E' un male contro cui lotterò

MALATTIE CONGENITE: DONO DEGLI DÈI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

È un po’ più facile per noi cercare prove di alcune malattie genetiche, ovvero di quelle che hanno lasciato traccia nelle mummie e nei reperti pervenuti fino a noi. Nei papiri medici non c’è assolutamente traccia di queste patologie – anche perché non era possibile per i medici dell’epoca intervenire in alcun modo. Non solo: essendo ignota l’origine della patologia, soprattutto le deformità fisiche venivano viste come un intervento diretto delle divinità, e quindi una sorta di “dono” che rendeva le persone “speciali”. Il concetto di Ma’at imponeva di “compensare” le difficoltà degli altri e di non creare alcun tipo di emarginazione.

Non solo: negli “Insegnamenti di Amenemope” (uno scriba del periodo Ramesside) si trova una citazione diretta sulle persone affette da disabilità, come le chiameremmo oggi:

“Non ridere di un cieco né prendere in giro un nano

Né creare difficoltà ad uno storpio;

Non schernire un uomo che è nelle mani di Dio,

Né guardarlo accigliato se sbaglia.”

Erano un po’ più avanti di noi.

IL NANISMO

Peter Dinklage, probabilmente il nano acondroplasico più famoso dei giorni nostri, nei panni di Tyrion Lannister ne “Il Trono di Spade”

Abbiamo numerose testimonianze del nanismo sia dalle mummie pervenute fino a noi fin dall’epoca predinastica che dai ritratti. Il caso più antico, risalente al Badariano, è stato incredibilmente perso dopo essere stato analizzato a Londra nel 1932, un brutto episodio che dimostra l’approssimazione dell’approccio scientifico all’archeologia di quei tempi. Gli studiosi si sono presi la briga di contarli, arrivando a più di 200 rappresentazioni di nani conosciute; per la maggior parte di tratta di acondroplasia (termine di origine greca che significa mancato sviluppo delle cartilagini), dove tronco e testa vengono sviluppati normalmente, mentre gli arti – soprattutto quelli inferiori – sono molto corti).

Scheletro di un nano acondroplasico risalente alla I Dinastia. Il ritrovamento di diversi vasi ed oggetti nella tomba ha fatto supporre che si trattasse di un funzionario di rango abbastanza elevato

Da notare che anche il dio Bes è un nano, tipicamente rappresentato di fronte e non di profilo (come sarebbe stato normale nell’iconografia egizia) per mostrarne le gambe corte e storte.

Il dio Bes, raffigurato come un nano. Bes è una delle divinità più antiche; il suo ruolo era prevalentemente quello di allontanare i demoni e spesso è in associazione a Taweret nel proteggere le gestanti e gli infanti.

La figura dei nani nella vita quotidiana egizia era essenzialmente positiva. Erano in qualche modo “magici”, legati a Ra nelle sue molteplici forme e fornivano protezione contro i demoni – ma anche, prosaicamente, negli eventi terreni. Ben tre incantesimi contro i serpenti invocano un nano (riferimento indiretto a Bes?) ed un altro è legato direttamente al parto (più precisamente all’espulsione della placenta).

Il più famoso nano nell’arte egizia è indubbiamente Seneb (si veda al riguardo https://laciviltaegizia.org/2022/09/18/il-nano-seneb/ e https://laciviltaegizia.org/2022/02/16/seneb-il-sano/), funzionario della IV Dinastia sepolto a Giza che arrivò ad essere nominato “Tutore dei Figli del Re”.

Il nano Seneb con la sua famiglia, uno dei gruppi statuari più famosi dell’Antico Egitto

Il ritrovamento della tomba di Perniankh nella stessa zona, un altro nano che diventò alto funzionario e forse padre di Seneb, ha dimostrato che la malformazione non era un ostacolo per l’ascesa sociale, quantomeno nell’Antico Regno.

Il nano Perniankh, forse il padre di Seneb. Perniankh era il “nano danzante di Corte”, “Colui che diverte Sua Maestà ogni giorno”. Di Perniankh ci è giunto anche il suo scheletro, che dimostra il suo nanismo acondroplasico.

Dalle rappresentazioni nelle tombe, per la maggior parte dell’Antico Regno, sappiamo che i nani erano soprattutto orafi, accudivano gli animali ed i vestiti/tessuti delle abitazioni in cui erano impiegati, ma erano anche musici, danzatori e probabilmente cantori/poeti. La presenza di un nano in casa era indizio del favore degli dèi e protezione dai demoni.

Nani impiegati nella produzione di gioielli. Tomba di Mereruka (visir e genero del Faraone Teti, VI Dinastia), Saqqara
Particolare in cui si apprezza come i tavoli (come le sedie) fossero fatti su misura per loro
I nani musicisti dalla tomba dell’Antico Regno del cortigiano Nykauinpu (V Dinastia)

Khnumhotep, un funzionario della IV Dinastia menzionato come “Supervisore dell’Abbigliamento” e “Sacerdote del Ka”. I suoi arti inferiori sono particolarmente corti, ma la qualità della sua statua testimonia il suo rango

Il sarcofago del nano Djuho, “danzatore per il toro Apis” vissuto ai tempi di Nectanebo II (XXX Dinastia, circa 350 BCE). Djuho mostra tutti i caratteri tipici dell’acondroplasia (fronte prominente, ponte nasale infossato, arti accorciati, cifosi), mentre il suo sarcofago è sicuramente di ottima fattura.

Le nane erano spesso ostetriche; probabilmente la somiglianza con il dio Bes suggeriva un ruolo benefico per la gestante ed il nascituro.

Non molti sanno che anche il dio-creatore Ptah è a volte rappresentato come un nano acondroplasico in età giovanile.

Ptah raffigurato come un giovane acondroplasico, con la treccia dell’infanzia. Non sappiamo cosa tenesse con le mani

PIEDE TORTO CONGENITO

Nelle persone affette dal piede torto congenito la parte esterna della pianta del piede tende a piegarsi verso la parte mediana del corpo, creando una sorta di torsione verso l’interno del piede stesso (talipes equinovarus).

Le posizioni del piede torto congenito

Una delle mummie che mostra possibili segni di talipes equinovarus è quella di Siptah, su cui però gli studiosi propendono per gli effetti della poliomielite, come abbiamo già visto.

La mummia di Khnum-Nakht attualmente a Manchester (e che abbiamo già incontrato in quanto affetto anche da bilharziosi) mostra anch’essa i segni di un possibile piede equino.

Il piede torto di Khnum-Nakht

TUTANKHAMON

Nonostante tutte le ipotesi fatte, il piede torto congenito declamato da Zahi Hawass nel 2010 per il piede sinistro del Faraone non rientra sicuramente tra le patologie di Tutankhamon – la cui mummia ha subito danni pesantissimi dopo la scoperta e la cui prima autopsia effettuata dal Prof. Derry nel 1925 non aveva evidenziato alcuna patologia simile.

L’apertura del sarcofago di Tutankhamon nel 1968 per le analisi con strumenti più moderni rispetto a quelli di Derry. Da notare la posizione del piede sinistro, assolutamente normale

Non solo: le radiografie rifatte nel 1968 dal Prof. Harrison, nonostante i gravissimi danni inferti alla mummia del Faraone (si veda: https://laciviltaegizia.org/2022/08/29/la-mummia-di-tutankhamon/) non mostrano alcuna deformazione al piede sinistro.

Il piede sinistro di Tutankhamon, radiografia del 1968 del Prof. Harrison (da “Chronicle, Essays from Ten Years of Television Archaeology“). Nessuna traccia di piede torto o equino, deformità delle falangi o mancanza di alcune di esse. O Harrison si è radiografato il suo piede oppure i danni alla mummia sono stati fatti dopo il 1968

Zahi Hawass sottopose la mummia di Tutankhamon ad una famosa TAC nel 2005; il lavoro pubblicato (ben 4 anni dopo…) non evidenziò alcun danno al piede sinistro, salvo poi rimangiarsi tutto e ribaltare l’analisi un anno dopo con un lavoro controverso molto screditato dagli esperti del settore (“Tutankhamun’s left foot is not in equinus and not in varus, and is not a clubfoot”, Dr. Gamble, Stanford University, 2010). Non per niente il Prof. Rühli di Zurigo, uno dei massimi esperti mondiali di paleopatologia e co-autore del lavoro del 2009 con Hawass nonché di una sua analisi sulle patologie presunte di Tutankhamon, fu estromesso dal lavoro pubblicato l’anno dopo. Lasciamo a voi giudicare.

Tutankhamon potrebbe (condizionale d’obbligo) essere stato costretto a camminare appoggiando maggiormente il peso sull’esterno del piede sinistro per la malattia di Freiberg (necrosi della testa del metatarso, solitamente del secondo dito del piede), una condizione non invalidante ben diversa dal piede torto o equino.

IDROCEFALIA

L’idrocefalia è il risultato di un aumento della pressione del liquido cerebrospinale negli infanti quando il cranio non è ancora ossificato, con conseguente deformazione del cranio stesso mentre le ossa facciali rimangono normali. Può essere fatale e spesso conduce a forme più o meno accentuate di ritardo mentale.

Teschio di una donna nubiana con segni di idrocefalo, attualmente a Londra

Il prof. Derry descrisse nel 1912 un caso di idrocefalia in una mummia del periodo romano in cui lo scheletro mostrava uno sviluppo asimmetrico suggerendo una deambulazione appoggiato ad una gruccia.

Al British Museum è conservata una stele funeraria di Intef, un funzionario della XII Dinastia probabilmente affetto da idrocefalia, in cui utilizza un bastone come gruccia esattamente come suggerito da Derry. Prove indiziarie, in attesa di ulteriori riscontri.

Particolare della stele funeraria di Intef (British Museum EA269) in cui il defunto è raffigurato con un bastone usato come gruccia.

AKHENATON

Le congetture su presunte malattie congenite di Amenhotep IV/Akhenaton sono un ottimo esempio di come discipline diverse (archeologia e medicina in questo caso) dovrebbero lavorare insieme e non parallelamente.

Su Akhenaton si è scritto di tutto in campo medico. Sarebbe stato infatti affetto da: ipogonadismo, disfunzione ipofisaria, acromegalia, gigantismo, idrocefalia, sindrome di Frolich (distrofia adiposo-genitale che comporta sterilità, in un Faraone ritratto con sei figlie…), sindrome di Marfan (malattia ereditaria del tessuto connettivo che causa alterazioni oculari, ossee, cardiache, dei vasi sanguigni, polmonari e del sistema nervoso centrale) e probabilmente ce ne siamo dimenticati qualcuna. Tutto questo sulla base delle statue e rappresentazioni dell’epoca amarniana.

Con un briciolo di onestà intellettuale sarebbe stato chiaro che tali rappresentazioni corrispondono ad un canone estetico ed artistico e non alla realtà (lo dimostrano le rappresentazioni del Faraone stesso e dei suoi consanguinei prima della “rivoluzione amarniana” e dopo la restaurazione tebana).

Non solo: se effettivamente la mummia della tomba KV55 fosse quella di Akhenaton (cosa su cui non punterei nemmeno un euro) sarebbe la dimostrazione che Akhenaton era affetto da…pura normalità.

Il cranio dello scheletro KV55, sicuramente non idrocefalo
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VIRUS E BATTERI

POLIO E VAIOLO

Di Andrea Petta e Franca Napoli

POLIOMIELITE

Dal greco polyos (grigio) e myelos (midollo), la poliomielite è una malattia di origine virale dovuta al poliovirus, che di norma si limita ad infettare il tratto intestinale ma che nel 5% dei casi si estende al sistema nervoso centrale causando la paralisi totale o parziale dei muscoli. Come sappiamo, è stata praticamente debellata solo negli anni ’50 grazie ai vaccini.

Come al solito, trovare traccia dell’agente infettivo in mummie vecchie di millenni è molto difficile, ma abbiamo “prove indiziare” della polio nell’Antico Egitto.

La stele di un sacerdote guardiano di nome Roma, risalente alla XVIII Dinastia, lo ritrae con una gamba più corta ed appoggiato ad un bastone per camminare. Secondo molti studiosi sarebbe la prima dimostrazione della polio nella storia umana.

La stele del sacerdote Roma (o Ruma): è lui la prima testimonianza della poliomielite giunta fino a noi?
Il particolare della gamba più corta e del bastone usato per camminare

Anche un famoso bassorilievo del periodo di Amarna, in cui il Faraone ritratto è stato di volta in volta identificato con Smenkhare o Tutankhamon, mostra il sovrano appoggiato ad un bastone ipotizzando una conseguenza della polio.

Questo famoso bassorilievo, ospitato anche sulla nostra pagina e rappresentante un sovrano dell’epoca amarniana appoggiato ad un bastone con la moglie, è stato indicato come un’altra dimostrazione della presenza della poliomielite nell’Antico Egitto

La mummia del Faraone Siptah della XIX Dinastia mostra la gamba ed il piede sinistro deformati, che sono attribuibili alla polio ma potrebbero essere dovuti ad una malformazione congenita 

La mummia del faraone Siptah e la sua gamba sinistra più corta con il piede sinistro deformato

VAIOLO

Discorso simile si può fare per il vaiolo, causato dai virus del genere Variola e le cui eruzioni cutanee sono tristemente note. I papiri medici non citano condizioni simili, né tantomeno indicano una cura.

I virus del genere Variola, fortunatamente ormai debellati

Nel 1912 il solito Elliot Smith, che è stato un vero pioniere nel campo della paleopatologia, individuò sulla mummia di Ramses V (XX Dinastia) tracce di eruzioni cutanee sul collo, sul pube e sull’addome che attribuì al vaiolo – una diagnosi che, seppure contestata, è rimasta valida in attesa di prove certe che potrebbero venire come sempre dall’analisi del materiale genetico.

La foto di Elliot Smith della mummia di Ramses V

Da notare che Ramses V morì in giovane età (intorno ai 25-30 anni) dopo un breve regno di 5 anni e, secondo un papiro conservato a Torino (Papiro 1923) alla sua morte accaddero diversi strani eventi. La sua tomba originale fu abbandonata immediatamente ed un’altra (ancora ignota) fu scavata per il Faraone, mentre altre sei tombe vennero scavate in fretta e furia nella Valle delle Regine. Non solo: i corpi vennero sepolti nelle tombe ben 16 mesi dopo la morte, un fatto straordinario e per niente in accordo alla Ma’at, e agli artigiani che lavorarono alle tombe fu concessa una vacanza di un mese a spese del Faraone subentrato (Ramses VI). Tutti questi fatti hanno fatto propendere per una improvvisa epidemia di vaiolo che uccise diverse persone della famiglia reale, tra cui Ramses V, e che diverse misure di sicurezza vennero prese per evitare che l’infezione si propagasse ulteriormente.

La zona in cui il rash cutaneo è più evidente. Si è anche ipotizzato che le pieghe sulla pelle del collo siano dovute ad un gonfiore patologico prima della morte
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VIRUS E BATTERI

I MICOBATTERI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

La mummia di Nesparehan, un sacerdote di Amon della XXI Dinastia, fu esaminata nel 1920 da Ruffer e mostra i tipici segni del collasso dei corpi vertebrali dovuta alla tubercolosi e della conseguente cifosi

Fino a pochi decenni fa le prove delle malattie infettive nell’Antico Egitto erano sostanzialmente indiziarie, non potendo dimostrare la presenza dell’agente infettivo nelle mummie pervenute fino a noi. La possibilità di analizzare il materiale genetico o di rintracciare antigeni specifici costituisce ora un grosso aiuto, ma le difficoltà procedurali sono comunque notevoli – si vedano tutte le contestazioni fatte al lavoro pubblicato da Hawass nel 2010 sull’analisi del DNA delle mummie reali della XVIII Dinastia.

Non aiuta inoltre la quasi totale mancanza di riferimenti diretti nei papiri medici – ricordiamoci infatti che la medicina egizia trattava i sintomi, ma aveva scarsissima conoscenza delle cause.

Per questo motivo – la mancata correlazione diretta con le patologie – i rimedi utilizzati dai medici egizi verranno trattati successivamente sulla base invece dei sintomi.

LA TUBERCOLOSI (Mycobacterium tubercolosis)

Il Mycobacterium tubercolosis (Bacillo di Koch) come lo conosciamo oggi, al microscopio elettronico

Ci sono evidenze della presenza di tubercolosi, probabilmente veicolata dai bovini, fin dalle prime dinastie con statuette che raffigurano persone con il morbo di Pott (infezione della colonna, che inizia in un corpo vertebrale e spesso si diffonde a vertebre adiacenti, con un restringimento dello spazio discale tra di esse causando deformazioni tipiche della colonna vertebrale).

Riproduzione di una statuetta dell’Antico Regno con i segni di cifosi da tubercolosi

Segni di spondilite da tubercolosi in mummie della necropoli tebana (Nuovo Regno). Si nota la perdita di materiale osseo (osteolisi) che arriva alla perforazione dei copri vertebrali (da Zink, Albert, et al. “Molecular analysis of skeletal tuberculosis in an ancient Egyptian population.” Journal of medical microbiology 50.4 (2001))

Come appaiono con le moderne metodiche gli effetti della tubercolosi spinale con la distruzione dell’osso vertebrale: risonanza magnetica e TAC di un caso di tubercolosi spinale a livello delle vertebre lombari L4-L5 e della prima vertebra sacrale, con la cosiddetta “carie vertebrale” ed estese alterazioni erosive
Reperti radiografici di lesione distruttiva tubercolare a livello delle vertebre toraciche T5-T7 in un paziente di 14 anni, molto simile a quella della mummia di Nesparehan

Anche in questo caso, però, si è dovuta aspettare la fine del XX secolo per avere le prove definitive della tubercolosi nell’Antico Egitto. Anche la prima mummia in assoluto sottoposta ad esame autoptico (la cosiddetta “mummia del Dr. Granville” dal medico che la esaminò nel 1825) ed il cui decesso fu inizialmente (ed erroneamente) attribuito ad un carcinoma ovarico, fu causata dalla tubercolosi.

La “mummia del Dr. Granville” si chiamava Irtyersenu e visse nel VII secolo BCE. La sua autopsia aprì il campo alla paleopatologia moderna.
Soffriva di un tumore ovarico, che alla luce delle moderne tecniche di indagine si è scoperto benigno, mentre i suoi polmoni erano devastati dalla tubercolosi.

Evidenza di tubercolosi in un bambino di circa 6 anni. La malattia ha colpito la colonna vertebrale in larga misura, distruggendo completamente i corpi di alcune vertebre lombari con conseguente collasso spinale e una forte angolazione della colonna vertebrale indicata come morbo di Pott.

LA LEBBRA (Mycobacterium leprae)

La lebbra è un’infezione progressiva cronica, acquisita con il contatto stretto e prolungato con la persona infetta (spesso un componente famigliare). Le manifestazioni più evidenti sono deformità dovute a noduli nella pelle e la perdita di sensibilità periferica che conduce spesso alla perdita delle dita delle mani e dei piedi.

La lebbra è causata dal Mycobacterium leprae, un patogeno obbligato che non può crescere se non in un ospite vivente; predilige cute e nervi causando neuropatia periferica con perdita definita di sensibilità e disabilità. Il Mycobacterium leprae può essere riconosciuto nei resti scheletrici umani dai tipici cambiamenti paleopatologici riscontrati principalmente nella regione naso-mascellare del viso, nelle ossa lunghe delle braccia e delle gambe e nelle piccole ossa delle mani e dei piedi. E’ simile al Mycobacterium tuberculosis, dal quale si distingue per una dimensione del genoma sensibilmente più corto.
La malattia è nota all’uomo da tempo immemorabile. Il DNA prelevato dai resti di un uomo scoperto in una tomba vicino alla città vecchia di Gerusalemme è la prima dimostrazione della lebbra finora riscontrata. I resti sono stati datati con metodi al radiocarbonio all’1–50 d.C. La malattia probabilmente ebbe origine in Egitto e in altri paesi del Medio Oriente già secoli prima, ma al momento non ne abbiamo prove.

Ad oggi ci sono solo sospetti di lebbra in alcune mummie dell’epoca tolemaica (la prima apparizione relativamente sicura con l’esame del DNA risale al IV-V secolo CE), ma esiste un riferimento nel Papiro Ebers molto misterioso (Ebers 874) in cui si parla del “tumore di Khonsu” (aaa net khonsu):

“…è terribile ed ha molti noduli; ha qualcosa dentro come se fosse aria di cui è gonfio…non farai nulla per guarirlo”

I terribili effetti della lebbra: è questo il “tumore di Khonsu” del papiro Ebers?

È quindi “un male che non posso curare”; l’identificazione non è però così semplice: molti termini sono ancora oscuri e misteriosi, e alcuni Autori hanno riferito questi sintomi alla peste – di cui però non c’è traccia nelle mummie pervenute fino a noi e da cui l’Egitto apparentemente rimase immune fino alla conquista islamica.

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PAURA DEI SERPENTI?

Di Andrea Petta e Franca Napoli

PAURA DEI SERPENTI?

La beneamata Bibbia non è sicuramente il primo libro a parlare del ruolo ambiguo dei serpenti nei confronti dell’uomo: nella mitologia egizia è infatti Apophis a sbarrare la strada al sole nel suo viaggio notturno (si veda https://laciviltaegizia.org/2021/09/15/apep-o-apophis/), ed il Libro dei Morti riporta diversi incantesimi per allontanare i serpenti dal viaggio ultraterreno del defunto.

“Il grande gatto di Eliopoli” uccide il nemico del sole, Apophis. Tomba di Inherkau TT359. Si veda al riguardo l’articolo di Luisa Bovitutti https://laciviltaegizia.org/…/il-grande-gatto-di…/

Ma il ruolo dei serpenti nella medicina egizia è duplice: la dea Mertseger appare infatti in forma di serpente e veniva invocata per guarire gli ammalati. Il processo della muta, con il cambio della pelle dei serpenti, inizia infatti nella cultura egizia ad avere significato di rinascita e di guarigione, un ruolo che troverà il suo simbolismo definitivo nella cultura ellenica con Esculapio ed il caduceo, tuttora simbolo della medicina.

Ostrakon dedicato a Meretseger in veste di guaritrice, Museo Egizio di Torino
Esculapio ritratto con il caduceo

Curiosamente, né il Papiro Ebers né il Papiro Edwin Smith menzionano i serpenti. La nostra conoscenza dell’approccio medico ai morsi di questi rettili deriva dai Papiri Brooklyn (47,218.48 e 47,218,85), e c’è un motivo ben preciso: i serpenti non erano competenza dei medici “swnw”, ma dei sacerdoti di Serqet, come gli scorpioni.

Uno dei due Papiri Brooklyn

I Papiri Brooklyn elencano ben 21 tipi diversi di serpenti, con le loro descrizioni, come appaiono i loro morsi, a quale divinità sono eventualmente associati e le loro abitudini – tutto al fine di identificare il serpente e su questa base definire prognosi e trattamento. Praticamente un manuale moderno di ofiologia in tutto e per tutto, tanto che, nonostante i nomi egizi, gli esperti sono riusciti ad identificare la maggior parte delle specie descritte

Hathor, divinità benevola, è associata ad esempio ai colubridi, di norma non velenosi, mentre Sobek (il dio-coccodrillo) e Seth sono associati ai serpenti più velenosi. Sobek è associato al cobra nero del deserto (Walternissia aegyptia) ed alla vipera cornuta persiana (Pseudocerastes persicus).

Il cobra nero del deserto, associato a Sobek. Si sconsiglia vivamente l’incontro ravvicinato…
La vipera cornuta persiana, un altro serpente associato a Sobek molto poco raccomandabile. Nei Papiri Brooklyn viene menzionato che “il paziente si può salvare se sopravvive per tre giorni”

E, naturalmente, è citato Apophis (o Apep), la cui identità rimane però misteriosa. Viene descritto (diversamente dalle rappresentazioni del Libro dei Morti) come “interamente rosso, con il ventre bianco e quattro denti, il cui morso provoca una morte veloce”. Si è pensato al cobra egizio (Naja haje), ma non corrisponde alla descrizione fisica, anche se una variante araba è effettivamente rosso-arancio; il mistero rimane…

Sua maestà il cobra egizio (Naja haje)
La variante araba del cobra egizio, di colorazione prevalentemente rosso-arancio: è lui il serpente Apophis?

Tra i sintomi dei morsi, la mancanza di gonfiore indica una prognosi benigna (“non è un morso pericoloso; la carne non si gonfia”), mentre la zona morsa da una vipera cornuta “appare come uva secca” (necrosi dei tessuti?) ed è un male contro cui lottare.

La febbre è il sintomo più riportato, insieme al sanguinamento per alcune specie (riconoscendo l’effetto anticoagulante del veleno di vipera); ovviamente i sintomi riconosciuti come più gravi comprendono la difficoltà nel respirare, la cecità ed il coma (“la sua testa non comprende più ed i suoi occhi diventano ciechi”).

Un oscuro metodo prognostico viene descritto: “acqua, pianta djais (?) e carne dell’animale kady (?), mescolati e dati al paziente morso: se li vomiterà, morirà”. Peccato non avere identificato gli ingredienti.

Il trattamento è ambiguo: si parla di “incidere il morso/ferita con il coltello ‘des’ molte volte il primo giorno e farlo sanguinare. Applicare sale o natron e bendare la ferita con esso”, ma non è prescritto per tutti i morsi. L’effetto osmotico del natron riduce il gonfiore e viene sfruttato ancora oggi con il magnesio solfato. Il trattamento “farmacologico” prevedeva un centinaio di ingredienti diversi, ma quello ricorrente erano le cipolle mescolate a natron e birra (i bulbi di Crinum, – un parente degli amarilli – simili a quelli delle cipolle, sono tuttora usati come rimedio in Africa occidentale). L’uso della cipolla rientra anche nelle invocazioni a Ra, Horus e soprattutto Serqet – divinità fondamentale come abbiamo visto nel caso di scorpioni e serpenti.

Il Crinum, tuttora usato per i morsi di serpente in Africa occidentale

Come abbiamo visto, non tutto ciò che è legato ai serpenti è negativo, come nella tradizione ebreo-cristiana: ricordiamoci infatti che il cobra egizio raffigurato nell’ureo è il simbolo della dea Wadjet, una delle più antiche del pantheon egizio, e rappresenta il Basso Egitto nei simboli della regalità del Faraone.

L’ureo di Sesostri II, conservato al Museo Egizio del Cairo. Si veda al riguardo anche: https://laciviltaegizia.org/2021/09/26/lureo/

Nella tradizione – ma probabilmente non nella realtà – sarà infine un serpente, identificato di volta in volta come una vipera o un cobra, a mettere simbolicamente fine all’Egitto dei Faraoni decretando la morte di Cleopatra VII (che Faraone non fu mai, ma la cui fine coincise in pratica con la trasformazione dell’Egitto in provincia romana).

Cleopatra morente morsa da un aspide (1648), opera di Giovanni Francesco Barbieri, detto Guercino. Palazzo Rosso di Genova
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ALLA LARGA DA INSETTI E SCORPIONI!

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Allora come oggi, gli insetti erano visti come un disturbo – anche se spesso intollerabile – piuttosto che un pericolo per la salute. I papiri medici sono infatti ricchi di suggerimenti su come allontanarli senza sottolineare particolari pericoli.

Sappiamo quindi che il grasso d’oca era efficace per allontanare le mosche (particolarmente temute le mosche originate dalla putrefazione delle carni, gli insetti ᶜpšȜyt), mentre le uova di pesce evitavano il proliferare delle pulci. Ma la misura principale era la prevenzione: il Papiro Ebers suggerisce infatti di pulire le pareti di casa frequentemente con acqua e natron oppure con una sostanza chiamata bebit (bb-t), che sfortunatamente non sappiamo cosa fosse esattamente, mescolata a polvere di carbone.

Si raccomandava inoltre di fumigare la casa con il kyphy (kapet in egizio), una miscela di diversi ingredienti, tra cui la mirra, il ginepro e la trementina, bolliti e trasformati in palline da bruciare sul fuoco per allontanare gli insetti e profumare le stanze.

Tuttora si possono trovare in commercio le palline di kyphy, dalle formulazioni più disparate

LA LEGGENDA DI MENES

C’è però una notevolissima – e contestatissima – eccezione a questa mancanza di attenzione per i danni provocati dagli insetti: la morte proprio del primo, leggendario Faraone Menes a causa, secondo Waddell, dello shock anafilattico a seguito della puntura di una vespa.

Il Faraone Narmer/Menes, la cui morte è tuttora fonte di accese discussioni (Manetone la attribuì ad un ippopotamo)

Waddell, che scrisse le sue considerazioni nel 1930 ed è considerato inattendibile dai moderni egittologi, pescò questa idea bislacca da due iscrizioni su tavolette di ebano rinvenute presso le presunte tombe di Menes/Narmer, e dove identificò in un simbolo con una freccia il pungiglione di una vespa.

Il simbolo interpretato da Waddell come il pungiglione di una vespa

Non sappiamo quanto sia attendibile storicamente l’informazione (molto poco, probabilmente); gli studiosi hanno però cercato di identificare l’insetto ed il principale “sospettato” è la vespa del fico (Blastophaga psenes). Nel caso, sarebbe comunque il primo caso riportato di morte per puntura di un insetto.

I TERRIBILI SCORPIONI

I testi egizi ci rivelano che era noto come una sostanza tossica (metut) fosse iniettata dal pungiglione degli scorpioni, causando dolore, difficoltà di respirazione e tachicardia. Il trattamento era spesso legato agli incantesimi, anche se si fa riferimento all’uso del coltello alla ferita.

La Stele di Metternich, ora al Met Museum di new York, è una cosiddetta “Stele di Horus sui coccodrilli” (vedi anche l’articolo di Luisa Bovitutti https://laciviltaegizia.org/…/le-stele-di-horus-sui…/) appartenente al regno di Nectanebo II (Età Tarda)

Il caso più famoso di incantesimo contro la puntura di uno scorpione ci è pervenuta sulla cosiddetta stele di Metternich, una sorta di libro magico inciso su pietra che rivedremo anche per i morsi di serpente. In questa stele si invoca Ra per salvare una gatta:

“O Ra, vieni da tua figlia (Bastet), punta da uno scorpione su una strada solitaria: le sue grida di dolore arrivano al cielo; ascoltala sul tuo cammino” (la stessa formula è iscritta sulla statua di Djedhor del Periodo Tolemaico al Museo Egizio del Cairo, JE 46341)

La statua-cubo di Djedhor, medico dell’Età Tolemaica, al Museo Egizio del Cairo

ma, soprattutto, Iside per proteggere i bambini – nella stessa stele viene narrato il salvataggio di Horus dalla puntura di uno scorpione – indicando alcuni “ingredienti” da usare:

“Oh, possa il bambino vivere e il veleno morire! Poiché Horus è guarito a motivo di sua madre, allora ugualmente anche ogni malato guarirà. È il pane di spelta che scaccerà il veleno, così che esso si ritiri. È lo hemen, la parte pungente dell’aglio, che scaccerà la febbre dal corpo” (traduzione Alberto Elli).

La parte pungente dell’aglio, la cosiddetta “anima”, indicata come rimedio per le punture di scorpione

Ma non solo magia ed ingredienti: Iside afferra Horus e si agita “come i pesci sulla griglia”, forse una stimolazione per evitare il coma indotto dal veleno.

Il Papiro Brooklyn menziona che tratterà delle punture di scorpioni, ma sfortunatamente non ne fa cenno – o quella parte è andata persa.

Abbiamo infine visto come la Dea Serqet fosse deputata a proteggere dalle punture di scorpione: il suo determinativo (come il simbolo solitamente raffigurato sulla testa della Dea) non ha infatti il pungiglione: ciò indicherebbe la natura benevola della Dea (che toglie pericolosità all’animale) e il suo nome si potrebbe quindi tradurre come “Colei che impedisce al respiro di accelerare”.

Serqet ed il suo simbolo senza pungiglione (Foto: Merja Attia)
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UN’ANTICA AMPUTAZIONE

LA DRACUNCULIASI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

La maschera funebre di ‘1770’ con ancora frammenti dell’antica placcatura in foglia d’oro

Non sappiamo come si chiamasse. Sappiamo che visse durante l’epoca tolemaica, e che morì intorno ai 13 anni. Una maschera funebre, anticamente coperta da una foglia d’oro, ricorda vagamente quella di Merit al Museo Egizio di Torino, così lontana storicamente da lei.

La radiografia laterale mostra il corpo minuto di ‘1770’ all’interno del cartonnage che lo copriva. In alto, la maschera funeraria vista di profilo

Ora ha solo un numero per nome, un po’ come altri, terribili numeri che abbiamo conosciuto solo il secolo scorso. Si chiama, semplicemente, 1770 ed “abita” a Manchester dal 1896, quando Sir Filnders Petrie la spedì in Inghilterra dai suoi scavi intorno ad Hawara. A Manchester, quasi cinquanta anni fa è partito un progetto di analisi paleopatologica delle mummie conservate in quel museo che ha fornito e sta fornendo preziosissime informazioni.

L’equipe multidisciplinare di Manchester che ha eseguito l’analisi sui resti di ‘1770’

La mummia di ‘1770’, purtroppo mal conservata, ci racconta una storia terribile. Mani pietose la seppellirono, cercando di ricostruire ciò che la Natura le aveva portato via.

‘1770’ è morta dopo una sofferenza atroce, dopo aver subito l’amputazione di entrambe le gambe, una sotto il ginocchio e l’altra subito sopra. Probabilmente è sopravvissuta per qualche giorno, prima di soccombere.

Gli effetti terribili della dracunculiasi: in alto la gamba sinistra amputata sotto il ginocchio e in basso quella destra, amputata sopra
A sinistra: l’imbottitura messa per riempire lo spazio tra le gambe amputate di ‘1770’ e i finti arti inseriti per “ricreare” le gambe della povera ragazzina

Una radiografia della sua parete addominale ha rilevato la presenza di un particolare parassita, un maschio di Dracunculus medinensis, detto anche filaria di Medina o verme di Guinea. È probabilmente l’omicida di ‘1770’.

Evidenziato dalla freccia, il maschio di D. medinensis morto dopo l’accoppiamento e rimasto nella parete addominale di ‘1770’

Il D. medinensisè particolarmente bastardo. Entra nel corpo umano quando ingeriamo piccoli crostacei infetti del parassita, le cui larve, liberate dai succhi gastrici dello stomaco, dopo averne “bucato” la parete si riproducono nella parete addominale. I maschi muoiono subito dopo l’accoppiamento, mentre le femmine migrano verso gli arti inferiori dove provocano infiammazioni, ulcere ed ascessi attraverso i quali la femmina spinge le uova all’esterno in modo che, quando l’ospite umano si immerge nell’acqua di uno stagno o di un fiume, il ciclo si ripeta.

L’unico modo di far uscire il parassita è quando la femmina depone le uova ed una parte spunta dall’arto infetto, cercando di farlo avvolgere su un bastoncino. È un processo lungo e pericoloso: se la femmina si spezza e muore durante il processo dà luogo ad una infiammazione molto più acuta che manda facilmente in sepsi l’arto.

È probabile che sia quello che è successo a ‘1770’. I mummificatori hanno cercato di “riparare” il danno, con delle canne strette da un tessuto a simulare le gambe amputate fino a ricostruire uno dei due piedi, e ponendo nella fasciatura anche due sorte di pantofole colorate, un particolare commovente nella sua semplicità.

Una delle finte gambe ottenute avvolgendo nelle bende dei piccoli fasci di canne
Allo stesso modo gli imbalsamatori hanno provato a ricostruire anche uno dei piedi
Le “pantofole” colorate inserite nel cartonnage in modo che ‘1770’ potesse camminare nell’aldilà, un particolare commovente.

I RIMEDI

Non esiste nei papiri medici una cura farmacologica per la dracunculiasi, che gli antichi medici chiamavano la “malattia aat”: viene specificato che si deve trattare “con il coltello des” (Ebers 875) aprendo la carne del malcapitato e cercando di estrarre il verme con uno strumento chiamato “henu” (forse un paio di pinzette, o possibilmente un bastoncino intorno a cui avvolgere il verme).

Una procedura estremamente pericolosa che, come abbiamo visto, purtroppo per la povera ‘1770’ non ha funzionato.

La ricostruzione del volto di ‘1770’ effettuata dall’Università di Manchester ci permette di pensare a lei come la ragazza che era, quasi in età da marito, e non come ad un caso di paleopatologia.
E' un male contro cui lotterò

MALEDETTI PARASSITI!

LA BILHARZIOSI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Durante il periodo faraonico, probabilmente la Terra di Kemet era il luogo dove l’igiene veniva maggiormente apprezzata e curata. Nonostante ciò, sappiamo che le infestazioni da parassiti sono sempre state uno dei problemi medici più rilevanti.

Molti termini che indicano delle patologie nei papiri medici (molti dei quali ancora oscuri) hanno infatti il determinativo a forma di verme che suggerisce un’origine parassitaria. Visto che i papiri medici non sono molto utili in questi casi (troppi termini ancora da chiarire), ci si è rivolti prevalentemente all’esame delle mummie.

La bilharziosi o schistosomiasi era il problema più grave – e lo è tuttora. Fino agli anni ’90 l’OMS valutava che più del 12% della popolazione in Egitto fosse infettata. Causata da organismi, detti platelminti o vermi piatti, del genere Schistosoma, viene diffusa in acque stagnanti dove le larve liberate da lumache che fungono da ospite intermedio possono venire a contatto con la cute e penetrarla, infettandoci.

Una coppia di S. haematobium “beccata” nella fase riproduttiva. La femmina, più sottile, sta uscendo dal canale ginecoforo del maschio dopo la fecondazione. Le ventose vengono usate per attaccarsi alle pareti delle vene dell’ospite. Il maschio è lungo circa 1 cm, la femmina il doppio.

La specie più pericolosa per l’uomo è lo Schistosoma haematobium che una volta penetrato si annida nelle venule del tratto urogenitale nutrendosi di globuli rossi e causando gravi infiammazioni – fino ad essere la seconda causa accertata al mondo del cancro alla vescica. Il sintomo più frequente è l’ematuria, ossia la presenza di sangue nelle urine. Tanto per dare un’idea della gravità, le truppe di Napoleone in Egitto parlavano di “mestruazione maschile”.

Il ciclo riproduttivo completo degli schistosomi. Nel corpo umano l’intero ciclo si compie in circa 6 ore ma non tutte le uova vengono eliminate nell’ambiente, alcune sono trattenute e mediante il circolo sistemico possono essere potenzialmente trasportate in qualsiasi tessuto, qui fermarsi e rimanere imprigionate dando luogo a fenomeni infiammatori o di ipersensibilità ritardata che conducono alla formazione di granulomi, edema, emorragie puntiformi e quindi fibrosi e, soprattutto nel retto, polipi sessili o peduncolati con diarrea muco ematica, tenesmo, prurito, bruciore che possono durare anche una settimana

Non scherza nemmeno lo Schistosoma mansoni, le cui uova sono provviste di un aculeo con cui si “piantano” nell’intestino crasso causando ulcerazioni e capaci di attaccare anche il miocardio. Quando si annida nell’intestino retto è molto doloroso, e potrebbe spiegare i rimedi descritti nel Papiro Ebers per “rinfrescare l’ano”.

Nessuno era esente dal rischio di infezione. Si pensa che Bak, il capo scultore sotto Akhenaton rappresentato in una famosa stele, fosse affetto da epatosplenomegalia dovuta alla bilharziosi. Su diverse mummie, tra cui quella di Nakht, un tessitore della cappella funeraria del Faraone Setnahkht della XXI Dinastia, è stato possibile identificare ed isolare le uova di questi parassiti. Anche il povero Ramses V sembra ne sia stato affetto, con conseguente allargamento patologico del sacco scrotale (anche se in definitiva morì di vaiolo). Uova di schistosoma sono state ritrovate anche all’interno di alcuni vasi canopi.

Bak, rappresentato a destra per chi guarda in questa stele, mostra i sintomi della fibrosi di Symmers, causata da epatosplenomegalia cronica da bilharziosi
La mummia di Ramses V. Anche i Faraoni potevano soffrire di bilharziosi
Lo S. haematobium trovato nella mummia di Nakht. A destra la tipica spina terminale

I casi studiati più approfonditamente sono stati i cosiddetti “due fratelli”: Nekht-Ankh e Khnum-Nakht, due mummie probabilmente della XII Dinastia conservate a Manchester, dove è stato possibile isolare anche il DNA dei parassiti. L’esame del DNA ha anche consentito di appurare che non erano affatto fratelli, anche se sui rispettivi sarcofagi sono entrambi indicati come “figli di Khnum-Aa, Padrona della Casa”. Un caso di adozione?

I “due fratelli” di Manchester: Nekht-Ankh e Khnum-Nakht
La mummia di Khnum-Nakht esaminata inizialmente nel 1908 dalla Dr.ssa Murray (la terza da sinistra)

Anche la “rigidezza del lato sinistro” descritta nei testi egizi dovrebbe essere una splenomegalia dovuta alla bilharziosi (o alla malaria).

La cosiddetta “Mummia A5” del periodo romano (Oasi di Dakleh), anche lui affetto da bilharziosi

I RIMEDI

Purtroppo gli antichi egizi non avevano né un microscopio né la biologia molecolare, per cui i loro riferimenti ai parassiti è estremamente dubbia. Uno dei riferimenti più “papabili” per la bilharziosi è la cosiddetta “Malattia aaa”, per la quale il rimedio è (Ebers 62):

  • Foglie di carice e di pianta “shames” (non identificata), tritate finemente e cotte con il miele; devono essere ingerite dal malato nel cui addome crescono i vermi hereret. È la malattia aaa che li ha creati. Non saranno uccisi da nessun altro rimedio
Piante di carice, il rimedio utilizzato per allontanare i vermi hereret

In realtà che i vermi hereret siano gli schistosomi è solo una delle possibilità. E sul rimedio potremmo avere più di un dubbio…

E' un male contro cui lotterò

L’AIUTO DELLE DIVINITÀ

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Abbiamo visto come la magia giocasse un ruolo importante nella medicina egizia. Oggi lo chiameremmo “effetto placebo”, ma indubbiamente era presa molto sul serio, come testimoniato dai papiri medici. È ovvio quindi che diverse divinità venissero invocate per dare aiuto e supporto al medico nella sua lotta contro i mali che affliggevano il paziente. Era di conseguenza prassi comune avere raffigurazioni di queste divinità come amuleti per difendersi dalle malattie.

Vediamo i principali:

THOT

Una bellissima rappresentazione di Thoth in forma di Ibis con un supplicante. Età Tarda, ca 700-500 BCE (XXVI Dinastia), Metropolitan Museum di New York

Gioca un ruolo fondamentale come dio della sapienza in generale e degli scribi (capacità di scrivere le formule magiche e di saperle leggere). Sotto la sua protezione erano le “Case della Vita” (vedi: https://laciviltaegizia.org/…/20/la-professione-medica-2/). Anche in ambito medico viene rappresentato con la testa di babbuino o di ibis.

SERQET

Una raffigurazione dell’Età Tolemaica di Serqet, accomunata ad Hathor dalla corona, conservata al Louvre. Si noti che la coda di Serqet non ha mai il pungiglione

Come abbiamo visto nel nostro lessico (https://laciviltaegizia.org/…/19/piccolo-lessico-medico/) il nome della Dea ha come determinativo uno scorpione senza pungiglione: questo indicherebbe la natura benevola della Dea (che toglie pericolosità all’animale) il cui nome si potrebbe tradurre come “Colei che impedisce al respiro di accelerare”.

In questo ruolo divenne ovviamente la principale protezione contro le punture di insetti ed aracnidi, nonché contro i morsi di serpente

SEKHMET

Una splendida Sekhmet in faience della XXVI Dinastia, battuta all’asta per 6,500 $ qualche anno fa

La Dea sanguinaria a testa di leonessa era la portatrice delle pestilenze, ed in questo ruolo ne andava invocata la benevolenza in tutte le malattie che colpivano contemporaneamente molte persone (oggi le chiamiamo “contagiose”).

Il suo ruolo sanguinario faceva sì inoltre che venisse invocata in caso di ferite aperte, di guerra in generale e nelle fratture esposte.

Quando agisce in modo distruttivo, come per le epidemie, lo fa solo per ripristinare l’ordine, la ma’at, e non per malvagità pura.. I suoi amuleti erano considerati potenti aiuti per guarire (Iside usa un amuleto di Sekhmet nel mito per guarire Horus).

HATHOR

Una placca in oro raffigurante Hathor, sempre della XXVI Dinastia, ritrovata a Saqqara e probabilmente appartenente ad una nobildonna locale. Il foro serviva per tenerla al collo come amuleto. Ora al Brooklyn Museum

Divinità benigna rappresentata in forma o con testa di vacca, simboleggia figurativamente la madre del Faraone fin dall’Antico Regno, anche se la “vacca Celestiale” risale addirittura al Predinastico. Nel suo ruolo, veniva invocata nelle per tutto ciò che attiene alla fecondità ed alla gravidanza

BES

Il Dio rappresentato come un nano aveva un ruolo importante nel corso della gravidanza e nella maternità, venendo spesso rappresentato nei “Mammisi” ed arrivando a avere influenza sul destino del nascituro.

Ma non solo: Bes vegliava sul sonno e sui sogni, ritenuti portatori di messaggi divini: per questo era spesso rappresentato sui poggiatesta usati per dormire

TAWERET

Questa statuetta di Taweret, ora al Museo Egizio di Torino, risale invece alla XIX Dinastia ed è dedicata dal disegnatore Parahotep (forse alla moglie o al figlio?)

L’ippopotamo femmina Taweret (https://laciviltaegizia.org/…/lippopotamo-femmina-la…/) era l’aiuto principale per le gestanti nel momento del parto. Vista l’elevata mortalità ad esso legata, un amuleto di Taweret non poteva mai mancare alla gestante. Essendo raffigurata con testa di ippopotamo, coda di coccodrillo e zampe di leonessa – tutti animali che difendono ferocemente i loro piccoli – veniva invocata per proteggere i neonati e di bambini ingenerale.

MIN

Viagra egizio – un amuleto di Min risalente all’Età Tarda (circa 650 BCE) conservato al Met Museum di New York. Originariamente era placcato in oro, di cui si vedono ancora tracce.

Il dio itifallico Min appare anch’egli già nel periodo Predinastico. Simbolo di forza e virilità, ha stranamente la…lattuga come alimento “abbinato”, trasformando la verde insalata in un potente afrodisiaco che poteva risolvere qualunque problema tipicamente maschile…

IMHOTEP e AMENHOTEP-FIGLIO-DI-HAPU

Un piccolissimo amuleto di Imhotep, alto appena 2.2 cm, risalente all’Età Tarda e conservato al Museo Egizio di Torino

A partire dall’età tarda, entrambi i medici furono divinizzati ed entrarono a far parte delle figure da invocare durante le cure ai malati; anche le cappelle a loro dedicate nei principali templi diventarono meta di pellegrinaggio per i malati in cerca di conforto


Il libro 42 del Libro dei Morti ci racconta a chi fossero “dedicate” le parti del corpo umano:

I capelli nella mia testa sono gli stessi di quelli della dea Nun.

Il mio viso è il disco solare di Ra.

La forza della dea Hathor vive nei miei occhi.

L’anima di Upuaut risuona nelle mie orecchie.

Nel mio naso vive la forza del dio Khenti-Khas

Le mie labbra sono le labbra di Anubi.

I miei denti sono i denti di Serket.

Il mio collo è il collo della dea Iside.

Le mie mani sono le mani del potente signore di Djedu (Osiride)

È Neith, la sovrana di Sais, che vive tra le mie due braccia.

La mia spina dorsale è quella di Seth.

Il mio fallo è il fallo di Osiride.

La mia carne è la carne dei Signori di Kher-Aha.

Il mio petto è del Signore del Terrore.

Il mio grembo e la mia schiena sono della dea Sekhmet.

Le forze dell’Occhio di Horus dimorano nelle mie natiche (non so se Horus sarà contento…).

Le mie gambe sono le gambe di Nut.

I miei piedi sono i piedi di Ptah.

Le mie dita sono le dita del doppio falco divino che vive in eterno.

In verità! Non c’è parte del mio corpo che non sia ospitato da una divinità.

Quanto a Thoth, protegge tutto il mio corpo.

Come Ra, mi rinnovo ogni giorno.

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IR-EN-AKHTY (IRY)

IL PRIMO “BARONE” DELLA MEDICINA?

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Saltiamo leggermente avanti nel tempo ed arriviamo al Primo Periodo Intermedio.

Nei suoi scavi a Giza, ad ovest della piramide di Cheope, il 23 gennaio del 1926 l’archeologo tedesco Hermann Junker si imbatte in una tomba a pozzo (S2065). Si accorge immediatamente che la scoperta più interessante non è la tomba in sé quanto la lastra che la chiude. È in realtà una falsa porta intitolata ad un certo Ir-En-Akhty, chiamato anche Pepi-Ankh o Ni-Ankh-Pepi, riutilizzata come chiusura della tomba.

È riccamente iscritta, ma non è tanto la quantità delle iscrizioni che colpisce, quanto ciò che viene descritto.

La falsa porta o stele di Iry (riproduzione con geroglifici…approssimativi).
Grandezza 145 x 90 x 10 cm spessore
Sulla stele il defunto Iry è raffigurato su una piattaforma, seduto su uno sgabello o una sedia a schienale basso le cui gambe rappresentano le zampe di un animale. Iry è rappresentato con i capelli corti, indossa un gonnellino ed è adornato da gioielli che testimoniano il suo rango. La mano destra si protende e prendere del cibo, mentre la sinistra porta un vasetto di profumi al naso. La tavola di fronte a lui è ricolma di ogni tipo di leccornia, sempre ad indicare l’importanza e la ricchezza di Iry

Il “proprietario” della falsa porta, infatti, detiene un record di titoli in ambito medico per l’Antico Egitto – finora imbattuto.

Ir-En-Akhty risulta infatti:

· Medico di Corte

· Supervisore dei Medici di Corte

· Oftalmologo (“medico degli occhi”) di Corte

· Gastroenterologo (“medico del ventre”) di Corte

· Proctologo (“protettore dell’ano”)

Tutti i titoli di Iry sui rilievi originali di Junker/Watermann. Indubbiamente il titolo di “Medico di Corte” (“Medico della Grande Casa”) era quello a cui Iry teneva maggiormente

Il titolo di “Medico di Corte” è ripetuto ben cinque volte; evidentemente Ir-En-Akhty era particolarmente fiero di questo titolo. Abbiamo di fronte quindi non solo uno dei primi medici personali del Faraone riportati, ma un vero e proprio pluri-specialista.

È una delle prime testimonianze che già nel Primo Periodo Intermedio, intorno al 2,400 BCE, non solo i medici erano riconosciuti ed avevano un ruolo particolare per la salute del Sovrano, ma che la medicina generale era già suddivisa in specialità che studiavano la patologia dei diversi organi ed apparati.

Ritrovare la tomba originale di Iry, se esiste ancora, sarebbe un grande passo per comprendere meglio lo sviluppo della medicina più di 4,000 anni fa.

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HESY-RA

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Il giovane Hesy-ra su uno dei primi pannelli di cedro della sua tomba

Hesy-Ra è considerato il primo medico documentato della storia; o meglio, potrebbe essere stato il primo medico della storia.

Contemporaneo di Imhotep, visse sotto Netjerkhet (Djoser), all’inizio della III Dinastia (2650 BCE circa). Fu Capo dei Medici e dei Dentisti a corte. Non ne abbiamo prove concrete, ma è molto probabile che abbia conosciuto Imhotep ed è molto suggestivo pensare a questi due personaggi come colleghi, magari impegnati a discutere di un rimedio particolare o di un paziente ostico…

La mastaba di Hesy-Ra durante gli scavi del 2010

Fu sicuramente un’altra personalità di spicco dell’epoca, uno dei primi ad avere il nome collegato al dio Ra. La sua mastaba (S2405) fu scoperta da Mariette e De Morgan nel 1865 ma esplorata solo nel 1912 da Quibell, ed era una delle più rifinite in origine, con le pareti interne ed esterne ricoperte in calcare bianco, decorata con splendidi motivi geometrici.

I decori geometrici della mastaba di Hasy-Ra (da: Quibell, Excavations at Giza, 1910-1912, ricolorato)

La tomba ci ha restituito degli splendidi pannelli in legno di cedro raffiguranti Hesy-Ra in diversi momenti della sua vita, rappresentandolo prima da giovane e via via da uomo maturo ed infine anziano, descritti qui: https://laciviltaegizia.org/2022/05/16/i-pannelli-di-hesira/

Hesy-Ra, come testimoniato da questi pannelli, ebbe diversi titoli a testimoniare il favore del Sovrano nei suoi confronti. Fu confidente del re, capo degli scribi, e soprattutto (nell’ambito di questa rubrica) “Capo dei medici e dei dentisti” (“wer ibeh swnw”). La pluralità dei suoi titoli ha portato via via gli studiosi a considerare questo titolo come meramente onorifico od amministrativo (per questo potrebbe essere stato il primo medico); c’è però la possibilità che Hesy-Ra abbia effettivamente iniziato la sua carriera come medico ed abbia poi scalato la gerarchia fino alle altre cariche.

Il pannello in cui Hesy-Ra è definito “Capo dei dentisti e dei medici” (Museo del Cairo, JE 28504). Foto Carol Andrews
I titoli di Hesy-Ra riportati sul pannello 28504. La prima colonna a destra riporta quelli di Capo dei Dentisti e dei Medici

Non sappiamo se fu lui l’autore del primo “ponte” costituito da due molari legati da un filo d’oro, scoperto in una tomba della IV Dinastia a Giza. Probabilmente no, ma questo straordinario reperto ci offre la misura delle competenze raggiunte già a quell’epoca.

I due molari uniti da un filo d’oro trovati a Giza e risalenti probabilmente alla IV Dinastia, un impianto effettuato in vita e non per motivi estetici sul cadavere