XVIII dinastia egizia (1550 a.C. –1295 a.C.) – Data tra il 1479 e il 1425 a.C. Tecnica/materiale: bronzo e oro Dimensioni: lunghezza 8,8 cm; altezza 7,8 cm; larghezza 3,8 cm
La Sfinge di bronzo di Thutmose III è una statuetta di una sfinge realizzata durante la XVIII dinastia egizia sotto il regno di Thutmose III, che regnò dal c. Dal 1479 al 1425 a.C.
Fu acquistato dal Louvre nel 1826 e fa parte delle collezioni permanenti.
La statuetta è ornata da intarsi dorati che mettono in risalto i simboli del potere reale. La sfinge raffigura il Faraone sdraiato sui Nove archi, che rappresentano i tradizionali nemici dell’Egitto portati alla sottomissione.
La parte anteriore della statuetta usa l’uccello Rekhyt pavoncella per scrivere: “tutte le persone lodano”.I pilastri Djed di “Dominion” adornano il lato della statuetta.
Nel maggio 2020, in pieno lockdown per il Covid, ho pubblicato una serie di articoli a carattere egittologico sempre con un occhio alla filologia e alla scrittura geroglifica.
Qualcuno ve l’ho già proposto.
Quello di oggi è relativo al fatto che, durante una conferenza, mi hanno chiesto se i geroglifici fossero stati usati esclusivamente per testi sacri, così come si deriverebbe dal loro nome.
Per rispondere in modo esaustivo ho pensato bene di scrivere l’articolo in oggetto compreso di una esemplificazione significativa in modo da rendere evidente l’idea.
Nella traduzione è compresa la fonetica colloquiale. All’epoca non mi era ancora venuta l’idea di usare la fonetica seguendo la codifica IPA. Spero che vi piaccia ugualmente.
Un grazie specialissimo va a Pietro Testa che mi diede una mano (anzi due) a svolgere il lavoro.
Dalla tomba di Kenamun, riproduzione dell’immagine di Amenhotep II da piccolo, raffigurato come se già fosse Faraone, in braccio alla sua nutrice, la madre di Kenamun. L’autore fu Norman de Garis Davies; notate che a proteggere il piccolo non c’è l’avvoltoio Nekhbet, ma una semplice anatra, sintomatica del fatto che non era ancora salito al trono
Kenamun fu il figlio del kap che raggiunse le più alte vette del potere, come si desume dai numerosi titoli conferitigli dal sovrano e dal programma decorativo della sua tomba, sulle cui pareti egli fece incidere la sua autobiografia, nella quale racconta di avere seguito il sovrano “nella terra del vile Retenu, senza abbandonare il Signore delle Due Terre sul campo di battaglia, nell’ora di respingere le migliaia”.
Immagine originale del piccolo Amenhotep II in braccio alla nutrice, nella tomba di Kenamun, molto deteriorata
Come si è già detto, egli era il fratello di latte di Amenhotep II (così come si desume dalle stele 11578 e 11593 conservate al Louvre) il quale, salito al trono a diciotto anni di età, lo definì “grande di favori nel kap” e lo elevò a Grande intendente di Perunefer (il porto di Menfi oppure, secondo l’archeologo austriaco Manfred Bietak, la città fortificata sorta sulle rovine di Avaris, base commmerciale e militare dalla quale partivano le spedizioni verso il Levante), quindi a Gran Maggiordomo, a Sindaco di Tebe e responsabile dei granai del tempio di Karnak, conferendogli complessivamente circa centocinquanta titoli, segno di grande apprezzamento anche se, probabilmente, non corrispondevano ad altrettanti incarichi concreti. Egli era comunque il braccio destro del re, l’eminenza grigia di corte, l’amministratore dei possedimenti reali, “gli occhi e le orecchie del sovrano”, ossia colui che doveva vigilare per percepire e sventare ogni pericolo per il trono ed il suo occupante. Kenamun raggiunse anche un alto grado nell’esercito: le iscrizioni su monumenti ed oggetti lo ricordano infatti come aiutante di campo del Faraone, comandante delle truppe, capo di fortezza, capo dei paesi stranieri del nord e in tale veste combatté a fianco del suo re, il quale in più occasioni lo ricompensò per il valore dimostrato e gli concesse una porzione della montagna sacra di Sheikh abd el-Qurna, nella Valle dei nobili, per edificarvi una tomba per sé e per la moglie Tadedetes (TT93).
Riproduzione dell’immagine precedente, nella quale si nota parte del corteo che porta offerte al sovrano: la zona tratteggiata è stata ricostruita, perché erasa, in quanto rappresentava Kenamun all’apice del suo potere quale portatore di flabello alla destra del re ed un altro dignitario che aprivano il corteo. Anche Kenamun doveva essere di poco maggiore d’età rispetto ad Amenhotep, ma viene rappresentato come un adulto.
Egli morì tra i venticinque ed i trent’anni, prima dell’avvento al trono di Thutmosi IV che non è mai citato nella sua sepoltura, ed è stato vittima di damnatio memoriae: nella sua tomba, infatti, la sua figura, i suoi titoli ed il suo nome sono stati erasi ovunque (il nome è sopravvissuto in soli tre casi, almeno in base agli scavi condotti fino ad oggi), e la stessa sorte hanno subito tutti i suoi familiari; i danni al nome di Amon estranei ai suoi titoli ed al suo nome e quelli alle raffigurazioni del sacerdote sem sono stati invece attribuiti alla furia iconoclasta dell’epoca amarniana.
Una nicchia nella tomba di Kenamun nella quale si nota chiaramente che le figure che rendevano omaggio agli dei Osiride ed Anubi sono state volutamente cancellate
E’ difficile stabilire quali siano state le ragioni della rovina di Kenamun: vista la sua giovane età al momento della morte, può essere che abbia ceduto alle lusinghe del potere per tramare contro il Faraone, oppure, più probabilmente, che sia caduto in disgrazia a causa degli intrighi di personaggi di corte invidiosi del suo successo, e che sia stato giustiziato o costretto a suicidarsi; è anche possibile che questi stessi nemici abbiano voluto cancellarne la memoria dopo la morte prematura, profanando la sua tomba.
Analoga sorte ha subito la Stele CG 34034 rinvenuta presso il terzo pilone del tempio di Karnak e custodita al Cairo, che raffigura scene di offerta: nel registro centrale un personaggio che rende omaggio a Thutmosis III, identificato dall’archeologo statunitense Charles Van Siclen in Kenamun, è stato eraso, e delle due linee verticali di testo quella contenente il nome dell’offerente è stata scalpellata. Il nome e le raffigurazioni del fratello di latte di Amenhotep II sono tuttavia sopravvissuti su coni funerari, su numerosi ushabti (rinvenuti a centinaia in luoghi diversi dell’Egitto con la scritta “accordato in segno del favore del re”), sul suo sarcofago custodito al museo di Firenze, (n. Inventario 9477), su di una statua cubo rinvenuta probabilmente ad Assiut e su di una statua proveniente dal tempio di Mut a Karnak (n. 935).
La stele CG 344034 presenta tre registri. Nella lunetta in alto è scolpito il disco solare alato. Al centro del primo registro è raffigurato il dio Amon, in piedi, che guarda verso destra; dietro di lui sono presenti Amenhotep I e la madre Ahmose Nefertari divinizzati. Di fronte a loro sopravvive la parte inferiore di una figura maschile offerente. A sinistra del secondo registro Thutmosi III, seduto, guarda verso destra, e di fronte a lui c’è una linea di testo verticale. Al centro, di fronte al sovrano, in atto di offerta, è presente una figura maschile, erasa, attribuita a Kenamun. Di fronte ad essa sono presenti due linee di testo geroglifico verticali, una delle quali conteneva il nome di Kenamun ed è stata scalpellata. Del terzo registro si conserva parte di una linea orizzontale di testo con i cartigli di Amenhotep I ed Ahmose Nefertari.
LA STRANA STORIA DELLA SUA MUMMIA
Nel 1829 il prof. Ippolito Rosellini, che insegnava Lingue Orientali all’Università di Pisa, tornò in patria dopo avere partecipato con Champollion alla prima missione della storia condotta in Egitto e Nubia, finanziata dal Granduca di Toscana Leopoldo II e da Carlo X di Francia, e portò con sé una collezione di antichità, ora esposte al Museo Egizio di Firenze.
Tra di esse si trovavano 11 mummie, (termine con cui l’egittologo designava un corpo avvolto nelle sue bende inserito nel suo sarcofago antropoide in legno) sette delle quali sono ancora oggi a Firenze, tre sono andate distrutte, e l’undicesima, che nella lista trasmessa dall’egittologo a Leopoldo II viene definita “Mummia in cassa tinta di nero e geroglifici tracciati di giallo. Il corpo intatto nelle sue fasce”, scomparve fin dal suo arrivo a Livorno da Alessandria d’Egitto e di essa non si seppe più nulla fino al 2012, quando fu ritrovata ed identificata dalla prof. Marilina Betrò, egittologa dell’Università di Pisa, che nel 2008 iniziò a studiare il materiale inedito di Rosellini e la sua collezione.
Il corpo, ridotto ad uno scheletro, si trovava nel magazzino del Museo di Storia Naturale di Calci, vicino a Pisa, conservato all’interno di una scatola di cartone; il teschio, appartenente ad un giovane di 25 – 30 anni, reca un’iscrizione con inchiostro nero che identifica i resti come appartenenti ad una delle mummie rinvenute dall’egittologo toscano, e le ricerche effettuate hanno permesso di accertare che essa era stata danneggiata dall’acqua nel viaggio via mare e fu lasciata a Pisa, dove il corpo fu sbendato e ripulito dai resti in avanzato stato di deterioramento.
Il teschio di Kenamun, sul quale li legge chiaramente che si tratta dello “scheletro di una delle mummie portate da Egitto dal Prof. Rosellini”. Credit della prof. Marilina Betrò
Lo scheletro, che ancora reca qualche traccia di tessuto mummificato e che manteneva un valore più scientifico che storico venne donato da Rosellini a Paolo Savi, all’epoca direttore dell’antico Museo di storia naturale, mentre il sarcofago privato del coperchio e delle sezioni della cassa che stavano marcendo, venne stivato nei magazzini del museo fiorentino.
Si tratta di un sarcofago antropoide nero (colore simbolo di rinascita in quanto ricordava il fertile limo) con testi ed immagini tracciate in giallo, soprattutto in foglia d’oro, tipologia utilizzata nella XVIII dinastia a partire dal regno di Thutmosis III e rimasto in voga fino agli inizi della XIX dinastia per le sepolture di personaggi di rango elevato.
Particolare del sarcofago di Kenamun
Fino a pochi anni fa nessuno si era reso conto che su di esso comparivano il nome di Kenamun, ed il titolo di “padre del dio”, che denotava lo straordinario favore del Faraone (in questo caso il dio), e che fu concesso all’occupante e a pochissimi altri nobili nel corso della XVIII dinastia.
Se la mummia fosse stata intatta, forse con i moderni metodi di indagine si sarebbe potuta determinare la causa della morte di Kenamun, ed aggiungere un tassello importante alla ricostruzione della sua storia; l’analisi del solo scheletro non ha evidenziato nessuna anomalia tale da giustificarne il decesso in così giovane età, per cui il mistero rimane.
Calci. L’antico monastero sede del museo di storia naturale, dove vennero rinvenuti i resti di Kenamun. Foto di Gabriele Geraci.
Dal 16 dicembre 2014, Kenamun e il suo sarcofago si trovano nelle Collezioni Egittologiche dell’Università di Pisa.
LA TOMBA DI KENAMUN
L’enorme sepoltura di Kenamun, individuata con la sigla TT93, sorge sulla cima delle colline di fronte a Luxor ed è riccamente decorata; pur essendo conosciuta fin dall’inizio del XIX secolo, tanto da essere stata visitata da Champollion, Rosellini, Wilkinson, Lepsius e Prisse d’Avennes (solo la prima parte, essendo il resto ingombro di detriti), fu esplorata e documentata solo alla fine degli anni ‘20 dal Metropolitan Museum di New York ed è tuttora oggetto di scavo e consolidamento ad opera di una missione congiunta brasiliana ed egiziana denominata BEMAC (Brazilian-Egyptian Mission for Archaeological Conservation), che deve ancora esplorare tutta la zona sotterranea, resa inaccessibile da un crollo e che sta riportando alla luce e restaurando poco alla volta i dipinti parietali e quel che è rimasto ancora intrappolato in una spessa coltre di fango depositatosi all’interno e diventato durissimo nel corso dei secoli.
L’ingresso della tomba di Kenamun ed uno dei due portici laterali incompiuto
La piantina della tomba; la parte in arancione è sotterranea e probabilmente di epoca successiva, ma ancora non indagata.
L’archeologo inglese Robert Mond, che per primo la esplorò ai primi del Novecento, non trovò traccia della camera sepolcrale: era possibile che fosse già stata trovata e saccheggiata, ma ipotizza autorevolmente la prof. Betrò che la morte prematura di Kenamun, il fatto che ci sono ampie zone della tomba non finite ed altre volutamente danneggiate inducono a ritenere che il nobile sia stato sepolto altrove o che ci sia rimasto poco tempo, e che il fastoso funerale rappresentato sulle pareti e progettato da Amenhotep II per il suo grande amico quando era ancora in vita non sia mai stato celebrato, almeno secondo quelle modalità.
I pescatori; il primo porta con sè il bottino della pesca, realizzata evidentemente infilzando la preda con le picche, il secondo ha in mano un fiore di loto
L’ultima dimora del giovane fu, probabilmente, una modesta tomba a pozzo priva di decorazioni rinvenuta nel 1828 dalle maestranze di Rosellini e Champollion, che nel frattempo si erano recati in Nubia, lasciando come responsabile degli scavi il lucchese Piccinini, al quale avevano ordinato di attendere il loro ritorno prima di aprire sepolture che fossero state trovate intatte.
Portatori di offerte: il primo a sinistra ha con sè l’arco di Kenamun nella sua sontuosa custodia , un bastone da lancio e la faretra con le frecce sulla spalla; il servo al centro porta i sandali , una picca ed un sacchetto; quello a destra due daghe
Così fu per una di esse; l’altra, invece, quella di Kenamun, la cui dislocazione esatta nè Piccinini né gli operai furono in grado di riferire, venne aperta e svuotata; all’interno si trovavano il modesto sarcofago (decorato con pittura gialla invece che con foglia d’oro o d’argento, usualmente utilizzata per i personaggi importanti), il prezioso carro smontato (probabilmente quello donato al fratello di latte dallo stesso Amenhotep II e di cui si fa menzione nella tomba originaria), un arco ed un numero imprecisato di altri oggetti (parte dei quali è probabile che i fellahin assunti per scavare avessero fatto sparire).
Scena palustre: in una macchia di papiri, molti dei quali ancora in bocciolo, si nascondono volatili di vario genere; un gruppo di anatre sta scappando in volo.
L’accesso alla tomba originariamente destinata al fratello di latte di Amenhotep II è situata in un ampio cortile, dotato su entrambi i lati da due portici, non finiti, scavati nella roccia.
Decorazione murale rappresentante una serie di pilastri djed, due felini e due occhi wadjet
L’ingresso, posto al centro del muro ovest, conduce ad una prima sala trasversale completamente decorata e divisa da una fila di dieci pilastri, che reca alle estremità due cappelle. Nella cappella nord si apre una scalinata che conduce ad una serie di stanze funerarie sotterranee, ritenute un’aggiunta di epoca posteriore dall’egittologa tedesca prof. Friederike Kampp-Seyfried.
Navigazione lungo il Nilo. L’uomo a destra è l’addetto al timone, mentre quello a sinistra con lo scandaglio valuta la profondità delle acque per evitare che il natante finisca in zone di secca.
Questa sala è collegata da un corridoio perpendicolare ad una seconda sala trasversale con due file da quattro colonne ciascuna, che reca oggi un’unica scena a sinistra della porta d’accesso, nella quale sono raffigurati due figli che fanno offerte al defunto ed alla madre.
Frammento di parete
La tomba di Kenamun è decorata secondo i canoni dell’epoca: egli è raffigurato nelle sue attività ufficiali ma soprattutto nella lussuosa vita privata, delineata con estrema vividezza e tipica di un giovane nobile, ricco e potente: la caccia nel deserto, la pesca nelle paludi, i banchetti, la casa con il giardino; non mancano le tradizionali immagini del defunto, talvolta con la moglie, che adora Osiride, Anubi, Amenhotep II, Maat e le dee dell’occidente, e mentre fa o riceve offerte, portate da processioni di servi.
Credo che si tratti di un elenco di offerte per il defunto
Quale ricordo del legame particolare intercorrente con il sovrano, vi compare la rappresentazione (già pubblicata nel precedente post) del piccolo Amenhotep in braccio alla sua nutrice, madre di Kenamun, il quale apre una processione di personaggi che portano doni preziosissimi, che vengono elencati ed illustrati: una coppa in oro, pietre preziose e smalti decorata con fiori, frutta e palme su cui si arrampicano scimmiette, “cocchi d’oro e d’argento, statue di avorio ed ebano, collane di pietre dure e preziose, e armi”, tutti rappresentati su vari registri.
Ballerine partecipanti al banchetto funebre: la prima e la seconda donna a sinistra, stanno battendo le mani e muovono i piedi.
Erano previste anche le raffigurazioni del funerale di Kenamun, progettato quando era ancora vivo, così come si deduce dai testi: Amenhotep II aveva disposto che statue raffiguranti l’amico venissero portate in processione nei templi e che le musiciste e cantrici del tempio di Amon accompagnassero le esequie battendo le mani, cantando e danzando. Non si sono conservate le scene in cui erano raffigurate le offerte funerarie, ma un’iscrizione cita “un cocchio che Sua Maestà diede in segno del suo favore”, e che è probabilmente quello oggi esposto a Firenze.
Questo rilievo in orgine rappresentava Amenhotep II in trono, sotto un baldacchino. Ai suoi piedi i rappresentanti delle popolazioni da lui sottomesse, ben riconoscibili dalle differenti caratteristiche somatiche e dal cartiglio recante il nome del loro territorio
FLORA E FAUNA
Gli Egizi vivevano in un ambiente naturale ricco di flora e soprattutto di fauna, ed essi amavano riprodurlo sugli oggetti e sulle pareti tombali, come contesto per rappresentare momenti della vita del defunto che assumevano anche un valore simbolico.
Nella tomba di Kenamun si trovano scene ambientate nelle paludi in riva al Nilo ed ai limiti del deserto, nelle quali sono dipinti gli animali che all’epoca popolavano quelle zone. Qui ho raccolti una serie di immagini alcune delle quali sono a mio avviso molto belle.
Un cucciolo di gazzella (?); della madre è sopravvissuto solo il corpo, al quale il piccolo si appoggia.Cesti con prodotti vari e fiori di ninfea. Disegno copiato dall’originale e pubblicato nel libro sulla tomba di Norman de Garis Davies già citato in bibliografia
Un coniglioPesci del Nilo, riproduzione di Nina de Garis Davies, pubblicata nel libro del marito Norman de Garis Davies già citato in bibliografia
Una mandria di bovini. Si nota ancora la quadrettatura realizzata dall’autore per garantire le proporzioni dell’immagine
Uno stambecco con il suo piccoloUna iena con il suo piccolo, del quale è rimasta solo la testa, con il pelo grigio e un occhione nero, visibile davanti al muso della madre
Un asino
Uno struzzo
Delle anatre: disegno copiato dall’originale e pubblicato da Norman de Garis Davies, nel testo sulla tomba già citato in bibliografia
Rocca G., La damnatio memoriae tra i privati dall’Antico al Nuovo Regno Egiziano. Casi di Studio. Tesi di laurea in Orientalistica: Egitto, Vicino e Medio Oriente, Università di Pisa, anno accademico 2015 – 2016, rel. Prof. M. Betrò
Laboury D. e Gathi M., Gli uomini (e le donne) del re, in Egitto. La straordinaria scoperta del faraone Amenhotep II, Milano 2017, 24 ore Cultura
De Garis Davies N., The tomb of Ḳen-Amūn at Thebes, with plates in color by Norman de Garis Davies, H. R. Hopgood, and Nina de Garis Davies, Metropolitan Museum New York
Sculpted from an alabaster block, this altar was used either as a sacrificial altar or a libation table. It is decorated with the forms of two lions, whose front and back paws are beautifully defined. The altar slopes downward towards a circular basin, around which the tails of the lions are curled.
Magical offering formulas and prayers were recited when libations like water, milk, beer or wine were poured over the altar.
The liquids were then collected in the basin and presented to the gods or to the ka of the deceased.
The same magical and sacred formulas were required during sacrificial rites performed on the altar, and in this case, the blood of the sacrificial animal was collected in the basin.
The use of lion heads and paws, as decorative elements on thrones, chairs and beds, was a popular theme in ancient Egypt.
The lion was associated with the horizon, where the sun god rose, and these features imbued the item of furniture with an air of strength and protection. Funerary beds matching the style of this altar were found in the tomb of King Tutankhamun, as well as in the funeral procession scenes in the Tombs of the Nobles in Thebes from the New Kingdom Period.
The alabaster stone, often referred to as calcite by Egyptologists, was called shes by the ancient Egyptians, and quarried at Hatnub near Minya, 250 km south of Cairo.
Questo gruppo statuario decisamente conosciuto raffigura Ramesse III posto tra gli dèi Horus e Seth.
Dietro al gruppo statuario c’è un’iscrizione verticale.
Data la presenza di due cartigli è evidente che siamo in presenza del Quarto e del Quinto Protocollo Reale del celebre faraone della XX dinastia.
Per chi volesse approfondire la tematica dei nomi dei sovrani egizi consiglio la lettura del Quaderno di Egittologia numero 22 dal titolo IL PROTOCOLLO REALE – Composizione dell’onomastica egizia che potete trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/
Come al solito ho aggiunto la pronuncia IPA per coloro che vogliono leggere il geroglifico senza conoscerlo.
Siamo nel periodo in cui governò in Egitto il faraone Sesostri III, Khakaura, Senwosre, Horo Netjerkhepru, XII dinastia, (1877-1843 a.C.).
Sesostri III è considerato il più grande e potente re della XII dinastia, proseguì l’azione dell’avo Sesostri I mirante a limitare il potere dei nomarchi, abolì la carica e sottopose l’intero paese direttamente ad un visir che si avvaleva di tre “uaret”, ovvero ministeri, uno per il Basso, uno per l’Alto Egitto e il terzo per la “Testa del sud”, ovvero Elefantina e la Nubia.
Sesostri III, nell’ottavo anno di regno, risalì il Nilo “per annientare il vile Kush”, ordinò di scavare un nuovo canale vicino all’isola di Sehel nella prima cateratta per far passare le proprie navi, ma le iscrizioni presenti a Semna, risalenti allo stesso periodo, dimostrano che erano state prese le più severe misure per impedire il passaggio dei Nubiani in direzione opposta. La località si prestava ad istituire una postazione doganale che avrebbe regolato il traffico tra l’Egitto e la Nubia che si svolgeva sul fiume.
La, dove oggi si estende l’immenso Lago Nasser, nel Sudan del Nord, a Semna, Sesostri III fece costruire la più importante fortificazione su quello che, allora, era il confine con la Nubia in una stretta gola. Semna è una località del Sudan che si trova a circa 40 chilometri a sud della seconda cateratta del Nilo, sulla sponda occidentale nella Bassa Nubia.
L’opera difensiva di Sesostri III si compone di tre importanti fortezze, Semna Est, in egizio Itnw-pedjawt, e Semna-Sud, in egizio Dair-khaset, allo scopo di assicurare il controllo del confine dai possibili attacchi militari provenienti dal regno di Kush.
Di fronte a Semna, sulla sponda orientale si trova Kumna, sede di un’altra fortezza egizia. Le fortezze, che da lui presero il nome, “Potente è il (re) Khakaura”, insieme proteggevano le vie terrestri e fluviali, ce lo conferma lo stesso Sesostri sulla grande stele dove rivela i propri timori attraverso la sprezzante descrizione dei Nubiani, egli cosi conclude:
“Tra i miei figli, colui che difenderà questo confine stabilito dalla Mia Maestà, quegli è il figlio mio e nato da me……… colui che lo distruggerà e non combatterà per difenderlo, quegli non è mio figlio e non nacque da me”.
La presenza delle fortezze doveva scoraggiare i tentativi delle popolazioni della Nubia di spostarsi verso nord. A tale proposito si legge in un decreto: “A nessun lavoratore nero è permesso di superare questo confine, tranne se porta con sé bovini, capre o pecore”. Semna e Kumma svolgevano anche il ruolo di porto militare ed entrambe rimasero attive fino alla XIII dinastia, fu solo nel Secondo Periodo Intermedio, con il sovrano Sobekhotep III che ebbe inizio un lento declino nelle postazioni più remote del regno d’Egitto.
La fortezza tornò in uso durante il Nuovo Regno quando venne ampliato il tempio locale dedicato al dio nubiano Dadùn. A seguito della costruzione della diga di Assuan ed alla conseguente formazione del lago Nasser entrambe le località sono state sommerse dalle acque del Nilo. A Semna si trovava anche un tempio che, onde evitarne l’inabissamento, è stato smontato e ricostruito nel museo di Khartum.
Fonti e bibliografia:
Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi” Newton & Compton editori, 2002
Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Biblioteca Storica Laterza, Roma-Bari, 2011
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Pierre Tallet, “Sesostris III et la fin de la XIIe dynastie”, Paris 2005
Riccardo Manzini, “Complessi Piramidali Egizi – Abu Roash, El-Lisht, Mazguneh”, Ananke, 2011 Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961, Einaudi, Torino 1997
Calcare, altezza 700 cm Tebe, Medinet Habuscavi di A. Mariette Museo Egizio del Cairo – JE 33906
In origine questo gruppo si trovava nel tempio di Amenhotep III a Tebe Ovest, edificio fatto distruggere da Merenptah per costruire il proprio e di cui sono rimaste solo le due statue monumentali poste ai lati del pilone, i così detti ” Colossi di Memnone”
Rinvenuto a frammenti a Medinet Habu, da dove fu traslato e riassemblato al Museo del Cairo, il gruppo rappresenta il sovrano e la regina Tiye, seduta al suo fianco, e di tre figlie: Henuttaneb, Nebetah e un’altra, il cui nome è oggi perduto, le principesse sono raffigurate in scala minore i piedi davanti al trono.
La regina Tiye viene regolarmente rappresentata a fianco del suo sposo nella scultura, nei rilievi templari e tombali, nonché sulle stele.
Ciò denota la sua importanza nella vita del regno: con lei, per la prima volta, la sposa del faraone, la ” Grande Sposa del Re”, assume un’importanza politica maggiore rispetto a quello della regina madre.
Nella sua iconografia compaiono inoltre nuovi elementi che denotano il suo carattere divino ( oltre a quello del re), quali le corna vaccine e disco solare sul capo, attributi della dea Hathor, Tiye fu anche la prima regina cui fu consacrato un tempio, a Sedeinga, tra la seconda e terza cataratta.
Nel gruppo in esame la regina porta una pesante parrucca tripartita con ureo regale e un modio sul quale dovevano trovarsi appunto gli attributi hathorici.
Indossa un lungo abito aderente, la mano sinistra poggiata col palmo aperto sulla coscia, mentre con la destra cinge, in un gesto affettuoso la vita del re.
Fonte
I tesori dell’ Antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic g Edizioni White Star
Goddess Neith (with weaver symbol) at the canopic shrine of Tutankhamun.
This gilded wooden shrine, contained a smaller alabaster canopic chest that in turn housed the four canopic jars, containing the vicera. Inside these jars were found four miniature coffins with the internal organs of the king.
This shrines upper part of the roof is decorated with protective cobras. Four goddesses surround the shrine, spreading their arms in a protective manner.
18th dynasty, from Valley of the Kings, tomb of Tutankhamun – KV62
As one of the eldest goddesses, Neith emerged from the primeval waters to create the world. As time went on and myths evolved, Neith took on other characteristics and responsibilities. Although originally a hunter and warrior, and always considered a great protector of the Egyptian people, she was also a wise mediator between gods, as well as between humanity and the gods. In addition, Neith cared for the dead and helped to dress their souls in preparation for the afterlife.
Warrior goddess Neith is considered the mother of all the gods. She was a creator of the world and the mother of the very influential sun god Ra, who finished the creation after his birth. As a creator, Neith was an early goddess in the Egyptian pantheon and the people worshipped her throughout Egypt. In later years, Neith was mainly recognized in the Western Nile Delta at her cult center of Sais.
Known as a huntress during the pre-dynasty time period, her symbol was a shield crossed with arrows. The other symbol of Neith is a weaving shuttle. She was also considered the goddess of weaving. Frivolous as this may seem for a goddess, there is a myth that suggests Neith created the world by weaving it. Neith was the patron goddess of the Red Crown of Lower Egypt, and was often portrayed wearing her Red Crown. However, in the creator stories inscribed in ancient hieroglyphics, she is also portrayed with an ejaculating phallus. Although known as goddess, Neith was actually androgynous, at least in terms of her role in creation.
Il faraone Sesostri III fu il più grande e potente faraone della XII dinastia e forse dell’intero Medio Regno, durante il suo regno L’Egitto trascorse un periodo fiorente e di grande ricchezza, “una espressione politica di altissimo livello”, così lo definisce Franco Cimmino.
Senousret III, o Kakhaura Sesostri III, (“Il Ka di Ra ha preso forma”), regnò sulle Due Terre intorno al 1840 a.C. e fu un abile faraone guerriero, secondo Erodoto giunse a conquistare tutta l’Asia e parte dell’Europa, (anche se pare un poco eccessivo ma così ci dicono). Sul fronte interno proseguì la politica dei predecessori, portò ad una rinascita dell’Egitto avviando uno sviluppo urbano mai tentato in precedenza e ad una rinascita delle arti e dei commerci. Con maggior fermezza dei suoi predecessori, spense le ultime velleità di potere dei nomarchi rafforzando l’autorità centrale. Amato dal popolo, fu uno dei pochi faraoni divinizzati ancora in vita ed il suo culto personale proseguì ancora per molti secoli dopo la sua morte.
Figlio di Sesostri II e della regina Khenemetneferherdjet I detta Ueret, (la vecchia), prese per certo due altre mogli, Khenemetneferherdjet II, (la giovane), e Neferthenut le cui sepolture sono attestate presso la sua piramide, altre sepolture nei pressi apparterrebbero forse alle figlie, Sithathor, Menet, Senetsenebtisi e Meret, come figli maschi forse ebbe solo il suo successore Amenemhat III.
Sesostri III praticò una politica di grande espansione verso la Nubia, contro la quale guidò personalmente ben otto campagne, e qui fece erigere nuove fortezze, Buhen, Semna occidentale e orientale, Toshka e Uronarti, questi ultimi sono un grande esempio di architettura militare. La mole che presentavano queste fortezze inducono a ipotizzare che le dimensioni delle stesse superassero le reali esigenze militari con il solo scopo di dare una dimostrazione della potenza dello Stato egizio. George Reisner studiò queste fortezze fino al 1964 prima che venissero sommerse dalle acque del Lago Nasser.
Una stele a Semna documenta le sue vittorie contro i nubiani e fa dire a Sesostri di aver reso sicuri i confini meridionali del Paese. Un’altra grande stele, sempre a Semna, commemora le sue vittorie in Nubia e nella regione di Canaan ed ammonisce i suoi successori di preservare i nuovi confini da lui stabiliti:
<<………Anno 16, terzo mese dell’inverno: il Re ha stabilito il Suo confine meridionale a Heh. Io ho stabilito il Mio confine molto più a sud rispetto a quello di Mio Padre. Sono un re che parla e agisce……… Vero figlio è colui che porta avanti l’impresa di suo padre, colui che custodisce il confine del suo genitore……….che la Mia Maestà ha stabilito, perché tu lo mantenga, perché tu combatta per esso…….. >>.
Intraprese anche campagne meno fortunate, nel diciannovesimo anno di regno le sue truppe furono catturate presso il Nilo e Sesostri dovette abbandonare l’impresa. Verso oriente Sesostri III, primo faraone, nella storia egizia, si recò in Siria per battere i popoli nomadi di Mentiju e Setjetiu, successivamente avvenne la presa di Sichem sul fiume Leonte in Libano. Nella sua tomba Sobek-Khu, comandante delle truppe di Sesostri, racconta orgoglioso di aver combattuto col faraone nella presa di Sikmen dove catturò un prigioniero:
<<…….. Sua Maestà mi compensò con un bastone di elettro che pose nelle mie mani insieme a un arco e a un pugnale di elettro lavorato, e mi donò anche le armi del prigioniero………>>.
Per quanto tempo abbia regnato Sesostri III è oggetto di dibattito, un papiro conservato a Berlino parla di 20 anni, secondo l’egittologo Josef Wegner, che ha esaminato un’iscrizione su un blocco di calcare dove si fa riferimento al 39° anno di regno, questo sarebbe da considerare un dato corretto ipotizzando una coreggenza col figlio Amenemhat III durante gli ultimi 20 anni. Altri egittologi, Tallet e Willelms, non concordano e ritengono probabile che tra padre e figlio non ci sia mai stata coreggenza.
Veniamo ora al complesso funerario che Sesostri III si fece erigere a nord-est della Piramide Rossa di Snefru a Dashur, questo superava decisamente i complessi dei suoi predecessori oltre che per le dimensioni anche per la concezione religiosa che ne era alla base. La piramide è larga 105 metri e alta 78 ed anche la sua costruzione differiva dalle precedenti, il nucleo era realizzato in mattoni senza lo scheletro interno in pietra mentre il paramento in calcare bianco rispecchiava quello tradizionale.
La ricerca dell’ingresso, anche in questo caso, creò non pochi problemi a Jacques De Morgan, che la studiò nel 1894-95, la cappella nord aveva solo la funzione di fuorviare gli eventuali saccheggiatori. L’ingresso si trovava sul lato ovest celato dal lastricato del cortile, da qui un pozzo immetteva in un corridoio discendente che conduceva alla camera sepolcrale. De Morgan però raggiunse la camera sepolcrale passando attraverso un tunnel scavato dagli antichi saccheggiatori.
La camera funeraria rivestita in blocchi di granito, stranamente ricoperti da un sottile strato di stucco bianco, presentava una volta a botte sopra la quale era stata ricavata un’altra camera ricoperta con cinque coppie di travi di calcare, ciascuna pesante 30 tonnellate. Sopra a queste ultime fu poi realizzata una volta in mattoni. La camera non si trovava in corrispondenza dell’asse verticale della piramide ma spostata verso nord-ovest. All’interno, contro la parete occidentale, un meraviglioso sarcofago in granito che presentava quindici nicchie, forse porte, il motivo della decorazione ed il numero delle porte non pare ricavato a caso, gli stessi elementi compaiono nella cinta muraria del complesso di Djoser a Saqqara.
A nulla servì l’ingegno dei costruttori per evitare saccheggi, la tomba fu violata forse già durante l’occupazione degli Hyksos ed i saccheggiatori non solo la svuotarono ma lasciarono addirittura incisi sulle bianche pareti i loro ritratti.
L’egittologo Lerner è dell’opinione che Sesostri III non fu mai sepolto nella piramide, che avrebbe svolto solo la funzione di cenotafio, bensì nel complesso architettonico di Abydo. Questa viene però considerata un’ipotesi vaga e poco probabile. Arnold ipotizzò invece che, essendo la camera sepolcrale molto semplice e posizionata in modo insolito, potrebbe trattarsi della camera di una regina, mentre quella del re potrebbe trovarsi sotto la verticale della piramide.
Fonti e bibliografia:
Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi” Newton & Compton editori, 2002
Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Biblioteca Storica Laterza, Roma-Bari, 2011
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Pierre Tallet, “Sesostris III et la fin de la XIIe dynastie”, Paris 2005
Riccardo Manzini, “Complessi Piramidali Egizi – Abu Roash, El-Lisht, Mazguneh”, Ananke, 2011 Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961, Einaudi, Torino 1997