C'era una volta l'Egitto, Medio Regno, XII Dinastia

LA “PIRAMIDE BIANCA” DI AMENEMHAT II

Di Piero Cargnino

A Sesostri I successe il figlio Amenemhat II, sicuramente figlio della regina Neferu III, alla quale era assegnato il titolo di “Madre del re”. Ma come si suol dire, la madre è certa, mentre per quanto riguarda il padre alcuni studiosi nutrono molti dubbi che fosse realmente Sesostri I in quanto non esistono ritrovamenti che lo confermino.

In un’iscrizione rinvenuta nella tomba di un nomarca omonimo a Beni Hasan, viene riportato che il nomarca Amenemhat ha seguito in una spedizione in Nubia “Ameni, Figlio del re”. Questo Ameni potrebbe essere stato il giovane principe che diverrà poi Amenemhat II anche se si tratta solo di un’ipotesi.

Della sua famiglia si conosce ben poco, non si conosce il nome della sposa reale di Amenemhat II come non è documentato da nessuna parte chi fu la regina madre di Sesostri II, anche se si pensa che comunque fosse figlio di Amenemhat II. Nel grande complesso funerario del faraone si trovano numerose tombe di regine o principesse ma non è stato accertato il loro legame con Amenemhat II, si trova una tomba che potrebbe essere appartenuta alla regina della XIII dinastia Keminub, oltre a quelle delle principesse, con il titolo di “Figlie del re”, Itit, Itaweret e Khnumit, che potrebbero essere state sue figlie.

In un primo momento si riteneva che Amenemehat II avesse condiviso il potere col padre in base all’interpretazione di un testo contenuto su una stele del funzionario, Wepwaweto (conservata a Leiden, V4), ma oggi molti lo ritengono improbabile. Del sovrano rivestono particolare importanza gli “Annali di Amenemhat II”, i cui frammenti sono stati rinvenuti a Menfi e riportano notizie su donazioni a templi e ad alcuni fatti politici. Dai frammenti si è appreso di una spedizione militare in Asia con la distruzione di due città non meglio identificate, Iuai e Iasy. Abbiamo notizie di altre spedizioni militari di Amenemehat II, di cui tre nel Sinai, una nello Uadi Gasus ed una nello Uadi el-Hudi in cerca di ametiste. Amenemehat II fece costruire diversi edifici e templi a Eliopoli, Eracleopoli, Menfi e Ermopoli.

Al Museo del Louvre a Parigi è conservata una colossale sfinge con il volto del faraone Amenemhat II rinvenuta a Tanis, la statua venne poi usurpata da Merenptah (XIX dinastia) e da Sheshonq I (XXII dinastia) con l’apposizione dei loro cartigli.

Nel tempio di Montu, a Tod, località a 20 chilometri a sud di Luxor, è stato ritrovato un tesoro in pezzi d’argento, contenuto in cofani sui quali viene menzionato il faraone:

<<…….possa vivere il re dell’Alto e Basso Egitto Nubkaura, figlio di Ra, Amenemhat, amato da Montu, Signore di Djerty, (Tod)……>>.

Manetone, frequentemente disinformato, racconta che:

<<……..(Amenemhat II) venne ucciso dai suoi eunuchi……..>>,

non esistono testimonianze che confermino questa tesi, molto probabilmente Manetone fa confusione con la morte del faraone Amenemhat I avvenuta circa 80 anni prima.

Per il suo complesso funerario Amenemhat I ruppe la tradizione dei suoi due predecessori ed abbandonò El-Lisht per Dahshur, l’antica necropoli della IV dinastia. Amenemhat fece risistemare l’intera necropoli, grazie al lavoro di prigionieri asiatici. Qui fece costruire il suo complesso piramidale che, nella sua interezza, venne chiamato “Il Sekhem di Amenemhat”.

In realtà si tratta di uno dei più piccoli ivi esistenti cosa che contrasta con la durata del suo regno. La sua piramide, denominata, (forse), “Amenu-sekhem”, (Amenemhat è curato bene), secondo altri era denominata “La piramide possente di Amenemhat”, si ergeva ad est della “Piramide Rossa” di Snefru e, ironia della sorte De Morgan, che la esplorò, la denominò “mastaba bianca”., da cui  “Piramide Bianca”. Il nome è probabilmente dovuto al fatto che era completamente rivestita con blocchi di calcare bianco.

La struttura della piramide si presenta con una base “stellata”, ovvero muri di sostegno in pietra calcarea che si irradiano dal centro, e gli spazi vuoti semplicemente colmati di sabbia. Oggi è ridotta a poco più che un cumulo di macerie in quanto venne quasi completamente depredata del calcare bianco dalle vicine popolazioni locali.

Non è mai stata compiuta un’investigazione su larga scala, venne esplorata, poco più che sommariamente nel 1894-95, da Jacques De Morgan il quale dedicò la maggior parte del suo tempo agli scavi delle tombe presenti nel recinto del tempio, quella del principe Amenemhetankh e delle principesse Ita, Itaweret, Khnumit e Sithathormeret nelle quali furono rinvenuti resti del corredo funerario, fra cui sarcofagi in legno, casse per canopi e vasi di alabastro per unguenti profumati.

Nelle tombe di Ita e Khnumit furono ritrovati i reperti più preziosi, raffinati gioielli che oggi si possono ammirare nella “Sala del tesoro” del Museo Egizio del Cairo. Interessante il fatto che numerosi oggetti d’argento ritrovati non sono manufatti egizi bensì di origine egea, da ciò si deduce che nel Medio Regno esistevano contatti tra l’Egitto e paesi stranieri, con la Grecia in particolare.

L’entrata della piramide di Amenemhat II è situata sotto la cappella nord, un condotto discendente in blocchi di calcare, la cui costruzione è molto simile a quello della piramide di Neferirkare ad Abusir lungo circa 40 metri, presenta un soffitto piatto sormontato a sua volta da una capriata in lastre di calcare sovrapposte. L’ultimo tratto proseguiva in orizzontale e, dopo uno sbarramento con due lastre di granito, terminava nella camera funeraria posta in corrispondenza dall’asse verticale della piramide. La camera funeraria, il cui soffitto era costruito nello stesso modo di quello del corridoio e di quello della camera del re nella piramide di Cheope, ad eccezione delle camere di scarico,  presentava una pianta estremamente articolata, due magazzini si trovavano sulla parete sud e due sulle pareti est ed ovest, era inoltre presente un pozzo dal quale si accedeva ad una sottostruttura contenente i vasi canopi. Inserito nelle murature interne della parete occidentale un sarcofago in quarzite consistente in un vano con le dimensioni di circa 2 per 1 metri con un’altezza di 1 metro. In assenza di reperti di alcun tipo non è possibile accertare con sicurezza che Amenemhat II sia stato effettivamente sepolto nella piramide.

Purtroppo oggi il complesso si presenta quasi interamente sepolto sotto la sabbia in stato di abbandono e le uniche notizie conosciute sono quelle documentate da De Morgan. Poiché il rivestimento in calcare manca quasi completamente non è possibile stabilire l’angolo di inclinazione e di conseguenza l’altezza originale, per quanto riguarda la base si pensa che fosse di circa 50 metri. Amenemhat II si associò al trono il figlio, futuro Sesostri II, col quale condivise una breve coreggenza, l’unica certa del Medio Regno. La stele di Hapu, rinvenuta a Konosso, riporta che il 3º anno di regno di Sesostri II coincide con il 35° di Amenemhat II che pare sia anche l’ultimo del suo regno.

Fonti e bibliografia:

  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2004
  • Manzini, Riccardo, “Complessi piramidali egizi, Necropoli di Dahshur” – Ananke, Torino 2009
  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Alessia Amenta, “I tesori del museo egizio del Cairo”, White Star, Giugno 2005
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
  • John A. Wilson, “Egitto – I Propilei”, Monaco di Baviera 1961 (Mondadori, Milano 1967)
  • Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 1994
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005 Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, De Agostini, Novara 1993
Mai cosa simile fu fatta, Statue, XVIII Dinastia

TESTA DELLA REGINA TIYE CON CORONA

Di Grazia Musso

Legno di ebano e lamina d’oro
Altezza 9,5 cm senza corona
Berlino, SMPK, Agyptisches Museum. N 2312

Questa testa di Tiye è una delle più celebri della regina.

I suoi tratti decisi, quasi duri, come la piega delle labbra e lo sguardo, mostrano una donna con grande forza di carattere.

La regina Indossa la corona khat, riservata solo alle dee, e soltanto due regine l’hanno portata : Tiye e Nefertiti.

Fonte

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Kemet Djedu

ISTRUZIONI PER IL MONTAGGIO

Di Livio Secco


No, vi sbagliate. Questa non è un’informativa IKEA, ma è un’integrazione filologica del post odierno di Patrizia Burlini.

La nostra Patrizia riporta alcune bellissime e particolareggiate immagini del sacrario che conteneva i vasi canopi di Tutankhamon nella KV62 che potete vedere QUI.

Come ci fa notare Patrizia, il sacrario è stato montato alterando le istruzioni indicate dai costruttori. Alcune delle pareti sono state scambiate tra loro e poi adattate a martellate perché, ovviamente, non coincidevano perfettamente come era avvenuto nel laboratorio di produzione.

Gli archeologi se ne sono accorti perché sulle componenti erano stati tracciati a mano dei geroglifici con la disposizione dei pezzi.
Patrizia ce ne fa vedere di due tipi.

Dal mio dizionario, che potete trovare qui: https://www.amazon.it/Diziona…/dp/8899334129/ref=sr_1_1…, si evincono i suggerimenti per il corretto montaggio.

Per gli egittologi il mancato rispetto delle istruzioni di montaggio fu dovuto allo spazio angusto in cui si muovevano gli operai addetti alla fornitura della tomba e alla fretta di comporre il corredo funerario di un re morto all’improvviso.

Il punto nero separa le alternative grafiche.

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LE MERAVIGLIOSE TOMBE RUPESTRI DI BENI HASAN

Di Piero Cargnino

A questo punto, visto che stiamo trattando il Medio Regno e con Sesostri I l’Egitto ha da poco raggiunto quella pace perduta per circa due secoli, facciamo un giro per vedere a cosa aveva portato lo strapotere dei nomarchi.

Primo fra tutti la caduta del dogma che il faraone fosse, in terra, l’unico tramite con gli dei del cielo e che solo a lui fosse riservata la vita eterna.

Con l’accrescere del loro potere a scapito del potere centrale, i nomarchi iniziarono ad aspirare anch’essi al raggiungimento della Duat, a tal fine si arrogarono il diritto ad una dimora eterna più degna del loro grado, pertanto le loro tombe si trasformarono sempre più da semplici mastabe a qualcosa di più bello, grande e lussuoso. Andiamo dunque a visitare la necropoli di Beni Hasan, l’antica città egizia di Menat Khufu.

Il nome della necropoli deriva da quello di una famiglia araba, Beni Hasan appunto, che a lungo dominò questa regione fra il Sette e Ottocento. La necropoli si trova a circa 20 chilometri a sud dell’attuale città di Minya, tra Asyut e Menfi e a nord dell’antica Hermopolis.

In essa sono state rinvenute diverse tombe del Medio Regno (XI e XII dinastia) oltre a circa 900 tombe risalenti alla VI dinastia. Delle tombe in essa ritrovate, circa una decina, appartengono ai nomarchi del 16° Distretto dell’Alto Egitto la cui capitale era Hebenu (l’odierna Zawyet el-Maiyitin) all’epoca della competizione con i faraoni.

Le tombe sono del tipo rupestre scavate in un dirupo roccioso che in quanto a decorazioni non temono il confronto con le sepolture reali dello stesso periodo. La concezione della tomba rupestre si rifà all’idea della tomba intesa come “dimora eterna e residenza”. Seppur limitate in quanto a dimensioni sono magistralmente strutturate e presentano stupende camere funerarie, cappelle votive e vestiboli. In genere troviamo, di fronte all’ingresso sulla parete di fondo, la nicchia votiva che conteneva la statua del defunto o una stele commemorativa. La cripta funeraria si trovava sul fondo di un pozzo che si apriva sul pavimento della sala.

Nella necropoli di Beni Hasan troviamo che in parecchie tombe si fece largo uso di colonne fino ad allora usate molto raramente in tombe private. Queste tombe si possono davvero definire eccezionali per la struttura architettonica e per le meravigliose decorazioni in esse contenute dipinte su stucco che rappresentano una grande varietà di soggetti, scene di attività agricole, di caccia e pesca, navigazione oltre a riprodurre diversi mestieri, compaiono per la prima volta anche scene di esercitazioni militari.

La bellezza delle rappresentazioni ci viene descritta da Mario Tosi nel suo libro citato in bibliografia:

<<……….l’uso del colore assume quì una nuova importanza, i colori si differenziano liberandosi da ogni schematismo. La rappresentazione di animali e piante ci offre una nuova scala cromatica ricca di sfumature armoniosamente elaborate, si riscontra un rapporto nuovo  tra l’artista e la natura stessa. Il paesaggio diventa cornice dell’azione rappresentata……….la pittura fa rivivere il colorito mondo della natura in tutte le sue manifestazioni………>>.

Tra le tombe meglio conosciute spiccano per bellezza quelle dei nomarchi Amenemhat, padre del futuro faraone Amenemhat II ed a Khnumhotep, governatore del Nomo di Oryx.

All’interno della tomba di Khnumhotep sono rappresentati gruppi di nubiani ed un gruppo di 37 asiatici guidati dal loro capo che chiede il permesso di stabilirsi in quel territorio, riscontrabile anche in una iscrizione risalente all’anno sesto del regno di Sesostri II.

A scoprire la necropoli per primo fu l’archeologo francese Edme Francois Jomard nel 1798 , le tombe vennero successivamente documentate in “Monumenti dell’Egitto e della Nubia” dalla spedizione franco-toscana del 1828 ed in seguito da Lepsius.

Una esplorazione accurata e completa avvenne solo nel 1890 a cura dell’egittologo britannico Percy Edward Newberry e Howard Carter.

Fonti e bibliografia:

John Baines e Jaromír Málek, “Cultural Atlas of Ancient Egypt”, Andromeda Oxford Limited, 2000

Gay Robins, “The Art of Ancient Egypt”, Harvard University Press, 1997

Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, trad. Paola Poggio, La Spezia, Fratelli Melita Editori, 1995

Arthur Goldschmidt, “Biographical Dictionary of Modern Egypt”, 2000 Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle Divinità dell’Antico Egitto”, Ananke, 2006

Mai cosa simile fu fatta, Statue, XVIII Dinastia

STATUA DI HATHOR CON AMENHOTEP II

Di Franca Loi

Arenaria dipinta, altezza cm 225, lunghezza cm 227
Deir-el Bahari, tempio di Thutmosi III
Scavi dell’Eghypt Exploration Fund (1906) XVIII dinastia
Regno di Thutmosi III (1479-1425 a.C.)
Regno di Amenhotep II (1424 -1397 a.C)

La statua della vacca hathorica reca il cartiglio di AMENHOTEP II inscritto sul collo dell’animale. Essa riproduce la medesima scena raffigurata sulle pareti della Cappella: la vacca da un lato protegge il re adulto che si trova in piedi sotto il suo collo, dall’altro allatta il sovrano bambino, riprodotto accovacciato sulla sinistra della scultura. Il sovrano indossa un gonnellino corto e ha la gamba sinistra avanzata, mentre le mani sono appoggiate sul gonnellino con i palmi aperti; sulla testa porta il copricapo nemes;il volto è completamente distrutto.

La vacca è circondata da steli di papiro, ha in capo le corna hathoriche con il disco solare e l’ureo sulla fronte.

Sulla montagna di Tebe Ovest il culto di Hathor in forma vaccina era molto sviluppato; anche Hatshepsut aveva dedicato un santuario a questa Dea nel recinto del suo “Tempio dei milioni di anni” accanto a quello di Thutmosi III III.

Fonte:

  • I TESORI DELL’ANTICO EGITTO
  • NATIONAL GEOGRAPHIC

Foto:

  • I TESORI DEL MUSEO EGIZIO DEL CAIRO
Oggetti rituali

VASCA PER IL CULTO FUNERARIO

Di Francesco Alba

Antico Regno, Sesta Dinastia, ca. 2374-2191 a.C.
Provenienza: Necropoli Ovest, Giza
Dimensioni: Vasca: 30 x 18 x 14 cm; Pannello: 41 x 61 x 11 cm.
Kunsthistorisches Museum Wien, Ägyptisch – Orientalische Sammlung
N. Inventario: 7448, 7449

Vasca per il culto funerario di Hesi e pannello della falsa porta.

I due manufatti, pannello e catino, sono stati rinvenuti insieme nella mastaba di Hesi a Giza.

Provengono dal luogo di culto principale della tomba, che era per l’appunto contrassegnato da una falsa porta e dalla piccola vasca. Il pannello fittizio della porta di solito mostra il proprietario della tomba seduto davanti a una tavola per le offerte, mentre prende possesso del pasto funebre rituale per l’eternità.

Qui Hesi è raffigurato con sua moglie Nebet-ib, probabilmente sepolta nella mastaba del marito, perché la tomba possiede una seconda struttura sotterranea accanto al luogo di sepoltura di Hesi. Le vasche di culto, come quella di Hesi qui raffigurata, erano utilizzate per contenere offerte ma soprattutto liquidi per la purificazione e libagioni che venivano versati davanti alla cappella funeraria nel corso dei riti sacrificali. L’iscrizione che circonda il bordo del catino riporta il nome e il titolo del proprietario della tomba.

Riferimenti:

1913 Geschenk der Akademie der Wissenschaften in Wien aus der Grabung von H. Junker in Giza 1912

https://www.khm.at/en/object/555776/

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PIETA’ PERSONALE E STATUE TEOFORE

Di Grazia Musso

Questa statua in arenaria che raffigura Qen, un sacerdote che portava il titolo di “padre divino di Amon di Elefantuns e di Khnumit, Satis e Anukis. Il Naos contiene una figura femminile con un lungo abito, un alto copricapo piuma to, un collare, e uno scettro detto uas: si tratta di Anukis, dea dell’inondazione del Nilo, la quale con il dio a testa di ariete Khnumit è la dea Satis forma la triade di Elefantina, dal cui tempio sull’isola di Sehel proviene probabilmente la statua, che è databile all’epoca ramesside.

Se il favore del sovrano è il presupposto di ogni elevato status sociale e del sostentamento nell’ Aldilà, è sempre esistita nell’ Antico Egitto una devozione privata, la ricerca cioè di un rapporto diretto, non mediato dal sovrano, con una specifica divinità.

Nel Nuovo Regno questo fenomeno, per il quale gli egittologi hanno coniato la definizione ” pietà personale”, acquista una grande visibilità , non solo in documenti testuali privati, ma anche nello spazio pubblico del tempio, tramite la creazione di inediti tipi di statua che mostrano la persona nell’atto di offrire un oggetto sacro, si tratta spesso di statue di sacerdoti.

Abbiamo così, per esempio, il “naoforo”, che offre un’edicola ( in greco Naos) contenente l’immagine della divinità di cui si cerca il favore.

Il tipo di naoforo accovvaciato , ” statua a cubo” è semplificato da una statua in Arenaria.

Altre statue, dette “teofore”, offrono immagini divine, esempio l’esemplare del Museo di Torino che presenta una testa di ariete, l’animale che è manifestazione del dio sovrano di Tebe, Amon.

Questa statuetta è in steatite, una pietra relativamente tenera e facile da lavorare, è alta 20 cm, ma ha una fattura molto raffinata. È priva di di epigrafe, ma la testa completamente rasata potrebbe indicare che il personaggio ritratto sia un sacerdote. La rasatura dei capelli era una forma di purificazione e pulizia praticata da chi era in contatto con le immagini divine. Gli occhi allungati e contornati suggeriscono una datazione al regno di Amenhotep III.

Uno dei culti più importanti e antichi era quello di Hathor, il cui animale simbolo è la vacca.

Per i devoti della dea fu elaborato, nel Nuovo Regno, un tipo particolare di statua votiva, quella del “calvo di Hathor”, raffigurante un personaggio seduto o inginocchiato con una particolare calvizie o più probabilmente una tonsura.

Questo esemplare appartiene a un funzionario minore, un “guardiano” (sauty) di nome Iner. Nel cavo del braccio regge l’immagine di un sonaglio, il “sistro”, raffigurante il viso della dea con orecchie bovine e la caratteristica acconciatura. La mano aperta è rivolta verso l’alto è portata verso la bocca: una esplicita richiesta ai fedeli di posare sulla mano della statua le offerte alimentari, in cambio delle quali, come si legge sulle iscrizioni di altre statue di “calvi di Hathor”, il titolare della statua si farà portavoce delle loro preghiere presso la dea, esplicita testimonianza di un aspetto fondamentale delle statue dei privati erette nei cortili dei Templi, che cercano un rapporto non solo conla divinità, ma anche con i frequentatori di questi spazi pubblici.

Il “calvo” è stato datato finora alla XXV Dinastia, ma si ritiene che vi siano elementi stilistici, fra cui la resa dell’abito pieghettato con il grembiule riginfio, che fanno propendere invece per una datazione al Nuovo Regno, e più precisamente all’epoca ramesside, ipotesi confermata dal nome del personaggio, tipico di quest’epoca.

Fonte

Museo Egizio di Torino – fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino – Franco Cosimo Panini Editore

Kemet Djedu

SENENMUT E NEFERURA (CG42116, JE36923)

Di Livio Secco

Mercoledì 1 febbraio la nostra Grazia Musso ha postato un articolo su una delle statue che rappresentano Senenmut con in braccio Neferura, la figlia di Hatshepsut e Thutmose II (codice CG42116, JE36923)

Senenmut ne fu incaricato come tutore.

Io qui non voglio integrare le informazioni che vi ha già dato Grazia.

Piuttosto voglio aggiungere un commento filologico alle iscrizioni che la statua reca.

Ho pensato che fosse un lavoro di media difficoltà e che tutto sarebbe andato rapidamente a buon fine.

Invece, come succede quando si è troppo sicuri di sé, ho dato un paio di belle nasate.

Per mia fortuna mi è venuto in soccorso il nostro Nico Pollone che mi ha risolto la doppia difficoltà.

Innanzi tutto nella riga didattica 4 non riuscivo a identificare il secondo geroglifico. Nico mi ha dimostrato, documentazioni alla mano, che si trattava di una rete da pesca a strascico compresa di piombi per tenerla a fondo. A questo punto la traslitterazione, e conseguentemente la traduzione, è stata possibile.

La seconda nasata è avvenuta quando ho affrontato la riga didattica 7. Il titolo del funzionario non mi era chiaro perché graficamente non riuscivo a riscontrarlo da nessuna parte. Nico è nuovamente intervenuto in mio soccorso dimostrandomi che quella era l’unica grafia esistente con la quale era identificata quella funzione.

Per forza non la ritrovavo da nessun’altra parte!

Tra le altre cose credo che Nico abbia una sua interpretazione personale di questa titolazione che si distacca dalla denominazione canonica.

Come consueto ad ogni riga di traslitterazione ho aggiunto la fonetica IPA per chi, non conoscendo i geroglifici, vuole comunque leggere in egizio antico.

Grazie Nico.

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AMENOFI III CON SOBEK

Di Grazia Musso

Alabastro calcareo, altezza 256,5 cm
Luxor
The Luxor Museum of Ancient Egyptian – J. 155

Gruppo statuario di Amenofi III con il dio-coccodrillo Sobek

In corrispondenza con le feste-sed di Amenofi III, a partire dal suo trentesimo anno di regno, aumentarono notevolmente le raffigurazioni zoomorfa.

Questo gruppo statuario proviene da un tempio si Sobek a sud di Tebe, presso il quale si trovavano anche coccodrilli sacri.

Sobek è seduto su un seggio e indossa gli attributi regali: Corona, parrucca tripartita e la barba posticcia

Abbraccia, in segno di protezione, Amenofi III, la mano del dio inoltre porge il segno della vita ( ankh) al sovrano, concentrando così l’attenzione dell’osservatore sui tratti del re, che sono la parte più curata dell’intera opera.

Il faraone è raffigurato stante e di proporzioni più piccole rispetto al dio.

Fonte

  • Egitto la terra dei faraoni a cura di Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann
  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra
Pictures

Wadjet

By Jacqueline Engel

Bronze figure of the lioness-headed goddess Wadjet, seated on a throne which is attached to a rectangular plinth. Remains of headdress consist of circular modius and uraeus.

Sides of throne have standard decoration; back bears incised falcon and papyrus-plants.

Hole through base-plate of plinth, interior of figure hollow.

Hands clenched on lap.

Late period. 600-350 BC

British Museum London.

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