Donne di potere, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

GRAVIDANZA E PARTO IN EGITTO

A cura di Grazia Musso

La gravidanza e il parto, allora come oggi, erano un momento molto delicato nella vita delle donne. Proprio per questi, oltre a prestare cure particolari si cercava di assicurare una protezione speciale, aggiuntiva, alle future madri dotandole di amuleti specifici per l’occasione raffiguranti il dio Bes, che allontanava gli spiriti maligni, oppure una gatta con i suoi cuccioli, immagine stessa della maternità, e infine la dea Toeris. Porre un pezzo di vestito della donna incinta all’interno di una statua cava della dea, ad esempio, avrebbe evitato un parto difficile, eventualità da scongiurare il più possibile, visto l’alto tasso di mortalità. Sul papiro medico di Berlino è descritto un test di gravidanza e il metodo per sapere il sesso del nascituro :”. Metodo per riconoscere se una donna è incinta o no: mettere orzo e grano in due sacchi di tela che la donna bagnerà con la propria urina ogni giorno, mettere allo stesso modo due sacchi con sabbia e datteri. Se germoglierà per primo l’orzo sarà maschio, se germoglierà per primo il grano sarà femmina; se non germoglieranno non partorirà”. Il parto seguiva un rituale stabilito: la donna sedeva su una sedia da travaglio, detta meskhen, ad aiutarla vi erano le levatrici, dato che gli uomini erano esclusi, che impersonavano le dee Nefti, Heket e Iside.Durante il travaglio, la gestante pregava il dio vasaio Khnum, che presiedeva al parto. La placenta veniva conservata, perché ritenuta capace di curare le malattie del neonato, per favorirne l’espulsione, la donna si sedeva sopra un tampone imbevuto di segatura di abete e feccia. Alla partoriente e al bambino venivano donati amuleti, spesso statuette votive che avevano le sembianze delle dee protettrice del parto.

Fonte: sito Museo Archeologico Nazionale di Firenze. ‘Magia e Iniziazione nell’ Egitto dei faraoni, Rene’ Lachaud.

Il dio Bes
La dea Toeris
Antico Regno, VI Dinastia

MERY RE PEPI I

LA SESTA DINASTIA – IL TERZO SOVRANO: MERY RE PEPI I

A cura di Luisa Bovitutti

Alla morte di Teti, fondatore della VI dinastia, il trono venne usurpato da Userkare (probabilmente figlio di Iput I, una moglie secondaria del faraone), che regnò solo un anno; gli successe Pepi, figlio della moglie principale di Teti, il quale, pur essendo ancora un bambino, riacquisì il suo posto nella linea dinastica e governò per almeno 40 anni, cercando di rinsaldare l’autorità del governo centrale e di opporsi al crescente potere dei nobili locali che porteranno il paese alla crisi entro pochi decenni. Egli ebbe almeno sei mogli, tra cui Nebwenet e Inenek-Inti, le cui piccole piramidi sorgevano vicine alla sua a Saqqara, Meritites IV, Nedjeftet e le due sorelle Ankhesenpepi I (dalla quale ebbe il suo erede Merenre I), e Ankhesenpepi II (che alla morte del sovrano sposò Merenre e gli diede Pepi II che salì al trono dopo la morte del padre; le due donne erano figlie del potente funzionario Khui, forse governatore della regione di Abydos, e sorelle del visir Djau. A quanto pare Pepi sposò Ankhesenpepi I e II in età avanzata, forse dopo essere sopravvissuto nel 42’ anno del suo regno ad una congiura organizzata nel suo harem; Ankhnesmerire I gli diede anche una figlia di nome Neith, che in seguito avrebbe sposato Pepi II. Pepi I avviò una politica di penetrazione intensiva della Nubia, a sud della Prima Cataratta del Nilo, dove è stato rinvenuto vasellame recante il cartiglio del re, creò il primo esercito regolare costituito da egizi reclutati nel Delta e nell’Alto Egitto oltre che da un gran numero di nubiani e libici fedeli, al quale affidò cinque campagne militari sotto il comando ad un suo fido collaboratore chiamato Weni (o Uni) il vecchio per sottomettere i beduini che vivevano lungo la frontiera nord-orientale, che gli Egizi chiamavano Terra degli abitanti della sabbia, e che periodicamente effettuavano incursioni in territorio egizio. Intessè rapporti diplomatici ed un fiorente commercio con Ebla e Biblos, dove sono state ritrovate numerose navi costruite durante il suo regno, e sono documentate frequenti spedizioni a Punt per importare prodotti esotici ed in varie zone dell’Egitto per procurare pietra pregiata, più specificamente nelle cave di alabastro di Hatnub, di grovacca e siltite di Wadi Hammamat e nelle cave di turchese e rame di Wadi Maghara nel Sinai. Egli realizzò complessi monumentali a Bubastis, Elefantina, Abydos e forse Dendera, che furono probabilmente incorporati in progetti successivi, tant’è che non sono rimaste vestigia risalenti alla sua epoca, salvo i resti di un tempio nel delta del Nilo. Il suo culto era ancora vivo in epoca tolemaica. Nelle immagini, a sinistra statua di Pepi I orante e a destra in alto statua di Pepi in alabastro, entrambe al Brooklin Museum, a destra al centro unguentario (a Baltimora) con il cartiglio del sovrano (Mery re) e sotto giara recante il cartiglio del sovrano, il nome del suo complesso piramidale (a Berlino).



IL COMPLESSO PIRAMIDALE

La piramide di Pepi I sorge nella zona a sud di Sakkara ed è ora ridotta ad una collinetta di 12 metri; in origine era alta 50 metri, con i lati di 75 metri ed era quindi facilmente visibile dalla Valle del Nilo; era chiamata Men-nefer, ossia “stabile e perfetta”; nel Nuovo Regno tale denominazione si estese all’antica capitale che i Greci chiamarono Menfi. Durante lo scavo della camera funeraria sono stati raccolti oltre 3000 frammenti di varie dimensioni che sono stati utilizzati per ricostruire le pareti del sito; i geroglifici finemente scolpiti conservano ancora il colore originale e ci consegnano molti testi non menzionati nella piramide di Unas, Il sarcofago è stato rinvenuto spezzato, ma è sopravvissuta la cassetta di granito contenente i vasi canopi con i resti dei visceri, accuratamente avvolti in bende di lino. Una spedizione archeologica francese ha riportato alla luce il tempio funerario del faraone, ancora ben conservato in alcune sezioni, anche se molte delle raffigurazioni di prigionieri in ginocchio con le braccia legate dietro la schiena che lo decoravano sono state ridotte in frammenti; attorno alla piramide del Re sono stati scoperti altri sei piccoli complessi piramidali destinati alle sue mogli e sepolture di funzionari di rango elevato e di sacerdoti. Nelle immagini, a sinistra in alto l’attuale aspetto esterno della piramide, a destra in alto la camera funeraria con il sarcofago, a sinistra in basso ricostruzione dell’aspetto originario del sito, a destra al centro geroglifici con il cartiglio del sovrano, a destra in basso pyramidione della piramide di Pepi.


LE STATUE IN RAME DI PEPI I E DEL SUO EREDE MERENRE

Queste due statue in rame furono rinvenute nel 1897 da James Quibell, unitamente a moltissimi altri oggetti tra cui la famosa tavolozza di Narmer, scavando nel recinto del tempio dedicato al dio falco Nekheny a Hieracompolis, città sede dei re dell’Alto Egitto. La statua più grande raffigura Pepi I, e all’interno di essa si trovava quella più piccola, che si credeva rappresentasse lo stesso Pepi I da ragazzo o ringiovanito dopo il Giubileo; oggi molti studiosi pensano che raffiguri Merenre, suo figlio e successore. Entrambi i manufatti sono custoditi al museo del Cairo.

Antico Regno, VI Dinastia

TETI

LA SESTA DINASTIA – IL PRIMO SOVRANO: TETI

A cura di Luisa Bovitutti


Il fondatore Della VI Dinastia fu TETI, che governò tra il 2347 e il 2327 a.C. circa. Sua madre era la regina Sesheshet, ma la sua pretesa al trono derivava probabilmente dal matrimonio con Iput, figlia maggiore di Unas, ultimo sovrano della V dinastia.

Egli fu un abile politico e riuscì a mantenere il regno nonostante i tumultuosi cambiamenti sociali della sua epoca, che segnò il tramonto dell’Antico Regno e l’esordio del primo periodo intermedio: così come Unas, il sovrano cercava di prendere le distanze dal culto del sole per arginare l’enorme influenza dei Sacerdoti heliopolitani di Ra, una carestia affliggeva il paese, ondate di immigrazione causavano disordini interni, la ricchezza ed il potere dei funzionari della corte e della nobiltà locale indebolivano l’egemonia faraonica.

Dopo essere salito al trono Teti continuò saggiamente ad avvalersi dei funzionari a suo tempo scelti dal suo predecessore e distribuì promozioni e titoli per conquistare consensi; per garantirsi un’alleanza importante diede in sposa sua figlia Seshseshet al Visir Mereruka.

Egli completò il Tempio Funerario di Unas e fece scolpire il proprio cartiglio sugli stipiti di granito di una porta; molte sono le iscrizioni che lo riguardano venuti alla luce nelle mastabe attorno alla sua piramide. Un gran sacerdote menfita chiamato Sabu si vanta di avere offerto protezione a Sua Maestà quando a bordo della sua barca veniva in città in occasione di cerimonie religiose; un altro gran sacerdote omonimo esprime il suo orgoglio per la propria nomina; un funzionario racconta di essere stato inviato a Tura per procurare il calcare per le costruzioni reali.

Nulla in più si sa di questo sovrano, se non quanto racconta Manetone, il quale riferisce che Teti morì assassinato dalla sua guardia del corpo, pare per incarico del figlio Userkare, che usurpò il trono all’erede legittimo Pepi I, il quale era ancora un bambino e che gli successe quando morì circa un anno più tardi. Egli edificò per sé un complesso piramidale del quale vi parlerò nel prossimo post.

Nelle immagini, reperti custoditi al Museo del Cairo: una statua raffigurante il sovrano, un frammento lapideo con il cartiglio del sovrano, la rarissima maschera mortuaria in gesso, trovata nel 1907 da James Quibell nel suo tempio funerario ed attribuita al faraone, e lo stampo da essa ottenuto, che ci mostra il volto di un antico egizio, rasserenato dalla morte.


IL COMPLESSO FUNERARIO DI TETI

La disposizione delle camere ipogee e la decorazione interna della piramide di Teti sono simili a quelle della piramide di Unas, leggermente più piccola.

Sono del tutto scomparse le tracce del culto solare che tanta importanza aveva assunto nella dinastia precedente, e le pareti dell’anticamera e della camera funeraria sono incise con i “testi delle piramidi”, rituali e incantesimi destinati a guidare attraverso l’aldilà il re identificato con Osiride; il soffitto a volta è dipinto di stelle.

Il sarcofago di basalto è rimasto intatto e all’interno sono stati ritrovati frammenti di quella che potrebbe essere stata la mummia del sovrano.

Nelle foto la camera funeraria incisa con i testi delle piramidi, il sarcofago ed il soffitto stellato.

Alabastro, Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

SCODELLA CON UOVA E PULCINO D’ANATRA

A cura di Ivo Prezioso

Museo del Cairo. Inventario JE 62072 (Carter 435)

Un pezzo curioso e affascinante come questo ha bisogno forse di una piccola spiegazione: è stato trovato nell’annesso della tomba di Tutankhamon, probabilmente assieme ai vasi di profumo che vi si trovavano o nell’anticamera, assieme a frammenti del piatto. E’ costituito da una scodella, poggiata su una base circolare, che rappresenta un nido. Sia il nido che la base sono realizzati in calcite (alabastro), così come le quattro uova. Il pulcino è di legno, dipinto in un colore marrone chiaro con dettagli in nero tra cui le piume. La sua lingua è realizzata in avorio tinto di rosa. Il piccolo nato è appena emerso dal suo uovo e si estende, provando a sbattere le sue piccole ali. C’è forse un riferimento ai sentimenti di Amarna sulla natura, espressi nel grande inno ad Aton? (“Quando il pulcino nell’uovo parla contro il guscio, tu gli dai dentro dell’aria per farlo vivere. Quando l’hai completato dentro l’uovo perché possa spezzarlo, esce dall’uovo per parlare e completarsi e cammina sui suoi piedi”)

Antico Regno

PEPI II

LA SESTA DINASTIA – IL QUINTO SOVRANO: PEPI II

A cura di Luisa Bovitutti

Merenra regnò per circa dieci anni e gli successe il fratellastro Pepi II Neferkara (“Bello è il Ka di Ra”) di soli sei anni, al quale Manetone attribuisce un regno di oltre novant’anni (ad oggi ne sono documentati con certezza 62), all’inizio con la probabile reggenza della madre Ankhesenpepi II. Egli ebbe diverse mogli, tra cui Neith madre del suo successore Merenre Nemtyemsaf II, Iput II, Ankhesenpepi III, Ankhesenpepi IV madre del re Neferkare e Udjebten.

Pepi II mantenne ottimi rapporti con Byblos e con la Nubia, continuando ad importare incenso, ebano, pelli di animali e avorio ed organizzò carovane che percorrevano le rotte verso il sud ed altresì verso ovest, per commerciare con le oasi di Kharga, di Selima e di Dakhla; dalle miniere del Sinai estraeva rame e turchese da Hatnub nei pressi di Amarna l’alabastro.

Pepi fu un buon re, ma negli ultimi anni di vita non riuscì a mantenere il controllo sui nomarchi locali, che divennero sempre più ricchi e potenti anche perché erano tradizionalmente esenti da tasse e la loro carica era ereditaria; essi si costruirono grandi e costose tombe ed iniziarono a comportarsi come sovrani indipendenti, dando ingresso a quell’epoca di instabilità politica che va sotto il nome di primo periodo intermedio, protrattosi per circa 200 anni.

Nelle immagini, il piccolo Pepi II (già regnante, come si evince dal nemes e dall’abbigliamento formale che indossa) in braccio alla madre; placchetta che commemora il giubileo del sovrano, vaso recante il suo cartiglio e testa di statua che lo rappresenta.


IL COMPLESSO FUNERARIO DI PEPI II CHIAMATO “NEFERKARA È DUREVOLE E VIVENTE”

Il complesso piramidale di Pepi II è costituito dalla piramide, collassata già nell’antichità dopo l’asportazione del rivestimento in pietra pregiata, e dal tempio funerario adiacente.

La piramide misurava 78,5 metri per lato alla base e 52,5 metri in altezza, ed era costituita da un nucleo di piccole pietre locali e malta di argilla ricoperte da un rivestimento di calcare bianco; la camera funeraria ha un soffitto a capanna dipinto a stelle; due delle pareti sono costituite da grandi lastre di granito; il sarcofago è di granito nero e reca il nome e i titoli del re. Un cortile era circondato da 18 pilastri decorati con scene del re alla presenza degli dei; la strada rialzata era lunga circa 400 metri ed il tempio a valle sorgeva sulle rive di un lago, ormai scomparso da tempo.

All’interno del complesso piramidale del faraone furono costruite le piramidi delle sue consorti Neith, Iput ed Udjebten, ognuna di esse dotata di una cappella, di un tempio e di una piramide satellitare; Ankhesenpepi III fu sepolta in una piramide vicino a quella di Pepi I e Ankhesenpepi IV in una cappella nel complesso della regina Udjebten.

Il tempio funerario del re era decorato con scene che lo mostravano mentre trafiggeva un ippopotamo e trionfava così sul caos, mentre celebrava il giubileo e la festa del dio Min e mentre stava giustiziando un capo libico accompagnato da sua moglie e suo figlio.

Il complesso fu indagato inizialmente da John Shae Perring , ma fu Gaston Maspero il primo a entrare nella piramide nel 1881 e Gustave Jéquier lo indagò nel dettaglio tra il 1926 e il 1936, pubblicando un approfondito rapporto di scavo sul complesso.

Nelle immagini, l’aspetto attuale della piramide, la ricostruzione grafica e la pianta del sito, un blocco recante il cartiglio del sovrano e un frammento della decorazione interna della piramide che lo raffigura.

Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

STATUA DI KHONSU CON I TRATTI DI TUTANKHAMON

Di Luisa Bovitutti

Questa magnifica statua in granito, oggi conservata al museo del Cairo, è alta 2,52 m e rappresenta il dio Khonsu con le fattezze di Tutankhamon, anche se inizialmente gli studiosi ritennero trattarsi di Horemheb. Essa venne alla luce in pezzi alla fine del XIX secolo sotto la pavimentazione del tempio che Ramses III dedicò alla triade tebana formata da Amon, Mut e Khonsu nell’area del recinto di Amon a Karnak, e probabilmente arredava un santuario preesistente costruito o abbellito da Tutankhamon.

Il dio è in piedi, ha forma vagamente mummiforme e tratti infantili; dal copricapo decorato con un ureo fuoriesce la treccia laterale. Egli porta la barba posticcia, un ampio collare ousehk ed una collana spessa dotata di contrappeso, rigata nella parte centrale e costituita nel resto da una fila di perle rotonde. Le braccia sono incrociate sotto il petto e le mani sovrapposte stringono oltre al flagello ed allo scettro uncinato un lungo scettro formato dai segni ouas, ankh e djed.

La base, arrotondata nella parte anteriore, e il pilastro dorsale non recano alcuna iscrizione

Corone

LA CORONA ATEF

A cura di Giusi Colledan

Atef, la corona di Osiride, è una combinazione della corona bianca dell’Alto Egitto, dell’hedjet e delle piume di struzzo su entrambi i lati. Spesso ha anche un disco dorato sulla punta. Le piume di struzzo, simili a quelle che rappresentano il ma’at, simboleggiano la verità, la giustizia, la moralità e l’equilibrio. Rappresentano anche il centro di culto di Orisis, che si trova a Busiris. L’atef è tipicamente indossato sopra un paio di corna di montone o di toro come cerchietto. La corona atef è vista fin dalla V dinastia. Secondo le credenze egizie, questa corona rappresenta Osiride come il dio della fertilità, sovrano dell’aldilà e rappresentante del ciclo di morte e rinascita. In seguito, però, venne indossato da altri faraoni a causa della convinzione che sarebbero diventati una forma di Osiride dopo la loro morte. Nelle loro tombe, i faraoni si sarebbero fatti raffigurare come Osiride indossando la sua corona. Durante il Medio Regno Egitto, anche i cittadini regolari potevano avere la corona di Osiride perché Osiride era diventato il giudice del defunto. Era anche indossato durante i rituali religiosi.

Medio Regno, XII Dinastia

IL PETTORALE DI MERERET

A cura di Giusi Colledan

Un pettorale trovato nella tomba della principessa Mereret a Dahshur. Era una figlia del re Senwosret III che regnò intorno al 1878-1840 a.C. durante la XII dinastia del Medio Regno. I due cartigli al centro portano il nome del re Amenemhat III, figlio e successore di Senwosret III, e probabilmente fratello di Mereret. Il pettorale è in oro intarsiato con lapislazzuli, corniola e ametista. Una scena riprodotta su ciascun lato del pettorale raffigura Amenemhat III che brandisce una mazza, pronto a colpire un nemico straniero, di cui afferra i capelli. In bilico sulla scena, la dea avvoltoio, Nekhbet, estende le sue ali per proteggersi.

Questo pezzo è ora nel Museo delle Antichità Egizie, Il Cairo, Egitto.

Donne di potere, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

I TITOLI DI HATSHEPSUT

A cura di Francesco Alba

Titolatura Reale di Hatshepsut

Il Nome di Horo: È la forma più antica del nome di un faraone, speso racchiusa nel serekh, una sorta di “scudo araldico” che rappresenta la facciata di un palazzo: Useret kau: Potente di Ka

Il Nome Nebty: le Due Signore, ovvero le due divinità araldiche Nekhbet e Wadjet, che rappresentano rispettivamente l’Alto e il Basso Egitto: Wadjet renput: Fiorente di anni

Il Nome Horo d’Oro: l’oro era fortemente associato all’eternità ma il significato di questo titolo è controverso: Netjeret kau: di Apparenza Divina

Il Nome del Trono (o prenomen): pronunciato al momento dell’incoronazione e scritto all’interno di un cartiglio: Ma’at ka Ra: La Verità è il ka di Ra

Il Nome di Nascita (o nomen): il nome attribuito alla nascita, anch’esso riportato in un cartiglio: Henemet Amon Hatshepsut: Colei che Amon abbraccia, la prima fra le Nobili Dame

Difficile pensare che “la prima fra le Nobili Dame” sia un nome adeguato per un re, teologicamente identificato come principio maschile. Tuttavia il fatto stesso che Hatshepsut non cambiò mai il suo può fornire una prova evidente della forte resistenza alla modifica del nome di nascita. Una resistenza che non fu mai spezzata prima di Akhenaton (nato Amenhotep) . . .

Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

SELKET

A cura di Grazia Musso.

LA DEA SCORPIONE.

La cassa dei canopi era contenuta in uno splendido sacrario di legno rivestito d’oro. Quattro dee tutelari, connesse con i figli di Horus, protettori dei vasi canopici erano poste a guardia del sacrario. Figli di Horus, interiora del defunto, dee e punti cardinali erano interconnessi.

Nella foto vediamo Selket che era connessa con l’ovest e con Qebehsenuf, protettore degli intestini.

Dalla Valle dei Re, Tomba KV 62, di Tutankhamon, XVIII Dinastia.

Legno stuccato e foglia d’oro, sacrario: altezza 198 cm.Il Cairo, Museo Egizio.

Fonte : Antico Egitto di Maurizio Damiano.