Arti e mestieri, Materiali

IL LEGNO IN EPOCA PREDINASTICA

A cura di Sandro Barucci

Il periodo fra il 4000 ed il 3000 a.C., con le tre fasi della cultura di Naqada, rientra nella cosiddetta fase Calcolitica, durante la quale il rame ha fatto la sua comparsa, ma sono ancora in largo uso gli utensili in pietra neolitici.

Un interrogativo molto importante riguarda a questa fase, in cui ancora tecnicamente non è iniziata l’Età del Bronzo, è: fino a che punto i capomastri egizi potevano realizzare lavorazioni su legno, come la preparazione di tavole di forma regolare e costruzioni che su esse si basano, come ad esempio il fasciame in legno delle imbarcazioni evolute.

Una informazione importante su questo tema giunge dal sito predinastico di Naga-ed-Der, sulla riva orientale del Nilo, e precisamente dal cimitero identificato con la sigla N7000, scavato inizialmente da Lythgoe nel 1902-1903. Il lavoro dell’Archeologo fu pubblicato postumo (Lythgoe, 1965). Le datazioni del sito sono state indagate, mediante l’analisi al Carbonio 14, da Savage nel 1998 (Savage, 1998) ed è risultato essere in uso fra il 3800 ed il 3090 a.C. circa.

Le informazioni desunte dalle due pubblicazioni citate, e dalla revisione complessiva di Podzorski (Podzorski, 2008) sulla necropoli, ci fanno concludere che tavole in legno ben lavorate sono qui presenti a partire dal 3600 a.C. circa.

In un recente lavoro sul mobilio egizio, Killen cita appunto alcune tombe di questo sito, ad esempio quella con sigla N7454 , che mostra uno spazio rettangolare di dimensioni interne 1570 x 710 cm, delimitato da tavole in legno di spessore 3 cm. In un’altra tomba, la N7531, agli angoli si trovano elementi verticali di rinforzo legati insieme alle assi (possono venire in mente le asole e le legature delle tavole che ritroviamo poi sui resti di imbarcazioni del 3000 a.C. ad Abydos, fino a quelle della nave reale di Cheope a Giza.

La tomba N1454 di Naga ed Der. Con la lettera C il rettangolo in tavole di legno . Ciò che vi era contenuto purtroppo è risultato depredato (Lythgoe, 1965) , ma è una delle prime testimonianze della capacità di realizzare tavole di legno a metà del IV millennio a.C. (con utensili in pietra!)

Constatata questa possibilità di ricavare tavole dai tronchi d’albero nonostante utensili limitati, alcuni Studiosi hanno affermato che gli scafi raffigurati nell’arte di Naqada II e III possono rappresentare realizzazioni in assi di legno e non in fasci di giunchi. Ad esempio Vinson fa notare come la prua e la poppa abbiano forma ben diversa da quelle caratteristiche delle barche di papiro (Vinson, 1994), dove i giunchi si stringono verso le legature finali, a formare una punta o un fiore di loto. Si tratterebbe dunque di imbarcazioni realizzate con tavole di legno. Analogamente Guerrero Ayuso pubblica nel suo trattato varie immagini analoghe a quella del vaso, nel capitolo “barcas de tablas” (Guerrero Ayuso, 2009).Le qualità di legname utilizzate in epoca predinastica sono tratte dagli alberi più comuni sul territorio Egiziano, che nel periodo predinastico è già caratterizzato da un clima generalmente arido simile a quello odierno. Una specie capace di sopravvivere in condizioni veramente estreme è Acacia , ed in effetti molti reperti egizi sono costituiti dal suo legno.

In particolare Acacia Nilotica può raggiungere i 15-20 metri di altezza, anche se il suo tronco non è particolarmente adatto a ricavare le grandi assi (che troveremo poi nelle navi della IV dinastia fatte in Cedro del Libano importato). Un famoso esempio di Acacia Nilotica in ambito navale sarà all’inizio del III millennio la Barca di Abu Rawash, attribuita alla cerchia del faraone Den.

Un secondo legname utilizzato in epoca molto precoce è quello del genere Tamarix, (come le nostre “Tamerici”): si trova nelle celebri 14 imbarcazioni sepolte con apposite tombe di mattoni ad Abydos.

Altri tipi di legname sono da Ficus Sycomorus e da Ziziphus spina-Christi. Il nome di quest’ultimo alberello è dovuto alla tradizione per la quale avrebbe fornito il materiale per la corona di spine del Golgota. Il suo legno è estremamente duro, è utile in impieghi speciali ( ad esempio è ritrovato nei tenoni della Barca reale di Cheope).

Riferimenti citati:

  • Guerrero Ayuso, Victor M., (2009), Prehistoria de la Navegación: origen y desarrollo de la arquitectura naval primigenia. BAR International Series S‐1952. ISBN 978‐1407304359
  • Killen, Geoffrey, (2017), Ancient Egyptian Furniture. Oxbow Books. ISBN: 978-1785704932
  • Lythgoe, Albert M., (1965), The early dynastic cemeteries of Naga-ed-Dêr (Vol. 4): The predynastic Cemetery N 7000. University of California Press. DOI: 10.11588/diglit.50108 .
  • Podzorski, Patricia V. (2008) The Early Dynastic Mastabas of Naga ed-Deir, in Archeo-Nil, Vol.18, pag. 89-102.
  • Savage, Stephen, (1998), AMS 14 Carbon Dates from the Predynastic Egyptian Cemetery, N7000, at Naga-ed-Der, Journal of Archaeological Science, Vol.25, pag.235-249.
  • Vinson, Steve, (1994), Egyptian Boats and Ships, Shire Pubblications ltd. Princes Risborough. IBAN 074780222X. Pag.18.

Nuovo Regno, Testi, Tutankhamon, XVIII Dinastia

LA MASCHERA FUNEBRE DI TUTANKHAMON

Uno degli oggetti più famosi al mondo dell cultura egizia.

Di Giuseppe Esposito

Condizioni

La maschera, alta 54 cm, larga 39,3 cm e profonda 49, è costituita da due strati d’oro di differente caratura[1], dello spessore variante da 1,5 a 3 mm, per un peso complessivo di 10,23 kg.

Le peripezie cui è stata sottoposta, a seguito della scoperta nel 1922, ma anche in fase di apposizione al corpo del faraone, hanno lasciato alcuni danni[2] con perdita di parti degli intarsi in pasta vitrea sul davanti e, specie nella treccia, sul retro del copricapo “nemes”.

Gran parte di questi danni furono causati dallo stesso Carter quando, con i modi più inusuali[3] cercò di estrarre il corpo del re dal suo “letto” a cui era ormai saldato a causa dell’antica gran quantità di resine utilizzate.

Altro danno, stavolta risalente di certo alle cerimonie d’inumazione, è quello riscontrabile sul petto là dove, verosimilmente, furono, estemporaneamente e speditivamente, praticati due fori per fissare in loco gli scettri che si incrociavano sul torace[4]. È verosimile che tale operazione si sia resa necessaria durante la cerimonia di “apertura degli occhi e della bocca” quando, come peraltro visibile anche nei dipinti murari della stessa KV62, i sarcofagi si trovavano in piedi. È quindi probabile che in tale posizione pastorale e flagello non restassero in loco o rischiassero di cadere al suolo. Si rese perciò necessario fissarli in qualche modo.

Una vistosa ammaccatura, forse un urto violento o addirittura una caduta, con perdita di materiale, viene inoltre citata negli appunti di Carter che recuperò alcuni frammenti d’oro dal suolo[5].

Benché la maschera non sembri possa essere stata preparata o adoperata per precedenti sepolture, tuttavia Carter[6] rilevò che, a suo avviso, era stata tuttavia preparata per qualcun altro. A suffragio di tale ipotesi, l’archeologo fece notare la presenza, alle orecchie della maschera e del sarcofago in oro più interno[7], di fori per orecchini che, in entrambi i casi, erano stati, però, mascherati con dischi d’oro[8]. Sono note, infatti, solo pochissime rappresentazioni di sovrani (due in realtà[9]) che, in età adulta, indossano orecchini; ciò fa’ supporre che se gli orecchini fossero “accettati” in età prepuberale, non lo fossero altrettanto in età adulta[10]. Ciò potrebbe indicare che la maschera fosse stata predisposta per altri (come ventilato da Carter) o, ad esempio, quando Tutankhamon era ancora considerato “bambino” e non nell’imminenza della morte.

Altra ipotesi possibile, come si vedrà nel paragrafo successivo, potrebbe vedere il viso, di fatto, staccato dal “nemes” e dalle orecchie, così convalidando la possibilità che, mentre copricapo e orecchie appartenessero ad una struttura “standard” già predisposta, il viso rappresentasse effettivamente le fattezze del faraone fanciullo.

STRUTTURA DELLA MASCHERA

Esami radiografici cui la maschera è stata sottoposta nel 2001 e, più recentemente, nel 2009[11], hanno consentito di individuare una serie di rivetti alla base della gola e una visibile linea di saldatura lungo i bordi del viso e del collo, nonché nella fascia frontale[12]. Esami approfonditi hanno infine consentito di appurare che la maschera è costituita da ben otto parti distinte, tutte collegate tra loro mediante rivettature, martellamento, saldature o semplicemente a pressione (come nel caso della barba):

  1. pannello frontale;
  2. pannello posteriore;
  3. cobra e avvoltoio sulla fronte;
  4. viso;
  5. orecchio destro;
  6. orecchio sinistro;
  7. barba;
  8. collare.

A causa di un maldestro incidente nel 2014 (cadde mentre veniva sostituita l’illuminazione della teca rompendo la barba) è stata sottoposta ad un primo restauro altrettanto maldestro e ad un secondo per riallineare la barba stessa ed eliminare i residui di colla.

Attualmente al Museo del Cairo; ne esistono diverse copie utilizzate per le esibizioni itineranti


[1]     Viso e collo sono ricavati da una lamina di 18,4 carati, mentre il resto della maschera da lamine di 22,5 (Nicholas Reeves. “Tutankhamun’s Mask Reconsidered”. In Bulletin of the Egyptological Seminar. [BES] 2015 19. P. 513).

[2]     [Bulletin of the Egyptological Seminar (New York)] BES (2015), p. 514.

[3]     Sarcofago più interno e maschera furono trovati solidali con il corpo del re a causa della gran quantità di resine che era stata versata al loro interno. Nel tentativo di staccare il corpo dal suo sarcofago, Carter dapprima tentò esponendolo al calore del sole egiziano e sperando che questo sciogliesse le resine, passò poi a fortissime lampade e al tentativo utilizzando lame arroventate giungendo, infine, a porre l’intero sarcofago e il suo contenuto sul fuoco quasi al limite della temperatura di fusione dell’oro. Questi “trattamenti” causarono, come prevedibile, danni non solo al sarcofago e alla maschera, ma anche allo stesso corpo del re che, al termine, risultò frazionato in più parti. Nel 1925, quando il Dottor Douglas Erith Derry si apprestò ad eseguirne l’autopsia, dovette operare con il corpo ancora nel sarcofago per l’impossibilità di estrarlo. 

[4]     Dagli appunti di Carter, carta n.ro 256(b) 4 (presso “The Griffith Institute” presso l’Università di Oxford)

[5]     BES (2015), p. 515.

[6]     Dagli appunti di Carter, carta n.ro 255.

[7]      BES (2015), p. 518.

[8]     Tale particolare non è chiaramente visibile dalle foto di Burton dell’epoca del ritrovamento, ma viene espressamente citato da Carter -carta n.ro 256a (1) dei suoi appunti- come “camuffamento”. SI legge, infatti: “…Gold mask or similitude of the King; The face with pierced ears (afterwards covered over with gold foil)…”

[9]     Si tratta di un frammento in calcare che rappresenta Amenhotep I, proveniente dal tempio di Meniset a Tebe e di un rilievo di Ramses II, oggi al Louvre cat. N522.

[10] Jean Thibault (1968), La masque d’or de Toutankhamon radiographié, Photo-ciné-revue (May 1968), pp. 216-217.

[11]     BES (2015), p. 516

[12]     Emily Teeter (1979), in The Treasures of Tutankhamun: A Supplementary Guide, n.ro 25, pp. 19-20 riporta che la “maschera è costruita in più parti. Il viso è stato lavorato a parte e unito al preesistente nemes con piccoli rivetti d’oro difficilmente individuabili anche dall’interno…”. Vedi anche Reeves (2015) citato.

Nuovo Regno, Testi, Tutankhamon, XVIII Dinastia

IL TESTO DELLA MASCHERA FUNEBRE DI TUTANKHAMON

A cura di Nico Pollone

Testo completo di lettura della maschera funeraria di Tutankhamon
(retro)

Salute a te, bello è il tuo viso che irradia la luce
posseduta da Ptah-Sokar, esaltato da Anubi, e fa che siano date a
Thot , lodi (= glorificare).

Bello è il volto che è presso (lett. in) gli dei.

Il tuo occhio destro è nella
barca del dio sole della sera, il tuo occhio sinistro è nella barca del dio sole del mattino, le
tue sopracciglia nell’enneade degli dei.

La tua fronte è in Anubi, la tua nuca è in Horo, la tua chioma è in Ptah-Sokaret e sei (lett. in/nel) davanti a Osiri,

Egli ti vede (lett. il vedere suo te), e ti guida verso le strade belle, a colpire per lui
la confederazione di Seth, (così che) sconfigga egli i tuoi nemici presso
L’enneade degli dei del grande palazzo che è in Heliopolis.

Lui ha preso possesso della corona, ed è (sotto la maestà) di Horus signore dell’umanità.
L’osiri sovrano [Neb-Kheperu-ra] giusto di voce, dia vita come Ra.

Età Predinastica, Kemet

L’EGITTO: NASCITA DI UNO STATO UNITARIO PARTE II, ORIGINI DELL’AGRICOLTURA E DELL’ORGANIZZAZIONE SOCIALE

La nascita dello stato egizio è fortemente legata allo sviluppo dell’agricoltura e alle grandi potenzialità offerte dalla Valle del Nilo. Le prime comunità rurali coltivavano orzo e grano. Affiancavano a quest’attività l’allevamento del bestiame (pecore, capre, maiali). La pesca e l’uccellagione procuravano ulteriori fonti di sostentamento. Gli studi più recenti sembrano evidenziare che le prime comunità agricole stanziatesi nel Delta (Merimde Beni Salama), risalgano all’incirca al 5000 a.C., mentre quelle dell’Alto Egitto al 4400 a.C. Nel 3800 a.C. le comunità erano ormai ben insediate in gran parte della Valle e del Delta. Gli studi effettuati sui manufatti in pietra e sul vasellame rinvenuto nelle varie regioni, indicano che all’epoca esistevano diverse aree culturali. Sembra, inoltre che le zone più settentrionali del Delta fossero ancora abitate da popolazioni dedite quasi esclusivamente alla caccia e alla pesca. Il ritrovamento di utensili in rame, presso Badari, indica che le popolazioni dell’Alto Egitto intrattenessero scambi commerciali con le culture del Sinai e della Palestina.

L’agricoltura giunse in Egitto dal Medio Oriente, attraverso il Sinai, dove integrò caratteri tipici del Sahara egiziano (allora più umido di oggi) quali, ad esempio, l’allevamento del bestiame. La recente scoperta di piccoli, ma ben organizzati insediamenti, risalenti circa al 6000 a.C. conferma che i primi segni dello sviluppo dell’organizzazione sociale dovettero manifestarsi tra le comunità del deserto. Periodi di siccità, sopravvenuti durante il corso del sesto e quinto millennio a.C., dovettero gradualmente spingere le popolazioni ad avvicinarsi alla Valle del Nilo. E stato accertato che gli abitanti della regione di Badari nei pressi di Assyut, erano riuniti in villaggi già nel 4000 a.C. se non prima. Lo sviluppo dell’organizzazione sociale, contemporaneo alla diffusione dell’agricoltura, fu reso possibile dal nuovo tenore di vita che veniva condotto, grazie all’allargamento delle comunità. Le società agricole della Valle si trovarono a dover affrontare le problematiche relative al mutevole regime delle inondazioni del Nilo, cui era strettamente legata la produzione di sostentamento. Esondazioni troppo scarse provocavano siccità, mentre quelle troppo abbondanti comportavano la distruzioni delle dighe naturali con alluvioni devastanti. Altri fenomeni che avevano effetto rovinoso sulla produttività erano le tempeste di sabbia, malattie infettive, invasione di erbacce, semine o raccolti intempestivi. I primi insediamenti erano piuttosto piccoli (da quaranta a cento persone circa), ma alcuni di questi si ingrandirono molto rapidamente, come dimostrano gli strati superiori di Merimde Beni Salama. Le comunità confinanti erano legate da vincoli di parentela e vicinanza (alleanze matrimoniali, discendenze comuni, celebrazioni rituali ecc.), pertanto questi legami costituivano un substrato ideale per lo scambio di cibo e la creazione di alleanze strategiche per la difesa comune. L’utilizzo dell’asino come bestia da soma, inoltre, permetteva il trasporto e lo scambio di cibo ed altre merci, rendendo così possibili traffici commerciali anche a notevole distanza. Versò il 3500 a.C. cominciò a essere largamente utilizzato l’impiego di imbarcazioni, che, rapidamente, divennero il mezzo di trasporto ideale per il commercio e la comunicazione fra gruppi più lontani. Asini sono raffigurati sulla Tavolozza del Tributo Libico (conservata al Museo del Cairo), su oggetti provenienti da Maad e dalla necropoli protodinastica di Tarkhan. Le imbarcazioni compaiono con regolarità sulle ceramiche del Gerzeano (Naqada II) e, più raramente, già su manufatti della cultura del Naqada I (circa 3800 a. C.).


Merimde Beni Salama è un importante sito di insediamento neolitico sul margine occidentale del Delta, a circa 60 km a nord-ovest del Cairo. Il sito è la prima e più grande testimonianza nota di insediamento egiziano.

“Merimde”, identifica anche la relativa fase della cultura predinastica del Basso Egitto. è un importante sito di insediamento neolitico sul margine occidentale del Delta, a circa 60 km a nord-ovest del Cairo. Il sito è la prima e più grande testimonianza nota di insediamento egiziano. “Merimde”, identifica anche la relativa fase della cultura predinastica del Basso Egitto.

Durante la recente stagione di scavo 2014, la missione dell’Egypt Exploration Society ha scoperto nuove evidenze scientifiche che rivelano che i confini di questo insediamento neolitico si estendono per altri 200 metri verso Sud-Ovest. E’ stato esplorato, a partire dal 1928 dall’archeologo tedesco Herman Junker i cui appunti, sfortunatamente, sono andati in gran parte distrutti durante il secondo conflitto mondiale. Le datazioni al carbonio hanno confermato che il sito è stato occupato dal 4880 al 4250 a.C. Il primo livello è caratterizzato da un’ampia gamma di ceramiche, decorate con motivi a spina di pesce. Il livello intermedio rivela tracce di complesse strutture, probabilmente in legno, ceramiche e molte sepolture. Sono stati rinvenuti anche strumenti di selce inseriti in manici di legno osso e avorio. L’ultimo livello, ha fornito prove che doveva trattarsi di un grosso agglomerato di capanne e aree di lavoro. L’elevato livello di organizzazione dei villaggi è dimostrato dalla presenza di numerosi silos e granai sotterranei per immagazzinare i cereali che probabilmente erano associati alla singole abitazioni. Tutto ciò suggerisce che in questa fase evolutiva la popolazione fosse costituita da gruppi familiari economicamente indipendenti integrati in una vita di villaggio già fortemente strutturata.

Fonte: Ahram on line*, 9 Aprile 2015.

*Ahram Online è il sito web di notizie in lingua inglese pubblicato da Al-Ahram Establishment, la più grande organizzazione di notizie dell’Egitto, e l’editore del quotidiano più antico del Medio Oriente, il quotidiano Al-Ahram, in pubblicazione dal 1875.


Tavolozza del Tributo Libicoframmento

Di questa tavolozza si è conservata solo la parte inferiore decorata a rilievo. Su un lato (non è possibile stabilire il recto e il verso, in quanto mancante della parte contenente l’incavo per stemperare il cosmetico), sono visibili, disposte in registri, tre file sovrapposte di animali domestici (dall’alto in basso: buoi, asini, arieti) che insistono sopra degli alberi (forse ulivi) alla cui estremità destra è visibile un carattere geroglifico che si legge Tjehnu (Libico). Sull’altra faccia sono raffigurate sette città fortificate i cui nomi sono scritti con geroglifici all’interno delle cinte murarie. Ogni città è sormontata da un animale, orientato a destra, dotato di una zappa piantata in corrispondenza dell’angolo destro di ciascuna fortificazione. Tra gli altri, vi è anche uno scorpione che sovrasta la città al centro in basso e il cui nome è rappresentato da un edificio (o santuario?) .L’interpretazione di questo reperto è ancora oggetto di discussione. Sono state avanzate più ipotesi, tra cui quella che rappresentasse divinità dall’aspetto animale poste al fianco del sovrano che, con tutta probabilità, doveva essere raffigurato nella parte andata perduta; oppure una confederazione di alleati che distruggono alcune città nemiche. L’opinione oggi più diffusa è che, invece si sia voluto descrivere la fondazione di queste città piuttosto che la loro distruzione. Resta ancora tutto da chiarire cosa rappresentino gli animali con la zappa, anche se il riferimento a re Scorpione o a Hierakonpolis sembra plausibile. E’ da notare come in questo reperto vadano perfettamente delineandosi alcuni capisaldi dell’arte figurativa egizia: la suddivisione in registri, la simmetria e l’ordine e la stabilità compositiva.

Scisto Altezza cm. 19, larghezza cm. 22. Provenienza Abydo. Naqada III (Predinastico 3300-3000 a.C.). Il Cairo, Museo Egizio


L’Abito di Tarkhan 

Che fosse molto antico lo si sapeva già grazie al luogo di provenienza, l’omonima necropoli predinastica scoperta nel 1912-13 da Flinders Petrie circa 50 km a sud del Cairo; ora, però, arriva la conferma dalla datazione al C14 che ne fa il più antico indumento tessuto del mondo, fino ad oggi noto.

Questa massa di lino, conservata presso il Petrie Museum di Londra, fu riconosciuta solo nel 1977 quando, decenni dopo il ritrovamento, fu ripulita, restaurata e montata su un supporto di seta dagli esperti dell’Albert and Victoria Museum. Il risultato di questo paziente lavoro fu un vestito perfettamente conservato con collo “a V” e maniche plissettate.

La datazione, invece, è stata effettuata nel 2015 in occasione del centenario della collezione egizia. La curatrice Alice Stevenson si è affidata a Michael Dee (Research Laboratory for Archaeology and the History of Art della University of Oxford) che ha prelevato un campione di 2,24 mg datandolo a oltre 5000 anni fa, 3482-3102 a.C., quindi tra il periodo Naqada III e l’inizio della I dinastia


“COSE (ANCORA PIÙ) MERAVIGLIOSE”

IL REGALO DI DROVETTI

Drovetti in un disegno dell’architetto Franz Gau

Abbiamo già incontrato più volte la figura di Bernardino Drovetti, console francese in Egitto. Il “rivale” di Salt, quasi un supercattivo della storia di Belzoni. Ma non è proprio così. Lo approfondiremo più avanti, perché anche Drovetti avrà un enorme impatto sulla nostra comune passione.

Inizialmente Drovetti vede in Belzoni un alleato: viene dall’Italia anche lui, seppur molto inglesizzato ormai; non è un superstizioso mistico come Caviglia; riesce ad arrivare dove Drovetti non può e non riesce.

Drovetti gira in divisa, Belzoni in abiti arabi. Uniti dall’ammirazione per la cultura egizia, divisi dalla provenienza, dall’estrazione sociale e dal carattere.

Sono anche quasi amici: Drovetti, infatti, subito dopo il recupero del “Giovane Memnone” offre a Belzoni il coperchio di “un sarcofago stupendo”, basta che riesca a tirarlo fuori dalla tomba in cui giace. L’amicizia con il viceré d’Egitto permette a Drovetti di gestire molti reperti come se fossero cosa sua; oggi potrebbe sembrare incredibile se non fosse che, come abbiamo visto, personaggi come Zahi Hawass si prestano a visite private in siti non aperti al pubblico, tanto per fare un esempio…

Belzoni ovviamente accetta la sfida. La tomba è la cosiddetta “Tomba di Bruce”, quella che abbiamo visto descritta per la prima volta con le immagini degli arpisti quasi 50 anni prima (https://laciviltaegizia.org/2024/04/23/james-bruce/). Quello che Belzoni non sa è che Drovetti in quella tomba ci è già entrato, ma è stato nuovamente ingannato dai locali che lo hanno fatto entrare da un passaggio da loro stessi scavato e che non consentirebbe di estrarre il sarcofago o il suo coperchio.

Il nostro eroe entra quindi in una delle tombe più lunghe della Valle (125 metri in totale) attraverso lo stesso passaggio percorso da Drovetti, tanto da descrivere “lo non potei comprendere come un sarcofago siccome mi era stato descritto avesse potuto essere introdotto in quella cavità che l’arabo mostrava a dito”.

L’impresa pare impossibile, ma visto che la fortuna aiuta gli audaci, Belzoni vede una delle sue guide precipitare in uno dei pozzi e ferirsi gravemente. Recuperando il malcapitato, scopre il corridoio principale e l’ingresso “vero” della tomba. Diventa quindi possibile estrarre il coperchio (in fondo pesa “solo” 7 tonnellate…) ma immediatamente viene accusato di furto da un solerte funzionario locale. Interverrà personalmente Drovetti per confermare il “regalo” del coperchio e prendere possesso del sarcofago.

E così il coperchio dello splendido sarcofago di Ramses III (perché sua era la tomba, la KV11) finirà al Fitzwilliam Museum di Cambridge, donato da Belzoni in persona, e il sarcofago al Louvre, donato da Drovetti.

Il coperchio è di una bellezza stordente (la descrizione è sotto la sua foto), probabilmente i due pezzi meriterebbero di essere riuniti.

Ma poco dopo l’amicizia di Belzoni con Drovetti svanirà dietro ad un obelisco conteso. Anzi, affonderà, letteralmente.

Riferimenti:

  • Webster D, Giovanni Belzoni: Strongman Archaeologist, 1990
  • Belzoni GB, Narrative of the recent discoveries in Egypt and Nubia, 1835
  • De Andrade-Eggers, Discovering Ancient Egypt In Modernity: The Contribution Of An Antiquarian, Giovanni Belzoni. Herodoto, 2016
  • Zatterin M. Il gigante del Nilo, 2002
  • Sevadio G, L’italiano più famoso del mondo, Bompiani 2018
  • Dodson, Aidan. Rameses III, king of Egypt: his life and afterlife. American University in Cairo Press, 2019


Il coperchio del sarcofago di Ramses III (XX Dinastia, regno 1183-1152 a.C.). Fitzwilliam Museum – Cambridge

In granito rosso, dal peso di circa sette tonnellate e scolpito a forma di cartiglio, fu danneggiato nell’antichità dai tombaroli.

Il Faraone indossa la corona Atef ed è affiancato da Nephtis a sinistra e da Iside a destra, oltre che da due figure con corpo di serpente e testa di donna rappresentanti Nekhbet e Wadjet, protettrici dell’Alto e del Basso Egitto.


Il particolare della figura di Ramses III divinizzato. Fitzwilliam Museum – Cambridge

Ramses III fu vittima della cosiddetta “Congiura dell’harem” e fu assassinato tagliandogli la gola.

La sua mummia fu ritrovata nella DB320 a Deir El Bahari

Il sarcofago di Ramses III al Louvre.

Riporta capitoli del Libro dell’Amduat e del Libro delle Porte ma, benché attentamente scolpito, i testi non sono corretti – come se fossero stati copiati malamente da un artigiano non in grado di comprenderli.

Età Tarda

IL SARCOFAGO DI IBI

A cura di Giusi Colledan/Andrea Vitussi

Coperchio del sarcofago di Ibi, sovrintendente del Sud, sovrintendente dei sacerdoti di Tebe e grande intendente della Divina Adoratrice Aba.

Epoca Tarda, XXVI dinastia, regno di Psammetico I (664-610 a C.), Grovacca (pietra), h. 195 cm –

Provenienza: Tebe, Assasif, tomba tebana 36. Collezione Drovetti (1824)

La qualità di quest’opera, scolpita finemente in una pietra durissima, è commisurata all’altissimo rango del proprietario: la Divina Adoratrice di Amon, Nitokris, figlia di Psammetico I, era infatti la massima autorità religiosa di Tebe, e Ibi ne amministrava il patrimonio.

L’alto funzionario è raffigurato come Osiride, con le mani che emergono dal sudario a stringere il pilastro djed, che gli permette di rialzarsi dopo la risurrezione.

Tre fori praticati sotto la barba e un altro nello scettro dovevano facilitare le operazioni di spostamento dell’oggetto, che pesa oltre mezza tonnellata.

Torino, Museo Egizio

Età Tarda

IL SARCOFAGO DI GEMENEFHERBAK

A cura di Giusi Colledan

Questo sarcofago di basalto, di forma antropoide, risalente alla XXVI dinastia, apparteneva al visir Gemenefherbak, che nel VII secolo a.C. C ha svolto un ruolo paragonabile a quello di un primo ministro.

Sembra essere stato scolpito nel metallo e non nella pietra, e infatti questo materiale è chiamato metagnovacca, una roccia che ha una lucentezza metallica. In Egitto era chiamata “pietra di bekhen” ed era estratta da cave nel deserto orientale, nella regione di Wadi Hammamat.

Museo Egizio Torino.

Alabastro, Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

VASO DI ALABASTRO PER UNGUENTI CON COPERCHIO A FORMA DI LEONE ACCOVACCIATO

A cura di Ivo Prezioso

Museo del Cairo

Questo vaso è stato trovato davanti alle porte del secondo sacrario nella camera. Il suo contenuto era intatto: una massa grassa di circa 450 grammi. Questo materiale analizzato all’epoca, risultò essere un cosmetico costituito per circa il 90% da un grasso animale neutro, e per il restante 10% da resina o balsamo. Sicuramente un’indagine con metodi moderni produrrebbe dei risultati molto più precisi.

L’oggetto, scolpito in calcite traslucida, si presenta veramente regale nel suo aspetto complessivo. Di forma cilindrica, il vaso presenta un coperchio girevole sorretto su due lati da colonnine in miniatura con capitelli lotiformi sormontate da teste di Bes, la cui lingua, di avorio dipinto in rosa, è simile a quella del leone (che rappresenta il potere e la forza del re) accovacciato sul coperchio.

Il felino, reca un cartiglio con il nome di intronizzazione Nebkheperura, e ha occhi dorati. Dorature sono presenti anche alla base dei capitelli delle colonnine laterali.

Il coperchio è imperniato su un piolo d’avorio ed fermato da due pomelli dello stesso materiale. La figura sdraiata posa maestosamente sui tradizionali nemici dell’Egitto, Asiatici e Nubiani. Scolpite rispettivamente in pietre rosse e nere, le teste delle figure sono attaccate alle traverse sotto il contenitore a sottolineare il dominio del faraone.

Il vaso presenta due fasce decorative; quella superiore è costituita da un ornamento floreale stilizzato, mentre quella inferiore presenta delle forme geometriche, un motivo architettonico. Tra di loro sono incise e dipinte scene di animali che attaccano la loro preda. Lo sfondo è colorato di una tonalità scura in modo che le piante e gli animali risaltino.

Un leone che attacca un toro predomina su entrambi i lati e segugi che attaccano uno stambecco sono rappresentati nella scena secondaria.

Nuovo Regno, Testi, XVIII Dinastia

LE ISCRIZIONI DELLA TOMBA KV55

A cura di Nico Pollone

Chi è l’ospite (o gli ospiti) della KV55?”

Nessuna velleità di dare risposte a questa domanda. L’ aggiunta alla “biblioteca” di questo mio studio, vuole solo mettere a disposizione tutte le prove scritte, che nonostante una condotta archeologica disastrosa, si sono salvate da una potenziale e probabile distruzione.

La lettura, confortata da interventi di due amici è illuminante, e merita attenzione.

Questo lavoro risulterà un po’ tecnico ai più. Gli altri si potranno accontentare delle foto e disegni.

Altre informazioni di altri piccoli oggetti privi di iscrizioni e sconosciuti ai più saranno inseriti successivamente.

Il file in pdf è scaricabile qui sotto: