Antico Regno, Sfinge

LA STELE DEL SOGNO E IL MISTERO DELLA SECONDA SFINGE

A cura di Piero Cargnino

Una cosa è certa, i monumenti di Giza rimasero un enigma non solo per gli antichi egizi ma continuarono, e continuano, ad esserlo anche per gli studiosi moderni.

Con la Piramide di Cheope, la Sfinge presenta tanti e tali enigmi la cui soluzione è ancora lungi dall’essere trovata. Come abbiamo detto, in tempi a noi più vicini, fu Giovanni Battista Caviglia, esploratore, navigatore ed egittologo italiano, nato a Genova nel 1770, che nel 1816, rapito forse dal fascino del colosso accovacciato, iniziò una serie di scavi sul fronte della statua proprio sotto la testa, procedette fino a scoprire tutta la parte sottostante del monumento e delle zampe anteriori. Qui vennero rinvenuti i resti della barba e la testa dell’Ureo reale.

Ma la cosa più importante fu il ritrovamento della “Stele del Sogno” di Thutmosi IV. All’atto del suo ritrovamento però la stele non diceva molto agli archeologi in quanto i geroglifici non erano ancora stati decifrati.

La stele è alta 114 cm, larga 40 cm con uno spessore di 70 cm, vi è riprodotta una lunga iscrizione sormontata da una scena nella quale Thutmosi IV fa offerte alla Grande Sfinge. Eretta da Thutmose IV durante il suo primo anno di regno come una legittimazione divina del suo potere faraonico.

Ora tradotta la stele riporta il colloquio avuto in sogno da Thutmose, che, durante una partita di caccia, si era fermato a riposarsi all’ombra della testa della statua, con la Sfinge stessa:

Durante il colloquio la Sfinge promise il trono a Thutmose a patto che l’avesse fatta disseppellire dalla sabbia che la avvolgeva fino al collo:

L’ultima parte dello scritto è andata perduta causa l’erosione della pietra. Salito al trono Thutmose IV mantenne la promessa e fece restaurare la statua inserendo tra le sue zampe la stele. Oltre a quanto già accennato sopra, dagli scavi effettuati tra le zampe anteriori vennero pure ritrovati resti di un tempietto e piccole statue di leoni di pietra dipinti di rosso, Caviglia trovò anche un altare di granito con segni di combustione. In un primo momento si pensò che fosse servito a compiere riti sacrificali in onore della Sfinge ma in seguito si scoprì che risaliva ad un’epoca più tarda.

L’altare consisteva in una piccola costruzione con due colonne poste in modo che lo sguardo della Sfinge potesse passare esattamente in mezzo ad esse. Secondo alcuni egittologi la costruzione, ricorda un altare rituale risalente all’epoca romana. Si sa che sia i greci, prima, poi i romani e successivamente gli arabi seguirono la tradizione di rendere omaggio alla Sfinge perpetuando l’idea che fosse opera degli dei. Non venne ritrovato altro nonostante siano state rinvenute immagini in cui la Sfinge viene rappresentata con una statua, o secondo alcuni, una colonna situata di fronte al petto.

Si pensa che durante i lavori di restauro intrapresi da Thutmose IV, come narra la Stele del Sogno, oltre a disseppellire la statua dalla sabbia ed a sostituire i blocchi caduti a causa dell’erosione, il faraone fece dipingere di rosso la Sfinge e collocò una statua di suo padre, Amenhotep II, tra le zampe del monumento. Secondo quanto riportato su di una stele, opera dello scriba Mentu-Hor, è possibile che ci fosse veramente una statua oggi ormai ridotta ad una protuberanza tra le gambe della Sfinge. Il disegno della Sfinge sulla stele di Mentu-Hor è molto insolito per l’arte egizia denunciando la ricerca di un effetto più che naturalistico, da notare l’evidente collare intorno al collo. Sullo sfondo sono visibili due piramidi rappresentate in modo altrettanto audace.

La Stele del Sogno di Thutmosi IV, oltre che per il testo che riporta, presenta un altro mistero che si aggiunge ai molti che riguardano la Sfinge. Sulla stele sono rappresentate non una ma due Sfingi. Due Sfingi in posizione opposta, una guarda a levante mentre l’altra a ponente.

Ma se la Sfinge è una sola, per quale ragione Thutmosi IV ne fece scolpire due? A questo proposito sono state avanzate numerose ipotesi, secondo alcuni studiosi potrebbe esistere una seconda Grande Sfinge sepolta alle spalle della prima, magari più danneggiata e sicuramente priva della testa che sarebbe altrimenti visibile. Tutte queste teorie, da alcuni classificate come fantarcheologia, sono fortemente osteggiate dall’archeologia accademica che però non è in grado di spiegare in modo convincente perché la stele ne rappresenti due. Oltre a molti scrittori e ricercatori alternativi (come Robert Bauval e Graham Hancock, ecc.), anche l’egittologo egiziano Bassam El Shammaa sostiene da anni che la stele di Thutmosi IV rappresenti quella che doveva essere la realtà in passato, cioè che le sfingi erano non una, ma due. El Shammaa ritiene che una sfinge sola rappresenti un’anomalia, infatti nella tradizione egizia le Sfingi sono sempre due a rappresentare Shu e Tefnut, figli di Atum, il dio sole, di solito raffigurati come un leone ed una leonessa. Così infatti le due creature mitologiche sono rappresentate contrapposte sulla Stele del Sogno. In una sua intervista al giornale egiziano in lingua inglese Daily News, l’archeologo El Shammaa ha dichiarato che secondo lui la sfinge che rappresentava Tefnut venne distrutta da un evento naturale, forse un fulmine, il fatto colpì a tal punto l’immaginario collettivo che i sacerdoti, per giustificare l’evento di fronte al popolo e placare lo sgomento, spiegarono che Tefnut fosse stata maledetta. Non di rado succede che nella mitologia un dio maggiore condanni un dio minore.

Un’altra ipotesi suggerisce che la seconda sfinge sarebbe andata distrutta già nell’antichità ma, sotto tonnellate di sabbia e roccia, contrapposta alla Sfinge esistente, si troverebbero i resti della gemella. A sostegno di questa tesi ci sarebbe un’immagine ripresa dallo spazio e diffusa dalla NASA. L’archeologo Michael Poe sostiene che si trattò di una grande inondazione del Nilo a radere al suolo la seconda sfinge, l’opera venne poi completata dagli arabi per costruire i loro villaggi. A suo avviso, la distruzione risalirebbe ad epoche più recenti, tra il 1000 e il 1200 d.C. Chissà se un giorno si riuscirà a conoscere la verità? Una cosa è certa, i monumenti di Giza che non presentano alcuna traccia di iscrizioni, sicuramente dovettero già rappresentare un enigma per gli egizi vissuti dopo l’Antico Regno.

Fonti e bibliografia:

  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Roma, Newton Compton Editori, 2006
  • Maurizio Damiano-Appia, “I tesori del Nilo”, Giunti Multimedia, 1997
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Elio Moschetti, Mario Tosi, “Thutmosi IV un sogno all’ombra della sfinge”, Ananke, 2004
  • Martin Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961, (Einaudi, Torino 1997
  • Tiziana Giuliani, “Il Viale delle Sfingi che collega Karnak a Luxor”, da Mediterraneo Antico, 2017
  • Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Nrwton & Compton editori, 1999
  • Fugazza Stefano, “Simbolismo”, Arnoldo Mondadori arte, 1991)
Antico Regno, Sfinge

IL PROBLEMA DELL’EROSIONE

A cura di Piero Cargnino

Il geologo Robert M. Schoch del College of General Studies dell’Università di Boston, che studiò a fondo la Sfinge negli anni ’90, giunse alla conclusione che le tracce di erosione che si riscontrano sul corpo della Sfinge e sulle pareti del recinto siano di origine alluvionale dovuta a piogge, piogge torrenziali che a suo parere cadevano copiose nell’antichità e non potevano essere cadute dopo il 10.000 a.C. circa, periodo in cui il Sahara iniziò a trasformarsi in deserto e le piogge a scarseggiare fino quasi a cessare del tutto. Molti geologi contestano le affermazioni di Schoch contrapponendo la tesi secondo cui, essendo ricavata in un avvallamento, la Sfinge è soggetta ad essere sepolta nelle sabbie, la relativa vicinanza al Nilo e le annuali esondazioni del fiume, che in passato inondavano la valle, hanno sicuramente causato periodici innalzamenti della falda freatica con la conseguenza che il corpo della Sfinge si sarebbe trovato avvolto da sabbia bagnata, questa sarebbe a loro giudizio la causa dell’erosione. Tali convinzioni non sarebbero però confermate dal fatto che i segni dell’erosione presenti risultano più evidenti in alto e meno marcati in basso, cosa incompatibile con un’erosione da falda freatica che risulterebbe più evidente alla base della statua. Schoch afferma: “Ero convinto che la datazione degli egittologi fosse corretta. Ma, ben presto, ho scoperto che le prove geologiche non erano compatibili con quello che gli egittologi dicevano”. Schoch ritiene inoltre che in origine potrebbe non essere stata una sfinge, ma un leone. Secondo il geologo già all’epoca del faraone Chefren, che l’avrebbe fatta disseppellire per la prima volta, la statua si presentava in uno stato di avanzato degrado dovuto all’erosione e che il faraone decise quindi di effettuare un restauro, con l’occasione avrebbe fatto modificare decisamente la testa. Afferma ancora Schoch: “La Sfinge era già lì da migliaia di anni, è evidente a chiunque che l’attuale testa non è quella originale, essa avrebbe mostrato, più o meno, gli stessi segni di erosione del corpo”. Com’era ovvio supporre si è verificata subito una levata di scudi contro questa ipotesi da parte di molti scienziati, storici ed egittologi accademici, secondo i quali è impossibile che sia esistita una civiltà in grado di costruire un monumento come la Sfinge in tempi così antichi.

Non è nelle mie intenzioni schierarmi a favore o contro le varie ipotesi circa la costruzione della Grande Sfinge di Giza, trovo eccessive alcune ipotesi fantascientifiche, ma preferisco essere aperto ad eventuali novità, ancorché sia possibile dimostrarle, senza chiudermi nell’accademismo imperante. Prendiamo ora in esame alcune delle teorie che vengono avanzate e supportate da evidenze più o meno tangibili. Lo storico greco antico Erodoto, nel secondo dei 9 libri di cui si compone la sua opera storiografica del mondo antico, “Storie”, parla dell’Egitto che lo affascinò a tal punto che ne fornisce una dettagliata descrizione non trascurando nulla, luoghi, paesaggi, palazzi, templi, usanze e tradizioni, soffermandosi sull’importanza del Nilo. Descrive inoltre con grande precisione le piramidi che lo lasciarono stupefatto, in particolare quella di Cheope, ma non fa alcun accenno alla Sfinge. C’è da chiedersi come sia possibile che la visione di una simile gigantesca statua non abbia colpito uno storico così attento a tutte le meraviglie di quella stupenda civiltà. Sorge spontaneo pensare che alla sua epoca Erodoto non abbia neppure notato la Sfinge in quanto questa doveva trovarsi completamente sommersa dalla sabbia e quel poco della testa che spuntava, assomigliava ad uno sperone roccioso che non attrasse la sua attenzione. Come detto sopra, osservando l’intera statua notiamo che si presenta maggiormente erosa nel corpo che nella testa. Dal punto di vista geologico è stato confermato che, mentre il corpo è stato ricavato in uno strato di pietra calcarea fragile e di qualità inferiore di origine più antica, la parte superiore che rappresenta la testa è formata da pietra calcarea dura e massiccia, che diventa sempre più pura verso l’alto permettendo una migliore conservazione nel tempo ed una maggiore resistenza alla corrosione.

Questa affermazione in parte giustifica la differenza dell’erosione sulle due parti della statua, però ci sono altri fattori da considerare; il corpo della Sfinge è rimasto per migliaia di anni sepolto nella sabbia mentre la testa è sempre stata esposta alle intemperie. Come accennato in precedenza, va detto che, seppure costituita di roccia più dura, la testa della Sfinge è stata martellata per millenni dal “Kamsin” il terribile vento del deserto che solleva e trasporta un ingente quantitativo di polvere e sabbia fine che penetra dappertutto levigando e consumando anche le rocce più dure. Il fatto che la testa della Sfinge sia stata ricavata in uno strato di pietra più resistente non è sufficiente a giustificare l’enorme differenza di erosione, anzi, verrebbe da pensare il contrario. Per contro va ricordato che anche la testa in realtà si presentava più erosa di come la vediamo oggi. Nel primo quarto del XX secolo d.C. accertamenti più approfonditi sulle condizioni del collo della statua fecero temere che, nell’eventualità di un forte temporale, la testa avrebbe potuto essere spazzata via. Venne quindi deciso un importante restauro con il quale venne eretto un massiccio supporto in cemento armato largo quanto la parrucca che un tempo scendeva sulle spalle da entrambi i lati.

A questo punto pare ovvio ritenere che l’erosione del collo e della parrucca siano in questo caso da imputare alla sabbia sospinta dai forti venti. Il faraone Chefren è vissuto intorno al 2500 a.C., ma quando Thutmosi IV si fermò all’ombra della testa della Sfinge correva all’incirca il 1350 a.C., quindi 1150 anni dopo la sua presunta costruzione e la statua si trovava già completamente sommersa dalla sabbia da chissà quanto tempo. Thutmosi IV la liberò e la fece restaurare ma col passare del tempo ritornò ad essere sommersa e vi rimase per almeno altri mille anni. Furono i Tolomei a liberarla nuovamente, ma la sabbia la ricoprì ancora una volta. Esistono le testimonianze di un medico, scrittore ed egittologo arabo Abd el-Latif ibn Yūsuf al-Baghdādī il quale racconta che nel 1200 d.C., <<……..nei pressi delle Piramidi, si trova una enorme testa dipinta di rosso, che emerge dalla sabbia priva del corpo e che gli arabi chiamavano Abu el-Hol “Il padre della paura”……..>>. E ricoperta dalla sabbia vi rimase fino al 1816 quando il navigatore italiano ed egittologo Giovanni Battista Caviglia incominciò a scavare nella sabbia verso la spalla sinistra della Sfinge, al di sotto della testa, fino a raggiungere la base del monumento e le zampe anteriori. Un secondo scavo portò al ritrovamento dei resti della barba spezzata e della testa dell’Ureo o cobra reale, decorazione del copricapo, (oggi conservati al British Museum di Londra).

Fonti e bibliografia:

  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Roma, Newton Compton Editori, 2006
  • Maurizio Damiano-Appia, “I tesori del Nilo”, Giunti Multimedia, 1997
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Elio Moschetti, Mario Tosi, “Thutmosi IV un sogno all’ombra della sfinge”, Ananke, 2004
  • Martin Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961, (Einaudi, Torino 1997
  • Tiziana Giuliani, “Il Viale delle Sfingi che collega Karnak a Luxor”, da Mediterraneo Antico, 2017
  • Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Nrwton & Compton editori, 1999
  • Fugazza Stefano, “Simbolismo”, Arnoldo Mondadori arte, 1991)
Antico Regno, Sfinge

QUANDO E CHI HA COSTRUITO LA SFINGE DI GIZA

A cura di Piero Cargnino

Nell’articolo precedente abbiamo fatto riferimento a coloro che sostengono esserci una somiglianza tra il volto della sfinge e quello del faraone Chefren che si riscontra sulle statue dello stesso faraone. Personalmente propendo più verso quegli studiosi che questa somiglianza trovano azzardata. Ma allora a chi appartengono i lineamenti del volto umano della sfinge? E’ realmente l’immagine del faraone Chefren oppure, come sostengono altri è quella del grande Cheope? Secondo l’egittologo Rainer Stadelmann, il volto della sfinge sarebbe il ritratto di Cheope. Diversi altri egittologi concordano con Stadelmann ritenendo che l’ipotesi più classica (ma ancora oggi valida) si basi su argomentazioni piuttosto vaghe. Questa nuova ipotesi si sta ormai affermando a tal punto da porre in seri dubbi quello che era ormai considerato un dogma accademico. Va comunque precisato che ci troviamo sempre nel campo delle ipotesi e nulla ci consente di dire con certezza chi si nasconde dietro quel volto che da millenni sembra sorridere al visitatore mantenendo lo sguardo fisso all’orizzonte, verso il sole nascente, rivolto al mondo dei vivi.

Soffermiamoci ora ad osservare con attenzione la Grande Sfinge di Giza, è stata ricavata da una collinetta emergente nella cava dove si presume siano stati estratti i blocchi di calcare per la piramide di Cheope, cava che venne successivamente abbandonata poiché il calcare si rivelava di pessima qualità. Se non lo avete mai fatto provate a soffermarvi ad osservarla con attenzione, ad un osservatore attento non può sfuggire che la testa della statua è piccola, decisamente sproporzionata rispetto al resto del corpo del leone. Pensando alla cura con cui gli antichi egizi rispettavano le proporzioni, viene da chiedersi se è possibile che abbiano commesso un simile errore. Appare inoltre evidente che la testa si presenta molto meno erosa rispetto al resto del corpo ed anche delle pareti del recinto che la racchiude. Se si considera che, il corpo come il recinto sono stati quasi sempre sommersi dalla sabbia, la testa è da millenni esposta ad ogni tipo di erosione, basti pensare agli effetti che può provocare l’azione della sabbia sollevata dal Khamsin, il vento del deserto che per circa 50 giorni (da marzo a maggio) ogni anno tormenta l’Egitto. Nell’antichità questo vento tempestoso veniva associato al dio Seth, simbolo delle forze più oscure della natura. Tutto ciò fa supporre che originariamente la statua avesse un’altra testa, più antica, che fu poi “riscolpita”. A questo punto, visto lo stato in cui si trova il resto del corpo viene da chiedersi se la sfinge non sia stata costruita molto tempo prima e che la sua testa (magari molto danneggiata) sia stata successivamente adattata al regnante di turno.

Voglio ricordare che due egittologi di primissimo piano quali i famosi Auguste Mariette e Gaston Maspero furono tra i primi a sostenere che la sfinge di Giza doveva risalire ad un periodo storico di molto precedente, almeno al predinastico. Mariette affermò: “Questa colossale effigie era, quindi, già esistente prima dell’epoca di Cheope. Essa è di conseguenza più antica della piramide”. Un altro particolare che sfugge ai più, se non osservata con cura, è il fatto che il volto della Sfinge (escluse le orecchie) è posto un po di traverso, se confrontato con l’insieme della testa: l’occhio sinistro è situato leggermente più in alto del destro ed il punto centrale della bocca, come il resto del viso, si volgono un poco. Certo oggi il volto si presenta parecchio danneggiato ma la causa non è tutta da attribuire al deterioramento naturale, anche qui l’uomo ci ha messo del suo. Il naso è completamente mancante. Contrariamente però a quanto si pensa, non furono le truppe di Napoleone a distruggerlo e neppure quelle mamelucche. Nel 1757 il viaggiatore danese Frederick Louis Norden pubblicò gli schizzi fatti da lui a Giza, e il naso non c’era già più. Napoleone nacque il 15 agosto 1769. Una versione comprovata è espressa nel lavoro dello storico arabo al-Makrizi, egli scrive: “……….fu un fanatico religioso, lo Shayk sufi Muhammad Sa im al Dahr che, nel 1378, irritato perché i contadini adoravano ed offrivano doni ad Abul-Hol (la Sfinge), anziché alla sua confraternita, fece distruggere il naso…….”. Torniamo ai vari misteri che parlando della sfinge non scarseggiano di certo, abbiamo in precedenza accennato che per gli egizi del Nuovo Regno la sfinge rappresentava “Hor em achet” (Horus all’orizzonte) ma veniva comunemente chiamata “Quello/a del luogo eletto”. Da notare però che stiamo parlando del Nuovo Regno, ovvero decine di secoli dopo il regno di Cheope e Chefren, ovvio che questi nomi attribuiti alla sfinge non ci possono aiutare a ricostruirne le vere origini. L’egittologa Zivie-Coche, che ha studiato a fondo l’altopiano di Giza, sostiene che durante l’Antico Regno non si riscontra l’assegnazione di un nome preciso alla sfinge in quanto: “nessun testo di quell’epoca vi fa riferimento”. La spiegazione potrebbe essere che gli Egizi delle prime dinastie non conoscevano nulla sulle origini di quella enorme statua situata sull’altopiano di Giza e che pensavano fosse appartenuta ad un’altra cultura molto più antica le cui origini risalivano alla notte dei tempi. In quanto tale era considerata un simbolo sacro, del quale nulla sapevano, per cui non gli attribuirono alcun nome.

Forse la stessa cosa dovettero pensare gli storici coevi di Plinio che nel I sec. d.C. preferirono addirittura tacerne l’esistenza. Va detto che fin da quando si iniziò a studiarla si fece strada l’ipotesi che la Sfinge fosse molto più antica dell’epoca in cui viene collocata e che, in occasione di un suo precedente restauro, presentandosi ormai corrosa dal tempo, Chefren (o Cheope), fece modificare la testa, che forse in precedenza rappresentava effettivamente quella di un leone, dandogli le sembianze del faraone. Non vi sono dubbi sul fatto che almeno la testa risalga alla IV dinastia, lo si deduce da alcuni particolari tipici di quel periodo storico, il copricapo “nemes” con la piega sul capo, gli svolazzi triangolari dietro le orecchie, l'”uraeus sulla fronte, gli occhi e le labbra denunciano chiaramente la medesima configurazione che troviamo in statue di altri sovrani , Gedefre, Khafre e Menkaure.

Fonti e bibliografia:

  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Roma, Newton Compton Editori, 2006
  • Maurizio Damiano-Appia, “I tesori del Nilo”, Giunti Multimedia, 1997
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Elio Moschetti, Mario Tosi, “Thutmosi IV un sogno all’ombra della sfinge”, Ananke, 2004
  • Martin Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961, (Einaudi, Torino 1997
  • Tiziana Giuliani, “Il Viale delle Sfingi che collega Karnak a Luxor”, da Mediterraneo Antico, 2017
  • Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Nrwton & Compton editori, 1999
  • Fugazza Stefano, “Simbolismo”, Arnoldo Mondadori arte, 1991)
Antico Regno, Sfinge

LA SFINGE NELLA SIMBOLOGIA ANTICA

A cura di Piero Cargnino

La Sfinge, in generale, è una figura mitologica rappresentata da un animale col corpo di leone e la testa di un altro animale, falco, ariete, ecc. o, spesso di un uomo o donna; in alcune culture viene anche rappresentata con le ali. Scolpita o dipinta sulle pareti di tombe, templi e stele o raffigurata nella statuaria, la Sfinge compare un po’ in tutte le culture dell’antichità lontana ma anche più vicina a noi. Cosa gli antichi intendessero rappresentare con la figura di un mostro con le sembianze umane innestate su quelle animali non ci è dato a sapere, si può supporre di tutto ma non esiste alcuna prova concreta in proposito. Va notato che in genere, nell’antico Egitto, la figura della sfinge, a tutto tondo o dipinta, in genere è presente nelle strutture architettoniche religiose come le tombe o i templi. Singolare il “Viale delle Sfingi”, che collega Karnak a Luxor, voluto dal faraone Amenhotep III (XVIII dinastia 1386-1349 a.C.).

La più antica raffigurazione di una Sfinge è stata rinvenuta nel sito di Nevali Cori, vicino a Gobekli Tepe in Turkia ed è stata datata al 9500 a.C. Nella mitologia egizia la Sfinge rappresentava forse un simbolo di protezione nei confronti del faraone per la sua vita nell’aldilà. Il nome Sfinge, così come lo si pronuncia in generale, deriva dal greco Σφίγξ “Sphynx”, nella linguistica greca antica fu messo in relazione con il verbo σφίγγω che significa “strangolare”, quindi “strangolatore” o “strangolatrice”. Alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che si possa invece trattare di un adattamento fonetico dell’antico egizio dove era chiamata col termine traslitterato “Shespankh” col significato di “statua vivente”, nome col quale venivano chiamate tutte le statue a forma di leone con testa umana, (vedi la scritta completa in geroglifico, foto…..) dove il geroglifico che raffigura il leone (o cane) è sovente sostituito dall’immagine della Sfinge stessa. Gli antichi egizi la identificavano con “Hor em alchet”, in greco Harmakis-Khepri-Ra-Atum, (traduz. di Edda Bresciani dalla Stele del Sogno di Thutmosi IV), oggi gli arabi la chiamano Abu el-Hol che significa “Il padre della paura”. A testimonianza del terrore che la rappresentazione della Sfinge, sotto ogni forma, riusciva ad incutere nelle popolazioni antiche esistono numerose leggende. Il mito più conosciuto è quello che ci riporta, nella sua opera “Edipo Re”, il drammaturgo greco antico Sofocle, anche se con lui molti altri autori greci ne parlano, il mito di “Edipo e l’enigma della Sfinge”. Si raccontava che esistesse a Tebe, sul monte Ficio, appollaiata su una colonna, una Sfinge inviata da Era la quale strangolava tutti quelli che gli passavano davanti a meno che non riuscissero a risolvere un difficile enigma. L’enigma ci è giunto in diverse versioni, Pseudo-Apollodoro così lo descrive: << Chi, pur avendo una sola voce, si trasforma in quadrupede, bipede e tripede? >>, Diodoro Siculo propone una versione simile: << Chi è contemporaneamente quadrupede bipede e tripede? >>. Ne esistono altre versioni ma il significato non cambia. Edipo riuscì a risolvere l’enigma, spiegando che la risposta era “l’uomo”, gattona da neonato, cammina su due gambe da adulto e si appoggia ad un bastone da anziano. La Sfinge, sconfitta non resse al dolore e si suicidò gettandosi dall’acropoli.

A questo punto ritengo doveroso fare una precisazione per coloro che ancora non lo sanno poiché mi è stato più volte chiesto, come riportato sopra, la Sfinge dell’enigma non riguarda la Grande Sfinge di Giza ma una Sfinge che si trovava all’ingresso della città greca di Tebe e che era rappresentata con il corpo di un leone, le ali di uccello ed il volto di donna. Gli studiosi pensano che a questo tipo di statue, col corpo di leone e testa di uomo (o animale), gli antichi egizi volessero attribuire un significato simbolico che consisteva nel rappresentare, nel caso della Sfinge di Giza, la potenza del leone unita all’intelligenza del re. La più antica Sfinge che compare in Egitto pare sia quella che raffigura la Regina Hetepheres I, probabile moglie del faraone Snefru, (IV dinastia, 2630-2589 a.C.), e madre di Cheope. L’importanza di questa regina è dovuta anche al fatto che la sua tomba è fra le rarissime sepolture reali dell’antico Egitto ritrovate intatte, l’unica inviolata fra quelle dell’Antico Regno. Successivamente il ritrovamento di una testa del faraone Djedefra, figlio di Cheope, (IV dinastia, 2566-2558 a.C.), analizzata attentamente, in modo particolare nel profilo, lascia intendere che si tratti della testa di una Sfinge. Numerose sono le testimonianze di sfingi rappresentate da molte civiltà del passato e non solo, a partire da quella mesopotamica, alla greca, romana fino alle civiltà dell’Indo ed ai giorni nostri. Ma noi non andiamo oltre, quella che esamineremo sotto tutti gli aspetti, è la più grande, misteriosa e famosa del mondo, la Grande Sfinge che si trova nella necropoli di Giza in Egitto accanto alle stupende piramidi di Cheope, Chefren e Micerino. Si tratta della più grande statua monolitica dell’intero Egitto, lunga 73 metri, alta 20 e larga 19, solo la testa è alta 4 metri. Rappresenta una figura mitologica con il corpo di un leone accovacciato e la testa di un uomo con i tratti somatici di un sovrano egizio, l’acconciatura tipica con il nemes, l’ureo sulla fronte e la barba cerimoniale, oggi mancante, i frammenti della quale sono stati ritrovati ai piedi della sfinge e sono ora conservati British Museum a Londra e parte al Museo Egizio del Cairo. Secondo gli archeologi all’epoca della sua costruzione doveva presentarsi dipinta con colori sgargianti dei quali oggi rimangono solo deboli tracce.

Riguardo alla costruzione della Sfinge di Giza sono state formulate numerose teorie, secondo gli egittologi accademici la sua costruzione viene attribuita al faraone Chefren che l’avrebbe fatta scolpire davanti alla sua piramide a protezione del suo riposo eterno. A riprova di ciò sarebbe la somiglianza che secondo gli archeologi si nota tra il volto della Sfinge e quello del faraone Chefren così come appare scolpito su diverse statue. Altri studiosi trovano questa teoria azzardata e priva di riscontro reale in quanto non concordano nel vedere una somiglianza. Negli articoli che seguiranno esamineremo più nel dettaglio tutti i misteri che la Grande Sfinge ci riserva, primi fra tutti quando e chi costruì questa meraviglia.

Fonti e bibliografia:

  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Roma, Newton Compton Editori, 2006
  • Maurizio Damiano-Appia, “I tesori del Nilo”, Giunti Multimedia, 1997
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Elio Moschetti, Mario Tosi, “Thutmosi IV un sogno all’ombra della sfinge”, Ananke, 2004
  • Martin Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961, (Einaudi, Torino 1997
  • Tiziana Giuliani, “Il Viale delle Sfingi che collega Karnak a Luxor”, da Mediterraneo Antico, 2017
  • Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Nrwton & Compton editori, 1999
  • Fugazza Stefano, “Simbolismo”, Arnoldo Mondadori arte, 1991)
Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DEL FARAONE UNAS

A cura di Piero Cargnino

A Djedkara Isesi successe il figlio Unas, (o Unis), che, dopo un regno durato circa 30 anni segnerà la fine della V dinastia. Poco si sa del suo regno che fu molto travagliato con l’aggiunta di una grave crisi economica. A questo va aggiunto che l’accentuarsi della dispersione del potere a favore dei nomarchi locali, che sempre più si staccarono dall’influenza del potere centrale, comporterà un progressivo deterioramento nell’amministrazione statale che porterà presto al collasso dell’Antico Regno sfociando poi, due secoli dopo, nel caos del Primo Periodo Intermedio.

Di Unas sappiamo che ebbe due mogli, le regine Nebet e Khemut che furono sepolte in una doppia mastaba presso la sua piramide. La discendenza di Unas è incerta anche se pare che la prima moglie, Nebet, gli abbia dato un figlio, il principe Unisankh la cui paternità pare suggerita dal nome e dai titoli di cui si fregiava, Figlio del Re, Ciambellano Reale, Sacerdote di Maat e Ispettore per l’Alto Egitto. Gli vengono attribuiti anche altri due figli, Nebkauor e Shepsespuptah anche se il legame di parentela rimane molto dubbio. Ebbe anche cinque figlie delle quali non si conoscono i nomi mentre è incerta la paternità della regina Iput I futura sposa di Teti, primo faraone della VI dinastia. La testimonianza che anche durante il suo regno l’Egitto mantenne rapporti commerciali sia con le zone più interne dell’Africa che con i paesi dell’area mediterranea si evince dalla rappresentazione di una giraffa su un rilievo e dalla presenza a Biblo di vasi con il nome di Unas.

Stranamente fu il faraone più venerato dell’antico Egitto, il suo culto funerario sopravvisse alla fine traumatica dell’Antico Regno e al caos del Primo Periodo Intermedio tanto che, limitatamente alla zona di Saqqara, continuò ad essere venerato addirittura fino alla fine del Periodo tardo, (664 – 332 a.C.), ben 2000 anni dopo la sua morte. Manetone colloca la fine della V dinastia alla morte di Unas poiché questi non aveva altri eredi maschi dopo la prematura morte di Unisankh. Forse questa fu la causa di una crisi di successione sottolineata dal fatto che il suo successore, Teti, assunse il nome di “Seheteptawy”, che significa “Colui Che riconcilia le Due Terre”. Forse Teti rivendicò il trono per aver sposato Iput, possibile figlia di Unas. A questo proposito però molti egittologi si oppongono ritenendo che il trono dei faraoni non fosse trasmissibile per linea femminile. Gia a partire dal regno di Djedkara Isesi, che si accentua ancor più sotto Unas, assistiamo ad un periodo di profondi mutamenti della antica religione egizia e della ideologia regale. Da molte testimonianze si evidenzia un sempre più accentuato declino del culto del faraone durante il regno di Unas, che continuò durante il regno del successore Teti, inoltre è percepibile un calo dell’influenza del sovrano e della sua presenza nell’amministrazione, a favore del clero e dei governatori locali. L’egittologo tedesco Hartwig Altenmuller pone in evidenza il fatto che il culto di Osiride cominciava ad assumere una notevole importanza, fino a sostituire il faraone nel ruolo di garante della vita dei sudditi dopo la loro morte.

Unas si fece costruire la sua piramide a nord di Saqqara senza eccessi, la sua è la più piccola di tutto l’Antico Regno, con una base quadrata di 57,7 metri per lato, con un’altezza di 43 metri. Le dimensioni della piramide non sono da attribuire a questioni temporali, il suo regno fu abbastanza lungo, bensì alla scarsità di risorse a disposizione. Curioso il fatto che durante il livellamento del terreno vennero coperte tombe più antiche, fra cui quella del faraone Hotepsekhemwy.

Quella che un tempo era chiamata pomposamente “Splendidi sono i luoghi (di culto) di Unas” oggi si presenta come un cumulo di pietre inchinate umilmente alla piramide a gradoni di Djoser. Osservata superficialmente da Perrin prima poi da Lepsius, che gli assegnò il numero XXXV, venne esplorata al suo interno solo nel 1881 da Maspero, sempre alla ricerca dei testi delle piramidi già rinvenuti nelle piramidi di Pepi I e di Merenre. L’ingresso si trova sul lato nord, sotto ai resti della cappella votiva; da qui parte un corridoio discendente che dopo poco si estende in orizzontale dove, un po prima della metà si trovano tre blocchi di chiusura a saracinesca.

Proseguendo si sbuca nell’anticamera e da questa, attraverso una porta oggi danneggiata, si entra nella camera funeraria, sia l’anticamera che la camera presentano il tetto ad una sola capriata di lastroni di calcare. La parete occidentale della camera funeraria è interamente rivestita in alabastro con il motivo sfarzoso di facciata di palazzo, presenta una stupenda policromia con cinque colori di base, bianco, nero, giallo, blu e rosso. Lungo la parete è collocato un sarcofago in grovacca grigio-nero. Uno stipo per i canopi era incassato nel pavimento nell’angolo sud-est del sarcofago. Furono rinvenuti solo resti insignificanti della sepoltura, due frammenti di mummia, (pezzi del braccio destro, del teschio e della tibia), e due piccoli manici di coltello, forse impiegati nella cerimonia dell’apertura della bocca.

Ma la cosa più importante di questa piccola piramide è che è la prima che presenta le pareti dell’anticamera e della camera funeraria interamente ricoperte dai Testi delle Piramidi, fra i più antichi testi religiosi egizi giunti sino a oggi, scolpiti in bassorilievo e ricoperti di colore verde-blu, simbolo di lutto e di fede nella resurrezione.

Da considerare che il linguaggio arcaico di alcune sezioni ne suggerisce l’appartenenza a un’epoca di molto precedente allo stesso Unas. Entrambi i soffitti erano decorati con stelle gialle su sfondo blu. Facendo incidere tali numerose colonne di testo sulle pareti delle sue camere sepolcrali, Unas diede inizio a una tradizione che fu seguita dai re, (e da alcune regine), della VI dinastia nelle loro piramidi fino alla fine dell’Antico Regno, due secoli dopo.

Dal libro di Rundle Clark “Mito e simbolo nell’antico Egitto” nei testi delle Piramidi ho tratto questo passo, n. 264:

<<……..I fiori sbocciati dalla pura terra sono Unas……ed è Unas al naso del Grande e Potente Dio. Unas brilla come Nefertum (dio dei profumi), come il fiore di loto alla narice di Ra quando appare ogni giorno all’orizzonte e gli dei vengono purificati al suo sguardo……..>>.

Con la morte del faraone Unas, Manetone mette fine alla V dinastia anche se gli antichi egizi non percepirono sicuramente alcun cambiamento particolare nel passaggio da una dinastia all’altra.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Gardiner Martin, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Mursia,
  • Guy Rachet, ”Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore
  • John A. Wilson, “Egitto – I Propilei”, volume I, Arnoldo Mondadori, Milano, 1967
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Roma-Bari, 2008
  • Mark Lehner, “The complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson Ltd., 1975
  • R. T. Rundle Clark, “Myth and Symbol in Ancient Egypt”, Thames & Hudson, 1978
Antico Regno, Immagini, Mastaba

LE OCHE DI MEYDUM

Di Ivo Prezioso

Provenienza: Meydum, mastaba di Nefermaat e Atet (o Itet). Inizi IV Dinastia databile all’incirca al 2600 a.C. Calcare dipinto. Altezza: cm. 27 Lunghezza cm. 172. Ubicazione attuale: Museo Egizio del Cairo.

Il sito da cui proviene il dipinto è ubicato presso la necropoli, risalente alla III Dinastia, a Nord della piramide di Meydum che oggi si presenta in una forma particolarissima dal momento che è stata interessata da crolli e sfruttamento coma cava. Il nucleo interno di questo monumento ci ha rivelato una struttura che è un’ottima testimonianza del passaggio dalla piramide a gradoni a quella propriamente detta.La grande mastaba in oggetto, è appartenuta a Nefermaat e a sua moglie Atet. Le iscrizioni ci informano che egli fu “Sacerdote di Min”, Profeta di Bastet e Shesmetet”, visir e “primogenito del re Snefru”. Nefermaat, dichiara di aver inventato un metodo di pittura “che nessuno può cancellare”. In sostanza, si incidevano i contorni delle figure nella parete calcarea. Questi venivano riempiti con una resina che avrebbe dovuto assicurare la presa degli impasti di colore. In realtà, gli impasti una volta disseccati, si sono staccati e ciò deve essere avvenuto in breve tempo, dal momento che la tecnica fu ben presto abbandonata. Le celeberrime oche, hanno sempre destato meraviglia per l’equilibrio della composizione, il gioco dei colori e la raffinata cura dei particolari (si osservi il dettaglio del piumaggio).

Si possono distinguere tre generi di questi uccelli: alle estremità, in posa diversa per movimentare la scena, ma perfettamente simmetrica per mantenerne la stabilità, osserviamo due Anser fabalis, centralmente a sinistra una coppia di Anser albifrons, riconoscibili, come suggerisce il nome, per il contorno bianco dove il becco si inserisce nella fronte dell’animale, e infine al centro a destra due Branta ruficollis caratterizzate dalle macchie rosse sul petto e vicino l’occhio.


Ed eccoci alla trattazione dell’ipotesi del prof. Francesco Tiradritti, che nel 2015, pose in dubbio l’autenticità del reperto. Per brevità schematizzo i punti salienti dell’intervista in cui vengono sottolineate quelle che sarebbero le “prove” a sostegno. (Ma chi fosse interessato può facilmente trovare in rete l’intero articolo).

  1. Le oche alle due estremità “Anser fabalis” e le due dal petto rosso “Branta ruficollis” non risultano attestate in altre opere d’arte egizia.
  2. Le oche alle estremità sono più grandi rispetto a quelle centrali.
  3. Le Anser albifrons (quelle con il contorno bianco intorno al becco) e le Branta ruficollis sono specie diffuse a latitudini più elevate.
  4. Il tipo di stesura è possibile solo con l’uso di pennelli moderni.
  5. Albert Daninos nel suo resoconto afferma che il dipinto fu staccato dalla parete dal milanese Luigi Vassalli ma non viene da lui menzionato nei suoi rapporti. Probabilmente, essendo anche pittore, fu lui a dipingerlo o ridipingerlo
  6. In un frammento di intonaco anch’esso proveniente dalla cappella di Atet, compaiono una coppia di geroglifici, un cestino ed un avvoltoio, corrispondenti alle lettere A e K (o G) che sembrerebbero indicare un monogramma. Vassalli aveva sposato in seconde nozze una tale Angiola Gagliati ed ecco che il dipinto potrebbe essere spiegato come un tributo di Vassalli alla sua sposa.

Ora veniamo brevemente a ciò che ci dicono in concreto le fonti disponibili e, per questo, mi avvalgo della trattazione dell’argomento fatta dal prof. Maurizio Damiano nel suo volume Antico Egitto (sezione L’Antico Regno dalla IV alla VI Dinastia) edito da Electa. Allego anche la ricostruzione della decorazione della parete nord dell’ingresso ingresso in mattoni crudi da cui provengono diversi frammenti, tra cui anche le famose oche in oggetto.

La mastaba di Nefermaat e Atet fu documentata nei diari di scavo sin da XIX secolo; prima da Mariette nel 1871 e, successivamente, nel 1891 da Petrie, che la studiarono sul posto. Lo stesso Petrie staccò i dipinti su richiesta di Gaston Maspero nel 1910 e furono portati al Museo del Cairo e in altri Musei. In particolare i frammenti dei musei inglesi e americani sono stati oggetto di serissime analisi che ne confermano la datazione, ove mai ce ne fosse stato bisogno, data la documentazione relativa alla scoperta in situ.

Ora, se osserviamo la ricostruzione dell’intera parete salta immediatamente all’occhio come la scena rappresentata sia perfettamente coerente sia dal punto di vista stilistico, sia da quello artistico, formale e strutturale. Oltretutto è anche visibile uno dei due frammenti conservati al British, da me postati in precedenza, in cui è lampante, nella colorazione e nei dettagli del piumaggio dell’anatra la perfetta analogia con le oche dipinte più in basso. (Consiglio, a tal proposito di visitare la pagina Facebook del prof. Damiano, ove tale ricostruzione è a colori e quindi di più facile e immediata lettura).Quando sono venuto a conoscenza delle ipotesi ventilate circa la falsità di questo prezioso reperto, non nascondo di esserne stato profondamente turbato: hanno esercitato su di me un fascino prepotente e vederne messa in dubbio l’autenticità mi ha dato molto da pensare, pertanto concludo, per quello che possono valere, con le mie impressioni circa le ipotesi di Tiradritti.

  1. Il fatto che le due specie non siano attestate in altre opere d’arte egizia, a mio parere vuol dire ben poco. Non credo sia questo l’unico caso di unicità, né si può escludere che magari in futuro verranno riportate alla luce reperti simili. Del resto è come se si volesse affermare, tanto per fare un esempio, che siccome di Cheope è conosciuta un’unica statuetta alta poco più di un soldo di cacio, si tratti di un falso, oppure che l’esistenza del faraone sia quanto meno da mettere in dubbio.
  2. la differenza di proporzioni delle due oche all’estremità può essere spiegata (come afferma, del resto, lo stesso Tiradritti), con l’intento di dare stabilità e profondità alla composizione, ma anche, aggiungo, semplicemente con il fatto che quella specie avesse delle dimensioni maggiori. Non dimentichiamo che gli egizi erano attentissimi osservatori.
  3. Le due specie al centro potrebbero benissimo non essere più presenti oggi in Egitto, ma al tempo si. Altrimenti le scene di caccia all’ippopotamo, la rappresentazioni di coccodrilli, antilopi, dovrebbero portare alle stesse conclusioni, visto che non sono più presenti.
  4. La stesura possibile solo con pennelli moderni, mi lascia esterrefatto. Gli egizi ci hanno lasciato capolavori, come ad esempio la splendida statua di Chefren lavorata nella durissima diorite, giusto per dirne una, figuriamoci se un pennello poteva costituire un ostacolo insormontabile alla stesura particolare dei colori.
  5. Il fatto che il dipinto sia stato consegnato da Luigi Vassalli contraddice clamorosamente che sia stato staccato da Flinders Petrie, nel 1910. In altra parte dell’articolo rilasciato da Tiradritti, si afferma che il dipinto fu staccato subito dalla parete e, forse, ridipinto dallo stesso Vassalli . Ora, questo “subito” deve essere stato poco dopo la scavo di Mariette, avvenuto come abbiamo detto nel 1871, essendo il Vassalli (che tra l’altro era anche pittore), morto nel 1887. L’incongruenza mi pare fin troppo evidente. E ammesso e non concesso, come sarebbe stato possibile non notare una manipolazione così recente? Oltretutto avrebbe dipinto lui un capolavoro e per quanto mi son sforzato di cercare non ho trovato alcuna opera memorabile a lui ascrivibile.
  6. La dedica alla moglie Angiola Gagliati, poi mi sembra proprio la classica ciliegina sulla torta, che neanche credo sia il caso di essere presa in considerazione.

Sono ben consapevole che potrebbe sembrare presuntuoso contraddire le conclusioni di uno studioso: niente di tutto ciò. Vi assicuro che non ho alcun titolo per arrogarmi un simile onere, ma credo sia legittimo porsi delle domande anche se si è un soltanto un umile e semplice appassionato.

P.S. Un ringraziamento speciale al Prof. Maurizio Damiano, che è già intervenuto gentilmente sulla prima parte del mio post, e mi ha fornito le dritte giuste affinché potessi affrontare con sufficiente serenità un argomento così delicato.

Fonti:

  • Maurizio Damiano , Antico Egitto . 2001 by Electa, Milano Edmond Editori Associati.
  • Per l’intervista al Prof. Tiradritti, Il giornale dell’Arte, ricerca effettuata in rete
Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DELLA “REGINA SENZA NOME”

IL COMPLESSO FUNERARIO DI SETIBHOR

A cura di Piero Cargnino

Poiché seguo l’ordine adottato dal prof. Miroslav Verner nel suo libro “Il mistero delle piramidi”, (sempre citato in fonte), prima di trattare l’ultimo faraone della V dinastia vorrei parlare di quella che l’autore cita come la piramide della “Regina senza nome”. Si tratta di un modesto complesso piramidale situato all’angolo nord-est del muro di cinta che racchiude la piramide ed il tempio funerario di Djedkara Isesi a Saqqara. La piramide si presenta praticamente in rovina, priva di rampa cerimoniale né di un tempio a valle, comprende solo la piramide ed il tempio funerario racchiusi in un muro di cinta.

La sua ubicazione, praticamente inclusa nel complesso di Djedkara, lascerebbe intuire che si possa trattare della moglie del sovrano. Il suo nome però non compare in alcuno dei frammenti di rilievi ritrovati nei dintorni. L’archeologa Vivienne Callender sollevò l’ipotesi che Merensankh IV, madre del principe Raemka, avrebbe potuto essere la moglie di Djedkara Isesi, ma la tomba della regina è stata ritrovata a Saqqara, (classificata da Auguste Mariette come D5), e si trova a nord della piramide di Djoser. In questo caso si potrebbe pensare che si tratti di un’altra moglie del faraone. Lepsius e Perring passarono poco tempo ad esaminare il monumento, fu solo nel 1952 che il grande archeologo egiziano Ahmed Fakhri intraprese un’indagine più approfondita che però non portò mai a termine. I dati in nostro possesso, anche se incompleti, li dobbiamo a Maragioglio e Rinaldi che esplorarono il sito negli anni ’60.

La piramide comprendeva un nucleo centrale formato da tre gradoni, costruiti con lo stesso metodo di quella di Djedkara Isesi. Oggi è possibile vedere un immenso cratere tra le rovine che conduce ad una profonda fossa da nord.

Per quanto riguarda il tempio funerario, al quale si accedeva da ovest, a causa della sua ubicazione, questo si evidenzia per l’insolita dotazione di un portico colonnato settentrionale. Una sala era situata fra l’ingresso ed il cortile aperto anch’esso colonnato, dove cinque colonne papiriformi con sei stele si presentavano disposte su un’unica fila al centro della sala. La corte aperta, con sedici colonne papiriformi a sei stele, era orientata nel senso nord-sud e un gruppo di dieci camere deposito si trovava a nord. Il complesso comprendeva anche una piramide cultuale situata in corrispondenza dell’angolo sud-est della piramide stessa.

L’egittologo austriaco Peter Jánosi fece notare che il complesso si presentava difforme da quello delle altre regine dell’epoca per cui lo assegnò sicuramente alla moglie di Djedkara Isesi. Si ma quale?

Il tempio denuncia una insolita grandezza per le sue decorazioni e l’originalità tali da far pensare che sicuramente sia appartenuto ad una donna che godeva di una posizione sociale significativa. L’egittologo Klaus Baer ha dedotto che gli aggiustamenti ed i rifacimenti visibili in molti rilievi stanno ad indicare che la regina dovette aver regnato per un certo periodo dopo la morte del marito prima dell’incoronazione del figlio, Unas (?). E’ però possibile anche il contrario, Djedkhara Isesi, potrebbe aver legittimato la sua incoronazione grazie al matrimonio con questa donna, cosa non certo inconsueta nella storia egizia. Durante gli scavi nella tomba di un dignitario della V Dinastia, di nome Khuwy, situata nei pressi della piramide di Djedkara, nel 2019 venne fatta una scoperta che pare possa risolvere il mistero del nome della regina, una colonna in granito rosso di Assuan recante l’iscrizione:

<< Colei che vede Horus e Seth, la grande dello scettro-hetes, la grande di preghiera, moglie del re, sua amata Setibhor >>.

Un ritrovamento molto importante secondo l’egittologo Mohamed Megahed, che aiuta a comprendere meglio il periodo tra la V e la VI Dinastia che vede una radicale trasformazione del credo religioso egizio oltre alla fine della pratica di costruire templi solari.

Setibhor risulta quindi il nome di una regina finora sconosciuta, sposa di Djedkara Isesi ed, a questo punto, proprietaria del complesso funerario che era ancora anonimo. Il complesso, che si presenta come il più grande per una regina dell’Antico Regno, è il primo realizzato a Saqqara Sud nella forma riservata ai soli re, come le colonne papiriformi nel tempio funerario.

Secondo Mohamed Megahed, che era a capo della missione ceca, il complesso sarebbe stato realizzato dallo stesso Djedkara Isesi in contemporanea al suo poiché entrambe presentano le stesse caratteristiche architettoniche. Aggiunge inoltre Megahed: “A giudicare dalle dimensioni della piramide di Setibhor e del suo tempio, crediamo che abbia avuto un ruolo molto importante nella vita di Djedkara Isesi stesso, probabilmente aiutandolo ad ascendere al trono dell’Antico Egitto”. In ogni caso questo complesso piramidale di una regina della V dinastia non può che confermare il crescente ruolo svolto dalla regina in questo turbolento periodo che segnerà la fine della V dinastia con il faraone Unas.

Fonti e bibliografia:

  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Bari 2008
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Djed Medu, Blog di egittologia, articolo di Mattia Mancini pubblicato il 12 gennaio 2018
  • Web, bluplanetheart, archeologia e misteri, 7 aprile 2019
  • Web, National Geographic, 3 aprile 2019
  • Web, GigalInsights, Antoine Gigal 2019)
Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DELLA SENTINELLA

“SPLENDIDO E’ DJEDKARA ISESI”

A cura di Piero Cargnino

A Menkauhor successe il figlio Djedkara Isesi. Sul fatto che fosse realmente il figlio esistono ancora forti dubbi, secondo alcuni i due sovrani erano fratelli, (figli di Niuserra), per altri invece sarebbero stati cugini, (figli di Neferefra di Niuserra). Qualunque sia stata la reale discendenza di Djedkara Isesi è però certo che il suo diritto al trono fu appoggiato e sostenuto con fermezza dalla sua sposa reale, questa è l’interpretazione che viene data basandosi sul significato di un grande complesso piramidale della sposa, degno di una regina, che vedremo in seguito. Djedkara Isesi, (Tancheres, Makara, Djed, Izozi, Horo Djedkhau), regnò intorno al 2380 a.C. per un periodo abbastanza lungo. Manetone gli attribuisce 44 anni mentre il Canone Reale di Torino riporta una durata di 28 anni, (38 secondo alcuni studiosi). Dai riscontri archeologici risulta che la data più alta corrisponderebbe alla ventitreesima conta del bestiame, poiché la prima conta avveniva l’anno dell’incoronazione considerato come primo anno, se le conte si sono tenute regolarmente ogni due anni, Djedkara Isesi dovrebbe aver governato per 44 anni.

Durante il suo regno assistiamo ad un ulteriore aumento del potere dei vari nomarchi a scapito del potere centrale, questo fatto è testimoniato dall’aumento nella sontuosità delle loro tombe mediante l’utilizzo di materiale sempre più pregiato e dal fatto che i loro nomi compaiono sempre più frequentemente. Per la sua piramide, che chiamò “Splendido è Djedkara”, scelse un altopiano di roccia, al quale si accede attraverso una rampa, a Saqqara sud. Gli arabi oggi la chiamano “Haram esh-Shawaf”, (Piramide della Sentinella).

Perring fu il primo a visitarla subito seguito da Lepsius ma fu solo nel 1880 che Gaston Maspero, sempre alla ricerca di “Testi delle piramidi”, penetrò nella sua piramide senza però raggiungere risultati di rilievo. Un’indagine archeologica sistematica venne effettuata però solo alla metà degli anni ’40 del XX secolo e fu accompagnata da una serie di circostanze sfortunate. Alexandre Varille con Abdel Salam Hussain effettuarono alcune ricerche che però dovettero interrompere bruscamente verso la fine degli anni ’40 con la perdita di tutta la documentazione di scavo. Un’avventura simile capitò pure a Fakhri agli inizi degli anni ’50. Verso metà degli anni ’80, l’archeologo egiziano Mahmud Abdel Rasek, iniziò la sua campagna di scavi partendo dalla rampa cerimoniale e dal tempio funerario. Dalle rovine del tempio funerario, non ancora studiato a fondo, apparve evidente l’impossibilità di effettuare uno studio archeologico approfondito a causa della devastazione subita e dell’incompletezza della documentazione. Veniamo ora alla sua piramide, in essa sono presenti importanti cambiamenti dal punto di vista concettuale che caratterizzeranno anche quelle dei suoi successori. La prima cosa che salta all’occhio è che, a differenza delle piramidi della IV dinastia, ed in parte anche della V, dove il megalitismo del nucleo spiccava, qui passa in secondo piano. Per la costruzione dei sei gradoni, alti fino a 7 metri di cui era composta, sono stati utilizzati piccoli ed irregolari pezzi di calcare cementati con malta argillosa.

Oggi di gradoni ne esistono solo più tre e la parte rimasta raggiunge un’altezza di circa 24 metri. Nonostante i saccheggiatori l’abbiano privata di gran parte del paramento di fine calcare bianco, la struttura si presenta in uno stato di conservazione eccellente in modo particolare sul lato nord. L’ingresso era situato sul lato nord ma non come per le precedenti piramidi, si trovava nel cortile sotto il pavimento della cappella votiva a circa 2,5 metri verso ovest dell’asse nord-sud forse coperto dal blocco che ancora oggi giace vicino all’entrata e che presenta una decorazione di stelle. Da qui si diparte un corridoio che, deviando anch’esso leggermente verso est, come quello delle altre piramidi viste in precedenza, scende finendo in un piccolo vestibolo, qui sono stati trovati resti di vasi in frantumi.

E’ molto probabile che in questo luogo si celebrassero i rituali funebri chiamati la “Frantumazione dei vasi rossi”. Passato il vestibolo si presentava subito una barriera composta da tre macigni a caduta di granito rosa, dopo di che il cunicolo proseguiva orizzontalmente ed alla fine si trovava l’ultima barriera di granito. Quindi si accedeva all’anticamera e da questa alla camera funeraria e, a differenza delle precedenti piramidi, ad una terza camera con tre nicchie, probabilmente con funzione di deposito che presentava un soffitto piatto. Il soffitto dell’anticamera e della camera funeraria era formato, come per le altre piramidi di Abusir, da una capriata composta da tre strati sovrapposti di possenti blocchi di calcare. L’interno è, come sempre, completamente devastato, non permettendo una ricostruzione della pianta originaria. Tra le macerie sono stati rinvenuti frammenti del sarcofago completamente distrutto e di vasi canopi.

Scavando tra il cumulo di detriti sono emersi i resti di una mummia appartenente ad un uomo di circa 50 anni. Stante che i saccheggiatori non hanno rimosso le barriere di granito ma le hanno aggirate scavando angusti cunicoli si potrebbe presumere che la mummia sia appartenuta allo stesso Djedkara Isesi il quale sarebbe salito al trono abbastanza giovane e quindi abbia raggiunto un’età avanzata.

Ovviamente queste congetture sono tutte da verificare in funzione del torbido periodo che intercorse tra il regno di Niuserra e quello di Djedkara Isesi. La circostanza che anche Djedkara Isesi, (come il suo predecessore Menkauhor), non costruì un tempio solare porta ad ipotizzare che dopo Niuserra si siano verificati mutamenti importanti nella teologia solare o, comunque, nella politica religiosa della dinastia facendo si che il culto di Ra sia andato via via perdendo importanza, pur senza scomparire del tutto, (il nome del sovrano contiene ancora la particella Ra). Una citazione di questo sovrano la troviamo su un frammento di vaso di alabastro, rinvenuto a Biblo nella tomba del cancelliere del re Baurdjeded, che dichiara di aver riportato, per ordine di Djedkara Isesi, un danzatore nano da Punt.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Gardiner Martin, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Guy Rachet, ”Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Mark Lehner, “The complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson Ltd., 1975
  • Djed Medu, Blog di egittologia, articolo di Mattia Mancini pubblicato il 12 gennaio 2018
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Bari 2008
  • Web, “I Faraoni” By Luckvior
  • Wilkinson Richard H., “The Complete Temples of Ancient Egypt”, Thames & Hudson, New York, 2000)
Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE ACEFALA

DIVINI SONO I LUOGHI DI MENKAUHOR

Di Piero Cargnino

Durante la spedizione del 1843, Lepsius dedicò una parte del suo tempo ad esaminare una piramide molto degradata classificarla nella sua lista come “piramide n. XXIX” alla quale attribuì il nome di “piramide acefala” in quanto interamente mancante della sua parte superiore. Dopo averla esaminata frettolosamente la ritenne di scarso interesse per cui l’abbandonò. Nel 1881 fu visitata anche da Gaston Maspero durante la sua ricerca dei “Testi delle piramidi” ma dopo aver esaminato brevemente le rovine desistette. Nel 1930 l’egittologo britannico Cecil Mallaby Firth avviò degli scavi che però interruppe dopo poco tempo. Comunque Firth rinvenne dei frammenti di granito rosa e addirittura il coperchio di un sarcofago in granito grigio fra la rovine della fossa che doveva essere la camera funeraria. Firth, pur non disponendo di prove sicure, ipotizzò che fosse appartenuta ad un certo Iti, forse uno dei faraoni fittizi che potrebbero aver avuto un’apparizione nella fase finale dell’Antico Regno. La Piramide venne nuovamente ricoperta dalle sabbie e fece perdere le sue tracce. Durante i lavori di studio del tempio funerario di Teti negli anni ‘60 del novecento, Lauer e Leclant gli dedicarono una parte del loro tempo e, dopo un esame tipologico della muratura e di altri dettagli, conclusero che la piramide dovesse appartenere a Menkauhor.

Gli stessi Maragioglio e Rinaldi osservarono che la fossa per il corridoio di accesso alla camera funeraria non rispettava l’asse nord-sud ma, come tipico delle piramidi della V dinastia, nel periodo fra Neferirkare e Djedkare, era deviata verso est. Circa l’attribuzione della piramide a Menkauhor concorda pure l’egittologo Zahi Hawass che nel 2008, dopo che il suo team ha rimosso un’enorme quantità di sabbia, ve n’erano ben 25 piedi a sovrastarla, ha annunciato il rinvenimento delle fondazioni della piramide: “Eravamo a conoscenza dell’esistenza di una sua piramide, denominata “Divini sono i luoghi di Menkauhor”…………ce lo raccontò Pepi I, col “decreto di Dahshur”, nel quale citò anche un tempio solare, “Orizzonte di Ra”. …….Sapevamo che il culto di questo Sovrano era praticato a Saqqara ancora durante il Nuovo Regno, cosa che gli riconosce un’importanza, che però attualmente ci torna oscura”. La piramide di Menkauhor la troviamo citata nel “Decreto di Dashur” emanato da Pepi I. Oggetti recanti il nome di questo sovrano sono stati rinvenuti nella regione di Dorak in Anatolia. Hawass afferma che le ragioni per cui viene attribuita a Menkauhor la “Piramide acefala” riguardano lo stile di costruzione tipico dell’epoca, inoltre è stato rinvenuto un sarcofago in granito grigio come quello degli altri re dello stesso periodo. Menkauhor fu il primo sovrano della V dinastia ad abbandonare la necropoli di Abusir, anche se in realtà un po di posto verso sud c’era ancora, per tornare nel settore nord dell’area di Saqqara. Forse fu la ricerca di nuove cave di pietra o forse la ragione fu un’altra.

Non è chiara la sua correlazione con i sovrani sepolti ad Abusir, secondo alcuni era figlio di Niuserre ma solo per testimonianze indirette provenienti da alcune decorazioni a rilievo presenti nel tempio funerario di Khentkaus II ed in parte dalla vicina tomba del principe Neserkauhor. Le fonti di cui disponiamo sono abbastanza concordi nell’attribuire a Menkauhor un regno di otto o nove anni. A tutt’oggi però non si sono trovate tracce del Tempio Solare e ciò induce a ritenere che dopo la morte di Niuserra si siano verificati mutamenti importanti nella teologia solare o, comunque, nella politica religiosa di Niuserra.

Fonti e bibliografia:

  • Guy Rachet -”Dizionario Larousse della civiltà egizia”- Gremese Editore
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Grimal Nicolas, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Bari 2008
  • Mark Lehner, “The complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson Ltd., 1975)
Antico Regno, Piramidi

LE PIRAMIDI LEPSIUS XXIV E XXV AD ABUSIR

A cura di Piero Cargnino

Sapevate che diverse costruzioni antico-egizie in passato non vennero neppure considerate piramidi? Alcune perché praticamente i lavori furono appena avviati, altre perché erano solo più ammassi di rovine da essere scambiate per resti di mastabe. Va inoltre detto che non per tutte quelle che sono state ritenute piramidi è stato possibile risalire al proprietario. Lepsius intraprese una campagna apposta per censire tutte le piramidi e ci ha lasciato una lista che ancor oggi è oggetto di consultazione. Abbiamo già parlato in altre occasioni dell’egittologo tedesco Karl Richard Lepsius e questa mi pare l’occasione di conoscerlo meglio. Lepsius, nacque a Naumburg, (Sassonia), nel 1810 e fu uno dei pionieri dell’egittologia. Laureato in archeologia a Lipsia, prese il dottorato con una ricerca sulle “tavole eugobine”. A Parigi frequentò le lezioni di Jean Letronne, uno dei primi allievi di Jean Francois Champollion, venne in Italia dove frequentò le lezioni di Rosellini a Pisa, ed infine fu titolare della cattedra di egittologia all’Università di Berlino oltre che direttore del Museo Egizio di Berlino. La sua opera maggiore sono i “Denkmäler aus Ägypten und Äthiopien” (1849-59). Nel 1842 Lepsius guidò una spedizione nel Basso Egitto dove esplorò tutte le piramidi esistenti. Compose una lista nella quale le numerò partendo da nord iniziando da Abu Rawash. In seguito venne dimostrato che alcune di queste strutture non erano vere piramidi, però tuttora la lista di Lepsius fornisce la base per la catalogazione delle piramidi egizie. Tra queste Lepsius notò, a poche decine di metri dalla piramide di Khentkaus II, due piccoli impianti piramidali, completamente in rovina, in assenza di elementi per essere più precisi, assegnò loro i numeri XXIV e XXV.

Nessuno si interessò più a questi piccoli complessi, neppure Borchardt, che sedici anni dopo esplorò il sito, le identificò come piramidi. Indagò brevemente la XXIV ma concluse che si trattasse di una mastaba, forse doppia. Le rovine non attrassero altri egittologi e passarono inosservate fino agli anni 80 quando il team ceco decise di studiarle. Ad un attento esame sulla piramide XXIV emerse che si trattava realmente di un complesso funerario composto da una piramide, un tempio funerario ed una piccola piramide cultuale. Il tutto versava in uno stato di completa devastazione, a causa dei ladri di pietre, cosa che però permetteva un esame approfondito della struttura interna e dell’opera muraria. Si rinvennero su numerosi massi graffiti di cantiere che riportavano il nome del visir Ptahshepses, da ciò si dedusse che la piramide venne costruita durante il regno del faraone Niuserra. Tra le rovine della camera funeraria vennero rinvenuti resti di un sarcofago di granito rosa ed una mummia molto deteriorata di una donna di età stimata sui 25 anni oltre ad altri frammenti del corredo funerario, strumenti in rame per il rituale dell’apertura della bocca e frammenti di vasi canopi in alabastro. Secondo le prime valutazioni si pensò che si trattasse della proprietaria della piramide della quale però non si conosce il nome. Stante l’assenza di dubbi circa la datazione all’epoca di Niuserra, si pensò, in un primo momento che si trattasse della sposa del faraone, la regina Reputnebu. Questo però venne messo in dubbio dopo l’esame antropologico dal quale si evidenziava che la mummia era stata sottoposta all’excerebrazione, la rimozione del cervello attraverso il setto nasale perforato, metodo che venne in uso solo dall’inizio del Medio Regno. Dati più significativi dovrebbero emergere dall’esame delle bende con tecniche moderne, soprattutto con l’analisi al radiocarbonio 14. Per quanto riguarda l’altra piramide numero XXV questa non è ancora stata indagata anche se si può dire con certezza che, entrambe la piramidi, viste nel loro complesso e tenuto conto della posizione del tempio addossato al lato orientale della piramide, conferma che si tratti di tombe di regine risalenti alla stessa epoca. Nulla si può ipotizzare su chi fossero e quale ruolo ricoprissero le due regine, forse la risposta a queste domande potrebbe trovarsi tra le rovine della piramide XXV che si spera venga studiata quanto prima.

Fonti e bibliografia:

  • Guy Rachet – ”Dizionario Larousse della civiltà egizia”- Gremese Editore, 1994
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Mario Tosi, ”Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012
  • Mark Lehner, “The complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson Ltd., 1975)