A sud della necropoli di Beni Hassan, nella cosiddetta Valle del Coltello, poco distante dalla città di Minya, si trova lo Speos Artemidos o Grotto di Artemide, dall’arabo Stabl Antar cioè “scuderia di Antar”, fu edificato dalla regina Hatshepsut, unitamente al reggente Tuthmosis III, sulle rovine di un precedente monumento andato in rovina, probabilmente ad opera degli Hyksos.
Il tempio fu dedicato dalla sovrana alla dea Pakhet, un connubio tra la dea gatta Bastet e la dea leonessa Sekhmet, in realtà uno dei molteplici aspetti della dea Hator. In suo onore fu chiamato dalla regina “Dimora divina della Valle”.
In epoca successiva il santuario fu decorato, seppur in maniera incompleta, dal faraone Sethi I che vi sostituì il nome della sovrana con il proprio.
Nel V secolo AD lo Speos fu trasformato in una cappella copto-cristiana come si evidenzia dalle notevoli iscrizioni copte esistenti sulla parete sud.
Le iscrizioni contenute nel monumento furono scoperte e pubblicate a fine Ottocento per la prima volta dall’egittologo russo Vladimir S. Gilenischeff.
Si tratta di un monumento semplice, ma di grande importanza, dal momento che fu il primo dei santuari rupestri del Nuovo Regno.
Nabta Playa si trova nelle vicinanze del Wadi Kabbaniya, a circa 100 km a ovest di Abu Simbel, sulle rive di uno specchio d’acqua poco profondo ormai prosciugatosi.
Il sito venne scoperto nel 1973 dalla guida beduina di nome Eide Mariff, che portò sul luogo l’archeologo americano Fred Wendorf con il quale aveva lavorato sin dagli anni ’60.Le ricerche che in seguito il Prof. Wendorf condusse in team con l’archeologo polacco Romuald Schild si protrassero per anni e permisero di affermare che i primi stanziamenti nell’area risalgono al 9.000 a. C. e che essa venne popolata a fasi alterne, legate alle mutazioni climatiche ed al periodico ritorno delle piogge monsoniche che favorivano la creazione di laghi stagionali.
I primi Nabta Playani erano cacciatori – raccoglitori seminomadi che non praticavano l’agricoltura, non conoscevano la ceramica e vivevano in un villaggio costituito da capanne ovali o circolari dotate di focolare, fosse di stoccaggio e pozzi.
Verso la fine del neolitico, probabilmente in concomitanza con un periodo di aridità, si sviluppò una società più complessa; quelle popolazioni continuavano ad essere nomadi ed a cibarsi di ciò che la terra offriva spontaneamente, ma cominciarono ad addomesticare e ad allevare capre ed uri ed a seminare all’inizio di ogni stagione umida alcuni specie vegetali, trattenendosi lungo le rive del lago fino al raccolto. Accanto a manufatti in selce, punte in osso e piccole ciotole sono stati infatti rinvenuti moltissimi semi di sorgo e di miglio, tuberi, legumi e frutta. Con il passare del tempo i bovini divennero una parte centrale della cultura di Nabta Playa ed il culto loro riservato secondo alcuni è da ritenersi precursore di quello della dea egizia Hathor: la maggior parte delle camere sotterranee poste sotto ai dieci tumuli di arenaria che sorgono in loco, nella zona definita “Valle dei sacrifici”, infatti, conteneva mucchi di ossa appartenenti a bovini, capre e pecore; in un altro fu rinvenuta un’enorme pietra pesante tre tonnellate vagamente sbozzata a forma di mucca risalente al 7.000 a. C.; nell’ipogeo di quello più grande (otto metri di diametro ed un metro di altezza), circondato da una cornice di argilla e coperto da assi di tamerice è stato rinvenuto lo scheletro di una giovane mucca sacrificata circa 7.400 anni orsono.
A Nabta Playa sono stati rinvenuti anche piccoli complessi monumentali in pietra costruiti sulla cima di grandi rocce a forma di fungo naturalmente formatisi per l’erosione e varie costruzioni megalitiche risalenti al periodo 4.800 a. C. – 3.600 a. C., la più nota ed antica delle quali, detta “Circolo calendariale” è stata ora trasferita al museo nubiano di Assuan per difenderla dall’assalto dei turisti. Essa è costituita da un cerchio e da due file verticali di pietre poste all’interno di esso (una specie di Stonhengen più antica di 2.000 anni); una di queste file è rivolta a nord mentre l’altra -posta a sessanta gradi- indicava il punto dove annualmente il Sole si sarebbe trovato al solstizio d’estate e permetteva quindi di calcolare la stagione delle piogge che iniziava proprio in quel periodo.
Secondo Wendorf, questi ritrovamenti inducono a ritenere che i Nabta Playani adorassero una o più divinità e che la località fosse un centro cerimoniale d´importanza regionale, in cui gruppi nomadi e semi-nomadi si riunivano in occasione del solstizio d´estate per celebrare riti religiosi e matrimoni e fare piccoli commerci, per poi stabilirvisi. Molti studiosi, tra i quali l’archeologo J. Mc Kim Malville e gli stessi Schild e Wendorf, ritengono che questo popolo abbia avuto un ruolo nel processo di formazione della Civiltà Egizia: in seguito alla desertificazione della zona dovuta ad uno spostamento del monsone ed alla conseguente cessazione delle piogge, essi potrebbero essere emigrati verso est alla ricerca di aree più ospitali, stabilendosi sulle rive del Nilo a nord della Prima Cataratta dove vivevano già altre popolazioni, introducendo l’uso delle costruzioni in pietra orientate con i pianeti e le stelle e l’allevamento del bestiame, stimolando lo sviluppo dell’economia di sussistenza, della tecnologia e della complessità sociale.
Nelle immagini, il circolo calendariale, l’orientamento delle pietre, lo scheletro della mucca, una macina per i cereali e frammenti di terracotta provenienti dal sito e oggi custoditi al British Museum di Londra.
Fonti:
Barca N., Alle origini della civiltà egizia, in Antikitera.net, 2006
Wendorf. F, Schild R., “Nabta Playa and Its Role in Northeastern African Prehistory” from the Journal of Anthropological Archaeology 17, 97–123 (1998)
Rispondo ai tanti che su altre pagine mi chiedono ancora una volta (è un tormentone) del solito, vecchio Tutankhamon e il già decrepito documentario di National Geographic, sull’aspetto del faraone; e poi l’altro sul pugnale e sul corsetto. Vediamo dunque un po’. Ritorniamo un attimo al famoso “ritratto” di Tutankhamon, alle presunte deformità, al fatto che sarebbe stato “zoppo”, handicappato e chi più ne ha più ne metta (ma chissà… forse era un extraterrestre e dunque hanno frainteso???). Bah… ridiamoci su… E torniamo seri.
Il volto, il corpo ricostruito in quel celebre documentario fortemente commerciale della National Geographic (e non da egittologi) ha dato una ben misera raffigurazione del faraone. Visione del tutto errata, fatta da occidentali che non hanno idea dell’importanza di determinate idee per gli egizi e la vita nell’aldilà, e soprattutto non spinta da motivazioni scientifiche ma dal sensazionalismo di cassetta. Me ne dolgo perché la rivista ha una nobile e serissima tradizione (io sono abbonato dal 1975) mentre chi gestisce la parte documentaristica ha fatto altre scelte, commerciali. Non dico questo per partito preso, ma perché ci sono prove evidenti: la più eclatante è che la mentalità religiosa egizia non avrebbe mai permesso nulla di simile: un ritratto (e con ciò intendo volto e corpo) così falso del faraone (si confrontino la celebre maschera, o tutte le statue, con la “ricostruzione” di quel ridicolo mostriciattolo) avrebbe precluso al defunto l’aldilà, poiché non sarebbe stato lui, ma un altro.
PARTE PRIMA – LA MASCHERA
La celebre maschera aurea di Tutankhamon. Essa ritrae i tratti reali del faraone. Non per ragioni estetiche o artistiche, perché era destinata a non essere mai più vista dai mortali, ma solo dagli dèi e, se non avesse riprodotto fedelmente i tratti del faraone, gli avrebbe precluso l’aldilà.
PARTE SECONDA – LA TOMBA
Andiamo con ordine. Benché non fosse stata prevista per il faraone, ma per un alto personaggio (probabilmente Ay, che poi prese quella in origine destinata a Tutankhamon, WV 23, che era ancora abbozzata e rimase incompiuta), la tomba fu adattata per il sovrano; benché con lo schema di una tomba privata intende comunque riprodurre il cammino di rinascita del re, che vediamo nello schema. Questo punto è importante, poiché tutto in una tomba è volto alla resurrezione (nell’aldilà, non in questo mondo) del sovrano; che i suoi ritratti siano fedeli alla realtà è fondamentale per la rinascita.
PARTE TERZA – IL VOLTO
N ALTO: il corpo con la testa ancora coperta dalla maschera all’apertura del sarcofago (a destra, colorazione moderna).
IN BASSO: a sinistra, il corpo del re rimontato sul letto di sabbia dopo l’estrazione; al centro, sempre il corpo ricostruito dalla TAC, mentre a destra si vede il cranio con l’indicazione delle varie anomalie (inclusioni da mummificazione, fratture ecc.)
PARTE QUARTA – LA RICOSTRUZIONE
IN ALTO: La “ricostruzione” che ha fatto tanto scalpore… senza alcun fondamento scientifico (poi vedremo perché). I denti sporgenti, che si vedono anche nella mummia, in quest’ultima lo sono perché ovviamente le labbra si sono disseccate e ritratte con la mummificazione; ciò che non rispecchia una situazione in vita.
IN BASSO A SINISTRA: Il corpo del re, oggi, nella sua tomba.
IN BASSO A DESTRA: La maschera con i veri tratti di Tutankhamon (poi vedremo perché).
PARTE QUINTA – LA VERA RICOSTRUZIONE
IN ALTO: La TAC del cranio di Tut e, a destra, la stessa TAC a cui ho aggiunto i gruppi muscolari (in trasparenza; il lavoro non è scientifico, ossia basato sui punti da misurazione, che richiederebbe la presenza del corpo, ma solo esemplificativo); l’aggiunta serve per il passaggio successivo, ma anche per mostrare una cosa banale ma che ha tratto in inganno molti: lo studio antropometrico del cranio di Tut (come anche quello della KV 55 – Akhenaton?) non solo non ha rivelato dolicocefalia né deformazioni craniche, ma una lieve brachicefalia (nella norma, non patologica); l’impressione di molti non addetti ai lavori che vi sia una dolicocefalia, un cranio particolarmente allungato, deriva da due ragioni psicologiche: da una parte la visione delle sculture amarniane, con tale allungamento (dovuto a ragioni di iconografia religiosa); dall’altra la visione di profilo del cranio. In realtà si tratta di un’illusione poiché tutti i crani danno questa impressione, dovuta alla mancanza, nello scheletro o nelle mummie, dei fasci muscolari della nuca, del collo.
IN BASSO: A sinistra, la maschera con i tratti reali di Tutankhamon e la sovrapposizione (non forzata, non deformata) del cranio visto dalla TAC con la muscolatura. A destra, la sovrapposizione della maschera al cranio; si noti come, dalla fronte al mento, vi sia una coincidenza perfetta, particolarmente dal mento, che ha un prognatismo nella norma e si adatta perfettamente al ritratto della maschera
PARTE SESTA – LA VERA RICOSTRUZIONE
Nell’immagine a sinistra la sovrapposizione della maschera con i tratti reali di Tutankhamon e della pseudo “ricostruzione”, dimostratasi del tutto errata nelle ricostruzioni degli esperti anatomopatologi che hanno lavorato con egittologi; come si vede, non vi è corrispondenza, particolarmente fra labbro superiore e mento, e nella parte bassa della fronte; a destra, ancora la sovrapposizione (non forzata, non deformata) del vero cranio visto dalla TAC.
Come si vede, la corrispondenza è perfetta, a dimostrazione del fatto che la maschera (come le statue, e tutti gli altri ritratti) furono realizzati sul modello del vero volto del faraone; in questo caso, probabilmente misurandone i dettagli o prendendo un calco del viso, data la perfetta corrispondenza.
PARTE SETTIMA – CONCLUSIONI
Infine una pausa di riflessione sul nostro mondo mediatico, basato su impressioni, emozioni, audience, visibilità, voglia di novità. E, purtroppo, superficialità.
Queste immagini ne sono un esempio: tre visioni del celebre “ritratto” del tutto avulso dalla realtà sia del corpo fisico del re, che del pensiero egizio. In basso, il cranio del faraone che, come abbiamo visto, non ha deformità e non è dolicocefalo. Si guardi nuovamente la “ricostruzione”: la deformità del cranio accentua l’avvallamento naturale di quello vero; ma non perché ne sia una copia, bensì perché s’ispira a un’opera come il “Ra che sorge dal fiore di loto”, in cui la forma ha le ragioni di iconografia religiosa di cui parlerò più avanti. Questa identificazioni fra opere e realtà fisica è uno degli errori più gravi e ingenui di questi lavori.
Per avere la misura di quanto siano superficiali, si noti uno dei caratteri più evidenti: il mento rientrante (assente nel cranio e in qualsiasi ritratto del faraone); si compari poi con l’immagine in basso a sinistra: la “recente ricostruzione somatica computerizzata”, che è esattamente all’opposto, caratterizzata da un forte prognatismo; e, per finire, un’ennesima ricostruzione, questa volta più vicina ai ritratti, ma anch’essa intrisa di fantasia.
Tutto, pur di far notizia: allontanarsi dal vero sembra essere ciò che fa parlare.
PARTE OTTAVA – ICONOGRAFIA DI TUTANKHAMON
Che quelli della maschera e di altri reperti del corredo fossero i veri tratti del faraone si può ancora constatare da varie opere che raffigurano divinità con i tratti del re con le variazioni dell’età, anche se morì molto giovane.
Di seguito metto solo qualcuno dei molti esempi:- La scultura lignea di “Ra che sorge dal fiore di loto”, in cui la forma ha le ragioni di iconografia religiosa cui accennavo: Amenhotep IV decise già di primi anni tebani di rivoluzionare non solo la religione e l’iconografia religiosa, ma anche quella della famiglia reale che ormai s’integrava pienamente nella teologia. Nella nuova visione (vedremo meglio più avanti) le “deformazioni” erano caratteristiche che si rifacevano solo vagamente a tratti somatici (esagerandoli); in realtà tendevano a creare immagini di una nuova entità semidivina. Il faraone era divino, figlio e profeta di Aton, la famiglia derivava dalla sua essenza. Il faraone sperimentò varie forme, a partire dalle famose statue di Karnak di cui parlerò più avanti. Il dio Ra sorge dal loto è un ritratto del giovane re trovato nella sua tomba, oggi al Museo del Cairo.
Il motivo di “Ra che nasce dal fiore di loto” richiama il mito cosmogonico da cui deriva la successiva assimilazione al simbolismo di rinascita del sole e dei defunti, com’è questo caso, quello di Hatshepsut e di tutti i defunti. Questo è uno degli aspetti della straordinaria capacità di osservazione degli egizi, che erano straordinari naturalisti. In questo caso avevano notato che il loto pone le sue radici sotto le acque e appare alla superficie; inoltre si chiude la sera e si apre al mattino. Era uno splendido simbolo di ciò che affonda le radici nel limo del Nilo, attraversa l’oceano primordiale del Nun per affiorare sulle acque ed aprirsi al mattino della creazione, e chiudersi con la morte del sole al tramonto (Atum che diviene If), attraverserà le 12 ore della notte rigenerandosi e tornando a risorgere il mattino successivo. Meraviglioso simbolo di resurrezione personale e cosmica
PARTE NONA – ICONOGRAFIA DI TUTANKHAMON
Le statue guardiano del faraone; i nuovi studi sulla mummia hanno appurato che le statue guardiano hanno esattamente le stesse misure del corpo (1,70 ca.), e ne riproducono esattamente fattezze e misure.
Questo ci mostra varie cose: come ben sappiamo, la necessità di riprodurre le fattezze reali dei defunti; inoltre, che tali fattezze sono sempre necessariamente realistiche per la stessa ragione; vengono idealizzate ma non genericamente, bensì nel fermare i tratti del defunto nello stadio da lui scelto, per esempio, negli anni migliori della sua giovinezza o, in età avanzata, nell’infondere ancora un grande vigore. Quindi un’idealizzazione del meglio della vita dell’individuo, non un’idealizzazione generica che ne farebbe un personaggio non riconoscibile nell’aldilà. Queste due statue ne sono un esempio.
Notiamo che la colorazione della pelle è nera (resina) per simbolizzarne il ruolo ultramondano: come si vede nelle numerose statue divine, tutte lignee, esse erano in parte dorate e in parte coperte di resina nera; le prime avevano il ruolo solare di questo piano dell’esistenza; quelle nere il ruolo che si realizzava nell’oltretomba. Anche queste statue guardiano hanno lo stesso ruolo; da una parte proteggono la sepoltura, e dall’altra rappresentano parti spirituali del re; la statua con il nemes reca chiaramente espresso, nell’iscrizione, di essere il ka di Tutankhamon.
NOTA: LA CARNAGIONE DI TUTANKHAMON
Oggi, sia dal punto di vista della Biologia, che della storia, dell’archeologia e dell’antropologia, sono stati abbandonate le discussioni sulle differenti sfumature della carnagione. Ciò non per orientamenti (e mode) “politicamente corretti” o altre ragioni ideologiche, ma su pura base scientifica; come tutti sappiamo, dalla metà del ‘900 si è iniziato a rilevare che la nozione di “razza” riferita all’Homo sapiens sapiens era errata, esistendo una sola razza umana; ciò perché era impossibile rilevare differenziazioni biologiche nette, ma esistono tutte le varianti e sfumature possibili; oggi si parla di razza umana e di differenziazioni etniche; lo sviluppo della tecnologia del DNA ha fornito e continua a fornire ulteriori informazioni; là dove un tempo si parlava di “razza dinastica” o “razza egizia”, si è visto che la particolare formazione storico-antropologica del popolo egiziano ne fa un clamoroso esempio di popolazione mista, frutto genetico del mescolamento di differenti popoli mescolatisi nella preistoria sahariana, e poi confluiti nel deserto (allora non deserto) egiziano, poi verso le oasi e la valle; qui si aggiunsero apporti asiatici da nord e africani da sud (non ancora i kushiti, che apparvero dal Medio Regno), formando quella particolare popolazione mista (come nella Nubia Sudanese di oggi) in cui figli degli stessi genitori possono avere variazioni estreme sia nella carnagione che nei tratti somatici.
Nel caso di Tutankhamon era un tipico esempio dell’etnia egizia, di carnagione relativamente chiara (per capirci, come un magrebino o siciliano dei nostri giorni) che a seconda dell’esposizione al sole poteva andare dallo scuro a quelle tonalità tipiche del Nordafrica (forse viste come “scure” dagli Occidentali, ma chiare per gli africani). Lo specifico perché gli Egizi vedevano sé stessi così, e lo stilizzavano con il nero per i kushiti o altri popoli più meridionali, il giallo per asiatici e libici, ocra rossa per gli uomini e i servi e le serve (che stavano al sole) e ocra gialla per il corpo femminile delle nobili (che non stavano al sole).
PARTE DECIMA – ICONOGRAFIA DI TUTANKHAMON
Altri esempi dell’importanza e dello sforzo di riprodurre i tratti del faraone sono gli ushabti (le statuette/servitori che si dovevano occupare dei lavori nell’aldilà: formula 6 del Libro dei Morti).
Benché fossero fatti in materiali diversi e da artigiani differenti si nota lo sforzo di somiglianza a tratti comuni. Vi sono ovviamente molte variazioni nella qualità e nei tratti di questi ushabti; nella tomba ve n’erano 413; alcuni “standard”, ossia di pasta vitrea, fatti in serie, ma molti altri preziose sculture, ma nei migliori, scolpiti, si vede il modello del volto regale.
PARTE UNDICESIMA- ICONOGRAFIA DI TUTANKHAMON
Il dio Khonsu, con i tratti del re; da Tebe.
Questa statua in granito grigio in passato fu variamente datata, secondo alcuni all’inizio della 19a dinastia; tuttavia oggi viene datata con certezza, proprio per lo stile e i tratti inconfondibili, per la fine della 18a dinastia: raffigura i tratti del faraone Tutankhamon (proveniente da Karnak, scavi Legrain, 1904). Cairo, Museo Egizio (granitoide; alt. cm. 252; CG 38488).
Anche questa statua del dio Amon, nel cuore del complesso di Amon a Karnak, raffigura Tutankhamon; nelle immagini, com’era qualche anno fa, priva del naso, e oggi, dopo il ritrovamento e restauro del naso
PARTE DODICESIMA- ICONOGRAFIA DI TUTANKHAMON
Anche questi colossi raffigurano Tutankhamon; se ne appropriò Ay e dopo Horemheb; provenienti dal loro tempio funerario a Tebe Ovest, Medinet Habu. A sinistra, Museo del Cairo; a destra, Chicago.
PARTE TREDICESIMA – RICOSTRUZIONE DEL CORPO DI TUTANKHAMON
Visto il cranio scendiamo al corpo: i “ricostruttori” hanno fatto un’operazione del tutto antiscientifica, un pastrocchio assurdo: hanno del tutto buttato a mare la vera documentazione egizia e, dando per certa al 100% la paternità di Akhenaton (è certa la correlazione fra Tutankhamon e il corpo della KV 55, di cui l’identità non è ancora al 100%, anche se ormai lo è quasi del tutto), hanno attribuito al corpo di Tutankhamon l’aspetto del tutto immaginario dell’Akhenaton erroneamente dedotto negli anni ’20-’60 sulla base delle raffigurazioni del primo periodo tebano, poi amarniano.
Andiamo dunque con ordine: In questa tavola ho messo a confronto gli elementi che hanno portato alla fantasiosa ricostruzione del documentario: a sinistra, il corpo di Tutankhamon che, benché danneggiato, non ha mostrato i segni di nessuna delle malattie attribuite a lui e alla famiglia reale sulla base dei colossi di Amenhotep IV (è questo il nome che aveva ancora nel periodo iniziale del regno, a Tebe, prima di cambiarlo in Akhenaton); al centro vediamo uno di questi colossi e accanto la ridicola “ricostruzione” non basata sul corpo ma sulle statue… di un altro. Su queste statue torniamo subito.
PARTE QUATTORDICESIMA – RICOSTRUZIONE DEL CORPO DI TUTANKHAMON
Le fantasiose immagini degli anni ’20-’70, di un Amenhotep IV (poi Akhenaton) con molte sindromi, in realtà sono tutte basate sui colossi di Karnak e sulle raffigurazioni di quell’epoca, che però cambiano negli anni: inizialmente esagerate in alcuni dei tratti, poi questi vengono sempre meno accentuati e si avvicinano di più alla realtà; queste statue di Amenhotep IV (che ancora non aveva preso il nome di Akhenaton), come tutta una parte dell’arte amarniana, presenta quelle deformazioni per motivi simbolico-religiosi (oggi comprovati dai testi), e si limitano alla prima parte del regno, ossia gli anni di Tebe e i primi anni ad Akhetaton; poi lo stesso faraone fece togliere e seppellire le statue di Karnak che avevano ormai svolto il loro compito previsto in questa prima parte di transizione rivoluzionaria della riforma.
PARTE QUINDICESIMA – RICOSTRUZIONE DEL CORPO DI TUTANKHAMON
N ALTO: colosso del re che incarna la funzione di faraone-profeta; con il nemes dovrebbe incarnare il ka, la parte più divina (il ka reale è universale, appartiene a tutti i sovrani passati e futuri).
IN BASSO: Colosso del re che incarna la funzione di faraone-profeta, con l’acconciatura khat (si veda la foto già pubblicata delle statue guardiano di Tutankhamon).
PARTE SEDICESIMA – RICOSTRUZIONE DEL CORPO DI TUTANKHAMON
Le forme di anche e ventre furono una caratteristica voluta da Akhenaton e rimasta (pur se moderata nel tempo) sino alla fine dell’epoca per ragioni religiose: i reali erano incarnazione della fecondità divina. Questo lo sappiamo dall’iscrizione dello scultore Bak che riferisce le parole del suo signore Amenhotep (IV) che personalmente dettò le nuove regole della raffigurazione; inoltre, è testimoniato della stesse statue, che raffigurano diverse divinità con i tratti “divinizzati” del faraone.
Nulla di nuovo in questo: le statue divine recavano sempre i segni della loro specificità (piume sul capo, corna di vacca, calotta, ecc.), cui si aggiungevano i tratti del faraone regnante; tuttavia, nella nuova concezione di Amenhotep IV prendeva forma una nuova idea: le divinità scomparivano, a parte Aton; ma anche questo, che parte da “Ra-Harakty nel suo nome di […] Aton”, perde i tratti antropomorfi, ieracocefali, e mantiene solo il disco solare con raggi e mani.
Per comprendere ciò di cui ho parlato qui sotto troviamo il volto del re, dai tratti esasperati: la nuova forma del nuovo re-dio.
PARTE DICIASSETTESIMA – RICOSTRUZIONE DEL CORPO DI TUTANKHAMON
Allo stesso tempo, è il faraone che si pone come tramite fra il dio unico e l’umanità; e quindi non è più un dio, con le proprie caratteristiche, che adotta i tratti del faraone; ma è quest’ultimo che accoglie e assimila i tratti che furono di altre divinità, che incarnavano certi aspetti del creato che continuano ad esistere, e dunque continua ad assicurare tali funzioni (fecondità da Hapy, l’aria che respiriamo da Shu, ecc.) come faraone-Shu, faraone-Hapy, ecc.; e per far questo la statua non poteva più essere solo di Akhenaton. Mi spiego: gli egizi distinguevano il faraone-uomo (colui che nasce, cresce, viene intronizzato, muore), dal faraone-funzione, che è eterno; l’uomo muore, la funzione resta. Riassumendo: esiste solo un dio: Aton. Esiste un solo figlio e profeta, tramite fra Aton e l’uomo: Akhenaton; questo tramite non si limita a essere la “bocca di Dio”, ma esercita anche le funzioni vitali per il Paese che furono di altri dèi. Quindi non è Akhenaton-faraone-uomo, ma il faraone-funzione-dio; e in quanto tale deve avere caratteristiche proprie, e il re le crea nell’esaltazione dei caratteri della fecondità (seni, anche, cosce, come Hapy) e dei tratti somatici che si distaccano dalla realtà.
Per inciso, colui che fu “l’erede spirituale occulto” di Akhenaton, Ramses II (che ufficialmente contribuì a cancellarne il ricordo), ne seguì le tracce ripetendone, con maggiore accortezza, i passi di divinizzazione. Ma questo è un altro discorso che farò… o forse no, chissà?
Concludo questa parte con un esempio: la ricostruzione grottesca di “Tut” è un po’ fatta con un concetto che – per capirci – somiglia a qualcosa del genere: “tu trovi il mio corpo mummificato; decine di statue e fotografie, ma non ti fidi; allora prendi i ritratti di mio padre fatti da Picasso, ti scervelli di capire perché avesse l’orecchio al posto del naso e il naso sul collo, e sciorini una serie di possibili malattie genetiche; dopo di che, ricostruisci non il “suo”, ma il mio ritratto alla Picasso, sostenendo che “finalmente si conosce il mio aspetto”.
Il Faraone-Hapy; la divinità è da sempre androgina, e per questo il faraone è nudo e senza sesso; dilettanti appassionati di pseudo egittologia e giornalisti anche in questo caso si sono scatenati alla ricerca di malattie.
Akhenaton (XVIII Dinastia; 1348-1331 o, in caso di coreggenza: 1359-1342)
Colosso nudo e asessuato; da Karnak, area est; arenaria. Museo Egizio del Cairo.
Secondo alcuni potrebbe essere il faraone asessuato, secondo altri sarebbe Nefertiti.
Il Faraone-Shu.
Akhenaton (XVIII Dinastia; 1348-1331 o, in caso di coreggenza: 1359-1342)
Colosso di Akhenaton come Shu; da Karnak, area est. Museo Egizio del Cairo.
Akhenaton (XVIII Dinastia; 1348-1331 o, in caso di coreggenza: 1359-1342)
Stele di Bek e della moglie Tahery; alt. 67 cm; Aegyptische Museum, Berlin
La stele dello scultore Bek, il quale ci parla delle precise istruzioni in campo di iconografia religiosa dettate dal faraone in persona.
PARTE DICIOTTESIMA – ANCORA SUI TRATTI SOMATICI DI AKHENATON E DEI SUOI FAMILIARI
La controprova viene dai numerosi ritratti di Akhenaton e famiglia, che sono assolutamente normali quando non sono creati per ragioni religiose o di diffusione del messaggio politico/religioso, ma solo ad uso interno dello scultore, che li impiegava come modelli, in modo che reali e nobili non dovessero posare più volte (si vedano le splendide teste di Nefertiti dallo studio di Djehtymose e altri, confrontate con le raffigurazioni deformate della stessa regina).Nell’immagine
Akhenaton (XVIII Dinastia; 1348-1331 o, in caso di coreggenza: 1359-1342)
Akhenaton con una tavola d’offerta; da una casa privata di Amarna. Museo Egizio del Cairo.
Diversa funzione, diversa raffigurazione: qui i tratti del faraone sono meno esasperati che nei colossi (che ormai erano stati tolti e sepolti per volontà del re)
Akhenaton (XVIII Dinastia; 1348-1331 o, in caso di coreggenza: 1359-1342)
Altro splendido esempio di come, cambiando la funzione della statua, cambino le esasperazioni dei tratti, che sono pur sempre riconoscibili.
Akhenaton (XVIII Dinastia; 1348-1331 o, in caso di coreggenza: 1359-1342)
Ritratto realistico di Akhenaton. Aegyptische Museum, Berlin
Questi sono i veri tratti del re: si tratta di uno dei ritratti (spesso dei calchi) negli studi degli scultori, che dovevano dar modo di avere sempre il modello realistico in laboratorio.
Durante il suo lavoro a Tarkhan, Sir William M. F. Petrie individuò anche un aumentato utilizzo del legno nella realizzazione delle sepolture. In particolare ci tramandò quelli che oggi sono chiamati “the Tarkhan Timbers” le tavole di Tarkhan, oggi al Petrie Museum di Londra.
Questi hanno grande importanza per la conoscenza delle capacità tecnologiche egizie nel 3000 a.C. Sono in modo evidente assi recuperati da altre costruzioni , e recano i segni di lavorazioni complesse , asole e scassi accuratissimi che ancora oggi richiederebbero un capomastro esperto. E’ stato discusso dagli studiosi se in origine queste tavole provenissero da un precedente impiego in edilizia (parere anche di Petrie) oppure da imbarcazioni (sono molto simili ad es. agli scassi nelle navi di Abydos o successivamente nella nave solare di Cheope ).
L’abitudine di riutilizzare sempre il legname è propria della Civiltà egizia soprattutto agli inizi, e questo testimonia quale valore avesse un materiale che là scarseggiava. Qui aggiungo un disegno originale dal libro di Petrie e due foto dal Museo.
Riferimenti:
Creasman, Pearce Paul , (2013), Ship timber and the reuse of wood in ancient Egypt. Journal of Egyptian History, V. 6 (2), pp. 152–176. DOI: 10.1163/18741665-12340007
Petrie, William Matthew Flinders, et al. (1913), Tharkhan I and Memphis V, School of Archaeology in Egypt and Bernard Quaritch ed., London.
Vinson, Steve, (1994), Egyptian Boats and Ships. Shire Publications. ISBN 9780747802228
Il soffitto della sala, appartenente alla tomba TT 353, è rettangolare, suddiviso in due parti suddivise dal colmo del tetto.
Tutto il soffitto è circondato da una cornice di stelle. Mentre una delle parti rappresenta l’universo con le costellazioni note e con riferimenti di tipo astronomico, l’altra è costituita da una serie di dodici cerchi rappresentanti i dodici mesi dell’anno identificati con le relative tre stagioni di appartenenza: Akhet, Peret e Shemu, ciascuno dei quali suddiviso in ventiquattro settori.
I cerchi/mesi sono a loro volta separati tra loro, da un triangolo isoscele molto acuto, a costituire due gruppi: uno formato da quattro cerchi, l’altro da otto. Il triangolo collega il punto di osservazione terrestre a un punto della volta celeste che si trova sulla sua verticale; qui una divinità indica una stella componente la costellazione egizia della “coscia di toro” corrispondente all’Orsa Maggiore ad indicare il passaggio dalla seconda alla terza stagione dell’anno ( da Akhet, ” dell’innondazione “, a Peret ” comparsa delle terre” al ritirarsi delle acque).Altra area del soffitto rappresenta invece il riapparire della stella Rigel, o Beta Orionis, della costellazione di Orione associata al dio Osiride.
Altri riferimenti legati alla figura del dio e indicazioni di costellazioni recate da altre divinità, pure rappresentate, indicano l’inizio della terza stagione, Shemu, ” della semina”.
La tomba TT 353 è sito dell’UNESCO per le rappresentazioni astronomiche riprodotte.
È stato possibile rilevare i principali pianeti e costellazioni in particolare, in uno dei dettagli viene riprodotta la Cintura di Orione. Il fatto che la stella centrale della costellazione sia circondata da tre anelli ( che nella pittografia babilonese indicano acqua e vita) ha dato via ad infinite ipotesi sull’origine delle conoscenze astronomiche degli Egizi.
“Un geroglifico tridimensionale scolpito nella pietra”
Rappresenta Chefren, faraone della IV dinastia, che regnò attorno al 2550 a. C. e fu scoperta nel 1860 dall’egittologo francese A. Mariette in una fossa sita nel vestibolo del Tempio a Valle della piramide del Re, insieme a molte altre, ma è l’unica quasi intatta; probabilmente era esposta nel tempio funerario del Faraone. L’opera è un capolavoro della statuaria dell’Antico Regno ma supera i confini formali di una semplice scultura in quanto non è un ritratto fedele del sovrano ma trasmette un messaggio che ha attraversato i millenni. Essa doveva celebrare l’autorità universale del sovrano, garante della stabilità e dell’unità del paese ed incarnazione del dio Horus, qui rappresentato in forma di falco che protegge con le sue ali spiegate la testa del re ed il trono d’Egitto. Il Faraone indossa il nemes sormontato dall’ureo e la barba posticcia cerimoniale, simboli della sua natura divina; ha un gonnellino plissettato, lungo fino alle ginocchia, che rivela un corpo idealizzato, giovane e dai muscoli definiti, perfettamente in grado di assolvere al suo compito; le mani sono distese sulle ginocchia; l’avambraccio sinistro e parte della gamba sinistra sono mancanti. I piedi di Chefren poggiano su una piattaforma decorata con i “nove archi”, simboli tradizionali del dominio del faraone sui nemici stranieri e interni. La sua espressione di forza e di imperturbabilità allude ad un regno privo di turbamenti e perfettamente controllato, oltre che a un potere incontrastato; la sua corporatura sana e robusta e la sua postura immobile fanno intendere che il suo potere sarebbe esistito per sempre, anche nell’aldilà. Il trono dall’alto schienale sul quale egli siede reca molteplici simboli regali: i braccioli sono decorati con protomi a forma di testa di leone e sui due lati è scolpito il simbolo sema-tawy, emblema dell’unione tra l’Alto ed il Basso Egitto rappresentati dal loto e dal papiro (piante araldiche delle due terre) i cui steli sono legati attorno al geroglifico della trachea che significa unire.
Visione satellitare dell’area di Abu RawashDisegno delle camere sotterranee della piramide, oggi a cielo apertoLa piramide di Djedefra (quella bianca) confrontata con quelle superstitiEsterno del sito: il primo strato della piramide sopravvissuto alla demolizioneCorridoio d’accesso al pozzo sepolcrale
Corridoio d’accesso al pozzo sepolcrale
Camera sepolcrale
La piramide di Djedefra, nota nell’antichità come “Cielo stellato di Djedefra” è situata ad Abu Rawash (circa 8 km a nord-est di Giza) ed è oggi in rovina; un gruppo di archeologi internazionali ha scavato nel sito per dodici anni e ne ha ricostruito la storia.
Essa fu edificata dal figlio e successore di Cheope tra il 2580 ed il 2570 a.C. su di un’altura di circa 90 m.; era rivestita di calcare e di granito rosso di Assuan come quella del padre ed aveva un grande pyramidion, forse costituito da una lega d’oro, argento e rame che brillava al sole.
Secondo gli ultimi calcoli superava di 7,62 metri la piramide di Cheope, alta 146 metri; ognuna delle singole facce, alla base, misurava 122 metri e l’angolo di inclinazione era di 64 gradi.
Il tempio funerario era collegato al tempio a valle da una rampa processionale molto lunga, stimata in circa 1700 m.
Per costruirla ci vollero otto anni di lavoro e oltre 15.000 operai: ogni singolo blocco di pietra pesava 25 tonnellate e per sollevarlo servivano 370 persone.
La sua demolizione iniziò forse nel Nuovo Regno ma si intensificò durante l’epoca romana ed i primi anni del cristianesimo quando fu sfruttata come cava per la realizzazione di nuove opere e di un monastero copto nel vicino Wadi Karin.
Attualmente rimangono la base della piramide ed il rivestimento dei corsi inferiori in granito rosso, sienite e quarzite rossa; nelle vicinanze sono stati ritrovati anche moltissimi contenitori per le offerte al faraone. Diversamente dalle altre piramidi, aveva le camere sepolcrali sotterranee anziché al suo interno; esse furono realizzate, così come il passaggio d’accesso, all’interno di una fossa di m. 21 x 9 x 20 scavata in un tumulo naturale (forse simbolo della collina primieva della mitologia della creazione egizia) che venne poi riempita e coperta con l’erezione della piramide; l’area ove sorgeva il monumento era altresì recintata con un muro rettangolare orientato nord-sud, simile a quelli edificati in precedenza per Djosere Sekhemkhet. Nelle immagini trovate una visione satellitare dell’area nella quale si nota il perimetro della piramide e del recinto esterno, un disegno della struttura sotterranea della piramide ed uno che dà l’idea delle sue dimensioni confrontate con quelle delle piramidi superstiti, fotografie dell’esterno dei ruderi, del corridoio che dà accesso al pozzo di sepoltura (due) e della camera sepolcrale, che oggi sono a cielo aperto, essendo scomparsa la sovrastruttura.
Il Cedro del Libano consente di ottenere assi robuste di lunghezza oltre i 20 metri tutte d’un pezzo, e colonne di notevole resistenza meccanica per l’edilizia civile. È un aspetto importante di questo legname, nei confronti di quello ricavabile da alberi più piccoli, come l’acacia, presente sul territorio egiziano; il legno di questa conifera è paragonabile probabilmente all’importanza che hanno nella nostra epoca le leghe metalliche più evolute. La pietra di Palermo riporta la testimonianza scritta di una spedizione di quaranta navi che importano il prezioso legname dal Libano; l’acquisto è voluto dal faraone Snefru della IV dinastia, nella prima parte del terzo millennio a.C. È inoltre riportata una intensa cantieristica navale, con realizzazione di vascelli fino a 100 cubiti di lunghezza (oltre 52 metri) (Edgerton, 1930; Strudwick, 2005). Il porto libanese di partenza della spedizione è forse la città libanese di Biblos, l’attuale Jbeil, ma non è esplicitamente citata; dalla storia successiva sappiamo che questo porto si imporrà come sede dei traffici marittimi verso l’Egitto. Lo studio di Sara Rich et al.(2016) riguarda la provenienza del legname di cedro di differenti navi recuperate nel tempo, ed è basato sulla analisi del rapporto fra gli isotopi di stronzio presenti, 87Sr/86Sr, quasi una “impronta digitale” per un legname rispetto al suo luogo di partenza. Si è potuta determinare così la precisa provenienza del cedro costituente. Il vascello del faraone Senusret III (denominato anche Senwosret III o Sesostris III) della XII dinastia del Medio Regno, in carica attorno alla metà del XIX secolo a.C. è noto come “Carnegie Boat”, si trova al Carnegie Museum di Pittsburgh. Il materiale proviene certamente dalla foresta libanese di Horsh Ehden, attualmente Riserva Nazionale boschiva, nell’entroterra montuoso a 65 chilometri da Biblos, che fu verosimilmente il porto di imbarco.
Purtroppo la stessa analisi non è disponibile per la nave reale di Cheope (in foto), che fu realizzata in Cedro del Libano. Molte testimonianze scritte posteriori comunque testimoniano riguardo ai rapporti tra l’Egitto e la città di Biblos durante il Nuovo Regno. Da Biblos alle città del Delta la distanza è approssimativamente di 500 Km, una distanza che già all’inizio della IV dinastia non è tale da scoraggiare un intenso traffico mercantile.
Edgerton, William, (1930), Dimensions of Ancient Egyptian Ships. The American Journal of Semitic Languages and Literatures, 46(3), 145-149. Da http://www.jstor.org/stable/529062
Strudwick, Nigel C., (2005), Texts from the Pyramid Age, Society of Biblical Literature, Atlanta, pagine 65-80. ISBN: 9781589831384
Rich, Sara, Manning, Stuart W., Degryse, Patrick, et al. (2016), To put a cedar ship in a bottle: Dendroprovenancing three ancient East Mediterranean watercraft with the 87Sr/86Sr isotope ratio, Journal of Archaeological Science: Reports, Volume 9, Pages 514-521, doi: 10.1016/j.jasrep.2016.08.034.
Djedefra o Radjedef ( = “Stabile come Ra”, oppure “Ra è durevole”) regnò dal 2566 a.C. fino alla sua morte, nel 2558.
Figlio di Khufu-Cheope e di una regina secondaria, ebbe un breve regno che deve essere messo in relazione con la morte del principe Khawab, suo fratellastro ed erede legittimo. Djedefra faceva probabilmente parte di una differente linea della famiglia reale, forse con legami libici.
Di lui sappiamo che sposò Hetepheres II, sua sorellastra nonché vedova di Khawab. Di quest’ultima è attestato che fu madre della figlia di Khawab, Meresankh, sposa di Khafra-Chefren, successore di Djedefra.
Djedefra ebbe una figlia da Hetepheres, Neferhetepes, e tre figli dalla sposa secondaria Khentetkha: Setka, Baka e Harnit. Il loro elenco è stato ritrovato fra le rovine della piramide incompiuta del padre, ad Abu Rawash, ma nessuno di loro ereditò il trono.
Di questo sovrano si sa con certezza che fu il primo ad introdurre il quinto elemento essenziale della titolatura reale ufficiale, ovvero l’epiteto “Figlio di Ra”, per enfatizzare il legame esistente fra il re ed il suo mitico progenitore, il dio solare Ra.
Djedefra abbandonò la Piana di Giza per realizzare il suo complesso funerario ad Abu Rawash, nei pressi della necropoli settentrionale della Terza Dinastia. Questo complesso (peraltro incompiuto), che parte dal lato orientale della piramide, fu dotato di un tempio funerario denominato “Djedefra è una Stella Sehedu”. Un’ampia fossa che avrebbe dovuto contenere la barca solare (probabilmente simile a quella di Cheope) fu scavata all’estremità meridionale.
Ad Abu Rawash sono state riportate alla luce una ventina di statue, tutte in condizioni frammentarie. Per la costruzione del complesso furono impiegate pietre pregiate come la quarzite rossa. Fu rinvenuta inoltre una sfinge, primo utilizzo di questa figura simbolica in una tomba reale.
I faraoni successivi utilizzarono la piramide di Djedefra come cava ed egli rimase a lungo una figura misteriosa che rappresentò l’ascesa di una fazione della famiglia reale per un breve periodo di tempo. Sul sito è stata recentemente individuata la piramide di una regina.
Il nome del figlio di Cheope, Djedefra, racchiuso nel cartiglio che lo qualificava come re, era rozzamente tracciato su molti dei blocchi di calcare che sigillavano la fossa contenente la barca solare di Cheope, scoperta nel 1954 ai piedi della Grande Piramide. Si ritiene che questa sia la prova evidente che Djedefra successe a suo padre direttamente e non, come si riteneva in precedenza, molto piů tardi nel corso della Quarta Dinastia.
Riferimenti bibliografici:
Egyptian Art in the Age of the Pyramids The Metropolitan Museum of Art, New York. 1999
M.R. Bunson Encyclopedia of Ancient Egypt Facts On File, Inc. 2002N.
JenkinsThe Boat Beneath the PyramidLibrary of Congress Cataloging in Publication Data. 1980
Nome scientifico: Gneiss anortositico. Comunemente noto come Gneiss di Chefren, (un tipo di Diorite) in onere del faraone Chefren dell’antico regno, IV dinastia 2558-2532 a.C.
Statua di Chefren assiso ca. 2558-2532 a.C. IV dinastia museo del Cairo Egitto. Misure: 168x57x96 cm
Dettaglio posteriore della statua, con il Dio Horus (falco) che abbraccia il sovrano in segno di protezione.
Descrizione macroscopica: lo gneiss anortositico è una roccia metamorfica a grana medio-fine, caratterizzata da un alternanza di livelli chiari quarzoso-feldspatici e di livelli più scuro e sottili ricchi di anfibiolo ed epidoto, che determinano una struttura foliata ben visibile a occhio nudo.
Statua di Amenemhat III faraone della XII dinastia 1860-1814 a.C. Esposta al museo di San Pietroburgo in Russia. 2 foto.
Descrizione microscopica: si tratta di una roccia costituita da livelli incolori ricchi di quarzo e plagioclasio r livelli verdi ricchi di anfibiolo con minori epidoto e titanite. In generale i minerali salici incolore presentano una grana maggiore rispetto ai minerali femici colorati. Tale roccia è stata prevalentemente utilizzata per realizzare vasi dal tardo periodo predinastico alla IV dinastia, per scolpire statue nell’Antico Regno e nella XII Dinastia.
Una varietà di gneiss anortositico
Il reperto più famoso scolpito con questa roccia è la statua del faraone Chefren, da cui prende il nome il distretto estrattivo. Dalla metà del III millennio a.C. (Antico Regno) costudita al Museo Egizio del Cairo.
Il pricipale sito estrattivo è nella regione di Toshka, conosciuta come il distretto di Chephren, o di Gebel el-Asr. Circa 65km a nord ovest di Abul Simbel. Da questo distretto furono estratte circa 100 tonnellate di roccia, che venne trasportata lungo una pista nel deserto di circa 30km, fino al Nilo, e da qui per circa 1500km verso nord dove si trovava l’antica capitale Menfi.
Inquadramento geologico: questo gneiss è la roccia più antica dello Scudo Cristallino Arabo- Nubiano di età Archeana (4000-2500 milioni di anni).
Re Sahura H. 64 cm 25 3 W. 46 cm D. 41,5 cm secodo sovrano della V dinastia. ca. 2458-2446 a.C. rappresentazione tridimensionale Seduta su un trono, il re è accompagnato da una piccola figura maschile che personifica il V Nomo dell’Alto Egitto (Herui, “I due falchi”). Questa divinità offre il re una croce ankh simbolo di vita. Scultura favolosa! The Met New York