“COSE (ANCORA PIÙ) MERAVIGLIOSE”

LE MONETE DI BELZONI

Una curiosità sul nostro amico Belzoni: visto il clamore delle sue scoperte ed il successo della mostra sulla tomba di Seti I fu coniata in Inghilterra anche una moneta commemorativa per celebrare l’apertura della Piramide di Chefren

Questa medaglia, anche se datata 1818, fu coniata da Edward Thomason a Birmingham probabilmente durante la prima metà del 1821.

La medaglia originale in bronzo del 1821

Il dritto dovrebbe basarsi sullo studio a matita di Brockedon conservato alla National Portrait Gallery di Londra e mostrato nella mostra tenutasi a Padova in occasione del bicentenario. Lo studio di Brockedon non è datato, ma sotto il busto di Belzoni ci sono deboli schizzi di piramidi, inclusa una all’interno di un cerchio, presumibilmente prove per il verso. Il ritratto sul dritto è straordinariamente accurato (come testimoniato da un amico di Belzoni, R. H. Norman).

Lo studio a matita di Brockedon – © National Portrait Gallery di Londra

Il rovescio non è così preciso; la piramide mostrata ha una parte superiore troncata e manca del residuo rivestimento esterno della Piramide di Chefren, rappresentando quindi la Piramide di Cheope. Ovviamente né Brockedon né Thomason avevano visto dal vero le Piramidi di Giza e furono indotti in errore da qualche altro dipinto dell’epoca, o forse dallo stesso Belzoni che, rientrato in Italia, usava un timbro con la sagoma della piramide di Cheope (!) e la scritta “APERTA 2 MAR 1818 DA G.B-“.

Ne esiste anche una versione in argento, di cui fu donato un esemplare al Museo Civico di Padova nel giugno 1821 dallo stesso Belzoni.

La versione in argento, sempre del 1821

Se vi trovate una di queste monete in casa avete un piccolo gruzzolo da parte: alle ultime aste quella in argento è stata battuta a 2,400 $ mentre quella in bronzo intorno ai 1,000 $

Nel frattempo anche Padova aveva dedicato una medaglia commemorativa realizzata nel 1819 da Luigi Manfredini, incisore della Zecca di Milano, forse anche come “riparazione” per lo sdoganamento assurdamente lungo delle due statue di Sekhmet donate alla città e rappresentate sulla medaglia. Di questa fu fatta solo la versione in bronzo (poi dicono di noi genovesi…).

Per non smentirsi, però, anche qui le operazioni andarono per le lunghe. Il contratto con l’artista, al quale fu attribuito un compenso di 120 lire, fu firmato il 6 giugno 1820. La moneta sarebbe stata ultimata soltanto nel febbraio del 1821.

La medaglia di Padova con le due statue di Sekhmet

Le iscrizioni:

Dritto: OB. DONVM. PATRIA. GRATA A. MDCCC. XIX.

sotto: L. MANFREDINI

nel campo del rovescio: IO. BAPT. BELZONI = PATAVINO = QVI. CEPHRENIS. PYRAMIDEM = APIDISQ. THEB. SEPVLSCVM = PRIMVS. APERVIT = ET. VRBEM. BERENICIS = NVBIAE. ET. LIBYAE. MON = IMPAVIDE. DETEXIT

Se avete questa in casa, non correte a cambiare l’auto: viaggia purtroppo sui 120 € di quotazione solamente

Nuovo Regno

LA REGINA NEFERTARI

A cura di Laura Tella

La parola nefer vuol dire bella; il nome della Regina significa: Bellissima, La-più-bella.

Nefer non aveva sangue reale nelle vene; forse era figlia di un Dignitario o forse era una delle tante belle ragazze che vivevano a corte. Il principe Ramseth, il futuro Faraone, se ne innamorò subito e la sposò prima ancora che il padre, il faraone Seti Primo, lo nominasse suo erede.

Ramseth, però, aveva già una Grande Consorte Reale, la sorella Istnofret, principessa di sangue reale, che gli aveva trasmesso il diritto di occupare il trono. Innamoratissimo di Nefertari, però, egli concesse anche a lei il titolo di Grande Consorte Reale.

Nefertari, donna bellissima e di grande ingegno, ebbe una grande influenza sul Sovrano e appariva costantemente al suo fianco in ogni Cerimonia pubblica. Influì anche nelle sue decisioni militari, ma soprattutto diplomatiche ed è stata trovata una ricca documentazione che la riguarda, circa un Trattato di Pace ed alleanza con il popolo Ittita, con cui l’Egitto era spesso in guerra.

Nefertari morì a 40 anni circa, compianta da tutti. Il Sovrano, che aveva di lei la massima considerazione, volle tangibilmente dimostrarlo, dedicandole un Tempio nel famosissimo complesso templare di Abu Simbel. Volle per lei, inoltre, una delle più belle tombe nella Valle delle Regine, nell’attuale sito di Deir-el-Medina.

Antico Regno, Arti e mestieri, Pesi e Misure

IL PESO DA CINQUE “DEBEN”

A cura di Francesco Alba

The Metropolitan Museum of Art, New York

Il blocchetto, realizzato in diaspro-opale levigato, riporta il nome di Userkaf, probabile figlio di Micerino e fondatore della Quinta Dinastia (2494-2487 a.C.). I geroglifici sotto il cartiglio reale ne indicano il peso che corrisponde a cinque deben.

Il valore ufficiale del deben, misura standard per i metalli, soprattutto preziosi, veniva stabilito di volta in volta al succedersi dei sovrani, cambiando notevolmente nel tempo, da circa 13,6 grammi durante l’Antico Regno, a 91 grammi circa nel Nuovo Regno. Questo esemplare integro, del peso di 68,22 grammi, fa intendere che il valore del deben durante il regno di Userkaf era pari a 13,64 grammi.Il limitato stato di usura del blocchetto potrebbe far pensare che si tratti in effetti di un campione di riferimento standard non utilizzato nella pratica

.E per quanto l’invenzione della moneta come tramite per gli scambi commerciali sia generalmente databile al VII secolo a.C., alcune caratteristiche di questo manufatto, come la natura del materiale (pietra semipreziosa) ed il valore ponderale certificato e garantito dalla suprema autorità statale (il faraone), ne fanno, a mio avviso, un prototipo ante litteram.

Concludo con una citazione tratta dal cosiddetto “Insegnamento di Amenemope”, un testo morale risalente alla Ventiseiesima Dinastia:

“Non muovere la bilancia e non alterare i pesi;non diminuire le frazioni della misura. . . . . . . . . .non farti pesi difettosi, essi provocano molte pene per l’ira divina.

Se vedi un altro che imbroglia, tieniti lontano!”

Arti e mestieri, Materiali

IL RAME

A cura di Sandro Barucci

Le statue di Pepi I da Hierakompolis (circa 2290 a.C.).

Il faraone della VI dinastia è raffigurato a grandezza naturale (m. 1,77) nella più antica statua metallica egizia giunta fino a noi, oggi al Museo del Cairo. La gamba sinistra sta compiendo un passo in avanti, una abituale indicazione che il soggetto ritratto è in vita . La statua ci è giunta priva di alcune parti, il basso addome e la parte superiore del capo; vi è il dubbio che vi fosse un copricapo regale, forse di metallo più prezioso. I globi oculari sono realizzati in pietra calcarea , mentre le pupille sono in pietra nera.

La tecnica di realizzazione della statua è basata su lastre di rame, modellate da artisti di grande abilità, mediante percussione e deformazione. Le parti erano montate poi su uno scheletro in legno andato perduto, fissandole con una sorta di chiodi metallici. Le lastre risultano composte da un rame puro al 98,2 % , che era perciò più adatto ad essere modellato rispetto ad un materiale con elementi di lega (che vedremo successivamente in altri post).

Una seconda statua raffigura un giovanetto che è stato da alcuni identificato con Merenre , figlio di Pepi e suo erede al trono. Si vedono nella figura le due statue affiancate immaginando di avere un gruppo padre-figlio. Non vi sono prove però che questa fosse l’intenzione degli artisti, ed anzi probabilmente la figura più bassa è lo stesso Pepi più giovane

.Il primo piano del giovane fa apprezzare ancor di più la sensibilità e capacità di chi ha realizzato l’opera. Anche qui mancano probabilmente i simboli regali dal capo.

Riferimento: Lucas, A. , Harris, J.R., 1962. Ancient Egyptian Materials and Industries. Quarta edizione, rivista ed ampliata. Edward Arnold , London.

Età Predinastica, Kemet

L’EGITTO: NASCITA DI UNO STATO UNITARIO PARTE IV, LA FORMAZIONE DEGLI STATI

A cura di Ivo Prezioso

I corredi funerari dimostrano chiaramente che andavano sviluppandosi un’organizzazione sociale e un ordinamento gerarchico, controllati da una facoltosa e potente élite. Le grandi necropoli di centri come Ieraconpoli Naqada (risalenti al 3800 a.C. circa), sono, infatti, costituite da poche tombe contenenti corredi molto abbondanti. Col passare dei secoli le misure degli ipogei divennero sempre più importanti, fino a culminare nella costruzione delle piramidi monumentali. La Tomba 100 di Ieraconpoli, la cosiddetta Tomba dipinta, risalente più o meno al 3600 a.C., costituisce un validissimo esempio di ricca sepoltura, sicuramente appartenuta a qualche importante capo o addirittura a un monarca del periodo Naqada II.

Si è notato che, già a partire dal periodo Naqada I, alla classe dirigente veniva assegnato uno spazio separato all’interno della necropoli principale; col passare del tempo le furono addirittura destinate aree ben distinte, come dimostra la Necropoli “T” a Naqada. Altra testimonianza della presenza di funzioni amministrative relative alle prime società statali in formazione durante il periodo Naqada II, ci viene fornita dalle impronte di sigilli impresse sull’argilla posta a chiusura di recipienti e porte nella “città meridionale” a Naqada. Contemporaneamente vanno sempre più consolidandosi un’idea religiosa, una mitologia ed un insieme di riti che più tardi confluiranno in diverse “scuole teologiche”. La testimonianza di questo sviluppo ci è senz’altro fornita dalle consuetudini funerarie (seppellire i morti in determinate posizioni e accompagnati da ricchi corredi) e anche dall’iconografia. Divinità femminili dall’aspetto bovino, per esempio, erano collegate alla monarchia come testimonia la Tavolozza di Narmer o anche, al cielo, come dimostra un’altra Tavolozza rinvenuta a el-Gerza nella tomba 59, risalente al periodo Naqada II, che potrebbe essere la più antica rappresentazione nota della dea Hathor. Inoltre, le rappresentazioni di imbarcazioni, di grandi figure femminili con le braccia sollevate, piante, animali del deserto e segni indicanti l’acqua, appaiono collegate a credenze sull’esistenza di un mondo oltremondano e sulla fiducia in una rinascita. Sempre durante questo periodo, le rappresentazioni di santuari dimostrano che già esistevano centri cultuali e finanche una sorta di specialisti della religione che più tardi sarebbero andati a formare una vera e propria casta sacerdotale.

Verso la fine del predinastico cominciano a comparire le prime forme di scrittura che sono attestate ad Abydo. E’ lecito supporre che siano state determinate dall’esigenza di indicare oggetti appartenenti alla casa reale e affinché il nome del sovrano potesse essere letto in modo univoco e corretto, a causa della verosimile presenza di marcate differenze linguistiche e l’uso di vari dialetti. Rappresentazioni di scene belliche o di fortificazioni su tavolozze risalenti alla fine del predinastico indicano chiaramente che i conflitti armati tra i vari “principati” non dovevano essere una rarità. Mancano, al contempo, prove di invasioni straniere attraverso lo Uadi Hammamat o altrove.

Le differenze genetiche osservabili tra le antiche popolazioni egizie erano palesemente dovute alla differente origine dei vari gruppi che per primi si insediarono nella regione e che provenivano da Nord Africa, Mediterraneo, Medio Oriente, Nubia. Apparentemente, anche i componenti della élite cittadina paiono essere di etnie diverse, come sembrano indicare le analisi compiute sui resti umani esumati nella Necropoli “T” di Naqada.

Ricostruzione di una tomba di un egiziano di ceto non elevato risalente all’epoca protodinastica (Naqada II circa 3650- 3300 a.C.). Pur molto povere queste sepolture già rivelano la grande importanza che questo popolo dava all’aldilà: cibo per il lungo viaggio oltremondano, una camera per il riposo, unguenti, suppellettili .

Fonte: Egitto: l’Età dell’oro, a cura del prof. Maurizio Damiano.

La fotografia mostra i resti del muro della Tomba 100, di Ieraconpoli (circa 3600 a.C.) che è sotto vetro, in una piccola sala poco visitata del Museo del Cairo. Sfortunatamente gran parte del dipinto è andato distrutto (circa due terzi dell’intero muro), mostrando il mattone di fango sottostante.

Tavolozza di Gerza,

Il Cairo Museo Egizio. Scisto alt. 15cm. Naqada II (3650-3300 a.C. circa).

Questa tavolozza fu realmente impiegata per preparare il fard, come provano le traccedi malachite ancora presenti. Proviene dalla tomba 59 di Gerza (scavi di F.Petrie 1919) dove fu rinvenuta come offerta funeraria. Presenta una testa di vacca stilizzata e 5 stelle: la rappresentazione evocherebbe, dunque una dea celeste, come Hathor. In questo caso si tratterebbe della prima rappresentazione nota della dea bovina.

Fonte: Antico Egitto, Maurizio Damiano.

Giara da vino

Londra, Petrie Museum. Terracotta, Altezza cm. 24. Provenienza Tarkhn. Predinastico.

Grande giara dal corpo slanciato,su base stretta. Collo breve dotato di ampio labbro che si espande a disco. All’altezza della spalla sono presenti appigli concatenati in leggero rilievo, destinati probabilmente a rendere più agevole lo spostamento del vaso. Sotto le sporgenze è leggibile il nome Haty, cinto da un semplice “serekh” preceduto da un segno geroglifico raffigurante una mazza piriforme.


Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DI BENT O PIRAMIDE ROMBOIDALE

A cura di Giusi Colledan

Epoca c. 2560 a.C.

Il complesso piramidale meridionale di Snefru, più conosciuto con il generico nome di piramide romboidale, è l’insieme degli edifici funerari del sovrano, costruito a Dahshur, (in arabo: دهشور ‎, Dahshūr) e di estrema importanza nell’evoluzione architettonica egizia in quanto segna la transizione dei complessi funerari da quelli antichi con piramidi a gradoni ai successivi, caratterizzati da piramidi a struttura canonica.

I numerosi cartigli ritrovati ovunque attribuiscono con certezza l’edificazione a Snefru che dopo varie vicissitudini decise di costruirne un altro a nord nel medesimo sito ma il complesso meridionale, pur non avendo mai ospitato le spoglie mortali del sovrano resta il meglio conservato e quello nel quale è possibile identificare tutte le strutture.

Tratto da Wikipedia

Antico Regno

I SACRIFICI UMANI NELLA I DINASTIA

A cura di Patrizia Burlini

La morte del sovrano nella I Dinastia era un momento di grande dolore e sconvolgimento: sembra accertato infatti che il sovrano fosse accompagnato nel suo ultimo viaggio da decine se non centinaia di familiari e cortigiani. Si trattava di un momento di grande dolore per tanti, inclusa la famiglia reale che perdeva non solo il faraone ma anche , probabilmente, molti familiari, amici , cortigiani, ancelle con cui aveva condiviso gran parte della propria vita.

La pratica di porre delle vittime sacrificali nella tomba del re iniziò con il faraone Aha o Menes, successore di Narmer, I Dinastia, 3100 a.C. : circa 50 persone accompagnarono il sovrano nel suo ultimo viaggio. Con loro furono sacrificati degli asini, come bestie da soma, e 7 giovani leoni maschi, simbolo della forza e coraggio del re. Flinders Petrie individuò le seguenti sepolture secondarie ad Abydo:

  • Aha (Menes) Nr 48
  • Djer (Zer): Nr 595
  • Djet (Zet) nr 338
  • Merneith nr 121
  • Den nr 121
  • Azab nr 63
  • Semerkhet nr 69
  • Qa nr 26

I corpi furono trovati sepolti in posizione fetale, come nelle sepolture predinastiche, in casse di legno. L’interno delle casse era riempito di sabbia bianca. Secondo Flinders Petrie la posizione di alcuni corpi indicava che alcuni di loro furono sepolti vivi (es. tomba 537: l’uomo ha le caviglie legate ai fianchi e si trova a faccia in giù, come se fosse stato gettato dall’alto; altri hanno le mani che coprono la bocca). Le analisi condotte sugli scheletri mostrano che la maggior parte degli occupanti delle tombe era in buona salute e di mezza età. Erano ben nutriti e furono seppelliti nello stesso momento. Non è stato provato che le vittime sacrificali fossero membri della famiglia reale, in particolare i fratelli del sovrano deceduto, ma l’evidenza data dalla buona nutrizione suggerisce che fossero dei membri dell’élite e della corte, mentre la morte di uomini giovani suggerisce che potessero essere potenziali rivali del successore del sovrano. Non sappiamo esattamente come queste povere persone morirono ma la maggior parte dei corpi non mostra alcun segno di lotta.

Matthew Adams , direttore del Albright Institute of Archaeological Research a Jerusalem e presidente dell’American Archaeology Abroad, ha avanzato l’ipotesi che queste persone si siano suicidate con il cianuro. Le donne erano sepolte nelle immediate vicinanze della tomba, mentre gli uomini lungo il perimetro del recinto sepolcrale. I loro nomi erano scritti su delle piccole stele poste nella tomba o in colore rosso nei i muri interni della tomba. Benché sacrificate, queste persone furono seppellite con tutti gli onori, in tombe ricche di suppellettili e dei segni di potere che li avevano contraddistinti in vita: sigilli, armi, utensili, ornamenti.

Nel caso di Djer almeno l’85% dei defunti era composto da donne. Due di loro erano sicuramente delle personalità importanti, forse delle regine. Furono trovati sepolti anche due nani, probabilmente favoriti a corte. Una carneficina agghiacciante: uomini, donne e bambini la cui vita terminò tragicamente assieme al loro sovrano e a cui fortunatamente si mise fine con la II Dinastia.

Fonti:

  • Kara Cooney, When Women ruled The world, Washington, National Geograohic, 2018W.M.
  • Flinders Petrie, tombs of the Courtiers and Oxyrhynkhlos, London, British School of Archaeology in Egypt, 1925
  • John Galvin, “New Evidence Shows That Human Sacrifice Helped Populate the Royal Ciry of the Dead”, National Geographic, April 2006
“COSE (ANCORA PIÙ) MERAVIGLIOSE”

COPIARE PER PROTEGGERE

Oggi abbandoniamo per un attimo la storia degli uomini per un aspetto “tecnico”, legato comunque alle tecnologie a disposizione degli eredi degli scopritori che stiamo seguendo.

Il sarcofago di Sethi I è probabilmente il reperto più famoso delle esplorazioni di Belzoni in Egitto. Se ne è già parlato diffusamente sul Gruppo, e mostrato in quasi tutte le salse.

L’utilizzo di candele accese all’interno del sarcofago per creare atmosfera esoterica e dimostrarne la traslucenza ha contribuito al suo decadimento prima dell’avvento di luci più adatte

Giusto come memo, è lungo 284 cm, largo 112 e alto 81, ed è in alabastro egiziano traslucido spesso da 4.5 a 11.4 cm. Originariamente bianco, è diventato col tempo di color miele scuro a causa dell’inquinamento londinese e della cattiva conservazione al Soane Museum dove è arrivato dopo le peripezie che abbiamo visto.

La collocazione originale del sarcofago al Soane Museum

È inciso sia sulla parte interna che su quella esterna con brani del Libro delle Porte, incisioni un tempo riempite con il cosiddetto “blu Egitto” ora quasi del tutto scomparse anche a causa della pulizia impropria del sarcofago negli anni (ma la candeggina su un sarcofago egizio???). L’interno del sarcofago è decorato con un’immagine splendida della dea Nut che sta diventando via via sempre meno visibile.

Nut riprodotta all’interno del sarcofago

Nel 2017 è stata effettuata una copia del sarcofago in occasione di una mostra sul bicentenario della scoperta della tomba. È stata utilizzata una tecnica di imaging detta “fotogrammetria” che unisce immagini ad altissima risoluzione alla loro posizione spaziale. Sono state necessarie 4500 immagini scattate con una fotocamera Canon 5D (lo scrivo solo perché sono un canonista…) su una slitta motorizzata su 3 assi.

Fotogrammetria in atto. Sono stati utilizzati 2 flash a 45° per mantenere l’illuminazione costante ed evitare aberrazioni cromatiche dovute al bilanciamento del bianco
La scomposizione del sarcofago in settori per la sua ricostruzione 3D

Lo “scheletro” del sarcofago riprodotto è in poliuretano modellato roboticamente e coperto da migliaia di strati di inchiostri acrilici fotosensibili sviluppati dalla Océ – ciascuno strato di 2-40 micron – fino ad ottenere uno “strato” di 1.5 cm assolutamente fedele all’originale. Visto che la “stampa” è stata fatta a settori, i giunti sono stati rifiniti a mano con vernici acriliche ed il tutto ricoperto da uno strato di cera per simulare la lucentezza del materiale originale. Lo stesso procedimento è stato applicato ai frammenti del coperchio ritrovato da Belzoni.

Per quanto possa sembrare incredibile, questo è il “facsimile” ottenuto di Nut all’interno del sarcofago da fotografia digitale e stampa multistrato
Forse nella ricostruzione dei frammenti del coperchio del sarcofago si vede ancora meglio l’incredibile livello di dettaglio ottenuto
Il “blu Egitto” del sarcofago originale agli infrarossi. E la luce (infrarossa) fu…

La copia fisica è stata usata per la mostra; la copia digitale è stata invece conservata per verificare nel tempo lo stato di conservazione del sarcofago originale e cercare di prevenire ulteriori danni.

Non solo: dulcis in fundo, il “blu Egitto” ha una caratteristica peculiare: è composto prevalentemente da un raro minerale naturale, la cuprorivaite (CaCuSi4O10) che ha la proprietà di assorbire la radiazione visibile riemettendo una radiazione infrarossa (IR). Con la fotocamera modificata per rilevare gli infrarossi, sono state ottenute immagini straordinarie delle iscrizioni che saranno utilissime sia per studiare in maniera organica le iscrizioni che per intervenire sul restauro dell’originale, ove possibile.

Quando si dice che copiare può servire per proteggere…

E il risultato finale della “ri-materializzazione”, come è stata definita, alla mostra di Basilea del 2017

Nubia

LE SEPOLTURE NUBIANE

A cura di Stefano Argelli

La cultura di Kerma sepolture e riti funerari con sacrifici umani.

proviamo a vedere l’evoluzione delle sepolture e dei riti funerari durante i tre periodi: Kerma Antico, Medio, Classico.

Fonte: IL SOGNO DEI FARAONI NERI. di Maurizio Damiano

Le prime tombe della cultura di Kerma sono circolari con un tumulo che arriva a a 1,20 metri di diametro, circondato da lastre di pietra inserite verticalmente a formare vari cerchi sul tumulo; negli spazi la decorazione è completata da ciottoli bianchi. Sotto il tumulo nella fossa circolare, il defunto è deposto su una coperta di cuoio mentre un’altra lo ricopre; il corpo é contratto e deposto sul lato destro. Il corredo funerario consisteva di collane e bracciali in legno, osso, conchiglie. Grazie alla povertà queste sepolture sono arrivate intatte sino a noi. Raramente si trova qualche defunto accompagnato da un altro essere umano.

Ricostruzione di una tomba Kerma 2450 a.C.

Le tombe del Kerma Medio arrivano sino a 12m di diametro; aumentano le offerte di bucrani e di caprini, come pure i sacrifici umani; adesso è più comune trovare un uomo anziano accompagnato da una donna e da uno o più fanciulli-fino a quattro o cinque, fra i due e i dodici anni. Talvolta accanto alla sepoltura principale se ne trova una accessoria. Questo non va interpretato come un segno di imbarbarimento, ma di evoluzione della filosofia religiosa e delle credenze nella vita ultraterrena. 

Pianta del gigantesco tumulo K III.
Nel Kerma classico i rituali funerari raggiungono il loro apice:le tombe arrivano a dimensioni colossali che per le maggiori dedicate ai re, sfiorano i 100 metri. Il morto riposa su un letto finemente intarsiato di avorio, circondata dal ricchissimo corredo. In un tumulo scoperto da Reisner in una sola tomba sono stati scoperti 400 corpi. Alcuni dei cadaveri mostrano che la vittima ha cercato di ripararsi il viso, o la testa, mentre veniva sepolta viva; ma la maggioranza è nella posizione classica, segno che il sacrificio veniva accolto con rassegnazione. Ci si domanda il perché di tante uccisioni; per avere una risposta parziale dobbiamo dimenticare di appartenere alla nostra cultura e al nostro secolo e sforzarci di capire il popolo di Kerma dal loro punto di vista: le sepolture mostrano una fede indubbia in una vita nell’aldilà e questo fatto vissuto come realtà concreta e non solo teoria religiosa, spiega come si possano desiderare vasi e altre offerte, poiché sarebbero stati utilizzati nell’altra vita.il sacrificio di animali perché l’attività pastorale potesse continuare è solo il passo successivo è il sacrificio di esseri umani non è che la logica continuazione di quel ragionamento. Non dimentichiamo che gli abitanti sin dalla nascita erano abituati a pensare alla morte in questi termini e che poteva essere considerato un privilegio seguire in una vita migliore, presso gli dei il caro estinto. Nel caso dei fanciulli e delle donne sacrificate, vediamo come ci sia uno sforzo di ricostruire il nucleo familiare. Se poi pensiamo ai sovrani, doveva essere un onore non indifferente per molti poter condividete la vita di corte nell’oltretomba; ma gli altri, che forse avrebbero volentieri fatto a meno di questo onore, non potevano sottrarsi a una regola sociale che ormai permeava la mentalità da secoli. Del resto pensiamo ai primi cristiani che, forti della loro fede, si facevano sbranare dai leoni o crocifiggere con serenità, con la sicurezza di una nuova vita in un mondo migliore. Inoltre lo stesso spirito permeava i rituali con sacrifici umani che sino in epoca recente sono stati presenti presso gli Azande e gli Shilluk.

Uno dei grandi tumuli reali il cosiddetto tumulo K III (ricostruzione del Dottor Paolo Damiano) che ne evidenzia i dettagli architettonici. Si noti al centro il corridoio sacrificale, in cui si trova la maggior parte dei corpi dei sacrificati; sul lato destro la camera sepolcrale, in cui veniva deposto il sovrano; i muretti più piccoli, posti trasversalmente alle pareti maggiori, sono introdotti successivamente per creare sepolture sussidiarie. Il diametro del tumulo nella realtà è di 98 metri. (foto di Stefano Simoni).

Pugnali in rame e avorio 1750-1450 a.C. museo di Kerma Sudan.

Immagini, Mummie

LA MUMMIA URLANTE

A cura di Raffaele Biancolillo

La mummia urlante della principessa Meret Amun, figlia del faraone Seqenenra Tao asceso al trono tra il 1560 a.C. e il 1558 a.C.

Il celebre Zahi Hawass e Sahar Saleem, professore di Radiologia presso la Cairo University, hanno analizzato la “Mummia urlante” tramite radiografie e TAC, ricavando nuovi dati interessanti. Intanto l’età della morte è collocata tra i 50 e i 60 anni; poi è stato evidenziato il metodo di mummificazione che è consistito nell’eviscerazione, la sostituzione degli organi interni con impacchi, resine e spezie profumate e la mancata asportazione del cervello, ancora presente essiccato sul lato destro del cranio.

Ma il risultato più importante riguarda la causa di morte e il conseguente motivo dell’urlo. La donna è forse deceduta sul colpo a causa di un infarto; è stata infatti rilevata una grave forma di aterosclerosi con l’avanzata calcificazione delle pareti delle arterie coronarie destra e sinistra, iliache, del collo, degli arti inferiori e dell’aorta addominale.

La mummificazione sarebbe iniziata quando il corpo era ancora contratto per il rigor mortis. Per questo la donna ha le gambe accavallate e leggermente flesse, la testa reclinata verso destra e la mandibola abbassata.