Since “silver was considerably rarer in Egypt than gold,” Psusennes I’s silver “coffin represents a sumptuous burial of great wealth during Egypt’s declining years.”
Psusennes I (Greek Ψουσέννης) was the third pharaoh of the 21st Dynasty who ruled from Tanis between 1047–1001 BC.
Psusennes is the Greek version of his original name Pasibkhanu or Pasebakhaenniut (Ancient Egyptian: pꜣ-sbꜣ-ḫꜥ(j)-n-njwt), which means “The Star Appearing in the City” while his throne name, Akheperre Setepenamun, translates as “Great are the Manifestations of Ra, chosen of Amun.”
He was the son of Pinedjem Iand Henuttawy, Ramesses XI’s daughter by Tentamun. He married his sister Mutnedjmet.
Heqakheperre Shoshenq II or Shoshenq IIa was a pharaoh of the 22nd dynastyof Egypt.
He was the only ruler of this Dynasty whose tomb was not plundered by tomb robbers.
His final resting place was discovered within an antechamber of Psusennes I’s tomb at Tanis by Pierre Montet in 1939.
Montet removed the coffin lid of Shoshenq II on March 20, 1939, in the presence of king Farouk of Egypt himself.
It proved to contain a large number of jewel-encrusted bracelets and pectorals, along with a beautiful hawkheaded silver coffin and a gold funerary mask.
The gold facemask had been placed upon the head of the king.
Montet later discovered the intact tombs of two Dynasty 21 kings—Psusennes I and Amenemope a year later in February and April 1940 respectively. Shoshenq II’s prenomen, Heqakheperre Setepenre, means “The manifestation of Ra rules, the chosen one of Ra.”
Rilievo raffigurante Thutmosis IV (i cui cartigli sono visibili sopra di lui) – Tempio di Karnak
Thutmosis IV e Amenhotep III avevano ereditato un apparato burocratico ed un esercito efficienti ed affidabili, guidati ormai da personaggi capaci e fedeli alla dinastia regnante, i cui antenati, grazie a Thutmosis III, avevano accumulato notevoli ricchezze come compenso per le attività pubbliche da loro svolte, con i tributi che provenivano dai paesi sottomessi e con i bottini raccolti nelle campagne militari.
Testa colossale di Amenhotep III, da Sheikh el-Gurna, ora al museo del Cairo
Visto che gli incarichi burocratici e militari tendevano a tramandarsi di padre in figlio, così come si evince dalle biografie di alcuni funzionari, si consolidarono tra le famiglie più potenti vicine al sovrano alleanze che davano solidità al trono, per cui il kap perse progressivamente di importanza, essendo tramontata la necessità di rinnovare la classe dirigente e di fidelizzarne i componenti.
Il kap probabilmente continuò ad ospitare i principi stranieri per garantirne la completa egittizzazione, in quanto in quel periodo si conoscono soprattutto cadetti non egizi: tra loro Resh, la cui madre era detta “l’Orientale” e del quale sono rimaste pochissime tracce; Aperel o Aperia, un nobile che servì Amenhotep III e divenne poi visir di Akhenaton, il cui nome non egizio indica la sua provenienza esotica ed i fratelli nubiani Djehutihotep detto Paitsi (che era il suo nome di origine) ed Amenemhat, i quali, dopo aver prestato servizio nell’amministrazione del loro paese, divennero governatori di Wawat.
La statua cubo del nubiano figlio del kap Amenemhat, fratello di Djehutihotep detto Paitsi, anch’egli cresciuto nel kap -, ora al Sudan National Museum di Khartoum
Tra gli egizi troviamo Sobekhotep (TT63), compagno del kap di Thutmosis IV, che ereditò dal padre Min il titolo di sovrintendente al tesoro e dal suocero quello di sindaco di El-Fayum, trasferendolo al figlio Paser (anch’egli figlio del kap di Amenhotep III, che rimase in carica almeno fino agli ultimi anni del regno di quest’ultimo.
Dalla tomba del figlio del kap Paser, un dipinto raffigurante una falsa porta ed ai lati scene di riti funerari
Tjenuna e Horemheb furono gli uomini di fiducia di Thutmosis IV; Menkheper divenne scriba reale della casa dei figli reali, mentre Ptahemhat divenne Supervisore dei lavori nel dominio di Amón e Portatore dello Stendardo del Signore delle Due Terre.
Amenhotep III con la madre Mutemuia, dalla tomba di Anen, cognato del re in quanto fratello della regina Tije. Copia di Nina de Garis Davies, ora al MET di New York
Deve il proprio successo al ruolo rivestito nel kap anche Heqarneheh, tutore di Amenhotep III e figlio di Heqaresu, a sua volta precettore del piccolo Amenhotep II, il quale evidenzia nel suo sepolcro il servizio privato ad alto livello prestato al sovrano e la posizione privilegiata goduta a corte dalla sua famiglia anche nel corso della generazione precedente.
Testa di Thutmosis IV, ora al Museo di Monaco di Baviera
Nei prossimi post si parlerà di alcuni tra questi eminenti personaggi, evidenziando le tracce che hanno lasciato di sè nella terra d’Egitto..
Sulla parete Nord della camera sepolcrale di Tutankhamon, quella che il visitatore si trova frontalmente appena accede alla camera funeraria, all’estrema destra viene raffigurata la mummia del re defunto e il suo immediato successore mentre esegue su essa la cerimonia di apertura della bocca per ridare al re l’uso dei cinque sensi nell’Aldilà.
La raffigurazione di Ay è supportata da una didascalia che presenta sicuramente una curiosità.
Come al solito ho aggiunto, all’analisi filologica, la codifica IPA per chi vuole leggere i geroglifici senza averli studiati.
A chi volesse approfondire l’argomento analizzando tutta la traduzione della KV62 non posso che consigliare il Quaderno di Egittologia 35, I GEROGLIFICI DI TUTANKHAMON – Traduzione della KV62 che può trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/i-geroglifici-di…/
Innanzi tutto la tomba non è di tipo regale ma possiede una planimetria tipica per la sepoltura di un funzionario. Inoltre è decorata esclusivamente nella camera sepolcrale. Tutto ciò ci fa comprendere come la morte del sovrano colse tutti assolutamente impreparati sia per la realizzazione della tomba che per l’approntamento del corredo funerario.
Infatti la tomba usata fu sicuramente quella di un cortigiano, velocemente pitturata, mentre il corredo lo si formò prendendo notevoli parti di un sovrano precedente, Smenkhkara sicuramente.
Ritornando alla parete orientale traduciamo insieme la doppia iscrizione. Quella relativa al traino e quella relativa al catafalco.
IL TRAINO
IL CATAFALCO
A chi volesse approfondire l’argomento analizzando tutta la traduzione della KV62 non posso che consigliare il Quaderno di Egittologia 35, I GEROGLIFICI DI TUTANKHAMON – Traduzione della KV62 che può trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/i-geroglifici-di…/
Una ricostruzione della camera funeraria che evidenzia le pitture parietali a fondo giallo con al centro il sarcofago.
La tomba di Tutankhamon, la cui scoperta nel 1922 da parte di Howard Carter, suscitò grande entusiasmo per l’eccezionalità dei tesori trovati, è, rispetto ad altre tombe reali, molto piccola. “Sia la modesta estensione del monumento funerario sia l’evidente rapidità con cui sono state eseguite le decorazioni, testimoniano della prematura morte (aveva 18 anni) di questo faraone salito al trono a nove anni succedendo ad Amenofi IV.”
Il sarcofago in quarzite in una foto originale di Harry Burton. Il sarcofago in quarzite e grande il coperchio di granito “erano scompagnati …altri segni della fretta con cui Tutankhamon fu deposto in quella che avrebbe dovuto essere la sua dimora per l’eternità. L’ enorme sarcofago serviva da ricettacolo ad altre tre ricchissime bare, l’ultima delle quali d’oro massiccio.”
La sensazionale scoperta colpì molto la fantasia popolare, ma gli studiosi hanno da sempre precisato che tutto il materiale ivi ammassato, a prima vista un tesoro unico, erano insieme di oggetti, sicuramente preziosi, ma provenienti da sepolture di sovrani scomparsi, per allestire velocemente il corredo funerario del giovane re. Infatti solo la camera sepolcrale è decorata da pitture, che sono giunte a noi quasi intatte. Le pareti sono rivestite di un intonaco di gesso dipinto di giallo, colore che rappresenta il divino. “La maggior parte delle figure rappresentate ha come base una griglia di venti quadrati, come si usava in epoca amarniana, anziché 18 in uso nei periodi precedenti e successivi.”
Le pitture murali hanno sicuramente un significato speciale per il viaggio del re essendo tutte correlate al compimento del passaggio di Tutankhamon alla vita eterna. Le decorazioni della parete est rappresentano l’unica scena della tomba che sia in rapporto con i viventi, l’est è Infatti il dominio della vita, l’orizzonte dove si leva il sole. La sequenza delle scene, che vanno lette da destra a sinistra, inizia sulla parete più a est, dove è raffigurato il funerale del sovrano.
La mummia reale, il cui nome è scritto sopra in geroglifici, è distesa su un catafalco riccamente decorato e trainato da un gruppo di dodici alti dignitari di corte con in capo la caratteristica benda bianca del lutto.
Particolare della parete est con i cinque gruppi di uomini che trainano la mummia di Tutankhamon. I personaggi dal cranio rasato sono i Visir dell’Alto e del Basso Egitto.
La mummia reale, il cui nome è scritto sopra in geroglifici, è distesa su un catafalco riccamente decorato con festoni di fiori e trainato da un gruppo di dodici alti dignitari di corte con in capo la caratteristica benda bianca del lutto. Tra loro, nei due con la testa rasata, si riconoscono i visir dell’Alto e Basso Egitto. Al di sopra un testo geroglifico riporta le parole rituali: ‘Neb-Kheperu-Ra (Tutankhamon), Vieni in pace, o Dio protettore del paese.” Soprattutto durante il nuovo Regno questo tipo di raffigurazioni ricorre spesso nelle tombe dei ricchi, ma non si è mai riscontrato in altre sepolture reali. Da questo punto di vista la tomba di Tutankhamon è un Unicum.
Solo la sala del sarcofago ha le pareti stuccate e dipinte: lo sfondo è giallo, il colore che rappresenta il divino. Tra le raffigurazioni che la ricoprono, solo la parete Ovest descrive i cicli dei testi funerari regali (libro dell’Amduat); le altre pareti illustrano le cerimonie funebri del re e l’accoglienza che gli viene riservata dagli dei nell’aldilà. Le scene sono sempre ordinate da destra verso sinistra.
Una delle prime ricostruzioni della camera funeraria della tomba di Tutankhamon. A destra è ben visibile la parete nord.
PARETE NORD
La parete settentrionale (nord) è divisa in tre parti e mostra il re dopo la morte. A destra è raffigurato il momento in cui Ay, con la corona blu (Khepresh) e la pelle di leopardo riservata ai sacerdoti, esegue il rito di rivificazione: ” l’apertura della bocca”del defunto faraone che è rappresentato come Osiride.
Il muro nord della camera funeraria. Foto: J. Paul Getty Trust
Tra i due è posto un tavolino dove sono sistemati gli strumenti necessari alla cerimonia. Questa scena conferma Ay quale erede del re, ma non rispetta le regole canoniche, perché Ay effettua la cerimonia, che era prevista per l’erede del trono, indossando i simboli della sovranità e sopra la sua testa si può leggere il suo nome di incoronazione che è “Keper-Keperu-Ra”.Tutto ciò ha scatenato tra gli studiosi non pochi dubbi.
Valle dei Re, tomba di Tutankhamon. Il gran sacerdote Ay presiede al rito dell’ “apertura della bocca” durante il funerale di Tutankhamon.
Nella parte centrale il sovrano, è in abiti terreni, ” ovvero del re vivente giacché egli è ormai tale dopo la cerimonia de “l’apertura della bocca” ed è accolto nell’aldilà dalla dea Nut”.
Nell’ultima scena della parete Tutankhamon, affiancato dal suo Ka, la forza vitale, abbraccia Osiride il re dei defunti, con il quale egli stesso ormai si identifica.
Tutankhamon, affiancato dal suo Ka, la forza vitale, abbraccia Osiride il re dei defunti, con il quale egli stesso ormai si identifica.
La nuova piattaforma per i visitatori nella tomba di Re Tutankhamon Foto: J. Paul Getty Trust
PARETE OVEST
Tra le raffigurazioni che ricoprono le pareti della camera funeraria di Tutankhamon solo la parete ovest allude ai cicli dei testi funerari regali. Le altre pareti rappresentano scene relative alle cerimonie funebri del faraone e all’accoglienza che le divinità gli riservano nell’aldilà. Come già ricordato nelle pareti precedenti, le scene vanno lette da destra verso sinistra. La sequenza inizia dalla parete più a est dove è descritto dettagliatamente il funerale del sovrano, e tutte sono correlate al compimento del passaggio del re alla vita eterna.
La decorazione della parete ovest è stata dedicata alla prima ora della notte, come è descritta nel testo funerario dell’ Amduat (ciò che è nell’aldilà).
La decorazione della parete ovest è stata dedicata alla prima ora della notte, come è descritta nel testo funerario dell’ Amduat (ciò che è nell’aldilà), anche se in una versione breve e incompleta. Nel registro superiore abbiamo la barca solare sulla quale viaggia il dio Khepri, come scarabeo.
Nel registro Superiore si trova la barca solare, sulla quale e rappresentato lo scarabeo Khepri, il sole nascente. Due figure maschili entrambe rappresentanti Osiride, sollevano le braccia in atto di omaggio nella sua direzione.
Khepri (parte integrante del prenome Neb-Kheperu-Ra di Tutankhamon) è identificato con il sole nascente; ai suoi lati due figure maschili, rappresentanti ambedue Osiride, gli rendono omaggio con le braccia in alto. A destra dell’imbarcazione una processione di cinque divinità dell’oltretomba: Maa, Nebtuba, Heru,, Kashu e Nehes (tre dei e due dee).
Nel registro Superiore, sulla parte destra, una processione di cinque divinità dell’oltretomba: Maa, Nebtuba, Heru,, Kashu e Nehes (tre dei e due dee).
La parte inferiore è suddivisa in sezioni che rappresentano dodici babbuini accovacciati, simbolo delle dodici ore della notte “attraverso le quali il re doveva passare per poter rinascere”
Il babbuino raffigurato nella prima casella , in alto a sinistra. Rappresenta una delle 12 ore della notte, attraverso le quali doveva passare il re per poter rinascere.
KV35 è un’antica tomba egizia scoperta nel 1898 da Victor Loret nella cosiddetta Valle dei Re . Appartiene al faraone Amenhotep II
Camera funeraria della tomba KV35: In alto sulla destra la rappresentazione della Duat
Rappresentazione ravvicinata della Duat nella tomba KV35 nella Valle dei Re.
Figurazione del “Libro delle Porte” nella tomba (KV57) di Horemheb.
PARETE SUD
La parete sud
Le pareti della camera funeraria di Tutankhamon erano dipinte con raffigurazioni che ci sono pervenute quasi intatte. Purtroppo la porta che dava accesso alla camera sepolcrale era posizionata nella parete sud ed è quella che ha subito gravi danni a causa delle inevitabili opere di smantellamento necessarie per consentire il passaggio degli ingombranti scrigni in legno dorato ed i preziosi sarcofagi. L’equipe di Howard Carter riuscì comunque a recuperare la maggior parte dei frammenti, così da poter ricostruire la scena . Oggi, grazie a ripetuti lavori di restauro è possibile osservare il re con il copricapo Khat, che riceve la vita, sotto forma di ankh, da Hathor, signora dell’Occidente, in presenza di Anubi, divinità dell’oltretomba e della mummificazione.
Immagine ravvicinata di Tutankhamon che riceve la vita sotto forma di Ankh da Hator, signora dell’Occidente
Il rito del dono dell’ankh, o dono della vita, era uno dei più importanti e indispensabili per i sovrani dell’Antico Egitto, “rappresentava come una sorta di garanzia di vita eterna e rinascita nell’aldilà; conferita al re dagli dei è basata sull’eccellenza del lavoro da lui compiuto durante la sua vita terrena per mantenere l’ordine del mondo e sconfiggere le forze della natura”.
Immagine ravvicinata di Anubi
Originariamente la scena proseguiva con la dea Iside: dietro di lei c’erano tre dei dell’oltretomba in ginocchio: “tre grandi dei, signori della duat” come precisa lo stesso Carter.
È oggi evidente che la decorazione di questa parete sia stata fatta per ultima e in fretta dopo che gli scrigni erano stati montati nella Camera Funeraria. È inoltre evidente, inoltre, la differenza, di “mano” di chi la eseguì (rispetto alle altre) anche perché le proporzioni delle figure, su questa parete, non sono basate sul canone amarniano di 20 quadrati, bensì sulla più tradizionale griglia compositiva di 18 quadrati”.
Colonne hathoriche del Tempio di Nectanebo I ad Hathor, a File
Le pitture murali della tomba di Tutankhamon hanno un significato speciale per il suo viaggio nell’oltretomba; nonostante siano scarne di contenuto e molto semplici nelle esecuzione, assumono un interesse particolare perché formano l’essenza dei concetti che riguardano l’aldilà tipici dell’epoca.
Statua di Anubi ritrovata nel lato occidentale della camera funebre di Tutankhamon. La statua di Anubi, divinità dell’oltretomba e della mummificazione, rappresenta lo sciacallo accucciato a guardia dei tesori del suo padrone. È fatta di legno ricoperto di resina nera ed è dorato su collo e occhi (in calcite ed ossidiana) e sull’interno delle orecchie; le unghie sono invece di argento massiccio
Volevo invece parlarvi in dettaglio di un’ipotesi – che molti di voi probabilmente conoscono – secondo cui la maschera di Tutankhamon sarebbe…di un altro.
Il principale sostenitore di questa tesi è l’archeologo Nicholas Reeves (lo stesso che ipotizza che dietro la parete nord della camera sepolcrale di Tutankhamon si nasconda la tomba di Nefertiti), ma è stata appoggiata anche da altri egittologi quali Joan Fletcher – e fermamente respinta da altri, come Zahi hawass.
Da dove parte questa intrigante ipotesi?
Innanzitutto sappiamo che la maschera, che pesa ben 11 chilogrammi d’oro, non è formata da un unico pezzo: La maschera infatti è formata da almeno otto parti diverse, unite da rivetti, in due leghe diverse d’oro, entrambe ad alta caratura (parliamo di > 23 carati per la “base” e 18-23 carati per le finiture), leggermente più fredda per viso e collo, più calda per il resto della maschera.
Il volto è sicuramente il suo, congruo con la prima e la terza bara nonché con le statue-guardiano all’ingresso della camera sepolcrale. Le iscrizioni sul retro della maschera (Capitolo 151 del Libro dei Morti) riportano invece tracce di manipolazione o correzione dei cartigli di Tutankhamon, che lasciano intravedere un secondo nome inciso sotto.
Una foto “traditrice”: la barba cerimoniale è già spezzata mentre la maschera è ancora sulla mummia di Tutankhamon – probabilmente rotta durante i primi tentativi di liberare la mummia dalla massa bituminosa versata nella terza bara
Lo stesso Burton ci testimonia il distacco della barba cerimoniale e dei collari in dischi d’oro e faience
I danni alla maschera sono evidenti soprattutto nella decorazione di pasta vitrea blu sul nemes, staccatasi in diversi punti (dovuta alla difficoltà di liberarla dalla massa bituminosa in cui era avvolta la terza bara), ma ci sono anche due fori nella parte anteriore destra praticati nell’antichità. L’ipotesi più accreditata è che siano stati fatti per legare il flagello in posizione al momento della cerimonia della “Apertura della Bocca” quando la mummia del Faraone defunto doveva essere posizionata in piedi (come raffigurato sulla parete nord della tomba).
I fori sul lato destro della maschera attraverso cui era stata passato un filo per tenere alto il flagello regale
Un terzo danno nella parte posteriore – apparentemente dovuto ad un urto o una caduta – ha fatto sospettare che qualche incidente sia avvenuto durante la cerimonia funebre (non sorprendentemente visto il peso dei singoli elementi e lo strettissimo spazio a disposizione).
Nel 2014, sostituendo una luce della teca in cui era esposta, la maschera è caduta staccando nuovamente la barba; sono stati necessari due interventi di restauro per ri-posizionarla.
Le analisi fotografiche recenti hanno portato alla conclusione che la maschera sia stata modellata martellandola a freddo e rivettando o saldando le singole parti, che risultano essere:
– Il pannello frontale
– Il pannello posteriore
– L’ureo e l’avvoltoio sulla fronte
– Il viso
– Le due orecchie
– La barba
– Il collare
Le diverse parti che compongo la maschera
L’interno della maschera con le parti separate saldate o rivettate
Secondo Reeves, anche se il viso separato era una caratteristica costruttiva confermato anche da altri ritrovamenti, il fatto che il contorno occhi/sopracciglia sia in lapislazzuli invece che pasta vitrea come il nemes e la lega leggermente diversa del volto suggerirebbero una possibile modifica del “destinatario” della maschera.
Un elemento critico parrebbero essere i due dischi d’oro originariamente posti sui fori dei lobi della maschera, così come sulla terza bara. Tutankhamon aveva i lobi forati, come mostrato nella famigerata testa che emerge dal fiore di loto; allora perché coprire i fori?
I due dischi che chiudevano i fori sui lobi delle orecchie della maschera funebre
Solo tre Faraoni sono rappresentati con gli orecchini: oltre a Tutankhamon, solo Amenhotep I e Ramses II – ma in tutti e tre i casi sono raffigurati fanciulli. Se ne dedurrebbe che per i maschi adulti non fosse conveniente mostrarsi con gli orecchini. Un’ipotesi prevede quindi che la terza bara e la maschera siano stati preparati quando Tutankhamon era ancora un ragazzino all’ascesa al trono, e successivamente i fori ai lobi delle orecchie siano stati coperti. L’ipotesi sarebbe però in contrasto con il fatto che entrambi siano modellati per un adulto.
Un’altra ipotesi considera invece che la maschera sia sitata preparata per una donna e che la parte del volto sia stata “estratta” e sostituita con le sembianze di Tutankhamon. A sostegno di questa ipotesi Reeves cita lo scarabeo in resina (Carter 256q) – che probabilmente sostituì lo scarabeo del cuore – la cui collana è in oro riutilizzato, e le fasce dorate che avvolgevano la mummia del Faraone. Entrambi hanno inciso sul loro lato inferiore il cartiglio di Ankhe(t)perure Neferneferuaton, lo sfuggente personaggio che sarebbe salito al trono dopo Akhenaton e Smenkhare, prima di Tutankhamon.
Lo scarabeo in resina probabilmente usurpato per Tutankhamon
Le fasce dorate le cui bande inferiori riportano i cartigli di Neferneferuaton
Marc Gabolde nel 1998 ha trovato una frase associata a Neferneferuaton, “Colei che è di beneficio per suo marito”, che secondo Reeves e Gabolde stesso identificherebbe questa figura regale come Nefertiti.
L’identificazione di altri oggetti nella tomba che non apparterrebbero al corredo originale di Tutankhamon sembrerebbe rafforzare questa ipotesi. I contenitori dei vasi canopici, di sembianza femminile, i piccoli sarcofagi all’interno che contenevano gli organi interni del Faraone, che non hanno le figure delle dee alate (simbolo faraonico) e i cui cartigli all’interno sembrerebbero mostrare al di sotto, sovraincisi, i cartigli Neferneferuaton. Il nome Neferneferuaton è inoltre compatibile con ciò che si intravede sotto i cartigli modificati sul retro della maschera.
Il cartiglio modificato visibile sulla parte laterale della maschera
Ricostruzione del cartiglio sovrainciso: Ankhe(t)perure Neferneferuaton
Le figure rappresentate sui contenitori in alabastro dei vasi canopi hanno sembianze decisamente femminili
Uno dei sarcofagi canopici contenete gli organi interni del Faraone: mancano le dee alate sui fianchi; secondo Reeves un indizio che furono preparati per un co-reggente
L’ipotesi di Reeves, quindi, è che la maschera funebre sia stata inizialmente cesellata per Nefertiti nel suo ruolo di co-reggente di Akhenaton, probabilmente con i suoi tipici orecchini a bottone, e che in un secondo tempo siano stati asportati il viso (rimodellato sulle fattezze di Tutankhamon) e le orecchie (i cui lobi forati sono stati coperti da un disco d’oro) prima di riapplicarli alla maschera stessa.
La ricostruzione di Reeves dell’ipotetica maschera originale unendo l’immagine del busto di Nefertiti a Berlino
Un’ipotesi intrigante, che probabilmente continuerà a dividere gli archeologi ancora per molto.
FONTI:
Nicholas Reeves, The Gold Mask Of Ankhkheperure Neferneferuaten. Journal of Ancient Egyptian Interconnections, 2015
Nicholas Reeves, Tutankhamun’s Mask Reconsidered. Bulletin Of The Egyptological Seminar, 2015
Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
Calcare, altezza 211 cm Museo Egizio di Torino – Collezione Drovetti C. 768
Il gruppo statuario rappresenta il dio tebano Amon, seduto in trono, e il faraone Tutankhamon stante al suo fianco.
Il sovrano è raffigurato secondo una delle iconografia più ricorrenti nell’arte egizia: a torso nudo, con gonnellino plissetato ornato di cartiglio , la barba posticcia e il copricapo nemes impreziosito da un ureo sulla fronte.
Le sue dimensioni sono ridotte rispetto alla vicina vicina statua del dio, cosicché i volti della figura risultano alla stessa altezza, sebbene una sia seduta e l’altra in piedi.
Questa mancanza di proporzione tra Amon e Tutankhamon serve a dimostrare la maggiore importanza divina ed è un evidente segno di rispetto da parte del faraone che, dopo la venerazione del disco solare, ritornò al culto del dio tebano.
Il volto del dio, dall’espressione sorridente e serena, è impreziosito dalla barba posticcia ed è sormontato dal suo copricapo consueto. Si tratta di una bassa corona leggermente svasata verso l’alto sulla quale svetta o due alte piume accostate, di cui sono messe in evidenza le singole parti..
Il ritrovato legame di fede tra la dinastia monarchia e il dio Amon è sottolineato anche dal gesto affettuoso con cui il sovrano abbraccia la divinità.
Con questa composizione Tutankhamon ha voluto quindi sancire la rottura con la riforma religiosa di Amenofi IV – Akhenaton, rientrando il più possibile entro i canoni religiosi e artistici tradizionali.
Il sovrano Indossa un elaborato gonnellino plissettato, con risvolto frontale, che fa risaltare la forma del corpo. Proprio questa parte della composizione risente maggiormente degli influssi della precedente esperienza artistica amarniana, quando le figure erano caratterizzate da fianchi larghi, ventre cadente e cintura abbassata, aspetti che qui però risultano meno accentuati.
Il gruppo scultoreo fu poi usurpato , come spesso accadeva , da un altro faraone: Horemheb, che sostituì i cartigli del suo predecessore con i propri.
Il gruppo scultoreo è ornato, secondo la tradizione, di iscrizioni che riportano la titolatura e i nomi del faraone. Tra le teste delle due figure, ai lati delle gambe del dio e sulla cintura del faraone sono scritti i due nomi principali dell’usurpatore Horemheb, preceduti dalla definizione ” re dell’Alto e del Basso Egitto” e ” figlio di Ra”.
Fonte: I grandi musei – il Museo Egizio di Torino – Electra
ANALISI FILOLOGICA
Di Livio Secco
Questo gruppo statuario, uno dei più conosciuti del Museo Egizio di Torino, era già stato oggetto di un mio interessamento qualche mese fa. Ripropongo il lavoro perché sono convinto che vedere una statua egizia è bellissimo, ma leggerla è ancora meglio.
Sicuramente tutti ricorderete, anni fa (ma non è che il fenomeno sia poi relegato ai soli tempi andati), una famosa urlatrice televisiva che distribuiva numeri al lotto per la modica somma di trecentomila lire (chissà perché, se era così brava a indovinarli, non se li giocava lei).
Se i numeri non uscivano, però, era chiaro che al malcapitato qualcuno aveva scagliato un anatema, lanciata una “fattura”, e il malocchio regnava sovrano. Niente paura, reclamizzava l’urlatrice, bastava investire altre somme, che potevano arrivare nel tempo addirittura a centinaia di milioni di lire (una vittima parlò di oltre 250milioni), per superare il brutto momento. Per sapere se tutto si era risolto, veniva tuttavia fornita (bontà sua gratis) una busta di sale con cui svolgere rituali magici. E se la sfortuna perseguitava ancora il malcapitato, era ovviamente proprio colpa di un errore nel rituale del sale o nella potenza della fattura.
Perché questa premessa? Se si considera che la Guardia di Finanza valutò il patrimonio raccolto dalla teleimbonitrice in oltre sessanta miliardi di allora, si capirà perché sarebbe stato davvero una manna se fosse esistito ancora il blachennomio; un nome che mette soggezione e fa anche un po’ paura, e bene sarebbe se facesse ancora più paura, visto che era la “tassa sulla stupidità” (Βλακεννόμιον τέλος: da blax = stupido e nòmos = legge) che esisteva presso i greci e che doveva essere pagata da indovini e maghi che si arricchivano proprio sulla semplicità, o stupidità, di chi a loro si rivolgeva.
ISIDE A ROMA
Vi starete chiedendo, come al solito, che c’entra questo incipit con l’argomento di cui mi accingo a scrivere. Un po’ di pazienza e un altro piccolo inciso sul culto di Iside a Roma.
Il suo maggior tempio era l’Iseo Campense, così detto perché si trovava in Campo Marzio[1], nei pressi del Pantheon, e in cui si veneravano Iside e il suo sposo Serapide.
Era, quest’ultimo, un Dio greco-egizio, ma secondo alcuni di origine babilonese[2], il cui culto era stato introdotto in Egitto, e segnatamente ad Alessandria, dai Tolomei con l’intento di creare una simbiosi divina accettabile dalle componenti multietniche e multireligiose che convivevano nella Capitale della Dinastia egizia-macedone.
Così, Serapide (contrazione dei nomi Osiris e Apis) presentava i caratteri di un classico Dio greco (e in particolare di Zeus, visto che era “barbato” e normalmente sedeva su un trono), ma recava sul capo un “modio” ovvero un antico recipiente usato come unità di misura per il frumento che lo associava perciò alle divinità della fertilità egizie. Ma i greci fecero ancor di più, per non inimicarsi nessuno fecero poggiare una mano del Dio su una delle tre teste del cane Cerbero, che gli sedeva ai piedi, così connotandolo come divinità ctonia e, d’aggiunta, gli assegnarono attributi tipici di Asclepio, il Dio della medicina. C’è da dire che Serapide non fu, però, mai accettato appieno come divinità dagli egizi se non perché imposto quale sposo di Iside; fu così che a lei, e non a Serapide, venne intitolato il massimo Iseo romano.
Dopo la spartizione dell’Impero di Alessandro Magno, a Iside venne perciò assegnato, come abbiamo già sopra visto, uno sposo nel Dio Serapide; considerata anche la Dea delle acque e del mare, a lei fu inoltre dedicato un enorme tempio sull’isola di Delo[3], crocevia delle rotte commerciali nel Mediterraneo, ove facevano scalo molti dei convogli mercantili provenienti o diretti in Italia. Fu così che Iside giunse a Pompei ove, nella zona dei Teatri e nei pressi della Palestra Sannitica, le fu dedicato un tempio (qui accanto la relativa planimetria).
Particolarmente devoti alla Dea furono, e per questo in origine il culto fu avversato dalla nobiltà, schiavi e liberti che ne fecero giungere il culto a Roma[4] ove, nel I secolo a.C., Publio Cecilio Metello Pio, fece erigere a proprie spese il primo Iseo che da lui prese il nome “Metellium”.
Nel 43 a.C., a un anno dalla morte di Cesare, i Triumviri Marco Antonio, Lepido e Ottaviano (il futuro Augusto), proprio per ingraziarsi la plebe, fecero costruire l’Iseo Campense.
Alla Dea furono particolarmente devoti Nerone e Caligola, mentre Tiberio, e siamo così giunti al vero motivo di quest’articolo, a seguito di uno scandalo decisamente scabroso, avrebbe fatto distruggere il tempio, gettare nel Tevere la statua della Dea e addirittura crocifiggerne i sacerdoti.
È perciò arrivato il momento di raccontare la vergognosa storia di…
PAOLINA e ANUBI
Siamo a Roma, il tempio di Iside in Campo Marzio è avvolto nell’oscurità e tutto è deserto e silenzioso, o quasi… già perché qualcuno si muove alla fioca luce delle poche fiaccole… l’ombra tremolante che proietta sulle pareti sembra appartenere a un essere mostruoso, sul corpo da uomo, infatti, si erge una testa di sciacallo: Anubi scivolando rasente ai muri, furtivamente si avvicina alla cappella ove sa che, ad attenderlo, c’è la bella e devota Paolina… la moglie di Saturnino.
Ma andiamo con ordine.
Racconta Giuseppe Flavio (37-100 d.C.), ma il tutto è confermato da Svetonio (69-422 d.C.) e Tacito (55-120 d.C.), che Paolina, moglie fedele di Saturnino, era insidiata insistentemente dal Cavaliere Decio Mundo[5] che era giunto a offrirle duecentomila dracme per una notte d’amore ottenendo però un netto rifiuto. Tanto era la fiammeggiante passione provata per la casta nobildonna[6], che Decio decise di lasciarsi morir di fame[7]. Per fortuna Decio aveva, per amica e confidente, Ida «… esperta in ogni genere di malvagità…» (“Antichità Giudaiche”, XVIII, 69) che ottenne da Decio cinquantamila dracme per aiutarlo a ottenere i favori di Paolina.
«…ma la donna si avvide poi che quella signora non si poteva prendere con i denari e così non si attenne alla strada che aveva concertato. Conoscendo la grande devozione che aveva verso Iside, Ida macchinò un altro stratagemma…» (XVIII, 70)
Fu così che la furbastra riuscì a convincere alcuno sacerdoti della Dea e
«… promise loro la sicurezza e soprattutto diede subito venticinquemila dracme, ne promise altre venticinquemila una volta riuscito l’inganno…» (XVIII,71).
Il più anziano dei sacerdoti di Iside riferì allora alla nobildonna che Anubi in persona si era innamorato di lei e aveva chiesto «… la comunione del letto…»(XVIII, 73). La povera donna, avvertito il marito delle divine corna che avrebbe dovuto portare, e gli amici dell’alto onore concessole, si recò perciò all’Iseo Campense ove “si giacque” con Anubi
«…dopo la cena, quando giunse il tempo per dormire, le porte del tempio furono chiuse dai sacerdoti e le lampade vennero spente. Mundo, che fino allora era stato nascosto, non fu respinto e ottenne la comunione con lei…» (XVIII, 74).
Paolina, orgogliosa di essere stata scelta da un Dio, ne rese edotto il marito e se ne vantò con le amiche. Diciamo pure che forse tutto sarebbe filato liscio se Decio Mundo, il latin lover, e mai epiteto fu più azzeccato, non avesse pensato di gloriarsi della sua vittoria proprio con Paolina: «Due giorni dopo il fatto, Mundo l’incontrò e le disse:
“Paolina, tu mi hai fatto risparmiare duecentomila dracme[8], che avresti potuto aggiungere ai tuoi averi, e hai ancora portato alla perfezione il servizio che io desideravo compiere. Quanto alla tua voglia di burlare Mundo, io non m’interesso dei nomi, tuttavia per il piacere che mi è derivato dall’atto, ho adottato il nome di Anubi”. E con queste parole se ne andò.» (XVIII, 77).
Arrabbiatissima, ferita e desolata, Paolina raccontò tutto al devoto (e cornuto) marito che, a sua volta, si rivolse addirittura all’Imperatore. Questi, fatta svolgere un’indagine e accertata la sussistenza del misfatto a carico dell’ignara matrona «…fece crocifiggere tutti e due (i sacerdoti di Iside), e Ida…. Indi abbatté il tempio e ordinò che la statua di Iside fosse gettata nel Tevere…» (XVIII, 79). Mundo se la cavò con l’esilio «… giudicando che avesse peccato per la violenza della passione…» (XVIII. 80).
Fin qui lo scabroso e boccaccesco racconto di Flavio Giuseppe da cui è desumibile che il “fattaccio” sarebbe avvenuto intorno al 19 d.C. ma…
Eh già! …come prevedibile, c’è un “ma”: l’episodio è, infatti, considerato un’interpolazione tarda (forse addirittura medievale) nell’opera di Flavio Giuseppe; inserita dai trascrittori cristiani (e non dimentichiamo che tutte le opere pervenuteci erano copiate nei monasteri), forse, per screditare gli adoratori degli Dei egizi e di Iside, in particolare, la cui figura, in atto di allattare Horus, era, ed è, ritenuta alla base dell’iconografia mariana della Vergine che allatta il Bambino.
Il racconto “piccante”, come visto, compare nelle “Antichità Giudaiche” e, in particolare, nel libro XVIII (paragrafi 65-84) che narra gli eventi compresi fra l’anno 6 (censimento di Quirino e probabile periodo di nascita di Cristo) e il 41 d.C. (morte di Caligola), in cui si colloca, peraltro, la gestione del Procuratore di Giudea Ponzio Pilato. Anche in questo, peraltro, si potrebbe individuare quanto sopra ipotizzato, e cioè un desiderio di sminuire il culto pagano di Iside affiancandolo, in qualche modo, alla condanna di Cristo.
L’episodio in se, tuttavia, va dal paragrafo 66 all’80, ma che si tratti di un’interpolazione lo si può dedurre, in special modo, intanto dal paragrafo 65 in cui si legge:
«Nello stesso periodo un altro orribile evento gettò lo scompiglio tra i Giudei e contemporaneamente avvennero azioni di natura scandalosa in connessione al tempio di Iside in Roma. Prima farò parola dell’eccesso dei seguaci di Iside, tornerò poi in seguito alle cose avvenute ai Giudei.».
Il racconto principale, e verosimilmente quello originale e non manipolato, sembra chiaramente essere quello relativo a quanto sarebbe avvenuto di orribile, tanto da gettare scompiglio tra i Giudei di Roma, e l’interpolazione strumentale sarà ancora più evidente proprio al paragrafo 80, quello con cui si conclude la storia di Paolina e Decio Mundo, in cui il sedicente Flavio Giuseppe ritorna al racconto principale: «… Ora ritorno a narrare la storia che ho promesso di raccontare su ciò che accadde ai Giudei in Roma…».
Nonostante la gravità dei fatti narrati inerenti la comunità ebraica, come vedremo, si tratta, fondamentalmente, di una narrazione brevissima (a fronte della vicenda di Paolina che occupa quattordici paragrafi) che si snoda in soli quattro paragrafi da 81 a 84. Si legge, infatti, che un Giudeo, fuggitivo dalla propria terra perché, diremmo oggi, ricercato dalla giustizia, risiedeva a Roma.
«… Costui arruolò tre mascalzoni suoi pari; e allorché Fulvia, una matrona d’alto rango, diventata una proselita giudea, incominciò a incontrarsi regolarmente con loro, la incitarono a inviare porpora e oro al tempio di Gerusalemme. Essi, però, prendevano i doni e se ne servivano per le proprie spese personali, poiché fin dall’inizio questa era la loro intenzione nel chiedere doni…» (XVIII, 82).
Sappiamo, perciò che la matrona d’alto rango si chiama Fulvia; ma, trattandosi di un’altra storia, ben potrebbe essere diverso il nome che non Paolina. Peccato che subito dopo, al paragrafo 83, si legga: «… Quando Tiberio seppe questo da Saturnino, marito di Fulvia, investigò e ordinò che tutti i giudei fossero banditi da Roma…» e, al successivo 84: «… I consoli redassero un elenco di quattromila di questi Giudei per il servizio militare e li inviarono nell’isola di Sardegna; ma ne penalizzarono molti di più, che per timore di infrangere la legge giudaica, rifiutavano il servizio militare. E così per la malvagità di quattro persone, i Giudei furono espulsi dalla città…».
Ci troviamo perciò, fondamentalmente, dinanzi a una truffa: danaro richiesto per beneficienza e invece sottratto per interessi privati (proprio vero che la storia non cambia mai) ed è noto che un provvedimento di espulsione dei Giudei da Roma, sotto Tiberio, si ebbe tra il 26 e il 36 d.C.
A questo si aggiunga che, poiché il lavoro di Flavio Giuseppe è incentrato sulle “Antichità Giudaiche”, il racconto di Paolina e Decio Mundo non sembra avere alcuna giustificazione, ma apparirebbe solo una sorta di pettegolezzo decisamente scollegato e con nessun riferimento al titolo del testo.
Tacito, negli “Annales” (2.85.4), riporta un provvedimento di espulsione dei Giudei da Roma, che corrisponderebbe a quello citato da Flavio Giuseppe, ma lo colloca, nel 19 d.C., anno della morte di Giulio Cesare Germanico:
«…Si discusse anche sull’opportunità di sopprimere i culti egiziani e giudaici e per decreto del senato quattromila liberti contaminati da quelle credenze superstiziose e in età di portare le armi furono trasferiti in Sardegna per reprimervi il brigantaggio. E si riteneva che, se vi fossero morti per l’insalubrità del clima, sarebbe stata una perdita di poco conto. Tutti gli altri seguaci di quei culti dovevano lasciare l’Italia a meno che, entro una data stabilita, avessero rinunciato ai loro riti profani…».
Il racconto di quello che possiamo, a tal punto, definire pseudo Giuseppe Flavio, invece, sembra potersi attestare al periodo in cui Pilato fu Procuratore di Giudea, ovvero tra il 26 e il 36. E l’argomento, relativo al rapporto tra il potere di Roma e i Giudei, potrebbe ancora svilupparsi, ma quel che qui c’interessa, nella frase di Tacito sopra riportata, è l’affiancamento, e la sovrapposizione, tra “…i culti egizi e giudaici…” quasi che l’autore, e il sentire comune dell’epoca, non facesse differenza tra le due religioni e le due culture.
Ci si chiede, perciò, se il cristianesimo delle origini possa essere stato considerato una superstizione giudaico-egiziana ovvero una derivazione degli antichi culti egizi. Non dimentichiamo, tuttavia, che nel Vangelo di Matteo, quello della nostra infanzia, si narra proprio della “fuga in Egitto” (Matteo, 13-15), quando Giuseppe, Maria e il Bambino fuggirono proprio in quel Paese, e di certo non poche sono le similitudini tra il culto cristiano e gli antichi culti egizi. A una abbiamo già sopra accennato, facendo riferimento alla Iside che allatta Horus, come molto probabile archetipo da cui è derivata la stessa immagine della Madonna che allatta Gesù.
Dovremmo poi soffermarci sul Talmud Babilonese[9] che vuole che in Egitto abbia avuto luogo l’iniziazione di Gesù, e la preparazione per il compimento dei miracoli (Sanhedrin, 107b). Ma se scendessimo in questa problematica dovremmo ampliare il nostro discorso a una congerie di autori latini, primo tra tutti il cosiddetto pseudo-Egesippo[10], che in una traduzione in latino del “Bellum Iudaicum”, la “Guerra Giudaica”, di Flavio Giuseppe, inserisce alcuni brani delle “Antichità Giudaiche” (il c.d. “Testimonium Flavianum”) in cui, tra l’altro, narra proprio dell’episodio di Faustina e Anubi.
Ma, come intuibile, un tale discorso ci porterebbe decisamente molto lontani dall’argomento originale di quest’articolo e verso studi e approfondimenti che poco o nulla hanno a che vedere con l’Egitto Antico.
Roma, 08/03/2023
Giuseppe Esposito
[1] Il Campo era dedicato al Dio Marte, da cui il nome, e qui si svolgevano gli addestramenti e le esercitazioni militari. Tale era l’importanza del luogo poiché si riteneva che proprio qui il primo Re di Roma, Romolo, avrebbe ucciso il gemello Remo poiché aveva attraversato in armi il confine tracciato. Ancora da qui Romolo sarebbe poi assurto al cielo. Poiché il Campo Marzio era al di fuori del recinto sacro del Pomerio, il confine della città che non poteva essere attraversato in armi, qui venivano ammessi gli Ambasciatori di paesi stranieri e qui venivano eretti i templi delle divinità straniere.
[2]Forse derivante dalla divinità babilonese Sar-Apsi, “Signore degli Abissi”, cui i generali macedoni si erano rivolti, a Babilonia, per tentare di salvare Alessandro Magno. Più avanti, con l’avvento del cristianesimo, per qualche oscuro motivo Serapide fu associato anche a tale religione tanto che nella “Historia Augusta”, di autore/i ignoto/i forse composta durante il regno di Teodosio I, in una lettera attribuita all’Imperatore Adriano e diretta a Minucio Fundano, Pro-console d’Africa nel 125, si legge tra l’altro, a proposito dei cristiani d’Egitto: “…laggiù gli adoratori di Serapide sono cristiani, e quelli che si dicono vescovi dei cristiani sono devoti a Serapide… lo stesso patriarca d’Egitto per accontentare tutti è costretto ad adorare ora Cristo, ora Serapide…”
[3] Tempio di Iside a Delo in cui si venerava la triade Iside, Serapide, Anubi
[4]Un divieto di Cesare proibiva il culto isiaco all’interno del Pomerio, il confine sacro di Roma, forse per tale motivo in età tardo Repubblicana (nel 43 a.C.) venne realizzato un primo nucleo del Tempio dedicato ad Iside nel Campo Marzio non escludendo che un canale che lo attraversava, l’Euripo, e che raggiungeva il Tevere, potesse essere considerato un sostituto del Nilo. Il culto era così radicato che non pochi furono gli Imperatori che intervennero nei decenni, e secoli, successivi per restaurare ed abbellire il tempio (restauri sotto Adriano, Commodo e Caracalla). L’Iseo cadde in disuso solo a partire dal IV secolo, dopo l’editto di Teodosio, o di Tessalonica, del 380 e la distruzione dell’Iseo di Alessandria.
[5] Flavio Giuseppe: Antichità Giudaiche, XVIII , 67: «…Decio Mundo, persona distinta dell’ordine equestre si invaghì di lei…» tanto che «… in lui crebbe sempre più la passione fino a prometterle duecento dracme attiche purché per una sola volta potesse condividere il letto di lei…». Non è possibile fare un parallelismo con il valore attuale, ma si consideri che una dracma, in periodo attico, corrispondeva a 4,36 g d’argento.
[6] Flavio Giuseppe: Antichità Giudaiche, XVIII , 67: «…non era donna che si lasciasse vincere da donativi, anzi non si curava dei moltissimi doni che le aveva mandato…»
[7]Flavio Giuseppe: Antichità Giudaiche, XVIII , 68: «… pensò che era meglio finire la vita d’inedia, a motivo del male che lei gli faceva soffrire…»
[8] Al valore sopra indicato (nota 5) di 4,36 g d’argento per dracma, si può considerare che 200mila dracme corrispondessero a circa 872mila g (ovvero oltre 87 kg) di metallo prezioso il che, al prezzo medio di mercato di marzo 2023 di 0,46 €/g, sarebbe pari a ben 401.120 €.
[9] Talmud= insegnamento, studio, riflessione; il Talmud Babilonese ( o Bavlì) è, con il più antico Talmud di Gerusalemme (o Yerushalmi), uno dei testi sacri dell’ebraismo. L’intero Talmud è composto da oltre seimila pagine ed è scritto in “ebraico tannaitico” e “aramaico giudaico babilonese”.
[10] Pseudo-Egesippo: il nome nasconderebbe un effettivo autore identificato, a seconda degli studi, in Sofronio Eusebio Gerolamo (San Gerolamo 347-420), padre e dottore delle chiesa; Aurelio Ambrogio, o Ambrogio da Treviri (Sant’Ambrogio 339-397), dottore della chiesa d’Occidente; o Tirannio Rufino, o Rufino d’Aquileia (345-411) teologo e storico.
Tra le molte e suggestive raffigurazioni della Cappella Rossa di Hatshepsut a Karnak, fa bella mostra di se una particolare celebrazione rituale che vede come oggetto del culto stesso le casse “meret” (Blocco 303).
Oltre a vederle accuratamente predisposte su ogni traino individuale e perfettamente allineate per essere portate in processione, possiamo notare la presenza della coppia di co-reggenti Hatshepsut e un giovane Thutmose III.
La qualità delle iscrizioni è notevole e non ci si può sbagliare a riconoscere i geroglifici interpretandoli correttamente.
Come al solito ho aggiunto anche la pronuncia secondo il codice IPA così tutti potranno leggere i geroglifici.
La seconda parte del blocco 303 della Cappella Rossa di Hatshepsut.
Posizione di Akhetaton, a metà strada tra Menfi e Tebe.
Tra il quarto e quinto anno del suo regno Amenhotep IV muto’ il suo nome in Akhenaton “Splendore di Aton”, poi lasciò Tebe, capitale consacrata ad Ammone, e si stabili’ in una nuova capitale da lui fatta edificare in un luogo libero dall’ appartenenza a qualsiasi divinità. Ora il suo nome è Amarna.
Mappa del sito di Amarna ( Akhetaton ) con indicazione dell’ubicazione delle stele di confine intorno al sito.
La città, che venne chiamata Akhetaton “Orizzonte di Aton”,era situata tra Tebe e Menfi in un’area pianeggiante delimitata dal Nilo e da un semicerchio di rilievi. La città non aveva mura; ma Akhenaton ne fece delimitare i confini con 16 stele, 3 sulla riva occidentale del Nilo e 13 su quella orientale. Queste stele, che Flinders Petrie indicò con le lettere dell’alfabeto, raccontano le fasi della fondazione della città e informano pubblicamente sulle intenzioni del faraone e la natura del sito come luogo sacro per Aton. Fu forse per sottolineare il suo allontanamento da ogni divinità, dal clero amoniano e il suo proposito di allontanarsi definitivamente da Tebe, che fece scolpire sulle Stele il giuramento di mai “sconfinare in eterno”.
Ma il giuramento di non ampliare mai il territorio dell’Aten, secondo Gardiner, resta un mistero. Significa “
<forse che da principio i suoi dissensi con il clero di Amon-Ra furono composti amichevolmente accontentandosi egli di vivere e adorare il suo Dio a proprio modo in un luogo di propria scelta? ……Il re pensa (anche) alle eventualità di trovarsi, lui e la sua famiglia, in un’altra città nell’ora della morte”.
Le stele hanno praticamente tutte lo stesso testo, anche se esistono due versioni delle iscrizioni, una più ampia e una più breve, ma meglio conservata. Quasi tutte prevedono un rinnovo del giuramento nell’anno ottavo di regno.
Scala d’accesso alla stele U
Purtroppo, molte stele sono in pessimo stato di conservazione a causa dell’opera di erosione degli agenti atmosferici e dei danni provocati dai tombaroli. Non stupisce, quindi, che di alcune stele rimanga traccia solo nelle pubblicazioni scientifiche degli studiosi.
Oggi sono visitabili solo la stele U e la stele A.
La stele U si trova all’ingresso dell’uadi che porta alla tomba reale; è alta circa 8 metri ed è la più grande tra tutte le iscrizioni confinarie.
STELE U
All’interno di spazi rettangolari con la sommità arrotondata, lo schema classico vede una scena di adorazione del disco solare da parte di Akhenaton, Nefertiti e le loro figlie e diverse righe di testo geroglifico con i decreti di fondazione della città, scritti nel 5° e 6° (con un’integrazione nell’8°) anno di regno.
Parte inferiore sinistra: Statue di Akhenaton e Nefertiti. Il re porta sul capo la corona azzurra “kheperesh”
Gruppo a destra: Nicchia con le statue di Akhenaton e Nefertiti, quasi totalmente distrutte. Sulla parte destra della nicchia si vedono i resti di tre principesse.
La suddivisione delle linee della stele non corrisponde a quella reale ed è dovuta solo a motivazione di impaginazione.
La stele “U” in un disegno di Émile Prisse d’Avennes
STELE S: (N. de G. Davies, The Rock Tombs of El Amarna V, 1908, pl. XXXXIX)Purtroppo, molte stele sono in pessimo stato di conservazione a causa dell’opera di erosione degli agenti atmosferici e dei danni provocati dai tombaroli. L’esempio più eclatante è quello della Stele S, l’esemplare più pregevole del gruppo fino a pochi decenni fa, che è stata fatta letteralmente saltare in aria nel tentativo di staccarne frammenti con l’esplosivo.
La stele di frontiera A
La moderna scala che conduce alla stele.
La città di Akhetaton “l’Orizzonte di Aton” si estendeva per una lunghezza di circa nove chilometi e per una larghezza di un chilometro e mezzo.
Venne delimitata da sedici “Stele di frontiera” scavate nella viva roccia. Tre sulla riva occidentale del Nilo e tredici su quella orientale.
Le 16 stele sono designate con una lettera maiuscola, un sistema di nomenclatura che l’egittologo inglese Flinders Petrie adottò alla fine del XIX secolo.
La vetrata di protezione (molto sporca) rende difficoltosa la ripresa fotografica della stele.
Il celebre egittologo britannico ebbe comunque l’intuizione di lasciare spazi vuoti per futuri ritrovamenti che si sono effettivamente verificati con la Stele X (1901) e H (2006).
Le statue, gruppo a sinistra: Akhenaton, Nefertiti e una principessa. Le statue, gruppo adestra: Akhenaton, Nefertiti e due principesse.
Fu il sacerdote gesuita francese Claude Sicard il primo europeo ad attirare l’attenzione su queste stele. Pubblicò uno schizzo della “Stele A” e una descrizione del sito dopo averlo visitato nel 1714.
Incise direttamente nelle pareti rocciose delle montagne che circondano Amarna, le stele sono costituite da un rettangolo con la parte superiore arrotondata. La parte rettangolare fu incisa con un testo in linee orizzontali di geroglifici, mentre la parte superiore contiene un’immagine della famiglia reale intenta ad adorare Aten. Alcune stele erano affiancate da statue, anch’esse scolpite nella roccia, di Akhenaton, Nefertiti e alcune delle loro figlie. Registro superiore: Akhenaton, Nefertiti e le principesse Meritaton e Maketaton consacrano offerte all’Aton. A sinistra otto colonne di testo. Registro inferiore: venticinque linee orizzontali di testo. Si leggono da sinistra verso destral
La stele A si trova sulla riva occidentale, nei pressi di Tunah el-Gebel. È distante circa 22 km dalla capitale Akhetaton (oggi Tell el-Amarna)
Registro superiore ravvicinato: Akhenaton, Nefertiti e le principesse Meritaton e Maketaton adorano l’Aton. A sinistra otto colonne di testo.
A destra Akhetaton. Sulla tavola delle offerte: una statuina in ginocchio, sette brocche, un mucchio di vivande (?). Sopra il mucchio delle vivande (?), tre oche.
Nefertiti e le principesse Meritaton e Maketaton
Akhetaton e la regina vestono un abito trasparente riccamente pieghettato.
Le principesse, rappresentate con il ciuffo dell’infanzia, vestono un abito riccamente pieghettato e agitano sistri in segno di festa