Parlando di Ebano nell’ambito dell’Egitto predinastico-protodinastico – Antico Regno, ci si riferisce all’albero Dalbergia Melanoxylon , nella illustrazione, divenuto ai giorni nostri una specie estremamente pregiata, utilizzata per gli strumenti musicali (fagotto, oboe etc.). Va tenuto presente che ai giorni nostri altre specie assumono il nome “Ebano”, commercialmente provenienti dall’Asia Meridionale.
Le testimonianze di importazione di Ebano sono molto precoci, probabilmente fatto arrivare attraverso la Nubia , comunque utilizzato per realizzazioni elitarie. Si mostrano qui:
in due parti la cosiddetta targhetta del Re Hor-Aha, prima dinastia, attorno al 3100 a.C. da Abydos, oggi al British Museum EA35518
la targhetta di Den , prima dinastia, dal sepolcro di Umm el Qaab, attorno al 2950 a.C. oggi al British Museum EA32650.
Successivamente lo sviluppo delle capacità di navigazione, e l’uso della vela, consente ai Faraoni a partire dall’Antico regno di effettuare viaggi verso Sud nel mar Rosso e di procurarsi i materiali preziosi direttamente alla fonte. L’impiego dell’Ebano resta comunque in ambito elitario, assieme all’avorio, la mirra l’incenso etc.
In foto la statua di Thai, alto funzionario di Amenothep III, scriba reale, sovrintendente delle costruzioni reali durante la XVIII dinastia. La statua viene da Saqqara ed è oggi al Luxor Museum.
Fonte per il commercio con il Sud: Mark, Samuel, (2013), The Earliest Sailboats in Egypt and Their Influence on the Development of Trade, Seafaring in the Red Sea and State Development. Journal of Ancient Egyptian Interconnections, Vol.5, pp. 28-37.
Ricollegandosi alle sepolture predinastiche, i risultati di un’analisi condotta sulla mummia oggi custodita al British Museum di Londra e chiamata l’uomo di Gebelein (dal deserto sabbioso a circa 30 km da Luxor luogo del ritrovamento) o più affettuosamente Ginger per i suoi capelli rossicci.
Essa risale al periodo Naqada II ed è tra le più antiche mummie egiziane finora conosciute: dalle analisi delle ossa e dei denti è emerso che il cadavere apparteneva ad un uomo morto tra i 18 e i 21 anni; dalla visualizzazione in 3D di femori e tibie che era alto m. 1, 60; dalla TAC che aveva ancora in situ gli organi interni ed il cervello e tracce di cibo nello stomaco.
La TAC ha altresì evidenziato una strana incrinatura sulla scapola sinistra, chiaro indizio che Ginger venne ucciso con una pugnalata alle spalle.
Recenti analisi agli infrarossi hanno permesso di accertare inoltre che la macchia scura visibile sul braccio destro del cadavere è in realtà, l’immagine di un uro (un grande toro selvatico ormai estinto) e di una capra berbera, ricorrenti nell’arte predinastica, tatuati con un ago, tramite il quale il pigmento, probabilmente fuliggine, è stato inserito in profondità nel derma.
Una mummia egiziana e la sua radiografia. Illustrazione per Everybody’s Inquire Within (Amalgamated Press, 1937-1938 circa)
ANTONIO BEATO (1825 ca.-1903 ca.)
Interno del tempio di Abu Simbel, Egitto 1860-82
Serie di quattro statue che indossano la corona dell’Alto Egitto, all’interno di uno dei templi di Abu Simbel, Nubia (ora Sudan, Egitto), parzialmente sepolte dalla sabbia.
Provenienza: Album redatto dal reverendo JN Dalton (1839-1931) e presentato al re Giorgio V
Restauro di un tempio a Philae, gennaio 1902
Primo pilone del tempio di Luxor, 1897
Medinet Habu, foto di Frank Mason Good (1839-1928) datata 1856 – 1860. Entrata del tempio con due colonne, una con la statua danneggiata
Medinet Habu, cortile interno. Foto di Francis Frith, 1862
L’obelisco del Central Park a New York, l’Ago di Cleopatra fotografato da Edward Bierstadt nel 1881
L’obelisco del Tempio di Ra-Atum eretto da Senusret I della XII dinastia a Heliopolis. 1870
L’obelisco di Thutmosis III ora a New York, fotografato ad Alessandria nel 1873 da J. P. Sebah
Album di fotografie egiziane e turche. Volume 1 / assemblato da Rudolf H. e Lulu Reinhart nel 1906 durante il viaggio di nozze], 1906. Libri rari al Metropolitan Museum of Art Libraries. Il Metropolitan Museum of Art di New York. Biblioteca Thomas J. Watson (b1051820_v1_018)
Pilone e Tempio di Dendera, fotografati da Antonio Beato, 1886 circa
La tomba di Meket-Ra fotografata da Burton alla sua scoperto nel 1920
La preparazione dell’Ago di Cleopatra per il trasporto negli USA, 1877
L’obelisco ed il primo pilone di Luxor fotografati da Francis Frith tra il 1850 ed il 1870
Colonna nel grande cortile del Tempio di Karnak fotografata da Antonio Beato, 1885 circa
Vista generale da sud, Tempio di Amon a Karnak fotografato da Francis Bedford, 1862
Tempio di Karnak, fotografia di Henry Béchard
Tempio nubiano di Kerdasêh, Felix Bonfils 1867-1899
Prospettiva del tempio di Philae, Felix Bonfils 1870 circa
Primo pilone del tempio di Iside a Phiale, Francis Bedford 1862
Le prime forme di sepoltura note per l’Egitto antico risalgono alla fase predinastica, quando era consuetudine seppellire i morti in semplici fosse scavate nella sabbia del deserto.
In quell’epoca i corpi non erano ancora sottoposti ai processi di imbalsamazione che si sarebbero sviluppati in seguito per salvaguardare la fisionomia e l’identità del defunto, ma grazie alla natura stessa del terreno e al clima secco i cadaveri andavano incontro a un naturale processo di mummificazione per essiccamento.
Nel museo torinese è stata ricostruita una antica sepoltura di questo tipo con il corpo in posizione rannicchiata, secondo l’usanza dell’epoca, attorniato dal suo semplice corredo funerario.Sin dall’epoca preistorica, infatti, era consuetudine dotare il defunto di cibo e di oggetti di uso quotidiano ritenuti utili per la vita post mortem che secondo il pensiero Egizio, era un’ ideale continuazione dell’esistenza terrena.
L’identità di questo uomo, morto circa cinquemila anni fa, ci è sconosciuta, ma per lui parlano, a distanza di tanto tempo, i poveri oggetti che lo accompagnano: un paio di sandali, alcuni contenitori in fibre vegetali, una sacca di cuoio, una serie di frecce e un boomerang destinati alla caccia.
Al momento della scoperta, sul cadavere vi erano ancora i resti di un “lenzuolo” e di una stuoia in fibre vegetali.
Museo Egizio di Torino( acquisto di E. Schiapparelli)
A Wittenburg, nell’estremo nord della Germania, sorge il Museo MehlWelten, dedicato alla storia della farina ed alla simbologia del seme nei miti delle prime civiltà avanzate e delle diverse religioni monoteiste; nel mese di maggio del 2019 è stata inaugurata una nuova sala dedicata alle divinità ed ai riti che fin dagli albori della storia erano destinati a propiziare ricchi raccolti. In questa nuova ala è esposta una rara “mummia di grano” contenuta in un sarcofago osiriforme con la testa di falco del dio Sokar, risalente a 2000 anni orsono e prestata dell’imprenditore austriaco Peter Augendopler, fondatore del museo Paneum di Asten, dedicato ai prodotti da forno, agli strumenti per la loro realizzazione, alle opere d’arte che li rappresentano, ai giocattoli che ad essi si ispirano ed ai libri che ne trattano. La mummia è a base di limo del Nilo, chicchi d’orzo e amido di grano ed il seme (forse orzo, o frumento o farro), posto al centro di un cerchio che poggia sulla zona ombelicale, rappresenta il potere germinativo della vita; gli egizi la usavano come dono funerario capace di risvegliare magicamente l’Anima del defunto.
Particolare che mostra la metà destra di una placca in foglia d’oro appartenente alla regina Henut-tawy, la madre di re Psusenne I che regnò intorno al 1040-992 ac durante la XXI dinastia del Terzo Periodo Intermedio. Targhe come questa sono chiamate “piastra per imbalsamazione “o “piastra per incisione”.
Venivano posizionati sopra l’incisione per imbalsamazione praticata nell’addome del defunto per estrarre gli organi interni durante il processo di mummificazione. Questo tipo di artefatto è documentato tra il Nuovo Regno e il Periodo Tardo. Il motivo principale è incentrato sul grande “occhio di Horus” protettivo che poggia su uno stendardo divino (in parte mostrato). A destra sono due dei quattro figli di Horus, che erano le personificazioni dei quattro vasi canopi usati per immagazzinare e conservare le viscere del defunto. I due che vediamo qui sono Imsety e Hapy, rispettivamente guardiani del fegato e dei polmoni. Le iscrizioni identificano la regina per nome e titoli. Questo pezzo è ora nel Museo delle Antichità Egizie, Il Cairo,
Il Monastero di Santa Caterina è del VI secolo, e, si trova nella regione del Sinai.
Nel 2002 è stato dichiarato patrimonio dell’UNESCO, per la sua architettura bizantina, la sua preziosa raccolta di icone e di manoscritti egregiamente conservati nella biblioteca del suddetto monastero. È considerato un luogo sacro e sono presenti nel suo interno le tre grandi religioni monoteiste: il Cristianesimo, l’ebraismo e l’Islam.
La struttura si sviluppa su un’area di 7000 metri quadrati, ed è caratterizzata da una spessa cinta muraria in pietra locale alta 20 metri che percorre i 4 lati di circa 80 metri. L’unico ingresso è sul lato Orientale
L’Imperatore Giustiniano
Tra il 527 e il 565 l’Imperatore Giustiniano fece realizzare accanto alla Cappella un primo nucleo che prese il nome di Monastero della Trasfigurazione
L’origine del monastero si perde nella notte dei tempi. Parè sia stata Sant’Elena madre dell’imperatore Costantino a far erigere questo edificio.
All’interno della chiesa si possono ammirare icone di estrema bellezza, che ritraggono sia i momenti più salienti della vita di Gesù e sia Santi.
Monumenti egizi che derivano dalla primitiva pietra sacra benben, adorata a Heliopolis e considerata la prima manifestazione di Atum, che rappresentano dunque l’ultima evoluzione di un antico culto dei monolitico.
Questo monumento era generalmente monolitico, con la cuspide piramidale spesso, o forse sempre dorata; questa doratura poteva essere in bronzo, ma quasi sempre era in oro puro o meglio elettro. L’origine dell’obelisco come monumento a sé risale alla V dinastia, ma i più antichi esemplari di grandi obelischi “classici” che oggi si siano conservati sono quelli del Medio Regno fatti tagliare e erigere da Senusrt I. Nel Nuovo Regno divennero più numerosi e più grandi, quasi ogni faraone ne volle fare erigere in onore dell’aspetto solare di Amon-Ra e così li troviamo, quasi sempre a coppie, davanti ai piloni dei rempli.La scelta di erigere delle coppie fu forse adottata inizialmente per simmetria, ma in seguito fu ampliata a includere il simbolismo lunare e solare, così che gli obelischi vennero a unire i poli del cosmo nel sacro recinto templare .L’obelisco più grande sarebbe quello che giace, incompiuto, ad Assuan (Syene), progettato per avere un’altezza di 41,75 m. ; il suo peso è di 1168 la scoperta di fratture interne ha fatto prima cambiare e poi abbandonare il progetto.
L’obelisco più grande oggi esistente, ancora intatto, è quello detto “lateranense”, perché si trova in piazza S. Giovanni in Laterano, a Roma. Fu fatto tagliare da Tutmosis III ed è in granito rosso di Assuan; è alto 32,18m., pesante 455 t. e fu il primo obelisco singolo. Fu trasportato a Roma per ordine dell”imperatore Costanzo.
Fonte : Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà Nubia e di Maurizio Damiano – Appia.
OBELISCO DI HATSHEPSUT.
L’obelisco si trova a Karnak, di fronte al quinto pilone. La colonna centrale di geroglifici contiene la titolatura di Hatshepsut ;un’iscrizione in basso ha trentadue linee (distribuite sui quattro lati) che riportano i titoli della regina; essa stessa spiega le ragioni per cui ha voluto gli obelischi ; ne racconta l’erezione a Karnak e le caratteristiche, fra cui spicca la copertura del piramidon , fatta di brillante elettro, una lega d’oro e d’argento. Si notino anche, in alto, le due colonne di decorazione ai lati dell’iscrizione centrale; vi si vede Hatshepsut in atto di offrire ad Amon.
Pian piano, l’aggregazione di villaggi in una sorta di distretti cooperativi guidati da capi, fu soppiantata da alleanze di più vasta estensione territoriale, governate da re che garantivano la coesione fra le comunità – fisicamente anche piuttosto distanti – attraverso la celebrazione di riti e l’offerta di doni ai rispettivi notabili e amministratori. In Alto Egitto appare evidente che i rituali dovevano essere di particolare importanza e si manifestavano attraverso l’osservanza di precise indicazioni religiose legate all’idea di una vita oltremondana.
L’espressione più specifica di tali credenze era senza dubbio legata alle pratiche funerarie come, ad esempio, la sepoltura delle salme in determinate posizioni e la collocazione di beni nelle tombe. Di solito i defunti venivano adagiati in posizione raccolta, in tombe di forma ovale, col capo rivolto a sud ed il viso ad est. Le differenze nelle dimensioni delle tombe, la diffusione di quelle di forma rettangolare (talvolta dotate di sovrastrutture) e variazioni nella posizione dei cadaveri che ricorrono nei periodi Naqada I e II, riflettono evidentemente sia diversità di tipo locale che lo sviluppo di una stratificazione sociale. Le offerte funerarie che rispecchiavano uno status importante erano per lo più costituite da prodotti provenienti da luoghi al di fuori della Valle del Nilo come, ad esempio tavolozze in ardesia, grani di steatite, utensili in rame e gioielli in oro, turchese e svariate pietre dure e minerali giunti dalla Nubia, Palestina, Siria, Anatolia e dai deserti circostanti. Intorno al 3600 si affermano centri di notevole importanza per il commercio. A nord il sito di Maadi era particolarmente attivo per gli scambi con il Medio Oriente, mentre a sud Ieraconpoli, ricopriva lo stesso ruolo nei traffici con la Nubia.
Naqada era legata al commercio dell’oro, come indica il nome del suo tempio Nwbt (derivante dalla parola egizia nbw, che significa appunto “oro”). La vicinanza di templi o nodi commerciali (le due istituzioni erano probabilmente collegate), favorì lo sviluppo delle prime città come Naqada, Ieraconpoli, Maad e Buto. Questi centri attiravano artisti altamente specializzati che producevano beni di lusso e oggetti di culto. Capi, sovrani e persone preposte al culto (solo più tardi, in epoca dinastica, avrebbero costituito una vera e propria casta sacerdotale), abitavano nelle città, favorendo lo sviluppo di centri di potere e di controllo sull’orizzonte essenzialmente agricolo dell’Egitto predinastico.
Ieraconpoli (Nekhen)
Questi sono i resti della città e, in particolare, del tumulo del tempio del sito dinastico di Nekhen, in seguito chiamato Hierakonpolis dai greci. Da questa località provengono moltissimi reperti, tra cui: la statua in rame a grandezza naturale del 2200 a.C. del faraone Pepi della VI dinastia, ora nel Museo Egizio del Cairo, la testa di Horus in oro del 2300 a.C., due statue di pietra del faraone Khasekhemwy della seconda dinastia, circa 2700 a.C., (che fu probabilmente il padre del primo costruttore di piramidi Djoser) e i resti del recinto cerimoniale alto 9 metri con elementi architettonici in granito. Il sito dinastico è completato dall’insieme di quelli pre-dinastici interconnessi che si estendono per oltre 4 km attraverso il basso deserto. Qui sono stati rinvenuti, tra gli altri reperti: la tavolozza di Narmer, (circa 3100 a.C.), una statua a grandezza naturale (3000 a.C.) di un sacerdote del tempio di Horus, una delle prime tombe pre-dinastiche dipinte, la Tomba 100, risalente al 3600 a.C., il primo tempio in legno dell’Egitto risalente al 3400 a.C., i primi birrifici industriali dell’Egitto risalenti al 3600 a.C., le prime mummie pre-dinastiche risalenti al 3600 a.C.
Ieraconpoli (Nekhen)
Il cosiddetto “Forte di Ieraconpoli” a Kom el-Ahmar, edificio in mattoni crudi del quale non è chiara la destinazione, databile al regno di Khasekhemuy (II Dinastia).
Fonte: “L’Egitto come stato unitario”, Fekri A. Hassan.
Ieraconpoli (Nekhen)
Tomba I (Elite Cemetery, località 6) con rivestimento in mattoni crudi. Sono visibili i buchi dei pali che sostenevano il tetto.
Fonte: “Ieraconpoli”, Barbara Adams.
Naqada
Recinto in mattoni crudi di una tomba predinastica. Il sito archeologico di Naqada si trova a circa tre chilometri a nord-ovest dell’attuale villaggio. Risalente al periodo pre-dinastico era un enorme insediamento che mantenne la sua importanza durante le epoche successive a causa della sua vicinanza alle miniere d’oro nelle montagne del Mar Rosso. Famosa per i suoi siti archeologici, che datano a partire dal 4400 a.C. circa, i suoi reperti hanno praticamente permesso la datazione dell’intera sua cultura in tutto l’Egitto.
Fonte: “L’Egitto come stato unitario”, Fekri A. Hassan.
Naqada,
Tomba reale (ricostruzione). Appartenente alla I Dinastia e tradizionalmente nota come “Tomba di Menes”. Fu ispezionata dal De Morgan nel 1896. Al suo interno furono rinvenuti vasi in terracotta con sigilli di Aha e della regina Neithotep. La sovrastruttura presenta pareti a “facciata di palazzo” che caratterizzano anche le tombe monumentali di Saqqara. Come le altre tombe del sito non presentava accessi , ma il suo interno era diviso in magazzini: quattro centrali disposti ai due lati della camera sepolcrale, circondati da altri sedici più piccoli ed isolati tra loro. Qui il De Morgan trovò un ricchissimo corredo funebre costituito in parte da manufatti del tipo Naqada III: giare cilindriche , palette rettangolari in ardesia, basi di vasi con fori triangolari; altri, invece, dello stesso tipo di quelli delle tombe di Saqqara e cioè vasi in pietra, piedi di mobili in avorio a forma di zampe di bovini, targhette sempre in avorio a nome di Neithotep e, infine frammenti di oggetti in ebano.
Fonti: per l’immagine, Wikhipedia. Per la descrizione: “Naqada”, di Rosanna Pirelli.
Casa seminterrata con forno adiacente
Planimetria e ricostruzione di Michael Hoffmann. Ricerche interdisciplinari iniziate nel 1967 dallo studioso americano, oggi scomparso, Walter Fairservis e proseguite nel 1961,1981 e 1987, hanno permesso di ricostruire una pianta generale delle strutture protodinastiche, seguendo lo sviluppo di un complesso di edifici che parte da un largo ingresso in mattoni crudi decorato ad aggetti e rientranze. Alle indagini ha partecipato nel 1978 un’equipe specializzata negli studi sul predinastico diretta da Michael Hoffman, anch’egli scomparso. La ricognizione è oggi portata avanti dai nuovi direttori James Mills, Barbara Adams, e Renée Friedman. Nel 1978, lavorando al grande insediamento predinastico, Hoffman rinvenne i resti bruciati di una casa rettangolare seminterrata di 4×3,5m., facente parte di un complesso di edifici che mostravano evidenze di fasi cronologiche diverse. Le basse pareti in mattoni crudi, che dovevano probabilmente essere ricoperte da una cannicciata dipinta, affondano in trincee in cui sono state rinvenute tracce di un focolare domestico e buchi per pali, che dovevano essere il supporto per un portico aperto su un lato. Nelle vicinanze, i resti di un forno costituito da otto cavità con alari in ceramica a far da sostegno a grossi vasi e che fu senza dubbio la causa dell’incendio che distrusse l’edificio. La datazione della casa, ottenuta in base al C14, ha dato come risultato 3.435+/- 125 a.C., corrispondente all’epoca di transizione dall’amratiano al gerzeano(Naqada I-II), che vide una notevole espansione demografica ed un considerevole impulso alle attività umane.
Già Kamose, alla fine della XVII Dinastia, pose nel tempio di Amon una stele in cui racconta la sua guerra di liberazione contro gli Hyksos e conferma il ruolo primario di Amon.
Cappella d’alabastro di Amenhotep I
Di Amenhotep I rimane una cappella di alabastro che oggi è ricostruita nel Museo all’aperto di Karnak; Thutmosis I creò una nuova cinta muraria intorno al complesso esistente e pose due nuovi piloni preceduti da due obelischi. Thutmosis II aggiunse una nuova ” corte delle feste”. Chi rivoluziono’ Karnak fu però Hatshepsut, che fece edificare nel cuore del tempio il “palazzo di Maat”, un complesso di sale dedicate alla dea dell’ordine cosmico e ad Amon; di fronte si trovava l’eccezionale “Cappella Rossa”, oggi restaurata nel Museo all’aperto, i cui blocchi ci raccontano la storia di quel periodo; fece inoltre erigere due obelischi (uno è ancora al suo posto e la punta dell’altro è presso il lago sacro). La regina inaugurò l’asse monumentale nord-sud, con la costruzione dell’ottavo pilone.
Tutmosis III fu colui che più di tutti intervenne sul complesso di Amon: circondò tutto il tempio con una nuova cinta muraria interamente decorata, che ancor oggi è al suo posto, fece costruire il settimo pilone; sull’asse principale, verso est, una monumentale sala delle feste, Akh-menu, a cui era connesso tutto un complesso di camere dedicate al giubileo del re. Egli eresse anche il sesto pilone, il vestibolo tra il quarto e il quinto pilone e costruì un piccolo santuario, accessibile a tutti, al centro del quale collocò come oggetto di culto un obelisco unico che è oggi a Roma davanti a San Giovanni in Laterano.
Raffigurazione del dio Thot nelle sale della Maat
Obelisco di Hatshepsut
Tuthmosis IV intervenne con piccole aggiunte nella corte delle feste di Tuthmosis II. Amenhotep III introdusse a Karnak il colonnato centrale dell’ipostila, terzo e decimo pilone.
Fonte: Antico Egitto di Maurizio Damiano
Il contributo architettonico di Hatshepsut al complesso templare di Karnak
A cura di Grazia Musso e Luisa Bovitutti
Parte prima – introduzione
Il complesso templare di Karnak fu fondato da Sesostris I, sovrano della XII Dinastia; da allora e fino alla fine della XXX Dinastia ( si parla di ben 1600 anni) ogni monarca vi ha apportato migliorie, aggiungendo costruzioni, modificando quelle preesistenti, appropriandosi di quelle dei suoi predecessori o addirittura smantellandole per riutilizzare in proprio i materiali lapidei.
Il piccolo tempio originario risalente al Medio Regno ed oggi scomparso era circondato da un muro che cingeva anche un’ampia spianata antistante; Tuthmosis I, padre di Hatshepsut, chiuse l’ingresso di questa spianata con due piloni posti uno davanti all’altro (il IV e il V attuali), tra i cui alti muri aveva ricavato una sala ipostila a una fila di colonne e davanti alla quale aveva eretto due obelischi.
Sua figlia lasciò una traccia importante di sé in questa zona, facendo costruire nella parte sinistra della seconda metà del cortile ed all’altezza del IV pilone costruito dal padre, un complesso di camere per offerte e un tempio deposito per la barca sacra del dio ( probabilmente la cappella rossa della quale si è già parlato) ; eresse altri due obelischi vicino a quelli di Tuthmosis I (anch’essi già trattati) e sul viale sud realizzò L’VIII pilone, uno dei più antichi sopravvissuti fino ad oggi, che venne successivamente usurpato da Tuthmosis III, il quale ne completò la decorazione facendovi rappresentare se stesso.
Nella pianta dell’area templare redatta da Porter & Moss (trovata in rete), abbiamo visualizzato con un circoletto rosso la cappella di Hatshepsut (a sinistra) e l’ottavo pilone (a destra), dei quali forniremo documentazione fotografica nei prossimi post.
Pianta dell’area templare redatta da Porter & Moss, nel circoletto rosso la cappella di Hatshepsut (a sinistra) e l’ottavo pilone (a destra)
PARTE SECONDA – L’OTTAVO PILONE
All’epoca l’ottavo pilone realizzato da Hatshepsut a a Karnak era il monumentale ingresso del tempio ( l’odierno pilone di accesso è il più recente di tutti ed ancora non esisteva) e Costituiva un’evidente celebrazione dei Thutmosi di in quanto era fronteggiano da sei statue colossali di Thutmosi III, Amenhotep I e Thutmosi II in trono, oggi solo in parte conservate (l’unica in discreto stato è quella di Amenhotep I, all’estrema sinistra del pilone), che insieme ai numerosi pennoni con bandiere colorate conferivano alla facciata una grandissima solennità. Il tetto del pilone era raggiungibile attraverso una scala interna accessibile attraverso una porta collocata sul lato corto della struttura, le cui architravi furono decorate da Thutmosis III, i rilievi della facciata del pilone sono successivi, in quanto raffigurano le imprese belliche di Amenhotep II, figlio di Thutmosis III.
Nella fotografia a sinistra il lato est del pilone, nel quale si apre la porta che permette di accedere all’interno della struttura e poi sul tetto; l’architrave è decorata con il bellissimo rilievo pubblicato nel post precedente.
Nelle immagini a destra il pilone nella sua interezza e visto di lato, con l’unico colosso ancora quasi intatto che raffigura Amenhotep I.
Parte terza –La cappella di Hatshepsut.
Volendo onorare suo padre Thutmosis I, Hatshepsut arricchì la parte del santuario da lui edificata erigendo, oltre ai noti obelischi, anche ” il palazzo di Maat”, un complesso di camere dedicate alla dea dell’ordine cosmico ed ad Amon, destinate anche ad ospitare le ricche offerte elargite al tempio. Queste cappelle sono in parte sopravvissute; una in particolare è ben conservata e si trova nella parte più antica del tempio principale, alla sinistra dell’obelisco della regina ed all’altezza del IV pilone di Thutmosis I; la parete nord della cappella ha mantenuto bellissimi rilievi con vividi colori, consegnando all’eternità il ricordo della sovrana sebbene la sua immagine sia stata impietosamente scalpellata dopo la sua morte.
Nella parete superiore la regina Hatshepsut (scalpellata) è condotta da Montu ed Atum al cospetto di Amon, mentre nel registro inferiore la regina, della quale rimane solo la sagoma in quanto il rilievo è stato abraso con grande scrupolo, viene purificata da Horus e Thot, i quali, posti uno alla sua sinistra e l’altro alla sua destra, versano su di lei, da un vaso heset, libagioni di acqua primordiale rappresentata da tanti ankh. Anche i cartigli della regina sono stati parzialmente martellati, si percepisce ancora a sinistra il suo nome di re dell’Alto e Basso Egitto “Maat è il ka di Ra’ e a destra il nome di figlio di Ra” La prima delle nobili signore, Colei che è unita ad Amon”.
Ancora più in basso una scena molto deteriorata descrive Hatshepsut (scomparsa) che consacra offerte di cibo ad Amon, disposte su un vassoio comprendenti quattro bovini, oche, cosce e costole di bovini.
Nel dettaglio i rilievi superstiti della cappella: sono davvero molto belli, con colori ancora freschissimi! Sopra abbiamo Horus e Thot che purificano la sovrana con libagioni di acqua lustrale, rappresentata dai segni ankh; sotto due immagini di Amon, una delle quali itifallica, ed i cartigli della regina in parte scalpellati.