Antico Regno, C'era una volta l'Egitto, IV Dinastia

LA PIRAMIDE DELLA REGINA HETEPHERES I

Di Piero Cargnino

Il Complesso funerario di Cheope ci riserva ancora interessanti sorprese, bene in vista le tre piramidi secondarie o “delle regine” che si trovano ad est della Grande Piramide di Cheope.

Oggi sono piccole strutture alte non più di una ventina di metri ma nell’antichità facevano bella mostra di se nei complessi funerari di molti faraoni tra cui Cheope. Il loro scopo era quello di rappresentare un luogo di culto per le madri, mogli, figlie e concubine del sovrano che in esse venivano sepolte.

La piramide più settentrionale delle tre (chiamata G1a) conteneva la sepoltura della regina Hetepheres I moglie di Snefru e madre di Cheope.

L’importanza della regina Hetepheres la si può chiaramente dedurre dai suoi titoli reali: “Madre del Re, Madre del Re delle Due Terre, Ancella di Horus, Figlia del corpo del dio”.

Venne chiamata “Figlia del dio” quando regnava suo padre il faraone Huni. Essa è considerata l’anello di congiunzione del sangue reale della III dinastia con la IV sposando per l’appunto il faraone Snefru.

Sposa minore di Snefru, diede alla luce il figlio Cheope e assunse grande importanza e considerazione quando il figlio divenne faraone. L’importanza della regina Hetepheres è anche dovuta al fatto che la sua tomba è una delle rarissime sepolture reali intatte dell’antico Egitto e l’unica inviolata fra quelle dell’Antico Regno.

Dal 1902 al 1926 ebbe luogo nella piana di Giza una grandiosa campagna di scavi organizzata congiuntamente dall’Università di Harvard con il Museum of Fine Arts di Boston, nel 1925 capo della spedizione era l’egittologo George Reisner e durante una sua momentanea assenza i suoi collaboratori scoprirono occasionalmente un pozzo molto profondo.

Subito iniziarono a scavare e dopo 26 metri si presentò loro un muro di mattoni, dopo aver praticato una breccia entrarono in una stanza rimanendo esterrefatti da ciò che videro, un prezioso corredo funebre comprendente un sarcofago d’alabastro bianco, il telaio di un baldacchino fatto di barre d’oro oltre a mobili di legno ed altri oggetti d’oro.

Gli oggetti vennero esaminati dall’egittologo e filologo inglese Battiscompe Gunn il quale individuò un’iscrizione col nome di Snefru, la cosa fece subito scalpore ma Gunn calmò subito gli animi asserendo che quello dimostrava solo che la tomba era appartenuta ad uno che era vissuto durante il regno di Snefru.

Vennero condotti altri studi a seguito dei quali Reisner ipotizzò che quella del pozzo fosse una ri-sepoltura segreta, dopo un’effrazione di ladri nella tomba originaria che dopo pochi mesi dichiarò trattarsi della tomba di Hetepheres I.

Nel 1927 si procedette all’apertura del sarcofago che, con grande sorpresa risultò completamente vuoto. Secondo Reisner Hetepheres fu dapprima sepolta a Dashur e dopo che la tomba fu violata venne portata a Giza.

Secondo Mark Lehner invece la tomba originaria della regina era quella in fondo al pozzo di Giza e, una volta violata il figlio Cheope gli fece costruire la piramide G1-a facendo traslare all’interno i resti di Hetepheres, alcuni resti del corredo vennero tralasciati. Questa piramide è aperta al pubblico ed io ho avuto il piacere di visitarla.

Fonti e bibliografia:

  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
  • Armando Mei e Nico Moretto, “Giza: le piramidi satellite ed il codice segreto”, lulu.com , 2010
  • Battiscombe George Gunn, “Studies in Egyptian Syntax, Paul Geuthner, Paris, 1924
  • Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1982 Edwards, I.E.S., “Review of ‘The Pyramid Tomb of Hetep-heres and the Satellite Pyramid of Khufu” in Journal of Egyptian Archaeology, n.75, 1989
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LE BARCHE SOLARI DI CHEOPE

Di Piero Cargnino

Molti di voi avranno visitato la piramide di Cheope ed ovviamente vi sarete recati nella parte a sud della piramide dove vi siete trovati davanti una grande costruzione moderna il Museo della barca, sarete sicuramente entrati ad ammirare la grande Barca Solare del sovrano.

Il Museo della barca è stato fondato da Kamal El-Mallakh, uno studioso di egittologia e cultura egizia che scoprì la barca nel 1954. Grande appassionato della storia del suo paese volle costruire un Museo solo per la barca vicino alla piramide, il Museo è stato progettato dall’architetto italiano Franco Miniussi. Il locale doveva essere anche dotato delle più moderne tecniche e tecnologie al fine di preservare la barca solare per molte generazioni. Per questo motivo il locale è stato dotato di un sistema completo di climatizzazione per mantenere sempre la giusta temperatura e il giusto grado di umidità.

La barca, una delle due scoperte da El-Mallakh, è la nave intatta più antica del mondo costruita per il re Faraone Khufu dalla IV dinastia intorno al 2500 a.C. La barca si trovava smontata e riposta  in cinque fosse vicino alla grande piramide ed era divisa in 1224 pezzi di legno di cedro che si è conservato intatto per quasi 5000 anni, occorsero 14 anni di lavoro, prima per capire come andava rimontata e poi rimontarla riportandola al suo antico splendore.

Si è così potuto stabilire che in origine la barca si componesse di circa 1200 pezzi tenuti insieme da pioli di sicomoro e corde a mezza erba. La sua lunghezza è di 43,6 metri e la larghezza di 5,9 metri, è dotata di 5 remi per lato più due a poppa che fungono da timone. Poco dopo fu scoperta un’altra barca che però, a causa delle cattive condizioni di conservazione, è stata lasciata all’interno della sua fossa originaria, quest’ultima è lunga 45 metri per 6 metri di larghezza.

Gli studiosi sono ancora incerti sulla funzione di queste imbarcazioni. Dallo studio di altre simili barche trovate nelle raffigurazioni, tipico inoltre il modello trovato in una tomba a Deir el-Bersha sul quale è raffigurata una mummia che viene trasportata verso la sepoltura. Da ciò si è dedotto che il faraone Cheope sia stato trasportato alla sua tomba su questa barca che pare riportare segni di aver navigato. Rimane però un grande interrogativo, perché due barche praticamente simili sepolte a così poca distanza? Perché non è stata seppellita intera invece che tagliarla in 1224 pezzi? Al momento nessuno è stato in grado di dare una risposta.

Esaminando a fondo i “Testi delle Piramidi” si è cercato di dare un significato simbolico religioso, i Testi fanno riferimento a due visioni diverse dell’oltretomba egizio. La concezione più antica, risalente alla I dinastia, afferma che la rinascita del sovrano avviene in forma stellare, ovvero il Ka diventa luminoso nella Duat come una stella di Orione. Quella più vicina alla IV dinastia fa riferimento al tramonto del sole nell’oltretomba da occidente come dio Atum.

Pare logico pensare che in questo caso i “Testi delle piramidi” facciano riferimento alla teologia di Ra nel senso che una volta morto, il sovrano rinasce e segue l’orbita del Sole in processione dietro le barche solari degli dei. Gli egittologi però concordano su un fatto, questo culto è diventò importante con Chefren, quindi Cheope sarebbe volato nella Duat in Orione per rinascere luminoso come stella. A questo punto verrebbero a cadere le supposizioni sulle sue “barche solari”.

Prendo atto dalle fonti che allo stato attuale nessuno è in grado di dare risposte certe. Concludo con la notizia, che penso molti di voi già conoscono, che il giorno 8 agosto 2021 la barca di Cheope è stata trasferita in pompa magna dal vecchio museo, adiacente la piramide, al nuovo Grande Museo Egizio. La barca ha viaggiato in un apposito contenitore la cui umidità era costantemente monitorata, il trasferimento è durato in tutto 10 ore, alla velocità di 750 metri l’ora.  

Fonti e bibliografia:

  • Riccardo Manzini, “Complessi piramidali egizi – Necropoli di Giza” – Vol.II – Ananke, 2008
  • Mark Lehner,  “The Complete Pyramids”, London: Thames and Hudson, 1997
  • Miroslav Verner, “The Pyramids: Their Archaeology and History”, Atlantic Books, 2003
  • Peter Janosi, “Le piramidi”, Il Mulino, 2006 Alberto Siliotti, “Guide to the pyramids of Egypt”, preface by Zahi Hawass, Barnes & Noble Books, 1997
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IL COMPLESSO FUNERARIO DEL FARAONE CHEOPE

Di Piero Cargnino

IL TEMPIO A MONTE, LA RAMPA PROCESSIONALE ED IL TEMPIO A VALLE

Che la Grande Piramide l’abbiano costruita gli egizi o gli alieni o una civiltà preesistente e che il faraone Cheope l’abbia solo restaurata impossessandosene è un argomento sul quale ogni discussione sarebbe fondata solo su supposizioni ed ipotesi alle quali chi le espone ci crede; beato lui. Non intendo dilungarmi oltre e, poiché mi sono riproposto di scrivere un po di storia antico-egizia, quello che vi propongo corrisponde a ciò che mi è possibile reperire dalle numerose fonti a disposizione. Dove è seppellito Cheope non lo sappiamo ma sta di fatto che intorno alla piramide si fece costruire un grande Complesso funerario del quale oggi purtroppo ne è rimasto ben poco.

Il complesso funerario di Cheope in origine comprendeva due templi funerari in suo onore (uno in prossimità della piramide e uno vicino al Nilo), tre piramidi più piccole, dette secondarie per le regine di Cheope (delle quali parleremo in un prossimo articolo), una più piccola piramide satellite (oggi non più esistente), una strada rialzata (detta rampa processionale, per collegare i due templi, quello a Monte con quello a Valle) e piccole mastabe, per i nobili.

Erodoto di Alicarnasso fu il primo studioso, di cui si abbia notizia, a raccogliere informazioni dai sacerdoti egizi suoi contemporanei, per integrarli nelle sue Storie e tramandarle fino a noi attraverso altri storici dell’antichità.

Partiamo dal particolare più importante in ogni complesso funerario, il Tempio a Monte. Il Tempio era il luogo sacro dedicato al culto del sovrano defunto, questo non va confuso con la piramide satellite (o cultuale). Una piccola piramide con funzione simbolica facente parte del complesso funerario e ubicata nel peribolo situato generalmente a sud di quella principale. Del Tempio a monte di Cheope non rimangono che le fondamenta per mezzo delle quali è stato possibile ricostruirlo idealmente. Ubicato sul lato est della piramide, come tutti i templi funerari risalenti alla IV dinastia non comunicava con questa.

Dal suo centro verso est, con una leggera deviazione a nord, partiva la Rampa Processionale. Il Tempio misurava 52 metri per 40,30 circa ed i muri che lo circondavano erano spessi 3 metri. Un portale con due battenti permetteva l’ingresso al tempio dalla Rampa, qui si presentava un grande cortile a peristilio il cui porticato era formato da colonne quadrate in granito, il pavimento era costituito da grosse lastre di basalto, attorno erano stati ricavati canali per lo smaltimento delle acque. La parte ad ovest del Tempio è completamente inesistente perché abbattuta il epoca saitica per l’edificazione di una tomba a pozzo che non venne mai completata. Tra la parete est della piramide e quella del Tempio è presente un elevato terrazzamento; sono state avanzate numerose ipotesi sulla ricostruzione della zona di culto, i rilievi architettonici fanno pensare all’esistenza di due alte stele con al centro una tavola per le offerte.

Come abbiamo detto, dal lato orientale partiva la Rampa Processionale le cui notevoli dimensioni e maestosità ci sono state riportate da Erodoto. Oggi compare solo più per piccoli tratti dallo studio dei quali, effettuati nel 1990, si è potuto stabilire che doveva essere lunga circa 800 metri e larga 10 con decorazioni sui muri laterali che sono state riscontrate su alcuni frammenti rinvenuti nella parte  iniziale nei pressi del Tempio a Valle. Recentemente è stata pubblicata sui media egiziani una notizia, corredata di immagini, secondo cui sarebbe stata scoperta: una parte della rampa processionale alla base della Grande Piramide.

Per quanto riguarda il Tempio a Valle sono ormai poche le tracce rimaste a testimoniare la sua presenza, si sa che venne utilizzato come cava per i blocchi che vennero utilizzati per la costruzione del complesso piramidale di Amenemhat I sui quali compaiono i cartigli di Cheope. Alcuni di questi massi sono stati ritrovati anche nel vicino villaggio di Nazlet el-Samman, poco sopra il tempio, qui sono state trovate anche alcune lastre di basalto che formavano la pavimentazione del Tempio di Cheope.

Oggi in luogo del Tempio a Valle e di parte della Rampa troviamo le abitazioni dei circa 70.000 abitanti del villaggio di Nazlet el-Samman. La scoperta della pavimentazione in basalto è stata fatta in modo del tutto occasionale in seguito ad uno scavo praticato abusivamente da un abitante per scavare un pozzo, le lastre si trovavano ad una profondità di circa 10 metri. Kamal Wahid, direttore generale delle Antichità di Giza, sarebbe corso sul posto a controllare. Una scoperta analoga in occasione del tutto fortuita avvenne già negli anni 80, durante i lavori per la costruzione di una fogna, vennero rinvenuti blocchi di calcare, mattoni crudi e parte di pavimentazione in basalto. Secondo Zahi Hawass si trattava di parte del tempio a valle e della rampa. A tutt’oggi però non sono stati eseguiti altri scavi e non se ne è più saputo nulla.

Un breve accenno al peribolo del Complesso funerario di Cheope, premesso che già a partire dalla IV dinastia, venne estremamente ridotto. Il peribolo era il recinto sacro posto attorno al tempio, e delimitava, con il muro perimetrale di cinta l’area sacra, detta cortile, da quella profana; in esso si trovavano edicole, altari, statue, alberi, doni votivi che non potevano esser conservati all’interno del tempio. Ciò che rimane del muro perimetrale si trova ad una decina di metri dalla piramide, si presenta largo circa 3,50 metri e le pareti erano inclinate ed intonacate e presentavano la sommità arrotondata, detta a dorso d’asino, non è possibile stimarne l’altezza poiché rimangono solo pochi resti. Il cortile era pavimentato con lastre di calcare bianco.

Fonti e bibliografia:

  • Armando Mei e Nico Moretto, “Giza: le piramidi satellite ed il codice segreto”, lulu.com , 2010
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, 2007
  • Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 2002
  • Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1982
  • Sir William Matthew Flinders Petrie, “The Pyramids and Temples of Gizeh”, Field & Tuer, 1883
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”,  Ed. Ananke, 2004
  • Peter Jànosi, “Le piramidi”, Ed. Il Mulino, 2006
  • Riccardo Manzini, “Complessi piramidali egizi – Necropoli di Giza”, Ananke, 2008
  • Salima Ikram, “Antico Egitto” Ananke, 2013
  • Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, De Agostini, Novara 1993
IV Dinastia, Mai cosa simile fu fatta, Mastaba

LA MASTABA DI KHUFU-KHA-EF

Di Grazia Musso

Titoli principali: Cancelliere, figlio di re

IV Dinastia

La tomba di questo principe, figlio di Cheope, si trova ad est della piramide di sua madre, la regina Henutsen, che occupa la posizione mediana nel gruppo delle tre piramidi secondarie di Cheope.

I bassorilievi che decorano le pareti di questa piccola tomba, sebbene senza tracce di policromia, sono di grande finezza e perfettamente conservati.

Nel vestibolo a destra e a sinistra della porta che dà accesso alla camere delle offerte, vi sono due grandi rappresentazioni del defunto con la madre (a sinistra) e con un figlio (a destra), mentre riceve le offerte.

Il tema delle offerte continua nella stanza successiva, dove si trova anche la Stele falsa porta e, nella parte nord, disposta su cinque registri, la processione dei portatori di offerte provenienti dai possedimenti del defunto, che qui è accompagnato dalla moglie.

Da questa stanza si entra nella camera sepolcrale, probabilmente di epoca più tarda e senza decorazioni.

Fonte: Le guide di Archeo: le piramidi d’Egitto – Edizioni White Star

Fotografie: Andrea Vitussi

IV Dinastia, Mai cosa simile fu fatta, Mastaba

LA MASTABA DELLA REGINA MERESANKH III

Di Grazia Musso

Titoli principali : Figlia del re, Sposa reale di Chefren

IV Dinastia

La Mastaba di Meresankh ( o Mersyankhl III) è una delle più belle della necropoli per la qualità dei bassorilievi che, in molte parti, hanno conservato una buona policromia.

Questa principessa, era figlia di Kawab e di Hetepheres II, entrambi figli di Cheope, e sposò in seguito il fratellastro Chefren.

La tomba comprende due stanze rettangolari disposte in senso nord – sud

Nella prima le pareti sono decorate prevalentemente con scene agricole , nautiche, di caccia e pesca, di preparazione degli alimenti e di artigianato.

Meresankh ed Hetepheres sono rappresentate mentre colgono fiori di loto e cacciano con le reti gli uccelli delle paludi.

Sulla piccola porzione della parete est, a sinistra della porta d’ingresso, i bassorilievi illustrano la fabbricazione delle statue.

In questo settore vi è una scena di grande interesse, che raffigura un artista chiamato “Rehay” intento a dipingere una statua della regina, mentre al suo fianco si trova lo scultore “Inkaf”, nell’atto di modellare una seconda statua di Meresankh : non sappiamo se questi due personaggi siano realmente i principali decoratori della tomba, ma è certo che si tratta della prima volta in cui gli artisti sono rappresentati con i loro nomi.

Nella contigua parete sud si osservano tre nicchie contenenti sei statue scolpite in alto rilievo, raffiguranti sei personaggi maschili non identificabili con precisione.

Sul lato nord si notano due pilastri quadrangolari, al di là dei quali vi è un prolungamento della prima sala: qui, nella parte rocciosa è intagliata una vasta nicchia in cui sono state scolpite in alto rilievo dieci grandi statue di dimensioni decrescente da destra a sinistra, raffiguranti personaggi femminili : in assenza di iscrizioni individuabili, si presume che queste statue raffigurano la defunta, sua madre Hetepheres, la figlia Sjepseskau e le altre figlie di Meresankh

La parte ovest, nella cui parte sud vi è anche una stele falsa porta incompiuta, comincia con due ampie aperture con la contigua sala delle offerte: qui, al tema dell’agricoltura si affianca. quello del banchetto funebre con cantanti e musici ( parete nord), mentre sulla parete ovest vi sono ancora altre due nicchie contenenti due statue ciascuna, raffiguranti probabilmente Meresankh e sua madre Hetepheres, che fiancheggiano una seconda stele falsa porta.

In questa stanza si trova anche il pozzo che conduce alla camera funeraria, situata a una profondità di circa 5 metri, dove nel 1927 Reisner trovò il sarcofago in granito nero con la mummia della regina, che venne trasferito Museo del Cairo.

Fonte

Le guide di Archeo – Piramidi d’Egitto – edizioni White Star

Fotografie

Egitto nel cuore e nella mente

Egypt Cradle of Civilization

Antico Regno, IV Dinastia, Piramidi, Sarcofagi

IL SARCOFAGO DELLA PIRAMIDE DI CHEFREN

Di Nico Pollone

Premetto che le notizie su questo sarcofago non sono univoche. A detta delle trascrizioni si tratta di un sarcofago in granito nero ciò che dalle foto non sembra. Unico sarcofago in questa stanza, è stato costruito per essere affondato nel piano rialzato del pavimento. A detta di ciò che viene riportato nei trafiletti delle fotografie, Il coperchio è stato trovato in due pezzi nelle vicinanze.

Non si comprende se quello che si vede in tutte le foto circolanti è l’originale restaurato

Questi non è più in posizione chiusa, ma è appoggiato lateralmente al sarcofago antistante la parete ovest, in posizione semi aperta.

La particolarità di questo oggetto sta nella ingegnosa fase costruttiva che lo rende inviolabile senza dover ricorrere alle maniere forti, cioè alla rottura.

L’apertura del coperchio non è possibile con il solo sollevamento o spostamento.

Infatti su tre lati, sia coperchio che sarcofago è munito di guide che oggi definiremmo a coda di rondine, queste rendono impossibile la separazione senza seguire il corretto scorrimento.

A sarcofago chiuso, due perni “ciechi”, a semplice caduta, bloccavano definitivamente l’apertura del coperchio. Per comprensione allego un disegno che ho trovato in rete non firmato, e che ho corretto, perché a mio avviso c’era una incongruenza.

Foto e disegni dalla rete. Mie le correzioni ai disegni presentati.

Antico Regno, IV Dinastia, Statue

STATUA DI CHEFREN IN TRONO

A cura di Luisa Bovitutti

“Un geroglifico tridimensionale scolpito nella pietra”

Rappresenta Chefren, faraone della IV dinastia, che regnò attorno al 2550 a. C. e fu scoperta nel 1860 dall’egittologo francese A. Mariette in una fossa sita nel vestibolo del Tempio a Valle della piramide del Re, insieme a molte altre, ma è l’unica quasi intatta; probabilmente era esposta nel tempio funerario del Faraone.
L’opera è un capolavoro della statuaria dell’Antico Regno ma supera i confini formali di una semplice scultura in quanto non è un ritratto fedele del sovrano ma trasmette un messaggio che ha attraversato i millenni.
Essa doveva celebrare l’autorità universale del sovrano, garante della stabilità e dell’unità del paese ed incarnazione del dio Horus, qui rappresentato in forma di falco che protegge con le sue ali spiegate la testa del re ed il trono d’Egitto.
Il Faraone indossa il nemes sormontato dall’ureo e la barba posticcia cerimoniale, simboli della sua natura divina; ha un gonnellino plissettato, lungo fino alle ginocchia, che rivela un corpo idealizzato, giovane e dai muscoli definiti, perfettamente in grado di assolvere al suo compito; le mani sono distese sulle ginocchia; l’avambraccio sinistro e parte della gamba sinistra sono mancanti.
I piedi di Chefren poggiano su una piattaforma decorata con i “nove archi”, simboli tradizionali del dominio del faraone sui nemici stranieri e interni.
La sua espressione di forza e di imperturbabilità allude ad un regno privo di turbamenti e perfettamente controllato, oltre che a un potere incontrastato; la sua corporatura sana e robusta e la sua postura immobile fanno intendere che il suo potere sarebbe esistito per sempre, anche nell’aldilà.
Il trono dall’alto schienale sul quale egli siede reca molteplici simboli regali: i braccioli sono decorati con protomi a forma di testa di leone e sui due lati è scolpito il simbolo sema-tawy, emblema dell’unione tra l’Alto ed il Basso Egitto rappresentati dal loto e dal papiro (piante araldiche delle due terre) i cui steli sono legati attorno al geroglifico della trachea che significa unire.

Antico Regno, IV Dinastia, Piramidi

LA PIRAMIDE DI DJEDEFRA

A cura di Luisa Bovitutti

Visione satellitare dell’area di Abu Rawash
Disegno delle camere sotterranee della piramide, oggi a cielo aperto
La piramide di Djedefra (quella bianca) confrontata con quelle superstiti
Esterno del sito: il primo strato della piramide sopravvissuto alla demolizione
Corridoio d’accesso al pozzo sepolcrale
Corridoio d’accesso al pozzo sepolcrale
Camera sepolcrale

La piramide di Djedefra, nota nell’antichità come “Cielo stellato di Djedefra” è situata ad Abu Rawash (circa 8 km a nord-est di Giza) ed è oggi in rovina; un gruppo di archeologi internazionali ha scavato nel sito per dodici anni e ne ha ricostruito la storia.

Essa fu edificata dal figlio e successore di Cheope tra il 2580 ed il 2570 a.C. su di un’altura di circa 90 m.; era rivestita di calcare e di granito rosso di Assuan come quella del padre ed aveva un grande pyramidion, forse costituito da una lega d’oro, argento e rame che brillava al sole.

Secondo gli ultimi calcoli superava di 7,62 metri la piramide di Cheope, alta 146 metri; ognuna delle singole facce, alla base, misurava 122 metri e l’angolo di inclinazione era di 64 gradi.

Il tempio funerario era collegato al tempio a valle da una rampa processionale molto lunga, stimata in circa 1700 m.

Per costruirla ci vollero otto anni di lavoro e oltre 15.000 operai: ogni singolo blocco di pietra pesava 25 tonnellate e per sollevarlo servivano 370 persone.

La sua demolizione iniziò forse nel Nuovo Regno ma si intensificò durante l’epoca romana ed i primi anni del cristianesimo quando fu sfruttata come cava per la realizzazione di nuove opere e di un monastero copto nel vicino Wadi Karin.

Attualmente rimangono la base della piramide ed il rivestimento dei corsi inferiori in granito rosso, sienite e quarzite rossa; nelle vicinanze sono stati ritrovati anche moltissimi contenitori per le offerte al faraone. Diversamente dalle altre piramidi, aveva le camere sepolcrali sotterranee anziché al suo interno; esse furono realizzate, così come il passaggio d’accesso, all’interno di una fossa di m. 21 x 9 x 20 scavata in un tumulo naturale (forse ​​simbolo della collina primieva della mitologia della creazione egizia) che venne poi riempita e coperta con l’erezione della piramide; l’area ove sorgeva il monumento era altresì recintata con un muro rettangolare orientato nord-sud, simile a quelli edificati in precedenza per Djosere Sekhemkhet. Nelle immagini trovate una visione satellitare dell’area nella quale si nota il perimetro della piramide e del recinto esterno, un disegno della struttura sotterranea della piramide ed uno che dà l’idea delle sue dimensioni confrontate con quelle delle piramidi superstiti, fotografie dell’esterno dei ruderi, del corridoio che dà accesso al pozzo di sepoltura (due) e della camera sepolcrale, che oggi sono a cielo aperto, essendo scomparsa la sovrastruttura.

Antico Regno, IV Dinastia

DJEDEFRA

LA QUARTA DINASTIA – IL TERZO SOVRANO: DJEDEFRA

A cura di Francesco Alba

Djedefra o Radjedef ( = “Stabile come Ra”, oppure “Ra è durevole”) regnò dal 2566 a.C. fino alla sua morte, nel 2558.

Figlio di Khufu-Cheope e di una regina secondaria, ebbe un breve regno che deve essere messo in relazione con la morte del principe Khawab, suo fratellastro ed erede legittimo. Djedefra faceva probabilmente parte di una differente linea della famiglia reale, forse con legami libici.

Di lui sappiamo che sposò Hetepheres II, sua sorellastra nonché vedova di Khawab. Di quest’ultima è attestato che fu madre della figlia di Khawab, Meresankh, sposa di Khafra-Chefren, successore di Djedefra.

Djedefra ebbe una figlia da Hetepheres, Neferhetepes, e tre figli dalla sposa secondaria Khentetkha: Setka, Baka e Harnit. Il loro elenco è stato ritrovato fra le rovine della piramide incompiuta del padre, ad Abu Rawash, ma nessuno di loro ereditò il trono.

Di questo sovrano si sa con certezza che fu il primo ad introdurre il quinto elemento essenziale della titolatura reale ufficiale, ovvero l’epiteto “Figlio di Ra”, per enfatizzare il legame esistente fra il re ed il suo mitico progenitore, il dio solare Ra.

Djedefra abbandonò la Piana di Giza per realizzare il suo complesso funerario ad Abu Rawash, nei pressi della necropoli settentrionale della Terza Dinastia. Questo complesso (peraltro incompiuto), che parte dal lato orientale della piramide, fu dotato di un tempio funerario denominato “Djedefra è una Stella Sehedu”. Un’ampia fossa che avrebbe dovuto contenere la barca solare (probabilmente simile a quella di Cheope) fu scavata all’estremità meridionale.

Ad Abu Rawash sono state riportate alla luce una ventina di statue, tutte in condizioni frammentarie. Per la costruzione del complesso furono impiegate pietre pregiate come la quarzite rossa. Fu rinvenuta inoltre una sfinge, primo utilizzo di questa figura simbolica in una tomba reale.

I faraoni successivi utilizzarono la piramide di Djedefra come cava ed egli rimase a lungo una figura misteriosa che rappresentò l’ascesa di una fazione della famiglia reale per un breve periodo di tempo. Sul sito è stata recentemente individuata la piramide di una regina.

Il nome del figlio di Cheope, Djedefra, racchiuso nel cartiglio che lo qualificava come re, era rozzamente tracciato su molti dei blocchi di calcare che sigillavano la fossa contenente la barca solare di Cheope, scoperta nel 1954 ai piedi della Grande Piramide. Si ritiene che questa sia la prova evidente che Djedefra successe a suo padre direttamente e non, come si riteneva in precedenza, molto piů tardi nel corso della Quarta Dinastia.

Riferimenti bibliografici:

Egyptian Art in the Age of the Pyramids The Metropolitan Museum of Art, New York. 1999

M.R. Bunson Encyclopedia of Ancient Egypt Facts On File, Inc. 2002N.

JenkinsThe Boat Beneath the PyramidLibrary of Congress Cataloging in Publication Data. 1980