Kemet Djedu

LA STELE DI AMENEMHAT

Di Livio Secco

La stele di Amenemhat è un vero e proprio ritratto familiare. Poiché le persone rappresentate sono indicate tutte come imȜḫ [imak] “venerabili”, cioè defunte beate, c’è una maggiore suggestione ad analizzarla. L’idea è che la coppia di genitori voglia tenere con se i due figli per l’eternità nonostante la morte sia sopravvenuta per tutti.

Il capofamiglia Amenemhat, riconoscibile per la barba, è seduto rivolto verso la moglie e abbraccia il ragazzo seduto accanto a lui. Si tratta del figlio Intef. Anche la madre abbraccia il giovane. La scena è osservata dalla figlia rimasta in piedi dietro al tavolo delle offerte funerarie.

La stele misura 30 x 50 cm e possiede ancora i suoi colori originali. E’ in calcare, fu ritrovata all’Asasif ed è custodita al Museo Egizio del Cairo con il numero di inventario JE45626.

Nessun egizio era davvero convinto che le offerte funerarie gli sarebbero state procurate per l’eternità dai propri eredi e discendenti. L’Egizio si rendeva perfettamente conto che, con il passare del tempo (neppure tanto lungo), le offerte sarebbero cessate del tutto. Quindi ricorreva alla magia della scrittura geroglifica. IL GEROGLIFICO, infatti, INVERA LA REALTA’. Cioè, ciò che è elencato e raffigurato si realizza magicamente e quotidianamente per sempre. Le offerte funerarie sono perciò descritte ed ed evocate proprio con la locuzione prt-ḫrw [peret-keru] letteralmente “un’uscita di voce” con la quale sono dichiarate le offerte alimentari necessarie: pane, birra e carne.

Qui diamo il commento filologico della stele dividendo le iscrizioni in quattro parti. Nella prima si analizzerà il semi registro destro, nella seconda quello sinistro. La terza parte analizzerà la didascalia della figlia mentre la quarta tradurrà l’identificativo del figlio.

Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per chi volesse leggere i geroglifici senza averli studiati.

Per coloro che volessero iniziare ad impegnarsi nella stupenda avventura della filologia egizia non mi resta che suggerire uno strumentario pressoché completo.

Kemet Djedu

UN PORTASTENDARDO DI AMON-RA

Di Livio Secco

La statua, parzialmente mutila, che raffigura un portastendardo divino che trovate descritta QUI ci fornisce le opportune didascalie in modo che la nostra identificazione sia facile, completa e precisa.

Come al solito, ne approfittiamo per trasformarlo in una esercitazione filologica.

La presenza di cartigli sulla superficie statuaria ci fa subito affermare che siamo in presenza di un re. Quindi sarà sufficiente traslitterare e tradurre il Protocollo Reale che vi è stato inciso.

Ricordo che lo studio del Protocollo Reale è complesso perché spesso, per motivi di spazio, non sono riportati tutti i segni geroglifici normalmente necessari: siamo in presenza di quello che si chiama scrittura difettiva.

Inoltre gli antroponimi sono interessati da fenomeni come la metatesi onorifica, quella grafica e qualche volta non sono rispettosi delle regole grammaticali. Tutto ciò complica le traduzioni tra un filologo e l’altro.

L’importanza dello studio del Protocollo Reale è determinato dal fatto che la combinazione dei cinque Grandi Nomi è il programma politico del re.

Per coloro che volessero approfondire questo importantissimo aspetto della filologia non posso che consigliare il Quaderno di Egittologia numero 22 IL PROTOCOLLO REALE – Composizione dell’onomastica faraonica che potete trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/

Kemet Djedu

UN PUNTALE ATONIANO

Di Livio Secco

Il Metropolitan di New York esibisce, nella sua Galleria 121, un piccolo oggetto d’oro che, a prima vista, assomiglia moltissimo ad una situla. La situla è un contenitore che richiama la forma del seno materno ed era adibito a contenere liquidi, in special modo il latte.

In realtà, per il museo americano, l’oggetto in questione è un puntale cioè la parte terminale metallica di uno scettro o di un’insegna. Il suo scopo era che il manufatto non si danneggiasse nelle sue estremità durante l’uso.

Per il ritrovamento e per l’iscrizione che reca il Museo assegna il reperto all’epoca amarniana quindi al Nuovo Regno, durante la XVIII dinastia, tra il 1353 e il 1336 a.C.
Il materiale con cui è stato fabbricato è oro e le sue dimensioni sono di 4,5 cm di altezza per un diametro di 1,5 cm.

Purtroppo il Museo non è in grado di dirci molto di più relativamente alla sua origine perché, al momento dell’acquisizione, era già stato ampiamente decontestualizzato. Infatti fu recuperato in un negozio finendo nella collezione di Theodore M. Davis il quale lo donò al Metropolitan nel 1915. Da allora esso fa parte della collezione con il numero di catalogo 30.8.372.

Ne diamo qui un commento filologico.
Nella prima immagine ho riportato una foto del Metropolitan. Accanto ne ho aggiunta un’altra al negativo realizzata con un programma di grafica. Può tornare utile per avere una diversa possibilità di visualizzare i geroglifici che possono generare dubbi di interpretazione.

Come al solito ho aggiunto la fonetizzazione in italiano secondo la codifica IPA per coloro che volessero leggere senza aver studiato il geroglifico.

Spero sempre che molti lettori si facciano prendere dalla febbre egittologica e si lascino tentare allo studio della lingua e scrittura egizia. Qui di seguito consiglio uno strumentario pressoché completo.

Kemet Djedu

CONTENITORE PER IL TRUCCO

Di Livio Secco

Il Metropolitan Museum of Art esibisce l’oggetto che presentiamo in questo post qualificandolo come segue.

Un barattolo di kohl sagomato ad imitazione di un fascio di canne.
Per chiuderlo c’era un coperchio piatto, ora mancante, che veniva ruotato attorno a un perno di metallo. Un pezzo di questo perno rimane ancora nel suo foro dimostrando il funzionamento del meccanismo che lo sigillava.

Il barattolo porta inciso il titolo di “Sposa del dio”, e quindi l’elegante vaso non poteva far parte dell’ultimo corredo funerario di Hatshepsut, ma doveva essere stato realizzato durante il matrimonio della regina con Thutmose II o durante i primi anni del suo regno congiunto con Thutmose III.

Probabilmente il manufatto fu regalato ad un stimato cortigiano oppure ad un familiare. Non abbiamo modo di accertare se abbia utilizzato lei stessa il vasetto prima di offrirlo come dono reale.

Come al solito ho messo anche la fonetizzazione italiana secondo la codifica IPA.


Per coloro che volessero iniziare lo studio della lingua egizia e della scrittura geroglifica posso consigliare la seguente strumentistica completa:


Grammatica primo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica secondo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica terzo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Dizionario egizio-italiano: https://www.amazon.it/Dizionario-egizio…/dp/8899334129…

Kemet Djedu

IL RILIEVO DI SETHY I RECUPERATO DA UN’ASTA INGLESE

Di Livio Secco

Franca Loi ha presentato QUI un rilievo recuperato dal Ministero delle Antichità egiziano in collaborazione con l’Interpol.

L’egittologo Mattia Mancini ci informa che tutto nacque quando il curatore della sezione Egitto & Nubia del British Museum, Marcel Marée, chiese informazioni al ministro egiziano El-Damaty in merito all’autenticità del pezzo.

Evidentemente il ministero si attivò per scoprire che, quello che stava andando all’asta a Londra era un blocco di calcare di 67 x 43 cm relativo a Sethy I che era stato illegalmente esportato dall’Egitto e che, pertanto, andava sequestrato e restituito.

Non mi dilungo oltre perché al post di Franca vorrei solo aggiungere un commento filologico.
Come di consueto ho aggiunto anche la codifica IPA per la pronuncia in italiano.


A chi volesse iniziare lo studio autodidattico della scrittura geroglifica mi permetto di segnalare la seguente strumentazione completa:

Kemet Djedu

LO SCARABEO DI WAH

Di Livio Secco

Tra gli scarabei di Wah (vedi: https://laciviltaegizia.org/2022/06/05/gli-scarabei-di-wah/) c’è un monile pendente a forma di scarabeo decisamente non comune. Innanzi tutto è in argento, ma quello che più incuriosisce è l’iscrizione geroglifica riportata sopra.
Essa si confonde con il manufatto perché, pur essendo di un metallo diverso, ne ha una colorazione simile e quindi l’iscrizione, per essere letta, va in qualche modo evidenziata.

Dal sito del Metropolitan veniamo a sapere che Wah era un dipendente di un facoltoso nobile, Meketra. Il padrone donò al suo subordinato il gioiello in oggetto. Il fatto che esso sia fatto in argento con iscrizioni in elettro e che sia stato prodotto con una particolare manifattura ci rende molto sorpresi.

In Egitto l’argento, per un certo periodo, fu addirittura più costoso dell’oro poiché era tutto d’importazione. Il fatto poi che il nobile facesse iscrivere entrambi i nomi sul pendente ci documenta che lo stesso fu commissionato apposta come dono per un servitore del quale il padrone aveva davvero una stima profondissima, indubbiamente dimostrata dal costoso omaggio.

L’iscrizione è doppia ed è riportata sulle elitre del coleottero. Si legge tutto da destra a sinistra.
Come al solito ho aggiunto anche la codifica IPA per chi volesse leggere i geroglifici.

Kemet Djedu

RAHOTEP E NOFRET

Di Livio Secco

La coppia statuaria di Rahotep e Nofret custodita oggi al Museo Egizio del Cairo è un reperto celeberrimo per la riuscita realizzazione tenendo sempre ben presente che si tratta giusto di qualche millennio fa.

Tra tutte le persone incantate ci sono anch’io ed ho pensato bene di trasformarlo in una breve esercitazione del Laboratorio di Filologia Egizia dedicato agli allievi che hanno già frequentato il corso grammaticale.

In ogni caso non fatevi ingannare: è un lavoro di traduzione non impossibile ma certamente non facile. Infatti è ricco di ciò che chiamiamo scrittura difettiva. Per esigenze di spazio, e per le numerose tautologie, le grafie di molti titoli venivano ridotte nel numero dei segni con i quali avrebbero dovuto essere scritte per intero. In contesti ben evidenti, come quelli templari e funerari, non ci sarebbe stato il rischio di errate comprensioni, pertanto si poteva procedere con la tachigrafia delle titolature.

Per chi studia i geroglifici un problema in più che avvalora la sfida di comprenderli.

Come al solito ho aggiunto la riga di lettura in italiano secondo la codifica IPA.


Per coloro che volessero iniziare ad impegnarsi in questa stupenda GINNASTICA INTELLETTUALE non posso che raccomandare il seguente kit completo per l’autodidatta:


Grammatica primo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica secondo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica terzo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

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Kemet Djedu

TAVOLETTA PER I SETTE OLI SACRI DI ANKHAF

Di Livio Secco

La tavoletta in alabastro per i Sette Oli Sacri appartenente ad Ankhaf descritta QUI ha una particolarità.

La grafia dei nomi e l’ordine degli oli, descritti sulle tavolette del corredo funebre, possono infatti essere diversi per epoca e ubicazione.

Il reperto qui mostrato, infatti, dimostra una curiosità.
Manca il quarto olio sacro il cui posto è preso, in settima posizione, dal materiale per la produzione dell’eyeliner o, come si diceva un tempo, il bistro per gli occhi.
Ciò non significa che ci sia un errore, ma, come già precisato, l’elenco e la grafia dei materiali sono cambiati nel corso del tempo.

Ancora una curiosità: il sesto e settimo olio sacro (il quinto e il sesto della tavoletta qui presentata) hanno il nome preceduto dal prefisso ḥȜt [hat]. Esso significa “prima, davanti…”. Qui il significato da attribuirgli è “la parte migliore, più qualitativa” del profumo relativo. Ciò che i “nasi” moderni chiamano “la testa” della fragranza.

Come d’abitudine ho anche aggiunto la codifica IPA per chi voglia pronunciare la scrittura geroglifica.

A coloro che fossero interessati ad approfondire l’argomento non posso che suggerire la lettura del Quaderno di Egittologia 50, LA BELLEZZA NELLO SGUARDO – La cosmesi nell’antico Egitto reperibile al seguente indirizzo https://ilmiolibro.kataweb.it/…/la-bellezza-nello-sguardo/

Il testo descrive, quando è documentato, la componentistica degli oli sacri, degli unguenti, dei profumi e di altri materiali cosmetici. Inoltre illustra l’accessoristica come acquamanili, specchi, pettini, beauty-case per concludersi con un paio di oggetti perlomeno curiosi sicuramente anch’essi appartenenti alla cosmetica.

Kemet Djedu

TUTANKHAMON E HATHOR

Di Livio Secco

Tra le decorazioni della parete sud della tomba KV62 di Tutankhamon (vedi: https://laciviltaegizia.org/2023/04/01/le-decorazioni-della-tomba-kv62/) il re riceve la vita, sotto forma di ankh, da Hathor, signora dell’Occidente.

Mi permetto di aggiungere un commento filologico della raffigurazione del re insieme alla dea Hathor.

Ricordo che “nb-ḫprw-rꜤ” [neb-keperu-ra] è il Quarto Protocollo Reale di Tutankhamon, il nome di intronizzazione. L’antroponimo significa “Il signore delle manifestazioni di Ra” (Leprohon).

Come di consueto, sulle diapositive della conferenza, ho aggiunto anche la pronuncia italiana secondo la codificazione IPA. La didascalia della dea si legge da sinistra a destra, dall’alto in basso. La didascalia del re si legge da destra a sinistra, dall’alto in basso. I geroglifici si leggono “andando loro incontro”. Per l’analisi della direttrice di lettura conviene fare affidamento sui geroglifici che rappresentano esseri viventi (umanità, animali…) in modo da evitare quelli simmetrici.

Per chi volesse approfondire la traduzione di tutte quattro le pareti della camera funeraria, le uniche decorate, posso consigliare la lettura del Quaderno di Egittologia nr 35, I GEROGLIFICI DI TUTANKHAMON – Traduzione della KV62 che potete trovare qui:
https://ilmiolibro.kataweb.it/…/i-geroglifici-di…

Kemet Djedu

L’USHABTI DI AMEN-HOTEP

Di Livio Secco

Il reperto del Museo Egizio del Cairo con il codice JE66247 pubblicato qui è un ushabti, cioè di una di quelle statuine antropomorfe che, secondo la religione egizia, avrebbero magicamente preso vita nell’Aldilà svolgendo gli incarichi al posto del defunto che, in questo modo, li avrebbe evitati.

Infatti alla chiamata di un dio sarebbe stato lo ushabti a rispondere. Non per niente il suo nome deriva dal verbo wšb [uʃeb] con il significato appunto di “colui che risponde”.

Gli ushabti venivano donati ai defunti più o meno come noi portiamo ai funerali mazzi o corone di fiori.

È credibile che esistessero degli artigiani che li preparassero con una produzione che potremmo dire quasi in serie. Venivano poi personalizzati all’ultimo, al momento della vendita con le iscrizioni dedicatorie opportune.

Poiché le due iscrizioni sembrano redatte con un inchiostro diverso, si può ipotizzare che l’iscrizione frontale fosse stata dipinta al momento della produzione del reperto. Amen-hotep era un nome comunissimo durante la XVIII dinastia ed il testo è generico.

La seconda colonna, messa di fianco, è sicuramente un’aggiunta posteriore, dipinta e personalizzata al momento della vendita.

Dalla traduzione del doppio testo ci deriviamo che, incaricato della sepoltura, fu il fratello del defunto.

Entrambe le colonne di testo si leggono da destra a sinistra, dall’alto al basso. Ho pure aggiunto la pronuncia secondo il codice IPA.