E' un male contro cui lotterò

PESESHET

Di Andrea Petta e Franca Napoli

La falsa porta di Peseshet nella mastaba G8942 di Akhet-hetep. Peseshet è raffigurata sul montante esterno destro con nome e titolo e a sinistra sul montante interno e sul pannello centrale (da “Excavations at Giza, vol I – 1929-1930” di Selim Hassan, note di Nico Pollone)

È l’unico medico donna di cui ci sia pervenuto il nome. Visse probabilmente alla fine della V Dinastia, intorno al 2350 BCE, ed il suo titolo, imy-rt swnt, era quello di “Signora delle Dottoresse”, il che ci permette di capire come non fosse un caso isolato di medico donna. Il numero però di medici donna non può essere stato molto elevato a causa dell’istruzione, che in molti casi anche nella civiltà egizia era riservata ai figli maschi della famiglia. Inoltre, durante le mestruazioni la donna era considerata impura, per cui per diversi giorni al mese non avrebbero potuto esercitare la loro professione.

Peseshet è riconosciuta come la più antica dottoressa nella storia dell’umanità. Gli annali storici non menzionano nessun’altra donna che abbia raggiunto questa posizione in Mesopotamia o nell’antica Grecia, ritenuta culla della democrazia.

Non è invece chiaro se Peseshet fosse una ginecologa (sembra che la scuola di Sais fosse già attiva all’epoca), se avesse magari fatto progressi significativi sul trattamento dei tumori uterini o se fosse un medico “generico”.

A Peseshet e ad un uomo chiamato Kanefer (probabilmente suo marito) è dedicata una falsa porta trovata a Giza nella tomba di Akhet-hotep, ritenuto suo figlio, risalente alla IV Dinastia e descritta da Selim Hassan nel 1930 (mastaba G8942).

Il suo titolo di imy-rt swnt rende Peseshet anche la prima donna ricordata in una posizione di sovrintendenza e di coordinamento di una categoria professionale. Indubbiamente deve essere stata una donna notevole.

Rimane un mistero invece il fatto che non ci sia pervenuto il nome di nessun’altra dottoressa. Speriamo che in futuro si possa colmare questa lacuna con nuove scoperte

UN FURTO DI IDENTITÀ?

Il nome di Peseshet e la sua figura sono stati oggetto di un furto d’identità molto particolare. Nel 1937 una dottoressa canadese, Kate Campbell Hurd-Mead, molto impegnata nel riconoscere figure femminili importanti della storia delle scienze, scrive un trattato intitolato “A History of Women in Medicine: From the Earliest of Times to the Beginning of the Nineteenth Century”.

Kate Campbell Hurd-Mead. Fu un brillante medico ed andò alla ricerca delle figure femminili importanti nella storia della medicina.

Il trattato ha uno scopo lodevole, evidenziare figure femminili importanti nella storia della medicina; Kate menziona una prima donna-medico, senza nominarla, vissuta durante la V Dinastia (“durante il regno di Neferirika-ra”) ed una seconda, Merit-Ptah, vissuta nel Nuovo Regno e raffigurata “in una tomba della Valle dei Re”. Entrambe sono nominate come “madri di un Gran Sacerdote” nella cui tomba sono chiamate “Capo-dottoressa”.

Il frontespizio del trattato di Kate Campbell Hurd-Mead che generò la confusione sull’identità di Peseshet

Il “veicolo” diverso delle sue pubblicazioni (in campo medico e non archeologico) ha creato un equivoco rimasto fino ai giorni nostri: molti lettori di Kate Campbell hanno identificato Merit-Ptah nella moglie di Ramose (Visir sotto Akhenaton un migliaio di anni dopo) facendola “diventare” medico e “scambiandola” per Peseshet. Non è infatti difficile trovare in rete riferimenti a Merit-Ptah come il primo medico donna della storia, a volte descritta perfino come originaria della Nubia (?).

Merit-Ptah (a sinistra), involontariamente e suo malgrado laureata in medicina a sua insaputa

Non sappiamo se Peseshet si sia arrabbiata per questo involontario scambio d’identità; Kate Campbell però morì solo tre anni dopo la pubblicazione del suo trattato in circostanze drammatiche, bruciata viva insieme al suo giardiniere in un fuoco di sterpaglie che aumentò improvvisamente di intensità…

Un’altra falsa Peseshet che troverete spesso in rete: lo stile pittorico è quello del Nuovo Regno, molto simile ai dipinti della tomba di Nakht (TT52) e di Menna (TT69)
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IMHOTEP

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Statua in elettro e argento di Imhotep, Età Tolemaica, Sir Henry Wellcome’s Museum Collection

“Colui che viene in pace” fu probabilmente il primo personaggio di rilievo scientifico della storia umana, tanto da essere noto anche come “il Leonardo da Vinci egizio”.

Visse durante il regno di Djoser (III Dinastia, circa 2800 BCE), a cui sopravvisse spegnendosi sotto il regno di Huni, ma la sua città natale è incerta: la maggior parte degli studiosi credono sia nato ad Ankhtow, un sobborgo di Menfi, che all’epoca era la capitale. Altri collocano le sue origini nel villaggio di Gabelein, a sud dell’antica Tebe, anche se la diffusione del suo culto rende più probabile la prima ipotesi.

La piramide di Djoser con il cortile Heb-Sed

Era sicuramente di estrazione non nobile, a dimostrazione di quanto la società egizia premiasse anche il merito, oltre alla stirpe. Era figlio probabilmente di un modesto architetto di nome Kanofer, ma divenne il primo genio multidisciplinare ricordato.

Fu Visir del Faraone e ricordato come l’architetto della sua piramide a gradoni (all’epoca la più grande struttura umana e tuttora il più antico edificio in pietra sopravvissuto) e dei primi colonnati della storia nel cortile della piramide stessa, ma anche Primo Sacerdote di Ptah (“Figlio di Ptah”), poeta, scrittore, astronomo (risale a lui il calendario di 365 giorni con l’aggiunta di 5 giorni epagomeni), mago ed ovviamente medico. Il papiro Edwin Smith lo ricorda come “il fondatore della medicina”.

Il corridoio d’ingresso al complesso funerario di Djoser, con colonne di sei metri, ed uno dei colonnati interni, con tetto in travi di pietra (foto Amy Calvert). Inizialmente erano probabilmente dipinte in verde, a simboleggiare fasci di canne che emergono dalle paludi della Creazione. Questo elemento architettonico, così caro alla civiltà egizia, fu introdotto proprio da Imhotep.

In campo medico, sempre secondo il Papiro Smith fu autore di 90 testi di medicina dove descrisse ogni genere di malattia e ben 48 diverse ferite da trattare chirurgicamente.

Fu progressivamente mitizzato ed infine divinizzato come figlio di Ptah (Canone di Torino) ed inserito nella triade di Menfi insieme appunto a Ptah e Sekhmet, un onore straordinario considerate le sue umili origini. Durante il periodo tolemaico venne identificato come il dio della medicina Esculapio. Nonostante questo, la sua figura storica come medico non è stata accertata: la sua tomba non è stata (ancora) ritrovata (anche se alcuni studiosi la identificano nella mastaba 3518 a Saqqara, purtroppo priva di iscrizioni) e non sappiamo se tra i suoi titoli ci fosse ufficialmente quello di “swnw”. Un testo ermetico parla di un tempio vicino a Menfi “dove riposa il suo corpo, mentre il suo spirito ancora aiuta i bisognosi con la sua conoscenza della medicina”.

Quel che rimane della mastaba 3518. È stata associata ad Imhotep in quanto nei suoi pressi è stato ritrovato un sigillo di Djoser ed alcune offerte votive ad un “dio della medicina”. Probabilmente la sepoltura di Imhotep è ancora da scoprire

Viene normalmente raffigurato seduto, con un rotolo di papiro svolto sulle sue ginocchia ad indicarne il sapere, ma a partire dal Nuovo Regno venne anche rappresentato come un semidio, spesso recante la croce “ankh” simbolo di vita.

Imhotep deificato, Tempio di Hathor a Deir-el-Medina. Nella mano destra impugna la croce “ankh”, simbolo di vita, e nella sinistra lo scettro “uas”

A suo nome vennero edificati templi – il più importante a Philae – che avevano una sezione dedicata come ospedale e numerosi sanatori in tutto il Paese. Venne scritta una sua biografia, “La vita di Imhotep”, forse la prima della storia e di cui ci sono pervenuti solo dei frammenti – in uno dei quali Imhotep sfida a colpi di incantesimi una maga assira nell’impresa di recuperare il corpo di Osiride (se vi è venuto in mente Mago Merlino contro Maga Magò ne “La spada nella roccia” di Disney, ci ho pensato anch’io).

Statuetta in rame di Imhotep, Periodo Tolemaico. Met Museum di New York.  Imhotep è quasi sempre raffigurato seduto, con indosso una cuffia aderente e con in grembo un papiro srotolato.  In senso simbolico, il papiro (oltre ad avere inciso il suo nome) serve anche a sottolineare la sua saggezza ed erudizione ed il suo ruolo di patrono degli scribi.

La sua fama arrivò temporalmente all’Impero Romano, quando Adriano gli volle dedicare un monumento a Roma.

La storia di Imhotep è assolutamente straordinaria. Il figlio di un architetto che ha gettato le basi per la professione medica oltre 4500 anni fa e oltre 2000 anni prima della nascita di Ippocrate. La sua eredità ha enormemente influenzato la civiltà egizia (e non solo); senza di lui, la medicina antica non sarebbe stata la stessa – e forse anche quella moderna…

Un’altra raffigurazione di Imhotep, Brooklyn Museum
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COME IL CUORE PARLA AL CORPO

IL SISTEMA CIRCOLATORIO SECONDO GLI EGIZI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Abbiamo visto che il Papiro Smith descriveva già il flusso dei vasi “metu” dal cuore (“hati”), che avveniva tramite 22 vasi principali (quelli degli arti già molto ben descritti) e i vasi secondari che nutrivano i singoli organi.

Il cuore “parla” agli altri organi, un’intuizione che non venne però completamente sviluppata

Il cuore “parlava” al corpo tramite i vasi periferici che dovevano essere controllati dal medico: il polso, la testa, la nuca, lo stomaco, le caviglie. La possibilità di “ascoltare” il cuore da parte del medico è un chiaro riferimento al controllo del battito cardiaco (Ebers 854a). Ci vorrà un millennio prima che la medicina greca “riscopra” questo concetto.

Ma nelle credenze egizie tutti i “succhi interni” si muovevano nei vasi. Quindi sangue, urina, feci, muco e liquido seminale si muovevano dal cuore, arrivavano all’ano e di lì venivano ridistribuiti nel corpo. Nella persona sana questi “succhi” si muovevano in armonia; quando questa armonia veniva meno insorgevano le malattie.

Ad esempio, nelle narici si pensava scorressero 4 vasi, due che trasportavano sangue e due che trasportavano il muco.

La “mescolanza” dei diversi liquidi interni si nota anche nella descrizione della circolazione oculare: quattro vasi dalle tempie portavano il sangue agli occhi, ma portavano anche le patologie oculari perché erano “aperti”, permettendo la lacrimazione “dalle pupille degli occhi”.

Quattro vasi portavano il sangue al cranio, riunendosi dietro la nuca; uno scompenso di questi vasi poteva portare alla calvizie.

I vasi che “si riuniscono dietro la nuca” (da Anatomia Umana di Balboni et al, Edi Ermes)

Abbiamo un’indicazione molto importante nei vasi chiamati “«SS » dello stomaco” e che portano gli umori al cuore: la prima descrizione al mondo delle coronarie. Alcuni studiosi considerano questa descrizione una prova della dissezione dei cadaveri o quantomeno dell’esame medico delle parti del corpo durante la mummificazione.

I vasi “SS” dello stomaco: le coronarie

Straordinaria è la descrizione dei vasi degli arti:

“ci sono sei vasi nelle braccia, tre per lato, che arrivano alle dita delle mani; ci sono sei vasi nelle gambe, tre per lato, che arrivano ai piedi ed alla loro pianta…”.

L’arteria brachiale nelle braccia si divide infatti nell’arteria radiale e quella ulnare; l’arteria poplitea si divide nelle due arterie tibiali.

L’arteria brachiale e la sua divisone in arteria radiale ed ulnare (da Anatomia Umana di Balboni et al, Edi Ermes). Anche per i medici egizi la misurazione del battito cardiaco avveniva prevalentemente dall’arteria radiale
L’arteria poplitea, continuazione dalla femorale, e la divisione in tibiale anteriore e tibiale posteriore: i tre vasi principali della gamba (da Anatomia Umana di Balboni et al, Edi Ermes)

Non sappiamo invece se con i “quattro vasi che portano ai polmoni ed alla milza” si intendessero le vene polmonari e quale rapporto vedessero gli Egizi con la milza. Si sapeva invece che: “l’aria entra dal naso, entra nel cuore e nei polmoni e di lì viene distribuita al resto del corpo” (Ebers 855a). Attenzione: non si diffonde spontaneamente, viene “fornita” da cuore e polmoni.

Sono vene ed arteria polmonari i “quattro vasi che portano ai polmoni ed alla milza”? Chissà…

I “quattro vasi che portano al fegato” hanno invece una nota sulla possibilità che vengano “sommersi dal sangue”, un indizio che fosse stata riconosciuta l’ipertensione portale.

Purtroppo, molti termini specifici dei papiri medici sono rimasti ad oggi senza una traduzione valida; non possiamo sapere appieno fino a che punto arrivasse la conoscenza medica del sistema cardiocircolatorio ma, come vedremo nella parte dedicata alle patologie cardiovascolari, un numero impressionante di termini e di descrizioni ci dimostra come l’osservazione che veniva fatta dei sintomi era straordinariamente attenta e precisa.

Una curiosità: il battito cardiaco veniva chiamato “deb-deb”, un termine onomatopeico per descrivere il suono auscultato dal medico. I nostri amici anglosassoni usano tuttora il termine “lub-dep” per descrivere il battito normale.

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IL CUORE

IL CENTRO DI TUTTO

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Per capire quale fosse l’importanza che gli Egizi davano al cuore basta dare un’occhiata al Papiro Ebers:

“L’origine della medicina è il cuore, e per esaminare ogni altra parte del corpo, devi prima aver studiato il cuore”.

Non solo, ma:

“conoscere i movimenti del cuore è l’inizio del libro dei segreti del medico” (Ebers 854a).

Il cuore mummificato di Ipi, visir sotto Amenemhet I (XII Dinastia, circa 1985 BCE), ritrovato in un angolo della sua tomba (TT315) adibito a deposito di materiali per la sua mummificazione da una spedizione spagnola nel 2021. Avvolto nella stoffa, fu probabilmente abbandonato per sbaglio dai mummificatori (foto: El Indipendiente)

Nella cultura egizia, diverse funzioni fisiche e spirituali afferivano al cuore, il vero “centro pulsante” del corpo; tra queste:

  1. La saggezza e la conoscenza. Le membra si limitavano a eseguire i suoi comandi.
  2. La memoria
  3. I sentimenti come intendiamo figurativamente noi
  4. La preoccupazione, la paura e la felicità
  5. L’amore, anche in questo caso come intendiamo noi
  6. La compassione
  7. L’astuzia e la malevolenza
  8. Il desiderio: l’uomo non desiderava nulla, desiderava il suo cuore per lui.

Nella realtà, le funzioni attribuite al cuore dal pensiero egizio sono tutte funzioni del sistema limbico o “cervello viscerale” interessato nella regolazione delle funzioni affettivo-istintive. Ad ogni modo, tutte queste funzioni lo rendono il fulcro non solo della vita dell’uomo, ma anche della sua vita ultraterrena, da cui il suo ruolo centrale nella psicostasia (la famosa pesatura del cuore).

La psicostasia rappresentata sul Papiro di Hunefer, con il cuore dello scriba pesato da Anubi, mentre Thot attesta la leggerezza del cuore di Hunefer. Ammit la Divoratrice questa volta rimarrà a bocca asciutta

Non solo: essendo un dono degli Dei, il cuore persegue per sua natura la volontà divina ed ha nella filosofia egizia una volontà propria, separata da quella della persona che lo “ospita”. Ne è una riprova il Capitolo XXX del Libro dei Morti, che abbiamo visto iscritto spesso sugli scarabei del cuore, in cui si invoca il proprio cuore a non accusare il defunto durante la pesatura del cuore stesso. Ad ulteriore conferma, nei Testi dei Sarcofagi Ptah è indicato come dio-creatore, ma lo diventa per “un’idea del suo cuore e le parole della sua lingua

Il pettorale con scarabeo alato di Psusennes I (https://laciviltaegizia.org/2022/04/16/il-pettorale-con-scarabeo-alato-di-psusennes-i/) è uno degli amuleti su cui è inciso l’incantesimo XXX del Libro dei Morti, in cui il defunto invoca il proprio cuore a non accusarlo durante la pesatura del cuore stesso

Nell’ambito medico, proprio per questa complessa funzionalità troviamo il cuore indicato con due termini diversi e distinti: “ib” e “haty”.

“Haty” è solo il cuore “fisico”, quello che pulsa e batte all’’interno del torace.

“Ib” è anche il cuore spirituale della persona

Entrambi possono essere utilizzati per il muscolo cardiaco, ma ogni aspetto legato alle emozioni è riferito a “ib”, mai a “haty”.

Per un approfondimento sulle funzioni spirituali del cuore, si veda anche l’articolo di Ivo Prezioso: https://laciviltaegizia.org/2021/05/15/ib-il-cuore/

L’importanza del cuore fece sì anche che fosse l’unico organo interno a non essere di norma rimosso nel processo di mummificazione, permettendoci talvolta di osservarne le condizioni da un punto di vista anatomopatologico.

Non è stata descritta nei papiri medici la divisione del cuore in quattro camere (due atri e due ventricoli), per cui con ogni probabilità rimase sconosciuta la circolazione arteriosa e venosa, però…

Però nel papiro Edwin Smith, al caso 33 viene presentata una lussazione sterno-clavicolare e vengono indicati due vasi nella parte superiore del torace che portano il sangue alle vie respiratorie. Non solo: come vedremo nella parte dedicata al sistema cardiocircolatorio, il cuore ”parlava” agli altri organi tramite i “metu” (i vasi) e l’espressione che abbiamo visto all’inizio (“conoscere i movimenti del cuore”) indica che i medici egizi conoscessero la funzione “attiva” del cuore pur non comprendendola appieno.

Il caso 33 del papiro Edwin Smith, dove vengono evidenziati i due vasi nella parte superiore del torace che portano il sangue ai polmoni

Curiosità: lo stomaco nell’Antico Egitto era “r-ib” ovvero “la bocca del cuore”. Il nostro termine “stomaco” deriva dal greco “stoma”, ossia…bocca. E la regione anatomica di congiunzione tra esofago e stomaco è ancora oggi chiamato “cardias”. In qualche modo l’Antico Egitto è dentro tutti noi…

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APPUNTI DI MEDICINA EGIZIA

Di Giuseppe Esposito

Andrea Petta sta trattando molto compiutamente, e per gradi, l’argomento medicina nell’Antico Egitto; qui mi limiterò ad apportare qualche piccola informazione che, ne sono certo, incontrerete comunque, e ben più dettagliata, anche nei testi di Andrea.

Mi permetto, intanto, di rubare una frase del grande medico Paracelso[1] che chiarisce un concetto che, ai nostri tempi moderni, potremmo semplificare come “il troppo storpia”:

«Tutto è veleno e non esiste cura senza veleno, solo le dosi consentono al veleno di non essere veleno»

Ciò posto, partirei da uno di quei termini di uso comune, anzi comunissimo, che mai e poi mai crederemmo in qualche modo legato all’Antico Egitto: farmaco.

E’ chiaro che la prima risposta individuerà la parola “base” nel greco “pharmakon” (φαρμακον) che indicava, si, il rimedio, ma come sopra visto anche il veleno… in realtà la sua derivazione sarebbe ben più antica e dovremmo rifarci, di fatto, al termine egizio “ph-ar-maki” ovvero “che procura sicurezza”, che era uno degli attributi del Dio guaritore Thot.

Inutile dire che ancora dall’Antico Egitto deriva un’altra parola da noi usualmente impiegata. Uno dei nomi del Paese del Nilo era, infatti, Kemi, ovvero “Terra Nera”. Le scarse conoscenze che, nel corso dei secoli, hanno fatto dell’Egitto un luogo misterioso, hanno fatto sì che gli antichi cultori della “Scientia delle Scientiae” pensassero bene di far derivare il nome della loro passione proprio dalla denominazione della terra considerata più misteriosa: Al-Kemi, da cui Alchimia… e da alchimia a Chimica, il passo è davvero breve.

Ma passiamo ai medici veri e propri: il geroglifico che rappresentava il medico (come peraltro già meglio delineato da Andrea) era una freccia, o un bisturi, e un vaso globulare (contenitore per rimedi) affiancati dal determinativo “uomo”.

E’ bene, tuttavia, sgomberare il campo da equivoci che potrebbero fuorviarci nell’esame che segue (necessariamente breve): in Egitto NON esistevano medici “generici” ovvero che curassero tutto, ma specialisti; ecco perciò l’oculista (sunu-irti), l’ortopedico, il dentista (ibhi), il medico dell’addome (neru-khet), che era anche ginecologo, fino a giungere ad un medico la cui specializzazione era, quanto meno ai nostri occhi, singolare… suo campo di intervento era, infatti… inserire rimedi nell’ano dei pazienti (neru pehut)!

I “sunu“, ma anche “swnw” o “sinw”, ovvero i “medici”, erano perciò sempre specializzati in qualcosa… Fondamentalmente, i curatori egizi si suddividevano in due grandi categorie, i medici  propriamente detti di cui sopra si è parlato (sunu) che curavano il corpo, ed i sacerdoti di Sekhmet (uab) tra i quali esisteva l’ulteriore distinzione degli “incantatori di Selkhet”.

A proposito di questi ultimi, si può dire che erano medici particolari il cui campo di intervento era quello che vedeva quale divinità protettrice la Dea Selket[2]-Hetit, “colei che fa respirare la gola”, ma in connessione non con le malattie respiratorie, bensì con i sintomi dell’avvelenamento da morso di serpenti [non meravigli, peraltro, questa commistione di “sacro” e “profano” nell’arte medica poiché essa esisterà, più avanti nei secoli, anche nell’antica Grecia ove si differenziavano i “medici istruiti” –iatros (ἰατρός)-, dai “guaritori ispirati”, veri e propri sacerdoti, –iereus (ἱερεύς)-].

E’ bene precisare che anche le evidenze archeologiche non consentono di poter contare su una vasta casistica giacché sono stati censiti, a oggi, solo circa 150 sunu e le categorie maggiormente rappresentate sono quelle degli oculisti e dei dentisti.

Tuttavia, nonostante alcuni ritrovamenti di protesi dentarie o di crani sottoposti ad interventi di “trapanazione” (che inevitabilmente, nonostante le moderne credenze, si concludevano con la morte del paziente), non si può dire che le conoscenze mediche egiziane fossero eccelse (basta leggere le ricette di alcuni rimedi, che riporto più avanti, per restare esterrefatti per le “schifezze” che venivano somministrate e che erano sempre accompagnate da formule magiche).

Interessante il metodo, riportato nel Papiro di Berlino per conoscere il sesso del nascituro:

«…orzo e grano [in due sacchi di tela] che la donna bagnerà con la sua urina ogni giorno; … se [orzo e grano] germoglieranno entrambi ella partorirà. Se germoglierà [per primo] l’orzo sarà maschio; Se germoglierà [per primo] il grano sarà femmina. Se non germoglieranno, ella non partorirà.»

…a proposito, presso gli egizi la gravidanza durava… 10 mesi… niente paura, il periodo si basava sul mese lunare di 28 giorni…

…proseguiamo nella nostra disamina proprio “assistendo” alla visita tipo di un antico sunu egizio… questa era articolata in tre parti: un interrogatorio per sapere quali fossero i sintomi riscontrati dal paziente; un’ispezione del viso, delle urine, degli escrementi e dell’espettorato, cui seguiva la palpazione che aveva, principalmente, importanza simbolica e doveva, di fatto, servire a stringere il contatto fisico con il paziente per tranquillizzarlo; l’ultima parte era quella in cui venivano esposti i sintomi rilevati ed emessa la diagnosi.

Normalmente i medici si consultavano anche tra loro e concludevano le proprie visite con frasi del tipo “posso fare qualcosa per quest’uomo”, oppure “non v’è nulla che possa fare per quest’uomo”. Da questo momento in poi, di fatto, si limitavano a seguire l’evolversi della malattia somministrando rimedi che spesso poco avevano a che fare con il concetto di guarigione come lo intendiamo noi.

…scrive Diodoro Siculo:

«…impartiscono le loro cure secondo le norme di una legge scritta messa a punto col concorso di numerosi ed illustri medici dei tempi antichi. Nel caso in cui, pur seguendo le norme scritte…non riescono a salvare l’ammalato sono considerati innocenti e liberi da imputazioni; se invece non si comportano secondo le prescrizioni sono passibili di giudizio capitale giacché il legislatore ha ritenuto che pochi si sarebbero mostrati superiori in perizia ad un modo di cura collaudato da lunga tradizione e predisposto dai migliori esperti della materia…»;

…e Aristotele precisa:

«…ai medici è consentito intervenire dopo il quarto giorno; se lo fanno prima è a loro rischio e pericolo…»

In sostanza, i medici egizi si interessavano principalmente dei sintomi (tosse, febbre etc.) e curavano questi ultimi utilizzando indifferentemente la medicina e la magia, o entrambe contemporaneamente.

E’ interessante notare che esisteva, comunque, una gerarchia tra i vari medici (dentista, capo dei dentisti, supervisore dei dentisti etc.) così come esistevano le varie organizzazioni locali che andavano dal “corpo dei medici delle cave e delle miniere”, ai medici dei “villaggi operai”o delle “grandi proprietà terriere”; questo, però, non era assolutamente legato a strutture di tipo corporativo e la condizione sociale del medico variava a seconda dell’ambiente in cui operava: se era a disposizione di una cava o di una città operaia, in moltissimi casi, non godeva di nessun privilegio particolare e alcune volte era addirittura socialmente al di sotto degli ispettori oppure dei capi operai. Naturalmente se un medico operava all’interno del Palazzo Reale, o nei templi, godeva dei privilegi adeguati al proprio rango e, visto che in Egitto era in uso il sistema di sommare le varie cariche, molte volte un medico poteva anche essere un nobile, oppure un alto Funzionario di Corte.

Come per molte altre professioni, anche quella del medico si tramandava di padre in figlio anche se la preparazione era comunque completata dall’apprendistato, oppure dai corsi che si tenevano all’interno delle “Case della Vita” (le nostre Università).

…a carico dei medici era anche, sia pure molto parzialmente, il processo di mummificazione..

Partiamo però da una considerazione, l’uomo, infatti, non era considerato come una unità, ma come l’insieme di otto elementi intimamente connessi tra loro di cui quattro attinenti il mondo materiale (il corpo o khet –ovvero l’involucro di carne-; il nome; il cuore; l’ombra) e quattro sul piano astratto ed immateriale (il kha; il ba; l’akh; ed il sahu).

Poiché la morte comportava la dissociazione di questi componenti, la mummificazione doveva servire a mantenere intatto il corpo affinché potesse ancora accogliere le componenti immateriali che erano indispensabili per la vita ultraterrena (e che, come sappiamo, erano concentrate nel kha).

Potremmo perciò considerare la mummificazione non attinente al discorso sulla medicina che stiamo facendo, poiché l’opera non era eseguita da un medico, bensì da “tecnici” che appartenevano a una vera e propria casta, necessaria ma disprezzata, i cui rapporti con il medico erano praticamente inesistenti.

In compenso, e spesso al contrario dei medici, oltre ad avere una buona conoscenza delle ossa, dei muscoli e dei legamenti, tale casta di paria aveva una discreta conoscenza degli organi interni.

Mentre il medico aveva, infatti, una cognizione “topografica” esatta del corpo e delle sue parti (testa, collo, tronco, addome e arti), era però all’oscuro, quasi completamente, di quel che rappresentava lo scheletro nella sua totalità. Il sunu conosceva le ossa singolarmente, e sapeva anche ridurre le fratture molto bene e le necropoli degli operai sono, in tal senso, vere miniere d’interventi specifici di riduzione fratture o amputazioni andate a buon fine. A proposito delle amputazioni, esisteva inoltre, ovviamente per classi agiate e forse non tanto sotto il profilo medico quanto artigianale, lo sviluppo di protesi specie per gli arti inferiori.

Nel nostro immaginario collettivo un pirata che si rispetti deve avere almeno una benda su un occhio o una gamba di legno… possiamo anche soprassedere al pappagallo sulla spalla ma benda o gamba di legno debbono esserci. Scherzi a parte, menomazioni agli arti inferiori sono sempre esistite e più frequenti di quanto si possa oggi immaginare; di certo l’andare in giro scalzi, o con sandali, che ben poco proteggevano il piede, non agevolava.

Ebbene, se il pirata non poteva fare a meno della sua semplice e informe gamba di legno, anche se ricavata da un osso di balena o capodoglio, i nostri pro-pro-pro genitori egizi sapevano fare cose ben più complesse ed esteticamente anche “gradevoli”.

Nel corso di campagne di scavo della TT95 (Theban Tomb 95) Gli egittologi dell’Università di Basilea hanno rinvenuto quella che può, ad oggi, definirsi come la più antica protesi femminile da piede. Si tratta di un alluce in legno, articolato, che risale almeno a 3000 anni fa con una sorta di “imbragatura” in cuoio per fissarla al piede.

La stessa mostra segni evidenti di lungo uso e rispondeva, quindi, non solo a un bisogno estetico, ma anche a uno fisico. La fattura della protesi dimostra inoltre che chi la realizzò oltre ad avere una certa dimestichezza con l’anatomia umana, studiò un sistema che fosse anche confortevole per chi la indossava.

Per avere un’idea della differenza, si può fare riferimento a un’altra protesi, in cartonnage, risalente al Nuovo Regno oggi al British Museum (cat. EA29996/1881.0614.77)

A stretto giro, questa seconda non può ascriversi tra le protesi poiché, molto verosimilmente, non era destinata alla deambulazione, ma solo a riempire esteticamente un’amputazione per una mummia. L'”unghia” doveva originariamente essere di un materiale differente.

Benché alcuni studiosi riferiscano che entrambe potrebbero essere state funzionali, per la seconda che, essendo in cartonnage (lino e colla), senza articolazioni e senza altre dita, mi pare difficile potesse garantire una deambulazione “normale”: in fase di avanzamento del passo, infatti, la sporgenza costituita dall’alluce di “cartapesta” non avrebbe agevolato la camminata, ed anzi l’avrebbe non poco intralciata (provate, avendo peraltro tutte le altre dita del piede, a camminare senza articolare l’alluce). Se poi la si considera protesi come la gamba di legno, solo leggermente più esteticamente gradevole, ovvero con una deambulazione che comporta il sollevamento dell’intera gamba al momento del passo, allora potrebbe anche essere.

Come per l’apparato scheletrico, ogni organo era inoltre conosciuto e considerato soltanto nella sua globalità; per tutti possiamo citare il caso del cuore e del cervello. Il secondo, il cervello, era ignorato come organo (tanto che durante la mummificazione veniva distrutto).

Era conosciuto il complesso delle attività nervose, ma erano attribuite al cuore, l’organo più importante del corpo umano e “principio di tutte le membra”

ALCUNE RICETTE

Il “ricettario” più famoso è certo il c.d. “papiro Ebers (dal nome del primo acquirente, 1872 a Tebe), di cui ha parlato più ampiamente Andrea nella sua corposa e dettagliata monografia, conservato attualmente presso l’Università di Leipzing; scritto in ieratico e risalente al 1500 a.C. circa, sotto il regno di Amenhotep I, è lungo più di 20 m. e largo oltre 30 cm. Si tratta di 108 “pagine” che contengono 875 “ricette”. Ma esistono altri papiri “medici” come il c.d. “Edwin Smith”, o il papiro “Hearst”, o quelli di “Berlino(“piccolo” e “grande”), il papiro di “Kahun”, il “Chester Beatty 4”, i papiri magici di “Leida” e del “Ramesseo” … qui di seguito riporto alcune diagnosi e ricette… le più “strane”.

Per diagnosticare la sterilità di una donna. il Papiro Kahun 28 suggerisce:

«[…] farai in modo che uno spicchio di aglio inumidito di […] rimanga per tutta la notte, fino all’alba, nella sua vagina. Se l’odore dell’aglio raggiungerà la sua bocca essa sarà in grado si partorire, in caso contrario ella non partorirà mai»

Dal papiro di Berlino riporto nuovamente il metodo per conoscere il sesso del nascituro:

«[…] orzo e grano [in due sacchi di tela] che la donna bagnerà con la sua urina ogni giorno;… se [orzo e grano] germoglieranno entrambi ella partorirà. Se germoglierà [per primo] l’orzo sarà maschio; Se germoglierà [per primo] il grano sarà femmina. Se non germoglieranno ella non partorirà.»

Come detto più sopra, presso gli egizi la gravidanza durava dieci mesi giacché si basavano (forse più giustamente) sul mese lunare di 28 giorni;

Ancora in materia di parti, il Papiro Kahun 29 indica il sistema per sapere se tutto andrà bene:

«[…] devi pizzicarle il ventre […] l’estremità del tuo pollice deve collocarsi al di sopra di colui che palpita (il feto). [Se ….](il segno) sparisce partorirà in modo normale. [Se] non sparisce, non partorirà mai normalmente.»

E, dal papiro del Ramesseo IV, per sapere se il neonato vivrà:

«Il giorno che viene al mondo: prendi una pallina della sua placenta con [….] Pestala nel latte e dagliela in un vaso (henu). Se vomiterà significa che morirà, se la ingoierà, allora vivrà”»

(il concetto dovrebbe essere che se rifiuta la placenta, simbolo nutritivo per eccellenza, rifiuterà anche la vita).

Dal papiro Ebers, n. 810, ma una ricetta molto simile si trova anche nel papiro di Berlino, si ricava un rimedio per curare dolori al seno dovuti all’allattamento o altre infiammazioni delle mucose e della pelle, una cura non proprio gradevole:

«[…] altro rimedio per un seno dolorante: calamina 1; fiele di toro 1; cacature di mosca 1; ocra 1. il composto deve essere lavorato fino ad ottenere una massa omogenea. Spalmarlo sul seno per quattro giorni»

Ma se il “cucciolo” piange troppo, interviene il papiro Ebers n. 782:

«[…] per scacciare il pianto continuo [di un bambino]: parte shepnu (?) della pianta shepten [forse il papavero?]; cacature di mosca dal muro. Creare una massa omogenea, filtrarla e assumerla per quattro giorni di seguito […]»

E dal papiro Ebers n. 325 deriva, invece, la cura per la tosse: si formava una sostanza costituita da miele, latte o polpa di dattero, meliloto (o erba delle mosche), una pianta contenente curarina e, stranamente, colaquintide che è un purgante (forse con l’evidente motivo di scacciare gli umori dall’ammalato), poi:

«[…] cerca sette pietre e scaldale al fuoco; prendine una e cospargila di tale medicamento. Le coprirai quindi con un vaso nuovo in cui avrai praticato un foro nel fondo. Inserirai un pezzo di canna nel foro e appoggerai la bocca sull’altra estremità per inghiottire i vapori che ne fuoriescono…» (un antenato del nostro aerosol?)

Ma anche le cure estetiche facevano la loro parte: per “cacciare le rughe dal viso” delle signore (Ebers n. 716),:

«[…] per rendere l’incarnato perfetto; polvere di alabastro 1; polvere di salnitro 1, sale 1; miele 1. Mescola fino ad ottenere una massa omogenea e spalmala sulla pelle»

…e per i signori uomini che hanno perso i capelli (Ebers n. 465):

 «altro [rimedio] per far crescere i capelli ad un calvo: grasso di leone 1; grasso di ippopotamo 1; grasso di coccodrillo 1; grasso di gatto 1; grasso di serpente 1; grasso di capra 1. prepara il composto fino ad ottenere una massa omogenea e spalma sulla testa» (…sai che profumo con tutto quel grasso…);

Il papiro Ebers 191, tratta probabilmente della diagnosi di un infarto:

«[…] se esamini un malato sofferente di stomaco mentre ha dolori al braccio, al petto, da un lato del suo stomaco, ha poche possibilità di rimettersi… è la morte che lo minaccia»

E adesso, che spero di aver ulteriormente aumentato la vostra curiosità sull’argomento, non posso che rimandarvi al certamente più articolato e completo lavoro di Andrea Petta e della D.ssa Franca Napoli dal titolo “E’ un male contro cui lotterò”.

Roma, febbraio 2009, aggiornamento settembre 2022


[1]    Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim (1493-1541), detto “Paracelso”, medico, astrologo e alchimista svizzero.

[2]    Selket, ma anche Selkis, era Dea della fertilità, della natura, degli animali, della magia, della medicina e della guarigione dalle punture da animali e insetti velenosi. Importante al punto di essere una delle guardiane delle quattro porte della Duat, era anche protettrice di uno dei quattro vasi canopici, ed esattamente di quello contenente le viscere. La cappella dorata del tesoro di Tutankhamon, contenente i vasi canopici, è protetta ai quattro lati da altrettante Dee: Iside (a ovest), Nephtys (a est), Neith (a nord) e Selkis (a sud). L’animale a lei collegato era lo scorpione il cui veleno, benché raramente mortale per l’uomo adulto, è costituito da neurotossine che provocano la paralisi dei centri nervosi compresi quelli della respirazione; ne deriva appunto il nome Selket tradotto con “Colei che fa respirare la gola”. 

E' un male contro cui lotterò

IL CRANIO

Di Andrea Petta e Franca Napoli

I papiri egizi più interessanti per l’anatomia descrivono le parti del corpo procedendo dall’alto verso il basso, e sono sopravvissute le sezioni relative alla metà superiore del corpo. Particolare attenzione viene rivolta al cranio, anche se la funzione del cervello in esso contenuto non venne mai riconosciuta dagli Egizi.

Navigare in questo mare di termini ci fa capire quanto evoluta fosse la conoscenza anatomica dei medici dell’epoca. Senza farne l’elenco completo, vediamo i più “particolari”.

Le principali parti della testa ed i loro nomi egizi. Ricordiamoci che i termini egizi arrivavano a descrivere parti specifiche come l’orecchio interno, le fosse nasali e le diverse parti della mandibola

Paradossalmente, il termine più “ostico” è quello per indicare la testa nel suo complesso. Il fatto che esista un simbolo geroglifico specifico (Gardiner D1𓁶) che indica la testa stessa, non è stato d’aiuto. Lo troverete infatti con due traslitterazioni ben distinte, “ḏꜣḏꜣ” (“dada”) e “tp”e gli studiosi discutono ancora su quale sia la più appropriata – benché la prima, “dada” sia la più accettata sia per l’assonanza con il copto che per l’uso figurativo che si incontra nei testi egizi (l’avanguardia di una formazione militare, ad esempio)

Djennet” è la scatola cranica in sé (più specificatamente l’insieme delle ossa craniali – frontale, etmoide sfenoide, occipitale, parietali e temporali, escluse le ossa facciali) e ci si riferisce ad esso soprattutto per le fratture – ma a volte non da prendere in senso letterale: pare che “una rottura del cranio, che schiaccia il cervello e rende dolorosi i sette fori della testa” sia una forma un po’ melodrammatica per indicare l’influenza.  “Ajs n djennet”, le “visceri del cranio” è il termine per indicare il cervello

Paqyt” o “paket” (pꜣḳt – “guscio di tartaruga” o “coccio di vaso”) sono le ossa parietali. Buon per noi maschietti, per gli Egizi la “tartaruga” era sulla testa, non sugli addominali… Le ossa parietali prendono questo nome probabilmente per il fatto di essere relativamente sottili ma estremamente resistenti proprio come il carapace elle tartarughe o probabilmente perché essendo un osso quadrangolare con la sua faccia esocranica convessa più pronunciata nella sua parte di mezzo dove si trova una tuberosità con linee che lo percorrono ricorda molto il guscio della tartaruga. Per distinguere il significato del termine viene sempre usato in combinazione con il termine “djennet” diventando “il guscio del cranio”

Tepau” è “ciò che c’è tra le due tartarughe, ed è di pelle”: con ogni probabilità è la “fontanella”, ma è stato ipotizzato che sia la “grande falce” o “falce cerebrale” (la membrana fibrosa derivata dalla dura madre che divide i due emisferi cerebrali) esposta in caso di frattura, o che si riferisca alle suture tra le ossa del cranio.

“Tepau” potrebbe indicare la fontanella (“ciò che c’è tra le ossa del cranio, ed è fatta di pelle”), oppure le suture ossee del cranio

Netnet” è, ben descritta con straordinaria precisione nel sesto caso illustrato dal papiro Edwin Smith, la dura mater. Il suo determinativo è una pelle di bovino ad indicare la natura membranosa.

“Netnet”, la dura madre (in argento) a protezione degli emisferi cerebrali

Ma” (mꜣꜥ) è la tempia (regione temporale). È uno dei termini più utilizzati per indicare dove insorge il mal di testa, tanto da essere utilizzato anche come sinonimo di malessere

E il cervello? Tutta questa struttura complessa per proteggere cosa?

Ajs n djennet”, le “visceri del cranio” la cui funzione rimase sconosciuta agli Antichi Egizi

Purtroppo la medicina egizia non riuscì mai a comprendere le funzioni cerebrali. Abbiamo visto la descrizione fatta sempre nel papiro Edwin Smith del cervello (“Quando esamini un uomo con una ferita sulla testa, che arriva fino all’osso e il suo cranio è fratturato, il suo cervello è esposto; vedrai degli avvolgimenti che sembrano immersi in metallo fuso. Sentirai qualcosa che trema (e) palpita sotto le tue dita come il punto debole nella testa di un bambino che non si è ancora indurita”), ma il fatto stesso che il cervello venisse estratto e gettato durante il processo di imbalsamazione ci racconta come fosse considerato inutile anche per l’aldilà. Però…

Però in qualche modo le funzioni di controllo dovevano essere state intuite.

Il caso 31 del papiro Edwin Smith riporta un caso di dislocazione del collo con danno al midollo spinale (che era conosciuto e descritto, avendo addirittura un simbolo geroglifico dedicato, Gardiner F39 𓄪) e dice che il paziente “non conosceva (controllava) più le braccia e le gambe a causa di ciò”. Perciò in qualche modo si sapeva che interrompendo il midollo spinale il controllo sugli arti veniva perso, ma probabilmente si considerava il midollo soltanto come un “metu” che, affetto da influenze nocive, bloccava gli arti stessi. Peccato, sarebbe stato un enorme passo avanti nella conoscenza medica.

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LE CONOSCENZE ANATOMICHE

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Abbiamo visto come la formazione dei medici avvenisse sia con la comunicazione diretta docente/discepolo (spesso genitore/figlio) sia presso le Per-Ankh, le Case della Vita. Non abbiamo certezze sul fatto che si praticasse anche la dissezione dei cadaveri, ma alcune descrizioni di traumi e delle loro conseguenze del papiro Edwin Smith suggeriscono che, almeno nei casi eccezionali, fosse effettuata. È molto probabile che i medici, soprattutto durante la loro formazione, assistessero ai rituali di imbalsamazione per la mummificazione per studiare gli organi interni. D’altra parte gli imbalsamatori riuscivano ad estrarre gli organi interni da un’incisione relativamente piccola ed estraevano il cervello attraverso l’osso etmoide, di soli 2 cm di diametro, rivelando un’abilità notevole.

Le incisioni praticate nel Nuovo Regno per l’asportazione degli organi interni. Da notare che la lunghezza del taglio era generalmente inferiore ai 15 cm (da “Tutankhamen il Faraone dimenticato” di Philipp Vanderberg).
Set di uncini per l’asportazione del cervello

Le opere di Erofilo di Calcedonia, un medico greco che studiò ad Alessandria nel periodo tolemaico, andate perse ma citate da Celso e Galeno, dimostrerebbero la dissezione fosse praticata in quel periodo (forse anche su condannati a morte ancora in vita…).

Erofilo di Calcedonia: da quanto riportato da Celso e Galeno in epoca tolemaica si praticava la dissezione anche sui prigionieri condannati a morte

Il corpo era diviso in 36 parti principali, ognuna con una sua divinità protettrice come descritto nel Libro dei Morti. Abbiamo già incrociato le divinità associate agli organi interni, protetti dopo la morte dai figli di Horus:

  • Iside per il fegato (protetto da Imsety, a testa umana, dopo la morte)
  • Nephti per i polmoni (protetti da Hapi, a testa di babbuino)
  • Neith per lo stomaco (protetto da Duamutef, a testa di sciacallo)
  • Selket per l’intestino (protetto da Qebehsenuef, a testa di falco)

Ma abbiamo anche Hathor a proteggere gli occhi, Anubi per le labbra e così via.

Neith sovrintende anche la crescita dei capelli (io devo averla fatta arrabbiare tempo fa…), mentre Ra è legato al viso ed ai lineamenti.

Tutti erano comunque “coordinati” da Thot, che era il nume tutelare dell’individuo.

Vaso canopico destinato a contenere il fegato del defunto con la testa di Imsety e l’invocazione ad Iside, ad esso correlata (Metropolitan Museum di New York, Collezione Davis)

Erano però parte del corpo anche il “ka”, che essendo l’essenza vitale dell’individuo governava la percezione ed il piacere, il “ba”, che possiamo semplificare come la personalità dell’individuo – o meglio la personificazione della sua forza vitale – e l’”ib”, che controllava la volontà ed era identificato come il cuore spirituale.

In generale nel pensiero egizio ogni persona era un microcosmo in cui si specchiavano e coesistevano gli elementi: il “corpo solido” (la terra), il “corpo liquido” (il Nilo), il “calore” (Ra, il sole) ed il respiro (il vento)

In totale esistono più di 100 termini egizi legati all’anatomia (molti legati alla testa ed al cranio). Da notare che i geroglifici per definire le parti esterne del corpo sono derivati per lo più dall’anatomia umana, mentre per gli organi interni si utilizzavano spesso simboli legati agli animali, evidenziando una conoscenza dell’anatomia comparata. Tipico esempio è il simbolo per “cuore”, che è un cuore di bue.

Un’idea della vastità della conoscenza anatomica egizia: le parti del cranio (da “Il tempio dell’uomo” di De Lubicz)

I “METU”

Nonostante questa conoscenza già avanzata per quei tempi, ci sono “scivoloni” grossolani inattesi. I più evidenti sono riferiti al cervello (la cui funzione rimase sconosciuta agli Egizi nonostante gli interventi di chirurgia cranica effettuati) ed ai vasi.

Infatti un solo termine, “metu”, descriveva nervi, tendini, arterie e vene, che sono quindi considerati come appartenenti allo stesso sistema (curiosamente, questa abitudine si è tramandata fino ai giorni nostri con il termine arabo “irk”).

Il numero totale dei “metu” principali era 22 (Papiro di Berlino 163b); quando il termine veniva applicato alle arterie la precisione è sorprendente (la circolazione degli arti inferiori è descritta in maniera paragonabile a quella moderna) ma…nelle credenze egizie TUTTI i liquidi corporei si muovevano nei “metu”. Quindi sangue, urina, feci, muco e liquido seminale, nonché l’aria respirata, si muovevano dal cuore, arrivavano all’ano e di lì venivano ridistribuiti dopo aver espulso le sostanze nocive per il corpo. Nella persona sana questi “succhi” si muovevano in armonia; quando questa armonia veniva meno insorgevano le malattie.

Rimane controverso se gli Egizi avessero compreso appieno la circolazione sanguigna; se da una parte nel Papiro Ebers compare il concetto che il cuore parli alle altre parti del corpo attraverso i “metu” (854a), dall’altra si ribadisce che le arterie contengano aria (855e). Bisogna comunque tenere conto nuovamente che la traduzione dei termini è spesso molto difficile.

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GLI ALTRI PAPIRI MEDICI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

IL PAPIRO HEARST

Una pagina del Papiro Hearst, dalla pubblicazione di Reisner

Il Papiro Hearst ha una sua unicità: non fu trovato, scoperto o comprato. Fu donato nel 1901 dagli abitanti di un villaggio alla Spedizione Hearst (organizzata dalla University of California e sponsorizzata da Phoebe Hearst, madre del primo grande magnate del giornalismo USA) come ringraziamento per poter usare i mattoni di fango buttati dalla spedizione come fertilizzante. Quando si dice che dal letame nascono i fior…

Phoebe Hearst, a cui fu dedicato il Papiro medico. Moglie di George “Almost Illiterate” Hearst, che partecipò alla Grande Corsa all’Oro del 1849, fondò con lui una vera dinastia imprenditoriale e finanziaria

Trasportato da Lythgoe (ricordate? Il referente del Met Museum che aiutò Howard Carter mettendo a disposizione mezzi e persone) “legato strettamente al suo cappello” (cosa che ha danneggiato un paio di pagine, immaginate la scena…) è conservato presso la University of California. Risale al regno di Thutmosis III e che io sappia non è mai stato tradotto in inglese – solo in tedesco.

Composto da 18 pagine scritte in ieratico suddivise in 260 paragrafi – 100 dei quali sovrapponibili al Papiro Ebers – è un trattato generale con suddivisioni in “specialità”.

George Reisner pubblicò nel 1905 alcune tavole del papiro, ma recentemente sono stati espressi dei dubbi sulla sua autenticità (definito “troppo bello per essere vero”); però è da sottolineare il fatto che non sia mai stato esaminato accuratamente. Curiosamente, fu aperto all’epoca da Reisner insieme a Borchardt (lo stesso del busto di Nefertiti), e di nuovo aleggia il sospetto del falso…

Questa pagina del papiro Hearst ci dà un’idea del perché sia stato considerato “troppo bello per essere vero”

IL PAPIRO CHESTER BEATTY

Altra spedizione di un milionario americano, che nel 1928 si imbatté a Deir-el-Medina nella biblioteca di Qen-Her-Khepeshef, risalente alla XIX Dinastia, e con un senso inedito di spartizione spedì 19 papiri al British Museum, i testi legali all’Ashmolean Museum a Oxford, le lettere private al French Institute al Cairo ed altri papiri a Dublino. Bontà sua.

Sir Alfred Chester Beatty, scomparso nel 1968

Pubblicato nel 1935 da Sir Alan Gardiner in persona, il Papiro Chester Beatty con le sue 41 prescrizioni è dedicato essenzialmente ad incantesimi contro il mal di testa e alle patologie dell’ano e del retto (il collegamento ci sfugge).

Una parte del Papiro Chester Beatty al British Museum di Londra

Forse per i suoi argomenti fu molto poco considerato – lo stesso British Museum lo relegò ad un ruolo molto in sordina. Oltre ad indicazioni molto precise che riguardano patologie come le emorroidi ed il prolasso rettale si trovano note molto confuse sui “vasi” (“metu”) che vedremo nella parte dedicata alle conoscenze mediche.

I PAPIRI DI BERLINO

Il papiro più importante della collezione di Berlino (Papiro 3038, detto anche Papiro Brugsch, che lo studiò per primo), fu scoperto dall’italiano (triestino, per meglio dire!) Joseph Passalacqua – un personaggio a cui varrebbe la pena dedicare un articolo a parte – probabilmente nel 1826, a quanto pare “in un vaso di terracotta a 10 piedi sotto terra vicino alle piramidi di Saqqara”.

Le ultime tre colonne (19-21) della prima pagina del Papiro Berlino 3038

Risale probabilmente al regno di Ramses II (XIX Dinastia) ed è formato da 24 colonne con 240 paragrafi, in diverse parti simili al Papiro Ebers con cui “condivide” l’essere stato ritrovato, nelle parole dello scriba, “sotto un piede della statua di Anubis a Letopoli” e la pretesa di risalire alla I Dinastia. Tanto per cambiare, essendo conservato in Germania non è mai stato tradotto in inglese…

È famoso soprattutto per il test di gravidanza: “La donna bagnerà ogni giorno con la sua urina della terra in cui avrà seminato grano e orzo. Se entrambi crescono, la donna è incinta. Se cresce di più il grano, sarà maschio; se cresce l’orzo sarà femmina. Se entrambi non crescono, la donna non è gravida”.

Da notare che nel 1963 è stato dimostrato che l’urina delle donne non gravide effettivamente previene la crescita di orzo e grano, ma è stato impossibile correlare la crescita di uno o dell’altro cereale al sesso del nascituro anche se uno studio tedesco del 1933 aveva parzialmente confermato le credenze egizie.

Heinrich Karl Brugsch, fratello di quell’Emile Brugsch che svuotò in fretta e furia la cachette reale di Deir-el-Bahari. Nessuno dei due fratelli fu rimpianto molto in Egitto.

Un secondo papiro pesantemente danneggiato (Papiro 3027), scoperto da Heinrich Brugsch a Saqqara e risalente alla XVIII Dinastia, intorno al 1450 BCE, consiste di 15 colonne dedicate alla gestazione ed alle malattie pediatriche – rendendolo il più vecchio testo pediatrico scoperto.

Per non annoiare troppo, degli altri papiri medici accenneremo qualcosa man mano che li troveremo coinvolti nelle singole specialità, come oculistica (Papiro Carlsberg), ortopedia (Papiri del Ramesseum) e morsi di animali (Papito Brooklyn).

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IL PAPIRO KAHUN

Di Andrea Petta e Franca Napoli

LA (QUASI) NASCITA DELLA GINECOLOGIA

La parte principale del Papiro Kahun (da “The Petrie Papyri – Hieratic Papyri from Kahun and Gurob” di Griffith, 1898)

Il Papiro Kahun non ha una storia “avventurosa” come quella dei Papiri Ebers ed Edwin Smith. Fu trovato direttamente da Flinders Petrie nel 1889 presso la cittadina di El-Lahun (no, non è un errore di battitura, Kahun è un quartiere di El-Lahun) nel delta del Nilo (vicino all’oasi del Fayyum) e di lì trasportato all’University College di Londra nel Museo Petrie.

Fu inizialmente tradotto e pubblicato da Griffith nel 1898 in una versione che, con pudore tipicamente inglese, riporta i termini dell’anatomia femminile (ritenuti poco consoni ai lettori) in latino invece che in inglese…

La traduzione in geroglifici di Griffith, 1898

Lungo circa un metro ed alto 32 cm, è composto da tre pagine con 34 colonne (ognuna descrive un caso) scritte in ieratico (ma una parte accessoria dedicata alla veterinaria, scritta da un’altra mano, è curiosamente in geroglifici).

Risale al Medio Regno e precisamente al regno di Amenhemet III (circa 1823 BCE) rendendolo il più antico finora ritrovato. Al ritrovamento non era in buone condizioni, e nonostante tutti gli interventi per conservarlo e ricostruirlo, alcune parti sono mancanti o danneggiate.

Dei 34 paragrafi, ben 17 seguono una formula tipica istruzioni/diagnosi:

  • “Istruzioni nel caso di una donna che…”
  • “Tu allora dirai…”
  • “Tu la tratterai in questo modo:…”

ma senza la parte che riguarda l’analisi della paziente (pudore? Ritenuta non necessaria?).

A volte la logica ci sfugge completamente: nel Paragrafo 5 si indica che una donna che abbia dolore ai denti ed alle gengive tanto da non poter aprire la bocca soffra di un dolore acuto del grembo (utero); il trattamento poi di fumigazione con olio e incenso, ricoprendola di urina d’asino potrebbe farci sorgere qualche dubbio sull’efficacia… Da notare comunque che “se il dolore è posizionato tra l’ombelico e le natiche”, il male è dichiarato incurabile (“bitu”)   

L’ultima parte, quella più danneggiata, del Papiro Kahun (da “The Petrie Papyri – Hieratic Papyri from Kahun and Gurob” di Griffith, 1898)

Oltre ai rimedi più strani (la fumigazione della vagina era molto praticata, apparentemente), per la prima volta si parla di stupro (paragrafo 2: “Una donna sofferente nelle parti intime e che sia stata maltrattata”), anche se la prescrizione è solo di assumere olio di oliva per bocca fino alla guarigione.

Di fianco a sistemi per facilitare la gravidanza (incenso, olio fresco, datteri e birra), abbiamo anche contraccettivi di dubbia efficacia: escrementi di coccodrillo sciolti in latte acido, oppure l’inserimento in vagina di un tampone con miele, spine di acacia tritate e natron, che viene indicato come “efficace per uno, due o tre anni”.

Se volete provare, non ci assumiamo responsabilità, ma è notevole il fatto che le spine di acacia contengano acido lattico, tuttora usato nelle creme e gelatine contraccettive…

Interessante è invece l’osservazione della distensione dei capillari (ma manca la parte del trattamento applicato per rivelarlo) come diagnosi di gravidanza.

Il metodo per determinare se una donna fosse fertile (inserimento di una cipolla in vagina per una notte e controllare se l’alito sappia di cipolla il mattino dopo) per quanto ci possa sembrare assurdo fu ripreso ed usato da Ippocrate ben 1,500 anni dopo.

Test di fertilità egizio…

Da un punto di vista medico, il Papiro Kahun ha un valore storico più che scientifico. Manca tutta la parte dell’analisi della paziente, il danneggiamento ha reso irrecuperabili molte parti, tanto da rendere incerta l’applicazione di molti trattamenti descritti.

Rimane una preziosa testimonianza della specializzazione della medicina egizia fin dai tempi più remoti

Un dettaglio della parte dedicata alla medicina veterinaria scritta in geroglifico
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LA RESURREZIONE DI OSIRIDE

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Il mito di Osiride (rinchiuso in un sarcofago dal fratello Seth, buttato in mare, approdato a Byblos dove diventa parte di un albero, recuperato da Iside, diviso in 13 parti – di nuovo da Seth – nuovamente recuperate da Iside tranne il membro virile mangiato da un coccodrillo del Nilo e ricomposte da Iside insieme a Thot, che insieme lo fanno “risorgere”) potrebbe avere in questa sua ultima parte una base medica.

La resurrezione di Osiride era stata infatti tradotta inizialmente come il dio tornato “sano ed in buona salute” (nella traduzione di Faulkner degli anni ’70, ad esempio), ed il suo simbolo, il pilastro djed, correttamente indicato come la colonna vertebrale del dio, come simbolo di postura eretta, e quindi “vivo”.

Osiride raffigurato come un pilastro djed con pastorale e flagello tra le mani

Nel testo originale (il mito è riportato nel Libro dei Morti) si fa però riferimento letteralmente alla ricostruzione della colonna vertebrale del dio defunto. Uno dei simboli utilizzati (Gardiner S24), inizialmente interpretato come un nodo alla cintura, viene utilizzato nel Papiro Edwin Smith per indicare le vertebre. Dallo stesso papiro di deduce che i medici egizi conoscessero la relazione tra lesioni vertebrali e paralisi (para- o tetraplegia) e che degli interventi fossero possibili a livello del sistema nervoso centrale.

I simboli legati alla colonna vertebrale

Non solo: la pratica in uso fin dall’antichità è quella di fasciare strettamente (ed in tempi moderni ingessare) intorno alle ossa fratturate dopo il riallineamento per permetterne la saldatura.

Si può ipotizzare che “Osiride” fosse un alto funzionario, forse addirittura un sovrano predinastico, andato incontro ad una frattura vertebrale che lo avesse lasciato paralizzato e guarito con un intervento medico di riduzione della frattura tale da far pensare ad una “resurrezione”? Completamente fasciato dopo l’intervento per permettere una guarigione completa, diventando l’iconografia ufficiale di Osiride?

Statuetta di Osiride con il pilastro djed nella posizione della sua colonna vertebrale e delle costole. Museo del Cairo

In tempi moderni l’intervento di stabilizzazione della colonna vertebrale si avvale di un filo guida e, praticate delle incisioni sulla cute, vengono fatte scorrere verso la frattura gli strumenti necessari ad inserire i mezzi di sintesi, cioè le viti e barre, non ferromagnetiche, attraverso cui è possibile la ricomposizione delle fratture vertebrali. Il risultato è un riallineamento delle vertebre che va a decomprimere il midollo spinale con recupero del deficit motorio. In tempi antichi una trazione della colonna con un intervento chirurgico che decomprimesse volutamente o fortunosamente il midollo spinale avrebbe avuto successo?

Pilastro djed con la corona di Osiride sul retro di un sarcofago, British Museum

Ricordiamoci che nel papiro Edwin Smith una frattura del cranio con esposizione del cervello è “un male che curerò”…

È un’ipotesi suggestiva. Ma solo un’ipotesi.

Nel Papiro di Ani, che abbiamo già incrociato molte volte, al capitolo 26 si invoca Anubi “per rendere le mie gambe forti…ho ripreso forza nelle mie mani e nelle mie braccia, forza nelle mie gambe e nei miei piedi”.

Ma soprattutto (capitolo 50):

Lega per me le vertebre del mio collo e della mia schiena. Mi è stato concesso il giorno in cui mi sono rialzato sulle mie due gambe dalla debolezza, il giorno in cui mi hanno tagliato i capelli. Seth e il ciclo degli dèi nella loro forza primordiale hanno fasciato le vertebre del mio collo e della mia schiena; possa non succedere mai nulla a causare la loro separazione… Nut [madre di tutti gli dèi, dea del cielo] ha fasciato le mie vertebre.”

Infine, nel capitolo 155: “Alzati…hai la tua spina dorsale” insieme alle istruzioni per porre un simbolo “djed” sul corpo del defunto.

Papiro di Ani, Plate XVI: al Capitolo 50 il riferimento a collo e vertebre fasciate collegate al potersi alzare sulle gambe

Non avremo mai la prova che una tale ipotesi possa corrispondere alla realtà: rimane un’idea intrigante

I pilastri djed nella camera sepolcrale di Nefertari

Bibliografia specifica:

  • Filler, Aaron G. “A historical hypothesis of the first recorded neurosurgical operation: Isis, Osiris, Thoth, and the origin of the djed cross.” Neurosurgical Focus 23.1 (2007): 1-6.
  • Loukas, Marios, et al. “Clinical anatomy as practiced by ancient Egyptians.” Clinical Anatomy 24.4 (2011): 409-415.
  • Okereke, Isaac, Kingsley Mmerem, and Dhanasekaraprabu Balasubramanian. “The Management of Cervical Spine Injuries–A Literature Review.” Orthopedic Reserch and Reviews 13 (2021): 151.
  • Lang JK, Kolenda H: First appearance and sense of the term “spinal column” in ancient Egypt. Historical vignette. J Neurosurg 97 (1 Suppl):152–155, 2002