidrite, presente anche a Volpino (Lombardia) è detta Vulpinite (utilizzata come materiale ornamentale).L’anidrite é un solfato di calcio che, a differenza del gesso con il quale é strettamente imparentata, é caratterizzato dall’assenza di molecole di acqua nella sua struttura cristallina; per questa ragione il suo nome risulta essere appropiato: deriva infatti dal termine greco anidros, che significa “privato dell’acqua ” o “disidratato” L’anidrite si trova associata frequentemente ad un altro minerale, il salgemma, che ha un origine molto simile.

L’Anidrite viene impiegata anche nell’industria delle costruzioni, nella produzione di sottofondi autolivellanti e pannelli fonoassorbenti. Trova, inoltre, largo utilizzo nella correzione e nella bonifica di terreni da destinare ad uso agricolo e nell’industria dei fertilizzanti.

Processo di formazione dell’anidride.

Fonti: gruppo minerali che passione e gruppo di condivisione e studio sulla gemmologia, foto Wikipedia.

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I LAPISLAZZULI

A cura di Stefano Argelli

Lapislazzulo, bellissima pietra che gli Egizi ritenevano un purificatore dell’anima e della mente. Veniva polverizzato e mescolato con l’oro in un impasto che poi si posizionava sul cranio per purificare l’anima. É anche tra le pietre più usate in critalloterapia, pietra sacra anche nel Buddismo. Sembra sia efficace (per chi ci crede) per aiutare la concentrazione, abbassare la febbre, facilitare il sonno, più altre proprietà.

È un tipo di roccia metamorfica

Nome storico: dal persiano iazward o iajvard (azzurro) trasformato dagli arabi in lazulolazur, deriva dalla forma latina lapis (pietra) e lazulus (blu).

Inquadramento geologico: i depositi più famosi e sfruttati ininterrottamente da 6000 anni sono quelli della miniera di Sar-i-Sang nella provincia afgana del Badakhshan. Si tratta di rocce di età Aecheana (4000-2500 milioni di anni) costituite da rocce metamorfiche di alta temperatura e alta pressione.. per quanto riguarda la zona di estrazione, al momento non vi sono notizie certe di cave di lapis lazuli in territorio egiziano. Il materiale impiegato doveva pertanto provenire da paesi più o meno lontani.(Afghanistan, Pamir, Urali, Siberia) l’ipotesi più probabile è che arrivasse dalle miniere del Badakhshan situate nell’attuale Afghanistan. Citate anche da Marco Polo. Ne esistevano di di prima scelta ( quella usata dagli Egizi) e di seconda (quella usata per il colore) la prima scelta si é esaurita circa 30 anni fa.. principali impieghi: roccia nota fin dai tempi più antichi venne utilizzata per corredi funerari (tombe di Ur) o come perline per collane. Venne introdotta in Egitto dal IV millennio a.C. dove venne impiegata per la produzione di amuleti scarabei e gioielli. E’ anche presente nella maschera funeraria di Tutankhamon. Si diffuse poi in Grecia e a Creta fino a giungere agli Etruschi e ai Romani. In Europa questa pietra si diffuse a partire dal V secolo d.C. dove venne impiegata sia come pietra preziosa sia come pigmento naturale, il “blu oltremare” usato tra l’altro da Michelangelo nel giudizio universale. Treccani: il blu oltremare si otteneva dal lapislazzuli polverizzato leggermente arroventato, poi trattato con acido acetico diluito. Poi nel 1828 in Francia J.B.Guimet riuscì ad ottenerlo artificialmente, sistema ussto ancora ai giorni nostri.