Kemet Djedu

LO SCARABEO DI WAH

Di Livio Secco

Tra gli scarabei di Wah (vedi: https://laciviltaegizia.org/2022/06/05/gli-scarabei-di-wah/) c’è un monile pendente a forma di scarabeo decisamente non comune. Innanzi tutto è in argento, ma quello che più incuriosisce è l’iscrizione geroglifica riportata sopra.
Essa si confonde con il manufatto perché, pur essendo di un metallo diverso, ne ha una colorazione simile e quindi l’iscrizione, per essere letta, va in qualche modo evidenziata.

Dal sito del Metropolitan veniamo a sapere che Wah era un dipendente di un facoltoso nobile, Meketra. Il padrone donò al suo subordinato il gioiello in oggetto. Il fatto che esso sia fatto in argento con iscrizioni in elettro e che sia stato prodotto con una particolare manifattura ci rende molto sorpresi.

In Egitto l’argento, per un certo periodo, fu addirittura più costoso dell’oro poiché era tutto d’importazione. Il fatto poi che il nobile facesse iscrivere entrambi i nomi sul pendente ci documenta che lo stesso fu commissionato apposta come dono per un servitore del quale il padrone aveva davvero una stima profondissima, indubbiamente dimostrata dal costoso omaggio.

L’iscrizione è doppia ed è riportata sulle elitre del coleottero. Si legge tutto da destra a sinistra.
Come al solito ho aggiunto anche la codifica IPA per chi volesse leggere i geroglifici.

Kemet Djedu

RAHOTEP E NOFRET

Di Livio Secco

La coppia statuaria di Rahotep e Nofret custodita oggi al Museo Egizio del Cairo è un reperto celeberrimo per la riuscita realizzazione tenendo sempre ben presente che si tratta giusto di qualche millennio fa.

Tra tutte le persone incantate ci sono anch’io ed ho pensato bene di trasformarlo in una breve esercitazione del Laboratorio di Filologia Egizia dedicato agli allievi che hanno già frequentato il corso grammaticale.

In ogni caso non fatevi ingannare: è un lavoro di traduzione non impossibile ma certamente non facile. Infatti è ricco di ciò che chiamiamo scrittura difettiva. Per esigenze di spazio, e per le numerose tautologie, le grafie di molti titoli venivano ridotte nel numero dei segni con i quali avrebbero dovuto essere scritte per intero. In contesti ben evidenti, come quelli templari e funerari, non ci sarebbe stato il rischio di errate comprensioni, pertanto si poteva procedere con la tachigrafia delle titolature.

Per chi studia i geroglifici un problema in più che avvalora la sfida di comprenderli.

Come al solito ho aggiunto la riga di lettura in italiano secondo la codifica IPA.


Per coloro che volessero iniziare ad impegnarsi in questa stupenda GINNASTICA INTELLETTUALE non posso che raccomandare il seguente kit completo per l’autodidatta:


Grammatica primo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica secondo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica terzo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Dizionario egizio-italianohttps://www.amazon.it/Dizionario-egizio…/dp/8899334129…

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TAVOLETTA PER I SETTE OLI SACRI DI ANKHAF

Di Livio Secco

La tavoletta in alabastro per i Sette Oli Sacri appartenente ad Ankhaf descritta QUI ha una particolarità.

La grafia dei nomi e l’ordine degli oli, descritti sulle tavolette del corredo funebre, possono infatti essere diversi per epoca e ubicazione.

Il reperto qui mostrato, infatti, dimostra una curiosità.
Manca il quarto olio sacro il cui posto è preso, in settima posizione, dal materiale per la produzione dell’eyeliner o, come si diceva un tempo, il bistro per gli occhi.
Ciò non significa che ci sia un errore, ma, come già precisato, l’elenco e la grafia dei materiali sono cambiati nel corso del tempo.

Ancora una curiosità: il sesto e settimo olio sacro (il quinto e il sesto della tavoletta qui presentata) hanno il nome preceduto dal prefisso ḥȜt [hat]. Esso significa “prima, davanti…”. Qui il significato da attribuirgli è “la parte migliore, più qualitativa” del profumo relativo. Ciò che i “nasi” moderni chiamano “la testa” della fragranza.

Come d’abitudine ho anche aggiunto la codifica IPA per chi voglia pronunciare la scrittura geroglifica.

A coloro che fossero interessati ad approfondire l’argomento non posso che suggerire la lettura del Quaderno di Egittologia 50, LA BELLEZZA NELLO SGUARDO – La cosmesi nell’antico Egitto reperibile al seguente indirizzo https://ilmiolibro.kataweb.it/…/la-bellezza-nello-sguardo/

Il testo descrive, quando è documentato, la componentistica degli oli sacri, degli unguenti, dei profumi e di altri materiali cosmetici. Inoltre illustra l’accessoristica come acquamanili, specchi, pettini, beauty-case per concludersi con un paio di oggetti perlomeno curiosi sicuramente anch’essi appartenenti alla cosmetica.

Kemet Djedu

TUTANKHAMON E HATHOR

Di Livio Secco

Tra le decorazioni della parete sud della tomba KV62 di Tutankhamon (vedi: https://laciviltaegizia.org/2023/04/01/le-decorazioni-della-tomba-kv62/) il re riceve la vita, sotto forma di ankh, da Hathor, signora dell’Occidente.

Mi permetto di aggiungere un commento filologico della raffigurazione del re insieme alla dea Hathor.

Ricordo che “nb-ḫprw-rꜤ” [neb-keperu-ra] è il Quarto Protocollo Reale di Tutankhamon, il nome di intronizzazione. L’antroponimo significa “Il signore delle manifestazioni di Ra” (Leprohon).

Come di consueto, sulle diapositive della conferenza, ho aggiunto anche la pronuncia italiana secondo la codificazione IPA. La didascalia della dea si legge da sinistra a destra, dall’alto in basso. La didascalia del re si legge da destra a sinistra, dall’alto in basso. I geroglifici si leggono “andando loro incontro”. Per l’analisi della direttrice di lettura conviene fare affidamento sui geroglifici che rappresentano esseri viventi (umanità, animali…) in modo da evitare quelli simmetrici.

Per chi volesse approfondire la traduzione di tutte quattro le pareti della camera funeraria, le uniche decorate, posso consigliare la lettura del Quaderno di Egittologia nr 35, I GEROGLIFICI DI TUTANKHAMON – Traduzione della KV62 che potete trovare qui:
https://ilmiolibro.kataweb.it/…/i-geroglifici-di…

Kemet Djedu

L’USHABTI DI AMEN-HOTEP

Di Livio Secco

Il reperto del Museo Egizio del Cairo con il codice JE66247 pubblicato qui è un ushabti, cioè di una di quelle statuine antropomorfe che, secondo la religione egizia, avrebbero magicamente preso vita nell’Aldilà svolgendo gli incarichi al posto del defunto che, in questo modo, li avrebbe evitati.

Infatti alla chiamata di un dio sarebbe stato lo ushabti a rispondere. Non per niente il suo nome deriva dal verbo wšb [uʃeb] con il significato appunto di “colui che risponde”.

Gli ushabti venivano donati ai defunti più o meno come noi portiamo ai funerali mazzi o corone di fiori.

È credibile che esistessero degli artigiani che li preparassero con una produzione che potremmo dire quasi in serie. Venivano poi personalizzati all’ultimo, al momento della vendita con le iscrizioni dedicatorie opportune.

Poiché le due iscrizioni sembrano redatte con un inchiostro diverso, si può ipotizzare che l’iscrizione frontale fosse stata dipinta al momento della produzione del reperto. Amen-hotep era un nome comunissimo durante la XVIII dinastia ed il testo è generico.

La seconda colonna, messa di fianco, è sicuramente un’aggiunta posteriore, dipinta e personalizzata al momento della vendita.

Dalla traduzione del doppio testo ci deriviamo che, incaricato della sepoltura, fu il fratello del defunto.

Entrambe le colonne di testo si leggono da destra a sinistra, dall’alto al basso. Ho pure aggiunto la pronuncia secondo il codice IPA.

Kemet Djedu

GIOCHI EGIZI: IL MEHEN

Di Livio Secco

Questi pezzi in avorio venivano utilizzati per un antico gioco da tavolo egizio.

Il gioco in questione è il Mehen.

Io l’ho preso in considerazione per una conferenza sui giochi che erano diffusi nell’antico Egitto tra la popolazione nilotica in ogni stratificazione sociale.

La conferenza ha originato il Quaderno di Egittologia nr 17 GIOCHI D’EGITTO – I divertimenti del re che potete trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/624932/giochi-degitto/

La conferenza e il Quaderno prendono in esame i quattro giochi da tavolo più diffusi:
– il SENET
– il VENTI CASELLE
– il CANI E SCIACALLI
– il MEHEN
È davvero un percorso interessante quello che si snoda sotto gli occhi da chi si farà rapire dalla curiosità di come si divertivano gli Egizi.

Anche questa è cultura, anche un gioco antico fatto seduti sulla sabbia con i propri amici antagonisti è Civiltà Egizia.

PRIMA DIAPOSITIVA: oltre al Senet, al Venti Caselle e al Cani e Sciacalli esistevano nell’antico Egitto altri giochi, meno conosciuti, ma altrettanto interessanti.
Uno di questi è rappresentato nella tomba di Hesy-Ra (2700 a.C.) dipinto su di un muro: si tratta del Mehen, termine che significa “avvolgere, avvolto”.
Questo gioco veniva praticato su di un piano disegnato a spirale, spesso avente la forma di un serpente, con diverse quantità di caselle, sei collezioni di pedine diversamente colorate e sei pezzi speciali aventi la forma di animali pericolosi come leoni, ippopotami e talvolta anche cani.
Esso è l’unico gioco a più avversari conosciuto: tutti gli altri si prestano ad essere praticati da due giocatori soltanto mentre il Mehen riesce a coinvolgere fino a sei giocatori contemporaneamente.
Sembra che esso sia cessato di essere praticato a partire dal 2000 a.C. durante il Medio Regno determinando così una situazione molto strana.

SECONDA DIAPOSITIVA: il movimento delle pedine viene abilitato mediante il lancio, da parte dei giocatori, di tre bastoncini appiattiti. Essi presentano le facce colorate in modo diverso: scure da un lato e chiare dall’altro. Ovviamente i bastoncini, a causa della loro forma, quando ricadono sul tavolo presentano sempre e soltanto un solo lato.
La somma dei lati chiari determina di quante posizioni il giocatore, che ha effettuato il lancio, può muovere una sua pedina sulla tavola seguendo questa semplice tabella:
– un lato chiaro (due scuri): una casella
– due lati chiari (un lato scuro): due caselle
– tre lati chiari (nessun lato scuro): tre caselle
– tre lati scuri (nessun lato chiaro): sei caselle

TERZA DIAPOSITIVA: Sono previsti anche i contatori: essi sono quattro e sono identificati per il valore che rappresentano.
Esiste perciò un contatore per gli “uno” che sono usciti dal lancio dei bastoncini, un contatore per i “due”, un contatore per i “tre” e un contatore per i “sei”.
I contatori sono personalizzati per ogni giocatore partecipante e servono per memorizzare le mosse offerte dai bastoncini.
Come vedremo infatti le mosse sono immagazzinate nei contatori ed utilizzate dai giocatori a seconda delle loro strategie.
La gestione dei contatori può essere fatta per annotazione su carta oppure a mezzo di piccoli recipienti per ognuno dei valori possibili e con l’uso di materiali facenti la funzione di “gettoni” (es. sementi, pietrisco, legnetti, ossicini, …).
Ad esempio: il giocatore lancia i legnetti per le seguenti volte: 3+3+1+6+1+3+2. Avendo ottenuto un 2 al settimo lancio interrompe i lanci e può cominciare a fare 7 mosse diverse con i propri pezzi. Può anche non farle tutte: essendo registrate le potrà riservare per occasioni successive. L’importante è che il punteggio di ogni lancio non può essere ripartito su pedine diverse.

Kemet Djedu

AY NELLA KV62

Di Livio Secco

Sulla parete Nord della camera sepolcrale di Tutankhamon, quella che il visitatore si trova frontalmente appena accede alla camera funeraria, all’estrema destra viene raffigurata la mummia del re defunto e il suo immediato successore mentre esegue su essa la cerimonia di apertura della bocca per ridare al re l’uso dei cinque sensi nell’Aldilà.

La raffigurazione di Ay è supportata da una didascalia che presenta sicuramente una curiosità.

Come al solito ho aggiunto, all’analisi filologica, la codifica IPA per chi vuole leggere i geroglifici senza averli studiati.

A chi volesse approfondire l’argomento analizzando tutta la traduzione della KV62 non posso che consigliare il Quaderno di Egittologia 35, I GEROGLIFICI DI TUTANKHAMON – Traduzione della KV62 che può trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/i-geroglifici-di…/

Kemet Djedu

IL FUNERALE DI TUTANKHAMON

Di Livio Secco

Tra le decorazioni della tomba KV62, sulla parete EST viene raffigurato il funerale del re.

Innanzi tutto la tomba non è di tipo regale ma possiede una planimetria tipica per la sepoltura di un funzionario. Inoltre è decorata esclusivamente nella camera sepolcrale. Tutto ciò ci fa comprendere come la morte del sovrano colse tutti assolutamente impreparati sia per la realizzazione della tomba che per l’approntamento del corredo funerario.

Infatti la tomba usata fu sicuramente quella di un cortigiano, velocemente pitturata, mentre il corredo lo si formò prendendo notevoli parti di un sovrano precedente, Smenkhkara sicuramente.

Ritornando alla parete orientale traduciamo insieme la doppia iscrizione. Quella relativa al traino e quella relativa al catafalco.

IL TRAINO

IL CATAFALCO

A chi volesse approfondire l’argomento analizzando tutta la traduzione della KV62 non posso che consigliare il Quaderno di Egittologia 35, I GEROGLIFICI DI TUTANKHAMON – Traduzione della KV62 che può trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/i-geroglifici-di…/

Kemet Djedu, Mai cosa simile fu fatta, Statue, XVIII Dinastia

UN DIO, UN RE

GRUPPO STATUARIO DI TUTANKHAMON E AMON

Di Grazia Musso

Calcare, altezza 211 cm
Museo Egizio di Torino – Collezione Drovetti C. 768

Il gruppo statuario rappresenta il dio tebano Amon, seduto in trono, e il faraone Tutankhamon stante al suo fianco.

Il sovrano è raffigurato secondo una delle iconografia più ricorrenti nell’arte egizia: a torso nudo, con gonnellino plissetato ornato di cartiglio , la barba posticcia e il copricapo nemes impreziosito da un ureo sulla fronte.

Le sue dimensioni sono ridotte rispetto alla vicina vicina statua del dio, cosicché i volti della figura risultano alla stessa altezza, sebbene una sia seduta e l’altra in piedi.

Questa mancanza di proporzione tra Amon e Tutankhamon serve a dimostrare la maggiore importanza divina ed è un evidente segno di rispetto da parte del faraone che, dopo la venerazione del disco solare, ritornò al culto del dio tebano.

Il volto del dio, dall’espressione sorridente e serena, è impreziosito dalla barba posticcia ed è sormontato dal suo copricapo consueto. Si tratta di una bassa corona leggermente svasata verso l’alto sulla quale svetta o due alte piume accostate, di cui sono messe in evidenza le singole parti..

Il ritrovato legame di fede tra la dinastia monarchia e il dio Amon è sottolineato anche dal gesto affettuoso con cui il sovrano abbraccia la divinità.

Con questa composizione Tutankhamon ha voluto quindi sancire la rottura con la riforma religiosa di Amenofi IV – Akhenaton, rientrando il più possibile entro i canoni religiosi e artistici tradizionali.

Il sovrano Indossa un elaborato gonnellino plissettato, con risvolto frontale, che fa risaltare la forma del corpo. Proprio questa parte della composizione risente maggiormente degli influssi della precedente esperienza artistica amarniana, quando le figure erano caratterizzate da fianchi larghi, ventre cadente e cintura abbassata, aspetti che qui però risultano meno accentuati.

Il gruppo scultoreo fu poi usurpato , come spesso accadeva , da un altro faraone: Horemheb, che sostituì i cartigli del suo predecessore con i propri.

Il gruppo scultoreo è ornato, secondo la tradizione, di iscrizioni che riportano la titolatura e i nomi del faraone. Tra le teste delle due figure, ai lati delle gambe del dio e sulla cintura del faraone sono scritti i due nomi principali dell’usurpatore Horemheb, preceduti dalla definizione ” re dell’Alto e del Basso Egitto” e ” figlio di Ra”.

Fonte: I grandi musei – il Museo Egizio di Torino – Electra

ANALISI FILOLOGICA

Di Livio Secco

Questo gruppo statuario, uno dei più conosciuti del Museo Egizio di Torino, era già stato oggetto di un mio interessamento qualche mese fa. Ripropongo il lavoro perché sono convinto che vedere una statua egizia è bellissimo, ma leggerla è ancora meglio.

(ri)Provateci.

Kemet Djedu

LE CASSE MERET DELLA CAPPELLA ROSSA

Di Livio Secco

Tra le molte e suggestive raffigurazioni della Cappella Rossa di Hatshepsut a Karnak, fa bella mostra di se una particolare celebrazione rituale che vede come oggetto del culto stesso le casse “meret” (Blocco 303).

Oltre a vederle accuratamente predisposte su ogni traino individuale e perfettamente allineate per essere portate in processione, possiamo notare la presenza della coppia di co-reggenti Hatshepsut e un giovane Thutmose III.

La qualità delle iscrizioni è notevole e non ci si può sbagliare a riconoscere i geroglifici interpretandoli correttamente.

Come al solito ho aggiunto anche la pronuncia secondo il codice IPA così tutti potranno leggere i geroglifici.

La seconda parte del blocco 303 della Cappella Rossa di Hatshepsut.