Mai cosa simile fu fatta, Statue, XVIII Dinastia

MUTEMWIA SU BARCA SACRA

Di Franca Loi

XVIII dinastia, regno di Amenhotep III – Circa 1390-1352 a.C.
Materiale: granodiorite – Tecnica: incisione
Dimension: Larghezza: 82 centimetri, Lunghezza 216 centimetri, Altezza:40 centimetres
Data di acquisto:1834
Dal tempio di Amon-Ra a Tebe, Karnak, Egitto. (British Museum, Londra).

Questa scultura rappresenta una barca sacra su una slitta. Comprendeva una figura seduta della regina Mutemwia, moglie di Thutmose IV. Solo le gambe e la mano destra sono rimaste intatte, ma anche parte della testa è al British Museum.

Copia di un rilievo (a Luxor) raffigurante la regina Mutemuia. Disegno di Karl Richard Lepsius. QUI l’analisi filologica di Livio Secco

Mutemwia stringe una croce ad anello, il simbolo geroglifico della vita (ankh). Un avvoltoio spiega le sue ali intorno alla regina e al trono. Questa è un’immagine di Mut, consorte del dio supremo Amon-Ra.

La barca sacra vista di profilo e più ravvicinata per evidenziare le gambe e la mano destra della regina, rimaste intatte.

Mutemwia infatti significa “Mut è nella barca sacra”, quindi la scultura è anche un rebus che visualizza il nome della regina. La doppia faccia sulla prua rappresenta Hathor, la dea più amata e universale dell’Egitto, i cui compiti includevano feste e musica. I cartigli sulla sua corona nominano il figlio di Mutemwia, re Amenhotep III.

La doppia faccia sulla prua rappresenta Hathor, la dea più amata e universale dell’Egitto, i cui compiti includevano feste e musica. I cartigli sulla sua corona nominano il figlio di Mutemwia, re Amenhotep III.

FONTE:

  • BRITISH MUSEUM DI LONDRA
  • WIKIPEDIA
Kemet Djedu

PASHEDU (TT3)

Di Livio Secco

L’ACCESSO

Il tunnel di accesso è decorato con una spina centrale e con due superfici laterali che coprono le due pareti laterali dove è anche raffigurato per due volte il dio Anubi.

Di seguito il commento filologico della spina centrale; come di consueto ho aggiunto la fonetica in base al codice IPA per permettere di leggere il geroglifico a chi non lo ha (ancora) studiato.

PARETE EST, lato sinistro

Questa tomba mi è particolarmente cara perché ho trascorso giusto qualche mese nel compilare una ricerca su di essa che comprendesse la traduzione di tutti i testi geroglifici che vi sono raffigurati.

Molto spesso, quando ne sento parlare, Pashedu viene presentato come un pittore della squadra degli artigiani impegnati a realizzare le tombe dei faraoni nella Valle dei Re.
Sicuramente questa considerazione è derivata dalle bellissime raffigurazioni parietali. Ma la realtà, come sempre, sorprende la fantasia.

Traducendo i testi, infatti, si comprende come Pashedu sia un esperto di pietre. Perciò non era un pittore ma sicuramente un cavatore.

Credo di far cosa gradita presentandovi la traduzione del testo relativo alla parete EST lato sinistro.

SOFFITTO, LATO SUD

Quello che vi propongo qui è la parte finale dell’iscrizione geroglifica che è stata dipinta sul soffitto, sul lato che si sviluppa formando la parete SUD.
Su questa parte del soffitto ci sono quarantacinque colonne di geroglifici.
In questa sezione c’è un testo lungo che deriva dal CLXXX capitolo del Libro dei Morti. Il testo corrisponde ad un parte di quello che è anche conosciuto come “Litania del Sole”.

Anche in questo caso, come già visto su altre pareti della tomba, siamo in presenza di errori dovuti ad omissioni o aggiunte di semplici geroglifici o parti di frase dovuti all’imperizia degli artigiani.
Il testo è lungo perché lo spazio dedicatogli corrisponde all’intero asso longitudinale della camera funeraria.

Il testo, nella sua parte finale dice:

“Io riposo nella Duat, io prevalgo sull’oscurità quando io entro in essa ed esco da essa. Io ricevo le vostre braccia, Tatenen.
Sollevami o clemente!
Possiate darmi le vostre braccia poiché io sono a conoscenza delle formule per guidarmi.”.

A ben vedere il testo geroglifico si interrompe proprio nella sua proposizione finale lasciando la frase sospesa ed incompiuta.

DOMANDA: MI SAPETE DIRE PERCHÉ IL TESTO NON FU COMPLETATO?

Potete inserire la risposta nei commenti in basso

Qui riporto la corrispondente grafia geroglifica.

IL TIMPANO ORIENTALE

Il lavoro di traduzione che ho svolto ha avuto anche un aspetto curioso. Da sempre sentivo riportare che Pashedu fosse un abile pittore. La qualità della sua tomba si prestava a dimostrarlo.
Traducendo il testo, però, si comprende che Pashedu sia un esperto di pietre. Di conseguenza è molto più credibile che egli fosse un cavatore e non un pittore.
Lo dimostrerebbe anche il fatto che, periodicamente, il capitano di una nave che riforniva il cantiere di Karnak e Deir el Medina lo prendesse con se per portarlo nelle cave. Evidentemente voleva avvalersi della sua competenza in materiali litici.
Per farla breve… Questo capitano aveva una bella figlia che Pashedu non tarderà ad impalmare. Il comandante diventa così suo suocero ed è rappresentato con tutta la sua famiglia nella TT3.

Come di consueto ho aggiunto la fonetica in base al codice IPA per permettere di leggere il geroglifico a chi non lo ha (ancora) studiato.

Per tutti coloro che volessero approfondire il tema di questa bellissima tomba di un operaio del re non posso che consigliare l’unica monografia esistente nella letteratura italiana. Essa comprende il testo geroglifico, la traslitterazione e la traduzione di tutti i testi parietali.
Per gli autodidatti che stanno studiando (o hanno già studiato filologia egizia) il testo ha una valenza di completa ed impegnativa esercitazione.

Lo potete trovare qui: https://www.amazon.it/tomba…/dp/8899334579/ref=sr_1_1…

E' un male contro cui lotterò

TUMORI: “IL MALE CHE DIVORA”

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Ci sono poche evidenze di tumori maligni negli Antichi Egizi, con un progressivo aumento apparente dall’Età Predinastica al Nuovo Regno.

Le possibili cause di questa discrepanza con la medicina moderna sono probabilmente dovute ad una aspettativa di vita molto più corta (si calcola che in età ramesside l’aspettativa di vita fosse intorno ai 39 anni), una dieta ovviamente molto diversa da quella moderna (si veda https://laciviltaegizia.org/…/il-cibo-nellantico-egitto/) e fattori ambientali decisamente differenti (non c’era molto inquinamento industriale all’epoca…)

Impressionante osteolisi del cranio di una donna, interpretata come conseguenza di metastasi ossee. Nuovo Regno, necropoli occidentale di Tebe.

Eppure, nella storia trimillenaria dell’Egitto faraonico c’è il tempo per “toccare” anche l’evoluzione delle patologie. Curiosamente, infatti, le evidenze di neoplasie maligne sono state riscontrate su mummie del Nuovo Regno, mentre sono assenti nei resti di epoche precedenti. Migliori condizioni di vita, interscambio con altri territori e culture, cibi (e vizi) diversi hanno preteso il loro prezzo in termini di salute. Anche senza coca cola.

Le evidenze più frequenti (e più facili da riscontrare) sono quelle di tumori ossei, prevalentemente osteocondromi (neoplasie benigne soprattutto delle ossa lunghe che appaiono come noduli duri che sporgono dalla superficie di un osso).

Moderna risonanza magnetica di un osteocondroma della parte distale del femore una ragazzina di 9 anni

Le moderne tecniche di indagine stanno via via attribuendo però diverse lesioni ossee come indizio di metastasi di tumori maligni. Probabilmente ne sapremo di più man mano che i progetti di ricerca avanzano, cosa che avviene più lentamente in questo campo per la mancanza di reperti “scintillanti” e la modesta eco mediatica di queste ricerche (con conseguente minori risorse).

Osteocondroma su una mummia dell’Antico Regno (Smith e Dawson, 1924)

Osteolisi (perdita di tessuto osseo) multipla su una vertebra con relativa TC, indizio di metastasi ossee di un sarcoma dei tessuti molli. Nuovo Regno, necropoli occidentale di Tebe.

È da notare che tutte queste patologie non hanno un riscontro diretto accertato nei papiri medici ma…

Gli studiosi dibattono da tempo se il termine bnwt nel Papiro Edwin Smith (casi 39 e 45) sia riferito ai tumori o alle ulcere gangrenose: il bnwt con “una testa che sporge dal petto” dovrà infatti esser trattato con il coltello arroventato per asportarlo.

Una prescrizione del Papiro Ebers (Ebers 813) fa riferimento ad “un male che mangia (o distrugge) l’utero della donna”; secondo alcuni studiosi sarebbe un riferimento al carcinoma uterino ma ci sono molti dubbi al proposito. Il termine usato, “wenemet”, indica di norma “mangiare” ed è senza dubbio un modo molto efficace per “raffigurare” un tumore.

Il cranio 12-5046 proveniente da Naga ed-Der (attualmente all’Hearst Museum, Berkeley Univ., California) mostra una distruzione praticamente totale della parte frontale da parte di un carcinoma esofaringeo (VI-XII Dinastia)

Anche nel Papiro Kahun si fa riferimento ad una patologia uterina chiamata “nemsu” che potrebbe far riferimento al carcinoma uterino, ma dipende più che altro dal fatto che è un termine trovato solo in questo contesto.

Il rimedio peraltro non sembra particolarmente efficace: una mistura di datteri freschi, una pianta “hekenu” sconosciuta e sabbia di fiume – oppure cervello di maiale e un’altra pianta chiamata “kesenty” – a formare un impacco da inserire per via vaginale.

Teschio maschile proveniente dalla tomba TT9 caratterizzato da una serie di fori di dimensioni variabili con l’aspetto tipico di metastasi diffuse da una sede primaria in altre parti del corpo. Relativamente pochi tumori si diffondono dai tessuti molli alle ossa e in un maschio adulto la fonte di origine più probabile è un carcinoma polmonare. L’incidenza basale del carcinoma polmonare è relativamente bassa ed è solo con l’abitudine diffusadel fumo di sigaretta che la malattia è diventata “importante” nel mondo moderno; un caso nell’antichità, sebbene non unico, è comunque di notevole importanza

Non ci sono tracce di tumori maligni al seno, ma sempre nel Papiro Ebers ci sono riferimenti e prescrizioni per il “seno che duole”, una “malattia che divora il seno” con “un gonfiore delle ghiandole” che potrebbero indicare il carcinoma della mammella.

Metastasi ossea sull’area occipitale del cranio di un individuo sepolto nella tomba di Monthemhat (TT34), XXV Dinastia

Da notare che la più grande raccolta di resti catalogati ed esaminati, provenienti dalla zona dove sarebbe stata costruita la diga di Assuan, è stata distrutta da un bombardamento durante la II Guerra Mondiale, privandoci della possibilità di riesaminare i resti alla luce delle nuove tecnologie.

Osteolisi di un corpo vertebrale di un uomo deceduto tra i 50 ed i 60 anni, un’età elevata per l’epoca; dai paleopatologi è considerato una conseguenza di un mieloma multiplo. Nuovo Regno, necropoli occidentale di Tebe

C'era una volta l'Egitto, Medio Regno, XII Dinastia

AMENEMHAT IV – LA PIRAMIDE MERIDIONALE DI MAZGHUNA

L’AGONIA DELLA XII DINASTIA E LA FINE DEL MEDIO REGNO

Di Piero Cargnino

Amenemhat III muore dopo circa mezzo secolo di regno, la XII dinastia riesce ancora ad esprimere un paio di sovrani che però non riusciranno ad evitare il crollo del Medio Regno. Gli successero i suoi stessi figli Amenemhat IV e Nefrusobek.

Di loro si conosce poco e spesso vengono considerati insignificanti. Dopo una breve coreggenza, (forse), Amenemhat IV, (Hor Kheperkheperu), successe al padre e regnò probabilmente per una decina di anni.

Il suo regno è poco documentato e quello che sappiamo di lui ci è pervenuto tramite alcune iscrizioni presenti nelle cave di Uadi Maghara che testimoniano di una notevole attività di estrazione che lascia supporre che qualcosa sia ancora stato edificato, alcuni gli attribuiscono la costruzione del piccolo tempio di Medinet Maadi nel Fayyum.

Alcuni reperti di fabbricazione egizia, risalenti all’epoca di Amenemhat IV, sono stati rinvenuti in tombe di principi palestinesi dal che si deduce il perdurare di buoni rapporti con i popoli di quelle regioni.

Non ci sono pervenute notizie su eventuali spose reali né se abbia avuto figli, cosa che pare improbabile poiché alla sua morte gli successe la sorella, (e sposa?), Nefrusobek.

Il suo complesso funerario Amenemhat IV se lo fece costruire nei pressi di Dashur, a Mazghuna, a circa 5 chilometri dalla piramide romboidale di Snefru. Il sito fu oggetto degli scavi dell’egittologo Flinders Petrie, con la collaborazione di MacKay e Wainwright che, nel 1911 si trovarono di fronte ai resti di due piramidi pesantemente danneggiate. Basandosi su alcune affinità con la piramide di Amenemhat III, le attribuirono ai suoi figli, Amenemhat IV ed a sua sorella Nefrusobek.

Oggi tale attribuzione è ormai consolidata tranne che per l’egittologo americano William Hayes che, confrontando somiglianze strutturali con la piramide di Khendjer, XIII dinastia, suggerisce di posticipare la datazione. Su una cosa però sono tutti concordi, in queste due piramidi non fu mai sepolto nessuno.

Della sovrastruttura di entrambe non rimane quasi nulla, permangono invece le parti ipogee nelle quali proveremo ad introdurci. Iniziamo con la piramide situata a meridione che venne attribuita ad Amenemhat IV. Alla base doveva misurare circa 52 metri di lato, il nucleo in mattoni è appena riconoscibile mentre il paramento è del tutto mancante, cosa che non permette una valutazione dell’inclinazione e di conseguenza dell’altezza.

Da un attento esame della sottostruttura emergono affinità con quella di Amenemhat III ad Hawara. L’ingresso era situato al centro della parete meridionale dal quale partiva un corridoio scalinato discendente, con barriere formate da tre blocchi di granito, dopo la barriera il passaggio si interrompeva a causa di un crollo, superato l’ostacolo si presentava una sala dalla quale si accedeva ad un’anticamera e quindi alla camera funeraria situata sull’asse verticale della piramide.

Come quella del padre nella piramide di Hawara, anche la camera funeraria di Amenemhat IV era costituita da un enorme monolite in quarzite nel quale era stata ricavata un’incavatura contenente il sarcofago. Era anche stato predisposto un massiccio blocco in granito che avrebbe dovuto sigillare la camera ma che non fu mai impiegato. Nel corso del corridoio erano previsti anche dei pozzi per scoraggiare i violatori di tombe. Il tempio funerario presenta solo alcuni resti, si pensa che in origine doveva avere tre grandi ambienti oltre a molti più piccoli, e un santuario. L’intero complesso era circondato da un muro in mattoni in buona parte rinvenuto.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Roma-Bari, Biblioteca Storica Laterza, 2011
  • Cimmino Franco,”Storia delle piramidi”, 1^ edizione, Milano, Rusconi Libri, 1996
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961, Einaudi, Torino 1997
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi” Newton & Compton editori, 2002 Mark Lehner, “The Complete Pyramids”, London, Thames & Hudson, 1997
Pictures

Djedhor

By Jacqueline Engel

Black granite cube statue of the Healer Djedhor, with Herupakhart, or Harpocrates, child deity with the sidelock of youth, mastering snakes, wild animals, and standing on a crocodile.

The whole statue is covered with magic and healing spells.

Egyptian Museum Caïro

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C'era una volta l'Egitto, Medio Regno, XII Dinastia

AMENEMHAT III

L’ULTIMO GRANDE FARAONE DEL MEDIO REGNO

Di Piero Cargnino

Il Medio Regno volge al termine, prima dell’inevitabile collasso, la XII dinastia riesce ancora ad esprimere un grande faraone, Amenemhat III, (Hor-Abau), figlio di Sesostri III.

In realtà non fu l’ultimo faraone della XII dinastia la quale si protrasse ancora per circa 15 anni durante i quali governarono un paio di sovrani insignificanti in un clima di anarchia che preparerà la strada al Secondo Periodo Intermedio.

Amenemhat III successe al padre e regnò intorno al 1800 a.C. approfittando della tranquillità assicurata dalle campagne militari paterne. Quanto tempo regnò è un po un enigma (come per la maggior parte dei faraoni), secondo Manetone avrebbe regnato 18 anni mentre il Canone Reale di Torino ne riporta 40, dai ritrovamenti archeologici pare che ne abbia regnati 45. Fu un grande faraone, seppe dare alle Due Terre il momento di massimo splendore e potenza del Medio Regno. Favorì il commercio, in particolare con l’estero, intraprese notevoli scambi con le città di Biblo e Ugarit, si pensa che i suoi commerci siano giunti fino a Creta, di ciò però non esistono prove.

Secondo alcuni si può pensare, con una certa ragionevolezza, che sul finire della XII dinastia la stessa Fenicia fosse amministrata da un governatore filo-egiziano. Numerose furono le spedizioni nel Sinai alla ricerca di materie prime e nella terra di Punt. Intensificò l’attività edilizia e molte furono le spedizioni alla ricerca della pietra da costruzione, tanto che, dalle iscrizioni rinvenute nelle varie località dove sorgono le cave, è stata ritrovata una notevole quantità di informazioni su questo periodo. Sulle orme di Sesostri II, intraprese un’opera di grande rilevanza continuando la bonifica del Fayyum utilizzando il lago Qarun come bacino di controllo delle acque del Nilo. Nonostante i lavori eseguiti dai suoi predecessori, l’opera di Amenemhat III fu così grandiosa che ancora in epoca romana nel Fayyum si praticava il culto in suo onore.

Alcuni suppongono che, ferma restando la capitale a Ity Tawy, (el-Lisht), abbia fatto costruire il suo palazzo e si sia trasferito a Shedet da dove esercitò il potere. Il luogo del suo riposo eterno ci crea non pochi problemi, Amenemhat III si fece costruire non una ma due piramidi, la prima a Dashur la seconda a Hawara. Per la costruzione della sua prima piramide, “Amenemhat è potente”, scelse Dashur, e per ultimarla furono impiegati 15 anni, dopo di che fu immediatamente abbandonata. Oggi è ridotta ad un ammasso di rovine grigio scuro, da cui prende il nome di “Piramide Nera”, derivato dalla presenza di basalto nel nucleo molto scuro e dal colore del pyramidion in diorite grigia.

Il Pyramidion, alto in origine 1,3 metri, fu scoperto nel 1900, semisepolto dai detriti, sul lato orientale della piramide, recuperato, venne trasferito al Museo Egizio del Cairo dove è possibile ammirarne la bellezza.

Fra tutti i pyramidion conosciuti è il più famoso perché presenta su una delle facce il disco solare alato, (“colui che si solleva”), simbolo che risulta dalla fusione tra il sovrano, Ra e il falco Horus e tra le iscrizioni si legge il nome di Amon.

Il Pyramidion di Amenamhat III ha suscitato numerose domande tra gli egittologi che a tutt’oggi non hanno ancora trovato risposte soddisfacenti. Vediamole:

  1. Come poteva essere rimasto quasi intatto dopo il distacco dalla cima della piramide?
  2. Il nome di Amon pare essere stato aggiunto dopo Akhenaton, il che significa che il pyramidion giaceva già a terra in quel tempo?
  3. Fu effettivamente eretto in cima alla piramide?
  4. Oo si trattava solo di un pyramidion votivo che giaceva già in origine di fronte alla piramide?

Nel 1839 Perring visitò la piramide senza però riuscire ad approfondirne lo studio perché il suo accampamento venne assalito dai beduini ed egli dovette fuggire. Ancora minore attenzione gli dedicò Lepsius quando la visitò nel 1843.

Passò mezzo secolo prima che giungessero Jéquier e Legrain ma, malgrado il loro lavoro, utilizzando spesso mezzi un po rozzi, come era consuetudine a quei tempi, l’indagine non venne ultimata.

Finalmente nelle campagne 1976-79, la spedizione dell’Istituto archeologico del Cairo, sotto la direzione di Arnold e Stadelmann portò a termine l’indagine.

La piramide si presenta con un nucleo a gradoni interamente in mattoni senza scheletro in pietra. Il rivestimento esterno è stato eseguito con blocchi di calcare fissati gli uni con gli altri per mezzo di grappe di legno per dare una maggiore tenuta e  stabilità.

La parte ipogea della piramide, a differenza delle precedenti della XII dinastia, presentava due ingressi scalinati, uno ad est ed uno ad ovest, uno per il faraone e l’altro per due sue spose reali. I due ingressi sono collegati tra di loro da un corridoio. L’ingresso alla parte destinata al faraone si trovava ad oriente, vicino all’angolo sud-est della piramide, a circa quattro metri sotto il livello del terreno, in modo da poterlo successivamente nascondere con la sabbia, da qui per mezzo di una scala si accedeva al corridoio di accesso scalinato e discendente, interrotto da un sarcofago. Proseguendo si entrava in un groviglio di passaggi, pozzi, barriere e camere, di cui una con sarcofago, situati a diverse altezze ed interamente rivestiti in calcare. Dopo circa 20 metri il corridoio piegava a nord verso la camera del re. Nel punto in cui il corridoio piegava sbucava da ovest un corridoio proveniente dalle camere delle regine. Alle camere delle regine si accedeva attraverso un’entrata situata ad ovest della piramide.

La camera del re risultava spostata dall’asse verticale della piramide, orientata est-ovest ed era completamente rivestita con blocchi di fine calcare bianco. Lungo la parete occidentale si trovava un sarcofago monolitico in granito rosa con coperchio arcuato, i bordi dei lati decorati con modanatura a stuoia di papiro, sul lato orientale, all’altezza della testa si trovano gli occhi udjat che guardano verso il sole nascente, lo zoccolo su cui poggia è decorato a facciata di palazzo.

Per quanto riguarda le spose regine, nella piramide di Amenemhat III si raggiunge il massimo dell’evoluzione di un’usanza già iniziata da Sesostri I, per loro non più una piccola piramide a parte bensì all’interno della piramide stessa del sovrano, in appartamenti destinati a loro, con tutto il corredo funerario, i propri vasi canopi e del loro Ka. All’interno di questi appartamenti sono stati rinvenuti due sarcofagi in granito rosa appartenuti, uno alla regina Khnemet-nefer-hedjet che si presenta con decorazioni, l’altro grezzo di una regina ignota.

Questi appartamenti accoglievano anche alcuni famigliari tra cui la principessa Sithathor, erano raggiungibili attraverso un corridoio discendente scalinato interrotto da un sarcofago di una principessa posto di traverso. Questa parte si presenta in uno stato molto degradato con i corridoi molto stretti in pietra e mattoni, vi sono numerose travi a sostegno dei soffitti. E’ stato inoltre rinvenuto un ulteriore complesso sotterraneo collegato agli altri sotterranei ma che si snoda all’esterno della base della piramide sul lato sud, alcuni vedono in questo l’inizio di grandi cambiamenti religiosi con l’introduzione di nuovi dogmi relativi alla destinazione delle anime.

In effetti questa è la parte più misteriosa, ricca di simbologie destinata al culto del Ka dei defunti. Si compone di tre cappelle per il Ka del faraone e cinque nicchie oltre alle cappelle per il Ka delle regine ed una nicchia non terminata, all’interno di una cappella vennero rinvenuti dei vasi canopi.

Come detto sopra dopo aver impiegato 15 anni a costruirla, la piramide venne immediatamente abbandonata. Per quale, inspiegabile, mistero la Piramide Nera fu abbandonata non ci è dato a sapere. Secondo fonti storiche qualcosa, forse di volontario, destabilizzò la struttura poco prima che venisse ultimata. E’ stata avanzata l’ipotesi che si siano verificate piene del Nilo superiori a quelle che solitamente si verificano causando grandi esondazioni, a causa di ciò le acque, infiltrandosi nelle fondamenta, avrebbero minato la stabilità della piramide. Si obietta però che il Nilo, che durante la stagione estiva riceve l’80-90% dell’acqua dal Nilo Azzurro, è un fiume regolare e calmo e come tale prevedibile, appare dunque sminuente, riduttivo e limitato, nei confronti degli architetti egizi, la cui esperienza è decisamente provata, attribuire loro errori di calcolo così madornali la cui causa sia stata lo sprofondamento della piramide.

A questo punto si è scatenata una ridda di ipotesi che tentano di spiegare il fenomeno giungendo anche alla fantarcheologia. Secondo alcuni potrebbe essere intervenuta una causa improvvisa, indotta da un fattore a noi sconosciuto ed al quale non siamo in grado di dare una spiegazione, magari anche voluta, per camuffare dell’altro?

Purtroppo la piramide di Dashur, come quella di Hawara con relativo labirinto, (di cui parleremo in seguito), si presentano estremamente complesse. Entrambe in completa rovina, pongono agli studiosi numerosi enigmi, chi fu realmente Amenemhat III? Perché la Piramide Nera di Dashur non è mai realmente ferma al suo posto ma, pare, compia degli spostamenti che non possono essere attribuiti alle esondazioni del Nilo? Forse per nascondere un fenomeno che non doveva essere conosciuto ai più?

A queste domande risulta oggi molto difficile dare una risposta in quanto la zona che circoscrive la piramide è sotto sorveglianza militare e non è possibile effettuare ricerche approfondite se non con concessioni speciali riservate a pochi ed è interdetta al turismo. Il perimetro del complesso piramidale era delimitato da un doppio recinto con mura in mattoni intonacati che include il tempio funerario, la cinta muraria più interna è decorata a facciata di palazzo. Sul lato rivolto a nord, tra le due mura, al centro della piramide si trova una fila di dieci tombe a pozzo appartenenti a membri della famiglia reale.

La prima tomba da est venne più tardi usurpata da un insignificante faraone della XIII dinastia, Auibre Hor, del quale parleremo più avanti. Nella seconda tomba da est fu sepolta la principessa Nubhetepet-Ikhered, (la giovane), probabile figlia di Amenemhat III o di Auibre Hor. Inutile precisare che Amenemhat III non fu mai sepolto in questa piramide. Per delle ragioni che ignoriamo, Amenemhat III abbandonò la necropoli di Dashur e decise di far edificare la sua tomba nel Fayyum, scelse per questo un luogo non lontano dalla piramide di Sesostri II vicino all’odierna Hawara el-Matka.

LA PIRAMIDE DI AWARA

Veniamo ora alla piramide che Amenemhat III, lasciata la necropoli di Dashur visto la stabilità precaria della “piramide nera”, si fece costruire nel Fayyum, vicino all’odierno villaggio di Hawara el-Matka.

Interamente costruita con mattoni, in origine era alta 58 metri con una lunghezza per ciascun lato di 105 metri, oggi le sue rovine raggiungono a malapena i 20 metri. Nonostante tutto la piramide di Hawara suscita ancora notevole interesse tra gli studiosi per le tecniche innovative che presenta le quali influenzeranno le successive piramidi.

La costruzione della piramide rispetta i canoni della XII dinastia, mattoni crudi con paramento di fine calcare bianco. Dopo numerosi tentativi di Lepsius, Vassalli, Perring ed altri di penetrare all’interno della piramide, andati però a vuoto in quanto si pensava che l’ingresso si trovasse sul lato nord della piramide, come lo era per molte altre, l’impresa riuscì a Petrie che, con la collaborazione di Wainwright e Mackay, individuarono l’ingresso.

Questo era situato sul lato meridionale direttamente nel paramento, da qui partiva un corridoio scalinato discendente verso nord, interamente rivestito in calcare con barriere di granito. La camera funeraria costituisce un’innovazione del tutto inedita, dopo aver scavato sul fondo roccioso una fossa rettangolare, che rivestirono con blocchi di calcare, calarono al suo interno un enorme monolite di quarzite del peso di oltre cento tonnellate che riempì completamente lo scavo sigillandola come una cassaforte. Nel monolite venne ricavato un vano rettangolare dove fu alloggiato il sarcofago sempre in quarzite, il tutto fu ricoperto con tre enormi lastroni sempre in quarzite poggianti sul monolite a chiusura della camera. Sulla stessa venne costruito il tetto formato da enormi lastroni di calcare, ciascuno del peso di circa 15 tonnellate, sistemati a doppio spiovente.

Più in alto venne costruito un triplo arco in mattoni che si elevava per sette metri. Tutte queste precauzioni, oltre al fatto di celare l’ingresso della camera nel pavimento dell’anticamera situata più in alto, non valsero a scoraggiare i predatori che riuscirono ugualmente a penetrare all’interno ed a saccheggiare la tomba bruciando il sarcofago ligneo. Da tener presente che quando Petrie cercò di entrare dovette ricorrere a manodopera specializzata che impiegò ben 21 giorni per riuscire ad aprire un varco nelle lastre di quarzite.

A questo punto allora sorge un mistero, come hanno fatto i saccheggiatori ad entrare nella camera se questa era protetta dalle enormi lastre di quarzite che Petrie trovò ancora intatte? Una spiegazione potrebbe essere che la camera sia stata saccheggiata già in fase di chiusura grazie al fatto che gli addetti alla chiusura siano stati corrotti permettendo il saccheggio prima di chiudere definitivamente la camera.

Ormai esperto di scavi, non era certo la prima camera funeraria che scopriva, di fronte a questa Petrie rimase esterrefatto, la camera era interamente realizzata in quarzite, misurava 7 metri di lunghezza per 2,5 metri di larghezza ed era alta circa 2 metri, Petrie stimò che il suo peso era di circa 100 tonnellate. All’interno della camera che, al contrario di quella di altre piramidi precedenti, si presentava con le pareti completamente spoglie e prive dei Testi delle Piramidi, non presentavano giunture ed erano talmente lisce da riflettere la luce delle torce, Petrie rinvenne i resti di due sarcofagi lignei oltre ad un altare sacrificale in alabastro sul quale compariva il nome della principessa Neferruptah (“Bellezza di Ptah”), figlia di Amenemhat III e sorella della futura regina faraone Sobekneferu (“La bellezza di Sobek”).

Il suo nome era iscritto all’interno di un cartiglio pur non avendo alcun titolo di “moglie del re”, molto probabilmente deve aver rivestito un ruolo particolare, forse era ritenuta una futura sovrana. Con tutto vantava i titoli di “Membro dell’élite”, “Grande di favore, grande di lode”, e “Amata figlia del Re del suo corpo”. Nulla di strano visto che durante la XII dinastia, ma in alcuni casi, anche nell’Antico Regno questa usanza non era inconsueta. La cosa strana fu che negli anni 50 l’egittologo Nagui Farab riportò alla luce, circa due chilometri a sud-est della piramide, un ammasso di detriti che si rivelò essere una piramide completamente distrutta, già localizzata nel 1936 dall’archeologo egiziano Labib Habashi.

Nella camera funeraria si trovava un sarcofago in granito rosa sul quale era scritta una breve formula di offerta, gioielli, tre vasi d’argento e altri oggetti e su alcuni di essi era riportato il nome della principessa Neferruptah.

All’interno del sarcofago non vi era traccia della sepoltura ma solo alcuni resti del bendaggio sui quali si rinvennero tracce di resti umani. Ma allora la principessa fu veramente sepolta qui? Se così non fosse cosa ci facevano il sarcofago e i resti del suo corredo funerario nella piramide del padre?

L’ipotesi che è stata avanzata è che inizialmente venne predisposta la tomba della principessa nella piramide di Amenemhat III, in seguito, alla morte del faraone, la sua piramide sia stata chiusa impedendo la successiva sepoltura della figlia per cui si rese necessario erigerle un’altra tomba.

Nel tempio di Medinet Madi la principessa Neferruptah compare raffigurata con suo padre Amenemhat III e di lei è stata ritrovata anche una sfinge di granito nero e il frammento di una statua ad Elefantina.

Per quanto riguarda la piramide di Amenemhat III oggi è completamente abbandonata al suo destino che sembra quello di sprofondare nelle acque e nelle sabbie con tutti i suoi segreti. In assenza assoluta di opere a tutela del sito e completamente ignorati, la piramide e il labirinto sono preda delle infiltrazioni di acqua che ha interamente sommerso la parte ipogea della piramide rendendo impossibile ogni esplorazione. Le acque sotterranee stanno ancora sommergendo il fondo e l’ingresso della piramide da oltre 20 anni, fino ad ora nessun soggetto responsabile, che sia l’Autorità per le Antichità o il Ministero dell’irrigazione, è stato in grado di pompare quest’acqua. 

L’abbandono di questo sito costituisce una perdita inestimabile di un pezzo di storia dell’umanità. Recentemente è stato realizzato un filmato dove un team specializzato, con il supporto di Zahi Hawass, è riuscito a filmare, per la prima volta dopo Petrie, la camera sepolcrale allagata, grazie all’ausilio di un drone subacqueo, speriamo che qualcosa si stia muovendo. Il tutto è ancora avvolto nel mistero e le domande non hanno ancora ricevuto una risposta.

La località è pure celebre per il ritrovamento da parte di Flinders Petrie, nel 1888, di 146 ritratti dipinti, usati come maschere funerarie, oggi al Museo Egizio del Cairo, noti come i “Ritratti del Fayyum”. 

IL “LABIRINTO DI MERIDE”

Quando iniziò a scavare nel sito di Awara, l’egittologo William Matthew Flinders Petrie, forte della sua esperienza di scavi che lo contraddistingueva si dedicò alla ricerca del famoso “Labirinto” di  Amenemhat III che gli indizi storici collocavano in quella zona del Fayyum.

Passò in secondo piano l’esplorazione della piramide decidendo di dedicarsi dapprima alla ricerca del “Labirinto”. Sul lato meridionale della piramide di Amenemhat III Petrie scoprì un impianto templare molto vasto che presentava un’articolazione assai complessa, questa fu subito associata al famoso “Labirinto” citato da numerosi viaggiatori e storici del passato.

Parlando di Amenemhat III Manetone scrive:

<<…….egli costruì il Labirinto nel nomo di Crocodilopoli, (Arsinoe), come tomba per se……>> .

Il “Labirinto di Meride” come viene comunemente chiamato, ricorda quello di Cnosso. Occupava un’area di circa 70.000 metri quadrati, (28.000 secondo Miroslav Verner), e comprendeva, secondo i greci che sicuramente hanno esagerato un po le stime, 3.000 stanze disposte su due piani, uno dei quali sotterraneo, oltre a dodici cortili. Venne descritto già nell’antichità dalla maggior parte degli storici i quali gli attribuirono un ruolo prevalentemente religioso.

Pitagora ne parla a proposito del suo viaggio in Egitto:

<<………il mio interprete mi condusse nel labirinto all’estremità del lago Meride…….. ricchissimo concepimento fu quello di riunire in un solo luogo gli oggetti più sacri e più cari al popolo, e di rendere, per così dire, visibile e palpabile la potenza politica di una società di parecchi milioni di uomini………il labirinto dell’Egitto contiene altrettanti templi, quante ha il Nilo divinità; altrettanti palazzi, quanti vi sono governi, o vi dovrebbero essere stati: giacché questo immenso edifizio, nell’origine del suo disegno, doveva essere considerato come il geroglifico materiale dell’impero……..>>.

Anche Strabone racconta meravigliato:

<<……….una grande reggia composta da numerosi ambienti, tanti quanti erano un tempo i nomoi; altrettanti sono i cortili circondati da colonne, l’uno dietro l’altro e tutti allineati in un’unica fila su uno solo dei muri, quasi si trattasse di un lungo muro che rechi dei cortili appoggiati sulla facciata……….si aprono numerose e lunghe gallerie sotterranee, collegate fra loro da tortuosi passaggi………..senza guide per nessun visitatore è possibile entrare e uscire dallo stesso cortile……..>>.

Scriveva Erodoto:

<<…….Stabilirono, poi, anche di lasciare un monumento a ricordo del comune dominio e, quando l’ebbero deciso, costruirono il Labirinto, che si trova un po’ sopra il lago Meri……..già le piramidi erano al disopra di ogni possibile descrizione………. ma il Labirinto vince il confronto anche con le piramidi……..Le stanze superiori le abbiamo viste noi stessi………di quelle sotterranee abbiamo solo informazioni per sentito dire; poiché quelli degli Egiziani che vi sovraintendono non hanno voluto assolutamente farcele vedere, dicendo che ci sono le tombe dei re che fin dall’inizio costruirono questo labirinto e dei coccodrilli sacri……..>>.

Secondo Plinio la sua costruzione è da attribursi all’architetto Petesuchos Pnepheros del quale è stato rinvenuto un tempio a Karanis, oggi Kom Aushin. Dagli scavi di Petrie emersero i resti di pavimenti e pareti di un edificio dalle dimensioni enormi; il recinto sacro era lungo 304 metri e largo 244, al suo interno ci sarebbero entrati la grande sala di Karnak ed i templi successivi, il grande cortile, i piloni, il tempio di Mut, il tempio di Khonsu, i due templi di Luxor ed il Ramesseum.

Si ritiene che il labirinto di Hawara, come qualsiasi complesso di templi in Egitto, rispecchiasse l’aldilà. C’erano 42 sale in tutta la struttura che Strabone associa al numero di nomoi dell’Egitto ma che corrispondono anche ai quarantadue giudici che presiedono al destino della propria anima, insieme agli dei Osiride, Thoth, Anubi e Ma’at, al giudizio finale nella Sala della Verità. Il Labirinto avrebbe dovuto condurre il defunto attraverso un luogo confuso, verso uno stato illuminato, proprio come il paesaggio dell’aldilà descritto nei Testi delle Piramidi e dei Sarcofagi oltre che nel Libro dei Morti.

A questo punto mi piace riportare un commento della Dott.ssa Stefania Tosi, docente di materie umanistiche, ricercatrice indipendente, che da più di dieci anni si occupa di storia dell’Antico Egitto e dei testi sacri egizi:

<< Certamente la piramide e il Labirinto appartengono a un bagaglio simbolico così antico da perdersi nella notte dei tempi e di cui restano tracce nelle pitture rupestri paleolitiche e neolitiche, soprattutto per quanto riguarda labirinti, meandri e losanghe. La parte superiore e quella inferiore del Labirinto riproducevano la perfetta simbiosi di cielo e terra, morte e rinascita, luce e tenebra >>.

Nel complesso furono rinvenute due statue colossali di Amenemhat III assiso, delle statue oggi rimangono solo più i piedistalli che sono noti come i “Colossi di Biahum”, dal nome del sito in cui si trovavano, da non confondere con i “Colossi di Memmone”. Non si sa con precisione quando questo meraviglioso complesso cadde in rovina, si sa solo che venne smantellato per riutilizzare le sue pietre in altri progetti di costruzione.

Del labirinto oggi sono presenti solo poche rovine ed alcune parti di colonne poiché ancora in epoca romana venne utilizzato come cava di pietra, inoltre dal 1888 i blocchi restanti sono stati utilizzati per le costruzioni nel Fayyum. Va comunque detto che il sito di Hawara ha influenzato a lungo molte civiltà nel corso della storia. I misteri che racchiude hanno lasciato un’eredità e hanno avuto un impatto sull’archeologia, sulla storia dell’arte, sull’architettura e sulla cultura popolare.

Fonti e bibliografia:

  • Stefania Tosi, “L’Enigma della piana di Awara”, articolo del 2 luglio 2021
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961, Einaudi, Torino 1997
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi” Newton & Compton editori, 2002
  • Edda Bresciani, ““Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2004
  • Corinna Rossi, “Piramidi”, Edizioni White Star, 2005
  • Stefania Pignattari, “Due donne per il trono d’Egitto: Neferruptah e Sobekneferu”,  La Mandragora, 2008
  • Nagib Farag, “La scoperta di Neferwptah”, Cairo, 1971
  • Riccardo Manzini, “Complessi Piramidali egizi” – Vol. III – Necropoli di Dahshur, Ananke, 2009
Kemet Djedu

SAN VALENTINO (Papiro Chester Beatty)

Di Livio Secco

STANZA PRIMA

Il Papiro Chester Beatty I riporta una serie di dialoghi tra due innamorati che vengono suddivisi in sette stanze.

Nel 2020 ho preparato un Laboratorio di Filologia Egizia comprendendo la traduzione di questo componimento letterario.

Poiché esso ha una certa lunghezza (io l’ho suddiviso in 152 righe didattiche) mi limito a postare solo le prime dieci.

Mi è sembrato utile colorare la numerazione delle mie righe didattiche con l’azzurro e il rosa a seconda che a parlare sia lui o lei. Come abbiamo spesso ricordato, le traduzioni differiscono tra gli stessi filologi ed esistono versioni incongruenti su chi pronunci cosa. Io mi sono attenuto ad una traduzione strettamente letteraria pagando il pegno di una più difficile lettura.

Ovviamente il Laboratorio ha svolto una traduzione molto più letteraria e grammaticale di quella che viene normalmente presentata sui testi. In questo modo il nostro lettore può confrontare le due versioni dello stesso brano.

STANZA QUARTA

Le traduzioni che ci vengono proposte si differiscono (a volte notevolmente) dal testo originale, anche in questo caso quindi non mi resta che proporre qui l’intera Stanza Quarta in modo letterale.

Come al solito evidenzio in rosa e in azzurro le parole di lei e di lui per una più facile comprensione.

Riaffermo che il lavoro, essendo molto letterale, non è di facile lettura, ma questo permette di evitare facilissimi sfarfallamenti colloquiali rimanendo maggiormente fedeli alla dialettica dell’epoca.

Egyptoteca

L’ARCHEOLOGO

Arthur Phillips

Presentato da Leonardo Leao Romagnoli

Un distinto archeologo inglese che forse non è archeologo, ma un truffatore

La ricerca della tomba di un faraone che forse non è mai esistito

Una trama intrigante intrecciata con un thriller, uno svolgimento dei fatti che ci porta nell’Egitto all’epoca della scoperta della tomba di Tutankhamon ma che con lui non ha nulla a che fare

Un libro che ho letto e riletto sempre con piacere e gioia

C'era una volta l'Egitto, Medio Regno, XII Dinastia

LA TOMBA DI DJEHUTIHOTEP

COME GLI EGIZI TRASPORTAVANO I COLOSSI

Di Piero Cargnino

Nei pressi del villaggio copto di Deyr el-Bersha, sulla riva orientale del Nilo nel Governatorato di Minya, nella primavera del 1915 venne scavata, a cura del Museum of Fine Arts di Boston, la tomba classificata come 10A. La tomba era appartenuta al nomarca Djehutihotep, “Grande Signore del nomos della Lepre”. Djehutihotep era il governatore egizio, del 15° nomos dell’Alto Egitto con capoluogo Hermopolis Magna nel corso della XII dinastia.

La tomba, ancorché saccheggiata fin dall’antichità, rivelò subito l’altissima qualità delle decorazioni al suo interno; è l’unica a non aver subito gravi danni dagli esplosivi usati dai cavatori. In base a come si presenta la tomba si suppone che Djehutihotep fu sepolto prima che il faraone Sesostri III adottasse dei provvedimenti atti ad abolire i distretti provinciali le cui continue tendenze indipendentiste minavano l’autorità centrale.

Gli scavi hanno portato alla luce gli straordinari sarcofagi del nomarca e di sua moglie, oggi conservati, con gli altri oggetti ritrovati, presso il Museum of Fine Arts.

Su due stipiti in calcare, acquistati da Ernesto Schiaparelli nel 1891-92 ed oggi conservati al Museo Archeologico Nazionale di Firenze (inv. n. 7596 e 7597), sono elencati i numerosi titoli civili e religiosi di Djehutihotep, tra i quali: tesoriere del faraone, “Unico amico” e soprintendente dei sacerdoti; (nella foto di uno stipite sono visibili grosse croci rosse frutto di vandalismo d’epoca cristiana).

Bene, ma ora vi chiederete perché ho scelto di trattare proprio questa tomba fra le migliaia presenti in Egitto. C’è una ragione molto particolare, la tomba di Djehutihotep è nota soprattutto per la celebre decorazione dell’interno che rappresenta il trasporto di una statua colossale il cui  peso si stima in circa 60 tonnellate.

Quattro file composte da 172 uomini, con l’uso di corde, trascinano l’enorme colosso di pietra posto su una slitta di legno. La statua è l’immagine seduta di Djehutihotep,  misura quasi 7 metri di altezza, e si pensa fosse fatta di alabastro. Sappiamo che a scolpire questo colosso, irrimediabilmente distrutto nel 1890 e del quale non è mai stata trovata traccia, è stato uno scriba, Sipa figlio di Hennakhtankh.

I disegni che rappresentano la scena sono basati su una singola foto scattata nel 1889 dal maggiore Brown. La scena, che per millenni è rimasta chiusa nella tomba di Djehutihotep, ha sorpreso non poco quanti si sono sempre chiesti come facessero gli antichi egizi a trasportare attraverso le sabbie del deserto massi così pesanti come quelli che troviamo nei vari monumenti. Questa sorprendente rappresentazione, unica nella storia dell’arte egizia, ci autorizza a pensare che quello era il modo utilizzato dagli antichi egizi per spostare blocchi di pietra che a volte superavano le 1.000 tonnellate.

NEL DETTAGLIO: IL COLOSSO DI DJEHUTIHOTEP

Osservando attentamente la rappresentazione si nota un uomo ritto sulle ginocchia della statua che probabilmente dirige le operazioni ma, soprattutto quello che attira l’attenzione è che, ai piedi della statua, sul basamento si trova un altro uomo intento a versare acqua sulla sabbia dove transita la slitta. Per lungo tempo si è ritenuto trattarsi di un rituale a scopo purificatorio. Nel 2014 alcuni ricercatori, sotto la direzione di Daniel Bonn dell’Università di Amsterdam, ha ripetuto la scena constatando che inumidire nel modo appropriato la sabbia si riduce l’attrito della slitta fino al 50% agevolandone così il trasporto.

Fonti e bibliografia:

Percy Newberry, “El Bersheh, parte I: La tomba di Tehuti-Hetep”, London, 1891 James Henry Breasted, “Antichi documenti d’Egitto”,  The University of Chicago, 1906

C'era una volta l'Egitto, Medio Regno, XII Dinastia

NOFRET II, LA REGINA CHE SORRIDE

Di Piero Cargnino

Dato che abbiamo appena parlato del faraone Sesostri II, non possiamo fare a meno di ammirare una delle sue mogli, Nofret II, la regina che sorride.

Tra le sue diverse mogli, tre delle quali potrebbero essere state Khenementneferhedjet I, Khnumit e Itaweret ci fu anche Nofret II, figlia di Amenemhat II, il cui nome significa “La Bella”, tutte e quattro erano sue sorelle. Ma io voglio parlare in particolare di Nofret II che poteva vantare i titoli di “Figlia del Re”, “Grande dello Scettro”, “Signora delle Due Terre”.

Due sue statue, rinvenute da Auguste Mariette durante i suoi scavi negli anni 1860-1861 nel sito di Tanis e che, in origine, erano collocate forse nel tempio di Amon., si possono ammirare oggi al Museo Egizio del Cairo. Entrambe le statue raffigurano la regina Nofret II seduta sul trono, una di esse, catalogata col codice JE 37487, in granodiorite è alta 165 cm, rappresenta la regina con la mano destra posata sulla coscia sinistra e la mano sinistra sul braccio destro mentre nella seconda, Nofret ha entrambe le mani aperte sulle cosce con la scollatura del vestito che lascia intravedere due serpenti che circondano il nome di Sesostri II.

Quello che più colpisce è che la regina è rappresentata con la capigliatura divisa in due parti da un nastro e cade sul petto con due grandi riccioli e circonda un disco, si tratta della stessa acconciatura esibita dalla dea Hathor e da tutte le regine della XII dinastia. Sulla base della statua si trova un’incisione che recita: “La nobile, la prediletta, la graziosa, l’amata di Sesostri II, Nofret”. Particolarmente bello ed interessante è il viso della regina, scolpito secondo i canoni della bellezza tebana, che lascia trasparire, con regale eleganza, uno splendido sorriso.

Fonti e bibliografia:

  • Zahi Hawass, “Inside the Egyptian Museum”,  Il Cairo, American University in Cairo Press, 2010
  • Aidan Dodson e Dyan Hilton, “The Complete Royal Families of Ancient Egypt”, Thames & Hudson, 2004