Donne di potere

LA REGINA AHHOTEP

Di Grazia Musso

Ahhotep I è stata una regina della XVII Dinastia, figlia di Ta’o I e della regina Tetisheri. Il suo nome, che significa ” Possa la luna essere soddisfatta”, l’associa all’astro notturno, considerato l’occhio sinistro del cielo. Ella sposò il proprio fratello Sequenera Ta’o II, e alla morte del marito, caduto nella guerra contro gli Hyksos rimase accanto al suo popolo esortandolo a continuare la lotta sotto la guida del figlio Kamose, che prese le redini del potere e si mise a capo dell’esercito.

Cartigli di Seqenenra Ta’o (museo Egizio di Torino)

Quando anche quest’ultimo perse la vita in battaglia, dopo solo tre anni, la regina non si scoraggiò e continuò a essere un punto di riferimento indispensabile per i sudditi in qualità di reggente del figlio Ahmose, che era appena un bambino e che nel corso del suo regno, protrattisi per 25 anni, mise fino alla dominazione degli Hyksos riunificando il paese. Divenuto venuto re dell’Alto e Basso Egitto il giovane re ricordò la figura materna con una stele nel tempio di Karnak, con queste parole :

Una regina che si prese cura dell’Egitto e dei suoi soldati… che ha riportato indietro i fuggiaschi e che ha riunito i disertori; che ha pacificato l’Alto Egitto e ha espulso gli oppressori“.

Dopo la sua morte Ahhotep fu venerata con un culto appositamente dedicatole nel tempio di Edfu.La sua tomba fu rinvenuta nel 1858 dagli scavatori di Auguste Mariette, nella necropoli di Dra Abu el-Naga.

Sarcofago di Seqenenra Ta’o

” Il corredo funerario”. La sontuosa tomba della regina Ahhotep, voluta dal figlio Ahmose, conteneva ancora la cassa e i sarcofagi con ornamenti ed i gioielli che avevano accompagnato la regale mummia. La maggior parte degli oggetti recano il cartiglio dei suoi figli, i faraoni Kamose ed Ahmose, segno che si trattava di doni che essi fecero alla madre come riconoscimento per il suo coraggio e il supporto offerto nella guerra di liberazione. Si ricordano in particolare un modellino di nave in argento, e uno in oro massiccio, varie collane, uno splendido collare in oro, l’ascia cerimoniale, e le grandi mosche d’oro, una decorazione al valor militare che conferma il ruolo svolto dalla regina nella cacciata degli Hyksos e nella fondazione della nuova Dinastia.

Fonti: Antico Egitto di Maurizio Damiano. Enciclopedia Egitto della Fratelli Fabbri Editori. Autore Maurizio Damiano

IL PUGNALE DI AHHOTEP

Il manico è decorato da teste femminili (pomo) e di toro (attaccatura). La lama è ricoperta d’oro con una parte centrale finemente cesellata con i cartigli del figlio Ahmose. Dal sarcofago della regina Ahhotep, oro e lapislazzuli. Altezza 28,5 cm. Il Cairo, Museo Egizio, inventario JE 4666 

LA COLLANA DI AHHOTEP

Delle centinaia di elementi sparsi sul corpo della mummia solo alcuni sono stati assemblati per costituire la collana qui fotografata, ovviamente questa proposta di ricostruzione è ipotetica. Si vedono due teste di falco che fanno da chiusura del monile, e otto file di amuleti, fra cui cobra alati, uccelli, stelle, gatti, spirali, leoni che inseguono gazzelle, umbelle di papiro e foglie. Oro, larghezza, teste di falchi 5.5 cm. Il Cairo Museo Egizio.

Fonte: Antico Egitto di Maurizio Damiano.

IL SARCOFAGO DI AHHOTEP

Il sarcofago è simile a quello del re Kamose. Se ne differenzia per l’ampia parrucca che scende e termina sul petto con due riccioli alla maniera dell’acconciatura della dea Hator. Il sarcofago è del tipo rishi, ossia decorato con un motivo di piume, le ali protettrice del cobra e dell’avvoltoio divini. Da Dra Abu’l Naga, tomba di Ahhotep. Fine XVII – inizio XVIII Dinastia. Legno stuccato e dorato. Altezza 212 cm. Il Cairo Museo Egizio.

I PUGNALI “GEMELLI”

Anche questo pugnale appartenne alla regina Ahhotep e dovette avere un uso cerimoniale in quanto sarebbe stato molto scomodo da maneggiare in battaglia a causa dell’insolita impugnatura, che doveva essere tenuta nel palmo della mano con la lama che passa tra l’indice ed il medio. La lama è in bronzo, leggermente più spessa al centro e presenta ancora tracce del suo rivestimento originale in foglia d’oro; l’impugnatura è formata da due sottili piastre convesse d’argento attorno a un’anima di legno; il raccordo tra la lama e l’impugnatura è in oro, decorato con minuscoli granelli del medesimo materiale. L’arma è praticamente identica ad un’altra oggi custodito a Bruxelles, che fu realizzata probabilmente dalla stesso artigiano e che fu trovata legata al braccio della mummia del re Kamose, figlio di Ahhotep. Nelle foto, a sinistra il pugnale di Ahhotep, a destra quello di Kamose.

IL BATTELLO D’ORO

Un carro ligneo dalle ruote di bronzo portava due battelli, uno d’argento e uno d’oro (visibile nella fotografia). Quest’ultimo è del tipo fatto di giunchi o papiri con le estremità legate a formare due umbelle di papiro. A prua e a poppa si trovano due sedili con parapetto per il capitano, che si porta la mano alla bocca per dare ordini, e per il timoniere; il parapetto del posto di quest’ultimo reca il cartiglio di Kamose; una terza figura d’oro è al centro. I dodici rematori sono d’argento e più piccoli. I battelli delle tombe dovevano permettere ai defunti di viaggiare nell’aldilà. Barca: oro, argento, lunghezza 43,3 cm. Carro: legno e bronzo, lunghezza 20 cm. Museo Egizio del Cairo.

Fonte: Antico Egitto di Maurizio Damiano.

GALLERIA DI IMMAGINI

Donne di potere

LA REGINA HETEPHERES

L’unica immagine esistente di Hetepheres I, ricostruita da George Andrew Reisner e pubblicata nel suo libro “A history of the Giza necropolis. Vol. 2: The tomb of Hetep-Heres, the mother of Cheops: a study of Egyptian civilization in the Old Kingdom”. Completed and revised by William Stevenson Smith, Oxford University Press 1955, Fig. 30. Immagine di pubblico dominio a questo link: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=29736167

La potente regina Hetepheres I fu l’anello di congiunzione tra la III e la IV dinastia, in quanto era verosimilmente figlia di Unis, ultimo re della III dinastia, sorellastra e moglie del suo successore Snefru (fondatore della IV) e madre del grande Cheope.

Snefru, riconoscibile dal suo cartiglio e dal titolo di Re dell’Alto e del Basso Egitto incisi al centro della cintura, con indosso la corona bianca dell’Alto Egitto e un collare. Statua in calcare proveniente da Dahshur. Ora al Museo Egizio del Cairo. JE 98943. https://egypt-museum.com/statue-of-king-sneferu/

Il suo nome ed i suoi titoli sono stati desunti dai pochi frammenti di iscrizioni sopravvissuti sul mobilio in legno ormai decomposto che si trovava nella tomba individuata come G7000X, sita nell’area orientale della piana di Giza, accanto alla Grande Piramide ed alla piccola piramide satellite a lei attribuita e classificata con la sigla G1A.

Necropoli di Giza durante l’Antico Regno, vista aerea (Golvin, 2019)
La tomba di Hetepheres I si trova a poca distanza dall’angolo anteriore destro della prima delle tre piramidi delle regine di Cheope più vicina alla rampa processionale, come si vedrà in seguito a lei attribuita.
https://www.researchgate.net/…/Giza-Necropolis-during…

Ella fu Madre del Re, Madre del re delle due terre, Ancella di Horus, Figlia del corpo del dio, Figlia del Dio (conferitole dal padre e mantenuto anche in seguito).

Della regina esiste una sola immagine, ricostruita da George Raisner sulla base di quanto rimaneva del disegno originario, tracciato su di un pannello ligneo in pessime condizioni rinvenuto nella tomba.

Snefru la prese in moglie perché forse sua madre Meresankh era una concubina di Unis e non aveva sangue reale, e per rafforzare il suo diritto al trono egli aveva bisogno di una regina di purissimo lignaggio, che ottenne ancora più prestigio alla nascita dell’erede al trono Cheope, che provvide in seguito alla sua mummificazione, alla sepoltura ed a fornirle un lussuoso corredo funerario, cosi’ come provano alcuni sigilli della Casa di imbalsamazione del sovrano recuperati nella sua camera funeraria.

La famosa statuetta raffigurante Keope, oggi al Museo Egizio del Cairo. Foto: Chipdawes

La tomba di Hetepheres I è l’unica sepoltura reale dell’Antico Regno rinvenuta inviolata, e gli straordinari oggetti rinvenuti in essa, sapientemente restaurati (ne parleremo diffusamente in seguito), offrono un’immagine vividissima dello stile di vita della famiglia regnante dell’epoca.

La scalinata che porta alla tomba a pozzo G7000x di Hetepheres I a Giza. Foto scattata nel 1925 da Mohammedani Ibrahim (†1939) a questo link:
https://commons.wikimedia.org/…/File:Hetepheres…

Lo straordinario ritrovamento avvenne in modo del tutto casuale nel 1925 ad opera della spedizione del Museum of Fine Arts di Boston guidata da George Reisner: il fotografo egiziano Mohammedani Ibrahim, che per trent’anni lavorò con Reisner per documentare le campagne di scavo realizzando oltre 9000 fotografie, stava scattando delle immagini nei pressi delle piramidi delle regine di Cheope, quando il terreno sul quale aveva appoggiato il cavalletto cedette rivelando uno strato di gesso bianco, di sicuro opera dell’uomo.

Il re Snefru assiso in trono con indosso la veste bianca reale dell’Hed-Seb: dal suo tempio funerario di Dahshur, ora al Museo Egizio del Cairo.
Fotografia di Juan R. Lazaro rilasciata con licenza Creative Commons Attribuzione 2.0 Generica, a questo link:
https://it.wikipedia.org/…/File:Snefru_hed-seb_festival…

Gli scavi condotti in loco riportarono alla luce un tratto di scale che sfociava nell’imboccatura di un pozzo, in origine occultato sotto il pavimento costruito davanti al tempio funerario di Cheope….il seguito alla prossima puntata!

Piana di Giza 1925. La spedizione guidata da George Reisner fa una scoperta eccezionale…. un fotografo cerca il punto migliore per scattare le foto alle piramidi , dove ha appoggiato il cavalletto la terra cede e mette a nudo uno strato di gesso bianco, indizio sicuro che là sotto c’è qualche cosa costruita dall”uomo…… Si inizia a scavare, si trova un pozzo, nove metri sotto si trova una nicchia dove sono custodite alcune giare e un cranio di toro avvolto in una stuoia, certamente un’offerta rituale. Il 7 marzo del 1925, gli uomini scoprono una piccola stanza scavata nella roccia: alla debole luce di una candela Alan Rowe vede un sarcofago di alabastro e un luccichio di oggetti d’oro.Numerose suppellettili costituiscono un corredo funebre molto prezioso su cui campeggia il cartiglio faraone Snefru.Fra i reperti un baldacchino, un letto con testata, due sedie ricoperte d’oro, vasi d’oro e di rame, una splendida portantina, un cofanetto in legno dorato pieno di bracciali, piatti e coppe d’oro, un astuccio in cuoio per bastoni da passeggio, diversi scrigni in legno. Un recesso sigillato nella parte ovest, ospitava una cassa canopica di alabastro, poggiata su una piccola slitta di legno. L’apertura del sarcofago non avviene immediatamente, bisogna aspettare il 3 marzo 1927, ma è una grande delusione…… il sarcofago è vuoto. Sugli oggetti viene letto il nome della regina Hetepheres che viene subito identificata come moglie di Snefru e madre di Cheope.La domanda spontanea è : dove si trova il corpo della regina? Reisner ipotizzo’ che Hetepheres fosse morta dopo il suo sposo e che Cheope l’avesse sepolta a Dahshur, in prossimità delle due piramidi di Snefru. Probabilmente i ladri erano poi entrati nella tomba riuscendo a sottrarre la mummia per spogliarla dei gioielli e Cheope, al quale era stato tenuto nascosto il terribile evento, aveva dato ordine di riesumare le spoglie della madre e di trasferirle in una sepoltura a Giza. Nella tomba scavata nella roccia dell’altopiano di Giza sarebbero quindi stati trasferiti solo il sarcofago vuoto, i vasi canopi e l’elegante corredo con gli splendidi gioielli giunti fino a noi per farci immaginare le fattezze e la vita della regina scomparsa.

Lo straordinario corredo funerario e i gioielli della regina Hetepheres.I manufatti sono stati restaurati da Hagg Ahmed Youssel.I reperti furono spartiti tra il Museo Egizio del Cairo e il Museum of Arts di Boston.

Fonti: Enciclopedia Egitto della Fabbri Editori Autore Maurizio Damiano. I Tesori delle Piramidi di Zahi Hawass.

Alabastro, Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

VASO PER OLIO CON PIEDISTALLO E CASSA IN CALCITE

A cura di Ivo Prezioso

Museo del Cairo. Vaso: altezza 58,5 cm. Cassa: Lunghezza 33 cm, larghezza 17 cm, altezza 24 cm

Vaso per olio profumato

Carter scrisse che quando questo vaso fu ispezionato conteneva ancora dei residui del contenuto originario. Sotto la crosta dura, l’olio si era mantenuto viscoso fino ai nostri giorni. Questo oggetto differisce notevolmente dagli altri vasi per oli e profumi rinvenuti nell’Annesso. Ha forma a bulbo, con bordo svasato e un coperchio a cupola. Poggia su una base in calcite separata. Sia il coperchio sia il corpo sono riccamente decorati con disegni e testi intarsiati con paste e vetri colorati. Sul coperchio vi è un uccello con le ali spiegate, circondato da un fregio di intarsi a scacchi e motivi floreali. Sotto il bordo sono incisi fiori di papiro alternati ad intarsi verdi. Decorazioni a scacchi e floreali impreziosiscono anche la parte superiore del vaso e più sotto si trovano quattro linee finemente iscritte di geroglifici colorati, recanti i nomi di Tutankhamon ed Ankhesenamon cui viene offerto potere, benessere e vita dalla dea cobra Wadjyt

Cassa in alabastro

Questo cofanetto di pietra fa pensare che doveva avere uno scopo speciale. È stato suggerito che potrebbe essere stato usato per contenere un contratto magico tra Tutankhamon e sua moglie, stipulato al momento dell’incoronazione. Conteneva, tra gli altri oggetti piuttosto banali, palline di fango con capelli e frammenti di papiro in un miscuglio dall’apparente valenza magica. Non c’è certezza al riguardo. Il testo inciso sul bordo non fornisce alcun chiarimento in merito. Contiene, infatti i cartigli di Tutankhamon e sua moglie Ankhesenamon e la protocollare formula “dotato di vita in eterno e per sempre” (per il re) e “possa vivere ed essere prolifica” (per la regina). La cassa è realizzata con due pezzi di alabastro tagliati con estrema precisione. I due pomelli sono di ossidiana (vetro basaltico nero naturale). Bouquets di fiori decorano il coperchio e bande di motivi a scacchi e petali di fiori adornano i lati e le estremità della cassa.

Alabastro, Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

LA BARCA

Di Ivo Prezioso

Museo del Cairo, altezza 37cm. Larghezza 58,3 cm.

Qualunque sia il suo scopo, quest’oggetto è uno dei prodotti più notevoli degli antichi artigiani.

Un piedistallo inserito in una vasca rettangolare sorregge una barca con teste di stambecco a prua e a poppa.

Al centro del battello si trova ciò che sembra essere un sarcofago aperto posto sotto un chiosco supportato da quattro colonne con capitello doppio a forma di papiro e di loto.

A prua è inginocchiata una figura femminile nuda che stringe un fiore di loto; a poppa una nana nuda è alla guida dell’imbarcazione.

Sia il battello che la vasca sono riccamente decorati con motivi floreali e geometrici, intarsiati con vernici colorate ed impreziositi con oro utilizzato in modo non eccessivo, ma straordinariamente elegante.

Il pannello delle iscrizioni sulla facciata minore della vasca non ci fornisce indizi sullo scopo del pezzo: contiene i cartigli con i nomi di Tutankhamon e della moglie Ankhesenamon affiancati da ureos su papiro (a destra) e su fiori di loto (a sinistra) che simboleggiano rispettivamente le dee Wadjyt (per il Basso Egitto) e Neith (stranamente, per l’Alto Egitto).

Alabastro, Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

LA LAMPADA

A cura di Ivo Prezioso

Museo del Cairo, altezza 51,4 cm. Larghezza 28,8 cm.

Durante il Nuovo Regno la maggior parte delle lampade di uso domestico erano dei semplici piattini di ceramica in cui dell’olio, probabilmente di sesamo o di ricino, veniva bruciato per mezzo di uno stoppino di lino. Quelle presenti nelle case più lussuose erano, di sicuro, molto più elaborate. Ce ne offre uno splendido esempio quella che mi appresto ad illustrare, veramente unica nella sua imponenza e bellezza decorativa. Il corpo centrale, costituito dalla lampada stessa, ha la forma del calice di un fior di loto. E affiancata su entrambi i lati da una composizione perfettamente simmetrica, che incorpora due rappresentazioni del dio Heh (divinità che rappresenta l’eternità e l’infinito), che supportano i cartigli del faraone: a sinistra con il nome proprio (Tutankhamon heqa Iunu sheema) e a destra col nome di intronizzazione (Nebkheperura), posti sul segno dell’oro, nbw, e accompagnati dal simbolo della vita ankh.

Le figure del dio Heh, inginocchiate su un cesto (il simbolo che si legge neb e significa “signore” e “ogni”), sono sorrette da ciuffi di papiri. Tutte e due le scene sono contornate esternamente da rami di palma dentellati, che simboleggiano la lunga vita offerta da Heh al re. Il ramo di palma ha infatti il significato di anno e ogni tacca incisa ne rappresenta uno. L’insieme è cementato su una base anch’essa in calcite avente la forma di un basso tavolo con lavorazione a graticcio.

La promessa di un lungo regno è il tema simbolico di questo oggetto. E’ ancor di più sottolineato dalla scena che appare in tutta la sua bellezza quando la lampada è accesa. Questa è dipinta all’interno di un secondo inserto di alabastro che aderisce al calice esterno, in maniera così stretta che la sua precisione non può che sbalordire.

Quegli antichi artigiani avevano una maestria superlativa! La scena che risplende attraverso la trasparenza dell’alabastro, ci presenta il re con la corona blu seduto su un trono; di fronte gli sta sua moglie Ankhesenamon che regge due rami di palma intaccati: in pratica si sta presentando a lui con l’augurio di un lunghissimo regno.

Sul lato opposto della lampada può essere visto sempre in trasparenza il nome del re che è “il dio buono signore delle Due Terre, Signore delle apparizioni e figlio di Ra il suo amato Signore dei Diademi” Eccola nelle due versioni: diurna e notturna.

Alabastro, Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

IL CONTENITORE PER PROFUMI

A cura di Ivo Prezioso

Museo del Cairo: contenitore per profumo, calcite (alabastro egiziano). Altezza cm. 70, larghezza cm. 36,8. Inv. JE 62114

Fin dal periodo predinastico, gli egizi utilizzarono, per la maggior parte della produzione del loro vasellame in pietra, un materiale comunemente identificato come alabastro, ma che sarebbe più corretto chiamare calcite. Si tratta di una forma cristallina del carbonato di calcio di colore dal bianco al giallo, translucida e spesso caratterizzato da strisce o zone di diverso colore molto affascinanti. Fino al Nuovo Regno, la maggior parte dell’ “alabastro egiziano” veniva estratto presso Hatnub, ad una ventina di chilometri da Tell El-Amarna. La pietra è relativamente facile da lavorare e si può osservare come il vasellame ed altri oggetti rinvenuti nella tomba di Tutankhamon, fossero trattati con grande perizia e virtuosismo.

E’ mia intenzione, se lo trovate di vostro gradimento, proporvi una carrellata dei più affascinanti tra questi oggetti, conservati al Museo del Cairo e caratterizzati da forme di raffinata eleganza, fantastiche e stravaganti e da un simbolismo estremamente spinto e manifesto.

Per anni, vasi elaborati come questo sono stati osteggiati da intenditori, legati ad assurdi principi morali, perché ritenuti oltraggiosamente volgari. Un modo di vedere che probabilmente avrebbe prima stupito e poi fatto sorridere gli antichi egizi. Verrebbe da chiedersi, piuttosto, per quale motivo si sia compiuto uno sforzo creativo così impegnativo per realizzare, in fin dei conti, un “semplice” contenitore per olio profumato. Chi troverebbe comodo versare qualche goccia del prezioso liquido da un oggetto così ingombrante ed elaborato? Il simbolismo ha, in questo caso, una netta precedenza sulla funzionalità dell’oggetto.

Il tema della scena è rappresentato dall’unione delle Due Terre, enunciato da un’impressionante ricchezza di dettagli emblematici. Procediamo con ordine. Il corpo centrale dell’oggetto, è il segno Sma-Tawy, (l’unione delle Due Terre), composto da un simbolo che rappresenta cuore e trachea (richiamo al geroglifico trilittero nfr, bello, buono, perfetto) dal quale si dipartono le piante araldiche: il papiro per il Basso Egitto, il loto per l’Alto.

A sinistra vi è una paffuta divinità del Nilo (chiaro riferimento all’opulenza apportata dalle piene del fiume) sulla cui testa è posato un ciuffo di papiri, mentre con le mani afferra gli steli della stessa pianta. Il tutto simboleggia il Basso Egitto e il riferimento è ancor più enfatizzato dall’ureo che indossa la corona rossa del Delta, appollaiato su uno scettro posto dietro questa pianta.

Analogamente, in perfetta simmetria, tanto cara ai canoni artistici egizi, un’altra divinità nilotica esprime l’identico simbolismo, ma questa volta riferito all’Alto Egitto: ciuffo di fior di loto sulla testa, mani che afferrano gli steli con il fiore della pianta, ureo sullo scettro che indossa, questa volta, la corona bianca della Valle.

A sorvegliare il tutto è la figura di un avvoltoio, con le ali protettive spiegate, situato sul bordo superiore dell’oggetto. Indossa la corona Atef e regge tra gli artigli due simboli shn auguranti eternità e potere. Dovrebbe rappresentare la dea Nekhbet. Il testo sul collo del vaso, recita pressappoco:

Sul corpo del contenitore si leggono, invece, le dediche a Tut, indicato nei primi due cartigli a partire da sinistra, con nome di intronizzazione e nome proprio (Nebkheperura e Tutankhamon heqa Iunu sheema) e a sua moglie (terzo cartiglio), la Grande Sposa Reale Ankhesenamon.

La base presenta il cartiglio col nome Nebkheperura sostenuto da due immagini di Horus. Tutte e tre le figure poggiano sul simbolo dell’oro. Questo straordinario ed elaboratissimo oggetto è composto da quattro pezzi di calcite cementati insieme. Gli elementi principali sono impreziositi da dorature e intarsi di paste vitree colorate o faience.

Un dettaglio di grande finezza è la doratura dei corpi dei due urei, che avvolgono le loro spire attorno agli scettri da cui emergono. Questo vaso si trovava di fronte alle porte del secondo sacrario nella Camera Funeraria.

le iscrizioni sono sufficientemente visibili, possiamo tentarne la traduzione insieme.

Lo studio del Protocollo Reale è importantissimo perché esso, letto e tradotto nella giusta sequenza, rappresenta il programma politico del sovrano. Purtroppo sono frequenti i fenomeni di metatesi onorifica, grafica e quelli di scrittura difettiva che ne rendono difficoltosa la traduzione. Inoltre, molto spesso, ci si dimentica che l’onomastica è antropocentrica riducendo la traduzione ad un mero esercizio pedagogico e didattico. Il nome del re è tutt’altro che uno slogan pubblicitario.

Come consueto ha aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora!!) studiati.

CATALOGO

https://liviosecco.it/…/2025/02/Catalogo20250301.pdf

DIZIONARIO ANTROPONIMICO REALE

472 SOVRANI TRASLITTERATI E TRADOTTI

Ogni re egizio è riportato in geroglifico, traslitterato, con pronuncia italiana e tradotto

Volume 1: Dal Predinastico alla XVII dinastia

https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario…/

Volume 2: Dalla XVIII dinastia ai Romani

https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario…/

Età Predinastica, Kemet

L’EGITTO: NASCITA DI UNO STATO UNITARIO. PARTE I, LA SUCCESSIONE ARCHEOLOGICA

Una successione archeologica è stata strutturata sulla base dei cambiamenti stilistici di ceramiche e altri manufatti provenienti dall’Alto Egitto. Si possono distinguere così diverse fasi del predinastico in ordine cronologico: Badariano (circa 4400-3800 a.C) Amratiano o Naqada I (circa 3800-3650 a.C.) Gerzeano o Naqada II (circa 3650-3400/3300 a. C.) Naqada III (circa 3300-3000 a.C.). A quest’ultimo periodo va attribuita la fase ceramica immediatamente antecedente alla produzione di manufatti tipici dell’età protodinastica. Nel Delta i cambiamenti stilistici intervengono intorno al 3650 a.C. (corrispondente al Naqada II) e sono leggermente successivi a quelli osservabili nell’Alto Egitto. Essi trovano precisi raffronti nei ritrovamenti delle culture Maadi e Buto-Maadi. Manufatti simili sono stati rinvenuti anche presso la necropoli di Ieraconpoli (Alto Egitto), dove però si osservano usi funerari diversi. Nella zona del Delta, gli insiemi di manufatti Maadiani, sono stati recentemente ritrovati a Buto, antichissimo centro di culto e capitale del Delta Occidentale. Ulteriori scavi nel Delta Nord-Orientale, hanno riportato alla luce necropoli con manufatti predinastici. Gli studi approfonditi, condotti sulle ceramiche di Buto, hanno rivelato che gli strati 1 e 2, sono da attribuire all’orizzonte culturale maadiano con l’integrazione di alcuni elementi che rievocano l’ultimo periodo del Naqada II (Naqada II-c), che risalirebbero all’incirca al 3400 a.C. Queste ceramiche non presentano cambiamenti significativi con il passaggio al periodo predinastico. Le forme dei vasi dello strato 3, infine, mostrano forti affinità con quelle tipiche del Naqada II riscontrate nell’Alto Egitto. Nel Delta Orientale, le ceramiche provenienti dalle tombe del sito di Minshat Abu Omar possono essere suddivise in quattro gruppi: il primo, che mostra similitudini con il Naqada IIc-d, il secondo, con caratteristiche corrispondenti al Naqada IIIa2 ed il terzo e quarto con forme ormai molto simili a quelle predinastiche (Narmer-Aha)


Vasellame della cultura di Badari: predinastico antico (badariano), ca. 4500 a.C. Londra, The British Museum. Il vasellame della più antica cultura predinastica dell’Alto Egitto, la cultura di Badari è fra i più pregevoli mai prodotti nell’antico Egitto. Era realizzato completamente a mano e i modelli più diffusi comprendevano ciotole e coppe dal bordo annerito. Nero era anche l’interno. La superficie nera, probabilmente ottenuta mediante cottura su brace ardente in assenza di ossigeno, appare spesso molto lucida. Anche le linee sottili disegnate sulle superfici esterne, come nel caso del più grande dei recipienti qui visibili, erano tipiche della ceramica badariana.


Figura animale. Badariano , osso. Torino, Museo Egizio, acquisto Schiaparelli 1900-1901. Altezza cm. 10,7. Lunghezza cm. 6,8. Statuetta raffigurante un canide, con corpo triangolare reso in modo sommario, muso e orecchie appuntiti, occhio inserito.


Facciamo un salto di alcuni secoli (cinque o sei) per analizzare due reperti del vasellame relativo al periodo Naqada I (3800-3650 a.C.).  La prima cosa che salta all’occhio è la presenza massiccia di una decorazione figurativa.

Ciotola: Naqada I ca. 3800-3650 a.C. Argilla a grana fine con ingobbio rosso lucido e decorazione bianca. Altezza: cm. 4,5, diametro maggiore: cm. 17, diametro minore cm.14. Torino, Museo Egizio acquistata da Schiaparelli 1900-1901. Presenta all’interno una decorazione comprendente sui lati brevi un cespo e un capride; su ciascun lato lungo un uomo armato di freccia che trascina tre capridi legati. Sul fondo è rappresentato con tutta probabilità un lago con due capanne sulla riva, rese in prospettiva ribaltata e nel mezzo due testuggini viste dall’alto.

CiotolaNaqada I Argilla con ingobbio rosso lucido e decorazione bianca. Altezza: cm. 5,5, diametro: cm. 14. Londra, Petrie Museum. A vasca troncoconica orlo estroflesso e labbro arrotondato. La base è piana. La decorazione della vasca è composta dalle figure di quattro ippopotami che circondano quattro pesci. I corpi degli animali sono campiti con linee a reticolo; un simile motivo orna anche l’orlo interno.


Londra, Petrie Museum: Anforetta, calcare venato e foglia d’oro. Altezza cm: 7,5, diametro cm. 6,7. Naqada II (3650-3300 a.C.). Anforetta a corpo ovoidale e orlo ad anello, ricoperto da foglia d’oro, con labbro arrotondato; in corrispondenza della spalla, due piccole prese a rotella, anch’esse ricoperte da foglia d’oro. L’appoggio è costituito da una base a disco.

Torino, Museo Egizio: Anforetta, argilla marrone rosato a grana fine con decorazione rosso scuro. Acquisto Schiaparelli 1900-1901. Altezza cm. 15,4, diametro massimo cm. 10,4. Naqada II. Vaso a corpo ovoidale e orlo estroflesso. Il corpo presenta una decorazione piuttosto complessa. I disegni, nonostante tentativi di interpretazione differenti, sono comunemente ritenuti rappresentazioni di barche con cabine. Sull’estremità sinistra si riconosce la presenza di un ramo che si incurva verso l’interno. Sotto la barca, una figura stilizzata formata da un elemento verticale che sostiene una forma quadrangolare con i lati concavi posta tra due capanne. Probabilmente si tratta di una bandiera o di un’insegna formata da un palo su cui è tesa una pelle di animale o un drappo decorato. Questo vaso è un esempio del primitivo metodo utilizzato per rendere la sintassi degli oggetti che compongono la scena: disposizione degli elementi in successione verticale, anticipazione del sistema a registri che sarà poi costante durante tutta l’epoca faraonica.

Torino, Museo Egizio: Tavolozza per cosmesi, ardesia larghezza cm. 7,1, lunghezza cm. 14,3. Acquisto Schiaparelli. Naqada II. Tavolozza per cosmesi con corpo ovoidale. Una delle estremità è decorata da due teste di uccello contrapposte collocate a distanza ravvicinata. Si tratta di una delle tipologie più diffuse. Sono riconoscibili il becco e l’occhio delineato con un foro. Al centro, tra il collo dei volatili è posto un foro di sospensione.

Berlino, Aegyptisches Museum: vasi zoomorfi, breccia. Naqada IIc (3300 a.C. circa), breccia. Altezze rispettivamente cm. 18 e cm. 13.Da un contenitore ovoidale sono state ricavate, con forme essenziali, le fisionomie di un ibis e di un pesce. Più insolita e anche più raffinata la raffigurazione della testa di uccello, il cui lungo becco poggia sul collo ripiegato all’indietro. L’interno dei vasi è completamente scavato e le pareti sono estremamente sottili. All’imboccatura del vaso a forma di pesce sono stati ricavati dei fori per l’applicazione di un coperchio. Se ne deduce che il recipiente fosse utilizzato per la conservazione di oli sacri. La varietà di animali raffigurati su tavolozze e vasi preistorici può essere considerata un vera e propria illustrazione degli ambienti naturali della Valle de Nilo. Tali aggetti erano destinati al corredo funebre o alle offerte degli dei.


E veniamo all’ultima carrellata di oggetti che vanno ad illustrare il periodo Naqada III (circa 3300-3000 a.C.). E’ l’ultima fase del processo di formazione dello stato, quella che aprirà le porte all’Egitto dinastico.

Torino, Museo Egizio: Anforetta, alabastro. Altezza cm. 5,5, diametro massimo cm. 4. Provenienza scavi di Hammamiya, Necropoli della pianura: scavi Schiaparelli 1905. Vasetto con corpo ovoidale, orlo estroflesso e labbro piatto, appoggio a disco.

Torino, Museo Egizio: Anforetta,diorite. Altezza cm. 5, diametro della bocca cm. 2,5. Acquisto Schiaparelli. Vasetto con corpo ovoidale, orlo leggermente estroflesso con labbro piatto e piede a disco Lo stato di conservazione è eccellente .

Londra, Petrie Museum: Gioco, calcare. Larghezza cm. 3, Diametro cm. 28,8. Predinastico. Base circolare appartenente ad un gioco detto del “serpente”, dalla forma della tavola che raffigura appunto tale rettile avvolto a spirale. Il corpo dell’animale, ad eccezione della testa e della coda, è suddiviso in caselle rettangolari abbastanza regolari. E’ stato interpretato anche come amuleto con funzioni apotropaiche (che allontana, cioè, influenze maligne).

Berlino: Agyptiches Museum: Pedina da gioco, avorio. Provenienza Umm el Qa’ab (Abydo). Altezza cm. 9. Tardo predinastico, inizi del dinastico (circa 3100-3000 a.C.). Questa piccola torre di avorio, molto probabilmente una pedina da gioco, rappresenta una costruzione utilizzata sia come silo per il grano, sia come struttura difensiva. All’ingresso si accedeva tramite una scala a pioli (forse di corda) che, in caso di attacco nemico poteva essere ritirata. Silos di questo tipo sono riprodotti su sigilli protostorici(relativi cioè a quella fase intermedia tra preistoria e storia vera e propria)e costituiscono una tipologia architettonica non rara degli antichi insediamenti egizi.

Londra, British Museum: frammento di tavolozza commemorativa (Tavolozza della Battaglia).Ardesia grigia. Tardo Predinastico (3200 a.C. circa). Altezza: cm.32,8 Lunghezza: cm. 28,7 Provenienza ignota. La decorazione è realizzata in bassorilievo. Su un verso due gazzelle sono intente a mangiare frutti da una palma; dietro la gazzella, a destra, è un uccello dal becco ricurvo, qualcosa di simile ad una gallina faraona. L’altra faccia presenta una scena di prigionieri e vittime di guerra, queste ultime dilaniate da avvoltoi, corvi e un leone. Si è supposto che il leone rappresentasse il re vittorioso, ma è possibile che si sia voluto semplicemente rappresentare un animale da preda così come per gli avvoltoi. Nella parte superiore del frammento più grande è visibile un prigioniero legato seguito da una figura che indossa una lunga tunica. Il frammento più piccolo presenta due prigionieri accanto alle insegne dell’ibis e del falco. E’ probabile che lo spazio superiore dovesse contenere altre rappresentazioni della battaglia. Sul margine destro dello stesso frammento è visibile una zona circolare circondata da un bordo in rilievo, probabilmente per contenere il cosmetico. Questo splendido oggetto fa parte di una serie di manufatti simili che si diffusero alla fine dell’età predinastica, non più legati a mere pratiche cosmetiche (come era stato in precedenza), ma prodotti per celebrare eventi di rilievo. In quest’ottica, sembra che tali tavolozze venivano offerte in dono ai templi più importanti. I caratteri tipicamente egizi, qui si delineano inequivocabilmente, sebbene siano ancora percepibili influenze mediorientali. L’esemplare più famoso è senz’altro la celeberrima Tavolozza di Narmer, di cui parleremo diffusamente in seguito.

Kemet

L’EGITTO: NASCITA DI UNO STATO UNITARIO – INTRODUZIONE

Un aspetto molto interessante dell’Antico Egitto è senz’altro l’evoluzione che lo portò ad essere uno Stato unitario. A tal proposito ho trovato molto interessante una trattazione proposta dal Prof. Fekri Hassan, un geo-archeologo che ha insegnato presso il Dipartimento di Antropologia della Washington State University. Dal 1988 al 1990 è stato consulente del Ministero della Cultura d’Egitto.Attualmente Professore Emerito, ha formalmente tenuto, dal 1994 al 2008, la Cattedra di Petrie Professor of Archaeology presso L’Istituto di Archeologia, Dipartimento di Egittologia, dell’University College di Londra. Il suo lavoro è contenuto nel bellissimo volume “Kemet, alle sorgenti del Tempo”, a cura di Annamaria Donadoni Roveri e Francesco Tiradritti, edito dalla Electa.

C’è una suggestione irresistibile che noi, semplici amanti della splendida civiltà egizia, proviamo di fronte ai suoi maestosi monumenti, alla sua inconfondibile produzione artistica. Diciamo la verità, chi ha avuto la fortuna di ammirare le piramidi, la sfinge, i magnifici templi, ha avuto la netta sensazione di trovarsi di fronte ad una civiltà quasi comparsa dal nulla e già perfettamente compiuta e caratterizzata. In realtà essa è il risultato di un lunghissimo processo di sviluppo ed evoluzione del quale trovo interessante darne una, sia pur limitata, narrazione.Secondo la leggenda il processo di unificazione dell’Egitto venne realizzato allorquando le regioni del Delta e del Sud si fusero in un unico stato centinaia di anni prima che fossero realizzate le grandi piramidi di Giza. La successione degli avvenimenti che portarono a questo risultato è stata a lungo oggetto di controversie e, generalmente, la Tavolozza di re Narmer che sconfigge un nemico è ritenuta come la testimonianza storiografica di questo avvenuto processo. Studi recenti hanno però rivelato che l’unificazione del paese ebbe uno sviluppo protrattosi nel tempo e che, all’epoca di Narmer, alcune regioni del Delta ancora non erano comprese nel suo regno. E’ stato inoltre dimostrato che una prima vaga idea di stato può essere attribuita a tribù seminomadi del Sahara, un paio di millenni prima dell’unificazione vera e propria. Si è, inoltre, accertata l’evoluzione di numerose città-stato nell’Alto Egitto, a partire da unità politiche più piccole.Gli annali dell’Egitto menzionano un re leggendario, Menes (Meni) come primo sovrano dell’Egitto unificato e fondatore della capitale Menfi. Identificato recentemente ad Abydo con l’Horus Aha, Menes, in realtà non poteva essere il primo re, dato che prove archeologiche e testuali sembrano indicare che Menfi all’epoca esistesse già e rivestiva un ruolo primario sotto il governo di sovrani come Scorpione, Ka e Narmer. Fondamentale, ma ancora oggetto di discussione per quanto riguarda ricostruzione e interpretazione, è la Pietra di Palermo, un testo di tipo annalistico di cui esistono anche alcuni frammenti (copie) conservati al Museo del Cairo. E’ la più importante fonte di informazione relativa ai re proto-dinastici. Nove sovrani con la Corona Rossa, tradizionalmente associata al Basso Egitto, identificati sulla Pietra di Palermo, hanno invece la Doppia Corona su uno dei frammenti conservati al Cairo. Secondo stime fatte, l’elenco originale doveva comprendere i nomi di cinquantacinque o sessanta sovrani precedenti a quelli con la Doppia Corona. Il numero è troppo grande per includere anche i re successivi e potrebbe riguardare sovrani che regnarono su vari piccoli regni prima dell’unificazione. Perfino l’associazione esclusiva della Corona Rossa con il Delta è controversa, in quanto compare su un frammento ceramico proveniente dalla regione di Naqada (Alto Egitto), risalente al pre-dinastico medio/recente. Può darsi che la Corona Rossa era semplicemente un simbolo generico di monarchia, proprio come il Falco (identificato come Horus).Manetone,il sacerdote di Sebennito, autore, nel 270 a.C. circa, di una Storia dell’Egitto, comincia la sua narrazione con dinastie di dei e semidei, seguiti poi dai re di This(Abydo).A differenza di quanto sostenuto da Manetone, i recenti scavi, come già accennato, hanno rivelato che Menes (identificato da molti studiosi con Aha), deve’essere stato preceduto da almeno altri due re: Ka Narmer. Loro probabile predecessore potrebbe essere un monarca del Sud, il cui nome è composto dalla rappresentazione di un falco e che dovrebbe aver governato un territorio che comprendeva almeno una parte del Basso Egitto. E ancora prima di lui, aveva forse regnato il proprietario della Tomba U-j di Abydo in cui furono rinvenuti uno scrigno in legno ed uno scettro in avorio. La sua tomba conteneva inoltre alcuni vasi con iscritti cartigli regali, il più antico dei quali risale al 3300-3200 a.C. (corrispondente alla fase ceramica Naqada IIIa2). Molti di questi cartigli hanno incisa la figura di uno scorpione. Appare pertanto, inverosimile, o quanto meno dubbio, identificare Menes o Narmer con i primi sovrani dell’Egitto unificato. L’unificazione potrebbe aver avuto inizio in diversi luoghi attorno al 3300 a.C. , ipotesi che lascerebbe spazio al dominio di una ventina di monarchi. Se poi consideriamo la quasi sicura contemporaneità di alcuni regni si arriva a calcolare una cifra da quaranta a sessanta re (in sostanziale buon accordo con i cinquantacinque, sessanta monarchi, congetturabili dalla ricostruzione della Pietra di Palermo),che avrebbero preceduto quelli con la Doppia Corona, come Narmer.I re tiniti sono anche menzionati nel Canone Reale di Torino.Oggi appare semplice ed intuitivo immaginare unità politiche comprendenti decine o anche centinaia di milioni di persone. La nascita di stati nazionali, per come li intendiamo oggi è, in realtà, un fenomeno abbastanza recente. L’unificazione di popoli antichi formati da diverse etnie sparse su un vasto territorio ha richiesto la creazione di legami che vanno ben oltre la conoscenza reciproca o i rapporti di parentela (la tribù, in pratica). Si è resa necessaria una fusione di esigenze, intenti e reciproci vantaggi, attuata nell’interesse di tutti o almeno di alcuni membri dominanti di tali comunità. Alcuni gruppi possono, ad esempio, prevalere su altri (e poi integrarli), per il controllo di beni, sfruttamento delle risorse, superiorità rituali o belliche. A tal proposito, la Tavolozza di Narmer, in cui è raffigurato il re che sconfigge il nemico, è stata per lo più interpretata a sostegno della tesi secondo la quale l’Egitto sarebbe stato unificato a seguito di azioni militari. Tuttavia, tale spiegazione potrebbe non essere esaustiva. Bisogna valutare anche le altre evidenze ed inquadrale in un percorso formativo per comprendere appieno i processi che portarono alla nascita di uno stato nazionale, durante un lasso di tempo di almeno tre secoli e che ha, a sua volta, richiesto circa un intero millennio di trasformazioni e integrazioni politiche e sociali


La tomba U-j a Umm el-Qa’ab, la necropoli di Abydo. E’ molto grande e composta da ben dodici ambienti, perciò va sicuramente attribuita ad un personaggio di grande importanza. Nel 1988 gli archeologi Werner Kaiser e Gunter Dreyer, durante gli scavi vi rinvennero uno scrigno in legno e uno scettro di avorio. Questa tomba conteneva, inoltre vasi corrispondenti al periodo Naqada IIIa2 (3300-3200 a.C.), con iscritti cartigli reali con incisa la figura di uno scorpione e targhette ossee recanti la stessa figura. Sarebbe quindi questo il proprietario della tomba, un re Scorpione I, che avrebbe regnato già su una porzione molto consistente, dell’Antico Egitto. Questo confermerebbe, l’ipotesi oggi molto accreditata, che il processo di unificazione sia cominciato ben prima del mitico avvento di Menes (Narmer).


La Pietra di Palermo. Nella foto ne vediamo un particolare fotografato con una tecnica ad altissima risoluzione che ci restituisce un dettaglio elevatissimo. E’ un oggetto in diorite nera e deve il suo nome al fatto che è conservata al Museo Salinas di quella città. Altri cinque frammenti sono conservati al Museo del Cairo ed uno al Petrie Museum di Londra. Il frammento palermitano misura cm. 43 di altezza x 25 cm. di larghezza ed è iscritto su entrambi il lati. Si ritiene che in origine dovesse misurare cm. 210 x 60. Il testo contiene una lista di sovrani che ha inizio con quelli mitici, che avrebbero regnato sull’Egitto all’inizio dei tempi, e i cui regni sono calcolati in migliaia di anni. Si passa poi ai re la cui esistenza è storicamente accertata. L’ultimo ad essere menzionato e Neferirkara della V Dinastia. Le iscrizioni sono disposte su registri all’interno di caselle delimitate da linee con la punta ricurva verso sinistra ad imitazione del segno geroglifico dell’anno (in egiziano renepet). Di anno in anno viene indicato l’evento di maggior rilievo e, a partire dal regno di Djer (I Dinastia), il livello dell’inondazione. Nel particolare qui illustrato sono riconoscibili i cartigli del re Snefru (IV Dinastia).

Donne di potere

LA REGINA NITOCRIS

Morto il re Pepi II, ebbe come come successore Merenra II. Questo sovrano, estremamente effimero, poiché regnò un solo anno, sarebbe stato il marito della regina Nitocris che, secondo Manetone, fu l’ultima sovrana della VI Dinastia e che il Canone di Torino registra, subito dopo Merenra II, come “re dell’alto e del Basso Egitto”.

Le notizie fornite da Manetone dicono di lei:

Nitocris era la più nobile e la più amabile delle donne della sua epoca….. era chiara di pelle e aveva le guance rosse“,

Erodoto ( Storie II, 100) aggiunge, che la regina si suicidò gettandosi in una stanza piena di cenere dopo aver fatto massacrare gli invitati di un banchetto, da lei organizzato, essi erano infatti i colpevoli dell’assassinio del “fratello” (probabile allusione allo sposo, Merenre II).

Qualche autore mette in dubbio, non solo le asserzioni citate, ma anche l’esistenza della stessa regina. Vari documenti, fra cui il Papiro dei Re di Torino, sembrano comunque accertare la sua esistenza, anche se il frammento che la riguarderebbe, su questo papiro è di lettura incerta, perché danneggiato e la sua collocazione alla fine della VI Dinastia è dubbia. Per molti egittologi pare accertata quanto meno la sua presenza.

La regina, forse regnò per 12 anni. Ciò in cui tutte le fonti concordano è il fatto che con questa regina-faraone si chiudono la VI Dinastia e l’antico Regno.

Di questa regina non vi sono statue o dipinti che la raffigurano, almeno con certezza.

Fonti: Storia dell’antico Egitto di Nicolas Grimal.

Testi scritti da Maurizio Damiano.

Fotografia di Nico Pollone.

Il riscontro delle citazioni dei vari elenchi di re.

Donne di potere

LA REGINA MERNEITH

Di Grazia Musso

La prima regina faraone è Merneith (epoca Thinita, I Dinastia 3040 – 3030). Vi è incertezza sul ruolo di questa donna: regina o donna faraone? Regnò dopo il marito e prima del figlio? Personaggio misterioso e controverso il cui nome è noto da vari documenti e dalla stele della regina, visibile nelle immagini.

Merneith occupò senza dubbio un posto importante sotto la I Dinastia. Sono note due grandi tombe con caratteristiche regali e recanti il suo nome, a Sakkara e ad Abydos, come per i re della I Dinastia.

Questo è ciò che si sa con certezza. Per il resto tutto è in dubbio, persino sul suo sesso. Inizialmente non ci furono certezze: il nome, infatti, fu trovato sotto forma maschile Mr nit – Merneith (amato da Neith), ma poi fu riveduto anche in forma femminile Mr nit- Mer (it) Neith (amata da Neith). In genere, però, i nomi teofori composti con Neith appartenevano a donne. L’ipotesi maggiormente probabile è che si sia trattato della madre di Den, quinto sovrano della Prima Dinastia, e che abbia avuto il rango di reggente.

Il nome di Merneith compare in una lista di governanti riportata sulla Stele di Palermo ed è noto da un sigillo scoperto nella tomba di suo figlio Den. In questo sigillo Merneith ricopre il titolo di madre del re.

La prova più importante dell’esistenza e del ruolo di Merneith si trova nelle tombe reali maschili di Abydos. La tomba Y è un complesso che appartiene proprio a Merneith. Elementi con il suo nome sono stati trovati nella mastaba numero 3503, tra essi vasi in pietra e altro. (by Nico Pollone)

Fonti: Le donne dei faraoni di Cristian Jacq. Foto del cartiglio, Antico Egitto di Maurizio Damiano.